Super User

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Mercoledì, 15 Maggio 2013 13:22

Un sodoma geniale

Il sodoma geniale, a mezzogiorno,

trascina un’ombra di festa con sé

e indugia con la voce, sulla spalla

degli amici, quasi

una croce di rose lo stancasse.

Ha l’occhio appassito di una viola

ma le dita magrissime arrossate

dalla gazzella fulva, la Ferrari,

che, criniera di cavallo, stola

di visone, volo

di rapida beccaccia in brughiera,

fugge, rompe, sguilla con un tuono

oltre le arcate,

dove nei tramonti clandestini

bruciano le altane di cotto

sulle beate strade della città

e gli sposi impotenti

aspettano agili fianchi adolescenti.

Costa sei milioni una Ferrari…

Steso sul canapè, coi piedi

sulla spalliera, a casa, il padre,

il vecchio padre aspetta che la cameriera

passi e felicemente

dimentichi di gridare.

 

(Dal poemetto “Le lupe dorate” in Dopo Campoformio)

 

 

 

Mercoledì, 15 Maggio 2013 10:26

Il Nettuno e i suoi cancelli

Propongo, le seguenti, come considerazioni molto personali e molto generali. Ho letto che rimettono il cancello intorno alla statua del Nettuno. Ben fatto. Dico lo rimettono e non mettono perché la cancellata era stata tolta a metà del secolo scorso ma per due secoli, anzi per due secoli e mezzo, un cancello solido e rustico, cioè ben fatto ma artigianale, era stato alzato intorno al monumento, per difesa. Per legittima difesa, vorrei aggiungere; per preservarlo. Perché lasciato al libero uso e abuso dei cittadini era diventato – il luogo, la fontana e i marmi intorno – un immondezzaio, un orinatoio; dato che lì vicino, per antica consuetudine, si svolgeva il mercato cittadino, la piazzola, con il correlato via vai di popolo locale e di villici itineranti e di animali.

Questa risoluzione, dunque, che a me sembra molto saggia e tempestiva (e volesse il cielo, come dirò, che sia accompagnata da altre cento), merita con semplicità di essere collegata a qualche più generale considerazione. Considerazioni che vengono trascritte con tutte le cautele del caso ma con convincimento; e che magari, per comodo, radunerei in una sola. Questa. Sembra essere ormai tramontata per fortuna, con parecchie altre fisime, quella che con una genericità per niente innocua, essendo invece carica di pericoli e controindicazioni pesanti, riteneva una vittoria su un oscurantismo ormai alle spalle, la socializzazione delle opere d’arte; offerte quasi in libero consumo, e poteva sembrare in libera gestione, al popolo (utente attento o disattento); quindi in un uso ravvicinato, da fiato a fiato, da mano a mano, da occhio a occhio. Grama ideologia, certo, ma ancora una conferma della persistente indifferenza politica per il nostro grande, diciamo pure incommensurabile, patrimonio artistico; lasciato lì trasandato e vilipeso e soltanto difeso con autentico eroismo da gruppi di funzionari a cui si deve costante profonda gratitudine. Ma i ministri, per carità! individuati per obbligo di parcellizzazione partitica e digiuni di qualsiasi reale approfondimento in materia; tanto da rendere il loro ministero, che dovrebbe essere il primo su tutti, il più marginale: una sorta di stazione per operazioni normali, di servizio. Bologna, per fortuna, è privilegiata avendo direzioni e funzionari all’avanguardia. Il fatto è che il patrimonio artistico ormai va difeso, deve essere difeso in ogni cittadella della cultura e non soltanto in alcuni centri privilegiati. Va difeso, non più offerto; profferto. Va tutelato con scrupolo, elargito con attenzione e cautela, come fosse un farmaco prezioso, e non come una semplice pillola buona per tutte le ore. Parecchi anni fa, proprio sulle pagine de l’Unità se non sbaglio, un articolo lucidissimo, convincente e sorprendente, di uno scienziato, all’interno di una più ampia discussione proponeva, su questo problema, una previsione apocalittica che ora è molto prossima a rendersi reale; era quindi una esemplificazione anticipatrice di una preoccupazione destinata ormai a trasformarsi in una sconvolgente realtà. Immaginiamo, diceva, quando fra alcuni decenni, per le ferie estive (soltanto per le ferie estive, intanto) arriveranno i turisti cinesi. A Venezia, a Firenze o a Roma… Facendo una stima estremamente esigua, diciamo soltanto sei oppure otto milioni di turisti cinesi. Sono un miliardo e duecentomila persone, quindi rappresentano appena un pugno di sabbia. Queste, poi, mescoliamole a tutte le altre provenienti dal resto del mondo. Immaginiamo non solo quelle città, ma le strade, le autostrade, i vicoli, i piccoli paesi vicini. E anche se, per un miracolo, si riuscisse ad organizzare in modo razionale e non micidiale il traffico, immaginiamo otto milioni di fiati contro le tele, l’umidità dei corpi contro colori e pietre, la corrosione dei piedi sopra gli antichi marmi, e le mani che in qualche modo toccheranno un frammento, per palpare l’eterno.

Questa imminente situazione d’emergenza, che stravolge l’ipotesi del liberalismo generico e della libera fruizione, altrettanto presuntuosa e generica, delle opere d’arte e delle città d’arte, sottointendeva l’emergenza politica del problema e la necessità che il prossimo futuro fosse organizzato in modo da prevenire e risolvere il dramma di questo problema; in contraddizione con la ufficiale ideologia in atto, che proponeva l’apertura di tutto; dalle frontiere per una libera circolazione quasi domenicale delle opere d’arte ai portoni delle grandi gallerie, aperti a tutti, intuite le ore, senza limitazioni, senza troppe cautele. Si deve dunque prendere atto con compiacimento di questa decisione amministrativa come il principio di una risoluzione più ristrettiva nella rigorosa tutela – si badi, tutela – del nostro patrimonio d’arte. Risoluzione generale difficoltosa da difendere, me ne rendo conto; dato che le sponsorizzazioni delle grandi industrie o dei grandi complessi bancari hanno interessi più rapidi e diretti, e contano l’afflusso della gente e i titoli dei giornali e gli articoli e le immagini televisive, otto milioni di cinesi servono di più che solo centomila, distribuiti con saviezza nel corso della mostra. Il mercato vuole tutto e subito; a chi interessa sul serio il domani, le generazioni future?

In una bella mostra allestita con grande autorità, i grandi quadri sono disposti contro il muro a diretta corrispondenza del naso e del fiato dei visitatori; non c’è un cordone che predisponga uno spazio di difesa; che trattenga, almeno un poco, quell’uomo o quel ragazzo lontano dalla tela. Lo fanno, per esempio gli inglesi, perfino per il letto o il tavolo o la sedia o la credenza nelle sale e nelle stanze dei vecchi castelli, a cui proprietà certamente interessate ma previdenti consentono la visita pagata. Alla mostra, nel momento (ore 14 di un giorno feriale) in cui mi trovavo anch’io, si riscontrava un notevole afflusso di persone e parecchie scolaresche intruppate, tutte strette in un brevissimo circolo intorno alle grandi tele esposte e alcuni ragazzi non visti, prima di allontanarsi, per provare un brivido o per ironica curiosità, hanno tentato la superficie con un dito: magari per assaporare il ruvido risalto della storia, del tempo.

Perciò è giusto badare a come amministrare per l’uso di una utenza pubblica, oltreché i beni immobili anche quelli mobili. Ai nostri giorni, perfino troppo mobili. Infatti sono troppo spesso in giro qua e là, su e giù, mai fermi, attraverso climi diversi, luci diverse, umidità diverse. E che siano assicurati servirebbe nulla, dopo un naufragio, un deragliamento, una caduta di aereo, una prova del fuoco. Sembrerebbe arrivato il tempo di riconquistare il principio della necessaria, direi inevitabile, immobilità dell’opera d’arte, quale essa sia; quindi di affidarsi a una razionalità intransigente nella sua gestione d’uso. Convinti, se si è convinti, che siamo dentro a un’epoca di estrema fragilità e imprevedibilità gestionale, e che occorre cautela su ogni cosa; e una precisa profonda convinzione e determinazione. Perché le occasioni per le deroghe si presentano a mille, ogni giorno. Si è liberi e aperti verso gli altri, verso tutti (anche verso gli altri popoli) soltanto esercitando una selezione rigorosa sulla mobilità pubblica delle opere d’arte; attualmente utilizzate come veicoli promozionali con una frequenza deteriore. Chiudendo qualche finestra, o socchiudendola un poco, si finisce per essere più vivi e più attivi, che immergendosi in un proliferare di atti e di proposte che finiscono per stravolgere. È come per la produzione libraria di questi giorni; il troppo non significa maggiore libertà di lettura ma la raggiunta impossibilità di scegliere bene, quindi di buona e approfondita informazione. Forse gli intendenti diranno che queste righe sono tutte sbagliate.

 

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 187, 22 novembre 1991.

 

 

 

 

Martedì, 14 Maggio 2013 15:49

«Duemila incontri»

Una lettera ampia e argomentata di Renzo Renzi, su le pagine locali di “La Repubblica” del giorno 6 novembre, merita senz’altro di essere ripresa riletta appuntata; portatrice com’è di utili problemi, specifici ma anche generali. Abituati ad ascoltare quotidianamente parole innumerevoli, parlate e scritte, di tanti uomini di potere in riferimento alle necessità sociali di riadattamento, di riordino, di previsione e promozione con l’occhio alla prossima scadenza europeistica, possono sembrare marginali i richiami alle necessità culturali locali, agli obblighi culturali locali elencati in successione nella lettera a cui mi riferisco.

La rivista di cultura “2000 Incontri”, diretta da Renzi e redatta con stimolanti riferimenti problematici via via identificati e indicati; pubblicata per molti anni con contributi comunali e regionali, ha dovuto tacere perché è venuto a mancare l’impegno interessato di queste amministrazioni. Le quali, forse coinvolte e sconvolte dagli impegni previsionali aventi per obiettivo lo sviluppo della città verso una metropoli con correlati necessari utilizzi di migliaia di miliardi, sono ormai disattente per impazienza a tutto ciò che non può essere monetizzato in immediata e rilevante quantità di prestigio; in ritorni rapidi li pubblici consensi. Anche se la rivista diretta da Renzi riusciva a muovere attenzione in direzioni autorevoli, molto autorevoli; e così concorreva con il suo forzo persistente a richiamare attenzione sulla nostra città, sulla sua vita sociale, sui suoi problemi. Questo svilimento nell’attenzione è un segno (agghiacciante) del cambiamento epocale nella conduzione politica degli enti locali, delle amministrazioni comunali in generale.

Allora questa è forse ancora una occasione per tornare a sottoscrivere un pugno di enunciati, anche solo a futura memoria. Perché il sistema ormai trionfante di successive cancellazioni di opere e iniziative non appariscenti, tende a confermare con durezza inevitabile la scelta di campo operativo, di campo culturale, compiuta; e in cui, anche qua da noi, sembra essersi assestata la pubblica amministrazione: l’economia di mercato, economia di profitto; quindi totale redditività di ogni intrapresa, di ogni atto. Magari per compensare, con questo duro aggiornamento, una gestione passata collegata a tolleranze certamente non più accettabili.

Ma passare da un doveroso riordino alla esclusione di qualsiasi ulteriore interessamento per operazioni culturali molto utili: direi, anzi, alla esclusione di qualsiasi ulteriore partecipazione alle iniziative promosse e anche richieste dalla città per un corretto e aggiornato progresso culturale (anche se non collegabili a udienze molto allargate) sembra essere una metodologia da contrastare, non solo come disgustosa ma soprattutto pericolosa. Tanto più, perché si deve constatare che in questo momento la città, a parte un grosso benessere ufficiale ma molto settoriale e tutto da rivedere; e gli smaniosi annunci dei prossimi nubifragi cementizi che coinvolgeranno finanzieri di varia provenienza e già in fregola; non ha molta cacciagione nel carniere delle idee, da cucinare e poi da portare in tavola.

Si sono prosciugati stimoli reali in parecchie direzioni; e, per, esempio, l’attività giovanile di ricerca è appiattita a terra, quasi ribattuta, mortificata.

Il Comune, ormai omologato ai rissosi centri delle tante amministrazioni comunali italiane lacerate da infiniti sfracelli, ha perduto il peso sostanzioso che un tempo aveva di utile e almeno attento riferimento promozionale; sottratto così a una tradizione, fino a pochi anni fa, confortante.

D’altra parte anche il vestito di tutti i giorni, l’autentico vestito non iconografico della città è assai poco azzimato; confermando una scelta gestionale che dirotta altrove l’attenzione, e che non è pigrizia. Basta solo doversi muovere per il centro, ridotto a un bazar e a un parcheggio per veicoli commerciali, allineati con tranquilla arroganza anche contro i portici in piazza Maggiore.

Dentro a questa realtà di cose e di fatti ormai trascelti, può essere legittimato e avere peso reale angustiarsi per la perdita della voce di una rivista mensile che seguiva i problemi e proponeva, spesso anticipandoli, nuovi problemi? A quale referente diretto e responsabile della pubblica amministrazione rivolgere una supplica, come faceva il grande e arrabbiatissimo Courier? A quale magistrato, politico, amministratore che non mandi al diavolo? Li sentiamo giorno e notte ammonire che è finito il regno di Bengodi, e che il solo a cantare adesso (e a giudicare) è il libro mastro. Nessun’altra storia.

Renzi si domanda: dopo quello politico di “Emilia rossa” e quello economico di “modello emiliano”, dovremo trovare altri nomi o basteranno i passati? Stando così le cose, forse la definizione per l’inizio del terzo millennio potrebbe risuonare in questi termini, molto dilatati: l’ultima regione dove è approdata dopo lunga resistenza la legge del denaro come maledizione unica e definitiva, equiparandola alla parte avida del Paese. Quali germi arrechi questo approdo li conosciamo li temiamo, li sentiamo già sulla pelle. Perché cambiano soltanto i vecchi dolori con nuovi dolori, forse ancora più pesanti da sopportare; e destinati a durare.

 

(Nella foto: Il primo numero di «2000 Incontri»).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 186, 15 novembre 1991.

 

 

 

 

Martedì, 14 Maggio 2013 13:13

Il famedio di Morandi

Quando ero ragazzo, cinquant’anni fa, più volte ho sentito definire il pittore Morandi, da persone colte alto-borghesi, anche altoborghesi, quello delle bottiglie. Poi è passato del tempo, parecchio tempo, prima che la città, anche la città ufficiale, si accorgesse di questo suo artista e ne sapesse valutare, almeno con approssimazione, il valore reale. Diciamo, fino al giorno della morte. Però non è stata un’esplosione, se è vero che molto poco di Morandi era stato acquisito, acquistandolo, dagli istituti comunali. Solo di recente si è avuta una grande opportunità; e poi oggi un regalo prezioso da parte della sorella. Un fortunato recupero, dunque, sulle passate disattenzioni e sui passati ritardi; tale da suggerire un giusto compiacimento ad ogni cittadino attento di questa città. Eppure, se è consentito almeno di sfiorare il problema a un non addetto ai lavori, vorrei dichiarare che per i particolari e per il complesso dell’operazione, così poi come dovrà organizzarsi nella realtà, ritengo che le argomentazioni critiche proposte da Renato Barilli nei due interventi giornalistici recentemente apparsi siano del tutto da condividere e da apprezzare; nonostante la lucida e bellissima replica di Argan (anche per l’empito della memoria). Noi abbiamo esempi continui, nella nostra storia culturale e nella nostra sinistramente sgangherata società, di emarginazioni furibonde e “totali”, di rifiuti feroci fino al fuoco reale: e di beatificazioni proliferanti, troppo spesso coatte; tanto da rendere quasi impossibile, se non dopo un’approfondita e diretta valutazione che non tutti riescono a compiere, una corretta valutazione dell’opera. Insomma, l’indifferenza o l’ammirazione sconclusionata.

Per Morandi l’ammirazione, critica, non può essere sconclusionata, è evidente; ma è pur sempre vero che la sua opera, come ogni altra opera complessiva di artisti importanti, può essere suscettibile di qualche entusiasmo minore o di qualche più cauta e coltivata riserva, sia pure parziale. Insomma, c’è sempre l’obbligo generale di mantenere la libertà per libere opinioni e per libere conclusioni. Per l’opera e per gli uomini; per l’opera e per l’uomo. Barilli ricorda la vicenda, che diede occasione a riflessioni, del libro di Arcangeli; una visitazione critica di straordinario rigore e intelligenza che era anche un atto completo o amicizia culturale; un atto, direi, d’amore (come era capace quel grande critico); e la reazione gelida del pittore. Ma io ricordo un pranzo a sei, fuori dall’arte, all’aperto, davanti alla chiesa di Monte Calvo, quindi in collina, e c’era il parroco don Ghezzi e mia moglie e mio figlio e una signora e la perpetua, con discorsi che non lasciarono illeso nessuno che tenesse il pennello in mano e che ancora vivesse. Con estrema lucidità ma con inesorabile implacabilità. Questo, semplicemente, per ripetere e rifarmi alle parole di Barilli: che sarebbe un buon servizio culturale se si tentasse, almeno in questa lieta occasione, di non congelare Morandi nel limbo dei beati, ma ci si proponesse di lasciarlo circolare con le sue opere come un artista complesso e complicato, di rigide impuntature e di acutissime scelte, anche private.

Ma Barilli continuava aggiungendo altre obiezioni di peso; e a queste soprattutto mi preme arrivare, perché toccano la situazione attuale. Non ci sono, per l’acquisizione e la tutela delle opere pittoriche nel nostro Novecento le istituzioni e le sedi deputate? E se a ciascuna donazione le amministrazioni pubbliche, le amministrazioni comunali ritenessero e decidessero di assegnare una collocazione privilegiata e privata, non si complicherebbe tutto con l’aumento degli impegni di tutela, delle sedi, del personale; esautorando d’altra parte, appunto, i luoghi appositamente deputati per queste vigili tutele? Mi sembra un’obiezione critica inoppugnabile e di grande peso; valida per questa, ma non solo per questa occasione. La collocazione in Palazzo d’Accursio, equivale come scelta del luogo, al monumento al re in piazza Maggiore (che, cambiati i tempi e gli umori, è finito senza gloria e senza storia ai Giardini Margherita, sopra uno spiazzo d’erba). Inoltre propone questo artista, e la sua opera, in una estrapolazione pretestuosa rispetto al moto e al cammino e al sommovimento dell’arte nel nostro secolo, cosi come può essere documentato, sia pure con vuoti e pieni, in una Galleria d’Arte Moderna intelligentemente diretta (dentro mille inevitabili difficoltà). Ne acquisterebbe un grande e motivato rilievo tutto il discorso critico proposto, anche in funzione d’insegnamento per occhi e curiosità giovani. È davvero la irregolare sottrazione di un’opera e di un artista al moto e al soffio della storia; alla vicinanza problematica; all’obbligo non di mescolarsi con gli altri ma di respirare con gli altri. Dopo il voluto e necessario isolamento in vita, cercato voluto e difeso in piena legittimità. Ma non più ora. E d’altra parte, se con calcolo volgare (anche se non banale) pensiamo al valore in lire di questo ben di Dio, quale impegno che a lui non spetterebbe direttamente si assume il Comune per la difesa dai furti? In un Paese dove rubano quadri in Parlamento e in ogni dove, notte e giorno, con implacabile regolarità? Questa parte dell’operazione non sembra convincente; e anche in questo ha ragione Barilli. Un artista del nostro tempo è vivo, è sempre vivo, se si può continuare a giudicarlo: ma diventa di marmo – e talvolta di marmo grezzo – se si deve soltanto acclamarlo o anche solo accettarlo, per non lasciarsi sopraffare. Perfino i classici, per fortuna, si devono leggere e rileggere di generazione in generazione, per verificare la temperatura del consenso e per tornare ad apprezzarli o altrimenti collocarli. Insomma, neanche loro devono avere e possono avere vita facile (o fama facile) per sempre. Come invece si crede.

 

(Nella foto: Giorgio Morandi).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 185, 8 novembre 1991.

 

 

 

 

Lunedì, 13 Maggio 2013 17:07

Una settimana a Bologna (III)

Il quarto e ultimo argomento della settimana ormai alle spalle – ma che non si è esaurito certamente con la conclusione temporale – era stato ben proposto dall’intervento sull’Unità del 3 ottobre, del Padre Luigi De Candido del convento Servi di Maria di Bologna; con riferimento diretto allo stand da loro allestito alla festa nazionale dell’Unità. Scelta, decisione e collocazione che avevano, come sempre accade nel nostro micragnoso paese, suscitato sorpresa, rammarico, meraviglia, ostilità, perplessità, reprimende eccetera da più parti. Soprattutto da quelle più restie del mondo cattolico. La festa, ha scritto Padre Luigi, «era un paese, brulicava di popolo svariato, ogni persona scrigno di sensibilità singolare e di interessi definiti». A questo popolo svariato non si rivolgeva una propaganda autocompensativa; la comunicazione risucchiante consenso, che tende oggi a masticare implacabilmente gli occhi, la mente, il cuore, la riflessione dell’ascoltatore; ma si proponeva la definizione precisa, coinvolgendo testa e cuore in una attenzione convinta partecipe e disinteressata, di una realtà in atto. Meglio: la vibrazione diretta, suggerita dall’emozione dei fatti, di una informazione che non si stanca di ricordare, e di far ricordare.

Infatti, i Servi di Maria, in quel luogo e in quel modo «hanno voluto farsi portavoce di situazioni di povertà lontane geograficamente fino al Brasile, all’India, alle Filippine e altrove dove frati e suore e laici Servi di Maria sono impegnati come missionari; ma prossime quanto prossimo è il povero, il sofferente, l’emarginato».

Perfetto. Non la partecipazione di uno spazio solo per comunicare – come fa la pubblicità, venduta e senza anima – ma l’occupazione di uno spazio per affermare che quando c’è dolore e vergogna e ingiustizia tutta la terra è nostra, ogni spazio anche il più ridotto è nostro per distribuire non una informazione ma una diretta dichiarazione di immediate necessità. Per ripetere, con costanza: lì, e ve lo mostriamo, c’è ancora in misura spropositata il vero povero, quale nemmeno ve lo immaginate, voi che adesso mangiate nei venti ristoranti delle cucine più stravaganti, cantate o ballate. E noi ve lo ricordiamo non per un vostro rapido sguardo o per lo sgomento di un attimo, ma vi incalziamo e in qualche modo perseguitiamo la vostra attenzione perché quest’uomo e questa donna e questo bambino, che vi indichiamo, siano con voi e restino con voi; come una realtà, una necessità della vostra vita. Ma il nocciolo della questione è, per nostra utilità, spostato a cogliere il drammatico e forse irrimediabile ritardo di questa «sinergia diaconale»; ossia, spiega il Padre, «di questa collaborazione nel servizio ai poveri che avrebbe giovato assai all’allora partito comunista e alla sinistra in generale e non avrebbe di certo nociuto i cattolici».

Noi abbiamo ascoltato infiniti discorsi e letto una caterva di interventi a convegni di politici della sinistra «nostra», relativi all’uso e alla gestione della comunicazione; ma sempre in riferimento mediocre non a una sottrazione di potere agli altri, che questo grande potere nella comunicazione l’avevano e l’hanno; non a una modificazione della situazione in atto e a una partecipazione indipendente, autonoma; ma in riferimento a una subalterna suddivisione dell’esistente. Che significava: a una suddivisione e a una acritica accettazione dell’uso linguistico in atto. Tanto è vero che adesso l’Unità, per fare un esempio, è un giornale tranquillamente (o poco tranquillamente) omologato alla norma. Non c’è mai stato un progetto reale, nell’ambito della comunicazione globale, di novità totale; ma solo parcellizzazione del potere su una «cosa» che già c’era (avviata da altri), e che c’è (gestita da altri). I tanti discorsi relativi alla radio, alla televisione; martellanti e come svuotati da ogni brivido di idee vere; tutti dentro a una circolazione in definitiva subalterna. Soltanto la richiesta d’uso di un poco di potere, di un poco di proprietà. Anche la attuale celebrata Rete 3 è sottoposta alla legge ferrea del numero d’ascolto, del telecomando (l’invenzione tremenda per detenere implacabilmente il potere assoluto sulla comunicazione) e non può fare altro che girare intorno a questo numero, in pista. Come una monoposto di formula 1; che, se obbligata dalla necessità ad uscire sulla strada normale non farebbe che cento metri e poi spegnerebbe il motore.

L’esempio dei Servi di Maria è ancora una volta quello di chi ha ben capito che non v’è avventura reale e decisiva nel dire (e nel fare) oggi, se non hai la decisione e la convinzione di appartenere ad altro se non alla tua volontà di operare in un servizio sociale che non può essere rimandato. Altre parole o formule sono soltanto castagne sul fuoco (come le convergenze programmatiche).

È cosi vero questo, almeno lo credo io, che come l’enciclica recente del papa ha offerto gli unici stimoli autentici di riflessione e di discussione sulle nostre scelte di essere e voler essere e come essere nel mondo reale (non in quello soprannaturale) dei prossimi anni; così in questo calpestato e sconquassato e tartassato campo della comunicazione, gli stimoli più seri e più problematici provengono dalla direzione di gran parte della cultura cattolica; non da quella di sinistra, impelagata in una verbosità ritardatrice e sostanzialmente inconsistente. Il lembo del mantello, del cardinale di Milano Carlo Maria Martini, è un apporto specifico in merito, che deve essere ancora segnalato.

Egli scrive a pagina 64: «Il Signore non ci ha fatto cristiani soltanto per proteggere la nostra fede, per difendere quanto possediamo, ma soprattutto per rendere testimonianza della speranza che c’è in noi». È splendido, questo, e vale tanto anche per i laici più intransigenti. Dentro alla disperazione di un mondo, ricercare la validità di una reale speranza, concreta dentro il mondo, e proporla come divulgazione costante. Non è questa la comunicazione reale? Prima aveva scritto: «È possibile che il bene non possa mai fare notizia?». Non è questa la condanna più totale di una comunicazione infarcita sempre, nel migliore dei casi, di equivoche approssimazioni e di perfide avidità? Sono lucidi filamenti che permettono, aiutano a districarci verso una rinnovata scelta di vita. Che deve continuare a renderci indisponibili per qualsiasi compromesso, per qualsiasi cedimento, per qualsiasi viltà.

Ha la sinistra, la «nostra» sinistra, il linguaggio e la convinzione per comunicare «almeno» una speranza vera? Il linguaggio per farlo non ce l’ha; e allora deve chiedere il beneficio di partecipare alla suddivisione del potere altrui e all’uso del correlato linguaggio. Mi ricordo adesso le tormentate e contrapposte elezioni comunali del 1956 qua da noi; con fortissime polemiche in atto. Mi ricordo d’avere letto con molta attenzione allora il Libro bianco su Bologna proposto dalla D.C. di Dossetti; e d’avere apprezzato subito, come una conferma di qualità, la emozionante partecipazione linguistica con cui si comunicava e si divulgava la proposta politica.

Non ho il modo, in questo momento, di andare a riscontrare; ma ho in mente, da allora, come pagina stampata, l’indicazione di parte del sommario: PARTE SECONDA. Rianimare il volto spirituale della città. Curare le nuove generazioni. Manifestare la gratitudine della città per le persone anziane. Esprimere meglio l’amore della città per i sofferenti e gli esclusi.

Chi troverebbe oggi la voglia intrinseca, la spinta autentica, dalla parte nostra, di tradurre in una scrittura così vibrante di partecipazione convinta, un proprio progetto politico? Rianimare il volto, curare, esprimere meglio l’amore. È come un viso affettuoso che si avvicina a un corpo per dargli fiducia, per suggerirgli un’attenzione, un pronto soccorso. Corrisponde tutto ciò, forse, allo spettacolo dei soci politici, perennemente altercanti, che immergono le parole in una brodaglia di approssimazioni? O alle conclusioni dei potenti locali, seduti intorno a un tavolo, che discutono e sanciscono per distribuire gli imminenti benefizi della cascata di miliardi che sta per soverchiare Bologna? Rianimare il volto spirituale di una città equivale a tartassarla di cemento, di gru, di cantieri, di scavi, spettacolo così entusiasmante per gli speculatori e la mafia? Chi può credere sul serio al disinteresse e ai sorrisi che promettono, in una operazione carica di tanti quattrini? A questi e a quella poco interessa, diciamo la verità, curare le nuove generazioni o di esprimere meglio l’amore della città per i sofferenti e gli esclusi. I Servi di Maria, con un piccolo atto intraprendente e generoso, soprattutto convinto, ci ricordano ancora una volta come si deve stare sul campo. Sul campo di battaglia.

 

(Nella foto: I Servi di Maria alla Festa Nazionale dell’Unità di Bologna).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 183, 25 ottobre 1991.

 

 

 

 

Lunedì, 13 Maggio 2013 16:34

Una settimana a Bologna (II)

Riprendo e continuo il discorso avviato la scorsa settimana e mi riferisco al terzo e al quarto argomento. Intanto il terzo. “Teppisti a dieci anni. Tre bimbi (con complici) devastano scuola materna”. Questo era il titolo quasi a piena pagina del Supplemento al N. 209 dell’Unità di domenica 29 settembre. “Hanno avuto tutto il tempo di sfasciare la scuola. La polizia li ha presi sul fatto, erano tre bambini di 10, 11, 12 anni. Domenica pomeriggio, fra le 16.30 e le 17.30 un gruppetto di ragazzini sono entrati nelle materne “Don Milani” per distruggerle…”.

Stefano Grandi, presidente Pds del Quartiere Reno, ha detto: “La cosa che più ci fa paura è che questi nascono da un sottobosco prettamente bolognese. Non è la vecchia immigrazione, non è la piccola delinquenza già nota alle cronache; è un fenomeno nuovo, servono risposte nuove”. Ma, annoto rapidamente in calce, non è che il fenomeno non sia poi così nuovo e che non bastasse a contrastarlo una risposta mai ma mai attuata, sempre disattesa? Però devo proseguire con altre citazioni, brevi estratti, per assemblare tasselli relativi all’episodio e dunque al conseguente drammatico e più generale problema che è emerso.

Ma intanto mi chiedo ancora: che cos’è il sottobosco riferito ai bambini? C’è un dentro e un fuori, patologico delinquenziale e sociale che può costringere e investire direttamente i bambini, i nostri bambini in questa società perfida, che ha gemme intorno al collo e i calzoni sbracati; e sul corpo, appena nascosto, ferite infami? Abbiamo, per sollievo, letto un pronto e giusto intervento di Imbeni: “Un bimbo è un bimbo. Altro che un teppista… Come si fa a parlare di teppisti, di vandali, di delinquenti di fronte a bambini di 10-12 anni? Un bambino è un bambino anche se qualcuno pensa di mettersi la coscienza a posto rinchiudendolo nella categoria del ‘teppista’… Pur senza colpevolizzare o assolvere nessuno è evidente che ciò che si raccoglie oggi è il risultato di ciò che si è seminato ieri”. O non seminato, torno a ripetere.

Condivido tutto questo e torno a riproporlo alla riflessione di chi legge; e tanto più lo condivido se collegato alla continuazione dell’argomentazione di Imbeni che, appunto, rimette sul tappeto la sostanza reale della società in cui oggi viviamo e i ragazzi/bambini vivono. Una società che fuori o sopra l’ibrido fescennino del sorriso a quarantotto lucidissimi denti, propone inesorabile e ormai vincente la filosofia (così si deve dire, depurando, per carità! il termine da ogni possibile riferimento a un qualche impegno politico) di uno spietato scontro diretto, impietoso e implacabile, fra uomo e uomo; per sopraffarsi, prevalersi, arricchirsi, arraffare, corrompere, intrallazzare, mentire fino alla delazione. Se l’occidente intero è sotto o dentro questa logica spietata (che emargina senza alcuna pietà e con arrogante fastidio chi è inerme o debole o disperato), l’Italia è una delle gemme incastonate in questo tronco, con in più per buona pesa la peste della mafia e degli orridi sequestri. Terra un tempo del diritto, oggi della più dissennata licenza. Ma procediamo. “Calpestati e distrutti anche i libri di favole”, hanno annotato altrove. Ma io temo che questi libri di favole, a parte il settore dei bambini bravini cocchi di mamma, piacciano soprattutto agli adulti nostalgici della propria passata dolce età; un’età dell’oro irrimediabilmente scomparsa. Perché, altrimenti, si terrebbe in ogni occasione ben presente la serie allucinante dei dati reali che emergono nei nostri giorni. Il 23 settembre scorso – infatti – si è aperto alla Fondazione Cini, a Venezia, un convegno internazionale sui diritti dei bambini; nel corso del quale sono state ripetute ufficialmente informazioni dettagliate. Per l’Italia, intanto, il prof. Caffo ha premesso: “A parole tutti dicono di amare i bambini ma nei fatti è tutta un’altra cosa. Siamo ancora molto indietro. In Italia poi la situazione è allucinante. L’impegno è zero, i fondi pochissimi”. Teniamo presente questa indicazione di un impegno che è zero; che non c’è.

Il resoconto del giornale, da cui ho desunto la cronaca, aveva questo titolo su quattro colonne: “Sfruttati, uccisi, venduti… l’inferno in terra dei bambini”. E nelle righe seguenti: “Ottanta milioni di piccoli schiavi nel mondo… I dati illustrati ieri sono angoscianti. Bambini che scompaiono, che fuggono di casa, che vengono venduti, che tentano il suicidio, che muoiono in guerra, che si prostituiscono, che sono costretti ai lavori più umilianti”. Questa è dunque la verità, non altra; fuori dal mammismo zuccheroso di una società che si guarda allo specchio ma non si scruta mai nel profondo, ricercandosi con inquietudine. E cioè, che la maggior parte dei bambini vive in una situazione di precarietà ossessiva, di paura greve; quasi una lotta interminabile, che devasta anziché aiutare a formare e via via a fortificare la psicologia e la voglia, la curiosità, la gioia di partecipare con il mondo che si disvela. Essi invece sono subito immersi, o gettati, nella foresta ossessiva dei segni, dei segnali (parole, suoni, immagini), nella foresta dei più intricati sentimenti spacciati dentro la rosa ingannevole dell’ovvietà pubblicitaria; e delle più esplicite pubbliche quotidiane violenze.

Sono subito esclusivamente strizzati come probabili consumatori (o oggetti per un possibile futuro consumo), oppure emarginati in fretta come portatori della lebbra di una povertà/miseria che li esclude dalla massa degli acquirenti; quindi refrattari anche ad ogni suggestione di acquisti futuri. La società che si vede e che amministra il mondo,nel mentre esibisce ogni giorno lo spettacolo determinante della propria inesauribile violenza, tende freddamente e ad ogni costo a rendere silenziosi e invisibili coloro che non possono contribuire ad alimentarla (la Società? la violenza?); riservando a costoro solo qualche osso risicato. Altroché libro di favole e soave mondo dei buoni sentimenti finali (non per nulla, poi, i pochi veri buoni libri di favole sono libri spietati). Bisognerebbe piuttosto far conto della indifferenza dei nostri governi, che trattano la scuola come un cesso pubblico, entro cui basta rovesciare settimanalmente un bidone di disinfettante per renderlo agibile.

D’altra parte tutti noi, nessuno escluso, abbiamo sovrane e quotidiane indifferenze in merito a questi problemi, a queste situazioni. Omissioni personali di cui neanche facciamo conto. Per esempio, per le tristi scene sempre più comuni dei bambini addormentati sulle ginocchia di nomadi. A parte coloro che consegnano un rapido obolo (ed è soltanto un gesto), chi si è mai interrogato sul serio, consumandoci intorno un po’ di tempo e un po’ di impegno, sulla vita reale e quotidiana di questi giovanissimi esseri umani; sui loro sentimenti, i loro giovanissimi pensieri, lo sfascio delle ore perdute in quel misero modo; e sulla possibilità che quel sonno greve e prolungato sia sollecitato da qualche beverone artificiale? Con progressivo irrimediabile danno per la salute? Quale istituzione si impegna a un controllo diretto sulla strada? Chiedo scusa. Ma credo che si debba parlare di questo, e di pochi altri problemi, fino a perdere la voce o a prosciugare l’inchiostro della penna; e magari a stancare il lettore. Perché sono i grandi problemi del nostro tempo, che si possono anche enunciare e perseguire dalla finestrella modesta e ridotta di un articolo di giornale.

I bambini, i vecchi, la scuola, la casa, la salute, la povertà, il lavoro. Sette problemi da far tremare i polsi di chi amministra ma che devono tenere svegli tutti; perché occorreranno alcune generazioni per risolverli, almeno in parte.

Il quarto problema sarà per la prossima volta.

 

(Nella foto: Un’immagine della scuola materna devastata a Bologna).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 182, 18 ottobre 1991.

 

 

 

 

Lunedì, 13 Maggio 2013 12:48

Una settimana a Bologna

L’amaro sfogo di Moruzzi: «Critiche sì, processi no» e la conseguente rinuncia alla delega dell’immigrazione.

«Il Bologna è mio». «No, è mio»; e la tempesta fra Corioni che ha venduto e la terna industriale che ha appena comperato – in proprio o per mandato, non so – la società di calcio. Si dovrebbe aggiungere: «la povera» società di calcio, una volta seria e rigorosa (e vittoriosa) oggi maltrattata da mani sempre meno abili.

«Teppisti a dieci anni. Tre bimbi (con complici) devastano scuola materna». E Imbeni interviene scrivendo che «un bimbo è un bimbo. Altro che un teppista».

Infine un commento conclusivo dopo il Festival Nazionale dell’Unità: «Dio e festa del Pds. Cosa c’è di strano» di Padre Luigi De Candido del Convento Servi di Maria di Bologna.

Sono quattro accadimenti, filtrati attraverso la stampa, nel pugno ristretto di una settimana bolognese, che invitano ad ascoltare, a partecipare, a obiettare, a dedurre. Allora mi intruppo anch’io fra questi cittadini interessati spendendo qualche parola, intanto per i primi due; gli altri due, meno deperibili, la volta prossima. Travolti come siamo dai problemi generali buttati sulle spalle delle nostre giornate come lava di vulcano che scorra sul dorso di una collina; oppure, se vogliamo enunciarlo meno liricamente e con più precisione, travolti dai problemi generali che la mandria imbufalita dei mezzi di comunicazione, ormai prevalenti e determinanti, ci indica e ci impone come tali; noi tutti tendiamo a perdere di vista i problemi particolari, i problemi specifici di una comunità cittadina non ancora troppo o tanto metropolitana (quindi non ancora tanto slargata, sfilacciata e dilatata da non potersi neanche riguardare) che così tendono a omologarsi in un appiattimento disastroso; fanghiglia di fastidiosi malanni da costringere alla resa anche la mente più sveglia o l’attenzione più tenace. Colpita così, per inevitabile sollievo momentaneo, che ogni giorno siamo tentati di scaricare il cumulo delle notizie e dei problemi assunti o ricevuti, se vogliamo salvarci e non naufragare nell’impazzimento.

E infatti, per ricollegarmi al già detto, il quadro dei quattro accadimenti disegnati all’inizio, conduce a problemi di fondo di assoluta rilevanza; che, se non trascelti in evidenza e ben identificati, tenderebbero a essere sopravanzati nei prossimi giorni da altri, restando così insoluti, decapitati o rimandati nonostante l’urgenza.

Ho l’impressione, e mi riferisco intanto al primo, che il quadro generale prospettato dalla Giunta in questo momento non sia edificante. Ho anche l’impressione, appaiando tutto genericamente con quanto ci arriva ad esempio da Brescia, come spettacolo di disgustosa italica litigiosità amministrativa, diventi una norma allargata di preoccupante omologazione. Ci si azzanna spendendo tempo e fatica, mentre il cittadino non riesce nemmeno a identificare bene gli schieramenti e le ragioni del contendere; ma rendendosi ben conto delle necessità urgenti della situazione, che vorrebbe essere affrontata almeno con l’impegno della tempestività. Abbiamo, insomma, problemi drammatici che non tollerano più la litigiosità politica, frenetica provinciale, retrodatata culturalmente, che ha contrassegnato per cento anni le piaghe della nostra politica e di cui la città di Bologna sembrava immune. Offende, come conseguenza, assistere alla rissa non solo fra gruppi contrapposti ma fra gruppi familiari, spettacolo deprimente quanto una zuffa fra parenti sul corpo di uno zio ricco moribondo.

Posso esprimere cosa ha inteso, leggendo i giornali, un normale cittadino come il sottoscritto sul fatto scabroso che ha per protagonista iniziale l’assessore Moruzzi? Che questo assessore impegnato in un campo di problemi assillanti e assolutamente non ancora bene decifrati e disposti dalla quasi totalità del personale politico, proponesse almeno con chiarezza, e finalmente, un atteggiamento pratico, vale a dire di cose da fare, che serviva a concludere oggettivamente qualcosa; a dare principio a una fine. Soluzione locale, magari momentanea e certamente parziale, al caos assoluto in atto oggi in Italia. Il Paese, si ricordi bene, protagonista in questi ultimi tempi di un incivile vergognoso vile mancamento di parola verso i profughi albanesi, gli ultimi disperati nello stadio di Bari, a cui fu data una parola d’onore per farli uscire, subito rimangiata ventiquattro ore dopo. Allora rendiamoci conto che gli immigrati, da ogni parte, hanno imparato bene che si trovano nel paese di Pulcinella; un paese in cui ciò che è promesso oggi viene disdetto dopo un’ora; dove la legge è subito non attenuata ma capovolta da una amnistia; dove solo se gridi più forte ottieni ciò che chiedi; mentre se chiedi per diritto hai solo promesse e convegni e dibattiti e statistiche e sommarie affrettate elargizioni; ossa per cani. Nessuno di loro si è ancora trovato di fronte alla severità di una legge che sia giusta e attenta; che conceda subito ciò che deve e punisca senza intralci l’abuso, la prepotenza, la violenza, la delinquenza; comunque ogni sopraffazione. Se la concessione in qualche modo non viene strappata, si è certi che per le vie normali poco si ottiene; o niente. Il sentimentalismo genericamente terzomondista di certe frange della sinistra è ancorato a un’astrattezza diabolica, che non tiene in nessun conto la drammatica realtà dei giorni presenti; e cosi torna a giuocare con le fantasie (non dico affatto con le utopie, che sono di altro peso e valore), come il micetto grazioso, tutto amabile da osservare, che fra le zampette si ribatte una bomba a mano. Basta guardare quello che succede in questi giorni in Germania; ed è appena l’inizio di una terrificante trafila ancora tutta da venire. La fermezza sulle decisioni prese, la compattezza su queste decisioni; la certezza che le decisioni non saranno cancellate un’ora dopo; la consapevolezza che gli apparati politico-amministrativi hanno almeno chiare le immediate soluzioni; darebbe anche agli immigrati la convinzione di avere di fronte un interlocutore preciso e affidabile e li costringerebbe ad avere una sospettosa fiducia, senza la quale ogni rapporto fra istituzioni e cittadini è improponibile. Questa gente ha drammatici problemi di fondo che una società civile non può rifiutarsi di risolvere; per fare questo occorre una convinzione precisa e una volontà politica precisa almeno sulla sostanza di questi essenziali problemi. Oppure li affronteremo sempre concedendo di volta in volta qualcosa dietro l’interessato ed esasperato vociare degli utenti; transitori contentini che costano molto e non risolvono niente? Non è forse il momento per cercare di mettere un poco di utile ordine con beneficio, soprattutto, degli aventi diritto? O invece si continuerà con la solfa della demagogia, intrisa di un sentimentalismo che appassiona ogni utile e difficile soluzione?

Vedo che mi sono masticato lo spazio. E spendo solo due parole, come so, sul Bologna calcio, rimandando il riferimento agli altri due problemi alla prossima settimana. Il Bologna calcio, uno specchio che riflette parte della Bologna attuale. Denari che corrono, parole che volano, piccole o grandi presunzioni, piccole o grandi arroganze, approssimazioni, risultati cavati coi denti e di misero conforto. Ma il calcio in Italia, come spettacolo in sé, è opinione di serie persone che oggi sia misera cosa, e io condivido la convinzione. Ed è, nel particolare, cosa deludente anche sotto le torri, perché è sempre più fatto di facciata a livello dei padroni e sempre più deludente per il giuoco improvvisato, o incerto. Litigano i padroni, qua a Bologna, su cavilli che devono sorprendere anche un bambino. Ma come? Vi accorgete ora e prima non avevate letto? Proprio il giorno di pagare e dopo che nel corso delle trattative avevate coinvolto luminari del foro e dell’economia a chiarire, delucidare, completare, sottilizzare, specificare, derubricare? Corioni, che ha sempre avuto non buona stampa da noi, e che è certamente persona abile e attenta, ha buon giuoco a sostenere la propria sorpresa.

Prima di Corioni il Bologna calcio era come un piccione schiacciato, il dopo Corioni non mi sembra indichi una strada di grande novità, a parte i miliardi più volte sbandierati; troppe volte sbandierati. Nell’insieme, si ha tutt’ora l’impressione di un guazzabuglio, come se si trattasse di una squadra di provincia, manipolata solo per la facciata. Il tempo serio di Dall’Ara e dello squadrone che travolgeva l’Inter vincendo il campionato è lontano come il sole. Forse, ma è solo un mio parere, come la serie A dalla squadretta attuale. Che assomiglia ai motori della Ferrari; una volta vanno e tre volte saltano, facendo fumo. I giornali di qua, poi, a noi profani, più che piccole impressioni critiche nulla ci spiegano; mentre ha gridato Detari, giocatore mercenario del Bologna, in data 4 ottobre 1991: «I nuovi padroni sanno solo chiacchierare».

 

(Nella foto: Mauro Moruzzi).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 181, 11 ottobre 1991.

 

 

 

 

Lunedì, 13 Maggio 2013 10:03

Il rock non è un assassino

C’è bagarre intorno al rock, in questi giorni, su fogli di giornali e di riviste. Un punto di riferimento per il ribollire della questione può essere trovato nella pubblica affermazione di Sting (dopotutto non troppo sorprendente) che la musica rock è soltanto nullità reazionaria. Qua da noi, ulteriore spinta è stata data dal doloroso incidente accaduto al recente concerto dei Litfiba con la morte di un giovane e il ferimento di un altro travolti da un treno, perchè seguivano il concerto da un terrapieno accanto ai binari, fuori dallo spazio ufficiale. Un critico di musica seria, su un giornale importante per la diffusione, ha scritto che impasto di ovvietà e grossolanità connota il rock, aggiungendo come caratteristica del rock la sua mescolanza di banalità e brutalità; di essere un prodotto da encefalogramma piatto; e che non avendo un linguaggio ma solo effetti esteriori, richiede e insieme se lo fabbrica un pubblico dalle facoltà percettive infinitamente rozze. Tutto ciò, insieme all’invasamento dei divi strapagati, che scarichi di estro scoprono adesso Monteverdi o Mahler per riciclarsi in vista dell’imminente vecchiaia, non sembra dopotutto – ripeto – troppo sorprendente. Nessuna carità intellettuale, nel senso di una attenzione attenta paziente ben informata, ha mai accompagnato la cultura ufficiale (quella, per intenderci, che ha stravinto in questi anni e che oggi mena sferzate violente o irridenti a qualsiasi cane non accetti di stare serrato nel branco) nella indagine dei centri di partecipazione e di aggregazione, e delle problematiche laceranti e spesso disperate ma anche straordinariamente protese alle risposte e alla comunicazione con gli altri, del mondo esistenziale e culturale giovanile.

Così che assistiamo al quotidiano massacro di ogni loro manifestazione, da parte di soloni opulenti e plaudenti. Non intendo, in questa sede, allargare il dibattito così sommario in corso; vorrei invece restringerlo alla situazione bolognese, facendo un rapido consuntivo con l’aiuto di Gaetano Curreri del gruppo degli Stadio. Prima però aggiungo che è stato un preciso utilissimo schiaffo, quello elargito da Red Ronnie nell’intervista di venerdì 27 settembre alla Stampa di Torino: «Non sono, né mi sento, un personaggio; o meglio, sono un personaggio per quelli che non contano, per i giovani. Non contano neppure in televisione, i giovani. E c’è un motivo: sono un pubblico attivo, che sceglie. Escono, vanno ai concerti, in discoteca, alle mostre. Non è facile catturarli. È più semplice rivolgersi a chi, per necessità o per pigrizia, non ha alternativa allo stare in casa a guardare qualsiasi programma… E per me Woodstock rimane una data storica: è stato l’unico momento in cui i ragazzi contarono davvero. Il potere degli adulti era stato preso in contropiede, non sapeva come reagire. Woodstock fu il trionfo ma anche l’inizio della fine; proprio in quei giorni le autorità lasciarono circolare liberamente gli acidi, e capirono che il sistema giusto per riportare i ragazzi nei ranghi era lasciare che s’imbottissero di droga».

Ecco; ma queste campane non risuonano nelle addomesticate scritture ufficiali.

Ma parlo con Curreri, degli Stadio, che hanno da alcuni giorni messo in circolazione il loro nuovo Lp intitolato Siamo tutti elefanti inventati. «Vediamo di rapportarci in breve, nel dettaglio della vostra attività, al nucleo di questa attuale polemica; così acre, insistita e fastidiosa ma il cui obiettivo è facilmente, direi platealmente, identificabile: la trasgressione giovanile. Per cominciare, può interessare che tu proponga un diagramma della vostra attività, senza divergere dal rapporto diretto con Bologna, dato che siete un gruppo bolognese». Risponde Curreri che loro nascono nel 1981 e in quell’epoca i gruppi non erano fenomeni musicali di moda, mentre era in atto un grande momento della canzone d’autore, che faceva mercato discografico e d’opinione. A Bologna c’era una situazione, o una fase, nella quale continuavano a nascere gruppi, dai quali sono poi usciti personaggi che hanno fatto la loro fortuna come solisti. Per esempio Luca Carboni, venuto fuori da un gruppo che si chiamava «Teobaldi Rock». Erano gruppi molto naïf, che vivevano una realtà esclusivamente da cantina, perché nel frattempo gli spazi nei quali fino a qualche anno prima si poteva fare musica, vedi discoteche e sale da ballo, non permettevano più le esibizioni live ma soltanto i disc-jockey facevano musica. Questa mancanza di spazi che per la nostra generazione avevano rappresentato autentiche palestre dove iniziare la nostra attività professionale, creava questo fenomeno delle cantine come era stato negli anni ’50 per la musica jazz. «Noi cominciamo come gruppo che accompagna Dalla, per la tournée di Banana Republic, e della formazione originale rimaniamo oggi Giovanni Pezzoli ed io. Insieme a Dalla cominciamo un certi tipo di discorso che prevede uno spostamento degli equilibri discografici, che fino a quel momento erano stati appoggiati su Roma e Milano. In quegli anni, con il nostro primo disco Stadio nasce una realtà che si rivelerà molto importante, la Fonoprint, che fino a quel tempo aveva fatto solo piccole produzioni discografiche e che con il nostro disco comincia sul serio una attività che la farà diventare una delle prime sale di incisione italiane; tanto che dopo i risultati tecnici del nostro disco anche Dalla decide di realizzare i suoi dischi qui a Bologna. La creazione di questa struttura, la sua affermazione e il suo conseguente ampliamento, crea intorno ad essa un gruppo di persone e di personaggi molto capaci; e la possibilità di realizzare un genere di produzione discografica che si affermerà non solo in Italia ma nel mondo. Con esperienze come quella di Malavasi, arrangiatore con dischi ai primi posti in classifica negli Stati Uniti, oppure come quella di Celso Valli, anche lui arrangiatore, che ottiene grandissimo successo. Contemporaneamente a noi nascono altri gruppi con la nostra stessa storia, tipo i Delux, che erano stati il gruppo di Claudio Lolli, o la Steve RogersBand che era il gruppo di Vasco Rossi. Accanto a questa realtà c’è tutta una situazione cantinara, cioè che opera nelle cantine già dagli anni ’70. Un gruppo che allora meritava grandissima attenzione era quello dei Lutichroma, dove suonava anche Tullio Ferro. Il gruppo ha fatto, credo, un disco solo; ma Tullio Ferro diventerà poi l’autore delle canzoni più importanti di Vasco Rossi; e poi, anche cantando, è autore quest’anno di un disco bellissimo: Nodo d’acqua. Come ho detto, il posto privilegiato per realizzare i dischi era la Fonoprint, ma insieme a lei nascono altri studi discografici, che fanno di Bologna il terzo centro della musica italiana, con caratteristiche però diverse rispetto a Roma e a Milano. Qui a Bologna il fare musica è più un lavoro artigianale rispetto ai ritmi da catena di montaggio che si vivono a Roma e a Milano. Dal secondo nostro album comincia a collaborare con noi in maniera determinante Luca Carboni, che scrive quattro testi, lui che proveniva dalla realtà cantinara dei Teobaldi Rock. Luca contamina le nostre canzoni con una realtà a noi sconosciuta. Dopo l’album La faccia delle donne c’è la nostra prima apparizione a San Remo, dove andiamo con una canzone un po’ furbina che non rispecchia la nostra vera storia… Nasce anche in questo periodo una grande collaborazione con il regista attore Carlo Verdone e con il suo modo di fare cinema, che così bene si adatta al nostro modo di pensare e scrivere musica. Dopo quell’album arriva il primo momento di riflessione e nasce l’idea di volere qualificare il nostro prodotto o comunque di dare un indirizzo che non sia disordinato alle nostre canzoni. E qui nasce Chiedi chi erano i Beatles che è forse la nostra canzone manifesto; e a questo punto avviene la prima divisione all’interno del gruppo, fra chi voleva il disimpegno verso un facile rock e chi voleva percorrere strade nuove che si muovono sull’esperienza della grande canzone d’autore…» (devo purtroppo restringere il discorso che si svolge interessante. Gli ho chiesto a un certo punto di ricordarmi qualche gruppo bolognese che in questi ultimi dieci anni ha operato nella direzione del rock e altri che si sono mossi nella direzione del pop). «Del rock puro, quasi primitivo, direi gli Skiantos, con quella demenzialità tipica dei loro testi e con la loro cultura rollingstoniana che fa da base musicale alle geniali e avanguardistiche elucubrazioni di Frek Antoni. Anche la Steve Rogers Band in altra maniera è stata grande espressione del rock, forse in stile più americano e più legata alla tecnica stilistica vera e propria; con un sacco di proseliti che in questi anni stanno popolando la scena musicale, come ad esempio Ligabue, che rappresenta questa nuova specie di rock padano, che continua a fiorire ancora in molte cantine. Per i gruppi pop, invece, devo dire che uno dei più rappresentativi forse siamo proprio noi, gli Stadio. Il fatto che siamo venuti fuori da questa risultante, che è la tradizione della canzone d’autore e da un passato musicale che ci lega al rock della prima ora, ci ha dato la possibilità di essere nella direzione di una vera e propria musica pop. Ma anche il rock che viene considerato più canonico non ha potuto non risentire della grande esperienza della canzone d’autore. Guardiamo ad esempio i Litfiba. Il rock nelle nuove generazioni ha sostituito il vuoto lasciato da certe ideologie della “sinistra” ed è per questo che il significato dei testi è diventato più importante anche di certi stilemi che ormai non sono così significativi; dato che i testi danno l’idea di chi sei ed i come ti poni davanti alle cose».

…Con Curreri abbiamo detto tante più cose e io ho ricevuto altre notizie in dettaglio, che qua non ho potuto trascrivere, con rammarico. Ma ho avuto la conferma che il mondo dei suoni leggeri è di gran lunga più solido, in idee, programmi, valutazioni e risultati, di quanto possa immaginare la cultura ufficiale. Che parla (o scrive) di cultura giovanile e dei problemi dei giovani soltanto per dare aria alla bocca. Non sempre, è vero; ma il più delle volte.

 

(Nella foto: Sting).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 180, 4 ottobre 1991.

 

 

 

 

Venerdì, 10 Maggio 2013 12:24

Losanghe bianche su sfondo rosa

C’è in giro un fermentare di parole, come uva appena raccolta nei tini. Spesso è una retorica verbosa e inconcludente, perfino arrogante, che toglie il respiro o la voglia di continuare ad ascoltare. Mi metto fra i cittadini che a questo proposito hanno raggiunto il colmo della sopportazione. Aggiungerei: dell’esasperazione. Vogliamo riappuntare in fretta qualcosa, per ricordarci a che punto siano? Si può fare subito. Un vice primo ministro di casa nostra, inoltre ministro della Giustizia, è tranquillo ad affermare che oggi, settembre 1991, noi politici non avevamo valutato bene fino in fondo il fiato di pericolosità della situazione in Sicilia.

Oggi, 10 settembre sempre di quest’anno non troppo lieto dopo le rapide e forse troppo fragili illusioni, un quotidiano importante, ma tanti altri lo seguono, intitola in prima pagina con particolare evidenza: “Emergenza a Milano. Mafia padrona. Il racket scheda i commercianti”, delucidando nel contesto: “nella notte qualcuno aveva sparato nove colpi di pistola contro un commissariato, quello di Scala Romana; forse un’intimidazione contro la decisione delle forze di polizia di presidiare la città con sette camper, trasformati in uffici mobili… Eppure il peggio, ammonisce il capo della polizia Parisi, non è ancora venuto… La caduta delle frontiere farà dell’Italia il ricettacolo di tutti i malviventi d’Europa. Tra due anni la situazione diventerà tragica. Si può ipotizzare che tra milioni di persone la feccia possa finire in Italia”. Questo dice, anzi afferma in lettere chiare, non un semplice funzionario ma la più alta autorità di polizia del nostro disastrato paese – che ha un panno di buona lana raccattato per via a coprirsi il corpo nudo. Ma voglio battere il chiodo riferendomi a un altro quotidiano nazionale che intitola: “Criminalità a Milano, allarme rosso… Il racket ha in mano la città”. Si badi bene, la città di Milano non il paese di Platì, non la tragica e gelida Palermo. E nel contesto del resoconto leggiamo questa perla esemplare: “Il sindaco Pillitteri non si è stupito per l’allarme di Scotti. È anche colpa nostra, ha detto; dei partiti cui probabilmente è sfuggita di mano la città”. Sì, abbiamo letto e trascritto esattamente: la capitale morale d’Italia, Milano non dalle cento torri ma dalle cento banche, è sfuggita di mano ai partiti intenti a contendersi verbosamente la carota del potere, ed è stata conquistata dal racket. Ma un bellumore autorevole del luogo lombardo, quasi a dare una ennesima conferma della genericità riflessiva che accompagna troppi personaggi ha commentato: non è mafia (all’italiana) ma delinquenza (all’americana). Un malanno importante come solo può competere a Milano; non una cosa risaputa e vecchia come i malanni noiosi di Palermo. Come si vede, un mercato assatanato e inconcludente di parole.

Adesso leggiamo in una diversa direzione, tanto da sembrare anomala nel nostro contesto, “La voce del Popolo” (titolo che farà ridere o almeno sorridere tante anime belle appena riciclate) di sabato 31 agosto. Il quotidiano è pubblicato a Fiume (il primo numero è uscito nell’ottobre del 1944, promosso dal Comitato cittadino popolare di liberazione di Fiume. Con il suo nome la testata si ricollega alla tradizione giornalistica fiumana, che aveva registrato nel 1885 la nascita del giornale italiano “La Voce del Popolo”) e questo numero recava una colonna di fondo intitolata “Quella estate tremenda” a firma di Ezio Mestrovich, che vorrei poter riportare per intero, sapendo che c’è una parte di bolognesi che ha cuore e cervello e memoria e attenzione per capire. Mi provo almeno ad assemblare: “La ricorderemo come una delle più stranite estati della nostra vita. Sotto il medesimo sole di agosto si moriva in Baranja e ci si abbronzava sulle spiagge istriane, i missili di un’Armata schizofrenica colpivano ospedali e chiese, la rappresentativa jugoslava di pallanuoto vinceva gli europei di Atene… Mentre declinava la stagione, concreto e astratto sembravano poter ancora convivere… Si viveva in un’incredibile dimensione in cui coesistevano pace e guerra, diversi poteri l’un l’altro escludenti, esecrabili massacri e fascinose vacanze crepuscolari… In quell’angolo di continente chiamato Balcani si conservava un assurdo semifreddo, un’incredibile via di mezzo. Che però minacciava ogni momento di far precipitare tutto e tutti dall’una nell’altra metà della realtà jugoslava, dai gelati sul lungomare agli orrori della guerra. Dopo di che non sarebbero stati in tanti a ricordare… Giorno dopo giorno, morto su morto, località a località, si scivola ineluttabilmente verso un punto di non ritorno, dopo il quale non potranno più esserci né gelati né bagni, ma sarà guerra ovunque e per chiunque, senza spazi per nessuna neutralità”.

Cosa c’entrano questi tragici riporti con la Bologna del crescentone? Con la Bologna del festival Pds in cui convengono le illustri firme a ragguagliarci sul prossimo futuro? Con Bologna che Sogna? Con la Bologna del già inguaiato Maifredi? C’entrano eccome, perché di questi spari sentiamo ormai l’eco portata dal vento. Sono lì, appena fuori la porta di casa e noi, credo, non possiamo più stringerci dentro a generiche attenzioni. Siamo tutti in un mare di guai, di cui non si vede la spiaggia. Però sembra che l’intera società sia, nella sostanza profonda, come congelata in una sorta di paurosa indifferenza (o rimozione). Si corre in Russia adesso, si corre in Cina, in Irak, si corre dovunque, purché si possa mercanteggiare, non importa come, non importa con chi. Si vende tutto e per buona pesa si butta sul piatto anche la propria memoria storica, il grido dei morti, la fatica di generazioni. Si accetta con fradicio entusiasmo il dettato dei vincitori, che stabiliscono presente e futuro per sempre. E tendono ad abituarci a lappare i buoni gelati industriali mentre seduti al caffè guardiamo in tivù il massacro alle porte di casa.

L’occasione di questa mia scrittura, con svariate trascrizione, è dettata dalla preoccupazione di vedere emergere troppe affrettate o interessate rimozioni, in questi giorni, di fronte non alle cose che accadono (perché ce le mostrano tutte, di sotto e di sopra, perfino nei dettagli con ignobile indifferenza) ma alla sostanza profonda ossessiva lacerante delle cose che accadono. Che richiederebbero non la nostra affrettata attenzione di spettatori sbadati ma la nostra partecipazione diretta, come partecipazione di nuovo politica, per impedire questo progressivo disastro del mondo; che può diventare anche disastro quotidiano di casa nostra; e in casa nostra. Non vorrei, e lo temo, svegliarmi a Bologna come alcuni giorni fa si sono svegliati a Milano; con le grandi meraviglie per una situazione dentro fino al collo al degrado. Perché l’Italia di questi giorni non è bella.

Per questo, dico, rifiutiamo di riempirci la bocca di parole desunte dall’ultimo convegno o dall’ultima esternazione di ministri. Non è più il tempo neppure per le ironie ottocentesche e papaline dell’intramontabile presidente del Consiglio; ma di riprendere in mano con convinzione e decisione il nostro destino di uomini civili e sociali per gli anni che vengono. Fuoriuscendo da questa situazione di vergogna generalizzata, rimettendo in giuoco coraggio morale e partecipazione attenta (che è dono, per fortuna, di tanti).

 

P.S. La ragione del titolo? L’ho ricavato da questo giornale, che dava notizia dei lavori progettati per togliere il crescentone e appiattire Piazza Maggiore, con un acciottolato così ben disposto. È certamente cosa buona spendere per il nostro abito della domenica, non prima però d’aver speso negli altri sei giorni il giusto e il dovuto per le necessità urgenti e reali della vita. Altrimenti il belletto copre soltanto i malanni di un corpo – o la avara indifferenza di un cuore.

 

(Nella foto: Un particolare del “crescentone”).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 178, 20 settembre 1991.

 

 

 

Giovedì, 09 Maggio 2013 15:07

La Casa del Pioppeto

Grano, pioppi poi canapa. La casa del pioppeto. E lì – non racconto storie, perché le parole non si buttano via come polvere al vento – ho abitato anch’io, da giovane, in tanti lunghi mesi d’estate. Nella solitudine della pianura che sembrava senza confine e io ci stavo dentro intenerito dai fantasmi. Dirò come, in seguito.

Dietro c’era un laghetto con le carpe gialle; trecento metri a destra un macero con i pesci gatto neri neri e dalla pancia bianca; e la canapa, quando era stagione.

Che cos’era la canapa! La signora canapa. La foresta verde contro cui annegavano le nubi. Un macello per i poveri mezzadri, per i braccianti, a lavorarla a mollo nell’acqua fetida del macero sempre più scuro; ma per me, carogna nell’adolescenza, un mare di canapa alta agile odorosa come una ragazza in fiore, mentre le foglie maturavano, diventando un poco ispide come le foglie della menta. Si muoveva adagio adagio scossa un poco dall’aria infuocata come una bandiera dopo un combattimento vittorioso.

Che spazi c’erano allora e che solitudine senza paura ma vigorosa; e in attesa di qualche avventura persisteva, promettendo grandi cose. Quali?

Noi sì, che adesso siamo vecchi, almeno per sorte abbiamo conosciuto cos’è il silenzio; il vero silenzio della campagna che vuol dormire o che vuole ascoltare il mare lontano o vuole parlare al cuore della terra con misteriose parole. Possiamo dirlo: questo silenzio l’abbiamo ascoltato ma non possiamo raccontarlo; lo possiamo solo vedere, rivedere e basta. Rivederlo con gli occhi, le orecchie sole non bastano. È il silenzio. Se ne è andato, ci aspetta.

E non è nemmeno giusto dire che se ne era semplicemente andato; meglio confermare che se ne è andato sconfitto, travolto stravolto fucilato impiccato dagli uomini imprevidenti e violenti fra il rimbombo di una guerra mondiale che distribuiva solo macerie. Così oggi è scomparso come le tribù dell’Amazzonia libere nei secoli dentro le foreste e poi annichilite distrutte dall’uomo bianco, ragno divoratore.

Il silenzio, dicevo. Ma scomparsa anche la canapa che per secoli e secoli era stata l’ombrello verdissimo della nostra pianura; ragione, dentro al faticoso lavoro, di vita o anche solo di sopravvivenza.

Dietro la casa, il lago. Si svuotava una volta all’anno, nel mese di giugno. Il livello dell’acqua si abbassava adagio e tutti i pesci guizzando restavano adagiati sulla mota; li raccoglievano con le mani. Anguille, non grandi, ma soprattutto carpe impigrite e indifferenti per un’opulenza di vita senza fatica. Di carne bianchissima, le detestavo per via del labirinto di sottilissime resche che si stendeva dentro a quella palla di neve. Si mangiavano carpe, pesci gatti e le piccole anguille per più di un mese; in gola, fino all’uva di settembre – soprattutto uva fragola di settembre o la lionza zuccherina e bionda – restava il sapore morbidiccio della fanghiglia.

Ma non voglio esagerare nel disporre i truccioli dei miei privati ricordi, che dati solo come un monologare davanti al fuoco di stecchi. Stecchi di canapa, appunto, canapa macerata e poi gramolata.

Intorno alla casa del pioppeto persisteva sempre il fervore della vita di uomini donne vecchi e vecchiette astute e impavide a suscitare continue meraviglie dentro al buio schiarante dei sentimenti e dei pensieri.

Ritornano vivi, se appena li ricordo, li chiamo per nome, li tocco sulla spalla, li faccio voltare. Celso, per primo.

Il suo viso è di bronzo come i vasi cavati dalle tombe. Dicono che Celso è avido, spietato ma io l’ho visto piangere una sera all’urlo di un bambino trafitto dalla vespa. Dicono che di notte cammina per la cavedagna e si getta nell’orto a rubare i meloni ormai gialli, e che all’alba spaventa gli storni con la sua voce secca: “Un ladro è venuto, il figlio di puttana ha rubato meloni pomidori e l’orto ha devastato”. Ma anche chi ha visto, disegnato sotto la luna, il suo corpo inchinarsi fra i tralicci dell’orto, sa che a Celso si deve perdonare. Bisogna perdonare. Nelle sere d’estate sedeva sull’erba, immobile, a guardare il cielo. Diceva: “Sono disgraziato” e nella voce tremava una terribile malinconia. Diceva anche: “Sono vecchio, morirò quando la terra grida al passo di lupo dell’inverno. All’inverno non voglio morire, solo come un agnello nella stalla”. Era un vecchio per racconti di mare, aveva occhi neri grandi da pirata, la sua pelle era secca per le ingiurie patite. Diceva anche: “Chi mi amava, un tempo, ora è partita” e sembrava che ascoltasse un prossimo uragano.

L’Ersilia, per seconda; e la sua vita è come un lungo racconto d’inverno, fra il fieno della stalla. Si poteva dire così: l’Ersilia è morta. Il sale della terra che consuma queste poche ossa si rivolge in calore alla pianta che tremola vicino, così la vita della donna faticata con lungo dolore ricresce in forza e in tenera ebbrezza intorno a un fiore. Sempre credendo a un cielo che l’offese fu serva ma anche padrona del suo uomo crudele, si mortificò, pianse – soffrendo i lampi della vita passata in una palude di fango: il battere di un ramo sopra l’acqua del macero, i baffi gialli di Celso che bruciavano sopra la pipa, e il suo dialetto incredibile. Non poté figliare come la capra che addenta i tralci immersa nella vigna e avventandosi per paura sfascia i tralicci di canne. Lei consumò in silenzio i giorni. Nessun galante l’invitò a ballare, nessuno prese l’ascia per crescere la casa, nessuno rivoltò per lei una brace d’amore. Poi venne Celso. Gli inverni le ferirono il cuore con un diamante di gelo piegandole la pelle. Morì al lume della lampada acetilene e la guardava ansimare un medico ottuagenario, che scuoteva la testa incombendo sul seno di legno. Un colpo sulla cervice e fu cenera bianca, creatura umana subito dimenticata e mai più compianta.

La cavalla Baiesa per terza. Due volte al mese Varisto dalle larghe mani piene di nodi duri, la bardava e con il calesse e un sacco di grano puntava adagio adagio, nel pieno pomeriggio, verso il mulino. La polvere della strada era alta almeno due dita bastava niente per farla sollevare e disperderla come un palloncino. Sembrava farina soffiata via. La Baiesa aveva una pazienza indiana, un passo dietro l’altro, con la testa bassa che annusava la strada quasi a cercare le orme. Gli anni non si sapevano, ma Varisto dalle larghe mani sosteneva che ne aveva più di venti, era sicuro. Anch’io accompagnavo volentieri quel viaggio, perché mi era concesso di sostenere le redini e mi sentivo forte felice. È la rassegnata pazienza della cavalla vecchissima, che mi fa riandare a quelle sottili emozioni, che ritrovo. Essa sapeva fin dove doveva e poteva andare, e al fine adeguava le forze. Le ultime forze.

Ma anche i vecchi soldati muoiono. E la Baiesa morì all’inverno, dentro un letto di paglia appena rinnovato, mentre intorno la campagna emiliana era bianca di una neve appena caduta. Buone mani la seppellirono in una buca, così com’era, vicino all’albero di noci, pochi metri dopo la cavedagna. Adesso ti dico addio per allora, Baiesa, cavalla da trotto e da galoppo e chissà come eri splendida e vivace nella piena giovinezza; signora delle strade impolverate e dei piccoli mulini di campagna, sempre in moto, mentre le nuvole si arrestavano in cielo per guardarti arrivare. La vita, in quegli anni, era fatta di minutissime meraviglie, per i ragazzini.

Varisto, l’ho detto, per quarto. Mani dure e nodose, da ramo di albero di montagna contro cui di notte il cinghiale striscia per grattarsi la groppa. Era fattore, inoltre allenava cavalli trottatori per le corse dell’Arcoveggio. Cominciava alla mattina molto presto, quando ancora la guazza era sull’erba e il fiato dei cavalli pareva nebbia fina. Fra questi, servito davvero come un principe, Peter Fellow. Lo cavo fuori dal sonno della memoria. Tonfi di secchie buttate nel pozzo in un mattino bagnato di guazza, e in cielo un volo di storni impazza. Peter trotta sulla pista, è solo. Venuto dalle praterie d’America, chiaro di pelo con la fronte bianca, rigira i grandi occhi in cui trema fra nubi e sole, furore nostalgia. Sogna il profumo di quelle erbe alte e lontane, su cui appena ieri correva. Qui invece la terra di castelli abbandonati, di città con le mura antiche distrutte al margine dei canali; e nei viali ancora alberati, al fischio di un uomo in un campo, si alza il muso del sole.

Varisto adesso è coperto dall’ombra; a molti ragazzi insegnò i nomi degli astri, il percorso delle stelle, a riconoscere i fuochi fatui, a non temere i morti; indicò la naturale semplicità degli amori silenziosi fra le pecore e i montoni. Ora ha le ossa perdute in un solco e ascolta i bisbigli delle acque. La sua voce profonda a volte cantava sull’aia deserta sfiorata dal vento; o rovesciando un quartino ormai scolato con un bacio invitava le spose sopra il fieno seccato. Sempre si udiva il suo canto fra le rose della notte perdersi per chilometri sul fiume.

La vita dentro e intorno o vicino alla casa del pioppeto non era un segreto ma un fulgore di vita, il sangue della vita. Nel silenzio dei campi il cielo sembrava appannarsi al fiato di un bambino. Buoi lenti arano la terra, le albe nascono sempre dalla nebbia e a notte si ascoltano le voci degli uccelli migratori che scendono verso le lagune. Arde nel camino un fuoco d’altri tempi, cadono si spezzano i pensieri. Ogni cuore si caricava di tanti sentimenti al rumore del vento sulla casa, sul fango della strada, sui sentieri, tra le siepi, sull’erba rada colma di piccole lumache desolate. Le foglie scendevano in un soffio nude dall’aria ed erano subito calpestate.

Quella gente che amavo oggi è dispersa.

Li strappò una raffica, l’infranse contro i muri e a molti sbriciolò la bella vanità ridente. La terra era diventata un covone in mezzo al campo azzannato dal fuoco, col tridente conficcato nel mezzo per un giuoco terribile. Quando l’incendio fu smorzato, Luca inseguiva il sole con le mani; Dante, in un agguato, storto sfigurato al lume delle torce; Rizzi, Marcello sotterrati in lontane pianure. Pochi trovarono angosciati il sentiero della casa fra i pioppi bolognesi per raccontarsi gli anni seduti sulla ghiaia.

E Peter razziato sparì simile all’uccello invernale lasciando orme sui prati di neve…

Poi c’è ancora la storia, l’arco di vita, di Mara, di Celeste, di Rachele del pianto. Un’altra volta, forse; la casa fra i pioppi è ancora lì, vuota ma palpitante, che aspetta voci. Le voci. Ha ancora pazienza. Ha tempo per aspettare.