Una settimana a Bologna (III)

Il quarto e ultimo argomento della settimana ormai alle spalle – ma che non si è esaurito certamente con la conclusione temporale – era stato ben proposto dall’intervento sull’Unità del 3 ottobre, del Padre Luigi De Candido del convento Servi di Maria di Bologna; con riferimento diretto allo stand da loro allestito alla festa nazionale dell’Unità. Scelta, decisione e collocazione che avevano, come sempre accade nel nostro micragnoso paese, suscitato sorpresa, rammarico, meraviglia, ostilità, perplessità, reprimende eccetera da più parti. Soprattutto da quelle più restie del mondo cattolico. La festa, ha scritto Padre Luigi, «era un paese, brulicava di popolo svariato, ogni persona scrigno di sensibilità singolare e di interessi definiti». A questo popolo svariato non si rivolgeva una propaganda autocompensativa; la comunicazione risucchiante consenso, che tende oggi a masticare implacabilmente gli occhi, la mente, il cuore, la riflessione dell’ascoltatore; ma si proponeva la definizione precisa, coinvolgendo testa e cuore in una attenzione convinta partecipe e disinteressata, di una realtà in atto. Meglio: la vibrazione diretta, suggerita dall’emozione dei fatti, di una informazione che non si stanca di ricordare, e di far ricordare.

Infatti, i Servi di Maria, in quel luogo e in quel modo «hanno voluto farsi portavoce di situazioni di povertà lontane geograficamente fino al Brasile, all’India, alle Filippine e altrove dove frati e suore e laici Servi di Maria sono impegnati come missionari; ma prossime quanto prossimo è il povero, il sofferente, l’emarginato».

Perfetto. Non la partecipazione di uno spazio solo per comunicare – come fa la pubblicità, venduta e senza anima – ma l’occupazione di uno spazio per affermare che quando c’è dolore e vergogna e ingiustizia tutta la terra è nostra, ogni spazio anche il più ridotto è nostro per distribuire non una informazione ma una diretta dichiarazione di immediate necessità. Per ripetere, con costanza: lì, e ve lo mostriamo, c’è ancora in misura spropositata il vero povero, quale nemmeno ve lo immaginate, voi che adesso mangiate nei venti ristoranti delle cucine più stravaganti, cantate o ballate. E noi ve lo ricordiamo non per un vostro rapido sguardo o per lo sgomento di un attimo, ma vi incalziamo e in qualche modo perseguitiamo la vostra attenzione perché quest’uomo e questa donna e questo bambino, che vi indichiamo, siano con voi e restino con voi; come una realtà, una necessità della vostra vita. Ma il nocciolo della questione è, per nostra utilità, spostato a cogliere il drammatico e forse irrimediabile ritardo di questa «sinergia diaconale»; ossia, spiega il Padre, «di questa collaborazione nel servizio ai poveri che avrebbe giovato assai all’allora partito comunista e alla sinistra in generale e non avrebbe di certo nociuto i cattolici».

Noi abbiamo ascoltato infiniti discorsi e letto una caterva di interventi a convegni di politici della sinistra «nostra», relativi all’uso e alla gestione della comunicazione; ma sempre in riferimento mediocre non a una sottrazione di potere agli altri, che questo grande potere nella comunicazione l’avevano e l’hanno; non a una modificazione della situazione in atto e a una partecipazione indipendente, autonoma; ma in riferimento a una subalterna suddivisione dell’esistente. Che significava: a una suddivisione e a una acritica accettazione dell’uso linguistico in atto. Tanto è vero che adesso l’Unità, per fare un esempio, è un giornale tranquillamente (o poco tranquillamente) omologato alla norma. Non c’è mai stato un progetto reale, nell’ambito della comunicazione globale, di novità totale; ma solo parcellizzazione del potere su una «cosa» che già c’era (avviata da altri), e che c’è (gestita da altri). I tanti discorsi relativi alla radio, alla televisione; martellanti e come svuotati da ogni brivido di idee vere; tutti dentro a una circolazione in definitiva subalterna. Soltanto la richiesta d’uso di un poco di potere, di un poco di proprietà. Anche la attuale celebrata Rete 3 è sottoposta alla legge ferrea del numero d’ascolto, del telecomando (l’invenzione tremenda per detenere implacabilmente il potere assoluto sulla comunicazione) e non può fare altro che girare intorno a questo numero, in pista. Come una monoposto di formula 1; che, se obbligata dalla necessità ad uscire sulla strada normale non farebbe che cento metri e poi spegnerebbe il motore.

L’esempio dei Servi di Maria è ancora una volta quello di chi ha ben capito che non v’è avventura reale e decisiva nel dire (e nel fare) oggi, se non hai la decisione e la convinzione di appartenere ad altro se non alla tua volontà di operare in un servizio sociale che non può essere rimandato. Altre parole o formule sono soltanto castagne sul fuoco (come le convergenze programmatiche).

È cosi vero questo, almeno lo credo io, che come l’enciclica recente del papa ha offerto gli unici stimoli autentici di riflessione e di discussione sulle nostre scelte di essere e voler essere e come essere nel mondo reale (non in quello soprannaturale) dei prossimi anni; così in questo calpestato e sconquassato e tartassato campo della comunicazione, gli stimoli più seri e più problematici provengono dalla direzione di gran parte della cultura cattolica; non da quella di sinistra, impelagata in una verbosità ritardatrice e sostanzialmente inconsistente. Il lembo del mantello, del cardinale di Milano Carlo Maria Martini, è un apporto specifico in merito, che deve essere ancora segnalato.

Egli scrive a pagina 64: «Il Signore non ci ha fatto cristiani soltanto per proteggere la nostra fede, per difendere quanto possediamo, ma soprattutto per rendere testimonianza della speranza che c’è in noi». È splendido, questo, e vale tanto anche per i laici più intransigenti. Dentro alla disperazione di un mondo, ricercare la validità di una reale speranza, concreta dentro il mondo, e proporla come divulgazione costante. Non è questa la comunicazione reale? Prima aveva scritto: «È possibile che il bene non possa mai fare notizia?». Non è questa la condanna più totale di una comunicazione infarcita sempre, nel migliore dei casi, di equivoche approssimazioni e di perfide avidità? Sono lucidi filamenti che permettono, aiutano a districarci verso una rinnovata scelta di vita. Che deve continuare a renderci indisponibili per qualsiasi compromesso, per qualsiasi cedimento, per qualsiasi viltà.

Ha la sinistra, la «nostra» sinistra, il linguaggio e la convinzione per comunicare «almeno» una speranza vera? Il linguaggio per farlo non ce l’ha; e allora deve chiedere il beneficio di partecipare alla suddivisione del potere altrui e all’uso del correlato linguaggio. Mi ricordo adesso le tormentate e contrapposte elezioni comunali del 1956 qua da noi; con fortissime polemiche in atto. Mi ricordo d’avere letto con molta attenzione allora il Libro bianco su Bologna proposto dalla D.C. di Dossetti; e d’avere apprezzato subito, come una conferma di qualità, la emozionante partecipazione linguistica con cui si comunicava e si divulgava la proposta politica.

Non ho il modo, in questo momento, di andare a riscontrare; ma ho in mente, da allora, come pagina stampata, l’indicazione di parte del sommario: PARTE SECONDA. Rianimare il volto spirituale della città. Curare le nuove generazioni. Manifestare la gratitudine della città per le persone anziane. Esprimere meglio l’amore della città per i sofferenti e gli esclusi.

Chi troverebbe oggi la voglia intrinseca, la spinta autentica, dalla parte nostra, di tradurre in una scrittura così vibrante di partecipazione convinta, un proprio progetto politico? Rianimare il volto, curare, esprimere meglio l’amore. È come un viso affettuoso che si avvicina a un corpo per dargli fiducia, per suggerirgli un’attenzione, un pronto soccorso. Corrisponde tutto ciò, forse, allo spettacolo dei soci politici, perennemente altercanti, che immergono le parole in una brodaglia di approssimazioni? O alle conclusioni dei potenti locali, seduti intorno a un tavolo, che discutono e sanciscono per distribuire gli imminenti benefizi della cascata di miliardi che sta per soverchiare Bologna? Rianimare il volto spirituale di una città equivale a tartassarla di cemento, di gru, di cantieri, di scavi, spettacolo così entusiasmante per gli speculatori e la mafia? Chi può credere sul serio al disinteresse e ai sorrisi che promettono, in una operazione carica di tanti quattrini? A questi e a quella poco interessa, diciamo la verità, curare le nuove generazioni o di esprimere meglio l’amore della città per i sofferenti e gli esclusi. I Servi di Maria, con un piccolo atto intraprendente e generoso, soprattutto convinto, ci ricordano ancora una volta come si deve stare sul campo. Sul campo di battaglia.

 

(Nella foto: I Servi di Maria alla Festa Nazionale dell’Unità di Bologna).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 183, 25 ottobre 1991.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 183, 25 ottobre 1991
Letto 2814 volte Ultima modifica il Lunedì, 13 Maggio 2013 17:29