Super User

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NON riesco a far stare dentro un articolo l’affetto che ho provato e provo per Roberto Roversi. Chiunque lo ha conosciuto, credo, ha provato la mia stessa sensazione. Che era impossibile restituirgli tutto quello che lui ti regalava. Perciò voglio scriverne oggi, ma anche tra un mese e due e un anno, finché a me e ai lettori piacerà. Perché Roberto mi ha insegnato che la memoria di una persona, di un dolore, di un libro, non è legata a un solo giorno, a una celebrazione, a un rimpianto che sbiadisce. È qualcosa con cui dovrai parlare quotidianamente, qualcosa che insegna e inquieta tutta la vita. Perciò questa è la prima puntata del mio ricordo di Roberto Roversi. Da dove comincio? Da una mia ferita. Non lo vedevo da molti mesi, e non me lo perdono. MA PROPRIO due giorni prima che lui se ne andasse, Alberto Rollo della Feltrinelli aveva convinto tutti, in una riunione, a dare il via a un’idea che insieme proponevamo da anni, pubblicare l’opera di Roversi, in un grande volume. E io ero pronto a parlargliene, a dirgli che pensavamo a lui, che avremmo tanto voluto fare quel libro. Non so se Roberto avrebbe accettato. Come tutti sanno aveva del mestiere di scrivere e dell’editoria un’idea fiera e indipendente. Ma sicuramente la notizia gli avrebbe fatto piacere. Quel progetto è ancora lì, Roberto lo meriterebbe. Ma non ho fatto in tempo a dirglielo, e questo è per me un gran dolore. Proverò ora a spiegare perché Roversi non si può chiudere dentro un articolo commemorativo, e perché bisognerà parlarne a lungo. E a lungo discutere dello stile unico, della dolce bizzarria con cui ha attraversato la cultura italiana. In primo luogo perché è stato un Maestro, termine che ormai viene assegnato con sbrigativa superficialità. Ma lui non lo è stato per editto del sovrano, lo è stato sul campo di battaglia, ogni giorno, per me e per tanti scrittori e poeti. I pomeriggi alla Palmaverde, nella penombra del bosco di libri, insieme alla discreta presenza di sua moglie, sono tra i più bei ricordi che mi legano a Bologna. E ogni volta si parlava seriamente, ironicamente, fantasticamente, perché Roberto era una persona allegra, affamata della vita, e gli piaceva scherzare su di sé e sugli altri, anche se le sue arrabbiature incenerivano. Rimando a un prossimo articolo le polemiche. Certamente la storia della chiusura della Palmaverde è uno dei tanti esempi della mediocrità culturale dei nostri amministratori. Ma vorrei dire a Enrico Franceschini, che ha scritto un articolo appassionato, di avere fiducia. Roversi non diventerà un monumento, ma resterà vivo, camminerà ancora la notte sotto i nostri portici. Se consideriamo cultura solo quella sponsorizzata e approvata delle istituzioni, allora non solo Bologna, ma l’Italia intera è all’ultimo posto in Europa. E invece non siamo i peggiori, se per cultura intendiamo tutto ciò che vive, cresce, spasima, sperimenta in mille luoghi nascosti o appena visibili, tutto ciò che è premiato dai lettori e dagli spettatori e non dalle giurie, tutto ciò che gli artisti fanno senza troppo pensare ai riconoscimenti, tutto ciò che fa durare nel tempo le opere importanti e fa evaporare in fretta mode ed eventi, tutto ciò che resiste sfidando lo sfascio delle istituzioni culturali. Vivere nell’agio del riconoscimento è piacevole, lo facciamo in tanti, serenamente o ossessivamente. Ma vivere nella passione artistica, e nei suoi momenti di solitudine e separatezza, è semplicemente necessario, è la prima condizione della creatività, e Roberto in questo è stato un esempio e una sorgente inesauribile. Si misurava con le canzoni, con la cultura dialettale, con il rock, il calcio e i motori, e poi si ritirava nel nascondiglio più amato, il crepuscolo riservato e esclusivo della sua poesia, dei suoi amici libri. Pubblicava in proprio, incitava a scrivere piccoli volumi preziosi, li faceva conoscere, contagiava talenti. Fu lui a dirmi: vai in pubblico a recitare le tue poesie, mi piace come le leggi. Ma aggiunse: però stai attento, la vanità dello scrittore deve essere corta. Per un po’ facciamo pure i galletti, ma poi bisogna ricordarsi di esser seri, imparare a scegliere e a dire di no, con forza. Fu l’unico, quando decisi di non vivere più a Bologna, a arrabbiarsi, a dire parole che mi furono di grande aiuto e sostegno. Ma mi disse anche: sei di queste montagne, adesso che te ne vai non far finta di essere un romano. Nelle prossime puntate delle Avventure di Roversi parlerò del tesoro nascosto nel muro della Palmaverde, di perché non siamo riusciti a comprare il Bologna Calcio, di come i topi scelgano i libri migliori, e non mangino quasi mai quelli brutti. Ma stavolta vorrei parlare di Roversi Grande Impacchettatore. Dalla sua libreria, Roberto spediva volumi in tutto il mondo. Ed era una meraviglia vederlo confezionare i suoi pacchetti, con calma zen, sistemando i libri uno sull’altro, usando una ottima carta e uno spago adatto. Gli brillavano gli occhi quando diceva che i giapponesi erano ammirati e gli scrivevano che neanche in Giappone facevano pacchi così perfetti. E poi prendeva i suoi capolavori pesati e affrancati, e li portava alla posta, e diceva che per lui quello era uno dei momenti più belli della giornata. Anche in quel semplice lavoro, Roberto metteva la sua filosofia. Voleva che fosse chiaro che quel pacchetto era prezioso, era un dono, era qualcosa di speciale che univa la comunità dei lettori. Ci voleva tempo, ci voleva cura, ci voleva attenzione. Come per scrivere e per leggere. I pacchetti di Roversi sono andati in tutto il mondo, e tutto il mondo ha pensato che da qualche parte in Italia, c’era un libraio speciale e unico. Era un grande impacchettatore e incartatore, un maestro di origami alla bolognese. Era un poeta e un grande amico per tutti. Come mi ha scritto un altro maestro, Goffredo Fofi, faceva parte di una generazione di cui abbiamo potuto avere stima, e siamo stati fortunati per questo. Per ricordare Roberto abbiamo tanti modi, ma uno sopra tutti. Cerchiamo di essere degni di lui. Alla prossima puntata.

 

 

 

la Repubblica, 19 settembre 2012.

 

 

 

Indice

 

Introduzione

di Sergio Maccagnani

 

Premessa

di Graziano Campanini

 

Conoscere Roberto Roversi

di Alfredo Taracchini Antonaros

 

ROBERTO ROVERSI

Pieve di Cento

Un nonno di nome Umberto

Pivaza!

La Casa del Pioppeto

La folgore e la rosa. Ferruccio Lamborghini

 

Altri testi

Imola

San Marino di Bentivoglio

San Giovanni in Persiceto

Malalbergo

Teramo

Civitella del Tronto

Il Po è un fiume

 

 

***

Introduzione

 

La profonda amicizia che ha legato Roberto Roversi a Pieve di Cento, per la nostra città ha assunto e assume tuttora molte valenze. Quando in una comunità così unita, da una delle sue famiglie più note esce un poeta e scrittore che assurge, coi suoi testi ed i suoi scritti, ad una notorietà di carattere nazionale, questo diviene un onore da portare nel cuore e nella mente per sempre. Se poi questa persona, dal punto di vista umano e del suo comportamento, si è dimostrata sempre amabile, gentile, affettuosa, schiva, aumenta ancora di più questo suo valore perché l’umanità mostrata e vissuta in tanti anni diventa un modello proponibile a tutti e soprattutto alle giovani generazioni.

Se poi, ancora, la città diventa oggetto di una donazione di tutto l’archivio di lavoro, il rapporto che si ha con Roberto Roversi, poeta e uomo di cultura, non può che diventare estremamente forte e inscindibile.

Il suo materiale, donato agli archivi comunali di Pieve di Cento, ci porta ad essere testimoni e custodi di una ricchezza d’informazioni e notizie che riguardano larga parte della storia della poesia, dagli anni Sessanta del secolo scorso ai primi anni di questo. Dunque, l’impegno che ci assumiamo è non solo di conservare questo archivio secondo le modalità lasciateci da Roberto Roversi, ma di cercare di mantenere vivo nella memoria collettiva il suo lavoro, la sua capacità umana e professionale. È anche per questi motivi che l’Amministrazione Comunale ha pensato di dare alle stampe questo volume che raccoglie una serie di racconti e testi che Roversi ha scritto per Pieve di Cento e per il territorio circostante.

Ci pare un piccolissimo ma doveroso omaggio alla sua figura, un mezzo per far conoscere ai giovani il nome e la storia di questo scrittore, un modo per conservarlo nella nostra identità e memoria collettiva.

Ringrazio quindi la direzione scolastica dell’Istituto Comprensivo per averci concesso di presentare questo volume ai ragazzi delle scuole medie, la casa editrice Pendragon per l’ottimo lavoro svolto, la Coop Adriatica per la collaborazione economica che ci ha permesso di realizzare il volume e la mostra fotografica che l’accompagna in un momento difficile per il Comune, che comincia appena ad uscire dai disagi del terremoto.

Ma il ringraziamento principale va a Roberto Roversi, un amico della città.

 

Sergio Maccagnani

Sindaco del Comune di Pieve di Cento

 

 

Premessa

 

In un luminoso mattino del settembre 1981 arrivò a Pieve di Cento Roberto Roversi; doveva fare un articolo per «L’Espresso» e voleva parlare di Pieve di Cento, città nella quale era vissuto da ragazzo – vi era nato il padre, che dopo la laurea aveva fatto proprio qui il medico condotto – e dove ancora esisteva la grande casa che fu della sua famiglia. Arrivò accompagnato dalla moglie Elena guidando una Mini Minor azzurra.

Io, allora assessore alla cultura, e il sindaco Eugenio Ramponi lo ricevemmo e lo accompagnammo a prendere visione delle opere di carattere culturale a cui stavamo lavorando o che avevamo già realizzato.

Ci sentivamo naturalmente onorati di quella presenza, felici che un poeta che conoscevamo per la sua fama scrivesse di noi su una delle riviste più importanti d’Italia. Gli mostrammo la biblioteca, inaugurata nel ’79, la Pinacoteca, aperta l’anno dopo, la Porta Asìa con il Centro di documentazione sulla lavorazione della canapa, aperta da pochissimi giorni.

Lo portammo in giro per le vie del centro storico dove già si vedevano i lavori che il pubblico e il privato stavano facendo per trasformare la nostra città da “vecchia” ad “antica”.

Eravamo allora impegnati a trasformare l’idea stessa che noi, i nostri cittadini, gli abitanti dei paesi limitrofi avevano di Pieve di Cento. Riscoprendo le sue radici, il suo cuore antico, il suo patrimonio storico-artistico fatto di quadri, statue, palazzi nobiliari, chiese, insomma di tutto il tessuto urbano. La città non sarebbe più stata un luogo di “forti bevitori e ladri campestri”, ma un luogo dalle tradizioni antiche, frequentato nei secoli da artisti, poeti, letterati, che aveva dato una non piccola parte alla storia dell’arte nel cuore dell’Emilia Romagna.

L’articolo poi, confermò l’entusiasmo che eravamo riusciti a trasmettere a Roberto e alla sua appassionata moglie, aiutati in questo anche dalla notevole qualità della cucina della Locanda della Tramvìa, arricchita dai racconti sulle gare di velocità dei piccioni viaggiatori che Giorgio, il proprietario, utilizzava per condire i piatti cucinati dalla moglie.

Pieve, “una piccola Atene emiliana”, così ci definì Roberto. E questo viatico ci ha aiutato, direi ci ha “costretti” a mantenere fede a quel progetto. Così l’amicizia con Roversi si è mantenuta fino alla sua morte, e continua ancora oggi, nel ricordo.

In qualche occasione, che questo libro ben documenta, ha scritto per Pieve, per alcuni libri che man mano venivano pubblicati sul patrimonio artistico e antropologico della città. Per l’inaugurazione della Rocca e del Museo Civico, nel 1994, scrisse Un nonno di nome Umberto, testo per il libro fotografico di Tiziana Bertacci. Quando abbiamo fatto la mostra dedicata all’acquisizione della collezione fotografica di Giovanni Melloni, fotografo pievese dei primi del Novecento, ci regalò un altro testo bellissimo per il catalogo Quattro porte ai quattro venti (1992) – testo e volume oramai entrati nella leggenda pievese.

La Casa del Pioppeto scritto per il volume da me curato Nature d’emozione nel 1997, e così via.

È iniziata così, e proseguita negli anni, una frequentazione fatta di rari ma solidi incontri, alla Libreria Palmaverde o a casa sua, in un dialogo con lui e la moglie dove l’interesse per le vicende della città erano sempre nel suo cuore.

“E come va, alla Pieve?”, “Cosa dicono alla Pieve?”; l’interesse e l’affetto per la città era ricambiato dalla stessa e dall’amministrazione, tant’è vero che Roberto nel 2006 con una sua lettera ha affidato agli archivi del Comune il suo archivio privato di lavoro.

“Signor Sindaco […] sono lieto e in ogni modo onorato che il Comune di Pieve di Cento da lei presieduto e da me amatissimo, abbia dato seguito, accogliendola, alla mia proposta, da lungo tempo determinata, di affidare in donazione il mio archivio privato di lavoro”.

E così la “sua Pieve” è diventata erede di gran parte del suo archivio; è un legato che onora la città e al quale la stessa cercherà, ora e in futuro, di esserne degna.

 

Graziano Campanini

 

 

Conoscere Roberto Roversi

 

Altri diranno che scriveva col lapis e cancellava con la gomma, o con una riga. O che rifiutava di farsi pubblicare, di fare dibattiti, di andare in tivù e di ricevere premi. O che era schivo e che si era costruito un esilio tutto suo, per stare legato, attimo dopo attimo, al mondo. O che i suoi occhi azzurri erano loquaci quanto le sue parole. O che il suo sorriso incantava. Ma ora, qui, vorrei tentare di dire altro. Ad esempio che, per tutta la sua lunga intensa vita, Roberto Roversi è stato giovane. Un giovane autore che ha pensato a come rifare il mondo. Ci ha lasciati, quasi un anno fa, in un tempo di nebbie, lui sempre legato alla convinzione, austera e intransigente, che quello che occorre – se si ha il desiderio urgente di cambiare l’esistenza – è una visione forte e larga del futuro, capace di riconoscere il passato, quel che è successo e quanto ora accade intorno. Una visione capace di leggere la realtà e descrivere, finalmente, il quotidiano, a partire dalle piccole cose (come molte di quelle raccontate in questo piccolo libro), ridando così alla scrittura la capacità di guardare la realtà. E di provare indignazione per l’ingiustizia, per l’umiliazione procurata ai più deboli, e allo stesso tempo, a chi legge, la voglia di cambiare davvero le cose. Per questo lo hanno definito un poeta civile. Perché, sempre, si è interessato più delle cose accadute per le strade e sulle piazze, che di quelle che gli proliferavano dentro il petto. Lui preferiva sentirsi un elaboratore culturale. Uno che, con i suoi testi, evitava di compiere operazioni del tutto private, ma che voleva invece discutere i problemi del suo tempo. Anche per questo ha sempre avvertito certe fughe idilliache della poesia come una pestilenza dell’arte. Robaccia, scorie e sbrodolature estremamente negative da superare, da scartare, da emarginare. L’arte, per lui, è stata impegno e non un nirvana. E neppure un rifugio nel passato. Solo un dovere a comprendere e descrivere la realtà e i problemi del suo tempo, in maniera precisa, sulla carta, con gli strumenti della scrittura e del linguaggio. Ha amato Campanella fin da giovane anche per questo. Sino agli ultimi giorni della sua esperienza, quando era già malato, mai ha dimenticato che la poesia serve solo se sa generare speranze. E se la speranza sa scatenare passione e una visione del mondo più grande della violenza che schiaccia i deboli, gli umili, gli indifesi. Lo ha fatto anche quando aveva avvertito che persino nella sua Emilia, in queste terre in cui era cresciuto e vissuto, ormai si viveva in un tempo arretrato, perché s’era esaurito e smarrito quel senso di comunità, in passato così forte e saldo.

Roversi è stato un poeta etico. Sul senso metafisico della parola “etica” rimando ai sacri testi. La uso qui solo per dire che quest’uomo – che mi è stato maestro ed amico – (pur vivendo in un Paese facile alla corruzione, tarlato dal malaffare, insofferente alle regole, ingiusto nel gestire la giustizia) mai ha dimenticato che ciascuno di noi ha un prezzo. E che è “etico” solo l’impegno – quotidiano, testardo, accanito – a tenere quel prezzo più alto possibile. Fuori mercato, ai limiti dell’inestimabile. Lo dico perché da questa sua convinzione scaturiva, a mio parere, la sua tolleranza, il suo altruismo, la sua indignazione, la sua forza a comprendere le debolezze degli altri, e il facile piegarsi di molti, di fronte al Potere, per diventare servi e solerti. Del resto anche alcuni degli scritti riportati in questo libro gli furono richiesti e commissionati da persone che – nei bagordi e nelle bisbocce del craxismo, del compromesso storico, delle tivù commerciali, tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso – sono poi passati da una barricata all’altra, da una trincea a quella opposta, da un estremismo a quello contrario, conquistando, quasi sempre, prebende, poltrone e comodi benefici. Nella storia questo è sempre accaduto, ma è bene, ogni volta che ciò si ripete, ricordarlo.

Roversi, invece, ha preferito spendere gran parte della sua vita – austera, lucida, giovane, schiva – nelle poche stanze in affitto della sua libreria e della sua casa, nel centro di Bologna, ancorato all’intransigente consapevolezza che solo guardando il quotidiano a partire dalle piccole cose è possibile coltivare lo sdegno (unico rimedio all’indifferenza) e il desiderio urgente di cambiare l’esistenza di ciascuno e i profili del mondo. La parola e la poesia le ha usate per dire solo questo. Sempre attento a quanto accadeva sotto i portici della sua Bologna, ma anche nel Vietnam bombardato, nella Roma delle prebende e dei traffici loschi, o sotto le dittature dell’Asia e dell’America Latina, o nel Sud umiliato e violentato, dove la natura e la gente è quella del Paradiso, ma dove nulla funziona, se non l’arroganza e l’umiliazione dei deboli. L’ha fatto anche cercando di dare un profilo – attraverso le parole, la riprovazione, la memoria, la pungente analisi dello stato dei fatti – a quello che, in sintesi, potremmo chiamare il suo contorto rapporto con la sua terra. La terra di Roversi è stata soprattutto l’Emilia, Bologna, la periferia degli sfasciacarrozze (figura da lui spesso usata per fotografare il degrado e il declino), ma anche la provincia e le sue campagne. Sembrano ambiti ristretti, eppure il suo è stato un lungo viaggio, in un tempo particolarmente difficile, all’interno di un laboratorio sociale dove ribollivano idee, dentro un pianeta ancora in gran parte da esplorare, di cui le pagine che seguono sono una specie di diario di bordo, di rotte e tempeste sulla sua Bologna, e sull’Italia intera (“sepolta sotto la neve”, che è il titolo di uno dei suoi libri più intensi), o arsa e spaccata dall’agosto, quando “crepita il sole alto arido fuoco” e “la terra è nel velo dell’estate” (Dopo Campoformio). Rotte eviaggi che l’hanno portato, dalle pianure dell’Emilia, ad alcuni angoli della Romagna e delle Marche (dove aveva amici cari), poi più giù, fino a quell’Abruzzo dove era nata la sua Elena e dove, per qualche anno, aveva passato estati serene, fatte di letture e di scrittura.

Queste pagine ritornano, di quando in quando, su momenti, spazi, sapori, presenze che il tempo, come quasi tutto di ciò che è appartenuto al Novecento, ha ormai cancellato, stropicciato o sepolto. La sua terra – per lui nato a Bologna nel 1923 da una famiglia di origini pievesi – era anche, come testimonia ampiamente questo libro, la Pieve di Cento dove aveva trascorso momenti teneri della sua infanzia. Ma credo che sbaglierebbe chi leggesse queste pagine nell’ottica di un confuso intreccio di identità, tradizione, cultura, appartenenza, radici, eccetera. Roversi è stato sempre troppo lucido per sapere bene che l’identità di ciascuno è un oggetto indefinibile. Che le radici di ogni uomo si espandono nelle tenebre e che, scendendo in profondità nel terreno, le radici si allargano. E più sono ampie, più la pianta è forte e solida, ma anche incosciente delle sue radici e delle loro dimensioni. E che nessuna identità si costruisce sul nulla, ma solo nel confronto e nello scambio con identità diverse e con altre storie. E che l’identità di ciascuno è tanto più solida, quanto più la capacità di confronto e di scambio si fa forte. E che ogni tradizione è solo un’innovazione ben riuscita, e che, per questo solo motivo, è da tenere bene a mente, in attesa che succeda qualcosa di meglio che, prima o poi, comunque accade. Pieve di Cento e la sua Bologna sono luoghi amati e riamati. Nonostante le molte delusioni. Luoghi guardati in ogni caso, sempre, con affetto. Ma anche con diffidenza, soprattutto la Bologna carogna, arrugginita e smagata, ma da amare comunque, la Bologna che “negli anni ’50 e ’60 era inimitabile, vitale” – scriveva Roversi – “e venivano dall’estero a esaminarla come corpo fresco, operativo. Ora è come passare in una camera mortuaria. Si è uniformata alle altre città. Si lascia vivere, polverosa, grigia. Non ha più voglia di reinventarsi ogni giorno”.

Va anche detto che l’esperienza della sua lunga vita è stata, come accade a quasi tutti noi, un viaggio d’allontanamento dalle radici e dal guscio originale. Poi accade – quando gli anni si fanno tanti e il corpo inizia a cedere – che ogni viaggiatore, che tanti spazi ha percorso, avverte il dolore della distanza. È un’amarezza che si fa acuta. E si sente appesantito, il viaggiatore, dal troppo carico del lungo viaggio d’andata e di quello di ritorno, che si aggiunge al viaggio d’andata ma non lo annulla. Accade, quando la vita che resta si fa breve, che si desideri solo un approdo su cui posare i piedi e dove mettere in ordine cose, prima della fine.

Roversi – nel suo instancabile scrivere – questo difficile attracco l’ha cercato, di nuovo, nella sua terra. L’ha voluto raccontare in una delle sue ultime poesie, scritta pochi mesi prima della sua scomparsa. Una poesia così forte e grande che la trascrivo tutt’intera per due motivi che voglio esporre. Il primo è politico: la sua passione e la sua lucidità hanno saputo far diventare la parola “patria” (finalmente, per una delle prime volte) un suono dolce, carico di tenerezza, legato agli interessi e ai bisogni degli ultimi e dei deboli del pianeta, ma anche di quelli per i quali la patria, da sempre, è il mondo intero. Il secondo motivo è che questa poesia spiega meglio di qualsiasi commento cosa sia stata, per Roversi, la sua terra.

 

Patria è una parola che mi cammina sul cuore.

E poco mi importa se i laici cittadini del mondo

possono irridere presuntuosi e arroganti.

Patria è la terra in cui riposa mio padre

in cui riposa mia madre, in cui riposa mio figlio.

E in cui anche mia moglie e io, molto

avanti a sdipanare il filo rosso della vita,

andremo lenti come la nebbia costante sulla

nostra amata pianura

a confonderci in una polvere d’oro

fra api fiori (e fieno)

(come avere, dopo il lavoro, quieto riposo

dalla lunga fatica).

Patria consolami. La Patria non chiama ma dà. Si fa riconoscere

subito per i benefici

di commozione dei sentimenti che suscita

                       senza essere affranta.

La sento viva in mano. Non mi lascia mai

confortandomi con il

racconto delle sue memorie e

delle sue avventure, delle sue cento sconfitte,

                     delle sue vittorie.

È tutta cielo e mare.

Nubi bianche su alte montagne.

È la voce di bambini che chiaman la madre.

È il rumore di un treno sulla pianura.

È l’Italia ferita e altera.

Sono io. Siamo noi.

Qualche marmo. Comune destino.

 

Vorrei, per concludere, dire (soprattutto ai più giovani) un’ultima cosa sulla sua generosità. Lui, che ha vissuto in tempi in cui tutti, o quasi, scrivevano e scrivono, con la pretesa – spesso supponente, presuntuosa, a volte arrogante – d’essere letti e ascoltati, ma, quasi sempre, con alcuna pazienza e poca curiosità di prestare attenzione e sfogliare le cose d’altri, lui invece è stato, per quasi tutto il corso della sua vita, uno dei pochi grandi giovani poeti che ha voluto dedicare ore e ore, e giorni, e tempo, e tempo, alla lettura di quanto raccontavano e componevano altri, soprattutto se giovani. È stato curioso nel cercare, tra quelle pagine, qualcosa di buono, di etico, di civile, di forte, di interessante, nonostante fossero, spesso, fogli scritti da sconosciuti, o da pischelli che conosceva appena, e che – lo sapeva bene – sarebbero spariti nel nulla com’erano apparsi, per caso, nella sua libreria col pacco di fogli sotto il braccio, che spesso erano accozzaglie di scempiaggini, quei fogli e quella roba da leggere, abbozzi fatti per abbindolare i babbei, o intrugli di stramberie. Eppure lui aveva letto ugualmente, e appuntato, e su quelle carte aveva costruito, nonostante tutto, un giudizio e una lista di buoni consigli per suggerire come rimediare e come fare meglio. Molti neppure hanno saputo tornare per dirgli grazie (anche la riconoscenza è un’arte e una virtù). Eppure, per questo suo impegno e da questa sua giovane, fresca, curiosa generosità sono usciti alcuni bravi poeti. Gente che, grazie a lui, è cresciuta e ha imparato a scrivere e ha capito cosa significasse la parola, e che senso potesse avere la poesia per poter essere una utile medicina per rimediare ai molti nostri mali.

 

Alfredo Taracchini Antonaros

Maggio 2013

 

 

Pieve di Cento

 

È un paese di seimila anime, a ventisette chilometri da Bologna, fra Modena e Ferrara, appoggiato con la schiena al margine del Reno che lo separa dalla foscoliana Cento. Quando c’era ancora la canapa stava quasi sprofondato fra il verde e odorava come un mucchio di mele; mentre oggi, intorno, i campi sono lucidi e piatti e le fabbrichette sono tante. Ma anche se la canapa è scomparsa e tutti hanno la macchina, il paese si è difeso bene e ha difeso con orgoglio culturale la sua storia (dato che col suo nome è già segnato in un documento del 1207).

Case sparpagliate da gonfiarlo e farlo scoppiare non ce ne sono; è evidente invece la compostezza urbanistica e le opere messe in atto col fine preciso di un rispetto, come dire?, attivo alla propria identità sociale. Così il viaggiatore seguirà il fervore ammirevole con cui si provvede al restauro del patrimonio urbanistico, soprattutto per lo stimolo di un’amministrazione comunale molto giovane, che è riuscita ad avviare un tale movimento di fatti e di proposte che oggi, la Pieve, si può definire una piccola Atene emiliana.

Coi suoi portici, la casa degli Anziani del 1272 ancora abitata, la casa Panini del Trecento, l’antica farmacia dell’Immacolata, le quattro “porte” fra cui quella d’Asia appena restaurata; con il delizioso teatrino della metà del Settecento, messo al primo piano del palazzo Comunale; con l’archivio notarile che è un misurato e ricuperato gioiello da godere; per finire alla sede della Partecipanza Agraria. È forse intorno a questo Istituto risalente al 1460 che si è mantenuto compatto il tessuto sociale del paese. Per visitarlo, le scuole e i privati possono telefonare a Maurizio Garuti, al Centro Culturale Ramponi (051-975533).

Da Filizôn, in via Garibaldi, si potrà gustare il vero bollito misto della campagna bolognese e ascoltare il racconto delle gare di velocità fra piccioni viaggiatori che dalla Calabria o dalla Jugoslavia a volo radente bevendo in corsa ritornano nella colombaia sopra casa. Filizôn ne ha più di duecento. Nei giorni di gara i pievesi, a testa in su e col cronometro in mano, ne aspettano l’arrivo prima che cali il sole. Dico che è un paese da conoscere.

 

«L’Espresso», 14 febbraio 1982.

 

 

Un nonno di nome Umberto

 

Un paese, anche un paese che è l’ombra di Atene antica, può essere grande come il mondo o piccolo come una formica.

Può avere i soliti giorni grigi, le solite notti gonfie di un sonno senza alcuna avventura; oppure può partecipare come in volo libero, ogni ora, in improvvise saette di vita; in abbandoni precipitosi e magnifici alla vita.

In altre parole, un paese come Pieve (dove non pascolano i bisonti) può vivere cento vite (e cento vite diverse) oppure sopravvivere a una solita vita. Implacabile come la vita.

E per vivere, lo sappiamo, non è necessario ogni ora fare cose di grande fantasia o addirittura sublimi; basta avere e mantenere la voglia, la volontà di inventarsi le trame delle proprie giornate, componendole con le mani, con gli occhi; strizzando le labbra come quando si rifila un legno; non aspettando che cali una sera con un po’ di nebbia per serrare le persiane, sbarrare la porta, rinchiudersi in casa; ma liberandosi dentro al mistero della notte, scendendo in strada, perché una voglia non ancora spenta di partecipare conoscere taroccare spinge e sprona.

Insomma, fare nonostante tutto, di giornate che dovrebbero risultare e svolgersi molto comuni, avventure della fantasia, della speranza, della curiosità attiva, dei sentimenti mai quieti, del buon operare– almeno nel proposito.

Anche in un momento, in generale così disamorato di tutto tranne che del denaro, come il presente.

Ma che vive dentro alla fatica della vita lo sa bene che non bisogna (non bisognerebbe mai) lasciarsi sgomentare dai racconti di favole ossessive. E mai impedirsi o lasciarsi impedire di entrare nella nebbia, in mezzo alla nebbia, quando la nebbia viene.

C’era una volta un nonno…

Riprendo la storia là dove l’avevo lasciata mesi fa, prima dell’inverno; e mi affido di nuovo al lettore.

La prima storia lo raccontava e lo seguiva mentre assisteva, a Pieve, a un partita di calcio sotto la neve rossa; e si copriva di neve come una rosa. Di neve, di nebbia.

La neve, le grandi nevicate.

 

La nebbia, le snebbiate che piacevano tanto al grande Salimbene, per cui mi stravolgo.

L’ultima nevicata pochi la ricordano, perché in questo buco esemplare di pianura non nevica più. La neve, col suo odore simile a quello degli uccelli stanziali, che hanno paura della tempesta, è emigrata in Sicilia.

Anche la nebbia è diventata solo un lenzuolo grigio, forato dai fanali gialli delle auto impaurite.

Nessuno canta in mezzo alla nebbia, al riparo della nebbia; nessuno canta e fischia nelle strade. Le voci si rintanano dietro i vetri; delle case, dei negozi, delle auto…

Ma c’è questo nonno, seduto davanti alla porta, sotto il porticato basso, vicino a una colonna; ascolta la notte che viene, la guarda, riscontra i suoi occhi profondi.

Egli guarda lontano, non porta gli occhiali.

Ascolta anche, il suo cuore è intrepido, il silenzio d’autunno e, nella memoria, rivede quel fiato splendido di nebbia che è come l’ù lionza d’antan, l’uva lionza di una volta, scomparsa dall’orizzonte contadino.

Una nebbia da masticare adagio; da leccare adagio; appena dorata sotto lumi accesi – proprio come l’uva che non c’è più (Un chicco grosso, uno piccolo, uno grosso, uno minutissimo come la capocchia di uno spillo; gli acini saltellavano sotto i denti e finivano per lasciarsi schiacciare in una poltiglia che si succhiava per ore).

Il chicco piccolissimo si poteva strizzare fra pollice e indice, in un giuoco da ragazzi.

Un nonno è lì sulla porta.

Come un cavallo al pascolo fiuta l’odore della nebbia, fiuta l’odore della notte.

La nebbia padana non c’è più; ma in questo paese così civile e cauto, immerso nella foschia, o mescolato con la foschia; intabarrato come un vecchio signore da una sciarpa di lana grigia intorno al collo, tra i mezzi fari che distribuiscono manciate di luce quasi fosse sabbia; bene, in questo paese, se ci si vuole sentire vivi anche da vecchi, bisogna camminarci dentro, frugare con le scarpe il suo antico cuore, stringerlo fra i denti come un mezzo toscano dal sapore indicibile.

Camminarci come in un viaggio intorno alla propria stanza; lasciandosi andare ad ascoltare il suono dei passi, che sembrano anche leggeri; il respiro del cielo che non si vede e che sembra immerso in un mare d’onde; le voci che scendono sfumandosi dalle case; e, insieme, il deciso arrancare dell’ombra che ci segue e non si consuma mai; mai si disperde.

Questo muoversi, questo mettersi in viaggio per andare da qui e là, per cercare, per ascoltarsi vivere, per quietarsi almeno un momento nel tumulto degli anni che traboccano, quasi mai si può farlo in città ormai, se non in luoghi particolari del centro o discosti e marginali; che, in ogni caso, mettono paura.

 

Qua no, invece; qua è come affondare il viso in un cuscino morbido, in un panno d’antica data. È anche come mettersi in una canoa e avviarsi pagaiando sul fiume della vita, ancora lontani dalle turbinose cascate. La sera, nei paesi, può riuscire a stendere questo velo; magari per un’ora soltanto.

Sotto il portico, alla Pieve – potendo quasi sfiorare con un dito le colonne con le travi di legno, imperterrite anche se strinate dal vento, dalla pioggia, dalle ghiacciate invernali e dal sole della pianura – quell’uomo vecchio vecchio, che è nonno, prova una emozione giovane a risentire, ricordando, il colpo secco, da accetta contro un tronco, del giuoco del pallone col bracciale.

Il campo per le partite era, un tempo, al bordo del paese e proponeva uno spettacolo sportivo in cui non si gridava, non si inveiva ma si commentava sfiatando, quasi liberandosi da una forte emozione, con “bravo bravissimo”, “oh boia”, “ma va’ là”, ad ogni battuta o ribattuta esemplare.

Questo nobile giuoco che veniva dai greci antichi è scomparso nel nulla e quasi mai ricordato. Ma era magnifico, per uomini ruvidi, dalla muscolatura possente, agilissimi come pantere all’inseguimento. Un giuoco del popolo, che al popolo è stato rubato. Resiste solo nelle Langhe, ad Alba.

Il nonno cammina. Ha un bozzo rilevato in mezzo al cranio senza capelli. Ha un bastane solido, tagliato a colpi d’accetta da un ramo vecchio di cent’anni. Picchiando a terra, la punta placcata fa piccole scintille.

Il fiato del vecchio fuma ma i suoi passi sono incredibilmente leggeri.

Attraversa una strada, arriva alla porta d’Asia, illuminata dentro come in un’opera di Donizetti. Sente l’odore dell’erba, dei campi, delle foglie; mentre da un campanello, bianco di luce sopra i tetti, arriva il suono registrato di una campana.

Il nonno intanto, con il suo passo di ottant’anni, ritornato dentro al paese, ha di fronte la facciata di una casa con le finestre chiuse, forse disabitata. A sinistra, l’androne basso con il cancello di ferro, chiuso. Un lampo e il vecchio uomo ricorda voci bambine, le filastrocche nel giardino, in circolo, toccandosi i bottoni: Om, Mez’om, Furb, Leder, Galantòm; oppure, inteneriti dall’odore di polvere delle indicibili sere padane: “Lozla lozla, vin da bas…”. Tutto rivive e scuote mosso dal vento di sentimenti.

Le case, le facciate delle case, le finestre, i coppi, i campanelli sembrano aspettare proprio questi incontri.

Un uomo contro le pietre, un uomo contro il tempo, per tornare a capire le pietre e per non rifiutarsi alla vita che è di continuo alimentata da questa straordinaria forza della memoria. Le cose sembrano restare ferme e intatte, solo per aspettarci.

Il vecchio è possibile che decida di arrivare a quel cortile, a quella osteria, a quelle sedie, a quel tavolo, a quel goccio di vino, di birra fresca, di limonata. Sorride ricordando le bordate di urla dei giovani centesi da argine ad argine del Reno: “Pivarùa, pein d’fasùa”. Pievesi pieni di fagioli.

Adesso il mondo è diverso, stravolto. Meglio sedere e ascoltare le voci della terra, in questa sera di ombre e di luci precise e straordinarie da invitare a non dormire ma a camminare anche per chi ha già vissuto la vita.

 

In Tiziana Bertacci, Notturni, Bologna, Compositori, 1995.

 

 

Pivaza!

 

…Oh mi Pivaza!

Che sangu’el mai qual ch’boj in t’i tù fiua?

Pinsand cus t’er la mi anma se sguaza

E la scosa la polver di tarua…

Al Dottour Zàss

 

Mi sembrano passati cento anni; però Pieve di Cento è un luogo preciso della mia memoria. Persone, cose, frammenti di vedute, particolari di pietre o di nuvole. Tutto in quel tempo lontano. E allora, proprio per questa ragione, e per questa occasione che mi spinge a scuotere le idee, potrei cominciare un racconto breve come si comincia una favola, nel mondo degli uomini bambini; una vecchia favola contadina: c’era una volta…

Una volta, indietro negli anni e almeno fino al decennio del ’50; fino cioè allo scontro frontale e decisivo fra industria e campagna e al conseguente genocidio contro la vita, la società e la cultura contadina che duravano con drammatico vigore e altrettanto tormentato rigore da migliaia di anni; una volta, la campagna emiliana era una vera campagna; con alberi, che adesso sono scomparsi; con case, che aderivano al panorama circostante ed erano collocate a giusta misura sulla pelle distesa della pianura – come pietre lasciate cadere una per una dalle spalle di uomini sapienti. Ciascuna, poi, con un grande noce vicino.

Oggi, le vecchie case sono o in rovina (abbandonate; anzi, trascurate, squarciate, manomesse come i dispersi caselli ferroviari fra le macchie degli alberi); o sono ristrutturate leziosamente e frettolosamente; o addirittura sono state piallate con le ruspe per rendere più lucido e liscio il terreno e offrirlo all’aratro meccanico e alle altre cento meraviglie che hanno sostituito la mano il braccio e il cuore dell’uomo. Per la stessa ragione, si sono salvati pochi fra i noci che davano ombra alle case e sull’aia; spianati segati e trascinati via a pezzi sui camion verso le segherie.

Prima dello stravolgimento epocale – e lo annoto solo per contrassegnare la realtà delle cose passate presenti e future – la campagna, anche se diseguale e inquieta e troppo spesso certamente non felice, era una vera campagna; con una successione di oggetti, collocati secondo misure tradizionali, che confermavano il costante collegamento di una cultura di vita nei secoli. Passata avida e dura nei millenni, fra tempeste di cielo e di terra, sferragliare di carri e cavalli al galoppo e voci straniere e alabarde e aggressioni e stupri.

Una campagna solcata dall’acqua dei canali, umida nei novembri arcigni; e con un fiume Reno turbinoso e infido. Una terra, fra Bologna e Ferrara, che raccontava parlava cantava gridava piangeva imprecava ma non risultava mai rassegnata. Io me la vedo, per un momento, tutta distesa e per un momento anche appagata sotto il sole d’agosto; irrorata dall’odore indicibile della canapa; talvolta ripugnante, talvolta denso come un fumo di rose.

Adesso queste voci sono almeno per me una eco che accompagna la vicenda degli anni; e anni ormai definitivamente conclusi con una morale corale. Quella drammatica odissea di riso pianto e fatica è ormai trasferita negli album di fotografie familiari; oppure come freddi reperti è custodita in pezzi, in frammenti nei musei della civiltà contadina, modesti sarcofagi della cattiva coscienza collettiva; per suggerire moderate o indifferenti sorprese agli occhi dei giovani di un altro mondo e di un’altra storia.

Io invece, che non sono giovane, stringo in pugno buoni ricordi personali sulla Pieve; e posso anche disporre di collegate divagazioni per la campagna circostante. Per questo non mi sento un intruso in mezzo a queste pagine e a queste struggenti documentazioni fotografiche, dato che ho le carte in regola per elargire alcuni dati della memoria diretta; magari pochi e di minuta rilevanza ma desunti sul posto, nel progredire di anni e in rapporto stretto con le persone.

Sì, è vero; può darsi che siano piccoli i miei ricordi; troppo modesti per suscitare una qualche emozione nel lettore; eppure per me sono restati molto vivi nel tempo – e tanto ne è passato – e trascinano vicino con estrema dolcezza persone ormai passate. Mi provo, in ogni modo, ad andare avanti. Per annotare subito che, se non sbaglio, la Pieve è un paese che c’era una volta e adesso non c’è più. Il paese adesso è tutto cambiato; almeno da come l’ho incontrato per la prima volta circa sessanta anni fa; da come l’ho potuto frequentare in seguito; e al confronto del paese grosso e disteso che ho rivisto in questi ultimi anni. Direi che non c’è proprio più alcun collegamento con il passato, a parte la venatura delle strade e il nucleo stretto stretto del centro. Il resto ha un’altra faccia e un altro suono. È bene dentro a questo tempo infuriato.

Invece negli anni a cui mi riferisco, Pieve era lì in piedi da secoli e secoli; battuta ma resistente alla rabbia della storia e delle stagioni; un vero piccolo paese della pianura padana, agricolo e brutalmente calmo (perché l’apparente quietezza ricopriva una sommersa violenza dietro e dentro i muri delle piccole vecchissime case); acquattato fra l’odore fitto fitto della canapa quando era il tempo della canapa e il lezzo che si alzava dai maceri nel mese d’agosto. Il brulicare degli insetti; le rane che gracidavano quando calava la sera, e allora la pianura sembrava un telo afflosciato su campi finalmente appagati e dormenti.

Oggi la Pieve è un bel paese lindo dell’Emilia fino a ieri rigogliosa; con i muri non più umidi e scrostati ma di nuovo intonacati e ridipinti; con le persiane non leccate dal tempo e squinternate ma riconsegnate all’uso senza più ruggine. Insomma, Pieve partecipa del lucido adeguamento alle giuste convenzioni attuali; le quali, là dove è in atto buona cultura attiva, onestà di intenti e correttezza sincera di pubblica amministrazione, si impegnano almeno a ripulire lavare sciacquare il vecchiume persistente e nocivo che insiste sulle pietre dei muri; o a ricuperare e restaurare per quello che vale tutto ciò che è memoria del passato e deve dunque continuare a smuovere ricordi e sentimenti o a suscitare sorpresa e ammirazione (anche se, alle volte, lucidare la pietra è come soffiare la polvere adagiata per anni sulla schiena di una bottiglia di vino nero; una di quelle bottiglie di vetro pesante che un tempo si preparavano e si disponevano nelle cantine private perché invecchiassero seguendo la luna).

La Pieve è dunque un paese molto cresciuto e forse anche amabile da abitare, oggi. Non so dirlo, lo spero. Amabile magari per certe garbate referenze, che potranno essere catalogate da chi ci abita, e spesso viene da lontano. Si potrà vederle; ma io parlo del mio tempo. Allora, ai miei occhi, appariva molto conturbato e anche aggredito dall’invadenza dei secoli (mai contrastata e mortificata da costanti pulizie o restauri); logorato dalla fatica di vivere; ma che tuttavia serbava ed esibiva qualcosa di solido, di resistente che poggiava sul ceppo duro e un po’ risentito o scontroso della sua gente contadina, la quale, dentro ad ogni violenza e ad ogni fatica, sapeva comunque difendere e perfino proporre in attivo un proprio privilegio di civiltà e una propria autonomia di vita.

In questi giorni, definitivamente scomparsi questi riferimenti circostanziati, è inutile ogni residuo rammarico, sia pure privato. Qua siamo e qua restiamo. Alle tagliatelle della nonna si sono sostituite le taglioline a quattro colori dell’industria, durata della cottura quattro minuti. E vediamo la Pieve rammodernata anch’essa; e anch’essa uguale ad altre piazze e ad altre strade, dove c’è un po’ di arte scampata e molta gastronomia. Però ha perduto cose e cose, piccoli benefizi; il pane, per esempio. Perfino il suo pane; l’odore di quel pane a croce, bianco dentro come un fiore e all’esterno appena rosato dal forno; crocchiava leggero leggero e si masticava odorandolo.

Ho detto che io, per questa parte, posso solo cominciare da lontano. Con scrupolo, cerco di trascrivere soltanto dati di cose e persone con cui ho avuto a che fare, con cui ho partecipato. E ad esibire, in quattro parole, le mie semplici credenziali. Mio padre nacque a Pieve, lì stava la sua famiglia. Lì c’è ancora la casa che era di mio nonno e poi di mio padre, fino a trent’anni fa, nella strada ora via Gramsci che dalla piazza arriva a porta d’Asia; a sinistra, sotto il portico. Davanti al portone mio nonno Umberto sedeva appoggiato al bastone, e sulla testa calva aveva un bozzo molto rilevato che ogni volta mi meravigliava; già da lontano, quando arrivavo, lo speculavo come uno spettacolo in preparazione e nei primi tempi credevo anche di poterlo vedere crescere; alzarsi, appunto. Non lo toccavo, quel nonno Umberto, neanche con la mano; un poco mi intimoriva, perché dava del voi alla moglie, alla nonna Enrica. Per me, lui era soltanto quella sedia sopra i sassi del portico, quel bastone pieno di nodi e un poco annerito, e la cosa strana sulla testa, che sembrava ammonirmi.

La nonna Enrica era un donnone con una larga faccia emiliana; di pelle bianca e leggera; sorridente, almeno quando io la incontravo e spesso era seduta vicino al camino acceso o spento – un grande focolare, con uno strato di polvere morbida e chiara fra alare e alare – con i ferri da calza in mano. Li muoveva in fretta ma neanche li guardava mentre continuava ad ascoltare o a parlare. Attraverso una finestrella che era a metà del camino, si vedeva un cortiletto con un albero sulla sinistra e un fico in fondo (che dava frutti dalla goccia d’oro); sulla destra, un recinto con quattro fagiani. Venivano sostituiti ma erano sempre quattro, e alle volte avevano piume splendenti.

Quell’ambito così accogliente, ristretto e tranquillo – tale pareva anche a me molto giovane, ma erano tempi in cui si poteva e si sapeva riconoscere ancora la qualità di un silenzio, nel ricordo è rapportabile ad altri interni familiari, sempre alla Pieve, qualche volta intravisti o frequentati.

Il pavimento, in cucina, di legno grezzo rialzato; la legna tagliata e ammassata in un angolo; qualche odore, come quello delle mele sul fuoco; i fichi in un piatto e la vespa paziente che gira e annusa, il ronzio che scivola su silenzio; il rumore morbido dei passi, simile a una piccola prua che si apre la strada in un laghetto d’acqua immobile. Il rumore di un tappo di bottiglia che salta; l’albana frizzante, con quel colore che hanno a volte i capelli dei bambini nati da pochi mesi; la schiuma spessa del lambrusco, da ammirare contro luce, felice come il sangue giovane.

Dopo mia nonna Enrica (con la sua faccia ottocentesca, che ritrovo in tante altre fotografie di donne anziane dell’epoca riprodotte nei libri e su giornali); donne del nord e del sud; a conferma di una identità abbastanza stretta o ravvicinata delle varie regione italiane, tanto da poter fare di mille paesi un solo paese, il quale può avere la forza di non disunirsi sia pure dietro ai continui dolori), devo ricordare bene il canonico don Luigi Roversi, lo zio Gigio, zio di mio padre.

Questo personaggio, nato alla Pieve il 28 dicembre 1869, i giornali nel 1972 lo illustravano così: “Compie oggi 103 anni il prete più vecchio d’Italia. Non ha più la vista di un falco l’udito di una guida indiana, il canonico Roversi, ma conserva una memoria e una lucidità da fare invidia a Pico della Mirandola. Questo ci ha permesso ieri – quando siamo andati a trovarlo all’Opera Pia Galuppi ove risiede e ove ha svolto il suo ministero fino a pochissimi anni fa – di allacciare una conversazione simpatica e rievocativa… A Pieve di Cento il canonico centenario ha prestato la sua opera di sacerdote come cappellano presso la parrocchia e l’ospedale, come economo, come predicatore”.

Di lui ho sempre osservato con un senso di ammirata attenzione la magrezza del viso che disegnava armonicamente le ossa, su cui la pelle tesa e bianchissima si depositava come un velo di polvere. Temevo che soffiando – ma io sapevo soltanto baciargli la mano – la polvere si sollevasse e quel volto con denti lucentissimi scomparisse; lasciando un’ombra.

Era lui che nella cucina della casa di famiglia, dove viveva in una bella stanza con uno scrittoio che adesso è qua e sul quale sto scrivendo questa ripresa di piccole memorie mai scadute, sturava la bottiglia di lambrusco prima del pranzo. Questo del vino – acquistato in una mezza castellata, pigiato nel tino conservato in cantina e lasciato fermentare quindi imbottigliato secondo i cicli lunari – per questo prete alto e magro, sempre silenzioso e con un sorriso tenue di meditata accondiscendenza sulle labbra, era quasi un rito che riconduceva esclusivamente al buon ordine, nei singoli dettagli, di una famiglia composta allora da persone non più giovani. Ogni gesto doveva contare. Perché mio nonno, mia nonna, lo zio Gigio erano invecchiati modesti, con la quieta costanza dei tempi antichi, che riusciva a ricucire anche i continui dolori.

Il vino nel bicchiere frizzava a lungo, come ho detto; poi si adagiava come una crema, senza spegnersi. Potevo berne un sorso alla fine del pranzo del giovedì, quando dalla credenza era portata in tavola la torta margherita, che potevo inzuppare. Quello era un buon momento, il momento finale, del pranzo. Il vino entrava e risaliva veloce nella pasta leggera e intanto riprendeva a vibrare saltare splendere come un diavolo nel bicchiere. I miei occhi voraci di bambino ci vedevano un giuoco di fuochi d’artificio.

Ma adesso che sono di nuovo in quella cucina, vicino a quel fuoco e risento le voci e i passi quindi il sopravveniente momento di silenzio mentre si comincia a mangiare e tutti sorbiscono il brodo, aggiungo un altro odore e un altro sapore, direi anche un altro colore; vale a dire, quelli della zucca al forno. Le fette caldissime ricurve o contorte come un sasso o un legno colpito dal fulmine; il colore ambrato che sembrava impallidire quando il cucchiaio o la forchetta entravano nella polpa, il sapore morbido che si scioglieva deglutendo, una completezza fra odore e sapore e colore che si riusciva davvero a godere mangiando adagio senza distogliere gli occhi dal piatto e dal lento scomparire delle forme. Si grattava perfino il fondo, lasciando appena appena la buccia (che altri, invece, suggeriscono di mangiare). Una fetta sola bastava; e mai zucca e torta margherita insieme. L’una o l’altra; ciascuna con il privilegio di chiudere la partita.

Alle volte in tavola venivano i ranocchi in umido. “Li mangiamo tutti, dunque anche tu; e guarda come si fa” mi aveva suggerito mio padre la prima volta, e così mi ero adattato ad affrontare questa situazione nuova. “Li pescano di notte, qua intorno, con le lampade” dicevano e io immaginavo un mondo di avventure, di pericoli; e quel piatto un’offerta per crescere in fretta e forte. Questo mi fa ritornare alla campagna circostante la Pieve, a quel mondo indicibile e straordinario per i miei occhi, che osservano ogni volta con il timore e l’entusiasmo del viaggio e della sorpresa. Specialmente all’inverno e nel tempo della grande neve e delle grandi gelate, quando mio padre, medico radiologo, mi portava con sé in auto a Cento e alla Pieve dove andava nei due ospedali civili.

Nebbie densissime sulla campagna, dentro alle quali si entrava come nelle nuvole. Gelate simili le ho ritrovate in annotazioni di Salimbeni de Adam, ricalcando quasi esattamente questi luoghi: “Nell’anno del Signore 1234 le nevi e la ghiacciaia furono sì grandi per l’intero mese di gennaio, che le vigne e tutti gli alberi da frutta gelarono. E le bestie selvatiche morirono dal freddo. E i lupi penetravano entro le città di notte e molti ne furono presi durante il giorno e uccisi e impiccati per la gola nelle piazze. E gli alberi si spaccavano lungo il tronco per le grandi gelate dall’alto fino a terra; e molte piante persero tutto il loro verdore e si distaccarono”.

Io non ho visto i lupi, ma gli alberi spaccati e uccelli morti, tutti neri nella neve bianca. Gli alberi di cristallo. Un luccicore che leggermente fumava mentre i vetri dell’auto si appannavano. Con la mano cercavo di ripulirli per continuare a guardare, fuori, la campagna con i campi che sembravano sterminati e gli alberi dalle forme umane che, in fila, reggevano le viti al bordo delle tornature. Sembrava di andare verso la fine del mondo e nella strada vuota solo, ogni tanto, un contadino in bicicletta intabarrato nella capparella.

Ma ancora due brevi stralci da Salimbeni, il grande, il saggio, il paziente; così dentro alla sua terra, alla nostra terra. Il primo: “Nell’anno del Signore 1235, un mercoledì, tredici giorni avanti la fine d’aprile, ci fu un vento rigido e venne giù una neve freddissima. E la notte seguente venne una gran brinata che guastò le vigne; parevano secche. È vero. Anch’io guardavo quel paesaggio con gli occhi insaziabili e mi sembrava tutto vetro e che stesse per rompersi. La stupefazione per quel miracolo che rendeva più umano il mondo si univa alla preoccupazione che poco bastasse perché ogni cosa crollasse a terra in mille pezzi, come un piatto o un bicchiere; e che non restassero che cocci.

Il secondo e ultimo stralcio annota: “E il 23 aprile scese altra neve e ci fu brina ancora e le vigne andarono completamente distrutte. E nel medesimo anno ci fu gelata nel Po che la gente passava da una riva all’altra, in sui cavalli e a piedi”.

Questi paesaggi così totali, vere realtà naturali, sono scomparsi; non si vedono più. Tutto sembra ridursi a una minuta misura tecnologica, senza troppe concessioni alla stupefazione disinteressata, neppure per i bambini, credo.

I bambini. Io mi sono perso, e forse disperso, dietro queste tenere scaglie di ricordi. Non c’è alcuna avventura dentro, se non la suggestione a percepire qualche suono, qualche passo, qualche voce, qualche odore. Non grandi disegni di cose, non avventure. Un percorso privato dentro un tempo determinato e in un paese chiamato Pieve; Pieve di Cento, perché il fiume è nel mezzo e di qua è Bologna di là Ferrara. Un ponte li separa.

Non ho voluto, o saputo, ancora ricordare il funerale dello zio Gigio, nella Collegiata, quando morì a 105 anni. Non ero più un bambino, allora; e fu un giorno di grande sorpresa. Veramente ho sentito, per un momento ma mai così intenso, che il passato si univa al presente per aprire il futuro. Quel giorno, a Pieve di Cento, vicino al fiume Reno.

 

In Quattro porte ai quattro venti. Pieve di Cento e la sua gente nelle fotografie di Giovanni Melloni, Cento, Cassa rurale ed artigiana di Cento, 1992.

 

 

La Casa del Pioppeto

 

Grano, pioppi poi canapa. La casa del pioppeto. E lì – non racconto storie, perché le parole non si buttano via come polvere al vento – ho abitato anch’io, da giovane, in tanti lunghi mesi d’estate. Nella solitudine della pianura che sembrava senza confine e io ci stavo dentro intenerito dai fantasmi. Dirò come, in seguito.

Dietro c’era un laghetto con le carpe gialle; trecento metri a destra un macero con i pesci gatto neri neri e dalla pancia bianca; e la canapa, quando era stagione.

Che cos’era la canapa! La signora canapa. La foresta verde contro cui annegavano le nubi. Un macello per i poveri mezzadri, per i braccianti, a lavorarla a mollo nell’acqua fetida del macero sempre più scuro; ma per me, carogna nell’adolescenza, un mare di canapa alta agile odorosa come una ragazza in fiore, mentre le foglie maturavano, diventando un poco ispide come le foglie della menta. Si muoveva adagio adagio scossa un poco dall’aria infuocata come una bandiera dopo un combattimento vittorioso.

Che spazi c’erano allora e che solitudine senza paura ma vigorosa; e in attesa di qualche avventura persisteva, promettendo grandi cose. Quali?

Noi sì, che adesso siamo vecchi, almeno per sorte abbiamo conosciuto cos’è il silenzio; il vero silenzio della campagna che vuol dormire o che vuole ascoltare il mare lontano o vuole parlare al cuore della terra con misteriose parole. Possiamo dirlo: questo silenzio l’abbiamo ascoltato ma non possiamo raccontarlo; lo possiamo solo vedere, rivedere e basta. Rivederlo con gli occhi, le orecchie sole non bastano. È il silenzio. Se ne è andato, ci aspetta.

E non è nemmeno giusto dire che se ne era semplicemente andato; meglio confermare che se ne è andato sconfitto, travolto stravolto fucilato impiccato dagli uomini imprevidenti e violenti fra il rimbombo di una guerra mondiale che distribuiva solo macerie. Così oggi è scomparso come le tribù dell’Amazzonia libere nei secoli dentro le foreste e poi annichilite distrutte dall’uomo bianco, ragno divoratore.

Il silenzio, dicevo. Ma scomparsa anche la canapa che per secoli e secoli era stata l’ombrello verdissimo della nostra pianura; ragione, dentro al faticoso lavoro, di vita o anche solo di sopravvivenza.

Dietro la casa, il lago. Si svuotava una volta all’anno, nel mese di giugno. Il livello dell’acqua si abbassava adagio e tutti i pesci guizzando restavano adagiati sulla mota; li raccoglievano con le mani. Anguille, non grandi, ma soprattutto carpe impigrite e indifferenti per un’opulenza di vita senza fatica. Di carne bianchissima, le detestavo per via del labirinto di sottilissime resche che si stendeva dentro a quella palla neve. Si mangiavano carpe, pesci gatti e le piccole anguille per più di un mese; in gola, fino all’uva di settembre – soprattutto uva fragola di settembre o la lionza zuccherina e bionda – restava il sapore morbidiccio della fanghiglia.

Ma non voglio esagerare nel disporre i truccioli dei miei privati ricordi, che dati solo come un monologare davanti al fuoco di stecchi. Stecchi di canapa, appunto, canapa macerata e poi gramolata.

Intorno alla casa del pioppeto persisteva sempre il fervore della vita di uomini donne vecchi e vecchiette astute e impavide a suscitare continue meraviglie dentro al buio schiarante dei sentimenti e dei pensieri.

Ritornano vivi, se appena li ricordo, li chiamo per nome, li tocco sulla spalla, li faccio voltare. Celso, per primo.

Il suo viso è di bronzo come i vasi cavati dalle tombe. Dicono che Celso è avido, spietato ma io l’ho visto piangere una sera all’urlo di un bambino trafitto dalla vespa. Dicono che di notte cammina per la cavedagna e si getta nell’orto a rubare i meloni ormai gialli, e che all’alba spaventa gli storni con la sua voce secca: “Un ladro è venuto, il figlio di puttana ha rubato meloni pomidori e l’orto ha devastato”. Ma anche chi ha visto, disegnato sotto la luna, il suo corpo inchinarsi fra i tralicci dell’orto, sa che a Celso si deve perdonare. Bisogna perdonare. Nelle sere d’estate sedeva sull’erba, immobile, a guardare il cielo. Diceva: “Sono disgraziato” e nella voce tremava una terribile malinconia. Diceva anche: “Sono vecchio, morirò quando la terra grida al passo di lupo dell’inverno. All’inverno non voglio morire, solo come un agnello nella stalla”. Era un vecchio per racconti di mare, aveva occhi neri grandi da pirata, la sua pelle era secca per le ingiurie patite. Diceva anche: “Chi mi amava, un tempo, ora è partita” e sembrava che ascoltasse un prossimo uragano.

L’Ersilia, per seconda; e la sua vita è come un lungo racconto d’inverno, fra il fieno della stalla. Si poteva dire così: l’Ersilia è morta. Il sale della terra che consuma queste poche ossa si rivolge in calore alla pianta che tremola vicino, così la vita della donna faticata con lungo dolore ricresce in forza a in tenera ebbrezza intorno a un fiore. Sempre credendo a un cielo che l’offese fu serva ma anche padrona del suo uomo crudele, si mortificò, pianse – soffrendo i lampi della vita passata in una palude di fango: il battere di un ramo sopra l’acqua del macero, i baffi gialli di Celso che bruciavano sopra la pipa, e il suo dialetto incredibile. Non poté figliare come la capra che addenta i tralci immersa nella vigna e avventandosi per paura sfascia i tralicci di canne. Lei consumò in silenzio i giorni. Nessun galante l’invitò a ballare, nessuno prese l’ascia per crescere la casa, nessuno rivoltò per lei una brace d’amore. Poi venne Celso. Gli inverni le ferirono il cuore con un diamante di gelo piegandole la pelle. Morì al lume della lampada acetilene e la guardava ansimare un medico ottuagenario, che scuoteva la testa incombendo sul seno di legno. Un colpo sulla cervice e fu cenere bianca, creatura umana subito dimenticata e mai più compianta.

La cavalla Baiesa per terza. Due volte al mese Varisto dalle larghe mani piene di nodi duri, la bardava e con il calesse e un sacco di grano puntava adagio adagio, nel pieno pomeriggio, verso il mulino. La polvere della strada era alta almeno due dita bastava niente per farla sollevare e disperderla come un palloncino. Sembrava farina soffiata via. La Baiesa aveva una pazienza indiana, un passo dietro l’altro, con la testa bassa che annusava la strada quasi a cercare le orme. Gli anni non si sapevano, ma Varisto dalle larghe mani sosteneva che ne aveva più di venti, era sicuro. Anch’io accompagnavo volentieri quel viaggio, perché mi era concesso di sostenere le redini e mi sentivo forte felice. È la rassegnata pazienza della cavalla vecchissima, che mi fa riandare a quelle sottili emozioni, che ritrovo. Essa sapeva fin dove doveva e poteva andare, e al fine adeguava le forze. Le ultime forze.

Ma anche i vecchi soldati muoiono. E la Baiesa morì all’inverno, dentro un letto di paglia appena rinnovato, mentre intorno la campagna emiliana era bianca di una neve appena caduta. Buone mani la seppellirono in una buca, così com’era, vicino all’albero di noci, pochi metri dopo la cavedagna. Adesso ti dico addio per allora, Baiesa, cavalla da trotto e da galoppo e chissà come eri splendida e vivace nella piena giovinezza; signora delle strade impolverate e dei piccoli mulini di campagna, sempre in moto, mentre le nuvole si arrestavano in cielo per guardarti arrivare. La vita, in quegli anni, era fatta di minutissime meraviglie, per i ragazzini.

Varisto, l’ho detto, per quarto. Mani dure e nodose, da ramo di albero di montagna contro cui di notte il cinghiale striscia per grattarsi la groppa. Era fattore, inoltre allenava cavalli trottatori per le corse dell’Arcoveggio. Cominciava alla mattina molto presto, quando ancora la guazza era sull’erba e il fiato dei cavalli pareva nebbia fina. Fra questi, servito davvero come un principe, Peter Fellow. Lo cavo fuori dal sonno della memoria. Tonfi di secchie buttate nel pozzo in un mattino bagnato di guazza, e in cielo un volo di storni impazza. Peter trotta sulla pista, è solo. Venuto dalle praterie d’America, chiaro di pelo con la fronte bianca, rigira i grandi occhi in cui trema fra nubi e sole, furore nostalgia. Sogna il profumo di quelle erbe alte e lontane, su cui appena ieri correva. Qui invece la terra di castelli abbandonati, di città con le mura antiche distrutte al margine dei canali; e nei viali ancora alberati, al fischio di un uomo in un campo, si alza il muso del sole.

Varisto adesso è coperto dall’ombra; a molti ragazzi insegnò i nomi degli astri, il percorso delle stelle, a riconoscere i fuochi fatui, a non temere i morti; indicò la naturale semplicità degli amori silenziosi fra le pecore e i montoni. Ora ha le ossa perdute in un solco e ascolta i bisbigli delle acque. La sua voce profonda a volte cantava sull’aia deserta sfiorata dal vento; o rovesciando un quartino ormai scolato con un bacio invitata le spose sopra il fieno seccato. Sempre si udiva il suo canto fra le rose della notte perdersi per chilometri sul fiume.

la vita dentro e intorno o vicino alla casa del pioppeto non era un segreto ma un fulgore di vita, il sangue della vita. Nel silenzio dei campi il cielo sembrava appannarsi al fiato di un bambino. Buoi lenti arano la terra, le albe nascono sempre dalla nebbia e a notte si ascoltano le voci degli uccelli migratori che scendono verso le lagune. Arde nel camino un fuoco d’altri tempi, cadono si spezzano i pensieri. Ogni cuore si caricava di tanti sentimenti al rumore del vento sulla casa, sul fango della strada, sui sentieri, tra le siepi, sull’erba rada colma di piccole lumache desolate. Le foglie scendevano in un soffio nude dall’aria ed erano subito calpestate.

Quella gente che amavo oggi è dispersa.

Li strappò una raffica, l’infranse contro i muri e a molti sbriciolò la bella vanità ridente. La terra era diventata un covone in mezzo al campo azzannato dal fuoco, col tridente conficcato nel mezzo per un giuoco terribile. Quando l’incendio fu smorzato, Luca inseguiva il sole con le mani; Dante, in un agguato, storto sfigurato al lume delle torce; Rizzi, Marcello sotterrati in lontane pianure. Pochi trovarono angosciati il sentiero della casa fra i pioppi bolognesi per raccontarsi gli anni seduti sulla ghiaia.

E Peter razziato sparì simile all’uccello invernale lasciando orme sui prati di neve…

Poi c’è ancora la storia, l’arco di vita, di Mara, di Celeste, di Rachele del pianto. Un’altra volta, forse; la casa fra i pioppi è ancora lì, vuota ma palpitante, che aspetta voci. Le voci. Ha ancora pazienza. Ha tempo per aspettare.

 

In Graziano Campanini (a cura di), Nature d’emozione, Bologna, Grafiche dell’Artiere, 1997.

 

 

La folgore e la rosa. Ferruccio Lamborghini

 

Ferruccio Lamborghini è nato a Renazzo di Cento; e basta guardare una fotografia della sua casa natale, tipico forte casone della nostra pianura, buttato sopra questa terra operosa in pieno sole e senza troppo soccorso di ombre o di rii, per capire la pasta dell’uomo. E per rivedere le strade emiliane, soprattutto fino a quarant’anni fa. Strade lunghe strette solitarie impolverate, che avanzano (avanzavano) a perdita d’occhio e spingono, direi costringono a correre – prima con lo sguardo poi con le gambe o le ruote; perché là in fondo ci deve essere, c’è sicuramente una curva stretta, una casa sul fosso e poi un’altra lunga dirittura d’arrivo che si inserisce in questa linea lunare.

Dunque, la velocità come sentimento del cuore e della mente, come tensione vitale, sembra essere la componente di fondo della psicologia emiliana. Non per niente i campioni motociclisti sono molto spesso della nostra regione, essendo la moto un mezzo velocissimo e ardito che richiede esasperato spirito d’avventura e innata rocambolesca persistente fame di competizione, voglia dura di gareggiare e di vincere. La competizione dell’ultimo metro, all’ultimo secondo. E ancora prima delle moto furono i cavalli ad accompagnare questo spirito attivo e competitivo. Cavalli e motori; poi alla fine i cavalli nei motori.

Per i cavalli basterebbe con una rapida riflessione domandarsi perché in Emilia, e in Romagna, terra conflittuale e fraterna, da sempre negli ippodromi si programmano corse di cavalli al trotto, non al galoppo. Il fatto è che, a testimoniare una realtà di interessi, di umori e di passioni oramai secolari, l’avvio delle prime gare con il calesse si può collocare nell’Ottocento, con l’abitudine da parte dei mediatori ricchi o dei fittavoli di peso, dopo le fiere del bestiame – con ottimi affari in tasca e alimentati nelle personali presunzioni da buone mangiate e altrettanto vigorose bevute – di sfidarsi reciprocamente in corsa sulla via del ritorno, frustando allegramente i puledri per i vialoni solitari avvolti dall’abbraccio dei grandi pioppi che distribuivano ombra e frescura ridente.

È dunque vero che in generale la voglia di velocità, di guardarla esplodere ma anche di strizzarla in mano e di liberarla e cavarla fuori da qualche motore – o in altri modi, comunque – è sempre stata un brivido caldo comune alla nostra gente. Per esempio, uno dei fratelli Maserati, ancor prima che il nome fosse esaltato dalle sue sfolgoranti monoposto, si provò – conquistandolo – in un record su bicicletta a motore. E nella Certosa di Bologna, entrando dalla parte antica, subito si ha di fronte il monumento funebre a Olindo Raggi (il bruno centauro dal cuore leonino) e di Amedeo Ruggeri. altro campione caduto in gara.

Così anche Lamborghini, con il suo berrettuccio a visiera, è fotografato su una Topolino 500 da lui trasformata per correre le Mille Miglia del 1948. Ma per aggiungere parola e parola all’argomento appena toccato, non si può inoltre dimenticare che dalle nostre parti, più che parlare del rombo di un motore, si esalta il suono, la musica, il suo interno e miracoloso respiro.

Questi cenni, che si ingegnano di radunare trucioli esemplificativi da varie parti, tendono a indicare senza alcuna regionalistica presunzione, anche solo per la realtà dei risultati, che la Lamborghini non poteva essere pensata voluta allestita che dentro a questa onnivora miracolosa paziente pianura. Con risultati eccezionali; subito fuori da ogni norma. Macchine pensate e volute velocissime ma così squillanti e morbide che il vento appena le accarezzasse. Nella loro linea rigorosa c’era l’annuncio che in mezzo al conflitto fra telaio e aria, l’aria è stata vinta e ha scelto di essere involata e sospinta, respirata e soffiata, da quel sogno dorato che trapassa la strada come una freccia.

Non c’è quasi niente, in questo campo, e si può dirlo senza enfasi, che possa eguagliare la 350 GTV del 1963 o la Miura P 400, se non l’altro miracolo automobilistico firmato Bugatti.

Entrambe non si possono immaginare se non in corsa sulla strada; in un rapporto diretto con la polvere, l’asfalto, l’ombra irridente degli alberi, le sferrate violente del sole, il soffio delle foglie stravolte; perché le une e le altre sono progettate e costruite per lasciarsi lambire dall’aria quasi fossero avvolte da veli, e la strada sotto le ruote scorre liscia come una pelle tirata. Anche questo è molto emiliano. La bellezza che non si sottrae al bisogno continuo prolungato di toccare, di vedere la realtà in modo corposo, per sincerarsi, per controllare, per immergersi.

Eppure la Bugatti, quasi perfetta, direi che sembra piuttosto il risultato di un’arte meccanica e costruttiva dell’Ottocento; ha l’eleganza di un pensiero trionfante in una società che progredisce ed esulta; la Lamborghini sullo stesso piano per l’eccezionalità dei risultati, ha una inquietudine impetuosa e sembra, anzi è già nel Duemila. Lo scatto felino è uguale, uguali la felicità inventiva, la genialità delle intuizioni anche minute ma l’impeto che si scatena è immediatamente più sconvolgente, già attrezzato per un futuro tranquillo. Partecipe dell’epopea degli sgomenti. La Bugatti correndo sembra produrre suoni che volano, la Lamborghini esprime una violenza ordinata, ma inesauribile che riassume la totalità della velocità su terra dentro a una forma che sembra stretta nel pugno di un dio. E non è un caso, almeno a mio parere, che i risultati più alti ed emozionanti delle macchine realizzate dalla Lamborghini si possano, direi si debbano riferire alla 350 GTV e alla Miura P 400 già indicate; che hanno raggiunto quell’eccezionale equilibrio fra peso e potenza, fra scatto inesorabile e solidità di struttura; velocissime e resistenti, ma senza un’ombra di grasso. Infatti tutti gli altri modelli superano la tonnellata e mezzo, persino la Diablo del 1990 che arriva a 1576 kg; mentre la 350 GTV e la Miura P 400, fulmini di guerra con una scia di zolfo, restano sui 1196 e 1445 kg. La leggerezza, ripeto, nella sua lucida completezza, unita alla velocità pura, senza inframmittenze. Il frontale della 350, vedendolo di profilo, sembra il muso di uno squalo, in attesa, che abbia all’improvviso aperto grandi occhi misteriosi; dà il senso di una quiete impassibile ma anche di una violenza trattenuta che basta un colpo di pedala a liberare.

La Miura, più che da collezione privata è da museo d’arte (e credo sia già stata accolta). Avendola lì davanti sembra nata tutta intera da un unico clic vitale, dallo scoppio di un vulcano; e strisciandola con un dito vibra quasi dorso di un leone addormentato. Mi accade di guardarla in qualche fotografia, come ogni tanto si guarda quella di un quadro, e viene anche il richiamo visivo e il confronto con la Dino della Ferrari. Ma è appena un cenno. La Dino è più premente, morde la terra. La Miura è lì pronta ad alzarsi per muoversi sopra gli alberi e riconoscere il mondo. Sembra guardarsi intorno, curiosare, non avere sospetti, non avere rimpianti. Dimostra una pazienza, direi una compiacenza infinita. Nata non dal freddo rigore standardizzato del computer ma come l’invenzione felice di un autentico artista del nostro tempo, che traccia i segni sul foglio provando e riprovando, nel silenzio di una stanza immersa nel liscio orizzonte della nostra regione; che sollecita con duro e spietato realismo gli inventori e gli artisti geniali. Sia quelli che guardano il cielo sia quelli che tengono gli occhi fissi alla terra, con la voglia di confrontarsi. Con la Miura, per i vialoni emiliani non più polverosi, nel silenzio dell’estate si poteva in ogni istante sognare di volare su uno dei cavalli fantastici dell’Ariosto, che non avevano paura né della velocità né dello spazio né del tempo.

La Miura non è solo la vittoria di un motore ma di un sogno reale, corrispondente alla intrepida volontà di un uomo – che ha saputo unire il furore all’incandescente bellezza della rosa, quando è compatta e prima del gelo.

 

In Fabio Foresti, La fucina del toro. Lamborghini, uomini macchine saperi, Bologna, Cappelli, 1993.

 

 

Altri testi

 

 

Imola

 

Non sono un vacanziere, non sono un weekendiere; sabato e domenica per me valgono lunedì o martedì; perciò propongo viaggi minuti, che si consumano in un fiato dentro a queste prime nebbie padane, e verso luoghi in cui si arriva aprendo la porta, si ascolta il silenzio e si guarda con gli occhi aperti. Se va bene questo modo, allora propongo di andare a Imola, 34 chilometri da Bologna per la via Emilia, dove in via Garibaldi 18, da qualche settimana, è aperto al pubblico il palazzo Tozzoni, diventato di proprietà comunale sotto forma di donazione vincolata alla conservazione. Un complesso straordinario nel senso della completezza e della conservazione; tale da renderlo esemplare strumento di educazione culturale, soprattutto per i giovani delle scuole (a questo fine, se può servire, ecco il numero telefonico del Comune: 0542/26380, chiedere del dottor Alfredo Taracchini).

La nobile famiglia Tozzoni, di cui le prime notizie risalgono al 1140, pur attraverso varie peregrinazioni e vicende dedicò molta cura alla conservazione, nella più completa integrità, delle strutture e degli arredi del palazzo imolese; che adesso può proporsi come un documento dettagliato e sorprendente della storia e della vita dell’aristocrazia provinciale nei secoli passati.

Per fare alcuni esempi rapidi: dalle livree dei servi ai taccuini di casa o a quelli con le indicazioni esatte e puntuali delle perdite al gioco di Giuseppe Ercole Tozzoni con il Duca di Modena nel secolo XVII; dal vasellame agli arredi delle camere; dall’archivio di famiglia alla raccolta dei bandi, delle medaglie, delle monete; dalle maioliche alle chiavi, agli strumenti per i vari servizi, anche quello, da scrittoio, per appuntire le penne d’oca; per finire all’immagine in cera a grandezza naturale e completamente agghindata, di Orsola Bandini moglie dal 1819 di Giorgio Barbato Tozzoni e che, morta e rimpianta, fu così tenuta in effige nella camera da letto anche dopo il nuovo matrimonio del marito con una Amaducci di Cesena. Certamente i due piani di questo palazzo non sono un freddo antro museografato ma un centro vivo che stimola domande, curiosità, scoperte e suggerisce qualche precisa risposta che serve a capire.

Chi vuol pranzare vada cento metri più in là, alla Locanda Moderna, e avrà conferma che l’antica paziente e nobile arte della cucina non è spenta, in alcuni angoli della provincia.

 

«L’Espresso», 8 novembre 1981.

 

 

San Marino di Bentivoglio

 

Duemila anni fa lo storico greco Polibio scriveva che la raccolta delle ghiande nei querceti della Pianura padana era abbondantissima; ma è sotto i Longobardi che l’Emilia diventa terra di grandi allevamenti di maiali; mentre la Romagna, passata dai Romani al dominio bizantino, continuava ad allevare pecore e vacche. San Marino di Bentivoglio è dentro a questa pianura oggi fertilissima ma un tempo, dunque, piena di canne boschi ghiande canali. La bonifica, cominciata alla fine del Settecento, durò per tutto l’Ottocento con una fatica dura e continuata di uomini; tanto che qui si formarono alcune delle più importanti leghe socialiste e si organizzarono i primi scioperi delle nostre parti.

Il paese è ormai quasi una periferia di Bologna, con le sue villette che hanno il citofono al cancello, e non ha una faccia importante; ma di quella lunga terribile fatica sulla terra resta un’ampia  documentazione – direi palpitante – nello splendido museo allestito dentro la villa Smeraldi, a due passi dal paese e acquistata negli anni Settanta dalla Provincia di Bologna. Organizzato amministrato gestito con rigore, il Museo della Civiltà Contadina è ormai un centro di rilievo europeo per la sua specificità, ed è un luogo di sistemazione e di tutela “viva” dei fondamentali strumenti del lavoro contadino di un tempo neanche troppo lontano (con prevalente riferimento alla produzione della canapa, del grano, dell’uva).

Non riesco a dimenticare che nel pomeriggio della mia ultima visita fra gli altri c’era una coppia di vecchi contadini i quali, mentre si additavano gli strumenti e ricordavano le fatiche patite a maneggiarli, piangevano. Ma anche il grande parco della villa meriterebbe una visita attenta per la varietà degli alberi, anche rarissimi. Perciò dispiace lo scarso zelo dedicato alla manutenzione di questo gioiello botanico; e soprattutto l’evidente disinteresse dell’università che qui invece avrebbe modo di applicarsi con scienza e professionalità. Il Museo, chiuso al mercoledì, si può raggiungere con un autobus comunale.

 

«L’Espresso», 3 ottobre 1982.

 

 

San Giovanni in Persiceto

 

Qui è nato nel 1550 Giulio Cesare Croce, l’autore dello scaltro Bertoldo che ne sapeva una più del diavolo o del re (e del suo estro generoso nonché del suo pragmatismo diabolico molta parte è rimasta sopra la pelle e nel cuore di questa gente). Qui nel gennaio del 1868 partì la rivolta dei contadini bolognesi contro la tassa sul macinato, con l’assalto al municipio, il fuoco all’archivio e le campane delle chiese fatte suonare a stermida (a stormo) per chiamare a raccolta. Oggi, a venti chilometri da Bologna; con ventiduemila abitanti fra centro e campagna; con tante piccole industrie che fino a ieri hanno lavorato a pieno ritmo; con una Partecipanza Agraria antichissima che coinvolge i nuclei familiari con sorteggi e assegnazioni novenali di terreno agricolo; S. Giovanni in Persiceto è amministrato da una giunta giovane, dal sindaco all’assessore alla cultura, che intende la politica soprattutto come un impegno a interrogarsi sulle cose, mentre si cerca puntigliosamente di farle.

Dunque un paese da visitare e osservare in dettaglio; come uno dei tasselli importanti per intendere la realtà di questa terra emiliana. Inoltre è un paese bello. Ha un centro storico; un teatro del Seicento in fase di restauro; strade con portici, da camminarle pensando. La biblioteca, ricca di libri e povera di spazio, è diretta da Mario Gandini, uno studioso che riconferma la vitalità della provincia italiana, che nonostante i tempi continua a progredire toccando il vivo dei problemi. A lui, telefonando allo 051/821878, ci si può rivolgere per predisporre una visita delle scuole o per avere ogni possibile notizia in merito.

Non lontano dalla biblioteca sorge la Chiesa Collegiata, esempio alto di architettura del Seicento, con un prezioso e raro arredo di oggetti di culto. Il parroco, don Enrico Sazzini, sta riordinando o facendo restaurare una raccolta di quadri del ’600 e ’700 bolognese (Scuola del Guercino, Scuola del Crespi; e poi Tiarini, Gandolfi, il Garofalo, Ercole Graziani) che meriterebbe, essa sola, un viaggio. Tanto più che don Sazzini è una guida preziosa.

 

«L’Espresso», 19 dicembre 1982.

 

 

Malalbergo

 

Sabato, primo pomeriggio, mese di maggio. Il cielo, anche qua a Bologna, ha spazzato via la polvere gessosa che la pianura soffia in alto durante l’inverno e che si stampa come un calco fra le nuvole arroventate dal primo sole. Così si può andare, per una strada piatta e a ghirigori, verso Malalbergo, un paese sdraiato lungo la statale, al confine delle provincie di Bologna e Ferrara.

Più vicino a Ferrara (otto chilometri circa); più lontano da Bologna (circa venticinque chilometri). È molto antico anche se adesso è tutto nuovo; con 6103 abitanti (erano cinquemila al censimento del ’71) che sono pendolari o addetti alla coltivazione intensiva dell’asparago, di cui in maggio si fa la sagra, qui e ad Altedo – un paesone più popolato e più ricco, lontano un tiro di schioppo.

Malalbergo, dentro a questa pianura liscia come un lenzuolo (una volta era acqua e terra da qui fino al mare), si trovano ancora miracolosamente intatti (ma fino a quando?) circa settanta ettari di terreno splendido, silenzioso, ancora incantato nel suo fulgore e nel suo rigore millenario. Parlo della tenuta “La Comune”, usata esclusivamente dal ricchissimo proprietario per riserva di caccia (e, in questo caso, fortunatamente). Dell’antica zona valliva – nella quale un tempo si coltivava il riso e oggi, dentro a questi limiti e forse ancora per poco, l’erbasala (il quadrello) con cui si impagliano i fiaschi e le sedie – conserva una varietà eccezionale di alberi, piante, uccelli, animali (piccoli animali) d’acqua.

I canali si snodano fra siepi di canne che si aprono all’improvviso in slarghi intorno ai quali sostano gli uccelli più belli e più rari: dai trampolieri, alle sgarze ciuffetto, all’airone bianco, ai cavalieri d’Italia – che sono ormai in estinzione. Il luogo si può girare con l’aiuto di un custode bravissimo, informato e paziente. Dovrebbero andarci soprattutto le scuole, perché lì c’è da imparare più che su un libro aperto. Si può telefonare all’Ufficio Cultura del Comune (055/872011) chiedendo dell’assessore Franco Ghedini o di Fulvio De Nigris, che dirige il nuovissimo Centro Culturale polivalente, molto bello e appena ultimato. Ci sono anche due ottimi ristoranti, con autentiche specialità.

 

«L’Espresso», 27 giugno 1982.

 

 

Teramo

 

Chi dal nord arriva in Abruzzo per la statale Adriatica, a un bivio dopo Giulianova svolta a destra e infilato un asfalto lungo venticinque chilometri si trova a Teramo, Interamnia, la città fra i due fiumi. Quei venticinque chilometri, tuttavia, possono sembrare Monza o Indianapolis, perché nei rettifili ingobbiti da dossi maligni, macchine e macchinette di giovinastri strabuzzati e di catuzzi con moglie nonna figlioletti e cane sfrecciano incuranti di divieti con sorpassi che fanno accapponare la pelle.

Comunque questo rischio merita la posta. Perché la città è incantevole non tanto per la sua faccia di pietre, mortificata da una aggressione urbanistica per niente rispettosa dell’antica struttura che risale ai Romani; ma perché è in realtà uno degli ultimi habitat naturali non ancora decapitati dalla furia nevrotica del nuovo millennio che è già in corso. Infatti Teramo è una città da abitare, anche per pochi giorni, più che da visitare; è una città morbida e fresca che si fa conoscere con piccole sorprese più che una città ossessionante come tante città italiane in cui non sai dove volgere il collo, perché in ogni pertugio trovi i secoli che incombono e ti fanno strabuzzare gli occhi e allora devi stare in continui di meraviglia. Qui invece la vita è a misura – come dire? – giusta d’uomo; e la città senza gridare si accompagna a te ti respira vicina acquattata come un cagnone; e ti lascia in pace.

Città terziaria non è né greve né volgare ma vigile e in moto. Sta a 25 chilometri da un mare che una volta era verdissimo e a 25 chilometri dal Gran Sasso e da altre cime non ancora sconvolte; con soprastante un cielo lucido e un’aria sopraffina. Ed è legata, come ho detto, a consuetudini di vita non ancora spente; a una vera civiltà delle cose. Il negozio di Fumo, per esempio, ha il gusto e il garbo di una pasticceria di Vienna. Così il negozio di Alberto il fornaio o di Caterini che presenta i formaggi come vini d’annata. A Teramo dunque bisogna starci con le mani in tasca (dico del forestiero), respirando col naso e cercando di parlare alla gente. Per chi vuol proprio vedere, proporrei la deliziosa pinacoteca e il duomo. Il duomo col suo paliotto.

 

«L’Espresso», 18 aprile 1982.

 

 

Civitella del Tronto

 

Civitella del Tronto è uno di quei paesi italiani, stupendi e severi, che suscitano ancora forti sentimenti; e che non si visitano senza emozione. Citata per la prima volta in un documento del 1001, collocata fra Teramo e Ascoli Piceno, a un’altitudine di circa 600 metri e a 30 chilometri dall’Adriatico, è circondata da un panorama che va dal mare alla Montagna dei Fiori, al monte Fultrone, al Gran Sasso, alla Maiella, fra boschi luce cielo e gran chiamare d’uccelli. Ma chi la domina, la esalta e la contrassegna è la sua fortezza; uno degli esempi più alti e completi in Europa di architettura militare.

Sistemata e ampliata verso il 1445, fu trasformata in un poderoso complesso di difesa da Filippo II di Spagna, a baluardo del Viceregno di Napoli. Subì il primo grande assedio da parte dei francesi nel 1557. Il secondo nel 1806 dall’esercito napoleonico. Il terzo, leggendario, dal 2 novembre 1860 al 20 maggio 1861 dai piemontesi dilaganti verso il sud. Fu una resistenza superba e disperata, fino all’ultima cartuccia. Ripagata alla fine dal vincitore con la fucilazione dei capi, la violenza sui singoli e nei mesi seguenti con il criminale smantellamento a colpi di mine del forte. Che adesso sta lì, come un albero spaccato dal fulmine, a testimoniare che chi vince spesso è peggiore dei vinti. E i vinti si fecero molto onore in quei mesi, durante i quali non solo i soldati asserragliati, ma l’intero paese (salvo pochi) era in armi per offrire l’ultima resistenza del sud contro unnemico spesso soltanto feroce.

Ma oggi, chi sale al paese, sarà rimeritato intanto da una stupenda occhiata sul mondo; dalle stradine antiche, silenziose, in salita; e dai particolari minuti che potrà osservare e godere. Palperà la storia con le mani, ruvidamente. Purtroppo la fortezza, da tempo, è chiusa. Speriamo che chi amministra si svegli dal sonno e si decida a farla riaprire, come un bene a servizio della comunità.

Per chi vuol restare ci sono alcuni buoni alberghi e cibi tradizionali squisiti, fra cui i maccheroni alle ceppe.

 

«L’Espresso», 6 giugno 1982.

 

 

Il Po è un fiume

 

Testo del documentario Sguardi dal fiume

(Movie Movie, 1997)

 

Il Po è un fiume,

il più grande il più lungo d’Italia.

È il principe dei fiumi.

per 634 chilometri dal Monviso al mare Adriatico

si snoda come un serpente

attraverso la pianura padana –

e come tutti i fiumi grandi

è un fiume che parla.

Racconta storie, ricorda storie.

Ne ha visti di eserciti stranieri

arrivare e fuggire!

 

 

1. Po

 

Canta un’antica ninna nanna, riferendosi al fiume:

 

passa il re di Francia / con tutti i suoi soldati /

passa Radetzki / con tutti i suoi tedeschi

passa ancora una volta / e poi non passa più.

 

Dunque, camminare sul Po

è sempre un viaggio, è un’avventura.

E anch’io ci cammino

come su una strada d’acqua

per immergermi nell’antica storia d’Italia,

ricordare formidabili vicende,

incontrare personaggi dalle lunghe barbe di marmo,

dai lucidi occhi dipinti;

poi affreschi, chiese, palazzi, piazze.

E dopo le file dei pioppi –

che sembrano non avere fine –

le antiche città

giovani di mille anni.

Cremona.

 

 

2. Cremona

 

Esterni

La città medievale, dalle strade lunghe e strette,

è passata nei secoli attraverso sconvolgenti vicende.

Nella piazza:

– il duomo, un capolavoro di architettura religiosa,

– e il terrazzo vicino, alto più di cento metri,

tanto che annuncia la città da molto lontano.

– Nella facciata del duomo,

bianca che sembra di pelle viva, statue di profeti,

leoni accucciati come a Venezia.

Marmo, marmo, lavorato, scolpito,

a scavare nel tempo, negli anni, nei secoli.

Uno scontro con l’esterno.

 

Interno

All’interno del duomo

– oltre la “Deposizione”

c’è la “Crocifissione” conclusa dal Pordenone nel 1521.

Un brivido, a rivederla.

È la scena di una violenza appena consumata

e di un dolore ancora da espiare

mentre la terra si è spaccata

nel momento della morte di Cristo.

Una scena animata e incupita

da bagliori di spade,

gonfi nembi vaganti;

tanto che tutto sembra svolgersi sulle rive del Po,

in un giorno che annuncia tempesta.

Il viso del Cristo,

duro di sofferenza,

sembra proprio di un uomo che muore.

 

Cremona non può stare da sola

ma vive nel suo territorio,

col suo territorio,

insieme alle acque che l’accompagnano

e la circondano:

il Po, primo fra tutti;

poi l’Adda e l’Oglio.

Poi la pianura a perdita d’occhio.

 

 

3. Colorno

 

A Colorno tanti arrivano per il Palazzo Ducale.

Il paese risale al Medioevo

– come tanti in questa pianura –

ma sono i Farnese

che lo prescelgono come bel luogo di villeggiatura,

e nel Settecento restaurano il palazzo

– un tempo rocca dei Sanseverino –

che diventa luogo di meraviglie

e di cultura.

Così Colorno fu chiamata “la piccola Versailles”.

Splendido di pietre levigate dentro

a un mare di verde ordinato

– quasi geometrico –

si può assomigliare ai grandi palazzi

dell’Austria imperiale,

alzati con spavalda superbia

per accogliere fasto e bellezza.

 

 

4. Parma

 

Ha scritto un grande viaggiatore italiano quarant’anni

fa, Guido Piovene:

 

Con Parma comincia la vera Emilia,

sensuale, pittoresca, estremista.

Ma Parma ha caratteri diversi

dalle altre città emiliane.

È la più francese.

Perciò si entra a Parma

in un piccolo mondo unico,

sanguigno e ironico nel medesimo tempo.

Nelle sue vene scorre il sangue del melodramma.

 

Teatro Regio: qua siedi e ascolta.

Costruito fra il 1821 e il 1829

sembra un teatro d’oro.

È il centro palpitante del melodramma verdiano.

Anche a sala vuota,

con le luci spente,

risuonano accordi

vibrazioni di canti

s’alzano verso la cupola.

 

La piazza del Duomo

 

– Nella piazza

il battistero, il duomo e il campanile dell’Angelo

sono raggruppati

– è stato detto –

come in un riposo solenne e magnifico.

 

– Il battistero,

uno dei capolavori dell’arte romanica,

è opera dell’architetto Benedetto Antelami

– il grande “magister Benedictus” –

che,

nel corso del XII secolo,

comincia a lavorare

anche dentro e fuori la cattedrale.

Il marmo, le pietre, le strutture architettoniche

lui le trasforma

con una forza cupa e fiera

quasi in voci che gridano,

in parole.

A guardare le opere

si è coinvolti e sconvolti

come da un maestro severo ma amico.

 

– Interno del duomo

con la “Deposizione” dell’Antelami.

La lastra ha imprigionato

per sempre

il rigore di un movimento terribile

rendendolo indimenticabile.

Il Cristo,

con le braccia aperte come ali,

sembra sceso da un volo

per consegnarsi ancora una volta

agli uomini.

 

Teatro Farnese

 

“Teatrum orbis miraculum”

– meraviglia del mondo –

il teatro Farnese,

costruito tutto in legno all’interno del

palazzo della Pilotta,

era dipinto

– insieme alle statue –

a imitazione di marmi molto rari.

Gli girava intorno

una ricca decorazione in oro.

Inaugurato nel 1628

e usato solo per occasioni ufficiali

– poteva ospitare più di quindicimila persone –

alla fine del Settecento era già

“un vecchio teatro,

d’aspetto triste e grandioso,

che il tempo riduce lentamente

in un mucchio di rovine”

(così scriveva Dickens nell’Ottocento).

Oggi, come si vede,

è stato ricuperato e risanato.

 

Camera di San Paolo

 

Stendhal nel 1817:

 

Mi strappo a Milano.

Un’oretta di fermata a Parma

per i sublimi affreschi del Correggio.

 

E nell’antico convento di San Paolo

c’è la camera

con i primi dipinti eseguiti a parma

dal Correggio,

commissionati dalla badessa Giovanna.

Nella volta

il pittore ha dipinto

un giardino meraviglioso, e meravigliato,

di naturale freschezza,

di generosa speranza,

di giovinezza.

In un ordine pittorico

sostenuto da una fantasia

quasi miracolosa.

 

 

5. Tutto è Po!

 

Dietro panorami che sembrano immutabili

c’è una realtà

che cambia.

Tutti dovremmo fare e pensare

perché anche il mondo del fiume

possa migliorare

ma difendendolo

dalla speculazione selvaggia.

Raccontano che un amico chiese a un amico:

“Qual è il Po?”.

“Tutto è Po!” la risposta.

 

 

6. Fontanellato

 

Anche Fontanellato

con i suoi portici e le sue vecchie case

ha un aspetto medievale.

All’inizio del Quattrocento

i Sanvitale la trasformarono in fortezza

con bastioni, fossati

e la rocca.

Fra i suoi muri si trovano

mobili, arazzi, armi

e – fra altri –

un affresco del Parmigianino

datato 1523:

la Favola di Diana e Atteone.

Dipinto per ordine di Galeazzo Sanvitale

– in una piccola stanza

dedicata alla moglie –

racconta che Diana,

sorpresa nuda nel bagno,

per vendetta muta Atteone in cervo.

C’è una luce intensa che viene dall’alto

e la scena è resa con una struggente efficacia

da questo grande artista

morto giovane,

tormentato da una insoddisfazione dolorosa

per volontà di continua perfezione.

 

 

7. Questo è il Po, oggi

 

Fetonte

– secondo la mitologia –

precipitò dal cielo e annegò nel Po.

Le sorelle

– che lo piangevano sulla riva – furono trasformate in pioppi.

E la pioppicultura

è una delle attività tipiche del fiume.

Oggi

sulle sue rive

possiamo ancora vedere pecore al pascolo

ma

– nei giorni di festa –

gare di motocross.

Questo è il Po, oggi.

E questa, più in generale, è l’Italia

– nuova e vecchia insieme

già del Duemila e ancora antica.

Cimiteri sopra cimiteri di altre ossa

città sopra città

chiese sopra altre chiese scomparse.

Niente riposa

sotto e sopra il suolo italiano;

tutto è testimonianza di altre vite,

di antichi percorsi,

di perdute fantastiche o strazianti primavere.

 

 

8. Sabbioneta

 

All’imbrunire

sul Po

si scatenano le fantasie.

E Sabbioneta

– con i suoi edifici monumentali,

fra cui il Teatro Olimpico –

è nata

nella seconda metà del Cinquecento

dalle fantasie quasi ossessive

di potere e di bellezza

dei Gonzaga

– soprattutto del principe Vespasiano.

La “piccola Atene”, fu chiamata.

Utopica città ideale.

Centro da cui tener lontane

la volgarità del mondo

e ogni ignoranza;

e dedicato, con l’arte la scienza e la poesia,

a mantenere

– o a riportare, se perduta –

l’armonia nella vita

e a vincere la morte del tempo.

 

 

9. Po – Mincio

 

Il Po si allontana

ed è il fiume Mincio

che porta verso Mantova

– cominciando intanto a trasformare

questi luoghi

in un mare d’acqua di verde.

Laghi, canneti, piante, uccelli.

Siamo sempre sulla più grande distesa

d’Italia,

e anche la quiete virgiliana

– Virgilio nacque qui –

è un sogno della memoria.

Traffico, suoni, voci,

frenesia di vita,

irrompono da ogni parte.

Mantova adesso è come assestata

su un fazzoletto di terra

circondato da tre laghi.

E custodisce il Mantegna.

 

 

10. Mantova

 

Camera degli Sposi

 

Palazzo Ducale a Mantova.

Camera degli Sposi.

“La camera picta” – la camera dipinta,

con la rappresentazione di momenti familiari

alla corte dei Gonzaga.

Andrea Mantegna dipinse

tra il 1465 e il 1474.

Nella parete a destra

una solennità maestosa

– che pare ormai perduta nella storia –

viene riconosciuta

a questa casata di potere, di sapere, di gloria;

con il magistero dell’arte,

ma anche con un’attenzione

che conferma un rispetto ammirato.

Seduti o in piedi sotto una loggia,

tutti sembrano in posa per una fotografia immortale,

con abiti sfiorati da un lucore appena smorzato.

Ma, per esempio,

sono singolarmente definiti anche solo

dalla varietà degli sguardi;

oppure accompagnati da memorabili dettagli

che fanno vibrare il muro:

il cane accucciato sotto la poltrona;

la ragazza con una mela;

la nana, contratta e immobile,

con un fazzoletto o nastro o borsello traforato

in mano.

E, seppure riparati da quella parete dipinta,

sembra di sentire

il respiro della campagna che vive.

A sinistra,

le figure nobili hanno alle spalle

un panorama

con una città fortificata

immersa in un silenzio drammatico d’attesa.

Con l’emozione, in primo piano,

di un particolare esaltante:

la piccola figura giovane

che stringe intimidita con tutta la mano

due dita della donna che ha vicino.

Tutto il racconto esaltante

trova alla fine un collegamento

con l’ovulo del soffitto

aperto contro un cielo appena rannuvolato.

Piove luce a fiotti da quel grande occhio aperto,

rovesciato nell’infinito

da un astronauta pittore

che ha visitato lo spazio lontano

e si è liberato da ogni vincolo culturale

che lo legava alla terra.

 

Teatro scientifico del Bibiena

 

“Lo scientifico”

o, esattamente, “il teatro scientifico”

di Antonio Galli Bibiena,

è un capolavoro costruito in appena due anni

alla fine del Settecento;

più come luogo di convegni intellettuali

che di spettacoli tradizionali.

Da qui l’impressione di abbraccio spaziale

che la sala raffinatissima propone,

quasi volesse avvicinarsi al pubblico

per far sentire il respiro delle idee,

non la voce gridata dei teatranti.

 

Palazzo del Te

(Sala dei Giganti: Caduta di Fetonte)

 

Il “Palazzo del Te”

(“Uno degli edifici chiave del Rinascimento”,

secondo un grande critico)

fu costruito in dieci anni

– dal 1525 al ’35 –

da Giulio Pippi detto “il romano”

(grande mirabile e stupendo,

come disse di lui Pietro Aretino).

Il palazzo è, esemplarmente,

la conferma del mecenatismo dei Gonzaga

Basso, su un solo piano,

a pianta quadrata, molto ampio.

Sembra uno splendido disco volante

sceso e appiattito a speculare la terra.

Dà una forte impressione di solida fragilità,

di arcana resistenza al tempo.

Piene le sale di capolavori pittorici,

quella detta “dei Giganti”

o “il Camerone”

prevale per il terrificante spettacolo

di vittoria e di morte.

Grandi figure di Titani,

che hanno osato ribellarsi a Giove,

sono vinte e travolte

in mezzo a un ruinare apocalittico di massi

– e fra questi le membra

si lacerano e scompaiono.

In alto, gli dei,

sembrano ancora ansimanti

per una vittoria faticosa e non ancora goduta.

Il grande diluvio

cupamente traslucido e gridato

lo leggiamo ancora come un

possibile racconto

dei nostri giorni.

 

 

11. Ancora sul Mincio

 

Ancora sul Mincio;

di nuovo verso il Po

lasciamo Mantova

città da non dimenticare.

Un cuore del mondo.

Molto verde sulle rive

ancora non scomposte

e un battello.

Sono pochi,

per un’autostrada fluviale

che aspetta soltanto

d’essere rispettata

e di servire.

E che corre fra rive

che sono una sola voce d’arte.

 

 

12. San Benedetto Po

 

Ancora in provincia di Mantova,

San Benedetto Po

è ricca terra agricola

ma con industrie importanti.

Fra queste,

la lavorazione del legno, di pioppo.

Il paese si formò

intorno all’abbazia di Polirone

(e l’abbazia fu costruita

fra il Po e il Lirone,

assorbito poi dal fiume Zara).

Dell’antica abbazia

restano poche tracce;

mentre, sulla piazza del paese,

si trova la basilica di San Benedetto,

rifatta splendidamente nel Cinquecento

da Giulio Romano

sulla vecchia chiesa di San Floriano.

Custodisce dipinti del Cinquecento veneziano

e, fra l’altro,

trentadue statue di terracotta

opera di Antonio Begarelli

– metà del Cinquecento.

Sotto il portico della facciata

sono collocate quelle

di Adamo,

di Eva,

di Davide.

Nell’andito della sagrestia

la tomba di Matilde di Canossa.

 

 

13. Verso Ferrara

 

Da Ostiglia a Occhiobello,

verso Ferrara,

il Po è già carico di veleni.

Il suo bacino è diviso

fra quattro regioni,

13 provincie.

Intorno gli vivono e premono

circa venti milioni di italiani

e una massa imponente di grandi

medie e piccole industrie

– che spurgano nell’acqua.

Per risanare questo gigante ferito

– un titano del Mantegna –

è necessaria la volontà

la responsabilità

di una nazione.

Non l’occhio di Giove

ma l’occhio dell’Italia intera.

 

 

14. Ferrara

 

Ferrara

che aveva il Po addosso,

ora lo ha solo vicino;

come ha vicino il mare.

È, dunque, anche città d’acque

come tante città padane.

Ha l’acqua intorno il Castello Estense,

prima un bastione

poi ripreso e inglobato

nel tessuto del centro cittadino.

La città non è un museo a cielo aperto.

È una delle meraviglie italiane,

per il complesso delle opere monumentali,

di scultura, di pittura

che le generazioni le hanno via via consegnato

come un lascito immortale

da tutelare.

Il duomo è esemplare

per esaltare testimoniare

le vicende cittadine, le antiche memorie,

a partire dal 1135.

Più volte ristrutturato,

quasi rifatto nel 1712,

esprime una forza che lo ancora al terreno,

mentre è percorso, quasi trasfigurato,

da una luce errante

che si inoltra e sfugge,

seguendo la varietà del cielo;

che indugia e vola;

tanto da renderlo quasi parlante

con la strada,

con la gente nella piazza.

È questo inarrestabile

moto vitale sulle pietre

che sembra legare

la intransigenza medievale

– che ha sempre costruito contro il tempo –

al moto rinascimentale

delle idee,

che del tempo e nel tempo

cercava di scegliere splendide rose.

La duplicità miracolosa e articolata

si può anche cogliere

da una parte

nelle sculture dei “Mesi”

 – oggi nel museo della Cattedrale –

con le figure che sembrano fuoriuscite

o liberate

da magmi di lava

per essere consegnate a una nuova fatica,

non a una libertà.

Dall’altra parte,

si può cogliere nella città rinascimentale;

nel corso Ercole I d’Este;

nella lunga prospettiva euclidea.

Qui, valutiamo il rigore dell’intelligenza

tesa a cercare una bellezza reale;

e la passione di fare, costruire,

realizzare per poterla sfiorare, toccare,

godere.

Così per il palazzo dei Diamanti;

che del lavoro per il terzo ampliamento della città

è un risultato di vertice.

Sembra avvolto da una pietra palpitante.

Così per il palazzo Schifanoia;

che custodisce nel “Salone dei mesi”

un ciclo di affreschi

riferiti ai dodici mesi dell’anno;

considerati un capolavoro dell’officina ferrarese

e del nostro Rinascimento.

Ferrara

è un libro d’arte, di poesia;

ma è anche un libro di storie

alte e concrete.

Induce alla pazienza generosa

e inevitabile

della contemplazione attiva.

Che vuol dire

– perché lei lo suggerisce –

non sfuggire alla vita.

 

 

15. Pomposa

 

Pomposa ha una storia che affonda nei secoli.

Prima era sull’acqua,

fra boschi,

quasi un’isola.

Adesso sente il mare lontano

nel volo dei gabbiani

che entrano per le discariche.

La facciata dell’abbazia

è dominata da un campanile di mille anni

con la cuspide a cono di agilissima eleganza

che svetta fa pochi alberi

e ha, dietro, la campagna

distesa a perdita d’occhio.

Oggi, nella chiesa abbaziale

meraviglia ancora la ricchezza

delle pareti affrescate

e dell’antico pavimento,

che sembra nuovo

per i colori che risaltano.

Nella calotta dell’abside

è memorabile

il Cristo in maestà del 1351,

da attribuire a Vitale da Bologna.

Mentre suoi allievi

hanno dipinto sulle pareti della navata maggiore

fatti del Nuovo e Vecchio Testamento.

Nel refettorio

gli affreschi eseguiti intorno al 1320

è probabile che siano di Pietro da Rimini.

In ogni modo, è soprattutto vero

che al visitatore non distratto

l’emozione esemplare

è data dal sentimento del tempo che non muore,

del moto della storia che non si ferma,

delle voci che hanno parlato

e parlano ancora

– con l’esempio di tutte le cose

fatte o sperate in passato

che s’alza fra questi muri.

 

 

16. Po – Mare

 

È la fine del viaggio.

Non più imperioso

ma ampio lento dolente

il Po apre le braccia

e si rovescia in mare.

Lascia un percorso d’arte

fra i più luminosi del mondo,

con opere fortunosamente

preservate nei secoli

nei millenni

nonostante le tempeste che hanno

travolta la pianura;

mentre per lui

delle valli di un tempo,

verso la foce,

oggi rimane ben poco

– perché quasi tutto è stato bonificato.

Poche case

basse

schiacciate a terra.

Le sere sono lunghe.

Rimane qualche giovane a mendicare lavoro.

L’uomo del delta, dicono,

passa e non si ferma.

In qualche paese

le donne vanno ancora al cimitero

e parlano con i morti.

La solitudine è grande.

La verità è che sul Po si appoggiano

272 centrali idroelettriche

6 centrali termiche

2 centrali nucleari.

Il futuro, per il grande fiume,

forse non è ancora arrivato.

 

 

 

 

 

(Testi di Roberto Roversi; montaggio per il teatro di Arnaldo Picchi)

 

 

I

 

Absidale di Santa Lucia. Nello spazio un lungo tavolo, leggermente obliquo, coperto con un drappo rosso. Al capo interno, a sinistra, Morandi, quasi in penombra, con un libro aperto in mano. Al capo opposto, verso la platea, Arcangeli – di tre quarti, quasi di schiena, ma in luce. Dietro la vetrata il grande muro rotondo è appena percettibile. La cantante, con un accompagnamento di chitarra e clarinetto, attraverserà lo spazio entrando da destra, percorrendo il bordo di proscenio. L’orchestra (un complesso di fiati) è in scena, a destra, ma nessuna musica interverrà durante i due dialoghi. Nello spazio sono disseminati diversi leggii, con copioni aperti.

 

 

CANZONE

 

Un frate imprigionato fra i topi

mi ha insegnato a parlare

e due uomini tedeschi stretti nel ferro mi hanno dato la vertigine

uno perché troppo saggio

l’altro travolto da un furore della poesia

è diventato pazzo travolto dalla pazzia.

Poi è finita la vita

                            poi è il giorno che si

                                                           muore

Qualcuno

                            andrà da

                            qualche parte

perché non c’è saluto

                            per chi vola in treno

                            né per chi arriva.

Oggi hanno vinto

ma non vinceranno domani

ho il cuore molto triste

un mondo senza il popolo degli uomini

è un mondo che non accetto.

La vanità dei poeti

rende inutile molta poesia.

 

 

II

 

ARCANGELI:

Quel giorno, dice, non è stato un bel giorno, diomio… neanche un poco.

 

STUDENTE:

Quale giorno?

 

ARCANGELI:

Era un lunedì. Io ricordo bene, gli ho portato alcune decine di fogli. Avevo passata la domenica a rileggere bene tutto il testo, per cavar via anche il più piccolo errore di battuta, una virgola, e poi…

 

STUDENTE:

E poi?

 

ARCANGELI:

Poi il cuore mi batteva forte, non da uomo ma da giovane alla prima battaglia; come sempre mi capita di fronte a una grande emozione… anche adesso, che giovane non sono più… Forse la più forte, più mia, più dentro di me, della mia vita… Lo temevo quell’uomo, tutto intero.

 

STUDENTE:

Lo temevi? Morandi?

 

ARCANGELI:

Sì! Aveva una bontà irta di spine, che ferivano lui, magari, per primo, ma più ferivano gli altri. Dai suoi occhi capivi il vulcano immobile che c’era dentro.

 

STUDENTE:

Ma prima di quel giorno, non aveva letto proprio niente?

 

ARCANGELI:

Aveva letto qualche pagina, le prime, che m’ero azzardato a dargli. Non credevo che ci fosse dentro il fuoco. Aveva borbottato.

 

STUDENTE:

Borbottava?

 

ARCANGELI:

Mescolava quelle prime frasi con un dito, proprio come se intingesse il pennello su un colore. Sui colori. Se gli avessi dato subito più pagine da leggere, temevo forte che mi avrebbe ucciso con una frase breve e secca; mettendo il mio cuore sulla pagina… Ma poi non è neanche vero…

 

STUDENTE:

Cosa?

 

ARCANGELI:

Che mi avrebbe ucciso. Speravo, speravo, speravo invece… oh, come lo speravo… in un sorriso, anche appena accennato, come una sua pennellata. Un breve luccicare di quegli occhi che vedevano le piccole cose del mondo come se avessero un’anima, placata solo dopo un lungo volo; e riposassero sul tavolo, quasi accucciate; e come se ansimassero ma appena un poco, un poco appena, ancora.

 

STUDENTE:

Sperare in un sorriso, dopo tanta scrittura, tanto impegno, certo, forse è il sentimento più bello…

 

ARCANGELI:

Il ringraziamento più eccitante. Una sua parola, solo una sua parola, con quella luce negli occhi, appena sfiorata dal vento dell’anima, che alcuni, i più attenti, leggevano emozionati nelle sue opere misteriose. Cos’altro potevo, e dovevo, sperare?

 

STUDENTE:

Cosa, infatti?

 

ARCANGELI:

Lui era lì davanti a me e stava sollevando per me, davanti a me, fra lui e me, una montagna. Per me, il freddo dell’anima. Da quel momento la mia vita non è stata più la mia vita.

 

STUDENTE:

La vita intera, tutta la vita vera?

 

ARCANGELI:

Prima e dopo, giovinezza e lavoro, sandali e scarpe impolverate. Tutto. Anche una grande intima speranza di essere passato attraverso i rami di una foresta troppo tranquilla per non essere all’improvviso un’esplosione di misteri o di paure o di meraviglie; per non promettere drammi e tempeste; e arrivare dentro ai suoi quadri, anche solo a un quadro, uno solo, come un oggetto quasi indispensabile fra loro. Anzi, indispensabile. E invece… Fare ancora luce, un po’ di luce, anche soltanto per gli altri…

 

Sul muro rotondo oltre la vetrata una dopo l’altra, come in un feu d’artifice compaiono due nature morte di Morandi.

 

STUDENTE:

Invece?

 

ARCANGELI:

Non ci voglio, dico non ci posso pensare adesso, in questo momento;

strapperei le bende da ferite ancora aperte… Invece? Una ferita proprio sul cuore e sei steso sulla riva del mare tempestoso come un guerriero morto.

Morto davvero. Dopo la speranza di una buona vittoria.

 

STUDENTE:

Riesco a intenderlo bene tutto questo, dopo tanto lavoro.

 

ARCANGELI:

Ripeto, più che lavoro… il lavoro è altra cosa… partecipazione continua, vincolo effettivo della mente; un’applicazione a capire e a scoprire furibonda. Davvero, senza tregua… Voglio dire che l’ambizione maggiore, del mio libro, mentre scrivevo, era quella di fare intendere Morandi fuori dai lacci di applausi consumati… Adesso posso anche dirlo, così con la voce… Morandi, allora, parlava sopra tutto con gli occhi, oggi posso dichiararlo. C’era come una prepotenza in quelle mie pagine… Per Morandi, insopportabile… Lui in fondo voleva che fossi come voleva… come intendeva di essere con convinzione profonda e non lasciava margine ad alcuna ombra alzata da altri… alle mie ombre. Riteneva che Arcangeli fosse davvero spietato, dietro la sua baldanza. Ma Arcangeli cercava soltanto, con tutte le sue possibilità liberate al massimo, come una mandria di cavalli bene addestrati e liberati m un campo assolato… Cercava di capire diverso dagli altri, come egli credeva di poter fare, di saper fare, liberato da alcuni vincoli stesi con troppa gratitudine semplificata da altri.

 

STUDENTE:

Capire diverso dagli altri, dunque.

 

ARCANGELI:

Ma non è giusto tendere a questo, per un critico? premuroso, posso dire anche acuto? soprattutto innamorato delle opere del proprio autore?

Fu fulminante e impietoso: “Zac! la spada che taglia… Lei crede di sapere tutto e non sa niente… questo è il guaio… Sa poco o niente…”

 

ARCANGELI:

Dove ho sbagliato?

 

MORANDI:

Lei con un coltello ha tentato… ha cercato di staccare la testa dal corpo… la corteccia di un albero, voglio dire, per preservarlo dal fuoco… Ha tentato di farlo, con poco costrutto… Ma il mio albero non è sughero che si stacca, scattante e placido, ad ogni colpo di lama, sicché il lavoro sembra quasi un giuoco… Io, mi conceda almeno questo, sono di legno vero, come è vero ogni uomo, e mi ferisco e lacrimo…

 

ARCANGELI:

Ma…

 

MORANDI:

…sì, si può lacrimare forte ma con discrezione di luogo e di forma, restandosene appartati… il dolore, non è questione di colori e pittura… il dolore ci colpisce spesso da soli… Badi a questo, lei che giudica e impone… in queste occasioni mi verrebbe perfino di gridare, pensi un poco… gridare io!…

Gridare non per rabbia, che scuote appena la pelle, ma per tenerezza d’amore… Anche gli alberi sono innamorati del vento, che li scuote… Lei ha la mano fredda per queste pagine, o se le riscalda, le riscalda soltanto con l’alito… La mano fredda, così come è fredda la lama con cui mi vuole disossare…

 

ARCANGELI:

Oh, come non è vero!… Non è vero, mi creda… Il mio impegno è altro… Io mi sono immerso nel mare profondo…

 

MORANDI:

Mare profondo!… Queste pagine, creda a me, a parte la bella scrittura, sono solo una grande ferita… Lei ha sparso il mio sangue per terra.

 

ARCANGELI:

Dio mio! Neanche una parola?

 

MORANDI:

Lei mi toglie la pelle,

mi spella vivo.

Per tutta la vita sono

stato tirato da una parte

all’altra, su e giù,

legato, anzi quasi incatenato,

ieri come un Budda di marmo o

buttato in avanti come un pallone

perché dicevano che

ricoprivo la realtà con una pittura

come un lenzuolo di raso

filato da una donna con le mani d’oro,

rotolando dentro l’aria del nostro tempo.

Dei nostri tempi.

Io, invece…

la mia unica aspirazione è godere della pace

e della tranquillità di cui ho bisogno

per lavorare.

Ma sono stato derubato

di questa pace mentale

dal momento in cui anni fa

ho vinto un premio alla biennale

di San Paolo del Brasile…

Io vorrei invece solo stare alla finestra

(alle finestre) a rimirare il mondo

in un dettaglio preciso ordinato sottile

e a dipingere il suo silenzio.

Sembra una cosa facile, dopotutto, cosa

da nulla e invece…

 

ARCANGELI:

Proprio questo. Questo invece. È dentro questo invece che ho cercato di andare, a gradi, cercando di non ferire ma, come dire?, di lenire. Di immergermi come dentro l’acqua… (e come trasferendosi nella memoria, recita:)

 

Nello stesso momento sul muro oltre la vetrata compare la prima immagine marcata (Cimabue, Ipnacchaia, su una natura morta di Morandi).

 

Tra le Lipari rosse e nere la veglia d’Ulisse ramingo s’accende di sole immenso al tramonto marino. Non vuole cedere l’eterno suo passo: risveglia un fuoco del cuore… Ma s’aprono i lumi cari e fumosi di Milazzo. Al fragore del treno una bimba cade in pallide ore di sonno, tra un povero odore d’agrumi…

 

MORANDI:

Una poesia? Perché, in questo momento?

 

ARCANGELI:

Risveglia un fuoco del cuore. Ma anche per Non vuole cedere l’eterno suo passo, e infine per s’aprono i lumi cari e fumosi. Tutto ciò che toglie l’oscuro ma non rende i quadri più leggeri, più soavi al tatto dello sguardo.

 

MORANDI:

Io dico che sui paesaggi non posso fare sconti. È lì dentro che mi ritrovo. Ed è vero questo e non lo dimentico, le frasi, anzi le parole di Longhi con i rantoli della guerra ancora in piedi, lui di là dell’Appennino, io ancora di qua a Grizzana e con gli alberi che bruciavano. La mostra del 21 aprile del ’45, a Firenze. Un segno del destino, un precipitare degli eventi. Anche culturali, anche artistici. Guardi, il catalogo della mostra è qui nello scaffale… Ecco, e leggo solo per contraddirla, almeno nella sostanza: l’elegia luminosa di Morandi; la sua pittura sommessa, semplice e pura; la sua meditata lentezza, e per questa Longhi rimanda al lento narrare di Proust; e poi scrive della studiosa affettuosità verso gli oggetti, che erano parte del suo mondo visivo; stratificando le ricordanze tonali.

 

Durante questa battuta di M. sul fondo compaiono, rapidamente (feu d’artifice) due paesaggi di Morandi.

 

MORANDI:

Non vedevo l’ora di potermi rimettere al lavoro e di ritrovare un poco di

tranquillità.

Tranquillità da difendere anche, perfino, con il filo spinato.

 

Mio caro Arcangeli…

Ha male inteso… ha frainteso… come un uccello, per troppa ebbrezza…

Addio!

 

ARCANGELI:

Tornavo a casa, in una sera di maggio, per un viale. Il cielo, che vedevo a tratti fra gli alberi folti, era pesante, con rare stelle fra le nuvole gravi. Nell’aria c’era un presentimento, un senso d’aspettazione; ma forse era soltanto il torpore carico di germi e di promesse vegetative che pesa su certe sere di primavera. Anch’io, dopo un lungo dolore, aspettavo di rinascere, e l’attesa era un distacco incantato dalla vita, come un dolce seppellimento. Ma quella sera ero inquieto, mi sentivo carico dell’avvenire che doveva svolgersi da me, non sapevo come.

 

MORANDI:

Mio caro Arcangeli… La natura… bisogna disporre le cose, riordinarle, chiedere a loro di sussurrare non di cantare; ma di sussurrare sempre, con un respiro lungo che non si fa impaurire dal tempo, e durare durare durare.

Longhi, è poco che ha scritto, mi aveva posto come antidoto a tutte le deviazioni di gusto astrattistico. Questo almeno vuol dire che non cercavo di disfare le cose ma neanche di prenderle nude e crude cercando di abbracciarle perché non sfuggissero via, ma che si capiva che le radunavo poche ed esigue di volta in volta con il fischio del pennello, come fa il pastore di sera, per contare il piccolo branco e disporlo al quieto sonno della notte… Dunque, altro che rileggere il libro della mia pittura – almeno questo, una volta per tutte, credo – in chiave di elementarietà astratta… E poi tutti quegli avvicinamenti a questo e a quello! Sassi tirati sulla schiena, da ogni parte. Mi permetta dunque, almeno, di potermi rinserrare nella stanza del lavoro con le mie pecorelle… le mie disperse bestiole, che hanno pascolato solitarie, lontane da suoni troppo forti, che non durano a lungo… A me basta, del nostro tempo, ammirare osservare scoprire di volta in volta Brancusi.

 

ARCANGELI:

Son convinto che sono gli altri (e che cosa è la critica, se non “altri” particolarmente attenti, sensibili, partecipi?) a dover intuire, se sono in grado, quello che in un’opera o stato effettivamente, talvolta persino in contrasto con la poetica dell’artista, trasmesso.

 

MORANDI:

Altro che pecore! Qua è come avvolgere un corpo ancora mezzo vivo, mezzo cadavere dunque, per cercare di seppellirlo sia pure in una tomba di marmo… Nella tomba di famiglia del critico.

 

ARCANGELI:

Nessun seppellimento, sia pure virtuale, ma esaltazione in un restauro della vita e dell’opera straordinario, vitale… Sì, esaltazione ragionata, della ragione, quindi l’attenzione e l’amore più lucido e concreto, più sincero e duraturo… Durare nel tempo, senza sbavature…

Morandi richiude il libro. L’orchestra interviene per un intermezzo musicale, durante il quale sul fondo scorre l’immagine di una natura morta di Morandi. Luci sui musicanti e su Arcangeli, che ora legge da un foglio. Sul finire dell’intermezzo un giovane laureando, con una borsa che tiene stretta al petto, e resta in piedi all’angolo del tavolo, dove prima era seduto Arcangeli. La musica si interrompe bruscamente.

 

 

III

 

ARCANGELI:

No, quel giorno non è stato un bel giorno, diomio… neanche un poco…

 

LAUREANDO:

Vent’anni, no?

 

ARCANGELI:

(senza ascoltarlo continua):… era un lunedì, lo ricordo bene, gli ho portato alcune decine di fogli… trentadue, per l’esattezza… Avevo passata la domenica a leggere e rileggere tutto il testo, per cavar via anche il più piccolo errore, una virgola, un refuso, e poi… (si arresta, per ricordo improvviso)

 

LAUREANDO:

E poi?

 

ARCANGELI:

(adesso sembra sollevato): …poi il cuore mi batteva, forte, come un giovane alla prima battaglia… sempre mi capita di fronte a una grande emozione… sentirsi disarmato… anche adesso, che giovane non sono più… In quel momento, forse, era la più forte, più intimamente sentita, più dentro di me… mai prima, così, e neanche dopo, così… Lo temevo quell’uomo, tutto intero, con intime furie e umori straziati, sotto un’acqua tranquilla.

 

Sul fondo compare, come un flash, un paesaggio di Morandi con figura umana.

 

LAUREANDO:

Morandi? Era un uomo da temere?

 

ARCANGELI:

Sì! La sua quieta amabilità era irta di spine, che ferivano lui, magari, per primo, ma che ferivano soprattutto gli altri, sottili sottili, anche se non se ne accorgevano subito e non si sentivano feriti… Dai suoi occhi, dentro a una nebbia di luce, capivi il vulcano immobile che c’era dentro… Capivi? Direi sentivi.

 

LAUREANDO:

Ma prima di quel giorno, non aveva letto proprio niente? Neanche un foglio?

 

ARCANGELI:

Qualche pagina, le prime, che m’ero azzardato a dargli… Aveva borbottato:

non credevo che ci fosse dentro il fuoco.

 

LAUREANDO:

Segno di tempesta?

 

ARCANGELI:

Strisciava sulle righe… su quelle prime righe… con un dito, come se intingesse un pennello su un colore… Sui colori… con una curiosità stizzosa… Se gli avessi dato subito più pagine da leggere, temevo forte che avrebbe potuto seccare la penna con una frase breve e secca… Che mi avrebbe, cauto e severo, anche implacabile in quell’occasione, tagliuzzato come un frutto maturo, troppo maturo… Ma forse neanche questo è vero…

 

LAUREANDO:

Cosa?

 

ARCANGELI:

Che mi avrebbe ferito, ucciso, cancellato, in quel momento… Lui voleva quel che voleva, e io invece speravo in qualcosa di buono, non di averlo accontentato ma di non averlo deluso… Speravo, speravo, oh! come lo speravo, in un sorriso soltanto, anche solo accennato, come una delle sue pennellate leggere e tremende… Un breve luccicare di quegli occhi che vedevano le cose del mondo come se avessero una pelle quieta, appena sfiorata dal tempo e un’anima tormentata… come se fossero appena placate dopo un lungo volo, e riposassero sul tavolo quasi accucciate… come se ansimassero ma appena un poco, un poco appena, ancora.

 

LAUREANDO:

Sperare in un sorriso, dopo tanta scrittura, tanto impegno, certo, e tanto e tanto riflettere e indagare, è il sentimento più bello, il più vero…

 

ARCANGELI:

Il ringraziamento più eccitante… Una sua parola, solo una sua parola, con quella luce negli occhi, appena sfiorata dal vento dell’anima, che alcuni, i più attenti e meno curiosi, leggevano emozionati nelle sue opere così aperte e così misteriose…

 

LAUREANDO:

Era lecito aspettarsela, almeno questa…

 

ARCANGELI:

Lui era lì, seduto davanti a me, e stava sollevando per me, fra lui e me, o soltanto per me, una barriera… una montagna, che non si poteva più scalare… Per me, il freddo poi il gelo dell’anima, la nebbia fonda nei pensieri… Da quel momento…

 

LAUREANDO:

Scavare, scavare, per arrivare all’uomo… Lei ha cento ragioni, anch’io partecipo di ciò… Che cosa sono, infatti, quelle cose in apparenza inerti, deposte su un tavolo, se non internamente vibranti e disposte a scattare avvampando? E il pittore che dipinge non è forse in una officina piena di zolfo, anche se sembra solo e soltanto nella sua cameretta? Guardandolo, anch’io cerco sempre il mago misterioso avvolto in un panno leggero ma che sembra incorruttibile…

 

ARCANGELI:

(lo ha ascoltato ma distratto) Da allora, la mia vita non è stata più la mia vita…

 

LAUREANDO:

La vita intera? Un colpo duro, certo…

 

ARCANGELI:

Avrei voluto gridare ma l’urlo si rintanava dentro al cuore e lo lacerava… Sì, cercavo un padre del pensiero dietro quei colori, dentro quei quadri… cercavo un cuore più che una voce… che i colori di quei quadri mi colassero tiepidi su! viso… che tutto ciò mi fosse guida, e anche esaltazione, nel destino…

 

LAUREANDO:

Lo si chiede ai maestri, una mano sulla spalla…

 

ARCANGELI:

La vita intera? Sì, prima e dopo, giovinezza e lavoro, sandali per camminare, progetti di lavoro, l’amore nel guardare e nello sperare… Ritenevo davvero, con una convinzione quasi feroce, di essere come passato attraverso i rami di una foresta… così vedo la vita di un uomo, e anche di un artista grande… di una foresta troppo lucidamente disposta per non essere protagonista all’improvviso, ma con calcolata determinazione, di un’esplosione di misteri o di paure o di meraviglie… per non promettere sorprese ma anche drammi e tempeste… e in questo intrecciato mistero volevo arrivare, passando sopra i suoi quadri quasi a balzi come si attraversa un rivo irrequieto puntando, passo dietro passo, ai sassi affioranti…

 

Durante questa battuta di A, sul fondo – sempre come per lampi – compaiono due nature morte di Morandi.

 

LAUREANDO:

Buoni riferimenti, anche strani riferimenti; con qualche sorpresa, a mio parere, Nei suoi quadri, o con i suoi quadri, secondo una mia lettura e così sia, qua la dico, Morandi non è che volesse penetrare nella inquietudine del mondo… non è che volesse con spasimo capire il mondo, ma sento che lo volesse giudicare (inquieto, implacabile)… Per questo la sua figura artistica, fuori dalla iconografia ormai standardizzata di via Fondazza e di tutto il lacrimevole ed estenuante retoricume conseguente, è da pittore antico invece; duro e in qualche modo inesorabile, piuttosto che da pittore moderno, fragile, solitario e schivo, e già inquinato dalla fragilità del tempo, che correva verso due tre spaventose guerre… Morandi non ne vuol star fuori ma non vuole nemmeno lasciarsi sopraffare. Come un monaco eremita sta appartato per restare più vicino a un cielo contro cui gridare una sua straziante preghiera senza voce…

 

ARCANGELI:

Un amico pittore dei primi anni ricordava: a me diceva di portarsi addosso una condizione di sentimento naturale… un tentativo di essere vicini a una prima indistruttibile naturalità…

 

LAUREANDO (proseguendo, quasi con ansia:)

Pittore del Trecento, che con un soffio ha spazzato via la folla, le persone e ha davanti la tavola nuda, che nell’attesa del colore fa fuoco e scintille e riempie la stanza di una luce quasi spenta che è mistero.

 

ARCANGELI (cita un suo verso:)

Stanze / si addensano d’ardore… Le ombre tacciono trafitte…

 

LAUREANDO:

Mi butto, ma è da dire… Via Fondazza, altro che la strada minuta e pigra della retorica sentimentale della pittura… io la vedo come il deserto di Gobi, una vetta innevata, la steppa russa e non guardo un suo quadro anche con solo due bottiglie avanzanti senza rabbrividire. Come i grandi del Trecento, appunto, pittavano i Cristi in croce, che sanguinavano.

 

Durante questa battuta del Laureando sul fondo compare la seconda immagine marcata; una mano benedicente sopra un bouquet di fiori.

 

ARCANGELI:

Fare ancora luce, un po’ di luce, sorpassando gli equivoci, anche per gli altri, e invece…

 

LAUREANDO:

Invece?

 

ARCANGELI:

Non ci posso pensare adesso, andare al fondo; strapperei le bende da una ferita ancora aperta… Come un soldato colpito a morte, disteso sulla riva del mare, dopo la speranza di una buona vittoria.

 

LAUREANDO:

Tanto impegno di lavoro… lo capisco bene…

 

Un gruppo di studenti (che finora ha osservato dalle due porte laterali) entra e va a schierarsi in piedi davanti ai primi posti di platea.

 

ARCANGELI:

Più che lavoro, il lavoro è un’altra cosa… nel mio caso, in questa occasione, partecipazione continua, vincolo affettivo e anche effettivo della mente; un’applicazione a capire e a scoprire tutti i dettagli possibili, i più furtivi o sfuggenti; una determinazione, e una convinzione, furibonde… davvero senza tregua. Non volevo, non cercavo altro che questo risultato… Voglio dire che l’ambizione maggiore… senza esaltazione la chiamerei suprema… del mio libro, mentre scrivevo, era di fare intendere questo artista difficile e grande… grande e difficile… di presentarlo fuori dai lacci di applausi consumati e ormai verbosi… Morandi non molto parlava con la voce ma molto con gli occhi… scagliava piccole frecce… e forse, oggi posso riconoscerlo magari a fatica… forse nelle mie pagine c’era una prepotenza impietosa nel volerlo troppo nudo… per Morandi, insopportabile; forse anche molto dolorosa… Lui voleva risultare e, direi, risaltare come credeva di essere; e intendeva, e anche cercava, di non concedere margini ad alcuna ombra lasciata, o lanciata, da altri… o alle mie ombre, che riteneva distorsioni… Riteneva che Arcangeli fosse troppo spietato e invadente, soprattutto invadente, senza cautela e senza rispetto, tradito da una giovanile baldanza… Mentre io cercavo soltanto, con tutte le mie possibilità liberate al massimo, di capire un po’ di più, e con maggiore acutezza e attesa, liberandolo per quanto stava in me dai vari vincoli stesi con troppa gratitudine semplificata da altri.

 

Durante questa battuta di A. sul fondo compare la terza immagine marcata: la mano che regge un bicchiere d’acqua, di Antonello da Messina, su una natura morta di Morandi.

 

LAUREANDO:

Ma non è sempre giusto tendere a questo, per un critico che aggiunga all’acutezza una tensione costante e, come dire?, amorosa?

 

ARCANGELI:

Ricorderò sempre le sue parole, sillabate e rallentate… e anche tormentate… dentro ci sentivo a stilettate un’ironia paziente e angosciata… Con approssimazione ma senza tradirle, erano, sono state le seguenti…

 

MORANDI:

In assoluto, vede, è molto difficile per un artista dare delle ragioni, delle spiegazioni. Si percepisce e basta e avanza. Chi è vivo ha pure il diritto di affacciarsi a una finestra senza essere tormentato da tafani e zanzare, o venti tumultuosi, per una volta tanto… Mi aspettavo ben altro, da queste pagine. Ma chi è vivo ha pure il diritto di restare dietro le tende, se vuole, al riparo di troppa luce… Lei, per smania di aprire le finestre ha rotto perfino i vetri… Vuol mettermi in parte dove non mi sento di stare, di dover stare… non su una sedia scomoda ma su una sedia non mia… Lei è stato dunque precipitoso… meglio, è stato impaziente nel giudicare le cose. Badi, dico le cose, non mi metto in riferimento. Se si vuole bene giudicare bisogna bene guardare e, ancora, bene meditare… Una volta, tanti anni fa, sono venuti da me alcuni e hanno visto sul cavalletto, nella camera del mio lavoro, un paesaggio. Era lì, non dimenticato ma in attesa, da oltre due anni, aveva anche della polvere sopra… Non dimenticato, ma in attesa, non di nascere ma di concludersi, di completarsi, di non essere più esangue… era lì che adagio si muoveva per attirare lo sguardo, per smuovere attenzione, ma non era rassegnato né tanto meno disperato. Era lì che aspettava… Ecco, aspettare. Colori rari ma una superficie già disposta e toccata, sfiorata… tutto levigato, come accarezzare il dorso del mondo in un momento rapido di quiete, prima del suo risveglio dentro lo spavento… Un momento fra due guerre, un momento fra due terribili impazienze. Può capirmi meglio, adesso?

 

LAUREANDO:

Un filtro, per soffiare contro al fuoco dell’inferno…

 

ARCANGELI:

Non la sua ombra ma lui uomo… e per far questo bisogna anche buttarsi nel mare.

 

LAUREANDO:

Sì, anch’io ho sempre sentito dentro di me stravolta dalla norma critica la lettura dei suoi quadri… Dico proprio leggere, come a strisciare gli occhi sulla tela. E allora, ecco, cosa oso dire seguendo le sue parole… dalle finestre chiuse delle sue case disposte in un ordine della natura come fossero dipinte su un cuore, sembra che le finestre debbano spalancarsi all’improvviso e donne urlanti, visi di donne, si sporgano con i capelli in fiamma… Sotto al morbido e tenue e struggente, per me, colore dei quadri c’è sempre un barbaglio fioco, e guardando bene a me sembra, sempre, che lampi di fuoco vero affiorino fra i colori. Anche le bottiglie impolverate, ripeto, come soldati preservati dopo lungo marciare, mi sembrano pronte, direi prossime ad entrare in un qualche combattimento…

 

Durante questa battuta, ancora una volta, sul fondo, compaiono in rapida successione due paesaggi di Morandi.

 

ARCANGELI :

Questa notte ho girato per il deserto lunare della città addormentata, senza voci, e son finito qui. A guardare la strada da quest’angolo sembra, tutta allagata dal lume della luna, un’ampia contrada incerta, che non soffra altro confine che il cielo.

 

Durante questa battuta di A. (che può essere ripetuta due volte) compare la quarta immagine marcata (miniatura con un gruppo di religiose su una natura morta).

 

Alla fine, mentre Arcangeli continua in un monologare ondivago di nuovo compare la cantante, per la seconda canzone – il testo è il n. 19 de L’Italia sepolta sotto la neve di Roversi – seguendo lo stesso percorso dell’altra volta. La canzone comincia quando la voce di Arcangeli, poco per volta si allenta e poi si spegne. Infine, mentre la cantante esce da sinistra, una coda dell’orchestra.

 

 

IV

 

CANZONE

 

Gli amici nel caffè respirano contro i vetri

per guardare e io sono solo

scruto ammiro penso chiamo spero

guardo posso anche cantare sotto voce

il paese è giallo dentro il mare di neve

gli altri sono nebbia dentro ai vetri verdi

del bar si sollevano alcune farfalle di pietra

aspetto con pazienza

dentro al blando riposo di latta e cartone

e m’accorgo di sapere ancora aspettare.

 

 

 

 

Come ti sembra l’attuale atteggiamento della stampa sul ’68?

 

Celebrativo-declamatorio, con tutta l’ironia del caso per un caro defunto che tuttavia ha dato qualche fastidio. Naturalmente c’è anche tanto di altro, e in aggiunta: il senso acre di rivalsa e spesso, anche, una rimozione nevrotica che cancella tutto, vuol cancellare tutto con un atto di sordo rancore, quasi come a rifugiarsi contro il grembiulone della nonna, quando si è bambini e si ascolta, o si è appena ascoltato, il tuono. Ho letto molto, quasi tutto (non tutto), libri e articoli e questa è la mia attuale conclusione. Così si sperpera tutto e non si impara da niente. Neanche da pezzi brevi e grandi della propria vita.

 

 

Cosa è stato per te il ’68?

 

Per me? Anche se non ero di primo pelo, una occasione – appunto, breve e grande – di imparare. E di infuriarmi per bene, dentro ai miei errori e a quelli di tutti gli altri. Non era poi tanto difficile individuarli e io, da parte mia, ci ho scritto molto intorno, in quegli anni. Ma in ogni caso capivo che era in atto una glaciazione, da cui tuttavia non saremmo sortiti fuori nuovi, né noi né il mondo. Non si poteva, non era ancora il tempo. C’era troppa furia, troppa approssimazione, dico in generale, e la mancanza di maestri veri, di qualche guida. Si era tutti mischiati in un branco e ciascuno azzannava sé e gli altri senza troppo badarci. Non avevano la pazienza, non mediocre ma necessaria, di guardarsi in giro. Scartavano tutto troppo in fretta, arraffavano le idee. Se devo dirlo, è stato un tempo di molta partecipazione ma anche di molta mortificazione. Badavo a dire: vi seguo nei progetti e nella rabbia, ma badate che il modo di fare lo sbagliate; fermatevi a riconsiderarlo; per carità, state perdendo, state sperperando la più grande occasione. Non si può sempre urlare, bisogna qualche volta anche sussurrare, sia pure dentro a una battaglia. Macché, non essendo niente mi mandavano al diavolo o neanche leggevano. Seguivano gli esimi maestri (anzi, i supplenti) del tutto e subito. Ciarpame di parole. Un tempo, per me, profondo e disperato. Ma nonostante tutto una bella disperazione – mescolata di sana rabbia che non è ancora pacificata.

 

 

Le Descrizioni in Atto ciclostilate in proprio nel ’69, ponevano per la prima volta e in maniera chiara e inequivocabile il problema della GESTIONE DELLA COMUNICAZIONE.

Questa esperienza è legata al clima di contestazione o era una tua esigenza che sarebbe venuta fuori con o senza il ’68?

 

Senza quel clima, e senza i problemi inerenti a quel clima, forse non mi risvegliavo così a fondo dal sonno letterario, affidato a icone normalizzate e ben dipinte: la buona casa editrice, il bel libretto, il critico importante, i sani rapporti con dediche e biglietti. In quegli anni venne fuori venne fuori bene, e molto duro, il problema della gestione della comunicazione, con tutti i nessi correlati e le necessarie scelte. Per me fur come un pugno nello stomaco. Saltai dalla finestra e scappai per i campi, inseguito da qualche fucilata a casa. Morto Vittorini non riconoscevo più santi in paradiso, il terreno era tutto grigio e pieno di belle piantine tutte allineate e allo stesso livello. Per me, con tanti altri di cui stimo almeno la compagnia, sono ancora dentro al bosco, con rare molto rare sortite al seguito di qualche fischio lanciato da qualche buon conoscente o qualche raro amico.

 

 

Per tanti giovani come me, Roversi, Pasolini, Fortini, Sereni, sono stati e sono dei “maestri” non solo di letteratura ma soprattutto di vita, esempi di “uomo totale”, vi abbiamo amato e vi amiamo per il vostro “moralismo”, la vostra coscienza storica e ideologica. Quali erano i tuoi “maestri” e/o valori giovanili?

 

Mi metti in una compagnia che io non merito e aggiungi parole che voglio esclusivamente prendere come un augurio a migliorarmi, a controllarmi e a continuare nella ricerca di non sbagliare almeno le scelte grosse e di invecchiare senza troppa vergogna. In quanto ai giovani, io non vorrei dire loro neanche di stare attenti al fuoco perché si bruciano. Devono impararlo da loro, dopo essersi bruciati. Per esempio io, da giovane, cercavo i maestri e i maestri non c’erano. Negli anni bui erano tutti rintanati e inguaiati e ciascuno pensava a sé, mica pensava a un bischero di giovane come me. Sicché le mie rogne, nei momenti più duri, me le sono grattate da solo, con unghiate che mi facevano sanguinare. Io dico che sono più fortunati i giovani adesso, che non hanno finalmente più maestri saccenti e prevaricatori; che poi, al momento necessario, non riesci a rintracciare neanche la loro ombra. Bisogna organizzarsi e radunarsi, per scavare la terra in proprio, con la zappa di casa e radunando il terriccio in quanto, al contrario, i grandi della letteratura, nel nostro bel paese, pensano per lo più a irritarsi fra loro e a farsi mettere in lista per il premio Nobel; o altro grande premio consanguineo. Sereni lo stimavo moltissimo; guardavo sempre a Vittorini. Sembrano tempi lontanissimi, in quanto maremoto.

 

 

Condividi la requisitoria poetica contro gli studenti che P.P. Pasolini scrisse nel ’68?

 

Pasolini aveva i suoi umori. In quegli anni sopportava e conduceva una irritazione drammatica, spesso sconvolgente, che alle volte diventava quasi patologica. Riletta adesso ha una verità di anticipazione per certi aspetti; ma letta allora fu, a mio parere, profondamente ingenerosa. Gli mancava, vorrei spiegarmi, il senso della storia a scapito di un senso acre dei sentimenti. Ecco, direi che più che contro gli studenti era stata pensata, patita e scritta contro se stesso.

 

 

Nel ’68 si affermò un nuovo modo di fare musica. Dylan, I Beatles, I Cantautori italiani, hanno dato una svolta contenutistica, il senso del DESIDERIO e dell’AVVENTURA.

Cosa è rimasto secondo te di queste esperienze nella musica contemporanea?

 

Non mi sembra che, almeno in Italia, sia rimasto niente. Ma anche allora, direi seguendo i miei ricordi, non è che qua da noi ci fosse molto. Direi che c’era quasi niente. Vedi i testi di San Remo di quegli anni; i dischi dei cantanti più noti. Niente. È stato ribadito anche nei mesi scorsi, in varie serate mi sembra a Canale 4, con gli interventi di quasi tutti i personaggi di allora. Disprezzavano quel tempo, non l’avevano seguito, non avevano capito nulla o quasi nulla. Arroganza, indifferenza, sufficienza, anche ignoranza. Un disastro, una frana. Sudato e ben deciso nella voce e nel canto, Pietrangeli almeno, in questa occasione ancora, non mi ha deluso. Almeno non si vergogna e non rifiutava.

 

 

SARTRE E MARCUSE furono i veri Padri teorici del movimento? I nuovi concetti di QUALITÀ DELLA VITA e CIVILTÀ DEI CONSUMI si devono a loro?

 

Direi che anche Sartre e Marcuse aiutarono a dare una buona spinta al movimento delle cose, in quegli anni. Ma per entrare nel merito, e precisamente bisognerebbe fare un lungo discorso, anche utile e interessante fra noi, per rinverdire problemi, idee, dibattiti, errori, novità, improvvise aperture operative, spesso male utilizzate. Qualità della vita è un concetto-fucilata, che col rimbombo fa alzare a volo uno stormo di problemi-uccelli. Mi sembra che si precisi più avanti con chiarezza e determinazione veramente operativa; negli anni Settanta. Civiltà dei consumi è un concetto, o una impostazione di autentici problemi, che si mette in moto in precedenza; proprio come un vulcano che prolunga il suo ansimare prima di mettersi in movimento. Gli anni di cui parliamo sono un po’ stretti dentro a questi due concetti, molto più complessi di quanto la semplice formulazione, così rapida e sonora, lascia intendere.

 

 

Troppa Stampa mi sembra che stia tentando di instaurare un pericoloso e falso binomio CONTESTAZIONE-TERRORISMO. A cosa è dovuto questo atteggiamento così poco critico e pulito?

 

Ciascuno fa il suo gioco. E il potere butta le reti quando vuole e tira a riva tutto il pesce che vuole. C’è una abile e maligna mescolanza di dati ed elementi e problemi, di questi decenni, da parte anche della stampa; che tende ad affossare tutto dentro a un calderone generico; così come in una discarica di rifiuti. Se si salva qualche dato, è perché può tornare ancora utile, inserito nei nuovi cavilli messi in atto per tenere sempre la situazione calda e manovrabile. In una equivocità che consente ad ogni maschera di potere agire da protagonista.

 

 

Si ha l’impressione inoltre che nessuno evidenzi adeguatamente la Rivoluzione Culturaleiniziata nel ’68 e che vengano altresì ignorate le istanze Sociali e Civili nate in quegli anni (’69 operaio, Femminismo, Ecologismo, etc…).

Perché c’è così poca chiarezza e verità in giro? Dobbiamo proprio rassegnarci al fatto che: “La nostra società è marcia marcia marcia fino al midollo”?

 

A questo punto mi sbrigo molto in fretta. Marcia marcia fino al midollo. Io dicevo e lo torno a dire nel senso di una contestazione che si rivolge all’ambito allargato del potere reale. Adesso, anzi, è più marcia di allora. C’è una quantità di ricchi forsennati e una quantità di poveri reali e di nuovi poveri e di emarginati a cui lo stato sottrae e continua a sottrarre anche gli ultimi spiccioli di socialità che almeno, allora, elargiva. Ma se è marcia fino al midollo, ha bisogno di nuovo di essere contrastata e offesa e vituperata fino al midollo. Con una ripresa non più irrinunciabile e non più rimandabile, di politicità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È la poesia della standardizzazione. La poesia delle scale, cioè quella che è scesa o discende, non quella che sale o vuol risalire. È la poesia della carta che sta scomparendo e della parola che diventa immagine – avendo scavalcato anche i fumetti, che sono ormai protostorici. Ma voglio subito premettere che la mia intrusione in questa sede, senza alcuna autorità, trova l’unica e possibile giustificazione nella richiesta di dare atto, con qualche sommaria pezza d’appoggio, di un lavoro partecipato e abbastanza costante svolto in questi ultimi anni, in prevalenza, sulla o con la poesia povera. Tutto qui. Non essendo in molti ad attendervi e a pazientarci sopra (mentre molti, e alcuni dicono troppi, sono gli autori dei testi in questo campo), si può spiegare la ragione dell’ospitalità offerta; che penso di accettare affrontando come so il tema indicato e proponendolo non in modo approssimato o pretestuoso o elitario, ma con una attenzione che non si lascia distrarre e che non è benevola ma motivata. Se anche utile, in qualche modo, lo dirà alla fine il lettore, che pregherei benevolo, comunque.

Mi avvio rifacendomi e trascrivendo parte di un breve intervento di Monica Vanin pubblicato alle pagine 161/162 del quaderno numero due, autunno-inverno ’81, della rivista Abiti-lavoro, distribuito da poco; perché enuclea bene alcuni elementi e alcuni problemi interni alla tematica della poesia non ancora confezionata in prodotto librario e dunque dimessa; povera, perché si sta ancora cercando e si cerca in se stessa e non riesce a smuoversi dal basso: «Il viaggio attraversa attualmente la tappa della valutazione della mia storia, di quello che voglio dalla vita, di quello che sono e che so, delle direzioni da seguire – questo determina/determinerà il con chi. Non è una cosa facile. Sto continuando a bruciare l’ossigeno che si trova (ancora) in un orizzonte culturale/esistenziale tutto sommato, per grossa parte, “borghese” senza riuscire a trasmettermi la ragione e i riferimenti che dovrebbero dare dinamicità e una qualche solidità alla “cosa” che corrisponde a questo aggettivo tanto sciancato. Sono una figurina da mezzo punto nell’albo delle “intellettualità”; sono una figurina anfibia, praticamente proletarizzata, per dirla alla vecchia, ma non troppo. Respiro con le branchie e con i polmoni; finché succede, campo. O sono semplicemente ai margini di qualcosa a cui appartengo per storia, ma che non può più nutrirmi, perché si disfa… Ho il guaio di essere una donna, per di più. Non per fare del pietismo, ma pensate al mucchio di ricatti, dal profondo – e anche dalla superficie, cristo! – con cui faccio la guerra ogni giorno, Sono un tessuto talmente slabbrato e bucato che mi pare di stare a metà fra la mappa della superficie lunare, e un quotidiano emmenthal. Che maledizione vivere, cari miei… Certe volte penso che il nuovo non ci sia; che ci sia invece un nocciolo da scrostare costantemente, furiosamente, da difendere, da riconoscere – “valori”, in qualche modo, da pescare, ripescare, assemblare – da non “rimuovere”, da mettere alla prova… Io, ho cominciato da poco… Mi piace chi non si lascia sfuggire la complessità della vita, chi riesce a goderla e a non soccombere nel disastro, chi si ribella, chi cerca e non sta fermo, chi è sensibile… Stando così le cose. Come sto su “Abiti-lavoro”? E quest’area tragicomica in cui sto ficcata, è “antagonista”?».

In che senso la Vanin (che macera testi di dura tensione, spesso molto interessanti) riesce a cogliere, a mio parere, i motivi essenziali dei problemi, o almeno alcuni dei motivi essenziali, relativi a una comunicazione così «furiosamente» e «indisciplinatamente» di massa? Rispondo: soprattutto e innanzitutto quando riesce a equilibrare e ad abbassare, quindi a controllare, il denso liquame sentimentale che in molti tende, come elemento determinante, a inquinare – rendendola pasticciata e disarmonica – la polemica contro i contenitori e i depositari della poesia che possiamo chiamare «alta», quella riconosciuta dalle istituzioni editoriali, critiche, giornalistiche, accademiche.

La domanda di fondo, conclusiva, della Vanin è infatti: «come sto su Abiti-lavoro?». «In altre parole: Io adesso sono qui e voi mi riconoscete, mi volete, mi accettate? La mia domanda, lo ripeto a voi, è recisa e d’altra parte è dubbiosa perché anch’io non so (ancora non so bene) fino in fondo se vi riconosco, se vi voglio, se vi accetto. Per il momento so che cerco, tento, provo. E anche, ve lo assicuro, voglio».

Questo cercare di riconoscersi e di farsi riconoscere, di uscire fuori per tentare di avvicinarsi a qualcosa e a qualcuno che non tanto rassicuri ma che possa garantire in qualche modo «una continuità» nel rapporto, è un punto – il primo – che per il momento trascriverei in margine per riprenderlo in seguito e incorporarlo al mio discorso. Infatti, nello stesso quaderno una nota redazionale rincalzava che «questo di Abiti-lavoro è un invito a confrontarsi, a non disperdersi; a lavorare insieme». E anche questo invito è un elemento da annotare e da trascrivere a lato, per riprenderlo a futura memoria. Comunque è facile accorgersi che dai vari contesti si comincia a precisare e a delineare la figura della persona sola, che non cerca più per se stessa o non si riferisce agli altri per avere soltanto un consenso che la rassicuri, ma che si muove per riconoscersi in un lavoro da svolgere e da compiere insieme ad altri, quindi per partecipare a una impresa. La frase standard è ormai la seguente: ci sono anch’io. D’altra parte ogni gruppo che si sia consorziato ha come punto di riferimento immediato di essere via via sempre più organico, sempre più operativo; di riuscire ad amalgamarsi, a coagulare, per produrre e assorbire i nuovi dati; o esibire i nuovi problemi con «quella» comunicazione. Sottraendosi nello stesso tempo alle suggestioni volgari e bellettistiche di un mercato della letteratura e delle idee sempre più rigorosamente controllato circoscritto ed esasperato da leggi di potere, di mercato e di competizione.

Ma per precisarsi, questo appunto deve almeno poggiare su alcune conclusioni di una rilettura dello stato attuale della poesia nel nostro paese; nonché del suo commercio e della sua mercificazione (vale a dire – intanto – dell’uso del tutto strumentale che le amministrazioni regionali provinciali comunali e di quartiere fanno oggigiorno della comunicazione in versi, dei testi poetici declamati recitati sussurrati descritti gestualizzati e performatizzati, e dei relativi autori (sarebbe a dire: dei poeti).

Si può ricordare che la poesia agli inizi degli anni Settanta fuoriesce, con una certa esplosione che non sembra controllata, da una sacca rattrappita in cui era rinchiusa (magari senza affanno e con una certa condiscendenza) da secoli seculorum; e questo accade proprio quando, in concomitanza, l’involuzione dal politico al privato col conseguente rigurgito culturale pietrificato riprende corda e fiato dopo il bailamme teso caotico impegolato contraddittorio ma assai fruttuoso prodottosi a partire dalla metà circa del secolo.

Nel corso degli anni Settanta, tuttavia, il progressivo ritorno al privato induce – dopo i primi momenti di brivido per l’ombra di un piacere e di un rapporto che sembravano riconquistati – a riconoscere il profondo disfacimento di una solitudine ormai guastata, che non difende più dalle autentiche aggressioni del mondo e che, di conseguenza, né dà né ha più speranza (vera speranza di modificazione e di salvezza); e sembra non avere neanche più dignità nei suoi apparenti servizi sui sentimenti (e per questo non è capace di tutelarli o difenderli neppure per un momento). Perché questa solitudine non è più la solitudine dell’esistenza, cioè un vuoto che la memoria, o i sentimenti come fascino che essa ricupera, possono in qualche modo riempire; trascicando il filo rosso della propria storia, dentro alla quale ciascuno si annidava riuscendo così a difendersi e a difenderla. La nuova solitudine è assenza di storia, mancanza sia di una memoria «narrante», che sappia o possa raccontare le cose accadute dentro la propria vita e ancorare la barca in quell’approdo che riesce qualche volta a salvare dalle tempeste; sia di un sentimento d’attesa, dato che sono venute meno tanto la fiducia quanto la speranza di o nel futuro che gratifichi. Tutto ciò comporta non tanto un vuoto ma un raffreddamento nelle tensioni culturali dei nostri giorni (una perdita balorda e dolorosa, frenetica, di identità – troppo rapidamente e approssimativamente contestata); ed è per questo che i giovani tendono di nuovo a intrupparsi (lasciando i fratelli maggiori e padri e madri a vagolare soli e irati per la savana). Si cercano per avere modo di comunicare, di tornare a comunicare direttamente e di ascoltare altrettanto direttamente, cioè senza intermediazione.

Questo coagulare dei corpi; il quotidiano struscio di chi ha bisogno, per «essere», del continuo contatto con gli altri – quasi una verifica e una conferma dell’atto di vivere – sono determinati da una necessità, non da una situazione; da «qualcosa» ottenuto dopo averlo cercato, che tende quindi a essere e a restare definitivo e non transitorio (destinato a consumarsi in fretta).

Omero «fa» e «dice» poesia in grandi spazi ancora da consumare e liberi da ombre; Ariosto, Shakespeare «fanno» e «dicono» in centri di grande cultura, definiti, ristretti, preziosi, circoscritti, identificabili (e voci, se alzate, riempivano completamente la notte, arrivavano a tutti e svegliavano perfino i galli della campagna vicina); Goethe a Weimar è tutto dentro la straordinaria natura che lo difende preserva e solleva, in parchi lavorati come quadri e difesi perfino dal fulmine per l’uso del principe, in una limpidezza da brivido. Esenin può uccidersi ancora una volta, l’ultima, per amore, raccogliendo il cuore in una foglia; e può andare da Mosca a Parigi in treno impiegandoci una settimana – con l’agio di poter riempire, se l’avesse voluto, un quaderno con versi o con note di viaggio o con riflessioni più generali, stimolato dalla locomotiva a carbone. Voglio dire che gli spazi erano ancora aperti e si tendevano molli come elastici; anche se dentro a un bisogno culturale di delimitarli, configurarli. Ma non erano ancora spennati, non erano stati uccisi. Perfino all’inizio degli anni Cinquanta, qua da noi, Pasolini poteva cantare i corsi d’acqua del Friuli – un piccolo residuato di guerra nel paradiso – splendidi e azzurri non sporcati da terremoti, da lottizzazioni o da scempi vari. Ma oggi. Oggi, che abbiamo le lenti degli occhiali coperti di smog dopo mezz’ora di passeggiata lungo il mare, e affoghiamo quietamente nella polvere amara dei gas di scarico, cosa possiamo dirci e aspettarci per noi, se vogliamo difenderci dal potenziale di morte sopravvenuto nelle cose, attaccandoci alla vita; che è anch’essa presente e relegata fra le intersezioni delle cose (con le sue ragnatele minute)?

Tutto questo argomentare, occorre precisare, non è del sottoscritto ma è piuttosto riferito e dedotto dagli interventi poetici di tanti giovani, che sono quelli che ci camminano accanto per le strade. Io, per me, potrei precisare: chi è che fa poesia e che cosa comunica la poesia e come è possibile (se è ancora possibile) comunicare con essa, nell’età dell’informatica; ad esempio a Città del Messico, che è quell’agglomerato spaventoso di oltre diciassette milioni di persone che tutti, direttamente o indirettamente, conosciamo? E quali saranno i testi poetici, in quella stessa capitale, nel Duemila, se è vero che allora avrà raddoppiato gli abitanti? La poesia potrà ancora fungere da riparo e camicia; o si rifugerà in cielo trascinandosi via da terra come un aquilone impazzito, mentre la enorme periferia sarà un letamaio di escrementi?

Anche se alcuni personaggi giustamente importanti e intelligenti qualcosa hanno preveduto in merito e qualcosa argomentato e qualcosa ammonito mettendo un poco in allarme (e scrivendo con matita fine, secondo l’uso dell’intelligenza e della buona cultura), si può dire che nessuno ci ha dato fino ad oggi, tutta intera, la mappa delle nuove necessità e dei nuovi grandi pericoli; delle novità «reali» che si sono create con rapidità furiosa e sovrabbondante in questi ultimi anni; quindi dei nuovi sistemi di lettura (e anche di scrittura) occorrenti per interpellare senza indugio il mondo che abbiamo intorno – e senza lasciarci ritardare dai piccoli infami scrupoli, da tiepidezze di idee, dai tanti sospetti generici che ci avvolgono ogni giorno come una ragnatela, causandoci vecchiaia. Tanto più quando si tratta della poesia (che è l’oggetto minuto di questo nostro discorso), che tanti insistono ancora a definire «inutile», che ha misera e lenta mercificazione in quanto poco si legge, anche se – come sembra – molto si consuma (specialmente come momento di riflessione dentro alle «feste» gestite e allestite dai pubblici poteri. Qua da noi).

Poi c’è l’altro modo di parlare di poesia; il modo ufficiale; cioè del bello e del brutto, del buono e cattivo, della poesia che dura, della poesia che assicura al suo autore la resistenza contro il tempo di quella che finisce nell’antologia o al pantheon, al campidoglio, nelle gipsoteche, nelle biblioteche e che infine si manda a memoria per gli esami scolastici.

Non intendo parlare, né posso parlare, mi pare chiaro, di questa poesia tutta in ghingheri, che non sopporta senza offesa e insofferenza le intrusioni (tanto che da questo versante i sorrisini di compatimento si sprecano nella direzione dei giovani o giovanissimi autori e di quanti si perdono dietro a queste lucciole sderenate). Con molta indifferenza alle voci circostanti o sovrastanti, parlo proprio della comunicazione in versi non ancora incasellata e che non si lascia incasellare (sfuggendo a ogni controllo); quindi libera; sottratta al giogo e al gioco delle varie contrattazioni. È vero che questa poesia dilaga tanto che alle volte sommerge, ma al modo o a un modo che mi sembra naturale, direi necessario; così come l’acqua sovrabbonda in certi luoghi e in certe stagioni; o al modo in cui nelle metropoli s’ammucchiano i rifiuti, si infittiscono i ragazzini per le strade, c’è eccedenza di mele, di zucchero (o anche di caffè). Parlo dunque di una eccedenza necessaria, inevitabile, strutturale e vitale; destinata semmai a proliferare e a diventare un dato fermo della comunicazione (scritta parlata cantata); quindi della cultura in generale. Lo sottoscrivo senza particolari emozioni ma come il dato di una situazione di fatto che ormai «è». La domanda relativa credo possa essere la seguente: cosa scrive, come scrive il ragazzo di una periferia di grande città (di Città del Messico, per esempio)? Come Borges, che dispone di una grande biblioteca? O ha gli empiti oratori, ancora resistenti, di Neruda? O la decisione colta, lungimirante di Alberti? Sa qualcosa d’altro oltre che tastarsi il corpo per riconoscersi di essergli ancora dentro? e di non sognarsi soltanto la vita come un’ombra infuriata? E per rientrare fra le nostre quattro mura: un giovane giovanissimo italiano che ha solo un rapporto di droga (magari) e di qualche canzone in concerto; che non ha lavoro e neanche lo cerca più perché non può trovarlo; che non ha casa e neanche la cerca più perché non può ottenerla; che non può sposarsi perché come il lupo della prateria non ha né conosce alcun buco dentro a cui imbucarsi; che non può fare in generale alcun investimento per il proprio futuro; e che quindi, per ironica opposizione, non intende produrre «speranza» per non invelenirsi oltre il lecito e il sopportabile; che ruba i libri non potendoli più comprare dai negozi o dalla biblioteca di quartiere, di scuola, di università; bene questo italiano di anni venti che poesia può scrivere? Oppure: che poesia deve scrivere? E dove scriverla? Come, quando?

È di questa poesia che intenderei parlare per un momento; di questa poesia quando è scritta e dopo che è stata scritta; premettendo che la comunicazione in versi si sta affrettando verso un canale «parlato» (di dizione diretta, a voce); che è ancora agli inizi nella sua complessità e che, perciò, propone ancora oggi (è necessario precisarlo) una affabulazione incerta e sovrapposta, che identificherei con una forma inviluppata, infuriata e anche imbarazzata di improvvisazione. È come stracciare dei veli che coprono qualcosa. Ma intanto sulla poesia «scritta» si può affermare che la lingua è quasi sempre l’assemblaggio di segni i più indifferenziati e talvolta anche i più affrettati (per libera scelta). Questa operazione è compiuta con una approssimazione spesso abbastanza selvaggia (decisamente violenta); con una insofferenza che al primo impatto può sembrare anche offensiva per la sua superficiale volgarità; mentre quasi sempre non è altro che una ironia molto responsabilizzata nella sua ingenuità solo apparente, e mescolata e manipolata con una paranoia quasi irresistibile all’interno del tradizionale sistema di segni che così appare del tutto esautorato di ogni residua autorità. L’archetipo di questa situazione di fatto è certamente da registrare – come momento storico e come ormai tante volte è stato ripetuto – nel livellamento prodotto sui modelli dialettali e sulla lingua ufficiale dalla «pressione» televisiva; ma adesso il «segno», svuotato di ogni possibile o residua ironia, di ogni forza oppressiva e funzionale, tende piuttosto a ricostituire uno specifico «cantato», appoggiato a rilievi sentimentali, ma senza troppo sforzo, senza patemi formali. Direi che è in atto una riappropriazione delle istituzioni linguistiche tradizionali per un uso «sfatto», un poco ironicamente sciammanato e rapido della richiesta di comunicazione poetica, con risultati di ossessiva diversità. Si può notare, con prevalente esemplificazione, inseguendo la «quantità» e la «qualità» dell’aggettivazione, continuamente riferita a prototipi: il cielo è azzurro, la fame atroce, il mare verde, il mattino limpido. I neologismi, che in un passato abbastanza prossimo sguazzavano come pesci nel piccolo mare di questi testi, sono magri e scarsi e non danno quasi mai peso; anzi, tendono essi stessi a codificarsi quando vengono mescolati nell’uniformità un po’ rallentata e un po’ polverosa di questo linguaggio che sembra, sempre, parlato in cucina. Declassando il linguaggio o il «piccolo segno» da ogni mandato che rinnovi oppure che prema sul reale, a che cosa può tendere o vuole tendere questa poesia che si insegue e preme proliferando in modo quasi viscerale, quindi senza tregua? Tende, se non sbaglio, a ricostituire una propria unità (o la propria unità) dal frammentario dell’approssimazione che è in atto e che sussiste; dalla mescolanza ibrida dei segni e dei suoni nell’atto di essere ascoltata (una volta avrei potuto scrivere soltanto: di essere letta) dallo spettatore/lettore.

Ma la poesia, questa poesia così circoscritta, non è ancora la poesia comunicata ad alta voce che si manifesta e forse un poco rigurgita qua e là per l’Italia in questi ultimi anni. Perché la poesia che si legge ad alta voce, la poesia che è detta, è quasi sempre una poesia prima scritta e poi raccontata; anzi, quella verbale è una seconda comunicazione, una comunicazione indotta. Il manoscritto resta comunque il suo ricettacolo rituale e privilegiato. Mentre la «poesia da dire» ha i suoi segni fissati in una forma di grande (direi: dolente, tragica) approssimazione. Sussiste consapevole della sua fragilità e dell’effimero che l’accompagna. E il passaggio dalla prima forma di comunicazione – che si deve dire o si propone per la lettura – alla seconda – che esige esclusivamente l’attenzione dell’ascolto – stabilisce anche una specifica diversità nella quantità dell’utenza (naturalmente non parlo della qualità). Infatti sono più numerosi, molto più numerosi coloro che ascoltano (e magari ascoltano volentieri) la poesia di quelli che la leggono, quindi che comperano i testi relativi. È diverso il comportamento del pubblico rock, che oltre a partecipare direttamente all’ascolto è anche un sollecito e abituale acquirente delle incisioni. Confermando che la crisi congenita all’editoria «poetica» non è un problema di costi (come insinuava con ingenua approssimazione la sociologia degli anni Sessanta) ma una educazione completamente diversificata nell’uso e nel consumo della comunicazione; una diversa necessità; che coglie la situazione reale della cultura giovanile (e questa non si lascia scappare nulla d’importante).

Quanto detto può trovare un’altra conferma nel disinteresse quasi generalizzato che i giovani autori di testi poetici hanno fra di loro e per gli anziani loro coevi (a parte certi classici ormai rnuseografati). Non si cercano per conoscersi, se non in rare occasioni; non provano reciproca curiosità di confrontarsi leggendosi; neanche soggiacciono a un sentimento di normale competizione. Sembrano operare per compartimenti stagni, refrattari. La loro offerta resta prevalentemente consegnata a una richiesta di attenzione sul momento, quindi alla pazienza di ascoltare. Si esaurisce in quell’atto condiscendente; compiuto il quale, lo strumento vocale viene metaforicamente rinchiuso nel cassetto e il concertino aggiornato fino ad una prossima udienza (o a una prossima urgenza, determinata da motivi esistenziali).

Questo stato di cose, che non è inventato o interpretato ma reale, sembrerebbe far prevedere a breve scadenza una crisi, forse inarrestabile, della comunicazione poetica scritta; magari a favore, o a vantaggio, del segno verbale o gestuale o visivo; o di tutti insieme, in competizione fra loro. Ma anche di questa situazione generale e dello scontro in atto (una battaglia palese e decisiva) i gestori giovanili della comunicazione sembrano non preoccuparsi o interessarsi; in quanto, per il momento, il bisogno di suggerire e richiedere ascolto è legato a situazioni e a circostanze immediate, facilmente riconoscibili e abbastanza facilmente controllabili; e che, oltre all’urgenza già citata, richiedono spazi umili, poveri, limitati, quindi ottenibili senza sforzo.

Ne conseguirà certo una crisi del libro come raccoglitore «deputato» e tradizionale dei segni scritti; ma una crisi di forma diversa dalla crisi patologica di cui il libro soffre da sempre, qua da noi. Del libro non come oggetto mercificabile e mercificato ma come oggetto di conservazione. E come quotidiano casalingo museo dei segni. Una crisi che sta preannunciando il completo rovesciamento del sistema di comunicazione scritta fino ad ora in uso. La straordinaria fascia di ascolto giovanile (sempre in aumento) dei messaggi cantati – nel corso degli ultimi vent’anni – avrebbe dovuto fare riflettere in merito più a fondo e più a lungo di quanto non sia stato fatto – a parte le periodiche e folkloristiche inchieste dei quotidiani. Invece, sia i pochi tempestivi interventi, sia le svariate smazzate di articoli frammentari e approssimativi, hanno tardato fino ad oggi a legare questi problemi e a riferirli in modo organico, continuato alla comunicazione poetica dei giovani e alla conseguente riflessione sui termini in dettaglio; così che adesso c’è scarsa convinzione e parecchio sospettoso disinteresse sul cambiamento in atto di pelle e di colore del segno poetico, in riferimento ai nuovi «consumatori» – assai esigenti e diversificati. Come annotatore all’interno di una situazione in svolgimento, mi farebbe piacere ricordare che in merito a questo problema si stanno già profilando alcune utili conclusioni, magari anche solo parziali. Invece è onesto riconoscere, come punto della situazione, che al di fuori delle giuste analisi i risultati concreti sfuggono o sono mediocri, incerti, inquieti. Però è altrettanto vero che tutta l’area del consumo di comunicazione giovanile è in movimento; ed è una utenza allargata. Quest’anno, pertanto, ci sarà un infittirsi delle parole dette, al chiuso o in piazza. E staremo attenti a vedere – o ad ascoltare. Tenendo magari presente quanto scrive Mandel’štam nel suo saggio «Della natura della parola»: «le forme letterarie si avvicendano; le une cedono il posto alle altre. Ma ogni cambio di guardia, ogni acquisto è accompagnato da una perdita, da una privazione. Non ci può essere nessun meglio, nessun progresso in letteratura, per la semplice ragione che non esiste nessuna macchina letteraria e nessun traguardo a cui si debba arrivare prima degli altri». Aggiungerei soltanto che quello che abbiamo intorno non è un traguardo ma un panorama «aperto» in cui non sussiste niente di intatto e di definitivo; nulla che ci leghi con qualche rassicurazione al passato della nostra memoria culturale o a un futuro che stia dentro ai binari. Oggi, tanto più oggi non serve arrivare prima, ma arrivare; e arrivare senza affardellamenti precostituiti. Meno contratti, più disponibili, con una attenzione insistita e interessata sulle novità del reale, dilacerato e risplendente dentro alla tempesta che ci sta seguendo. E forse al modo ebbro e irregolare con cui si avventano, verso gli anni che vengono, i giovani. I quali non possono più restare soli, isolati, a causa del peso impressionante che i giorni caricano sulle loro spalle. È per questo che sono in mutazione continua; che si cercano, si trovano, si lasciano. Tentandosi, di volta in volta. Poi scomparendo nel nulla. Quindi ritornando, con altro nome, con altra veste, con altri segni. Poesia, musica. Come dice Roberto Antoni nelle «Stagioni del rock demenziale»; «I Defo cambiarono il nome in Atrox, poi in Black Maria (pronuncia; bleckmaraia), poi scomparvero e i nastri rimasero alla Impressive Records».

Via. Lasciando traccia di suoni. Di alcune parole. Di qualche componimento completo. Come gli antichi popoli scomparsi sotto l’acqua o sotto la sabbia. E magari ricomparendo da tutt’altra parte rivestiti da re. Con grande compagnia.

In questo secolo eccezionale e difficile tutto è possibile, tutto può accadere. Basta non accontentarsi di aspettare.

È il tema di fondo della poesia a cui mi riferisco.

 

 

 

 

Indice

 

 

Introduzione, di Gabriele Cremonini

            Quel sogno eroico di due “ragazzi”

 

Roberto Roversi

            Nuvolari

            Mille Miglia, parte prima

            La Mille Miglia del quarantasette

            Circuito di Milano nel Parco Reale di Monza (1922)

            Formula 1

            Nuvolari e il suo tempo (un appunto)

 

Lucio Dalla

            Corrono ancora…

 

 

***

 

Introduzione

Quel sogno eroico di due “ragazzi”

 

 

Il tempo non è solo un giustiziere implacabile. Il tempo è giudice, bonario o severo: gli anni colmano fossi, abbattono o innalzano steccati, rendono tutto più chiaro, più vero.

Tazio Giorgio Nuvolari per molti è rinato nel 1976, ventitré anni dopo la sua morte, grazie a una canzone. È rinato negli occhi e nell’immaginario dei tanti figli del boom economico in cerca di eroi, è tornato a correre per quelli che, bambini prima della guerra, sbirciavano increduli, standosene in alto sulle spalle dei padri, le avventure di quelle scatole che parevano agli occhi d’allora saette, bimbi cresciuti a polenta e favole vere: di imprese mirabolanti a fari spenti, o di una chiave inglese al posto del volante. Tempi in cui guidare era essenzialmente questione di “manico”, non di tecnica. Tempi in cui il motore non era presenza inquinante, ma rumore buono che inorgogliva.

Bimbo tra tanti bimbi, Roberto Roversi aveva cullato, in quell’angolino della mente che custodisce i sogni dei ragazzi, questo suo Olimpo fatto di eroi carnali e non eterei. Poeta e scrittore vocato per formazione all’impegno civile e sociale, schivo al facile successo e incline al confronto continuo, incontra in quegli anni Settanta di straordinaria apertura alle idee un musicista e cantante, Lucio Dalla, bolognese come lui, in cerca di una propria cifra stilistica compiuta pur se già approdato al grande successo di pubblico. È l’incontro felice tra due “ragazzi” che hanno voglia di scambiarsi i sogni, nascono album entrati nella storia della canzone italiana, come Il giorno aveva cinque teste e Anidride solforosa. Impegno civile – la cifra che ha sempre contraddistinto l’opera del grande poeta Roversi – e sperimentazione musicale a far da miscela vincente. E nasce nel 1976 l’idea di tessere un emblematico discorso politico e sociale intorno all’automobile, divenuta quotidiano fardello, emblema di un settore nevralgico del potere industriale, già turbato però dai primi sintomi di crisi (stecco di legno sull’onda, nel brano Intervista con l’avvocato). Nasce uno spettacolo musicale per i teatri, Il futuro dell’automobile, di una fascinazione che ancora ricordo, per impegno, suggestione, bravura assoluta del gran cerimoniere ed istrione Lucio Dalla. Esce successivamente l’album Automobili, una selezione di brani dello spettacolo che sono ormai classici della musica d’autore italiana: Il motore del duemila, L’ingorgo, Due ragazzi, Intervista con l’avvocato, Mille Miglia e, soprattutto, Nuvolari.

 

Così è bello poter rileggere, in questo piccolo libro che precede ed accompagna la bella mostra Quando scatta Nuvolari – dedicata anche allo straordinario ritrovamento di tantissime foto in cui Tazio stesso ha voluto fissare fissare momenti del suo quotidiano, ma anche amici e avversari – i testi che Roversi ha dedicato al grande pilota. Accanto alle parole di quelle canzoni indimenticabili, ci sono altre poesie e un articolo scritto per questa occasione dove il poeta racconta il campione con gli stessi occhi meravigliati che vedevano sfrecciare Nuvolari sui viali della sua Bologna, quando era bambino.

E a conclusione di questo libretto, si rinnova il sodalizio tra Roversi e Dalla: perché accanto ai testi di cui abbiamo detto c’è anche un sogno stralunato di Lucio, che ha voluto correre davvero la Mille Miglia, che ha voluto respirare quell’aria mai mutata che odora di olio bruciato, di letame e di nebbia.

Loro, insieme, sono Nuvolari, come lo siamo tutti noi ogni volta che culliamo, nella mente avvezza a far capriole, un sogno eroico di affermazione, di vittoria contro ingiurie o ingiustizie.

Gabriele Cremonini

 

 

Nuvolari

 

Nuvolari è basso di statura

Nuvolari è al di sotto del normale

Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa

Nuvolari ha un fisico eccezionale

 

Nuvolari ha le mani come artigli

Nuvolari ha un talismano contro i mali

il suo sguardo è di un falco per i figli

i suoi muscoli sono muscoli eccezionali

 

Gli uccelli nell’aria perdono le ali

quando passa Nuvolari

quando corre Nuvolari

mette paura

perché il motore è feroce

mentre taglia ruggendo la pianura,

gli alberi della strada

strisciano sulla biada,

sui muri cocci di bottiglia

si sciolgono come poltiglia,

tutta la polvere è spazzata via

 

Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari

la gente arriva in mucchio e si stende sui prati

Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari

la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore

e finalmente quando sente il rumore

salta in piedi e lo saluta con la mano,

gli grida parole d’amore

e lo guarda scomparire

come guarda un soldato a cavallo,

a cavallo nel cielo d’aprile

 

Nuvolari è bruno di colore

Nuvolari ha la maschera tagliente

Nuvolari ha la bocca sempre chiusa

di morire non gli importa niente

 

Corre se piove, o corre dentro al sole,

tre più tre per lui fa sempre sette,

con l’Alfa rossa fa quello che vuole

dentro al fuoco di cento saette

 

C’è sempre un numero in più nel destino

quando corre Nuvolari

quando passa Nuvolari

ognuno sente il suo cuore vicino

In gara a Verona è davanti a Bordino:

con un tempo d’inferno,

acqua grandine e vento,

pericolo d’uscire di strada,

a ogni giro un inferno,

ma sbanda striscia è schiacciato,

lo raccolgono quasi spacciato

 

Ma Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro,

batte Varzi e Campari,

Borzacchini e Fagioli,

Brilli-Peri e Ascari

 

 

Mille miglia, parte prima

 

Partivano di notte

arrivavano di sera

lungo mille chilometri

di una fantastica carrera

Quando facevano ritorno

il cielo scendeva basso

colpiva la terra al cuore come un sasso

 

Poi il sole si spaccava

contro il ferro dei gasometri

e dall’alto lasciava

una riga rossa di sangue

sulla strada per chilometri

Mentre sul prato italiano

c’era la morte secca che falciava il grano

 

Mille Miglia del novecento trenta

su strade lunghe su strade alberate

sotto una luna che cammina lenta

partono le piccole cilindrate

 

Mille Miglia di un anno ormai lontano

il giorno dà le sue prime boccate

quando sulle strade verdi e in piano

urlano le grosse cilindrate

 

Ultime partenze al mattino

quando l’alba non è ancora sfumata

zaffate di gomme e di polvere

tutta l’Italia è risvegliata

 

A Bologna Arcangeli è primo ma

a Roma Nuvolari prevale

(mentre Arcangeli ha noie al motore)

fra una siepe di folla impazzita

 

A Terni dove c’è il rifornimento

passa Varzi e Nuvolari è secondo,

la polvere alza un lenzuolo dentro al vento

e copre questo scontro furibondo

 

Su Radicofani sembrano saette

per le stanze di un castello antico

trecento curve che la morte strina

e gomme roventi, puzzo di benzina

 

Al secondo passaggio per Bologna

l’Alfa di Varzi è ancora prima

ma l’insegue spietato Nuvolari

che chiede strada lampeggiando i fari

 

Ora Nuvola è dentro al suo trionfo

mentre Varzi fantastico è secondo

Arcangeli e Campari ritirati

Tutti campioni famosi per il mondo

 

Partivano di notte

arrivavano di sera

dopo mille chilometri

di questa fantastica carrera

E nessuno poteva dire

se le macchine correvano

per ritornare o per scomparire

 

Partono a notte fonda

coi fari accesi sull’onda

dei pioppi di Lombardia

e li strappano via

Sbruffi di polvere, zaffate

d’olio, puzzo di benzina

per le strade di un’Italia contadina

 

 

La Mille Miglia del quarantasette

 

Una corsa epica fu

sul cuore verde di un Gesù

sul suo costato sporco d’amore,

la Mille Miglia del quarantasette

corsa spaccacuore

e dura come non mai,

vera crocefissione

esecuzione d’orchestra

un’avventura di pioggia e di paura

autentico massacro e antica festa

fra macerie, case

una vera tempesta

 

Nuvola Nuvolari

sei una nuvola nera,

dentro a un cielo sereno

sfascio di primavera

a cielo aperto

quando sbatti il martello sulla sorte

se cerchi la morte

la morte non verrà

 

Mantovano volante

vento e biacca nel cuore

sulla Cisitalia millecento

te ne freghi anche della vita

sei un ometto di Keaton

che corre per la vittoria

sbattevano gli alberi

mentre la corsa passava

l’Italia aveva il cuore smozzicato

quando i campioni per i rettifili

passavano in un baleno

e si vedevano appena

 

Nuvola Nuvolari

sei una nuvola bianca

dentro a un cielo sereno

sfascio di primavera

a cielo aperto

quando sbatti il cucchiaio sulla sorte

se cerchi la morte

la morte non verrà

 

La vettura era aperta

come un delfino arpionato

poche lamiere, il volante, le gomme

passano a Bologna (come passa il vento)

in un grande silenzio

la gente trattiene il respiro

Nuvolari e Carena

arrivano a Brescia secondi

con due minuti di distacco

primo è Biondetti sporco come un cane

per le strade padane

sfrecciando a viso aperto

 

Era un mare coperto

di erbe lunghe e amare

Macerie della guerra

L’Italia a pezzi rovesciati in terra

Ma l’urlo dei motori strappava

la gente dalle case

E c’erano voci luci colori

luci voci colori

 

 

Circuito di Milano nel Parco Reale di Monza (1922)

 

Le vetturette Diatto Bugatti Maserati

Fiat 804 Alfa Romeo P2

Delage Miller Mercedes.

CAMPARI, MATERASSI, BRILLI-PERI,

ASCARI, ARCANGELI, BORDINO.

BACONIN BORZACCHINI.

Strepitose le imprese di Bordino nel ventidue

ma Bordino è morto in prova nel venticinque.

Brilli-Peri vince il Gran Premio d’Italia

nel venticinque ma

Brilli-Peri muore in prova nell’anno trenta.

Campari che vince rombando a Monza

nell’anno trentuno

muore in gara nell’anno trentatré.

Grosso e nero cantava l’Aida con voce profonda.

Anche lui dipinto il suo corpo col sangue di rosso

ha rotte le corde trascinato da un vento garbino.

Senza destino, come il lattante

che dorme, respirano i re.

Baconin Borzacchini eterno secondo

anarchico è

morto a Monza durante le prove. Varzi

freddo compasso di Euclide si uccide provando,

leggero leggero leggero senza dolore

come vicino al mare morivano un tempo

i figli di Zeus.

Oggi viviamo in un momento straordinario.

Difficile. Difficilissimo.

Parliamo parliam parlia parli parl

Tutti saltano come birilli impazziti.

Allora solo Nuvolari diventato vecchio

aspettava.

Con il motore spento.

Oggi è probabile che vincerà Villeneuve.

                                

(9 settembre 1979)

 

 

Formula 1

 

SENZA DESTINO, COME IL LATTANTE

CHE DORME, RESPIRANO I RE

 

Strepitose le imprese di Bordino nel ventidue ma

Bordino è morto in prova nel venticinque.

Brilli-Peri vince il Gran Premio d’Italia

nel venticinque ma

Brilli-Peri muore in prova nell’anno trenta.

Campari che vince rombando a Monza nell’anno trentuno e

muore in gara nell’anno trentatré

era grosso e nero cantava l’Aida con voce profonda

anche lui dipinto il corpo di rosso

ha rotte le corde trascinato da un vento garbino.

 

SENZA DESTINO.

SENZA DESTINO RESPIRANO I RE

COME IL LATTANTE CHE DORME

 

Baconin Borzacchini eterno secondo e anarchico è

morto a Monza durante le prove. Varzi

freddo compasso di Euclide si uccide leggero

leggero e senza dolore

come vicino al mare morivano un tempo

i figli di Zeus.

Allora solo Nuvolari diventato vecchio

aspettava.

Con il motore spento.

SENZA DESTINO. SENZA DESTINO

 

Le vetturette Diatto Bugatti Maserati

Fiat 804 Alfa Romeo P2

Delage Miller Mercedes.

Campari, Materassi, Brilli-Peri

Ascari, Arcangeli, Bordino.

Baconin Borzacchini.

Oggi viviamo in un momento straordinario.

Difficile. Difficilissimo. Tutti

saltano come birilli impazziti.

 

SENZA DESTINO

SENZA DESTINO SENZA DESTINO

COME IL LATTANTE CHE DORME

RESPIRANO I RE

 

Il capolavoro della Ferrari è la 275 gbt

La Ferrari turbo ha vinto dopo venti mesi

a Montecarlo

lei dica che il digiuno sta per finire

confida il mago di Maranello.

 

(IL CAVALLINO RAMPANTE

HA BRUCIATO SULLA

CARLINGA DI BARACCA)

 

Io sento profondamente la responsabilità

che mi assumo

Quando do una mia macchina ad un

pilota e gli dico: vai pure,

è sicura nei limiti della perfettibilità

umana. Io non lesino

sulle mie macchine e non ricordo

che abbiano perdute le ruote.

 

VILLENEUVE SEDUTO IN VETTURA

È UN QUADRO

DI POLLOCK.

 

(14 giugno 1981)

 

 

Nuvolari e il suo tempo (un appunto)

 

Nuvolari è basso di statura, Nuvolari è al di sotto del normale, Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa, Nuvolari ha un fisico eccezionale.

Così appariva ed era.

Mille Miglia del 1947. A Bologna, lungo i viali, il viale Aldini, io c’ero.

Il leggendario passaggio di Nuvolari, con la macchina squinternata, il meccanico Carena (la seconda guida) che sedeva ormai non più sui cuscini ma sui tralicci metallici interni, il cielo che male prometteva.

Io c’ero.

Una corsa epica fu

la Mille Miglia del quarantasette,

e dura come non mai,

un’avventura di pioggia e di paura

fra macerie, case,

una vera tempesta.

Nuvolari, quel giorno, in quel momento, dentro all’abitacolo della Cisitalia 1100, sembrava che corresse con i piedi.

I piedi vorticosamente agitati, rabbiosamente diretti, al posto delle ruote.

Posso raccontarlo come impressione veemente, perché si vedeva lui intero, fuori dalle lamiere, quasi sospeso nell’aria, teso con determinata decisione in quella disputa disperata con il destino.

Si poteva sfiorarlo con una mano. Applaudirlo da vicino.

Oggi i piloti neanche si vedono, neanche si conoscono, così intabarrati e compressi negli abitacoli come pizze nel forno, distanti da me, da te, quasi corressero tra le nuvole.

L’appunto non è per determinare paragoni ma per registrare con esattezza le diversità che sussistono, dato che i tempi, questi nostri tempi, sono fragorosi e rapinosi.

Invece il primo periodo dell’automobilismo è stato magnifico. Io c’ero.

Ancora Mille Miglia, seguendola fino ad avere roca la voce, perché era la corsa unica al mondo:

Partivano di notte

Arrivavano di sera

Lungo mille chilometri

Di una fantastica carrera.

Quando facevano ritorno

Il cielo scendeva basso

Colpiva la terra al cuore come un sasso.

Ho ancora nell’orecchio l’urlo arrocchito del motore, sferzato dalla frusta implacabile di Nuvolari, mentre passava scatenato per viale Aldini.

Le macchine disegnate da mani, dita, ossa ardite, belle a vedersi e non ancora implacabili scarrafoni che strisciano il ventre sulla terra per rubare l’aria al motore.

Le auto, anche allineate sul filo della partenza, non ruggivano, ansimanti, aggrottandosi l’anima per il lavoro, senza neanche un sorriso, che le aspettava; tutto era più leggero, fruibile e mentre, ancora ferme, poteva sembrare che sospirassero preparandosi alla corsa; quando si scatenavano risuonavano senza prepotenza, affascinavano non impaurivano, come cavalli di cui, però, si potevano sfiorare i peli del mantello.

La Bugatti era un quadro di grande autore, che correva. Un quadro veloce, con quei colori di mare. Lo sospingevano, il quadro, le ali colorate degli angeli o il soffio di venti strani e arcani. Dopo la corsa, la Bugatti non rientrava in officina ma in un museo, dove nel silenzio riposava con armonica pazienza in attesa della prossima competizione.

In queste fotografie che altri, specificamente competenti giudicheranno secondo il dovuto, Nuvolari è quasi sempre in tenuta borghese, con giacca calzoni e spesso con la cravatta; tuttavia (sembra) sempre vibrante, con i nervi tesi a fior di pelle, senza alcuna sostanziale pacatezza; anche quando siede in giardino, Nuvolari sembra proteso a balzare da qualche parte nell’abitacolo ristretto, scomodo di un’auto da corsa.

Sbuffi di polvere, zaffate

d’olio, puzzo di benzina

per le strade di un’Italia contadina.

Non sembra seduto su una sedia in giardino ma sul cuscino abbastanza scomodo di una Alfa Romeo 1750.

Ma cos’è, di vero e profondo, che ha reso Nuvolari così duraturo nella fama e resistente negli anni agli elogi, come un Garibaldi del volante?

E sì che sulle piste, c’erano allora piloti campioni, furibondi invadenti coraggiosi, sempre pronti di fronte ad ogni pericolo e ingaggio:

Campari, Materassi, Brilli-Peri,

Ascari, Arcangeli, Bordino.

Baconin Borzacchini.

Materassi, la macchina proiettata sul pubblico. Monza, settembre 1928.

Strepitose le vittorie di Bordino nel ventidue

ma Bordino è morto in prova nel venticinque.

Brilli-Peri vince il Gran Premio d’Italia nel venticinque ma

Brilli-Peri muore in prova nell’anno trenta.

Campari che vince rombando a Monza

nell’anno trentuno

muore in gara nell’anno trentatré.

Grosso e nero cantava l’Aida con voce profonda.

Anche lui dipinto il suo corpo col sangue di rosso

ha rotte le corde della vita come una nave trascinata dal vento

di una corsa veloce.

Senza destino, come il lattante

che dorme, respirano e vivono i re del volante.

Baconin Borzacchini eterno secondo e in attesa,

anarchico,

è morto a Monza durante le prove. Varzi

freddo compasso di Euclide si uccide provando

nella tenera Svizzera di cioccolata e di neve

volando fuori di pista durante le prove

leggero leggero leggero senza dolore

come vicino al mare morivano un tempo

i figli di Zeus.

Oggi viviamo in un momento straordinario.

Difficile. Difficilissimo.

Parliamo parliamo parliamo tu parli io parlo senza ascoltare.

Tutti saltiamo come birilli impazziti.

Allora solo Nuvolari

diventato vecchio

aspettava.

Con il motore spento.

Senza destino senza destino senza destino

come il lattante che dorme

respiravano in battaglia i re del volante.

Siamo al diciassettesimo giro. Il gruppo dei leaders è già passato.

Monza, settembre 1928.

Io c’ero.

È primo ancora Varzi con quattro secondi di vantaggio su Chiron e con sei secondi su Arcangeli, che ha superato Nuvolari.

Ecco che si avvicina il quinto; è Materassi che ha davanti a sé Foresti, distaccato però di un giro.

Le due macchine escono quasi apparigliate dalla grande curva.

Sul rettilineo Materassi incalza e s’intuisce che intende passare subito il rivale. Il pubblico, già in emozione per la magnifica corsa dei primissimi, segue attentamente, non senza un’ombra di apprensione, il nuovo duello.

Di fronte alla tribuna d’onore il freno anteriore della macchina di Materassi è ormai all’altezza del freno posteriore della vettura di Foresti.

Sono le 11 e 36.

Dalla tribuna scorgiamo un bolide rosso deviare bruscamente a sinistra, roteare di traverso, sollevarsi in alto, scagliando ancora più in alto il pilota, e balzando oltre il fossato, irrompere nel parterre.

Io c’ero.

Conservo ancora l’emozione nel rapido ricordo, di grida forsennate. Padre e madre non mi fecero vedere.

Ma ho mantenuto nel tempo il pensiero convinto che le corse in auto erano un duello antico, violento e pericoloso, con possibile anzi probabile fervore di sangue.

Lotte drammatiche, allo spasimo, e Nuvolari c’era dentro fino al collo.

Quel giorno: l’accensione quasi simultanea dei motori lacera l’aria col fragore assordante d’un cannoneggiamento improvviso.

La partenza avviene alle dieci e trenta precise. Il primo a lanciarsi è Nuvolari. Al passaggio davanti alla cabina dei cronometristi è in testa Williams, seguito da Nuvolari, Materassi, Varzi, Borzacchini, Maggi, Brilli-Peri, Foresti, Chiron, Arcangeli, tutti vicinissimi.

Secondo giro, è primo Williams, inglese, ha trenta metri su Nuvolari, cinquanta metri su Borzacchini. Sempre gli stessi piloti, combattenti tragicamente instancabili, sempre pronti alla lotta dura nel vento che sibila e accompagna.

E sempre Nuvolari in prima fila.

Mille Migliadel millenovecentotrenta. Un anno ormai lontano. Su strade polverose, su strade alberate, sotto una luna che cammina lenta, partono le piccole cilindrate.

Poi il giorno dà le sue prime boccate quando sulle strade verdi e in piano urlano le grosse cilindrate. Da Brescia ultime partenze al mattino, quando l’alba non è ancora sfumata, zaffate di gomme e di polvere, tutta l’Italia è risvegliata. A Bologna Arcangeli è primo ma a Roma Nuvolari prevale (mentre Arcangeli ha noie al motore) fra una siepe di folla impazzita.

A Terni, dove c’è il rifornimento, passa Varzi e Nuvolari è secondo, la polvere alza un lenzuolo dentro al vento e copre questo scontro furibondo. Battaglia vera, come su cavalli veri, scatenati dalla frusta. Su Radicofani sembrano saette per le stanze di un castello antico, trecento curve che la morte strina e ancora polvere, puzzo di benzina.

Al secondo passaggio da Bologna l’Alfa di Varzi è ancora prima, ma l’insegue spietato Nuvolari, che chiede strada lampeggiando i fari.

Nuvolari è dentro al suo trionfo, mentre Varzi fantastico è secondo, Arcangeli e Campari ritirati. Tutti campioni famosi per il mondo.

Partivano di notte, arrivavano di sera dopo mille chilometri di una fantastica carrera, e nessuno poteva dire se le macchine correvano per ritornare o per scomparire.

Io c’ero.

Io vedo, io sento, io ascolto l’epico suono e l’epica luce  di quelle battaglie che rendevano misterioso anche il fango.

Il fango, appunto. Il fumo, il fuoco, il dispetto.

Quei piloti li ho applauditi sul campo (le strade aperte) con queste mani.

Audaci erano, fino allo spasimo.

Ma questo era un prima, poi c’è stato un dopo, mimetico e vorticosamente incostante.

Come tempo, come data, li disporrei esattamente e sempre a mio parere, il primo con Biondetti e le sue Mille Miglia e il secondo con Giannino Marzotto e le sue Mille Miglia. Il tempo, leggenda per le corse su quattro ruote e il tempo tecnologico, sibilante e sofisticato, tutto orecchi e occhi e niente emozioni, tutto smalti e schermi, circuiti pittati, con sistemi di informazione e di comunicazione avveniristici: i piloti sono ingegneri, sono tecnici. Le macchine sono tubi tutti bucati e sbrilluccicanti  di cui non si vede la fine, come i piedi interminabili delle donne americane. Di nostro, di vero, di buono, c’è soltanto (o soprattutto) la tecnologia raffinata e ormai si può dire esasperata che concentra (vorrei dire riduce) le corse a una gomma, a un po’ di benzina (tanto che proprio oggi, sabato 6 giugno, è data sui giornali in 21 righe la seguente notizia: “Crisi di pubblico. Tribuna vuota, Ecclestone la fa coprire. I segni della crisi si vedono da tempo anche in F1. Ma stavolta sono macroscopici. Ieri Ecclestone è stato costretto a ricorrere a uno stratagemma per nascondere l’assenza del pubblico – record di biglietti invenduti. Accortosi che nella tribuna, lunga più di cento metri, situata prima della dodicesima curva, non c’era un solo spettatore, ha chiamato il responsabile degli allestimenti del circuito e gli ha ordinato di coprirla con un’enorme tenda verde in maniera che in tv sembri un prato incolto”).

Oggi sono in pista buoni e spesso validi professionisti, non guerrieri. Ma allora quando correva Nuvolari fra una siepe di folla impazzita!

“Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari la gente arriva in mucchio e si stende sui prati. Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore e finalmente quando sente il rumore salta in piedi e lo saluta con la mano, gli grida parole d’amore e lo guarda scomparire come guarda un soldato a cavallo, a cavallo nel cielo d’aprile”.

Poi le auto, disegnate (non da un acido astuto gelido e arrogante computer, tali da essere tutte uguali e strizzate, a parte il colore) con le linee morbide e sovrane di un pittore, di un artista, che non si accontenta di sentire ma vuol vedere, partecipare, percepire, ascoltare mentre trasferisce i suoi segni. Ascolta l’ansimare del vento e il richiamo, l’invito, l’ammonimento della bellezza.

(L’esempio, per una esemplificazione vertiginosa, l’Atalante su telaio 57 S della Bugatti. Ma più direttamente, per le corse, il coach 73 A sempre Bugatti, fascinosa e morbida, senza una piega).

Nuvolari era dentro, è stato sempre dentro, a questo ordinario delirio di bellezza autentica e pulsante, di motivazioni forti e armonicamente ordinate, di motivazioni a misura d’uomo e partecipate dall’uomo.

Ognuno poteva contarsi e ritenersi un invitato a nozze, un ospite a cui perveniva l’invito di salire a bordo. Perché, ripeto, il pilota non era rintanato ma era lì che si protendeva. Come ai ciclisti, quando transitano ansimando per strade alte di montagna e la gente stretta intorno gli striscia la mano sulla maglia, ne percepisce l’affanno e il sudore.

E allora?

Allora, ripeto di nuovo, che anch’io c’ero. Giovane e stralunato, ma c’ero. E adesso posso dire, come convincimento meditato, sia pure da spettatore non qualificato, che le vittorie, ad esempio, alle Mille Migliadi Biondetti e di Giannino Marzotto rappresentano un prima, leggendario e scomparso, e un dopo (come ho già detto) da sala chirurgica, dove anche il respiro viene calibrato e contato. Così.

Biondetti, che ha vinto varie Mille Miglia, le prime volte arriva a Brescia e scende dalla macchina sporco di polvere aggrumata, con il volto inzaccherato, il cerchio ampio e nero tracciato intorno agli occhi e quasi scolpito sul viso degli occhialoni di gara che adesso gli pendono sul petto, una sciarpetta leggera, di cotone o di seta, annodata intorno al collo, la tuta bianca che pare sia stata trascinata sull’asfalto o nella polvere; insomma, l’immagine viva di una grande fatica, anche di pioggia, sia pure coperta dal sorriso del vincitore. Giannino Marzotto vince la Mille Miglia del 1950, quindi sessanta anni fa, a una media spettacolosa anche se non da record, e vince davanti a Fangio. A Fangio. Bene, basta vederlo anche soltanto al controllo di Roma, quindi a metà gara: nessun casco, niente occhialoni, nessuna tuta, capelli ordinati, un vestito nero ben stirato (ha, sopra, in quel momento, uno spolverino che gli arriva quasi fino ai piedi).

Ha corso su una Ferrari 2340 alla media di 123,209.

Lì a Roma, tranquillo, sembra che stia osservando qualcuno che gli sta ferrando il cavallo.

Come scriveva Giovanni Canestrini, notissimo commentatore sul «Corriere della Sera» di lunedì 24 aprile 1950: “Scompaiono nella dura lotta sotto la pioggia i principali protagonisti della gara. Un uomo nuovo… Ancora pochi mesi fa Giannino Marzotto non aveva preso neppure contatto con macchine che superassero la velocità di una vettura da turismo, ma sin dal suo primo saggio sulla due litri Ferrari, Marzotto si è permesso di fare una eccezione alla regola delle Mille Miglia, che dà perdente il pilota che è primo a Roma; mentre la sconfitta di Fangio conferma l’altra regola che non concede probabilità di vittoria ai piloti stranieri non assuefatti alla nostra rete stradale e al nostro traffico”.

La Mille Miglia e Nuvolari. Una integrazione esemplare. Non ce ne sarà in seguito un’altra eguale. La corsa più bella del mondo e il pilota drammaticamente irrompente, che quando è presente diventa protagonista; fra una siepe costante di pubblico, di gente frenetica ed esaltata, che gli grida sull’aria del vento il nome ripetendolo come un richiamo, quasi una invocazione di rapida ma necessaria e auspicata felicità. Per la Mille Miglia, si può dire – io c’ero – che la si aspettava come se dovesse essere corsa nelle stanze, anche se striminzite, del proprio magro appartamento, della propria abitazione.

Trascrivo alcune altre righe prese da un giornale del tempo per spiegarlo: “Le macchine della Mille Miglialanciate sulle strade d’Italia. Intanto la vigilia è stata una delle più turbinose che ricordino i vecchi lupi della Mille Miglia. Gli effetti del diluvio che ieri aveva messo a soqquadro tutta l’impalcatura della grande corsa sono quasi tutti scomparsi, e oggi Brescia era riapparsa nel suo volto consueto di vigilia: uno scenario di febbre. Cinquecento macchine, con i numeri di corsa segnati di bianco, si aggiravano per la città, e specie nelle vie del centro l’urlo di tutti quei motori faceva accapponare la pelle. Piazza della Vittoria, che è il quartiere generale della corsa e che lo è stato fino alla mezzanotte, cioè fino a quando non sono state date le prime partenze, è apparsa come suggestivo teatro sul quale sono sfilati, tra gli applausi della folla, tutti i protagonisti, grandi e piccoli, di questa competizione che non ha eguale nel mondo”. Come ho già detto anch’io, ritornando con la solita emozione su quei fatti e quegli atti (che si raggrumano poi in corpi e nervi e furori ed epiche esaltazioni di piloti, molti dei quali autentici campioni).

Non solo, infatti, una gara formidabile ma un suggestivo teatro. Che ho cercato di riempire di uomini (non solo piloti) di fatti (frammenti di fatti, episodi brucianti) in cui e a cui Nuvolari era presente, protagonista magari indiretto. Una presenza entusiasmante, conturbante, ma di generale stimolo costante.

Un re della scena. Lui e non un altro.

È lui che mi indicava il percorso della memoria e degli affetti, suggerendomi la traccia per riafferrare i fili dello spettacolo di quei tempi; di quel tempo… Una succintissima ma corretta iconografia per quel che riguarda Nuvolari.

L’emozione di chi c’era, in quei frangenti spettacolari, è ancora ben distante dalla memorazione del presente, che non può sentire il rumore dei motori. È dunque storia; ma chi c’era se la porta dentro. L’oblio è contrastato e vinto.

Nuvolari esce come Ulisse dall’acqua del tempo, sempre come un intrepido combattente, che per tutta la vita non si è mai arreso alla vita. Potente nella sua esile persona. Procuratore di emozioni incomparabili. Unico nel suo campo. Una vita, ripeto, degna di Pindaro.

Proprio perché c’erano anche altri campioni in giro.

 

 

Corrono ancora…

Lucio Dalla

 

Certe notti di luna fanno ancora sognare. Quando è alta, irraggiungibile, nel cielo come la vedeva Flash Gordon dalla sua astronave a vela, fa sempre e ancora paura, e ti suggerisce ipotesi, rimbalzi da futuri che non abbiamo mai visto o che non vedremo mai più, dove l’uomo era il re della macchina, ne era il padrone, lo sposo… insomma la dominava.

In queste notti, in quel triangolo del mistero che è “Laguna Ghiacciata” tra Mantova, Reggio, Brescia e Modena, prima del bivio “Frena”, dopo la mezzanotte tra il venerdì e il sabato, il mondo si capovolge: gli alberi crescono così in fretta che in pochi minuti diventano bosco e raggiungono il cielo, le strade si stringono e ritornano ad essere polverose. Gli sfortunati automobilisti che passano di là in quel momento, sentono i motori delle loro macchine mano a mano indebolirsi, vedono le luci dei loro fari, che fino a un attimo prima erano spade che foravano il burro nero della notte, perdere i loro watt per strada e ritornare lanterne, ed improvvisamente, dal silenzio che si può sentire solo su Marte o Saturno, arriva Rombo!

I cani cominciano a latrare come lupi, macchie nere di pipistrelli impauriti spostandosi dal centro della strada si riuniscono ai bordi della stessa trattenendo il fiato e sbiancandosi dalla paura. Sul momento, Rombo sembra solo un punto nero lontano, un neo nella luna, ma con una velocità mai neanche immaginata arriva come una carica di giganti. È il Tutt’uno, l’Anima e la Carne con il Metallo fusi insieme e diventati lega invincibile. È Nuvolari.

In piedi sul cofano, con la faccia sporca da minatore che esce dalla grotta del tempo, divora ancora tutto quello che gli sta davanti: chilometri, notte, ridicole macchine da discoteca, impasticcate o semiubriacate suicide, addormentate familiari da rappresentanti cariche di campionari prêt-à-porter.

Grinta Nuvolari insegue… insegue anche se stesso. Era ed è ancora il suo destino, il suo dramma, quello di essere primo e secondo, quindi di non avere rivali: neanche il fato poteva resistergli. Fu concepito a Mantova, ma come progetto nacque insieme alla spada di Achille nella fucina di Vulcano, quindi non potendo spezzarsi, non c’era materia o presenza che potesse contrastarlo. Affondava così tanto nel cuore degli abitanti della “Laguna Ghiacciata” che, al suo passaggio, bagnato dalla luna dei campi, lo stesso loro cuore diventato d’argento si scioglieva. Il rombo del suo motore, travolgendo tutto, arrivava perfino in Cina, facendo tremare la Grande Muraglia e spaventando nugoli di passerotti mandorlati come lo sparo del fucile di un cacciatore.

Brilli-Peri! Borzacchini! Fagioli! Ascari! Anche loro grandi cavalieri in cerca di gloria per le strade dell’Italia contadina, spesso lo inseguivano e qualche volta gli stavano anche davanti ma, il più delle volte, il loro destino era quello di tagliare il traguardo del magico cuore della gente dopo di lui, anche per un solo attimo dopo, se e quando vincevano. Capitò in una delle Mille Miglia degli anni Quaranta che “Nuvola” perse il volante e la corsa, ma arrivò lo stesso a Brescia tagliando il traguardo, guidando con una chiave inglese. Fu come vincere tre volte.

Ai nostri tempi, anche solo vedere negli autodromi di tutto il mondo i grandi piloti di oggi che si presentano al via come astronauti in partenza per Marte o per la Luna, ci fa pensare alla Mille Miglia come a una corsa passata o a un qualcosa perso nel tempo, che può rivivere solo nella nostra memoria, o ad una sorta di celebrazione che anno dopo anno si fa sempre più debole per il distratto nostro modo di ricordare.

Dovremmo invece tenere in mente che quelle macchine corrono ancora, anche se invisibili, per le stesse strade, dentro le stesse notti, nelle vene dei nostri cuori, e quei piloti su Marte e su Saturno ci andavano e tornavano ogni volta che volevano durante la corsa e che oggi, forse, se non li vediamo più è perché si sono fermati a correre là…

 

(22 maggio 2003)

 

 

 

Giovedì, 23 Maggio 2013 10:38

Ultimo tempo di Roversi

L’Italia sepolta sotto la neve esce oggi in veste unitaria per uno stampatore di Pieve di Cento, grazie a una edizione fuori commercio di 32 esemplari numerati1. La scelta di riunire il vasto poema in una pubblicazione compiuta, dopo la diffusione intermittente di frammenti o «parti» che ne ha contraddistinto la vita editoriale in questi decenni, va sottratta a una ingenua lettura biografica di tipo testamentario. Non mancano segnali che spingono in questa direzione. Il paratesto dell’opera non si presenta con la consueta dedica «A Th.» (i.e. Tommaso Campanella), che ha accompagnato tutti i testi roversiani quasi dagli esordi2, ma si risolve in un rinvio cifrato a un contesto personale3.

Il senso ultimativo di questa pubblicazione nutre indubbiamente le ragioni profonde della scrittura tarda di Roversi. Si tratta di un significato molteplice e vitale che andrebbe decifrato nell’ottica di un’interpretazione complessiva della sua attività, in tutte le ramificazioni del suo «fare» poetico e intellettuale. All’altezza, precisamente, della tensione di fondo che sottende fase per fase il suo progetto (esiliato) di una pedagogia etico-politica affidata alle forme letterarie:

 

Modificare una “estetica” del testopoetico per valorizzare al massimo una “etica” del fare poetico. La deresponsabilizzazione dell’artista (ma, più in generale, dell’individuo sociale, che si realizza solo individuando il proprio io come il naturale luogo ove tutto si svolge e acquista significato e senso) e, in particolare, del poeta, nasce anche per negare la zona d’ombra che, tuttora, nasconde il mondo alla poesia. Per la poesia di Roversi, quindi, si dovrà parlare sempre di capacità di comprendere e di intervenire nella costruzione poetica non solo in relazione al testo, ma pure agli strumenti di intelligenza e intervento politico e sociale; poiché la relazione tra fare artistico e luogo dove quello si esplica […] secondo la poesia di Roversi non solo è possibile, ma è necessario ricostruirla. Si tratta di un pensiero e un’estetica che permettono di annoverare e ricostituire compiti diversi della poesia per il tempo non solo presente4.

 

La veste che assume L’Italia sepolta sotto la neve accentua e consolida la (peculiare) vocazione al «racconto totale» che possedevano i frammenti e i poemetti provvisori5, realizza l’unitarietà virtuale che, anche grazie alle dichiarazioni sparse dall’autore in riferimento al suo poema in corso6, si ipotizzava in nuce come cornice allegorica capace di presiedere all’intero progetto di scrittura. È una forma del contenuto che dialoga indirettamente o direttamente con analoghe esperienze che emergono dal panorama poetico contemporaneo7, nella spinta inedita o inattuale alla costruzione stratificata (in fieri) di opere epiche, nelle quali l’allargamento dello sguardo soggettivo (lirico) provoca una sostanziale fuoriuscita dai tradizionali confini di competenza, per distendersi nelle figurazioni di una «allegoresi totale» sull’esistente (tra passato, presente e futuro: nella presenza del tempo, appunto).

L’andamento narrativo e corale dell’intero poema di Roversi è vorticosamente contraddetto da tendenze centrifughe e disgreganti che interessano il piano dei contenuti, le strutture e le micro-strutture formali della sua scrittura. È un processo che coinvolge la consueta densità delle scelte stilistiche sperimentate nel corso del tempo, nell’attraversamento delle tradizioni (non solo italiane) che dai modelli ottocenteschi di una poesia filosofica o narrativa passa per le avanguardie di primo Novecento, arrivando fino al surrealismo. Mi riferisco ad esempio al sostrato di una variegatissima compagine plurilinguistica, il cui espressionismo (fatto perlopiù di esibiti contrasti cromatici, sinestesie e scomposte descrizioni di un paesaggio stravolto)8 è sollecitato al massimo grado e ai limiti dell’informale, in particolare nella Premessa e nella Parte terza del poema. E convive, in quell’oscillazione permanente a cui si è accennato tra spinte centrifughe e tendenze unitarie, con la tenuta classica dell’intonazione, nell’assorbire (ma anche nel disperdere) i riferimenti alle scritture bibliche o all’epica omerica, i calchi o i rinvii ai tragici greci e ai lirici tedeschi in un fondale allegorico-apocalittico, in una dimensione fenomenologica deformata ma ferma, lucida eppure disfatta: un’epica rovesciata e stravolta (non fondativa), ai limiti dell’annientamento narrato come in una Qoelet contemporanea: «Pazienza fratello / la tragedia dei nostri anni non racconta storie di città metropoli / ma il naufragio della natura in un pandemonio di voci in tempesta» (II, 189, p. 207); «Ciò che era terra non più. Notte dov’era giorno. / Gli animali (e gli uomini) restano folgorati nelle caverne / da un sole troppo forte troppo alto» (III, 255, p. 277). Da qui la funzione non esornativa di figure e aspetti retorici ricorrenti come l’ellissi, le trame allitterative e l’asindeto, che accompagnano il verso libero e la giustapposizione o l’iterazione martellante di elementi irrelati del discorso. Al senso di allarme e di pericolo che L’Italia si incarica di comunicare al lettore corrisponde non l’oscurità indecifrabile del linguaggio, ma una polisemia cifrata (di derivazione classica e dantesca) che percorre e coinvolge per intero l’unità frammentaria del poema. L’epica di Roversi resta un’«epica spezzata»9.

 

Mi confronto con la spada del mondo.

Fondi burroni. Crepe. Mari improvvisi.

La colorazione della pianura è un giallo fradicio

un rosso gridato

talvolta si perde nel verde nel nero vacuo un nero grigio (Premessa, 1, p. 11)

 

Vedo i suoni che danno i brividi alle foglie

uomini corrono verso altre morti

auto incendiate in ogni parte del mondo

sonni profondi nelle notti profonde

le case incendiate crollano si coprono di foglie piangenti (III, 255, pp. 286-7)

 

 

In una fitta trama di collegamenti intratestuali, di anticipazioni e riprese tematiche che ne punteggiano lo sviluppo lacunoso, il disegno che stringe L’Italia in una forma compiuta convive con il procedere convulso e con la pluralità delle soluzioni stilistiche sperimentate in ciascuna parte del poema. Di fronte al persistente sovrapporsi e contaminarsi dei registri – che trascorrono dal piano visionario del racconto lirico-immaginifico alle campate meditative e gnomiche di una scrittura solenne (tra prosa e poesia, «comico» e «tragico») –, si dovrà ricondurre il senso di quel continuum unitario ad una spinta soltanto ideale (allegorica). Con il poema si giunge alla «dissol[uzione] [de]i confini» del codice lirico tradizionalmente inteso e all’«inven[zione] [di] un meta-genere miscellaneo» (il «libro-poema»), come destino o condizione costitutiva delle scritture estreme e ultimative:

 

In questa sfida alla separazione e alla cristallizzazione dei generi avvertiamo l’impronta anarchica dello stile tardo […]. [Esso può] indurre effetti diversissimi: accentuare la deriva tragica, volgere decisamente all’ironia, o ancora – dilatandosi davanti all’io lo spazio illimitato del tempo biologico, ed il finito ponendosi a guardia inflessibile del soggetto – produrre una varietà di forme, per cui il comico ed il tragico sono chiamati a convivere, dissolvendo i confini di genere ovvero inventando un meta-genere miscellaneo10.

 

La dialettica conflittuale tra ricerca di (un nuovo) ordine e distruzione (tra la sparizione del senso e la speranza in un sempre possibile e interminabile ricominciamento)11 intride non solo le forme della scrittura, ma si pone come orizzonte di un pensiero che diventa inchiesta senza riparo sui rapporti tra tempo ed esperienza. In un sincronismo centrifugo che accompagna la moltiplicazione vertiginosa di «figure di latenza», e dove sono accolte simultaneamente tracce mitiche di un passato millenario accanto ai frantumi della cronaca di questi anni «maledetti» – Chernobyl e le mafie, le guerre e i nuovi razzismi della violenza globale –, si fronteggiano Storia e tempo biologico dell’esistenza (la vecchiaia e il vissuto individuale)12; il riepilogo memoriale («il tormento dei ricordi», Premessa, 66, p. 76) e le «arcate temporali vastissime» (di un’epica corale), che sorreggono ma poi «sovrastano il momento soggettivo fino ad annullarlo»13.

Si tratta di una soggettività che non risolve i suoi margini di dizione nelle metafisiche identitarie o nelle querimonie narcisistiche di stampo elegiaco, né contempla forme di immediatezza più o meno dissimulate, eppure occupa uno spazio necessario all’interno di tutto il flusso poematico e narrativo, nell’incardinare la sua presenza tra le campate di uno spartito ricchissimo, nel quale si intrecciano (si contrappongono o si confondono) i frammenti di un tempo millenario e gli affetti o i lutti del privato. I segni dell’amore e la bellezza di volti e paesaggi perduti si contaminano con le tracce del tempo storico, che a sua volta vive di continui affioramenti del passato nel presente (e nell’attesa di futuro)14, nello sfaldarsi reversibile di ogni direzione lineare o pre-ordinata dello svolgimento degli eventi:

 

Si può scampare alla vita nella terra dei morti?

il futuro non è già passato? (Premessa, 65, p. 33)

 

i prossimi anni cominciano da oggi

saranno di radicali cambiamenti (I, 138, p. 151)

 

Le cose accadono in una sola giornata un uomo

inquieto nel pugno lo specchio degli anni

una voce un riverbero un segno (I, 139, p. 152);

 

 

I miei contadini usciti dalla storia

rientrano nella storia armati di denti e di fuoco (III, 255, p. 278).

 

È, dunque, un soggetto indifeso, anche nelle posture interrogative di tipo allegorico o metapoetico15, che celebra non le tappe di un dialogo o di un rapporto costruttivo con il tempo individuale e collettivo, ma proprio l’inconciliabilità maturata nei confronti della storia e di fronte ai segni di una natura calpestata e oppressa dal Potere dell’uomo16. Il fondamento tragico che sottende la mirabile edificazione di questa (febbrile) poesia-pensiero risiede ancora una volta nell’interrogazione ad ampio raggio sul tempo:

 

Ecco il tempo arrivare

Tutto è ridotto al suo fine

consoliamoci.

Ognuno può accedere al presente

adempiute le formalità immediate

da frontiera a frontiera (Premessa, 39, p. 49)

 

È in atto la scancellazione del presente.

O del passato prossimo.

È in atto la scancellazione del passato tutto intero.

Quindi vecchio. Absolument. È in atto

la cancellazione generale (Premessa, 29, p. 39).

 

Dentro il quadro minaccioso della fine e della sparizione di ogni possibile sviluppo temporale – nell’«inverno dell’Italia» –, si delinea nel corso del poema l’idea nuova di un tempo altro, sospeso tra «pazienza» e «impazienza», «attesa» e speranza, che parte dalla certezza dei fermenti e delle possibilità racchiuse nelle voci e nei suoni del presente, «dentro alla polvere del mondo che si consuma» («Il flusso del tempo è in movimento», I, 133, p. 146). E incentra la sua carica utopistica, di emancipazione e riscatto, nell’appello fermo a restare («Sull’argine in attesa tutti partono in questa epoca d’angoscia. / Voglio essere paziente per restare», Premessa, 31, p. 41); nel comando o nell’auspicio alla partecipazione e al ricominciamento: «[…] Il / tempo ferisce le dita le fa sanguinare / ma la pazienza è del tempo» (Premessa, 9, p. 19); «perché riflettere sul presente è una necessità. Non / sono mai stato vivo tanto quanto dentro a questa morte» (Premessa, 65, p. 75); «Chi fugge via non esiste / neanche fino a domani» (I, 144, p. 157); «la pazienza dopo una sconfitta è l’attesa per l’inverno che viene» (II, 242, p. 261); «E io qua sono. E questa è la vita. E / aspetto» (III, 255, p. 392).

«La morte del mondo» testimonia «della vita del mondo»: da una catabasi sfatta e corrosa tra rivolgimenti e devastazioni, la poesia estrema di Roversi riemerge e svela la sua duplice funzione conoscitiva, etica e politica – la sua vocazione testamentaria, nell’esporre e trasfigurare le tracce della miseria distruttiva del presente, ma anche la sua forza messianica e rivelatrice:

 

Proprio nel moto di secessione dall’apparenza e nel porsi dell’arte oltre sé stessa, […] l’elemento messianico e quello apocalittico si fondono per porre in modo stringente e ultimativo il tema dell’eredità. Così la vocazione conoscitiva dell’arte, non scissa dalla promessa di emancipazione degli uomini, è riattualizzata e rivendicata proprio nel momento in cui le forbici d’Ippocrate stanno per chiudersi ed il futuro riguarda ormai gli altri, le generazioni che verranno. Le allegorie della fine, insomma, parlano anche di ben altro. Di catastrofi ma anche di rivelazioni17.

 

Roversi non ha concluso: «Voglio, insomma, dire che la parte del testo qua presentato non è ancora la conclusione»18. La natura politica e utopistica («interminabile») della sua scrittura si poggia sul senso ideale di una parola epica che si fa «poesia comunicata» e «sorpresa» conoscitiva19. A risuonare nella disposizione allegorica della sua poesia tarda, come teorizzava Benjamin, è l’eco della «debole forza messianica» data in sorte ad ogni generazione:

 

            È l’anno ’68? l’anno ’77? l’anno 2006?

            A Bologna

            (Italia numero ventiquattro sconquassata da mille mani e colori)

            l’estate scoppia sempre con lunghi singhiozzi

con ululi da sirena sperduta nel mare in notti profonde.

Contro la porta di una chiesa giovani giovani appena

nati stanno distesi. E aspettano.

[…]

                       Sulla piazza di giovani barbe sbatte il respiro

                       da primo giorno del mondo.

                       È lì che ciascuno ha vicino una mano. Una mano.

E non si lascia incantare (IV, XXIV, p. 427).

 

 

Note

 

1          AER Edizioni, 2010 (si indicheranno tra parentesi la parte del poema da cui proviene la citazione, seguita dalla sezione e dalla pagina). È il paese in provincia di Bologna al quale Roversi ha donato parte del fondo librario e privato che proviene dalla Libreria Palmaverde (1948-2008) e dalla sua pluridecennale attività di antiquario (altro materiale è stato donato alla Pendragon e alla Cooperativa Adriatica). Cfr. anche il Catalogo editoriale della libreria antiquaria Palmaverde, a cura di A. Bagnoli, Bologna, Pendragon, 2010.

2          Compresa l’antologia del 2008 che raccoglie, insieme alle poesie da Dopo Campoformio, dalle Descrizioni in atto e dal Libro Paradiso, una selezione di prose narrative e saggistiche: R. Roversi, Tre poesie e alcune prose. Testi 1959-2004, Roma, Luca Sossella (a cura di M. Giovenale).

3          La dedica è legata subito dopo ai ringraziamenti nei quali scorrono i nomi che hanno permesso la circolazione dei versi del poema in questo lasso di tempo – direttori di riviste o di micro-collane editoriali, amici e compagni di viaggio: sono le «colleganze», parola-chiave di Roversi e della sua attività segreta di operatore culturale. Su questo aspetto, oltre ai riferimenti che vanno in questa direzione nella nota su Jahier (Intervento su testi di Jahier, in “Paragone –Letteratura”, ottobre 1965, n. 188/8, pp. 103-107), si leggano i passaggi dedicati a Vittorio Sereni: «[La poesia di S.] testimonia di una vitalità che rimonta […], di una insoddisfazione lucida e infine di una disponibilità intelligente profonda e assai giovane (scattante) entro i nuovi collegamenti che si vanno sistemando con tutto l’aspro della fatica», Id., Intervento sulla poesia di Sereni, in “Paragone-Letteratura”, febbraio 1967, 18, pp. 98-101 (ora in Id., Tre poesie e alcune prose, cit., p. 432); e su Vittorini: «Ai miei tempi, nessuno fra i grandi personaggi della letteratura è stato, con costanza (ripeto), così generoso e suscitatore di benzina culturale per i giovani (e non solo) scrittori», Id., Nessun monumento a Vittorini, in “Il Giannone”, 1, 2003, pp. 53-55 (ivi, p. 543); «La situazione in corso e le riflessioni sui problemi specifici, hanno portato a concludere che è di nuovo impellente la necessità non di rivoluzione ma di nuova e diversa aggregazione», Id., Forse non è ancora tempo di ritirarsi in campagna, in “Rendiconti”, nuova serie, n. 32, 1993, pp. 3-8 (ivi, p. 511).

4          S. Jemma, La biro di R.R., in Atlante dei movimenti culturali dell’Emilia Romagna, dall’Ottocento al Contemporaneo, vol. III, Gli anni Cinquanta-Sessanta, a cura di P. Pieri e L. Weber, Bologna, CLUEB, 2010 (pp. 185-230),p. 185.

5          Per una lettura introduttiva del poema si rimanda ancora a S. Jemma, La biro di R.R., cit., pp. 227-230.

6          Cfr. R. Roversi, Conversazione in atto (intervista con Gianni D’Elia), in “Lengua”, 10, 1990, pp. 18-52 (ora in Id., Tre poesie e alcune prose, cit., p. 503): «L’Italia sepolta sotto la neve procede; è un lavoro lungo, di cui è girato già qualcosa. Vedremo…».

7          Cfr. J. Robaey, L’epica. Le sette giornate, Bologna, Bohumil, 2007; e G. Majorino, Viaggio nella presenza del tempo, Milano, Mondadori, 2008.

8          Ma nell’intero poema è possibile individuare la portata consistente di una disposizione allegorica che assume le forme della citazione o dell’allusione iconografica, come chiave di lettura che è possibile estendere retrospettivamente ad altre fasi della sua scrittura letteraria. Si vedano i rinvii, sparsi per tutte le paratie del poema, ad affreschi, «tele» e quadri (Premessa, 42, p. 52; Note alla Parte prima, p. 94, eccetera).

9          M. Raffaeli, L’epica spezzata di Roberto Roversi, in “Il Manifesto”, 4 gennaio 2009, p. 10.

10         L. Lenzini, Stile tardo. Poeti italiani del Novecento, Macerata, Quodlibet, 2008, p. 236.

11         «Attendere senza speranza non è destino per l’uomo / perché ho visto molte volte che la storia / ricomincia da capo o non ha soluzione» (III, 255, p. 278).

12         Per l’occorrenza del tema (con gli echi che è possibile istituire con la poesia di Brecht, o di Fortini), tra figurazioni allegoriche e proiezioni più raccolte e autobiografiche: «lo sguardo è la tela / sulla barba del vecchio / legato alla città da cui non si allontana» (I, 82, p. 95); «Un vecchio inconcludente è niente. / Un vecchio deluso è recluso» (I, 150, p. 163); «Io aspetto la vecchiaia per pensare al futuro» (II, 168, p. 185).

13         L. Lenzini, Stile tardo, cit., p. 245.

14         Si legga G. Guglielmi, su R. Roversi, La partita di calcio, in “l’immaginazione”, 184, 2001, p. 20: «Una parola chiave e ritornante del poemetto è attesa. […] C’è una pazienza dell’aspettare che resiste agli annunci mancati, si nutre di essi e si mantiene intatta. […] C’è una perplessità dei tempi e dei segni e una decisione dell’attendere, un trarre dalle sconfitte del passato, dalle possibilità fallite del passato, possibilità sempre attuali (un trasformare insomma le sconfitte in auspici). Il passato non ha infatti nessun senso se considerato come passato; continua ad averlo invece se in esso non vediamo il dato, che non possiamo che archiviare, ma la sua prospettiva, il suo orizzonte di inattualità».

15         «Parto da zero» (Premessa, 3, p. 13); «Il viaggio non è ancora finito. / M’interrogo sul mondo. / Improvvisamente mi sono svegliato / non posso non posso più o forse / non so più rappresentare» (Premessa, 20, p. 30); «Cosa posso raccontare? // Progressivamente ho visto distruggere il mondo e / il mondo ricomporsi» (Premessa, 28, p. 38); «In verità mi sento relegato al ruolo / di chi è polvere di chi la vita l’ha dimenticato» (Premessa, 41, p. 51); «Perché questo viaggio in pieno inverno ? // Vuoi qualcosa anche da me?» (Premessa, 49, p. 59); «Mi ascolto con impazienza ho poca voce per chiamare. / Mi allontano verso l’inverno. E l’inferno / dei suoni» (ivi, 66, p. 77); «Sono / un oggetto solitario disperso» (ivi, 70, p. 81); «(per concludere che c’è ancora molto da fare nel mondo) // [E io polvere perché non mi ricompongo?] // [Sento che ciò accadrà]» (ivi, 73, p. 84); «L’ora per me solitaria. / La fatica per me di decidere» (I, 118, p. 131); «Mi domando dove trovare il tempo per sapere negli anni / che durano un giorno…» (IV, V, p. 406), eccetera.

16         «Hans Blumenberg ha dato a tale divaricazione il nome di “forbici ippocratiche”: da una parte il “tempo della vita”, dall’altra il “tempo del mondo”; il primo declinato entro la finitezza umana, il secondo inteso “nella dimensione sovrumana dell’universo”»: L. Lenzini, Stile tardo, cit., p. 21 (che riprende H. Blumenberg, Tempo della vita e tempo del mondo, Bologna, Il Mulino, 1996).

17         L. Lenzini, Stile tardo, cit., p. 26.

18         R. Roversi, Nota alla Parte III, 255, p. 343.

19         G. Guglielmi, su R. Roversi, La partita di calcio, in “l’immaginazione”, cit., p. 21: «Roversi ambisce a una poesia comunicata, a un risveglio della parola comune. Non quindi naturalismo (registrazione del dato), e neppure ricerca di un idioma – di una parola originaria –, ma scommessa su una possibile (che si rivela anche necessaria) richiesta di autoriconoscimento reciproco […]. Egli non crede all’innocenza della parola poetica. E per questo l’ha sempre sottratta alla pubblicità. La parola onesta di Saba è diventata per lui una parola che può solo avere una circolazione clandestina. E nella clandestinità essere fedele non a se stessa, ma alla sua destinazione. Ciò che ha bisogno di proteggersi dalla pubblicità e dalla compromissione con la pubblicità, è proprio infatti – e paradossalmente – una parola epica. Una parola come “colloquio”. La parola che non vuole essere sopruso, deve riservare la sua sorpresa».

 

 

 

 

Giovedì, 23 Maggio 2013 10:23

Trenta miserie d’Italia

pp. 60

 

Appartengo alla schiera, non folta, convinta non solo che si possa ma che si debba morire per la così detta “patria”, itala tellus, Vaterland.
Naturalmente, a Maratona, alle Termopili, a Salamina, a Curtatone e Montanara, sul Piave.
Obiettano: “Anche adesso che i confini sono scomparsi o fluttuanti come le onde del mare?”.
Rispondo: “La pace universale è l’utopia sovrana e solenne dei vecchi sapienti, e solitari, assisi davanti alle grotte delle alte montagne.
Dunque questo testo è un canzoniere d’amore incattivito da una rabbia rabbiosa per un tradimento che è in atto ma che deve passare.
(Roberto Roversi)

 

 

 

Giovedì, 23 Maggio 2013 09:48

Tre poesie e alcune prose

Curatori: Marco Giovenale, con una nota di Fabio Moliterni

pp. 576

Uscita: 2008

 

Roberto Roversi raccoglie nelle “Tre poesie” del titolo Dopo Campoformio (nella versione 1965), Le descrizioni in atto (1969-85) e i versi degli anni Settanta e Ottanta riuniti nel Libro Paradiso (1993).
Non distante dalla poesia, anzi con quella in dialogo, è la tessitura prismatica delle pagine in prosa, data da due estratti dai romanzi Registrazione di eventi (1964) e I diecimila cavalli (1976), e da una scelta di scritti (tra 1959 e 2004) dal titolo complessivo e ironico di Materiale ferroso, puntualmente in equilibrio tra teoria della poesia e impegno frontale, spesso politico, sempre e tenacemente etico.

 

 

 

 

 

 

 

Con uno scritto di Lucio Dalla
pp. 47

Uscita: 2009
Collana: Varia – 106

 

In queste pagine intense e appassionate il noto poeta Roberto Roversi celebra il mito immortale di Nuvolari, in occasione della mostra “Quando scatta Nuvolari” (Mantova, settembre 2009) che presenta le foto originali scattate dal grande campione. Il testo racconta le emozioni ormai perdute della storica Mille Miglia, la gara “più bella del mondo”, che per molti anni ha fatto sognare e appassionare l’Italia intera. Nel volume è inoltre presenta uno scritto di Lucio Dalla, interprete della canzone Nuvolari, con testo sempre di Roberto Roversi, unanimemente considerata una delle vette più alte della canzone d’autore italiana.