Super User
Caccia all’uomo
pp. 150
Uscita: 5/10/2011
Collana: Linferno – 194
Siamo in Calabria intorno al 1810, nei mesi del grande duello fra il brigantaggio politico borbonico e il generale Manhès, capo dell’esercito d’occupazione francese. Il capobanda Boccone, alla testa di duecento uomini, controlla il “suo” territorio rubando e saccheggiando; nemmeno un tesoro appaga la sua sete di ricchezza e potere. Marta, prostituta, vuole vendetta contro il prete che l’ha posseduta e umiliata. Una storia nell’Italia divisa e occupata, dove la terribile ferocia della guerra colpisce ancora una volta i più deboli. La prima tiratura di questo volume risale al luglio del 1952, per la cura della Libreria Antiquaria Palmaverde (di proprietà dello stesso Roversi), con il titolo Ai tempi di re Gioacchino. L’opera fu notata da Elio Vittorini a seguito di un’entusiastica recensione di Leonardo Sciascia. Vittorini chiese immediatamente a Roversi di ripubblicare il testo - operando una serie di correzioni che poi decisero insieme - nella collana “La Medusa degli Italiani” da lui curata. Su suggerimento di Vittorini e di Italo Calvino, Roversi ne cambiò il titolo, scegliendo Caccia all’uomo. Il libro uscì così per Mondadori nel luglio del 1959. Questa, dunque, è una terza edizione.
Libri e contro il tarlo inimico
pp. 142
Uscita: 3/10/2012
Collana: Poesia – 52
“Offro queste poesie scritte e tutelate nel tempo a chi ama i libri e la poesia, la poesia e i libri, e non si lascia ingannare dalle ombre del mercato e della fretta. Che questi versi accompagnino il buon lettore, dunque, e accompagnino anche me nel tempo residuo della vita”.
I testi e le immagini qui raccolte sono il frutto paziente di un lavoro sui libri e con i libri che copre un arco temporale di quasi settant'anni. Un vero e proprio tributo di riconoscenza, fiducia e amore per l'oggetto che ha accompagnato e dato significato alla vita di un grande poeta e libraio.
La macchina da guerra più formidabile. Testo per il teatro (1970)
Curatori: Arnaldo Picchi
pp. 176
Uscita: 2002
Collana: Teatro – 1
Quella di «macchina da guerra più formidabile» fu (è) la definizione data dal De Sanctis all'impresa dell'Encyclopedie di Diderot (1772), ventotto volumi in folio, di cui undici di tavole; un lavoro fantastico e un risultato fantastico, vale a dire: un autentico terremoto. Ebbene questo testo cerca di cogliere il lavoro di Diderot (nel testo "Did"), di Voltaire ("Volty"), di D'Alembert ("Dal"), di Rousseau ("Roos") in una dimensione temporalmente disarticolata dissociata molto mescolata; dato che da allora troppo tempo non è passato e ci può essere (come deve esserci) uno scambio continuo di riferimenti e ammicchi, addirittura la possibilità (lecita) di interferire. Il testo era apparso in edizione semiclandestina nel 1971 a Bari. Da allora ne sono circolate solo fotocopie. Ora finalmente la pièce - di attualità sorprendente e densa di una quantità impressionante di riferimenti storici - è disponibile in una nuova edizione, approvata dallo stesso autore.
Unterdenlinden
Curatori: Arnaldo Picchi
pp. 138
Uscita: 2004
Collana: Teatro – 2
Il testo – andato in scena al Teatro Piccolo di Milano nel 1967 – propone come nodo centrale la possibile rinascita del nazismo. Un tema che Roversi presenta attraverso l’invenzione di un nuovo Hitler, un personaggio che si chiama appunto Adolfo, che ripercorre le stesse strade che permisero l’ascesa della più sanguinaria dittatura della storia del mondo. La finzione scenica, che riesce a rendere in poche pagine l’assoluta semplicità del meccanismo di presa del potere da parte di un “uomo forte”, risulta essere di incredibile attualità. Le note al testo, di Arnaldo Picchi, ricostruiscono la trama sotterranea di riferimenti che fanno del testo un’incredibile miniera di citazioni storiche.
Il crack
Curatori: Arnaldo Picchi
pp. 142
Uscita: 2005
Collana: Teatro – 3
Il crack, opera rappresentata in prima assoluta nel 1969, dopo la pubblicazione di La macchina da guerra più formidabile e Unterdenlinden (entrambi 2002), è il terzo capitolo dell’avanguardistica tetralogia teatrale di Roberto Roversi. Un ritmo straordinario di battute in cui si racconta la vicenda dell’industriale Vasi, che deve fare i conti con una realtà economica “vecchia e lenta”, che nulla ha a che spartire con le leggi astratte del mondo moderno degli affari. Il crack non è solo quello di un singolo industriale, ma di una nazione intera, dove tutto si crea e si distrugge sterilmente, per rimanere esattamente fermo dov’è. Un testo che, come i precedenti, si distingue per sensibilità inventiva, aggressività stilistica e carica provocatoria. Il volume è destinato ai numerosi lettori di Roversi, agli studenti di teatro del Dams di Bologna e di Roma.
La macchia d’inchiostro. Testo per il teatro (1976)
Curatori: Arnaldo Picchi
pp. 182
Uscita: 2006
Collana: Teatro – 6
Quarto e ultimo volume che raccoglie i testi teatrali di Roberto Roversi. Assolutamente inedito e scritto negli anni Settanta, presenta una storia basata sulle vicende di Paul-Louis Courier de Méré, ufficiale napoleonico, ellenista e scrittore francese a cavallo fra Sette e Ottocento. Il 1798, anno in cui inizia la pièce, è l’anno in cui Courier, tenente dell’artiglieria a cavallo dell’armata napoleonica, arrivò in Italia per la prima volta per mettersi agli ordini del generale Eblé, e soprintendere alla fabbricazione delle palle da cannone. Il testo narra della vita di Courier, delle sue vicissitudini in Europa e in Italia: cavaliere solitario e drammatico dall’avversa fortuna cui capitò un infortunio che risuonò per l’Europa intera, una macchia sul codice Laurenziano di Longo Sofista...
Il Po è un fiume
Il Po è un fiume,
il più grande il più lungo d’Italia.
È il principe dei fiumi.
per 634 chilometri dal Monviso al mare Adriatico
si snoda come un serpente
attraverso la pianura padana –
e come tutti i fiumi grandi
è un fiume che parla.
Racconta storie, ricorda storie.
Ne ha visti di eserciti stranieri
arrivare e fuggire!
1. Po
Canta un’antica ninna nanna, riferendosi al fiume:
passa il re di Francia / con tutti i suoi soldati /
passa Radetzki / con tutti i suoi tedeschi
passa ancora una volta / e poi non passa più.
Dunque, camminare sul Po
è sempre un viaggio, è un’avventura.
E anch’io ci cammino
come su una strada d’acqua
per immergermi nell’antica storia d’Italia,
ricordare formidabili vicende,
incontrare personaggi dalle lunghe barbe di marmo,
dai lucidi occhi dipinti;
poi affreschi, chiese, palazzi, piazze.
E dopo le file dei pioppi –
che sembrano non avere fine –
le antiche città
giovani di mille anni.
Cremona.
2. Cremona
Esterni
La città medievale, dalle strade lunghe e strette,
è passata nei secoli attraverso sconvolgenti vicende.
Nella piazza:
– il duomo, un capolavoro di architettura religiosa,
– e il terrazzo vicino, alto più di cento metri,
tanto che annuncia la città da molto lontano.
– Nella facciata del duomo,
bianca che sembra di pelle viva, statue di profeti,
leoni accucciati come a Venezia.
Marmo, marmo, lavorato, scolpito,
a scavare nel tempo, negli anni, nei secoli.
Uno scontro con l’esterno.
Interno
All’interno del duomo
– oltre la “Deposizione”
c’è la “Crocifissione” conclusa dal Pordenone nel 1521.
Un brivido, a rivederla.
È la scena di una violenza appena consumata
e di un dolore ancora da espiare
mentre la terra si è spaccata
nel momento della morte di Cristo.
Una scena animata e incupita
da bagliori di spade,
gonfi nembi vaganti;
tanto che tutto sembra svolgersi sulle rive del Po,
in un giorno che annuncia tempesta.
Il viso del Cristo,
duro di sofferenza,
sembra proprio di un uomo che muore.
Cremona non può stare da sola
ma vive nel suo territorio,
col suo territorio,
insieme alle acque che l’accompagnano
e la circondano:
il Po, primo fra tutti;
poi l’Adda e l’Oglio.
Poi la pianura a perdita d’occhio.
3. Colorno
A Colorno tanti arrivano per il Palazzo Ducale.
Il paese risale al Medioevo
– come tanti in questa pianura –
ma sono i Farnese
che lo prescelgono come bel luogo di villeggiatura,
e nel Settecento restaurano il palazzo
– un tempo rocca dei Sanseverino –
che diventa luogo di meraviglie
e di cultura.
Così Colorno fu chiamata “la piccola Versailles”.
Splendido di pietre levigate dentro
a un mare di verde ordinato
– quasi geometrico –
si può assomigliare ai grandi palazzi
dell’Austria imperiale,
alzati con spavalda superbia
per accogliere fasto e bellezza.
4. Parma
Ha scritto un grande viaggiatore italiano quarant’anni
fa, Guido Piovene:
Con Parma comincia la vera Emilia,
sensuale, pittoresca, estremista.
Ma Parma ha caratteri diversi
dalle altre città emiliane.
È la più francese.
Perciò si entra a Parma
in un piccolo mondo unico,
sanguigno e ironico nel medesimo tempo.
Nelle sue vene scorre il sangue del melodramma.
Teatro Regio: qua siedi e ascolta.
Costruito fra il 1821 e il 1829
sembra un teatro d’oro.
È il centro palpitante del melodramma verdiano.
Anche a sala vuota,
con le luci spente,
risuonano accordi
vibrazioni di canti
s’alzano verso la cupola.
La piazza del Duomo
– Nella piazza
il battistero, il duomo e il campanile dell’Angelo
sono raggruppati
– è stato detto –
come in un riposo solenne e magnifico.
– Il battistero,
uno dei capolavori dell’arte romanica,
è opera dell’architetto Benedetto Antelami
– il grande “magister Benedictus” –
che,
nel corso del XII secolo,
comincia a lavorare
anche dentro e fuori la cattedrale.
Il marmo, le pietre, le strutture architettoniche
lui le trasforma
con una forza cupa e fiera
quasi in voci che gridano,
in parole.
A guardare le opere
si è coinvolti e sconvolti
come da un maestro severo ma amico.
– Interno del duomo
con la “Deposizione” dell’Antelami.
La lastra ha imprigionato
per sempre
il rigore di un movimento terribile
rendendolo indimenticabile.
Il Cristo,
con le braccia aperte come ali,
sembra sceso da un volo
per consegnarsi ancora una volta
agli uomini.
Teatro Farnese
“Teatrum orbis miraculum”
– meraviglia del mondo –
il teatro Farnese,
costruito tutto in legno all’interno del
palazzo della Pilotta,
era dipinto
– insieme alle statue –
a imitazione di marmi molto rari.
Gli girava intorno
una ricca decorazione in oro.
Inaugurato nel 1628
e usato solo per occasioni ufficiali
– poteva ospitare più di quindicimila persone –
alla fine del Settecento era già
“un vecchio teatro,
d’aspetto triste e grandioso,
che il tempo riduce lentamente
in un mucchio di rovine”
(così scriveva Dickens nell’Ottocento).
Oggi, come si vede,
è stato ricuperato e risanato.
Camera di San Paolo
Stendhal nel 1817:
Mi strappo a Milano.
Un’oretta di fermata a Parma
per i sublimi affreschi del Correggio.
E nell’antico convento di San Paolo
c’è la camera
con i primi dipinti eseguiti a parma
dal Correggio,
commissionati dalla badessa Giovanna.
Nella volta
il pittore ha dipinto
un giardino meraviglioso, e meravigliato,
di naturale freschezza,
di generosa speranza,
di giovinezza.
In un ordine pittorico
sostenuto da una fantasia
quasi miracolosa.
5. Tutto è Po!
Dietro panorami che sembrano immutabili
c’è una realtà
che cambia.
Tutti dovremmo fare e pensare
perché anche il mondo del fiume
possa migliorare
ma difendendolo
dalla speculazione selvaggia.
Raccontano che un amico chiese a un amico:
“Qual è il Po?”.
“Tutto è Po!” la risposta.
6. Fontanellato
Anche Fontanellato
con i suoi portici e le sue vecchie case
ha un aspetto medievale.
All’inizio del Quattrocento
i Sanvitale la trasformarono in fortezza
con bastioni, fossati
e la rocca.
Fra i suoi muri si trovano
mobili, arazzi, armi
e – fra altri –
un affresco del Parmigianino
datato 1523:
la Favola di Diana e Atteone.
Dipinto per ordine di Galeazzo Sanvitale
– in una piccola stanza
dedicata alla moglie –
racconta che Diana,
sorpresa nuda nel bagno,
per vendetta muta Atteone in cervo.
C’è una luce intensa che viene dall’alto
e la scena è resa con una struggente efficacia
da questo grande artista
morto giovane,
tormentato da una insoddisfazione dolorosa
per volontà di continua perfezione.
7. Questo è il Po, oggi
Fetonte
– secondo la mitologia –
precipitò dal cielo e annegò nel Po.
Le sorelle
– che lo piangevano sulla riva – furono trasformate in pioppi.
E la pioppicultura
è una delle attività tipiche del fiume.
Oggi
sulle sue rive
possiamo ancora vedere pecore al pascolo
ma
– nei giorni di festa –
gare di motocross.
Questo è il Po, oggi.
E questa, più in generale, è l’Italia
– nuova e vecchia insieme
già del Duemila e ancora antica.
Cimiteri sopra cimiteri di altre ossa
città sopra città
chiese sopra altre chiese scomparse.
Niente riposa
sotto e sopra il suolo italiano;
tutto è testimonianza di altre vite,
di antichi percorsi,
di perdute fantastiche o strazianti primavere.
8. Sabbioneta
All’imbrunire
sul Po
si scatenano le fantasie.
E Sabbioneta
– con i suoi edifici monumentali,
fra cui il Teatro Olimpico –
è nata
nella seconda metà del Cinquecento
dalle fantasie quasi ossessive
di potere e di bellezza
dei Gonzaga
– soprattutto del principe Vespasiano.
La “piccola Atene”, fu chiamata.
Utopica città ideale.
Centro da cui tener lontane
la volgarità del mondo
e ogni ignoranza;
e dedicato, con l’arte la scienza e la poesia,
a mantenere
– o a riportare, se perduta –
l’armonia nella vita
e a vincere la morte del tempo.
9. Po – Mincio
Il Po si allontana
ed è il fiume Mincio
che porta verso Mantova
– cominciando intanto a trasformare
questi luoghi
in un mare d’acqua di verde.
Laghi, canneti, piante, uccelli.
Siamo sempre sulla più grande distesa
d’Italia,
e anche la quiete virgiliana
– Virgilio nacque qui –
è un sogno della memoria.
Traffico, suoni, voci,
frenesia di vita,
irrompono da ogni parte.
Mantova adesso è come assestata
su un fazzoletto di terra
circondato da tre laghi.
E custodisce il Mantegna.
10. Mantova
Camera degli Sposi
Palazzo Ducale a Mantova.
Camera degli Sposi.
“La camera picta” – la camera dipinta,
con la rappresentazione di momenti familiari
alla corte dei Gonzaga.
Andrea Mantegna dipinse
tra il 1465 e il 1474.
Nella parete a destra
una solennità maestosa
– che pare ormai perduta nella storia –
viene riconosciuta
a questa casata di potere, di sapere, di gloria;
con il magistero dell’arte,
ma anche con un’attenzione
che conferma un rispetto ammirato.
Seduti o in piedi sotto una loggia,
tutti sembrano in posa per una fotografia immortale,
con abiti sfiorati da un lucore appena smorzato.
Ma, per esempio,
sono singolarmente definiti anche solo
dalla varietà degli sguardi;
oppure accompagnati da memorabili dettagli
che fanno vibrare il muro:
il cane accucciato sotto la poltrona;
la ragazza con una mela;
la nana, contratta e immobile,
con un fazzoletto o nastro o borsello traforato
in mano.
E, seppure riparati da quella parete dipinta,
sembra di sentire
il respiro della campagna che vive.
A sinistra,
le figure nobili hanno alle spalle
un panorama
con una città fortificata
immersa in un silenzio drammatico d’attesa.
Con l’emozione, in primo piano,
di un particolare esaltante:
la piccola figura giovane
che stringe intimidita con tutta la mano
due dita della donna che ha vicino.
Tutto il racconto esaltante
trova alla fine un collegamento
con l’ovulo del soffitto
aperto contro un cielo appena rannuvolato.
Piove luce a fiotti da quel grande occhio aperto,
rovesciato nell’infinito
da un astronauta pittore
che ha visitato lo spazio lontano
e si è liberato da ogni vincolo culturale
che lo legava alla terra.
Teatro scientifico del Bibiena
“Lo scientifico”
o, esattamente, “il teatro scientifico”
di Antonio Galli Bibiena,
è un capolavoro costruito in appena due anni
alla fine del Settecento;
più come luogo di convegni intellettuali
che di spettacoli tradizionali.
Da qui l’impressione di abbraccio spaziale
che la sala raffinatissima propone,
quasi volesse avvicinarsi al pubblico
per far sentire il respiro delle idee,
non la voce gridata dei teatranti.
Palazzo del Te
(Sala dei Giganti: Caduta di Fetonte)
Il “Palazzo del Te”
(“Uno degli edifici chiave del Rinascimento”,
secondo un grande critico)
fu costruito in dieci anni
– dal 1525 al ’35 –
da Giulio Pippi detto “il romano”
(grande mirabile e stupendo,
come disse di lui Pietro Aretino).
Il palazzo è, esemplarmente,
la conferma del mecenatismo dei Gonzaga
Basso, su un solo piano,
a pianta quadrata, molto ampio.
Sembra uno splendido disco volante
sceso e appiattito a speculare la terra.
Dà una forte impressione di solida fragilità,
di arcana resistenza al tempo.
Piene le sale di capolavori pittorici,
quella detta “dei Giganti”
o “il Camerone”
prevale per il terrificante spettacolo
di vittoria e di morte.
Grandi figure di Titani,
che hanno osato ribellarsi a Giove,
sono vinte e travolte
in mezzo a un ruinare apocalittico di massi
– e fra questi le membra
si lacerano e scompaiono.
In alto, gli dei,
sembrano ancora ansimanti
per una vittoria faticosa e non ancora goduta.
Il grande diluvio
cupamente traslucido e gridato
lo leggiamo ancora come un
possibile racconto
dei nostri giorni.
11. Ancora sul Mincio
Ancora sul Mincio;
di nuovo verso il Po
lasciamo Mantova
città da non dimenticare.
Un cuore del mondo.
Molto verde sulle rive
ancora non scomposte
e un battello.
Sono pochi,
per un’autostrada fluviale
che aspetta soltanto
d’essere rispettata
e di servire.
E che corre fra rive
che sono una sola voce d’arte.
12. San Benedetto Po
Ancora in provincia di Mantova,
San Benedetto Po
è ricca terra agricola
ma con industrie importanti.
Fra queste,
la lavorazione del legno, di pioppo.
Il paese si formò
intorno all’abbazia di Polirone
(e l’abbazia fu costruita
fra il Po e il Lirone,
assorbito poi dal fiume Zara).
Dell’antica abbazia
restano poche tracce;
mentre, sulla piazza del paese,
si trova la basilica di San Benedetto,
rifatta splendidamente nel Cinquecento
da Giulio Romano
sulla vecchia chiesa di San Floriano.
Custodisce dipinti del Cinquecento veneziano
e, fra l’altro,
trentadue statue di terracotta
opera di Antonio Begarelli
– metà del Cinquecento.
Sotto il portico della facciata
sono collocate quelle
di Adamo,
di Eva,
di Davide.
Nell’andito della sagrestia
la tomba di Matilde di Canossa.
13. Verso Ferrara
Da Ostiglia a Occhiobello,
verso Ferrara,
il Po è già carico di veleni.
Il suo bacino è diviso
fra quattro regioni,
13 provincie.
Intorno gli vivono e premono
circa venti milioni di italiani
e una massa imponente di grandi
medie e piccole industrie
– che spurgano nell’acqua.
Per risanare questo gigante ferito
– un titano del Mantegna –
è necessaria la volontà
la responsabilità
di una nazione.
Non l’occhio di Giove
ma l’occhio dell’Italia intera.
14. Ferrara
Ferrara
che aveva il Po addosso,
ora lo ha solo vicino;
come ha vicino il mare.
È, dunque, anche città d’acque
come tante città padane.
Ha l’acqua intorno il Castello Estense,
prima un bastione
poi ripreso e inglobato
nel tessuto del centro cittadino.
La città non è un museo a cielo aperto.
È una delle meraviglie italiane,
per il complesso delle opere monumentali,
di scultura, di pittura
che le generazioni le hanno via via consegnato
come un lascito immortale
da tutelare.
Il duomo è esemplare
per esaltare testimoniare
le vicende cittadine, le antiche memorie,
a partire dal 1135.
Più volte ristrutturato,
quasi rifatto nel 1712,
esprime una forza che lo ancora al terreno,
mentre è percorso, quasi trasfigurato,
da una luce errante
che si inoltra e sfugge,
seguendo la varietà del cielo;
che indugia e vola;
tanto da renderlo quasi parlante
con la strada,
con la gente nella piazza.
È questo inarrestabile
moto vitale sulle pietre
che sembra legare
la intransigenza medievale
– che ha sempre costruito contro il tempo –
al moto rinascimentale
delle idee,
che del tempo e nel tempo
cercava di scegliere splendide rose.
La duplicità miracolosa e articolata
si può anche cogliere
da una parte
nelle sculture dei “Mesi”
– oggi nel museo della Cattedrale –
con le figure che sembrano fuoriuscite
o liberate
da magmi di lava
per essere consegnate a una nuova fatica,
non a una libertà.
Dall’altra parte,
si può cogliere nella città rinascimentale;
nel corso Ercole I d’Este;
nella lunga prospettiva euclidea.
Qui, valutiamo il rigore dell’intelligenza
tesa a cercare una bellezza reale;
e la passione di fare, costruire,
realizzare per poterla sfiorare, toccare,
godere.
Così per il palazzo dei Diamanti;
che del lavoro per il terzo ampliamento della città
è un risultato di vertice.
Sembra avvolto da una pietra palpitante.
Così per il palazzo Schifanoia;
che custodisce nel “Salone dei mesi”
un ciclo di affreschi
riferiti ai dodici mesi dell’anno;
considerati un capolavoro dell’officina ferrarese
e del nostro Rinascimento.
Ferrara
è un libro d’arte, di poesia;
ma è anche un libro di storie
alte e concrete.
Induce alla pazienza generosa
e inevitabile
della contemplazione attiva.
Che vuol dire
– perché lei lo suggerisce –
non sfuggire alla vita.
15. Pomposa
Pomposa ha una storia che affonda nei secoli.
Prima era sull’acqua,
fra boschi,
quasi un’isola.
Adesso sente il mare lontano
nel volo dei gabbiani
che entrano per le discariche.
La facciata dell’abbazia
è dominata da un campanile di mille anni
con la cuspide a cono di agilissima eleganza
che svetta fa pochi alberi
e ha, dietro, la campagna
distesa a perdita d’occhio.
Oggi, nella chiesa abbaziale
meraviglia ancora la ricchezza
delle pareti affrescate
e dell’antico pavimento,
che sembra nuovo
per i colori che risaltano.
Nella calotta dell’abside
è memorabile
il Cristo in maestà del 1351,
da attribuire a Vitale da Bologna.
Mentre suoi allievi
hanno dipinto sulle pareti della navata maggiore
fatti del Nuovo e Vecchio Testamento.
Nel refettorio
gli affreschi eseguiti intorno al 1320
è probabile che siano di Pietro da Rimini.
In ogni modo, è soprattutto vero
che al visitatore non distratto
l’emozione esemplare
è data dal sentimento del tempo che non muore,
del moto della storia che non si ferma,
delle voci che hanno parlato
e parlano ancora
– con l’esempio di tutte le cose
fatte o sperate in passato
che s’alza fra questi muri.
16. Po – Mare
È la fine del viaggio.
Non più imperioso
ma ampio lento dolente
il Po apre le braccia
e si rovescia in mare.
Lascia un percorso d’arte
fra i più luminosi del mondo,
con opere fortunosamente
preservate nei secoli
nei millenni
nonostante le tempeste che hanno
travolta la pianura;
mentre per lui
delle valli di un tempo,
verso la foce,
oggi rimane ben poco
– perché quasi tutto è stato bonificato.
Poche case
basse
schiacciate a terra.
Le sere sono lunghe.
Rimane qualche giovane a mendicare lavoro.
L’uomo del delta, dicono,
passa e non si ferma.
In qualche paese
le donne vanno ancora al cimitero
e parlano con i morti.
La solitudine è grande.
La verità è che sul Po si appoggiano
272 centrali idroelettriche
6 centrali termiche
2 centrali nucleari.
Il futuro, per il grande fiume,
forse non è ancora arrivato.
La povera povertà
Si intende: la povertà come un male, diciamo pure come un male sociale, che va curato. Perché il corpo sociale non si inquini più, non si corrompa e invece risani. Tenda almeno a risanarsi. Ma se è un male, un vero male che deve essere subito affrontato e curato, non deve sfuggire alla nostra quotidiana attenzione e partecipazione. Dico nostra, cioè di tutti noi, che siamo persone sociali: come spero, attente agli altri e desiderosi degli altri.
All’attenzione dei ricchi, che questo male non hanno mai patito, oppure l’hanno patito in anni lontani; e allora sussiste come un’ombra della memoria. Anche se “solo i ricchi trovano modo e tempo di accorgersi che un povero sembra non meritare le loro briciole”, come ha scritto don Primo Mazzolari, tanti anni fa, appena un mese prima di morire, in La parola ai poveri (il testo integro ed eccezionale fu pubblicato nel ’59 dalla casa editrice La Locusta e credo che si trovi ancora).
All’attenzione dei meno ricchi, perché il recente benessere non dovrebbe distoglierli da una partecipazione che oltre ad essere morale è soprattutto sociale, vale a dire di difesa; dato che ogni malattia profonda del corpo sociale può determinare collassi improvvisi e spaventosi, nei quali anche loro potrebbero ritrovarsi coinvolti, non avendo forti difese; trascinati via da una tranquillità appena raggiunta e conquistata con sacrifici.
Ma, questo è il punto che più preme (le precedenti annotazioni essendo abbastanza ovvie), anche all’attenzione dei poveri; per i quali si impone o si imporrebbe l’obbligo concreto di non lasciare o abbandonare o affidare il trattamento di questo micidiale bacillo soltanto nelle mani dei dotti di ogni genere: perfino dei teologi. Dato che rilasciando ancora questa delega, nel presente, come si vede non si ottengono che ossi e nessun problema è affrontato a fondo. Ogni risoluzione è abbandonata alla discrezione dei teorici e soprattutto di politici manipolatori; in tutti i casi, di persone non sollecitate dall’urgenza drammatica del bisogno quotidiano; che non si rendono conto che il tempo è un nemico feroce della povertà e perciò partecipano di metodologie cavillose, chiacchierone, teoriche, utopiche (nel migliore dei casi).
Insomma, direi, con un vero stravolgimento di prospettiva, serve non più o non tanto l’imperversante sociologo che indica, enumera, conclude e programma o precede, ma il povero stesso che oltre a patire l’orrore e il dolore della propria povertà, si interroga sulle ragioni di questo suo essere, cercando di collegarle alle altre vergogne in atto nella società. Altrimenti continuerà a ricevere soltanto le briciole. Perché, come ha scritto ancora don Mazzolari: “I poveri che danno ai più poveri di loro non calcolano mai prima di dare. Sanno per esperienza tutta la tristezza di ricevere una elemosina che lungi dall’essere controllata dalla prudenza e strozzata dalla grettezza e dall’avarizia”. E non c’è niente di più gretto dello Stato, della società ufficiale. Quello e questa, se devono compiere per qualche urgenza alcune economie, non riducono o escludono l’importazione del caviale o dei liquori pregiati o delle pellicce e delle auto di lusso, ma puntano gli occhi sulle pensioni, l’assistenza ecc., tartassando soltanto i deboli o gli inermi.
Povero infatti non è solo chi non ha appoggio economico, ma anche chi alla mancanza di denaro deve aggiungere il vuoto dell’età, l’impotenza del moto, l’impossibilità di autogestirsi. 23 novembre, a Roma: Un’anziana signora ospite di una casa di riposo è stata trovata legata al letto con delle fettucce… Nel corso della stessa visita, i militari hanno rinvenuto un’altra anziana, non riportata nel registro delle presenze, con evidenti segni di maltrattamento. 25 novembre, a Bologna: “Villa Milla, casa di riposo di Casalecchio; giovedì notte, nel corso di un blitz, i Nuclei antisofisticazioni dei carabinieri hanno trovato un’anziana legata al letto”. 26 novembre 1991, a Torino: “Tredici ospedali di Torino e della sua cintura hanno risposto no, poi è arrivato il sì del nosocomio di Ivrea e, finalmente, dopo un’intera giornata d’attesa, Anna Croveri, quasi cento anni, ha potuto essere ricoverata”. Milano, 24 novembre: “Le condizioni dei bambini rom sono un problema sempre drammatico. Salute indifesa tra le roulotte. 24 zingarelli nei reparti. Niguarda asilo di nomadi”.
Trascrivo queste indicazioni, desunte da giornate recenti, non per interferire nella polemica sul parziale disastro dell’assistenza medica nazionale; ma solo per precisare che, a mio parere, anche questa faccia nera nera della nostra vita sociale conferma non un male corporativo, da potere circoscrivere, ma il più generale efferato rapporto che la nostra società e la nostra politica ha e mantiene con la povertà. I poveri sono tutti contro un muro; diventano un numero nelle corsie, diventano un tu davanti agli sportelli; un problema fastidioso di bilancio per gli enti locali (è più gratificante ripulire e lustrare una fontana del Cinquecento che risistemare un vecchio edificio per ospitare emarginati e anziani). Bisogna aggiungere un’altra annotazione in merito: un tempo i poveri, dico meglio, la povertà veniva emarginata, relegata ai confini della vita sociale; oggi, invece, con i poveri e con la povertà non tanto ci siamo rassegnati a vivere ma, è terribile, ci siamo abituati a convivere. Poveri e povertà sono diventati una voce dello schema di lettura ed analisi sociali proposte da questo nostro occidente inesorabile; la loro emarginazione e il corrispettivo economico, un semplice obbligo da condizionare e da controllare. Così che, con un regresso secolare, la sola partecipazione che la nostra società può esprimere con continuità nei loro riguardi è ancora una volta affidata al volontariato – uno straordinario atto d’amore ma privato, personale; tale e quale nel buio medioevo, e ne restiamo ancora ammirati. Come società ci vi le poco poco facciamo e con poca convinzione. Tutto quello che non compensa il nostro egoismo appena ci sfiora.
Per valutare il grado contradditorio della situazione basterebbe aver letto l’articolo su “Il Messaggero”, di domenica 1 dicembre, dell’on. Giulio Andreotti, presidente del Consiglio dei ministri: La ricchezza morale di chi aiuta i deboli. “Non si tratta di casi isolati – scrive – ma di un numero straordinariamente elevato di giovani e di ex-giovani, che con encomiabile costanza, danno esempi luminosi di altruismo… Quanti sono i volontari? Una rilevazione di qualche anno fa registrò circa quindicimila gruppi, con una stima di cinque milioni di persone ed un risparmio dello Stato di undicimila miliardi”.
Come si constata, i pubblici poteri delegano per imprevidenza, per indifferenza o per determinazione alla generosità dei privati quasi tutti gli oneri sociali, avendo con progressivo isterismo imitativo scelto la strada della redditività inesorabile; dimenticando troppo presto che “i destini del mondo si maturano in periferia”.
E a stabilire visivamente, concretamente, le incombenti contrapposizioni già predisposte della nostra epoca, si può intanto guardare con attenzione l’allegata foto “L’altra Milano, a cinquecento metri dalla Bocconi”. Due mondi pronti a un prossimo scontro.
(Nella foto: L’altra Milano, a cinquecento metri dalla Bocconi).
Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 189, 6 dicembre 1991.
Due uomini sotto la pioggia
Possiamo dire che la fotografia dell’Italia, in questi giorni così poco gloriosi e invece così affannosi e contorti, dia l’immagine di una famiglia non dico abbastanza felice ma almeno un poco unita dentro a mille crucci? No, sicuramente non lo possiamo dire. L’immagine dà in rilievo il resoconto di una società che cammina sull’orlo di un vulcano. Però non sembrano tanti, almeno non è la maggioranza, quelli che stando attenti ai passi badano anche al fuoco così vicino, nel timore che li lambisca e li possa coinvolgere e bruciare. Gli altri sono affascinati dal fuoco, li eccita il vicino pericolo e solo immaginano il momento quando potranno raccontare quegli attimi agli amici. Convinti comunque, che da ogni inghippo proposto dal fuoco sapranno uscirne.
Lo stellone d’Italia, perpetuo, come annuncia sempre l’onorevole Andreotti? Non è da credere; deduco invece che nei recenti eventi calamitosi da cui il nostro Paese è riuscito a cavarsi fuori abbia giuocato un residuo di saggezza e fermezza che è stato speso per arginare il disastro Come tanti sacchetti di terra o di ghiaia allineati sulla riva di un fiume per arginare una falla. Ma di questo utile materiale l’Italia non ne dispone più, così si ritrae in se stessa annoiata o inorridita, a seconda dei casi, lasciando che l’acqua invada le prime campagne e cominci a tracimare nelle strade. Il momento è dunque di massima all’erta. Dapprima le diatribe a seguito di pubbliche esternazioni, poi i discorsi più accesi, gli ammonimenti più gravi, le intransigenti esclusioni che, provenendo dal presidente della repubblica, hanno coinvolto tutti i settori determinanti della nostra società, della nostra vita pubblica, hanno in modo determinante concorso a produrre lacerazioni, ferite nel corpo nazionale; senza che questa cura violenta aiutasse non a guarire ma almeno ad allentare un poco la febbre sociale. Così da farci vivere adesso in una tensione poco generosa e utile, dato che la confusione dovunque si getti l’occhio prevale. Le picconate colpiscono senza scalfire il muro maestro, perché fanno schizzare via soltanto rari frammenti dell’intonaco.
Domanda: allora, dopo questa enunciazione di piccoli o grandi disastri, che contribuiscono a bloccare ogni movimento utile dell’Italia e per l’Italia cosa si dovrebbe fare? Gettare la spugna, e rintanarsi fra libri e carte, abbassando le serrande e staccando il telefono? Come parecchi fanno e tanti cominciano a fare? Per dare una pronta risposta, senza affondare nel campo delle argomentazioni o delle elucubrazioni troppe volte ascoltate e ripetute negli anni passati, mi dispongo a proporre un esempio che trascrivo.
Giovedì 21 novembre, ore 17.30, piazza Maggiore. Piove, il buio è uggioso, l’asfalto ha quel lucido scivoloso e amaro che lo eguaglia ai marmi consunti, sbattuti dalla pioggia, sulle tombe a cielo scoperto. C’è poca luce in giro, anzi non c’è luce, in quanto la grande piazza, anche in sere di bell’umore, sembra uno spazio vivo solo nella memoria, lievitante in un sogno sfumato, che basta un sospiro a spegnere. Dunque, in quell’ora e in quel momento il luogo è triste e propone il sentimento di una grande solitudine. Lo sento venendo da via D’Azeglio; perché sotto i portici di Palazzo Re Enzo, la contratta fiera del libro di quest’anno sprigiona qualche barlume di luce. Annidati sotto Palazzo D’Accursio, proprio all’inizio del portico, semi nascosti da un laminato collegato ai tralicci che circondano i muri per gli interminabili lavori di restauro dedicati all’orologione senza vita, c’è un banchetto largo una spanna e un uomo giovane seduto, che quasi non si vede. Venti metri più in là sulla piazza, sotto la pioggia che batte, un altro uomo giovane, con un passamontagna in testa e ingolfato in qualcosa di lana. Ha in mano dei fogli, ne allunga uno che intasco. Io li riconosco, li ho trovati perché li ho cercati per firmare. Infatti firmo. Ho in tasca il foglio e palpo con la mano le parole ciclostilate. È come palpare una manciata di castagne arrostite, calde in un giorno d’inverno. Nessuna è inutile o perduta. Molti le conoscono, però mi sembra giusto trascriverle anche in questa occasione:
Sindacato italiano unitario lavoratori polizia. Segreteria provinciale Bologna. Comunicato. Claudio Nunziata, magistrato di indiscussa professionalità ed esemplare rigore morale, è stato “sospeso” dal servizio. Vorremmo poter esprimere stupore ed indignazione, ma non sappiamo se ciò abbia ancora un senso.
Claudio Nunziata è stato un uomo che ha dato tutto, che non si è mai tirato indietro, che si è sempre assunto fino in fondo le responsabilità anche le più pesanti, che ha avuto il coraggio, nell’interesse della gente, di scegliere anche quando era molto facile sbagliare. Non c’è poliziotto, che, impegnato al suo fianco in indagini semplici o complesse, non l’abbia profondamente apprezzato. La sospensione di Claudio Nunziata non è un fatto che domani può essere dimenticato.
È un macigno sulla strenua resistenza di quegli operatori della Giustizia e della sicurezza che quotidianamente fanno il loro dovere e anche quello degli altri.
È un macigno sulla città, Bologna, che, aggredita ieri dal terrorismo stragista ed oggi da una criminalità sanguinaria, non riesce a difendere quegli uomini che hanno rappresentato e rappresentano il vero unico efficace ostacolo alla delinquenza dilagante.
Non esiste un singolo “Caso Nunziata”, esiste un processo di emarginazione che ci riguarda tutti, noi che non vogliamo chiacchiere e sceneggiate, ma una società che cresca nella solidarietà e nella Giustizia. Per questo ti chiediamo una firma di sostegno al tavolo del Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia.
Torno a ripeterlo: parole dirette che oltrepassando il circolo emotivo promuovono giusti pensieri, immediate riflessioni che durano. E collegandosi in questa occasione direttamente a un avvenimento e a una risoluzione gravissimi, tornano ancora una volta a riproporre la necessità, l’obbligo da parte nostra di una attenzione, di una partecipazione quotidiana alle vicende della nostra martoriata società. Allora, che altro è questo, se non l’obbligo la necessità di tornare a riappropriarsi della politica come atto vitale? La disattenzione e l’indifferenza, la facile o scontrosa o arrogante ironia inducono a sfracelli deleteri perpetrati sulle nostre spalle; ancora più profondi dolorosi duraturi di quelli che ci segnano la pelle in questo momento. Ritengo che non possiamo né dubitare né esimerci dall’assumere tutte intere le nostre responsabilità in merito, senza scaricarle sulle spalle degli altri; né che possiamo sottrarci dall’intervenire con continuità di attenzione in tutti i dettagli di fondo della nostra vita sociale. Cominciando o continuando dalla nostra città. Tartassata da una serie di attacchi plurimi di violenza inaudita, da troppe parti. Per questo i due giovani agenti di polizia, nella buia sera bolognese, determinati a insistere, a faticare, a bagnarsi per ribadire un principio generale e una solidarietà personale ben meritata, sono degni di essere qui ringraziati e presi come un esempio alto che merita non solo approvazione ma anche ammirazione. Loro non sono soli e noi non siamo soli.
(Nella foto: Il magistrato Claudio Nunziata).
Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 188, 29 novembre 1991.
Il predicatore in salotto
«Tre parole: occorre avere fede…»
nella sala settecentesca s’accende
il volo di rosati cherubini
e le patrizie impeccabili
guardano fisso negli occhi
il francescano possente
che conversando anela.
Sedute, le più giovani madame
offrono alle labbra del monaco,
così perverse, una fredda umiltà.
Piegano i morbidi ginocchi,
assorte promettono castità,
si turbano come colombe, poi dileguano
come colombe, in branco,
col peccato prossimo che splende.
(Dal poemetto “Le lupe dorate” in Dopo Campoformio)


