Super User
San Giovanni in Persiceto
Qui è nato nel 1550 Giulio Cesare Croce, l’autore dello scaltro Bertoldo che ne sapeva una più del diavolo o del re (e del suo estro generoso nonché del suo pragmatismo diabolico molta parte è rimasta sopra la pelle e nel cuore di questa gente). Qui nel gennaio del 1868 partì la rivolta dei contadini bolognesi contro la tassa sul macinato, con l’assalto al municipio, il fuoco all’archivio e le campane delle chiese fatte suonare a stermida (a stormo) per chiamare a raccolta. Oggi, a venti chilometri da Bologna; con ventiduemila abitanti fra centro e campagna; con tante piccole industrie che fino a ieri hanno lavorato a pieno ritmo; con una Partecipanza Agraria antichissima che coinvolge i nuclei familiari con sorteggi e assegnazioni novenali di terreno agricolo; S. Giovanni in Persiceto è amministrato da una giunta giovane, dal sindaco all’assessore alla cultura, che intende la politica soprattutto come un impegno a interrogarsi sulle cose, mentre si cerca puntigliosamente di farle.
Dunque un paese da visitare e osservare in dettaglio; come uno dei tasselli importanti per intendere la realtà di questa terra emiliana. Inoltre è un paese bello. Ha un centro storico; un teatro del Seicento in fase di restauro; strade con portici, da camminarle pensando. La biblioteca, ricca di libri e povera di spazio, è diretta da Mario Gandini, uno studioso che riconferma la vitalità della provincia italiana, che nonostante i tempi continua a progredire toccando il vivo dei problemi. A lui, telefonando allo 051/821878, ci si può rivolgere per predisporre una visita delle scuole o per avere ogni possibile notizia in merito.
Non lontano dalla biblioteca sorge la Chiesa Collegiata, esempio alto di architettura del Seicento, con un prezioso e raro arredo di oggetti di culto. Il parroco, don Enrico Sazzini, sta riordinando o facendo restaurare una raccolta di quadri del Seicento e Settecento bolognese (Scuola del Guercino, Scuola del Crespi; e poi Tiarini, Gandolfi, il Garofalo, Ercole Graziani) che meriterebbe, essa sola, un viaggio. Tanto più che don Sazzini è una guida preziosa.
L’Espresso, 19 dicembre 1982.
Il coraggio è una cosa
Tra le cose più interessanti che possono accadere a chi si occupa con costanza di teatro c’è la possibilità di vedere concretamente come il linguaggio teatrale di un artista, o di un ensemble, si vada dispiegando, strutturando e chiarendo nel tempo, di spettacolo in spettacolo. E quanto vien fatto di pensare vedendo Il coraggio è una cosa, l’ultimo lavoro di Piero Ristagno e Monica Felloni realizzato con la compagnia composita (attori diversamente abili e attori normodotati) degli artisti di Néon Teatro. Uno spettacolo giunto a Urbania dopo il suo debutto a Catania il 6 novembre scorso nello spazio scenico di ZO, con in scena Patrizia Ficara, Stefania Licciardello, Manuela Partanni, Maria Stella Accolla, Giuseppe Calcagno, Luca D’Angelo, Marco Cinque, Pietro Russo, Danilo Ferrari. Già altre volte si è notato come sia la poesia il vero motore degli spettacoli di questa compagnia: e certo non la poesia in senso letterale (come produzione letteraria) e nemmeno in senso lato, emotivo e, in definitiva, banale; no, la poesia è giustamente intesa qui come principio interno e funzionale, dispiegarsi ritmico e spaziale di una forma nel tempo o, meglio, degli elementi significanti e diversi che costruiscono una forma. Uno spettacolo potente e capace di emozionare, in linea con gli altri che lo hanno preceduto negli ultimi anni: ironia, leggerezza, coraggio nelle scelte formali, lavoro sugli artisti a partire dalla valorizzazione della loro straordinariamente significante (e liberante) diversità, dalla unicità di ciascuno di essi. Tutti elementi insomma che si trovano solitamente in ogni spettacolo di Néon Teatro. In questo lavoro ci sono due elementi ulteriori che si impongono ad uno sguardo consapevole: la scelta di professare apertamente, anzitutto in una specie di prologo/intervista di Piero Ristagno e poi nel corso dello spettacolo, il debito globale di questa esperienza artistica nei confronti della poesia di Roberto Roversi (il testo è liberamente tratto da L’Italia sepolta sotto la neve) ed in secondo luogo, conseguentemente, la scelta di considerare la poesia come azione coraggiosa e responsabile nel mondo e del mondo. Sembra una sottigliezza ma non lo è: non si tratta infatti soltanto di usare le parole (quelle di Roversi e le parole sorte nel contesto dell’attività laboratoriale e di costruzione della scrittura scenica), al pari degli altri segni significanti (musiche, colori, gesti, stupore, danza, sguardi, attrazioni, sensualità, repulsioni, abbracci), nel contesto di una partitura ritmica, ma si tratta questa volta di usare proprio “quelle” parole poetiche, quelle di Roversi insomma, in un confronto serrato e coraggioso che finisce con l’essere anche verifica di un percorso artistico: una verifica vitale per Ristagno (poeta lui stesso e dramaturg della compagnia), cresciuto per anni proprio nel rapporto con il grande poeta bolognese, ma anche una verifica per tutto l’ensemble chiamato a riflettere sul coraggio che ci vuole a vivere di poesia, a vivere e a costruire vita poeticamente, malgrado tutto, malgrado la diversità, il male e le difficoltà. «Mi verrebbe da dire che senza un atto di coraggio non cominceremmo neanche a vivere – spiega Danilo Ferrari, che di questo lavoro è forse il protagonista principale –, affacciarsi al mondo fa paura: ce ne vuole di coraggio a convincerci a percorrere l’ignoto, da bambini tutto è sconosciuto e ogni nuova scoperta è un rischio, poi crescendo ho avuto paura di addormentarmi perché pensavo che non avrei avuto il coraggio di svegliarmi, che i miei occhi non si sarebbero più aperti; mi addormentavo sempre accompagnato dalla paura, ma dovevo trovare il coraggio di farlo. Poi, quando ho capito che mi sarei risvegliato, non ho avuto più questa paura, in compenso ho cominciato ad avere paura della gente, non avevo il coraggio di affrontare i loro sguardi indagatori, ho dovuto trovare la forza, il coraggio, di guardarli fissi negli occhi».
Teatri delle diversità, anno 18, n. 62, marzo 2013.
Prendere o lasciare
1. Corre l’indice sull’ultima mappa rimasta.
L’indice (il dito della sapienza, dell’orgoglio)
striscia
alla ricerca del suo oggi e del suo domani fugge dal suo
passato
alle volte è incerto
cerca il suo
sonno il suo trionfo il suo percorso e
poi fu notte
si alzò un vento agro
le città intorno ai monti spensero i lumi
si accese un’alba verde gialla
promise sorprese.
Il dito sulla mappa continua a cercare cercare cercare
indica fiumi foreste frontiere.
2. Oggi si promette speranza nello spaccio di birra vicino
al porto
la speranza sarà mantenuta
poiché il mio indice (dito del viaggio, della saggezza)
finalmente si è fermato
sopra un luogo
– lì suona non una parola spagnola o italiana ma una
parola inglese
che ancora non conosco.
Negli altri paesi del mondo è domenica.
Lasciato libero di decidere l’indice
(il dito più scontroso, freddo, il dito imprevedibile) è
fermo sulla mappa che indica le montagne
QUESTO È IL CUORE DEI DISTRETTI MINERARI
GROSSETO O BARNSLEY?
Siamo come la ciurma di una nave diceva calmo Davide
Lazzaretti
cento anni fa
il contadino il minatore l’operaio il povero mentre
le frecce degli indiani lo trapassavano fra gli alberi
sui monti della Toscana – la terra sembrava un velo nel
mare.
PECCATO SE DEVO MORIRE dice oggi Davide Lazzaretti
respirando a
fatica IO AMO LA MIA BARCA
COME FACCIO A SBARCARE
SAREBBE UN NAUFRAGIO poi ho conosciuto in miniera
vestita da uomo
Sara Ogan
o Molly Jackson
o Florence Reese
il mio indice verga sulle pareti di carbone la parola
ATTESA
la parola DOMANI la parola PAZIENZA la parola MAI
e se c’è bisogno di soldi nessuno si nasconde
le caverne sull’Amiata assomigliano alle finestre
dell’Olimpo
spalancate per le pulizie d’agosto.
Questa è la zona del marasma totale.
3. Cresce una generazione che sa leggere bene perfino la
poesia ma cento anni fa
un giornale era un giornale non una cosa da poco. Sul
giornale
c’è tutto anche oggi che indica
negli ultimi mesi del 1984 a Torino a Milano molti operai
suicidi (per disoccupazione).
Alle 5 della sera
la gente non esce più
le strade vuote se non c’è il sole
i vecchi aspettano con gli occhi aperti
ascoltano
qualche volta aprono la televisione.
OH QUANDO SI SCIOGLIE LA NEVE
OH QUANDO LE NUBI CHE CAMMINANO RITORNANO
ROSSE
OH QUANDO POSSO FARE IL BAGNO ALL’APERTO
FRA I RANOCCHI mentre sulle montagne
astri strani sibilando astri
esplodendo errando sulle montagne andando
anch’io vedo quel cielo scuro.
È AFFASCINANTE IPOTIZZARE IL FUTURO
SPECIALMENTE QUANDO SEMBRA PURA FANTASIA
Sheffield Barnsley Cortondown Pontefract sono oro
colato
mentre i pesci nuotano nell’inchiostro
NON SI PUÒ ESSERE NEUTRALI.
4. HAI PASSATO LA VITA A INCOMINCIARE
il mio pozzo è la mia vita
DODICI BAMBINI SONO VOLATI DA WAKEFIELD
SUL MONTE AMIATA IN TOSCANA
lì Davide Lazzaretti raccoglie le ombre della sera sulla
mano
e le porta nei boschi.
QUESTO È IL CUORE DEI DISTRETTI
MINERARI
si assomigliano tutti
dice il mio dito fermo sulla mappa
qua e là ci sono cieli senza nuvole
o sono punti e sembrano zero.
L’ULTIMATUM È PRENDERE O LASCIARE.
Un libro aperto sopra un muro incide le ore del giorno
fotografa il volo degli uccelli.
Le patate cuociono sotto la cenere.
Il carbone è gomma da masticare.
Andrò a teatro quando tutto sarà finito.
5. Il mio dito si ferma.
LA GRANDE MISERIA CREA DI NUOVO LE GRANDI
NECESSITÀ.
Non è possibile rendere credibili le cose
possibili?
La risata di un bambino
tac tac tac cade si spezza per terra.
RICOMINCIAMO DA ZERO dato che
sono uno che vede l’oro anche dove c’è il buio.
ADDIO, ESTATE SENZA AUTUNNO.
Nota dell’Autore
Davide (Lazzaretti), nato nel novembre 1834, fu ucciso il 18 agosto 1878 sul monte Labbro in Toscana dalla polizia, mentre coi suoi discepoli (erano operai, pastori, contadini, minatori della montagna Toscana) compiva una processione in maschera piena di canti, di suoni, di preghiere. La processione era stata proibita dal Governo. Onesto, tenero, umanissimo; eppure intransigente e duro sino al sacrificio; coraggioso fino alla morte, Davide Lazzaretti prometteva a tutti un mondo di verità, di bene e di giustizia. Sempre ignorato (anche adesso) dalla cultura ufficiale, egli continua a darci una testimonianza vigorosa del valore morale che hanno le scelte di vita legate ai sentimenti e alle speranze vere dell’uomo. Perseguitato e braccato, Davide Lazzaretti non si è mai lasciato piegare o rassegnare. Per questo mi sembra un naturale compagno e amico – da tempi lontani – dei minatori inglesi di oggi. O degli operai napoletani.
Bologna, aprile 1985
Il Taccuino di Cary, n. 1, 16 aprile 1985.
Roberto Roversi: Il dolore è grande
Il dolore per la morte di Roberto Roversi è grande. Lo è anche l’insegnamento che rimane. Lo sono le sue parole che inconfondibili come sferzate filtrano da centinaia di pagine ciclostilate o libri tipograficamente più decorosi. Versi, canti, idee e giudizi che bussano alla porta del presente, del suo colpevole silenzio, simili allo sguardo di un atleta, che pur fra i primi pensa all’ultimo della fila, alla sua pena, sempre. All’apparente ironia degli sconfitti. Della sua opera vasta, ancora poco conosciuta e complessa, tutto deve e vuole rimanere. Tutto dovrà essere letto e riletto con scrupolo, senza soluzione di continuità. “Prendere o lasciare”, compreso gli sgarbi. Impossibile farne una cernita istituzionale, meritocratica o gradevole, secondo le delatorie intenzioni dei critici, sofisticati italianisti in cerca di cattedra. In lui non è possibile separare ciò che è scritto e detto dalla cronaca degli avvenimenti; dagli strilli di copertina, dai bombardamenti, dalle insonnie del vicino di casa, dallo zampettio docile d’un cane o dall’insonnolito borbottio della cucuma del caffè. Ogni pagina rimanda all’altra. Ogni verso alla sua variante prosastica o accensione misteriosa. Ogni paragrafo necessita di una chiosa extra-testuale. Simile alle spighe di luglio. Alla messe che dopo il lavoro invoca con orgoglio la falce; ma poi la teme, come insegna Cesare Pavese nelle pagine migliori. Delle sue inquietudini di poeta mite, indaffaratissimo e vero avversario d’ogni gramigna che si camuffa “nel falso bello” poco è stato detto, ci sarebbe un ben altro da dire. Deformato dal peso della realtà più che dagli anni, mai arreso alle arguzie del potere letterario e dell’industria telematica, Roversi era un pesce. Magari rosso. Nel senso che dormiva ad occhi aperti, come nei romanzi di De Luca. Conscio di un modernismo (o post-modernismo) che tronfio fora la pelle, stritola senza pietà, o trama sotto lo sfondo di sette cieli tecnologici; cielo divino del tutto nuovo, diversamente ugualmente ingiusto. I suoi versi sanno come potare le ali all’Angelo della storia, per via di quel torcicollo ritratto da Kandinsky. Mai in gara per eccesso di narcisismo, o atti di vanità in luogo pubblico, Roversi era un guerriero, come lo ha definito Giuliano Scabia in un suo recente e commosso ricordo, un guerriero disarmato che disertava i riti della vittoria, sempre assente nell’ora dell’aperitivo. Inutile invitarlo. Specie se era un amico a invocarne la presenza. Soprattutto se era un amico. Forse, e dico forse, si sarebbe contraddetto, lo avrebbe fatto di persona solo per il suo Enzo re, in piazza grande a Bologna, confuso insieme agli altri, con l’ausilio di Arnaldo Picchi. Come Giordano Bruno sapeva quanto: “la mente cade in una lieve confusione allorché non si accorge che il continuo è si presente in tutte le cose”. Intuiva più d’ogni altro come il ramo d’ulivo pesa sul becco del Colombo / ne deforma l’inclinazione – due versi non suoi ma che amava ripetere. Pochi scrittori della seconda metà del ’900 come Roversi hanno saputo restituire con segno vasto, veritiero e ineccepibile i tempi andati e quelli in cui viviamo – di un’Italia devastata, fatta a pezzi, prima con Le descrizioni in atto, poi L’Italia sepolta sotto la neve e quindi Tre poesie e alcune prose. Era un letterato vero, di prima qualità che ha mantenuto vive e intatte le ragioni civili e la dignità della nostra poesia, certamente di quella migliore: da Leopardi a Manzoni, da Pascoli a Sereni, Caproni e Zanzotto, con un’elaborazione del verso mutevole incessante, originale, che ha dato e darà frutti negli anni e nei poeti a venire. Non appena un editore avrà il coraggio doveroso di ristampare l’intero corpus della sua opera a prezzi popolari. La “Poesia non è né utile né inutile e tanto meno, poi, sublime (se mai, subliminare). Non è l’ultima spiaggia e neppure l’utopia delle utopie. Non è pessimismo, non è ricostruzione, non è conforto, non è intrattenimento, non è un mestiere. Non è elegiaca, né lirica, né di protesta né sperimentale. È solo, forse (si può dire?), specchio e oggetto di un desiderio, del Desiderio” è scritto per esclusione nel quarto numero della rivista «Discorso Diretto» (1981), per tentare ancora una volta di definirla. Vi è elencato ciò che la poesia “non” è. Per Roberto Roversi invece la poesia è l’insieme di tutte quelle cose: con un senso di libertà, fedeltà al mandato dell’autore, inteso in senso classico e post-romantico, di cui aveva straordinaria coscienza senza farsene vanto. Ha fatto bene Fabio Moliterni a citare Pasolini, un poeta che anch’io amo: “L’autenticità, per usare una vecchia parola, distrugge l’inautenticità” in apertura del monografico: Roberto Roversi: Un’idea di letteratura (Edizioni del Sud, 2003). Perché l’opera di Roversi indaga autenticamente, riferisce e non omologa con arroganza. Come per Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus, anche “la sua opera accoglie in sé tutti i generi e gli stili letterari, racchiude in sé le più sottili e inedite varietà dell’orrore (per) un intreccio allucinatorio di voci”. Con questo mio, più che modesto intervento, vorrei piangerlo assieme ad altri. Vorrei ricordarlo con una sua poesia quasi sconosciuta. Mi fu inviata anni fa da Roberto, come contributo al primo numero della rivista di letteratura, teatro e politica«Il Taccuino di Cary». Una rivistina autofinanziata, indipendente e stampata a Londra a meta degli anni ’80. Prodotta da una micro-redazione di talento che immeritatamente dirigevo. Quella rivista stampata in 300 copie svolgeva un umile funzione di coordinamento; per scambi di idee e materiali cartacei realizzati grazie a un po’ di fondi messi assieme con sottoscrizioni e abbonamenti sulla fiducia. Quei denari li avevamo impiegati per acquistare un computer Epson, di seconda mano, per affittare un piccolo magazzino in disuso collocato presso i docks di Commercial Road. Era stata mesi prima la tipografia del Sindacato degli operai della Ford; poi messa a disposizione dei minatori scesi dalle miniere del nord per l’ultima grande serrata. L unico scopo di quelle pagine stampate nottetempo era di resistere, di continuare ad ardere sotto la cenere di quello che veniva chiamato “riflusso” della sinistra europea, o al tacherismo dilagante. Volevamo perlomeno traslocare e diffondere messaggi urgenti e un lavoro culturale militante, in inglese e in italiano; collegare corrispondenti fra le due rive dell’Atlantico disposti a dare il loro tempo gratuitamente, scrittori e poeti isolati, gruppi di lavoro sparsi al di qua e al di là dell’Oceano; per far conoscere testi, idee, esperienze e cronache della realtà per lettori attenti. Una rivista la cui vita è durata dodici mesi (non pochi, se si pensa alle condizioni e al periodo) ma con il conforto, l’esempio nobile ed emblematico di poeti, scrittori e intellettuali quali: Roberto Roversi, Eugenio Barba, Dario Fo, Franco Fortini, James Fenton, Stuart Hood, Ken Loach, Toni Morrison, Saadi Yousef, Ahmed Sadeq Saad, Jorghe Goldenberg, Fawzi Al Delmi, Alfonso Gatto e altri ancora. Oggi, con la scomparsa di Roberto Roversi il nostro paese perde non solo il poeta stimato da tutti, la voce civile che ha scritto l’indimenticabile Dopo Campoformio; l’intellettuale che nell’immediato dopoguerra ha contribuito significativamente all’esperienza e alla nascita della rivista «Officina» e successivamente «Rendiconti»; l’uomo umile e tenerissimo che dalla Libreria Palmaverde ha continuato per anni a dialogare con Antonioni, con Tonino Guerra, con Franco Fortini e a distanza con Pier Paolo Pasolini; ma anche con giovani ragazzi e ragazze sconosciute; riviste meno qualificate e prestigiose delle due edite e fondate da lui. Ha insegnato a tutti noi, a un’intera generazione, la dignità del vero contrapposto all’ipocrisia, al servilismo e all’opportunismo; fosse esso editoriale, ideologico o religioso. Ci ha ricordato e ci ricorda ancora come non basta “il belato che strazia la lama dei coltelli in mano ai giovani carnefici”. Non basta. “E oggi che dobbiamo contrastare” con la voce e con la nostra persistente presenza: “Farei altrettanta attenzione alla differenza che c’è / fra partecipare o dimenticare. / Anche queste cose suggerisce l’esperienza. / O l’amore / uccide la speranza per il futuro / chi non si ricorda di un amico / o colui che non ascolta. / Specie quando è chiamato”: grazie Roberto, grazie per questi versi, grazie per essere stato da Bologna poeta civile, umile e coraggioso, cittadino del mondo che si fa storia.
Prendere o lasciare
1. Corre l’indice sull’ultima mappa rimasta.
L’indice (il dito della sapienza, dell’orgoglio)
striscia
alla ricerca del suo oggi e del suo domani fugge dal suo
passato
alle volte è incerto
cerca il suo
sonno il suo trionfo il suo percorso e
poi fu notte
si alzò un vento agro
le città intorno ai monti spensero i lumi
si accese un’alba verde gialla
promise sorprese.
Il dito sulla mappa continua a cercare cercare cercare
indica fiumi foreste frontiere.
2. Oggi si promette speranza nello spaccio di birra vicino
al porto
la speranza sarà mantenuta
poiché il mio indice (dito del viaggio, della saggezza)
finalmente si è fermato
sopra un luogo
– lì suona non una parola spagnola o italiana ma una
parola inglese
che ancora non conosco.
Negli altri paesi del mondo è domenica.
Lasciato libero di decidere l’indice
(il dito più scontroso, freddo, il dito imprevedibile) è
fermo sulla mappa che indica le montagne
QUESTO È IL CUORE DEI DISTRETTI MINERARI
GROSSETO O BARNSLEY?
Siamo come la ciurma di una nave diceva calmo Davide
Lazzaretti
cento anni fa
il contadino il minatore l’operaio il povero mentre
le frecce degli indiani lo trapassavano fra gli alberi
sui monti della Toscana – la terra sembrava un velo nel
mare.
PECCATO SE DEVO MORIRE dice oggi Davide Lazzaretti
respirando a
fatica IO AMO LA MIA BARCA
COME FACCIO A SBARCARE
SAREBBE UN NAUFRAGIO poi ho conosciuto in miniera
vestita da uomo
Sara Ogan
o Molly Jackson
o Florence Reese
il mio indice verga sulle pareti di carbone la parola
ATTESA
la parola DOMANI la parola PAZIENZA la parola MAI
e se c’è bisogno di soldi nessuno si nasconde
le caverne sull’Amiata assomigliano alle finestre
dell’Olimpo
spalancate per le pulizie d’agosto.
Questa è la zona del marasma totale.
3. Cresce una generazione che sa leggere bene perfino la
poesia ma cento anni fa
un giornale era un giornale non una cosa da poco. Sul
giornale
c’è tutto anche oggi che indica
negli ultimi mesi del 1984 a Torino a Milano molti operai
suicidi (per disoccupazione).
Alle 5 della sera
la gente non esce più
le strade vuote se non c’è il sole
i vecchi aspettano con gli occhi aperti
ascoltano
qualche volta aprono la televisione.
OH QUANDO SI SCIOGLIE LA NEVE
OH QUANDO LE NUBI CHE CAMMINANO RITORNANO
ROSSE
OH QUANDO POSSO FARE IL BAGNO ALL’APERTO
FRA I RANOCCHI mentre sulle montagne
astri strani sibilando astri
esplodendo errando sulle montagne andando
anch’io vedo quel cielo scuro.
È AFFASCINANTE IPOTIZZARE IL FUTURO
SPECIALMENTE QUANDO SEMBRA PURA FANTASIA
Sheffield Barnsley Cortondown Pontefract sono oro
colato
mentre i pesci nuotano nell’inchiostro
NON SI PUÒ ESSERE NEUTRALI.
4. HAI PASSATO LA VITA A INCOMINCIARE
il mio pozzo è la mia vita
DODICI BAMBINI SONO VOLATI DA WAKEFIELD
SUL MONTE AMIATA IN TOSCANA
lì Davide Lazzaretti raccoglie le ombre della sera sulla
mano
e le porta nei boschi.
QUESTO È IL CUORE DEI DISTRETTI
MINERARI
si assomigliano tutti
dice il mio dito fermo sulla mappa
qua e là ci sono cieli senza nuvole
o sono punti e sembrano zero.
L’ULTIMATUM È PRENDERE O LASCIARE.
Un libro aperto sopra un muro incide le ore del giorno
fotografa il volo degli uccelli.
Le patate cuociono sotto la cenere.
Il carbone è gomma da masticare.
Andrò a teatro quando tutto sarà finito.
5. Il mio dito si ferma.
LA GRANDE MISERIA CREA DI NUOVO LE GRANDI
NECESSITÀ.
Non è possibile rendere credibili le cose
possibili?
La risata di un bambino
tac tac tac cade si spezza per terra.
RICOMINCIAMO DA ZERO dato che
sono uno che vede l’oro anche dove c’è il buio.
ADDIO, ESTATE SENZA AUTUNNO.
Nota dell’Autore
Davide (Lazzaretti), nato nel novembre 1834, fu ucciso il 18 agosto 1878 sul monte Labbro in Toscana dalla polizia, mentre coi suoi discepoli (erano operai, pastori, contadini, minatori della montagna Toscana) compiva una processione in maschera piena di canti, di suoni, di preghiere. La processione era stata proibita dal Governo. Onesto, tenero, umanissimo; eppure intransigente e duro sino al sacrificio; coraggioso fino alla morte, Davide Lazzaretti prometteva a tutti un mondo di verità, di bene e di giustizia. Sempre ignorato (anche adesso) dalla cultura ufficiale, egli continua a darci una testimonianza vigorosa del valore morale che hanno le scelte di vita legate ai sentimenti e alle speranze vere dell’uomo. Perseguitato e braccato, Davide Lazzaretti non si è mai lasciato piegare o rassegnare. Per questo mi sembra un naturale compagno e amico – da tempi lontani – dei minatori inglesi di oggi. O degli operai napoletani.
Bologna, aprile 1985
Teatri delle diversità, anno 18, n. 62, marzo 2013.
Giuliano Scabia: Roversi cavaliere valente e petroso
Roberto Roversi amava l’opera di Vittorio Sereni. Il bisogno umano ed esistenziale di far vedere e palesare la “sacrosanta rissa”. Al punto che suggeriva a tutti, o quasi, specie ai giovani alle prime armi, di leggerlo con attenzione, interiorizzarlo. In un breve saggio “scorretto e affascinato”, come volle lui stesso definirlo, apparso su «Paragone» in occasione della pubblicazione della raccolta Gli strumenti umani, dichiarò l’incondizionata stima e sua ammirazione per un poeta da lui così diverso nei contenuti e nella forma, ma senz’altro necessario ed esemplare: “come lucido ricettacolo di memorie e prezioso vaso di unguenti da conservare”. Altrettanta devozione e amore sono affiorati nella voce ferma e commossa e negli occhi di Giuliano Scabia, a Urbania, mentre rendeva omaggio a sua volta a Roversi, leggendo alcuni brani straordinari tratti da L’Italia sepolta sotto la neve.
Intervista a Giuliano Scabia
Quando è nato e come si è trasformato nel tempo il vostro rapporto umano e letterario?
Roversi. Un poeta da visitare. Uno che aveva (ha) una sua forza, che stava lì. Che ascoltava. Sentivo che potevo visitarlo, e imparare. Così ho suonato il campanello della libreria. Andavo per fare il punto. O per acquistare qualche libro (un giorno mi propose il Rasi, ma io ero a corto di soldi: che peccato!). Cercavamo di capire come andavano le cose. Con Roversi c’era sempre la storia. Era lettore di storici (Amari), e la sua poesia si ancorava continuamente agli eventi. C’è sempre stato in lui verso di me un affetto (ricambiato), e da parte mia una stima crescente, per la sua resistenza, lucidità, forza.
Quali sono le qualità principali della poesia di Roversi da proporre come modello per un giovane poeta di oggi?
Lo sguardo sul mondo. Il guardare da punti di vista obliqui, illuminanti. Di lato, da sotto, da oltre. Il suo lavorare con una materia dura, legno, pietra. Scavare i versi con caparbietà. Fino a trovare la scioltezza e l’ironia dell’ultimo libro, quello dei tarli.
Quali erano i suoi rapporti con l’università e con Bologna? In che cosa somigliava alla sua città o se ne discostava maggiormente?
L’università ascoltava Roversi – ma Roversi (credo) non fu mai all’università (solo con Enzo re avvenne uno scambio quando Arnaldo Picchi mise in scena il testo). Roversi però sapeva tutto – era come se vedesse ciò che avveniva all’università. Ascoltava gli studenti, e i tanti che dall’università lo andavano a trovare. La sua cattedra era la libreria, esemplare e umile.
Nella poesia che lei gli ha dedicato, dal titolo I bassi monti, ci sono due versi stupendi e tenerissimi. Che lo descrivono come “cavaliere valente e petroso / che sorridendo conforta il pensiero”. Che cosa ha ispirato quei suoi due versi memorabili?
Non so: è nata così, in tempi diversi: cavaliere mi è sembrato, e della tavola rotonda: e petroso, perché era forte come la pietra, e perché a volte la sua è una poesia petrosa. Magma di strati petrosi, come la terra.
Oltre che poeta, saggista militante e narratore, Roberto Roversi era anche autore di teatro, da Unterdenlinden a La macchia d’inchiostro. Che ne pensa della sua scrittura drammatica e idea di teatro?
Il teatro di Roversi è politico e civile. I testi sono rigorosi, belli. Se avesse lavorato con gli attori forse sarebbero stati più mossi, più corporei. Gli è un po’ mancato quel rapporto corporeo che ha avuto con la voce/intelligenza di Dalla.
Nel breve saggio Un circo e quattro gladiatori, apparso sulla rivista «Rendiconti» n. 26/27, gennaio 1974, dedicata al teatro come comunicazione, Roversi parla con toni duri di un vero e proprio “genocidio culturale, compiuto dentro di noi e fra di noi”. Poi parlando della neo-avanguardia, allora trionfante, prosegue: “L’avanguardia è oggi in mano ad abili acuti speculatori – si dice senza offesa; costoro dal di fuori l’amministrano, la suddividono, la impacchettano, la spediscono, la vendono, la rigenerano, l’autore è uno spiritoso e intelligente produttore d’oggetti d’uso”. Lei era d’accordo con questa analisi e affermazioni polemiche di merito?
Non abbiamo mai parlato dell’avanguardia (in fondo io ero stato per un po’ nel “Gruppo ’63” e avevo debuttato come “avanguardista”). La polemica era stata dura ai tempi di «Officina»/«Il Verri». Aveva le sue ragioni Roversi, ma non credo che tutta l’avanguardia fosse così. Noi del nuovo teatro eravamo ognuno con un suo cammino, irto di difficoltà. Non abbiamo avuto la vita facile. Roversi sapeva distinguere fra le persone, le diversità. Aveva scelto contro il mercato culturale, con l’esempio. Non ha mai detto a nessuno fate come me. E in ciò è la sua forza, anche adesso.
Teatri delle diversità, anno 18, n. 62, marzo 2013.
Le ragioni morali delle corse. Conversazione con Roberto Roversi
Si apre, a Imola, il processo per la morte di Ayrton Senna, avvenuta il 1° maggio 1994. Fra gli imputati, il costruttore Frank Williams. E qualcuno ha già fatto un parallelo con la vicenda processuale di Enzo Ferrari. Cosa ne pensi?
Il processo a Ferrari, alla fine degli anni Cinquanta, fu un fatto importante. A mio parere, lo si può definire come il momento iniziale, una vera e propria anticipazione del protagonismo della giustizia italiana. Ferrari, nonostante l’assoluzione, ne rimase per sempre amareggiato, lo era ancora poco prima di morire. E arrivò a pensare di ritirarsi dalle corse.
Cosa ricordi di quelle vicende?
L’incidente di De Portago avvenne nell’ultima edizione della Mille Miglia, quella del 1957, provocando una strage fra il pubblico. Qualcosa di simile a quello che poi si verificò a Monza nel ’61, quando l’auto di Von Trips schizzò fuori dalla pista per un contatto con un altro pilota e finì sulle gradinate. In entrambi i casi, vorrei farlo notare, più che la sorte del pilota impressionò la scarsa tutela del pubblico… Più che scarsa, inesistente. Mentre le auto erano già veloci come adesso, forse anche di più.
In un suo libro di memorie, Ferrari descrive De Portago con la sua risposta a chi gli chiedeva perché correva: “Perché in una corsa si vive più che in un anno di vita”. C’è un bell’alone romantico, molto distante dall’attuale Formula Uno.
Il nome di De Portago, oggi, non dirà molto. Ma all’epoca era una vera celebrità. Non tanto come pilota, quanto per una relazione con una famosa attrice dell’epoca. E partecipò a quella Mille Miglia con soldi suoi. Insomma, era un personaggio, un po’ come il conte Marzotto, sempre impeccabile, sempre elegante. L’inchiesta poi verificò che la sua auto era equipaggiata come le prime tre dell’ordine di arrivo; erano Ferrari identiche alla sua, come motore e come pneumatici. Oggi, su un “caso De Portago”, la tivù ci camperebbe sopra per settimane.
Quello che davvero è cambiato è il mito; il mito del grande pilota non è più lo stesso. Allora era tutto più esasperato: l’antagonismo fra le marche, fra i piloti… Oggi, sono solo mercenari, più o meno abili, che passano (loro e il loro sponsor) da una marca all’altra. L’epoca dei miti era già finita, ben prima dell’ultima Mille Miglia. Ascari è forse l’ultimo, lo collocherei in una fase intermedia, di passaggio. Da Fangio in poi, ci sono stati eccellenti piloti, non miti. Con l’eccezione, forse, di Villeneuve, per la simpatia, la giovinezza, l’irruenza…
Di questo passato affascinante, rimpiangi anche la Mille Miglia?
No, le cose erano cambiate, non si poteva più correre per le strade aperte; anche se lo stesso Ferrari, più volte, manifestò il suo interesse per ripristinare la Mille Miglia.
Era una corsa ineguagliabile: mi ricordo quando stavo seduto sopra un paracarro, ad aspettare le macchine. Venivano da Firenze, dalla Futa, Porta Santo Stefano, San Felice, verso Borgo Panigale, quando ancora c’erano le panchine in mezzo ai viali di circonvallazione. I motivi di fascino erano tanti. Le auto erano belle da vedere: penso, ad esempio, alla leggendaria Cisitalia. Il pilota correva allo scoperto, non era nascosto, reso anonimo, dal casco. C’era il fascino di vederli passare sotto casa, come il Giro d’Italia, su strade impolverate, piene di buche e di fango, con tutti gli imprevisti: poteva capitare di dover frenare davanti a un carro di fieno, o perdere tempo per le sbarre di un passaggio a livello… E poi c’erano centinaia di piloti, molte categorie di cilindrate, ognuno poteva avere qualche amico o conoscente che correva. Ma credo che la grande differenza la facesse la radio: era dalla radio che le notizie passavano di bocca in bocca, l’immaginazione era molto sollecitata. La comunicazione televisiva toglie molto.
Quindi, sarebbe la tivù, a tuo parere, ad aver prodotto la fine del mito nel mondo dell’automobilismo?
I cambiamenti sono intervenuti in tutti i fattori della corsa. Tutto è divenuto più razionale, meno eroico. Voglio dire: mi sembra evidente che i sentimenti per Senna non possono essere gli stessi che per Nuvolari. Lui correva nell’Italia contadina, dove c’era uno spazio sconfinato per la leggenda. Oggi c’è lo sguardo della tivù, uno sguardo ossessivo e ingrandito, un occhio che scruta tutto, persino la mano che cambia a 300 all’ora. Il mito del pilota deve fare i conti con la tecnologia: una volta, il peso relativo del pilota era nettamente superiore: direi un 60% rispetto al 40% della macchina, mentre oggi il rapporto si è invertito.
I piloti, secondo Ferrari, si dividono in due grandi categorie: “quelli che corrono per passione e quelli che corrono per ambizione. I primi finiscono in due modi: o incontrano il sacrificio supremo, oppure continuano a correre finché non vengono loro tutti i capelli bianchi. Gli altri smettono ai primi insuccessi o ai primi successi. Questa seconda categoria è la più numerosa”. Quali sono i tuoi piloti preferiti?
Achille Varzi, innanzitutto, che secondo me è stato superiore allo stesso Nuvolari; e Niki Lauda, fra quelli più recenti. Preferisco i piloti che esprimono la fredda determinazione. Più che il coraggio, mi colpisce la lucidità di quelli che appoggiano il piede all’acceleratore con il peso esatto, con il rumore esatto, come un grande chirurgo che deve avere movimenti millimetrici.
Dell’ultima generazione, Senna (insieme a Prost) è stato il più grande. Non a caso si detestavano; anche in gara, a volte, si fecero delle carognate. Senna, come Nuvolari, era un personaggio drammatico, tragico. Ma non ha mai avuto gravi incidenti. In parte dipende dal fatto che gli strumenti di tutela del pilota, in questi anni, sono molto migliorati: è un dato incontestabile. Come è incontestabile che da pilota, Senna non sbagliava mai. Nemmeno a Imola. Rivedendo più volte le immagini, ho sempre pensato ad un guasto meccanico.
Cosa pensi dell’argomento “ragioni morali”, a proposito delle corse?
In passato, sono state messe in discussione le ragioni morali dei treni, quando una locomotiva sbuffante travolgeva il carretto del contadino: la società benpensante ha sempre opposto gli stessi argomenti.
Nel caso di Ferrari, per la violenza delle accuse a cui fu sottoposto, va ricordato che a un certo punto ha smesso di scegliere piloti italiani. Non ne voleva più: le mamme, le nonne, gli zii… e certi moralismi della stampa italiana, rappresentavano per lui un’ossessionante cappa funebre.
Non ti pare che con i recenti regolamenti, la Formula Uno cerchi lo spettacolo aumentando il rischio dell’incidente? Penso ai rifornimenti ai box, ai cambi di gomme…
Non credo a quelle teorie che descrivono il pubblico dei gran premi come un concentrato di disumanità. La maggior parte del pubblico ha paura del rischio che corrono i piloti. Un rischio che va ridotto al minimo, ma è inevitabile: perché in Formula Uno si mettono alla prova delle novità continue, mai ripetitive, mai completamente conosciute. La Formula Uno è ancora ricerca: prende moltissimo dall’industria aeronautica e trasmette altrettanto all’industria automobilistica di serie.
Non sono molto convinto. Non vedo quali benefici alla ricerca possano venire dal fare entrare ai duecento all’ora le macchine ai box per cambiare le gomme.
I rifornimenti ai box ci sono già stati, in passato: il pericolo viene dalla logistica delle piste, della maggioranza delle piste. Il pericolo, nell’automobilismo, è sempre legato strettamente a problemi tecnici. A cui aggiungerei l’eccesso di persone che gravitano attorno ai box: nel luogo del rifornimento e del cambio-gomme c’è una quantità di persone che non ci dovrebbero essere.
Dunque, non pensi che si voglia far divertire il pubblico accrescendo il rischio?
Penso che anche questo processo per la morte di Senna dovrebbe far riflettere tutti sul concetto di responsabilità. Le corse automobilistiche vivono una crisi: non mi sfugge che, oggi, lo spettacolo della Formula Uno è spesso noioso. Da qualche anno c’è poca competizione ad alto livello; le prestazioni sono troppo distanti, la Williams ha espresso un quoziente tecnico decisamente superiore alle altre marche; e troppe piste sono costruite in modo tale da rendere i sorpassi quasi impossibili… Montecarlo, come eccezione, ha una sua ragione d’essere: in un certo senso è un po’ la Mille Miglia dei giorni nostri.
Comunque, gli sport pericolosi hanno la possibilità di imporsi dei limiti. Nella boxe, che sinceramente detesto, vedrei l’obbligo del casco, e qualsiasi altra regola, per limitare gli effetti della forza bruta. Nelle corse, sarei favorevole ad imporre un limite di velocità. Non è un paradosso: la ricerca della velocità è quella socialmente meno utile. Come finalità sociale è addirittura un controsenso: “fuori”, sulle strade di tutti i giorni possiamo andare solo a 120-130 all’ora… Ecco, l’automobilismo, come sport del rischio, deve rimotivare la sua differenza dalla boxe. Il gran premio non è un combattimento.
Frank Williams ha dichiarato che se venisse condannato non correrà più in Italia.
Credo che Williams abbia espresso, innanzitutto, una giustificata preoccupazione per l’indebolimento del suo marchio. Ma lo ripeto: questo processo non era nemmeno da fare. Oggi la Giustizia, con molto narcisismo, si impadronisce di tutto. E finisce in prima pagina.
Zero in condotta, n. 32, 13 febbraio 1997.
È tutto nero e perduto?
È proprio tutto nero e perduto? Tutto negativo, da scancellare, con fastidio, nella parte convulsa e iraconda contrapposta (che vorrebbe contrapporsi, mescolandosi e sbriciolandosi) al macigno di destra, che meriterebbe ben più durezza e profondità e novità riflessiva e argomentativa, superando le pagliacciate dei comici dozzinali e dei conduttori tv buoni per tutte le stagioni? Tutto è dunque nero, sporco di acredine e secchezza, rannuvolato e accidioso? E se sì, allora che fare? Dove stare? Ci buttiamo, in qualche modo? Non da un ponte, ovvio, non a mare, gettando le schede nel cestino come una lettera sgradita – e credo sarebbe come violentare la propria vita ferendosi a morte – oppure si vota turandosi il naso, secondo l’applaudito ammaestramento del nuovo guru ufficiale, il quasi centenario Montanelli, idolo e maestro per questa sinistra disinvolta superficiale e credulona? Mah! Vediamo, con qualche parola.
L’eccellentissimo D’Alema, tenutosi in naftalina per poi uscire alla grande, come un serafico santone, al momento di una drammatica occasione, entra all’improvviso in ballo per il maggioritario in Puglia, sottraendosi al proporzionale, lui presidente DS, senza avvertire nessuno, neanche il segretario del suo dilacerato partito; segretario che, intanto, è tutto intento a racimolare consensi per diventare sindaco di Roma. D’Alema, poi, aspetta per l’occasione dell’annuncio un momento emozionante, cioè di sedere con un bicchiere in mano nella trasmissione Porta a porta, condotta in modo disinteressato ed equanime da Bruno Vespa, per parlare con quella liquida supponenza, un poco annoiata, che di solito accompagna i geni quando sono convinti di parlare ai cretini. Parla anche dell’avvilente spettacolo della spartizione dei seggi. E proprio in quell’occasione tornavano alla mente, a chi ha tante primavere sulle spalle, le piazze zeppe di donne e uomini che venivano anche da lontano, scendendo dalle colline, radunandosi dai paesi della pianura; piazze riempite fino all’orlo; e quelli che parlavano, per lo più, erano persone che avevano segnata la vita e cavavano il sangue dal pugno stretto, per le cose fatte e patite. Gente umile, erano grandi come montagne.
Questi esemplari di un kennedismo imitativo e ripetitivo, che emozioni producono, che parole morte enunciano, smaniosi insofferenti afasici detentori di un eloquio affumicato come un tizzone che sta per spegnersi? E allora, ci buttiamo davvero da un cavalcavia, ingoiamo una manciata di pillole per raggiungere in fretta gli antenati, facciamo lo sciopero della fame fino a scomparire disfatti? Visto che non c’è una parola che suoni vera, una frase che non risulti sciatta e in giro non si vedono (non si ascoltano) neppure ombre di promesse non fallaci? E si ergono, come protagonisti, parolai ebbri, affetti da etilismo verbale, tanto da disamorare, tediando? In un tempo in cui, ripeto, Marx è stato buttato in cantina fra i topi e i rimasugli del carbone, e il nuovo papa della sinistra è diventato Montanelli, ironico e serafico?
Forse, è quel che ci meritiamo. Ma strizzando il gruppo ampio del potere DS, per esempio, non colerebbe neanche un goccio di stimolante fervore nel bicchiere vuoto della nostra speranza.
Ancora una volta: e allora? Dico che dobbiamo guardare i cassetti completamente vuoti, pensare e decidere che quel che conta, specialmente in questo momento, è il rispetto mantenuto e difeso per noi stessi e per la memoria di quanti (oggi dimenticati o solo rimemorati nella retorica di qualche interessata celebrazione), giovani e anziani, uomini e donne che con uno straordinario atto d’amore consegnarono la propria vita e il proprio sangue al vento della libertà e della vera giustizia e del vero futuro. A loro onore e gloria. Votare per questi e con questi. Si può non tanto votare per bandiere adesso stracciate nella polvere, buttate nella fuga da generali inqualificabili, ma guardando bene in faccia quell’uomo, quella donna, che allungano una mano per chiedere.
Una donna, direi: le donne. Forse sono il giusto sale per la miseria della vita politica in questo momento di grande turbamento; a loro può andare una motivata fiducia perché entrino in campo col mandato di lavorare a fondo, come sanno fare, come devono fare. Una donna.
Zero in condotta, n. 125, 9 aprile 2001.
Terrorismo, protesta sociale, fatti di cronaca e collegamenti insensati. Perché ora? Perché oggi?
C’è una grande miseria in atto, e c’è una grande disperazione in corso, la quale, come è (o dovrebbe essere) fin troppo chiaro, è alimentata dalla miseria che non dà tregua. E questo, a ribattere in concreto l’ottimismo generico dei politici di governo (D’Alema più volte: “siamo un paese ricco”). Miseria e disperazione genuina che coagulano, diventando una sostanza esplosiva di contrapposizione politica e sociale.
Così, mi pare che sia del tutto fuorviante collegare e legare fatti recenti con fatti lontani, andando a ripercorrere, con sintesi generiche, strade e conclusioni degli anni Settanta-Ottanta, ormai congelati o affondati nel mare della storia. Allora, rottami che affiorano? Nemmeno, direi. Oggi sono malanni collegati a diverse radici.
Per questo, vorrei appena ricordare (dato che in questo momento, tutto ciò che accade viene inserito dentro smisurati e svianti contesti) che il terrorismo ha due ragioni (due occasioni), una sociale e una politica. Ha una ragione politica, quando si è rivolto contro poteri di governo, contro ragioni strutturali di organizzazione politica e partitica, quindi ha finalità, ha obiettivi che si riesce a definire senza margini troppo vasti di errori o approssimazioni. Ha, invece, una motivazione sociale, quando è tutta la società nella sua organizzazione complessiva ad essere ragione e occasione di ripulsa e di attacco frontale. Questa ultima violenza, che si configura in una progressione lenta ma sempre più consistente, è la più difficile da definire, la più complessa, sia pure nell’apparente collocazione marginale e di base; infine, la più aspra da contrastare con i mezzi normali della repressione, a meno che non si scelga, non si voglia contrapporre fuoco a fuoco.
Ecco perché, a tutt’ora, le dichiarazioni e le conclusioni dei nostri governanti, a ogni livello, mi sono sembrate, in un contesto così drammatico, francamente avventate; di un semplicismo disarmante; esplicativo di un allarmante distacco dalla realtà profonda del nostro paese in questo momento (turpe) del mondo. Prendersela con, o riferirsi ai circoli anarchici e ai centri sociali, è soltanto la conferma dell’odiosa, tradizionale semplificazione di uno Stato arruffone, senza molte idee e, ripeto, senza un concreto rapporto con le necessità del Paese. E corrisponde, esemplificando, all’emissione di nuove tasse sulla benzina nei momenti di necessità finanziaria.
Ma insomma, la domanda che come cittadino avrei voluto ascoltare (con l’interesse di ascoltare la collegata risposta) era (sarebbe stata): “perché ora?”. Invece, hanno subito risposto: “perché oggi”.
In una società che da anni parla di finanza e soltanto di finanza, di tasse e soltanto di tasse, di aggravi fiscali e di sgravi fiscali, di pil e di pul, e in cui si è passati da un partigiano per presidente a un banchiere per presidente; in questa società, da tempo, non si sente proporre una diminuzione nelle spese militari. Tagli alle pensioni, sì; tagli all’assistenza medica, sì; tagli laceranti allo stato sociale, sì; mai all’acquisto di un carro armato, di un solo schioppo, di una pallottola. Valutiamo, anche solo economicamente, lo sperpero infernale al quale in vari modi abbiamo partecipato, in queste settimane di bombardamenti della Serbia: mentre la disoccupazione (fra assenza reale di lavoro, di lavoro nero, di doppio lavoro, ecc.), in ogni modo le statistiche la certificano come in aumento; mentre le industrie annaspano, sornione, a cercare soltanto aiuti e sovvenzioni.
Infine, diamo un’occhiata a Bologna, per un istante. Al problema di Piazza Verdi, mai in realtà risolto davvero, oggi si sono aggiunti i problemi di altre piazze, esplosi all’improvviso, sotto gli occhi di chi avrebbe dovuto antivedere. No, non è teppismo, almeno non è soltanto questo. Nel mare senza scialuppe dell’emarginazione, si affanna una umanità sempre più numerosa che è senza lavoro, senza presente, senza futuro, e addenta il mondo, allora, come si addenta un osso.
Per tutelare, sotto i nostri occhi, il Kossovo hanno spianato il Kossovo, costringendo gli abitanti a fuggire profughi a centinaia di migliaia. Si corregge un orrore, la pulizia etnica, con un diverso orrore, proponendolo (motivandolo) come intervento etico. Tutta forza, avendo capito quasi nulla delle necessità reali. Per le cose di casa nostra (una casa con numerosi puntelli, quasi fosse sinistrata), ogni onesto cittadino, io credo, si augurerebbe che l’intendimento dei governanti fosse meno arrogante, approssimato, e aggiornati piuttosto ai sussulti da vulcano di quella parte della società oppressa da problemi di sopravvivenza.
Zero in condotta, n. 86, 6 giugno 1999.
Prospetto delle riviste: digressione per “I gettoni”
I GETTONI. Collezione di letteratura diretta da Elio Vittorini.
Torino, Giulio Einaudi editore. 1951 (N.° 1: Franco Lucentini, I compagni sconosciuti) – 1955 (N.° 43: Jorge L. Borges, La biblioteca di Babele): fin qui, e sono usciti tre o due la volta, senza periodicità regolare. In -16° (mm. 192x122); copertine di colore intero variabile, per gli autori stranieri altra copertina caratteristica; in ciascun volume «risvolto» critico del direttore la collezione, e in fine al testo indice aggiornato di essa.
Collana, filo che unisce perle, e suddivisione di lavoro editoriale e tipo librario, questo è, per figura e utilità, una collezione (letteraria). Anche quando è seriamente condotta – senza ambire le grandi avventure pubblicitarie, né vuol nobilitare la «casa» investita in imprese altrimenti fruttuose – non ha la forza di una continua ragione.
Quella intitolata “I gettoni” appare dissimile, né già nelle sue opere rispettabili, dunque, ma per qualità, qualcosa d’intrinseco. Arriviamo a definirla una rivista; il che è discutibile, ma apre a un’intelligenza dei motivi e dei caratteri di tale raccolta o ricerca.
Sta il fatto che “I gettoni” non sono un accidente editoriale, per quanto notevole o fortunato, o magari legato a un editore che s’impone o propone come un centro di attività, intellettuale; ma rappresentano nel dopoguerra una direzione, una esperienza indicativa, e di rilievo culturale, si potrebbe dire, non letterario (se fosse giusto, non solo necessario ora, così distinguere). E chi si mette dinanzi a “I gettoni” con la salda e buona idea che una collezione è comodo editoriale stabilirla, per la vendita (il lettore si orienta), ma importano a noi i libri egregi, trova qualche mistero qui, in questa: ed è portato a situarlo magari in un influsso del direttore, in un suo lavoro, fatto o perpetrato in qualche modo, di riflesso (e così svaniscono proprio le sue ottime e discrete intenzioni).
Il vero è che ora la critica contemporanea esercitandosi per lo più nei giornali di grande tiratura – con alcuni casi altamente singolari, dove il pubblico sprovveduto intende solo il gusto di un lettore sensibile (ma di serriana virtù, se mai) ed invece opera naturalmente tutto quanto si può immaginare di solido, sperimentato e sottile – di conseguenza, stando al giuoco, in tale sede non si affronta o quasi mai un tema che non sia riferibile a un libro. Ma andiamo certi che sia stato già intuito, anzi inteso, ciò che noi ci curiamo di svolgere qui.
Si deve anzitutto prendere in attenta considerazione l’attività di Vittorini. È egli forse il consulente editoriale, e, dichiarandosi, un avallo, malleveria, controfirma? È colui che si può vantare, parafrasando se è lecito scherzosamente una frase di De Robertis (che acutamente, e più di tutti, forse, ha tenuto l’occhio ai “Gettoni”), agli editori commerciali dicendo vedano questi signori quanto l’intervento della intelligenza sia pure commercialmente apprezzabile? O è un mago e régisseur, oppure un capomastro? Indubbiamente non ha solo portato una attività continua, direttoriale ed alacre, ma l’idea fondamentale dei gettoni: di qui la sua importanza non ordinaria. In quanto la collezione – che avrà pur anche una vicenda esterna, editoriale, che naturalmente ignoriamo, per quanto le occasioni pratiche siano spesso eccitanti e utili – è bene situata storicamente nella evoluzione di Vittorini, nella sua vita pubblica di uomo e scrittore.
Al Vittorini di «tessuto musicale», che «volendo investire una nozione di carattere generale» stima «più utile servirsi di personaggi fatti della materia stessa della poesia», postulato ancora nel ’53 da Bo [al Congresso siciliano]; o – sempre sciogliendo il nodo insito in formule come quella di «narratore lirico» – al Vittorini scrittore di crisi, narratore dell’ermetismo, con il suo «Beato chi ha da ritrovare», e che tenta «nella realtà un di più (ricordo, futuro, eternità)», tutto allusivo e di immediata, fulminea liricità, di tenerezza e di strazi e di patetico furore, come lo descrisse Pampaloni nel ’50, fermandolo così; se ne è forse sovrapposto un altro, pare a noi, nella libertà della nostra interpretazione; che si avvale di vari e piccoli segni, magari l’edizione illustrata della Conversazione, e specie i “Gettoni”, e quel ripercorrere le sue fasi con le ristampe delle opere giovanili, o le cure goldoniane; e, proprio, la forte incertezza degli ultimi libri editi, ove erano anche coraggiosi sbagli, con un sostanziale e alto rifiuto dei risultati acquisiti: e riuscivano essi stranamente estrovertiti, vi era latente una dilatazione enorme di un problema di fondo.
Poi nelle sue prove date recentemente, come stadi di officina o laboratorio per un romanzo in preparazione, e ci riferiamo al racconto-dialogo Lemeretrici, ci appare egli venuto a una saggezza architettonica di quasi classico segno; che nell’ampiezza e sviluppo del discorrere finisce proprio per opporsi al tono, a suo tempo affascinante, ma più sconcertante ora a chi rilegga, delle antiche conversazioni, che riproducendo l’animo dell’«uomo solo» ricadevano a ogni frase, con la coscienza di un rapporto difficile, nei silenzi.
Punto cruciale dell’evoluzione fu “Il Politecnico”, o, per dir più ampiamente, la politica: e dunque l’antifascismo, la Resistenza. Intendiamo, con l’indicazione “Politecnico” (fuori dei miti creati sul recente e già leggendario e già lontano periodico): qualcosa di più, nella coscienza, di un fervore morale; molto di più, come qualità, di una divulgazione quale s’intende in comune, essendo, per contrario, un investire pubblicamente il processo della cultura.
Un grande sforzo, ci sembra, che ebbe la molla in una nuova intuizione fondamentale del Vittorini: la rinuncia alle belle o pure lettere, e al loro «narcisismo» spirituale (rinuncia implicita, ma come sommersa, nel Vittorini precedente) per l’irruzione drammatica della storia, e dell’attualità, non più quella di «avanguardia» attenta ai motivi sottili del gusto, ma concreta e reale, nel complesso ambito interiore. Quindi un’obbligata posizione bifronte, un’atroce o ardua ambivalenza – quale fermentava, irrisoluta e presente, come dicemmo, i suoi libri di dopoguerra. – Da un lato la profondità interiore con l’amari aliquid che vi è (giunta alla disperazione, o alla fede) e dall’altro il mondo aperto; e pieno, nell’urgenza della pratica, pieno di diseredati e di schiavi, e ricco o gonfio di ogni possibilità.
Il «momento» che abbiamo visto in Vittorini nella nostra esposizione, preme in tutti – però egli ne è esempio: e con l’azione compiuta (“Il Politecnico”: “I gettoni”) se ne è mostrato, di coloro che si collegano alla letteratura dell’anteguerra, il più cosciente o preoccupato, o il primo avvertitore, o il più risoluto. – Ne deriveremo osservazioni minori: che dipende da ciò se si è più presto svolta con forza la «narrativa» (la quale era irrigidita, se si concede, da canoni propri o più propri della poesia, con debite e grandi eccezioni): occorrendo una «ripresa» della realtà. E addirittura: quando sarà la Resistenza l’argomento, sic et simpliciter, del nuovo racconto, la Resistenza con la sua enormità – rispetto all’artista o all’intellettuale italiano, divenuto antifascista, ma ermetico o con simile psiche – proprio allora il rapporto è smisurato. (Inutile notare di tali punti che, così abbozzati, vogliono essere quasi in «malacopia»). E di qui, nelle lettere nostre, il modo in cui potremmo forse precisare il neorealismo: movimento che significa l’immediato e semplice reagire, o risposta o adeguamento, della coscienza a simile situazione – che non vogliamo già concepire dipendente, né anche provocata, dai «fatti», ma insieme spirituale e storica. –
E ecco, dunque, accade che “I gettoni” si potrebbero collocare su un piano di conversione: di scrittori, letterati, alla politica (in particolare il ripensamento dell’esperienza antifascista), e di uomini di cultura non letteraria, o non di letteratura creativa, alla letteratura, col capitale o il bagaglio di un’altra preparazione. Si apre una zona ricca (non vivamente allarmante come sarebbe stata con una dichiarazione di principi, e tuttavia più cautamente, e dunque utilmente, operante) dove a base dell’opera letteraria, giuoca una conquista culturale e umana, o una visione reale e diretta. Conversione: mutamento di rotta, può essere semplicemente, e c’è chi lo segue, anzi fiuta il vento mutato; e può essere; scelta d’un altro iddio. In un caso e nell’altro, però, qualcosa di grave e senza ritorno, ma più fatale, se si vuole, od intuitivo che giudizioso, più elettivo (in principio) che pesato.
Certo si è che intanto fioriscono i gettoni insieme intelligenti e fallaci. L’esperienza culturale che comporta, e porta, un libro letterario da aggiungere ai volumi di studi; o, del direttore, le compiacenze o esasperazioni dimostrative (necessarie). Tutto ciò che nel magazzino dei gettoni sta cumulato come nelle imprese umane non semplici né definitive, ma complesse: in particolare un ricalco della singolare operazione di Vittorini, la nostra provincia in passato bozzettistica trasportata ad universale (ciò che perfettamente in modi diversi han fatto i grandi, e da noi Verga) con un «influsso americano» che ha lo stesso valore, puramente indicativo, di una «fonte» (ritmica, qui, e non di soggetto). Quasi si possa o convenga ripetere ciò che, in un modo, vale una sola volta.
Corre poi sugli autori dei “Gettoni” una generica – e pertanto ingiusta – od inespressa accusa di improvvisazione e di sommario lavoro. (Forse suggerita anche dal titolo, un po’ venturoso, estroso: i titoli, così dei libri come delle riviste, sono importantissimi e, bene o male, non sono mai sbagliati, avendo una loro fatalità; questo può suggerire un certo qual atto di irresponsabilità; ma forse c’è in parte un voluto rigetto di responsabilità, che, se pure più capriccioso che reale, è benissimo ammettibile, quando si pensi quanto è difficile il giudizio delle prime opere. E comunque va riferito anche a un proposito di «comunicazione», che, considerando come i gettoni siano opere di avanguardia e pure a contatto col pubblico largo, è importante). Di una simile tendenza a modi stilistici sbrigativi parlava, ma in generale, il Cecchi a preambolo degli atti del suo ufficio Di Giorno in giorno notando un grave offuscamento del «senso della realizzazione». Che non ha da confondersi naturalmente con la minuzia analitica o descrittiva del romanziere ancien-régime, sibbene colpisce una prosa che, forse per essere opposta alla freddezza magistrale di quella d’arte, è quanto non dovrebbe sciatta, affettando naturalezza, che è il contrario della semplicità; con una inclinazione alla retorica anti-letteraria. E vi manca assolutamente, usando altre parole autorevoli (del Flora ’51 a proposito di Pratolini di Cronache di poveri amanti, sia giusto per tale autore o no, e sono poi parole che ritornano nel metodo e nel gusto del Flora): «una più lenta elaborazione della frase e dei suoni che la compongono; non si chiede la politezza puramente esteriore; si chiede la necessità tonale, in cui si attua la più intima verità di uno stile». Incitando dunque a lavorare la prosa. Dove il lavoro (quello che dà il peso alle parole) sta anche, ci pare, avanti la prosa, cioè in una solida struttura mentale, e in una formazione intera, senza cui si rispecchia enorme nella prosa il difetto dell’uomo. Insomma, contro la giusta norma, per cui il buon «romanzo» deve nascere dalle avvenute relazioni, e vivere di un «mondo», piccolo o ampio, intellettuale e morale, qui ne “I gettoni” sta spesso una particolare e tutta immediata vivacità (con un suo motivo, tuttavia, di cui dicemmo). Ma nell’accusa c’è in taluni forse un lamento dispettoso, anche, come se il nostro tempo fosse facile: mentre è stato di transizione e di ricerca, e solo i ben piantati resisteranno ai prossimi venti. Ed il processo di formazione di un ingegno è oscurissimo, e quanto più lento, faticoso, amaro, tanto più ricco: ma vi sono – ed è giusto che appariscano – gli adolescenti prodigio. Il sommario lavoro di cui parlammo è allora il difetto di un manchevole noviziato, umano e artistico: che quando manca, se ne possono incolpare una quantità di cose che «bruciano»; e però anche deriva da un fatto più buono che tristo: il rigoglio della narrativa nel dopoguerra, in parte con certe caratteristiche di crescenza rumorose e illuse. Nella collezione in particolare, sembra poi che si partisse puntando sull’«opera prima», quella che si andrebbe a ricercare ad autore già clamato (e quante stampe mediocri, di provincia, clandestine senza volerlo, o a fogli volanti, hanno invero i classici!) poi ci fu certo una volontà di maturazione, anche per non decrescere, dopo i primi numeri considerabilissimi.
Non possiamo, né dobbiamo, fermarci qui ad esaminare particolarmente i volumi. Noteremo invece che «mediocri» (in senso oraziano, e qui d’intelligente volontà) e assai schietti riescono i cronisti del loro tempo e luogo: il lager, la ritirata. Una concretezza che vale d’esempio; dato ai «fabulatori mitomani», come prendere la cittadella del reale. Ma (non parlando, già, del pregio formale a cui può un’opera esser giunta) il tono proprio della cronaca, anche quel tono davvero casto e fermo, che non vuol dire di giorni eccezionali ma reca magari l’apparizione di una «domestica», non ha il potere poi (come in un facile film di Emmer) di risolvere per la sua «serietà» i nostri vizi segreti, i nostri individualismi, facendoli sparire: i nostri vizi, magari borghesi, i «peccati» con il bisogno di vita che racchiudono, e le nostre passioni «sotto la volta del cielo».
Lasceremo i gettoni tornando un poco sulla idea generale: ad osservare, grosso modo, come si vedano due contrapposti filoni tradizionali. Quello interiore, della memoria e della «recherche» proustiana, del ritrovamento di una «durata» – o di una ragione – nel tempo perduto; oppure dell’atroce metamorfosi e della tana di Kafka, del misterioso castello; oppure della precisa esasperazione trascrittiva della corrente segreta (Joyce): con la limitazione, per esso, che la vita intima più non conclude, abortisce, come argomento. E quello del romanzo storico, non inteso più già come ricostruzione obiettiva (impossibile da quando, personaggio o no, è in evidenza, quasi soggetto nella conoscenza, l’autore) ma come studio di sviluppo, delle prove di una vita e delle scoperte di una coscienza: la storia dell’uomo che cerca di realizzare se stesso. Ciò, naturalmente, nell’ambito del «romanzo» inteso, com’è giusto a rottura avvenuta da un gran tempo del costrutto anticamente tradizionale, quale genere o forma con ogni possibilità, ovvero con qualunque specie di ordine. Questi filoni oppositi non possono certo essere astrattamente riuniti in una coincidenza; possono dare od aprire insieme, per atti sempre più cauti che grandi, e insistiamo su questo, una conclusione particolare, e calcolata, insieme, intera. (Come, qui, l’ultimo Calvino, e Cassola).
E secondo noi, noi di “Officina” se si può dirlo, il problema è congiunto in modo strettissimo con quello della poesia. Non è giusto affatto affermare che è rispetto alla poesia che si propongono i temi fondamentali della spiritualità di un tempo (mentre, e si dovrebbe citare molti e molto stimabili, la narrativa ha trovato così larga e pronta discussione, e per i gettoni e per l’altre «maggiori» e nuove opere, cui, non discorrendone, qui per forza ci riferiamo anche). Ma è giusto dire che in suo rapporto si ripropongono e illuminano. Anzi a un momento, in cui si pone il compito ideologico, di contenuto o struttura, nella poesia, è corrisposto un siffatto bisogno nella narrativa, già condotto innanzi nello sforzo di chiarezza. Mentre è avvertibile per entrambi, poeti e narratori, sempre quell’errore possibile della divina mania cui si possono applicare sempre le spietate parole socratico-platoniche della “Apologia” («dicono molte e belle parole, ma niente hanno capito e sanno delle cose di cui parlano»). Gli uni e gli altri – c’è pure il romanzesco fine a sé, come pericolo, l’immaginazione in luogo della fantasia, e pasto ai lettori mai sazi di evasioni – hanno il dovere di una esperienza razionale, di una intelligenza storica. Per uscire, cioè rendersi conto, della matrice contemporanea: e (a parte rotture o fratture e simili accidenti di cui può capitar di discorrere) riavere un’ampia visuale e insieme ritrovarsi nella realtà, intendiamo nel mondo storico: che è un realismo, senz’altro, senz’accentuato nèo veristico, e senza scartare la dimensione interna che è pure «reale», fino a quel punto in cui serba il rapporto con l’esterna realtà in cui l’uomo si integra.
Se par che nulla o ben poco abbiamo notato dei singoli autori pubblicati coi gettoni, ci siamo sforzati di toccare ciò che ha importanza in tutti. L’esempio e la cura di Vittorini, con la sua caratteristica e lata e ricca disponibilità, è stata ed è agitatrice di un’attiva e interna incertezza, stimolante inquietudine: e si è «compromesso» anch’egli ricercando e facendo da guida per il nuovo, non proprio «nuovo», ma in continuità e sviluppo dalla tradizione, quella cioè recente, che egli pure significa (non abbiamo avuto, tale, un poeta).
Dei giudizi che regolano o nutriscono siffatta sensibilità alcuni si illustrano in frasi dei suoi «risvolti» (che talora sono provocazioni ai critici): come: «mentre uno scrittore rappresenta ora tutti, ora (purtroppo) nessuno, un intellettuale rappresenta sempre, se sincero, la categoria cui appartiene»; o dove di qualcuno dice che «non sarebbe mai capace di scrivere di cose che non gli fossero accadute», così ponendo limiti o segni, riguardo al lavoro che ha fatto, e che gli è venuto fatto, come, delle cose bene incominciate, si può dire.
Certo le sue esatte ragioni critiche si danno come «avanguardia» (o di ciò risentono, o riaccettano, qualche rischio). Intendiamo, per essere precisi, quello spirito d’iniziativa incline, piuttosto che ad elaborare i dati, e le grandi correnti della storia, in cui siamo immersi a vivere e a pensare, e i termini nazionali di una cultura, a scoprire una contemporaneità di sentimento nel mondo europeo. E che compì (magari opponendosi a certa critica «professorale» ed anche all’unità carducciana e poi al sistema e metodo crociano) lavoro critico, corrosivo o rivalutatore, con le preferenze di lettura: anzi negli estremismi così in rotta con la storiografia, da non svolgere affatto i suoi rifiuti, e pure così schietta da poter mettere in una semplice citazione o richiamo il senso del ritrovamento di un «classico».
Sia dato a Pavese (un poeta insoddisfacente ma innovatore prima, e poi passato alla storia sotto un emblema fatalistico di «destino» personale e quasi lotta col demone) il merito di aver primo e anche acremente criticato, in suoi scritti, e tra i vivi appunti utilitari sovrabbondanti nel diario, la «avanguardia» letteraria e i suoi valori: ma andando bene a fondo anche in questo, il poeta l’ha poi ritrovata tutta cruda in sé.
Invero il modo di procedere, la sensibilità e la mentalità, anche felicemente acuta e anche di senno «riposto», della avanguardia non è più nostra (a motivo dei trascorsi anni); ma le va naturalmente riconosciuta una – da lei pregiatissima accrescendo il suo significato – autenticità; e una ragione storica (non affatto un puro buongusto). E da essa si è svolta, superando i termini della sua stessa posizione, quest’attività singolare e senza riscontro di Vittorini; dove l’avanguardia letteraria si è tramutata – o ci sono tutte chiare le premesse per ciò – in altra, culturale, che è lecita, anzi necessaria, in confronto anche alla storia, a ogni momento di essa, ed attuale è in quanto è forte di una coscienza storica, in cui si tempra.
E dunque (pari a una efficace rivista o movimento) ha intuito e costruito un clima spirituale (se non una cultura che richiede una più larga esplicazione critica, studiosa): che è sempre condizione di buone opere, quasi mediatrice fra vita e letteratura, ed «ambiente» comune. Dove gli altri, i partecipanti e i cresimati qui, dicono ed espongono vivaci esperienze e volontà, che partono da una situazione storicamente simile e personalmente circostanziata. E dove ciascuno fa contare (magari fino a dichiararsi contrario a qualche tono o pericolo della collezione medesima, come Calvino di recente in un ampio «allegato», che nei suoi temi e nelle sue negazioni ha la forza e i giusti puntigli che soli delimitano una propria poetica) fa contare, incalcolabile, un «più».
Officina, n. 4, dicembre 1955.
Guardare ascoltare. Mescolare tutto ma non in modo confuso
Tutto, secondo l’amico, può andare bene, nell’uso della scrittura, se sta rinchiuso dentro la formula-domanda, esposta in tre sole frasi con esattezza e lucida semplicità, nel quarto volume dei Cahiers di Valéry: “Arrivo a Parigi. So che sono a Parigi. Ma che cosa me lo prova?”. Per gli autori francesi in genere non è che straveda, però questa frase è forte. Così aggiungeva: me non mi ha benedetto Petrarca, che neanche conoscevo, mi ha cambiato la pelle la guerra e anzi, prima, i cavalli. Ma, su questo, dirà forse dopo. Adesso insiste: siamo fuori all’aperto, c’è il sole, la nebbia, la pioggia, una neve là in fondo, un albero secco, no, un albero che trabocca di lucidissime foglie, nessuna nuvola in cielo, no, un cielo turbinoso vertiginoso, una grande strada, no, un viottolo e poi sentieri lisci, o polvere o asfalto o autostrada ecc. Nessuno che si muova in questi frammenti contorti, spezzoni di realtà ancora da consumare; o, al contrario, c’è un uomo donna, dieci venti cento mille uomini donne che affannano, no, sorridono conquistano ridono, no, piangono intimorite dal cielo. Giovani, vecchi, ragazze, tante bambine Caroline di due anni appena. Tutto questo si percepisce in fretta, fotogrammi bruciati dall’ansia di vedere; eppure con il piacere minuto, che è indugio degli occhi e della pelle, di riuscire a percepire, in un dettaglio ancor più sottile, particolari che ad altri possono sfuggire. Piace a lui questo vedere e vedere, scrutare ritoccare controllare e immaginare; fantasticare; quando, al principio di un lavoro di scrittura, siamo all’inizio di tutto e si ammucchiano non richiesti ma dovuti, incalzanti, i materiali incandescenti della realtà che è vita, e dei sentimenti che, sempre sviati, devono essere richiamati, con la scrittura, alla ragione; se è possibile e se è vero che essi sono in qualche modo sempre presenti. Intanto, intorno, si radunano si ammucchiano anche gli odori, da consumare intatti se è possibile. E molti, diversi profumi, che venti strani portano nell’aria; mentre gli odori più domestici e ravvicinati sono meno cauti e sorprendono meno quando erompono e permangono. Questo resoconto semplificato vuole solo ricordare che minutissimi elementi, frammenti, schegge, scaglie possono indurre chiunque a un avvio di scrittura; pescando con la mano nell’armadio del mondo, dentro a cui si muove il pulviscolo delle vite di un uomo o di una donna, di uomini e donne
sia chiaro, detta situazione potrebbe essere, altrettanto legittimamente, capovolta. Serrare gli occhi e le orecchie al fuori, precipitarsi dentro al cuore di uno o di una per percepire altri venti, sottostare ad altri alberi viottoli, perdersi in continui indugi. Quindi i due piatti di questa bilancia narrativa, come si vede, possono sistemarsi paralleli e non lasciarsi squilibrare, senza differenza alcuna; mentre il supporto che reggendoli a loro concede di pesare meraviglie è il pilone portante della scrittura, il buon cemento delle parole. Prime parole che, nel progetto o nel proposito di una scrittura, dovrebbero risultare sempre precise decise come le parole di una ricetta medica, che non concedono abbaglio. Non dovrebbero sbagliare, altrimenti al lettore paziente e all’impaziente scrittore potrebbero nuocere, risultare quasi un veleno. Allora nel bene e nel male si dispongono ad essere tutto: il principio e la fine di un lungo discorso o di un prolungato racconto; il cielo e la terra, si potrebbe dire l’inferno, da calpestare in punta di piedi; l’incubo vivo e il quotidiano riserbo in attesa; il canto aperto o le parole appena mormorate; esemplificando, la motrice che si tira dietro in buon ordine i vagoni a seguire e li svincola nel luogo di campagna e di nebbia dove deve portarli. Le vetture da sole non potrebbero andare altrove, neanche volendo. È la motrice della scrittura che dirige il tragitto, da stazione a stazione, con le prime parole, spesso camuffate dietro una apparente leggiadria o una durezza da sasso, o ancora tremolanti come foglie. Le parole dell’inizio, si è detto; molte altre seguiranno. E se lì, nelle prime righe, subito c’è un aggettivo, si colloca come una bomba a mano con la sicura disinnescata. Meglio allora comportarsi pazienti e sospettosi con arguzia, come il Pontormo, e cucinarsi uno cavolo e uno pesce d’uovo piuttosto che infiorettare con arzigogoli il cibo della prima mattina. Perciò lui si è educato a non avviare, se è possibile, alcuno scoppio in partenza; se no, come si potrebbe procedere e cosa si potrebbe aggiungere in seguito mantenendosi così alti, gridati? La buona testa dispone subito a cercare un poco di ordine sulla carta distesa davanti agli occhi, godendo per un momento dell’inquietudine, molto fascinosa per il viaggio di scrittura che va a cominciare. Alle volte si riesce ad anticipare anche il titolo dell’opera, collocandolo subito a salvaguardia dell’intero cammino ancora da intraprendere; anche se può capitare che, entrati nel vivo, di titoli se ne aggiungono altri cento, sino alla fine
naturalmente questi disegni, e questi intrecci esplicativi non sono neppure alla lontana, come dire?, degni di essere applicati, sia pure in qualche modo, agli incipit delle grandi opere, che richiedono altro rispetto e una diversa natura. Ma sugli scritterelli di un giovanotto, accesi di onesto furore e accompagnati non solo dalla voglia di continuare ma dalla necessità acuta di imparare, questo è possibile. Come è anche possibile, nel caso specifico, fissare con qualche dato i termini, i modi del suo inizio di scrittura; mica inseguendo un amore per mezza Europa, neanche partecipando a una spietata autopsia di se stesso ma, nel particolare ambito di una vita giovanile, rintanato senza affanno in una casa isolata, in una stanzetta non più grande di una mano, con quattro sacchi di grano appoggiati a un muro e lui seduto sul quinto, morbido morbido, vicino a una finestrella. Da lì ha preso l’avvio, si può dire, per quanto riguarda il privato atto di scrittura. Appoggiato al davanzale, sotto gli occhi i due tometti con gli scritti del frate Tomaso Campanella curati in una edizione quasi popolare dal D’Ancona, critico illustre e sodo, assolutamente affidabile. Che uomo frate scrittore! Dal fondo di una galera dell’inquisizione, fra topi muffe spifferi fame gemiti, con una scrittura potente indimenticabile inveisce al mondo e illumina un’acre speranza di fuoco, che arde quasi fosse un diavolo zeffirino sprofondato nel mirifico gorgo di trecento tristezze implacabili
il giovane nel leggerlo sbalordiva, si stravolgeva, si pigliava mal di stomaco e la nausea dietro questa esaltazione gridata; ed era spinto a specchiarsi precipitoso incatenato insolente ma pazzo di curiosità per il mondo che fuori avvampava. In quanto, oltre la finestra finestrella, su un’altura di scarso rilievo ma ben definita, distante non più di quattrocento metri o forse meno, una batteria tedesca con cannoni e Nebelwerfen e cinquanta cruchi messi intorno, pronta a dare battaglia e a ricevere battaglia, era disposta in un’attesa piena di sospetto. Questo lui aveva intorno: alcuni sacchi di grano, non ancora oro nero, Campanella con D’Ancona, finestrella che era quella di Marechiaro, piccerilla piccerilla quando splende per la luna nuova che in collina si percepisce come un sogno; tedeschi in braghette corte e a torso nudo che non scherzavano né ridevano né cantavano ma stavano ingrugniti in attesa dell’oro del Reno. Sopra la testa, un via vai di aerei violentissimi che andavano a vomitare bombe sull’inclita città di Bologna, cara carissima città disarmata abbandonata; molto amata. Guardando fuori, mentre questo accadeva con simultanea precipitazione, lui cercava di cancellare almeno i soldati coprendo lo spazio della piccola finestra con il palmo della mano; così come faceva il gran camerlengo della curia di Roma, nel resoconto di De Sade, per altra e più ossessiva occasione. Si sforzava di azzerare, di cancellare i cruchi, sovrastanti con la prepotenza del ferro e del prossimo fuoco; mentre, in alternativa, sfiorava con lo sguardo, attraverso le dita, ed era una prova di destrezza, tre alberi di fichi sulla sinistra, cinque pioppi in fila sulla destra. Il resto era piuttosto brullo e calvo. I pioppi, nervosi e slanciati, abbandonavano a terra ombre sottili che sfioravano i solchi e annodandosi creavano come un lungo nastro grigio. Spesso, nell’abitacolo che sembrava una celletta da galera, entrava uno di quei mosconi grassi indaffarati insofferenti che vivono in campagna, e il suo volo adirato, talvolta minaccioso, rompeva la solitudine. Intanto il giovane si chiedeva sempre più spesso, come un interrogativo generale, se era davvero così facile cancellare la vita in movimento, quindi anche i soldati, solo mettendo il palmo della mano davanti agli occhi
perciò i primi segni scritti furono punti interrogativi segnati con la rabbia un po’ vischiosa dei pensieri al bordo dei due tometti campanelliani; e sempre, in seguito, partendo da questa prima inquietudine continuò a scrivere di preferenza sui libri – i fogli bianchi dell’antiporta, i quasi bianchi degli indici ma anche sulle pagine intere delle prefazioni, delle presentazioni, delle note; e sui fogli dei giornali, sopra e sotto, con una scrittura larga e rilevata. Era come conquistarsi lo spazio, quasi combattendo, per la comunicazione; sopraffare l’avversario, il nemico, non sottostare alle sue regole; farlo tacere a pugni. Aveva cominciato a collocare le sue accidiose fantasie così come maturavano al seguito delle letture in corso, oppure mentre camminava da solo sui viottoli della riflessione; e a prender gusto a modificare secondo spinta ed estro la storia che stava leggendo, aggiungendo personaggi, precisando figure, dilatando i dialoghi; impegnandosi a modellare diversamente le donne, per le quali ha sempre mantenuto un’attenzione complice. Mentre il mondo pencolava e si ingolfavano si inclinavano i giorni della disdetta, in quel guscio di noce emiliano un suono o una voce, a interrompere la norma, rappresentavano una novità. Come l’entrata di un’ape, nella quiete faticosa di un pomeriggio d’agosto dell’anno 1943 in zona collinare intorno a Bologna
in queste condizioni è cominciato il suo scrivere. Radunando con la matita le cose che vedeva temeva sentiva; le cose che chiaramente lo sorprendevano; prima mettendole in fila poi in rapporto fra loro; cercando di cancellare per sé, solo per sé, la guerra che cominciava a manifestarsi in diretta, ed era rappresentata viva dai tedeschi imbigiti sull’altura accanto alla ferraglia paurosa. Proprio in quei giorni, avvinghiandosi al frate calabrese, al cupo riverbero del moscone e all’ilare gentilezza del volo dell’ape solitaria; cercando di cancellare anche per un momento, coprendosi con una mano, la violenza che incominciava a incombere in diretta, pensò una storia di silenzio e di attesa, con un uomo e una donna che si muovevano nel sole, sotto il sole, e aspettavano. Il tema dell’attesa, come il tema contrapposto e vincolato del partire per ritornare (uomo o donna, uomo e donna, in un periplo furibondo ma circoscritto, tanto si sa che, partendo, si finisce sempre per ritornare; e che colui o colei, appena tornato, vuole subito ripartire, o almeno, lo risogna con passione) è rimasto fisso nella stiva della sua barca insieme alle emozioni di una giovinezza dentro a una guerra dei mondi, dentro alle lunghe ore di questa guerra. Pietà l’è morta. La passione di un sogno o di un cuore unita all’emozione di una morte che può arrivare ad ogni momento accompagnando un contrastato destino
perché il giorno che i soldati, non più in braghette ma con tute mimetiche e scarponi, cominciarono a sparare con quanto fuoco avevano in corpo sotto i capelli biondi, lui si accorse, imparando dentro alla realtà infuriata perché diretta, che si può andare via come e quando vuoi sui cavalli della fantasia e cancellare le cose scegliendo la propria porziuncola di mondo; ma capita quasi sempre qualcuno che ti distoglie dall’impresa e ti spara vicino all’orecchio o ti impallina la schiena lasciandoti stecchito se sfuggi, comunque ti riconduce sul fango della terra, duro d’inverno come il marmo, d’estate appiccicoso come la marmellata di mirtilli. Imparando dalla lezione di quei giorni le cose da scegliere e da scrivere per sé secondo la propria misura; mentre stringeva fra le mani, al lume di quella finestra, i due tometti del frate. Così che, di seguito, non si è più lasciato fregare dalle speranze barocche e ha cercato come sapeva e poteva, fra continui errori e nessun volo, di legare i cavalli della fantasia ai cerchi di ferro della realtà più dura e immediata; della realtà più cruda; fissati nel muro. E fra le pagine sempre predilette delle canzoni strimpellate annotò i primi diretti pensieri, che è stato facile ritrovare: “Mi manca la voglia di restare seduto mentre tutti sono in piedi e corrono. Di restare seduto, no. E di godere di questo mio restare. No. Ma poi restare dove, come? I muri fra cui mi trovo, con l’intonaco azzurrino, non sembrano neanche sfiorati dal tempo anche se la casa è vecchia. Non hanno crepe né traccia di umidità negli angoli. E in una stanza piccola piccola dove entrano mosconi e api gli angoli sono tutto. Ma basterebbe una bomba, una sola bomba a sbriciolare casa e tempo. A far saltare il tempio dei giovanili pensieri. Anche i soldati là fuori hanno un cuore per una casa ma adesso non hanno casa, hanno tende di tela dove gli angoli non ci sono, dove non entrano le api. Vorrei cancellare tutto ma non posso. Non posso o non sono ancora capace? Sono così ignorante da non avere una risposta al dolore. Il beneficio di una notte senza uccelli nell’ultimo silenzio del mondo. Domani si incrinerà senza ombre, appena spareranno i cannoni. I cruchi si sono già addobbati”
è facile riscontrare la semplice modestia delle suddette annotazioni; un arzigogolare che non è neanche migliorato nel corso degli anni; ma tutto era sinceramente sentito come un preavviso di grande sventura, che avrebbe coinvolto lui, i tedeschi, la casa, le api, gli alberi di fichi e i pioppi, che poi alla fine della guerra erano tronconi schiantati e sbriciolati. Ma non sentiva alcuna consolazione, né meraviglia, nell’uso della sua prima scrittura; piuttosto si sentiva come un piccolo ladro di paese che cammina adagio e tremante, dopo aver sottratto il portafoglio a un uomo che passava. Comunque, andò un poco avanti sulla falsariga di quel primo avvio concettoso; e può essere ricordato che avendo dimenticato su un tavolo un foglietto scritto, letto poi dal padre o dalla madre anche solo sbirciando, gli fu detto: “Tutti quegli alberi! Dove li vedi tanti alberi se quassù ci sono soltanto calanchi? Tre alberi di fichi e cinque pioppi e tu descrivi una intera foresta. Perché scrivi tante bugie?”
la frase lo colpì. Scrivi, dissero, non racconti. Il racconto può concedere, con libertà, di andare a spasso e svicolare dove si vuole; mentre la scrittura è un cemento che imprigiona ogni verità; rafforza ogni attesa; solidifica ogni parola, ogni pagina, non le lascia più andare. Le condanna ad essere vive per sempre o le uccide per sempre. È un killer spietato. Le parole restano ferme, infilzate come la farfalla azzurra ad ali aperte nell’album di un entomologo scrupoloso. Questo peregrinare di frasi stese sul bordo di libri o su brandelli di carta, si svolgeva ancora nel silenzio molto teso di un’attesa, di un evento che si percepiva precipitante; che sembrava scorrere sulla schiena. Un’impressione mai più dimenticata e ancora presente, perché attuale
quella situazione di vita e di mente legata alla giovinezza durò un mese. Durante il quale, come una frana di sassi in montagna che slavinano sempre più in fretta sempre più ammucchiati, dalle poche paginette di scrittura in prosa riflessiva passò alla versificazione, senza quasi tirare il fiato, con una fretta convulsa; tanto che arrivò a sistemare un gruppo di poesie che pubblicò in poche copie numerate. La numerazione stava a confermare le titubanze dell’autore a stabilire un cautissimo controllo sulla destinazione di quel risultato ottenuto quasi per sorpresa. La dedica naturalmente fu per il frate che l’aveva sorretto e aiutato: “A Th. C. vir qui omnia legerat / omnia meminerat / prevalidi ingenii / sed indomabilis”. Come dire: “a Tommaso Campanella, un uomo un frate che aveva letto tutto, che ricordava tutto, grandissimo ingegno, per di più indomabile”. E in seguito anche tutte le altre opere hanno avuto la stessa dedica d’amore turbato: “a Th.”. Poche copie con una copertina di un celeste un po’ incupito, come se il cielo fosse senza un domani; e che tanto lo turbarono deludendolo da indurlo a bruciarle, tranne alcune, sul prato davanti alla casa. Verso sera, ora buona per i roghi, vicino al monticello dove sostavano i cruchi; alcuni dei quali si avvicinarono e dopo aver guardato cominciarono a battere le mani: “bravo molto bravo ragazzo italiano che brucia cattivo libro. Bene è che tutti cattivi libri vanno bruciati”. Loro lo dicevano pensando in male, io ascoltavo concludendo in bene, invece, come se il fuoco riducendo la pagina in cenere ripulisse per un momento il mondo dal dolore di un segno distorto; impreciso, claudicante. Cancellando ogni traccia di questa sconfitta della scrittura. La scrittura offesa, la scrittura pugnalata, la scrittura sporca di sangue o quella spettatrice di un delitto, la scrittura stesa in terra senza più un respiro, o volante fragile e sperduta nel cielo
tuttavia questa scrittura sempre inseguita, ogni volta che è raggiunta e riconosciuta, così pare, diventa il gorgo vorticoso della vita dentro a cui si annaspa in delirante ricerca. Ma l’autore dove si è confinato dopo il bruciamento vespertino dell’esile libretto trascinante una storia privata? Intanto cominciavano a cadere le bombe, non più dal cielo ma da terra a terra, saltavano le case disperse, gli alberi, i solchi e gli uccelli tacevano scomparivano. Riusciva sempre più difficile mortificante procedere un poco, ponendosi domande. Questa era aggressiva prepotente lancinante: “che poesie scrivo con le frontiere assediate?”. Non è una domanda da poco, soprattutto in tempi tremendi. Ma, ecco, sembra attuale anche ai nostri giorni, nel profondo delle vene non troppo diversi. Bombe e bombe, ieri oggi. Così può avere peso anche una seconda e concomitante domanda: “Forse l’olio bollente di una parola / mentre i nemici scalano le mura / vale un gruppo d’arcieri con l’occhio di falco?”. C’è una terza domanda che si riversa sull’oggi pur restando collegata alla situazione d’inferno di quegli anni solo per la memoria. Si potrebbe formularla in questo modo, non empirico: il topo che con dente paziente ha rosicchiato le pagine 112, 113, 114, come fosse niente o come fosse formaggio, del libro di Kropotkin, è diventato più sapiente nella lotta operaia? Sarà investito di idee di liberazione topesca e porterà confusione di lotta nella società dei topi? E per noi irriducibili, è valso perdere un libro per conquistare un topo?
la buona onesta domanda si propone perché, muovendo da allora e fino ai giorni nostri, non avendo fatto personali progressi né ottenuto di fatto e per giusta ragione nessun personale benefizio, potrebbe essere venuto il tempo di ritenere utile spezzare la matita sul ginocchio come una spada e dedicarsi anche solo alle rose selvatiche, disperse nei solitari giardini. Perché adesso, riguardandoli, ci sarebbe da dedurre che gli inizi, di tutto ma anche quelli della scrittura, sono belli e per niente faticosi. Sono liberi. Dopo, cominciano le storie. Cominciano dopo, le storie. Anche se c’è con la guerra un maledetto inferno; contando, per salvarci, almeno sulla speranza, che è voglia profonda e viva di sperare. Lui, ad ogni modo, non sapeva rispondere all’interrogativo degli arcieri con gli occhi di falco, pur continuando a interrogarsi e, scrivendo, a dare la testa nel muro; fino al giorno presente. Proseguì ancora un poco a vergare parole scrivendo con la matita rettangolare da capomastro, seduto ancora sul sacco di grano; oppure fuori, appiattato contro gli alberi o fra i muri e le travi di qualche relitto di guerra. A vergare con una furia costante, come unica strada per respirare; prendendo ore alla notte, che è sovrana allora come oggi di un silenzio sempre più solitario e sperduto. La notte è molto amica per vergare. Non si alzano voci e si può credere che i cannoni della morte e della vita, per una volta almeno, non siano puntati. Solo di notte, ricavando stimoli da quella consuetudine, secondo lui si possono trascrivere segni su un foglio aperto e indifferente; magari, anche soltanto per nascondersi, riepilogando in un baleno i dettami del giorno appena concluso. La notte, straziante pazzerella, promette sempre qualcosa, quando essa è fonda e preannuncia d’essere in attesa di partire. Prepara anche l’uomo allo stesso viaggio, lo dispone allo stesso ritorno; dispone tutti i ricordi sul tavolo, cavandoli di volta in volta da un cassetto chissà dove alloggiato e li costringe a camminare, distogliendoli dai lamenti. Il giorno è lungo o il momento dei grandi orrori, o dei grandi errori, per ciascuno di noi. È il momento vertiginoso la cui spada sostituisce la penna per la scrittura, e il sangue delle ferite sostituisce il nero dell’inchiostro
ma bisogna ripetere ancora che le condizioni ambientali della formazione giovanile determinano gli anni a venire dell’uomo; ne determinano soprattutto la psicologia, vale a dire il rapporto con il mondo. Si diventa uomini come ci si forma da ragazzi, subissandosi dentro la vita. Le successive modificazioni sono importanti ma non ledono il panno tessuto in bene o in male in quelle giornate indimenticabili
un giorno, per quanto si riferisce alla sua vicenda di vita, i cannoni dei cruchi cominciarono a sparare; e un giorno tutti i cannoni dei tedeschi si zittirono, per sempre. Nel fango, nella nebbia residua, nella luce che incominciava a incombere sfolgorando la gente gridava la guerra è finita la guerra è finita la guerra è finita. Come si può scrivere una sola riga senza avere udito quelle grida? Intanto è verità che, al contrario, un’altra guerra cominciava. Sempre, ormai lo sappiamo, quando finisce una guerra comincia un’altra vera guerra, con un numero altrettanto spaventoso di morti e dispersi. Ed è sempre la meglio gioventù che lascia la vita. Anche questo è stato imparato in quei giorni lontani, tutti stretti in pugno; a non scherzare su niente, a guardare la realtà giorno per giorno sugli occhi, naso contro naso. Rimettendoci spesso le penne. Il fatto è che ti cambia per intero la vita se senti vicino all’orecchio cannoni sparare sparare sparare con grande sconcerto di pietre e non sei su un campo di battaglia lontano ma sul campo vicino casa, dentro la tua casa. La guerra rompeva i vetri delle case, riempiva di nuvole il cielo, di polvere il cielo, di sassi che cadevano dal cielo; riempiva le ali degli uccelli di sangue; la guerra non aveva non ha pietà per i bambini che piangevano piangevano poi morivano. La guerra era la guerra, signora del mondo: con i generali un poco brilli sulle carte e whisky nei bicchieri a stabilire le ore dell’assalto; e i soldati piedisporchi di fame di rabbia di fango a morire di rabbia nel fango. La guerra è soltanto la fine del mondo, non c’è altro da dire
se uno ne salta fuori, è bollato sulla spalla come un vitello della Valtellina o del Texas. I muri vibrano, sembrano cantare; gli animali si rintanano maledicendo gli uomini. Se hai una matita e un pezzo di carta in mano e sei appoggiato a un tronco o a un muro sbrecciato, cosa scrive un ragazzo in tempo di guerra in bilico fra essere e diventare? Ha scritto di guerra, su carta grossa trovata per terra. Cosa ha scritto, chiedendo aiuto al suo unico Virgilio che era il frate dal fiato grosso e dalla mano potente? Stringendo fra i denti la tonaca di Tommaso Campanella come avrebbe fatto un cane impaurito, questo è stato l’avvio: “Geme la sera nella gran ruina / dell’infinita terra disperata / solo morte è indomita regina / su la misera stirpe condannata”. Niente di immortale come si vede; nulla di nulla come si legge; intanto, non si cerca applauso quando si vede al bordo delle cavedagne buttati nella polvere tanti cadaveri, sempre cadaveri, corpi di uomini di donne senza vita, bambini, vecchie con il fazzoletto nero in testa; e la penna è ancora leggera, leggera
la guerra, dunque, come sostanza e odissea dell’esperienza giovanile; trasferita e ripensata sempre come vincolo dell’immaginazione riflessa e dell’esperienza diretta della nostra vita. La guerra, nonostante i cauti spasimi morali di tutti, resta costante implacabile; è sopra e sotto, dura ci aspetta e ci vuole sempre straziati ma remissivi; perché pace è parola leggera che si mastica in bocca e poi vola. Così la buona scrittura (si intende, la scrittura che vuole partecipare) deve scavare nel fango, aspettare lì il nemico. È dentro alla guerra dei mondi. Per questo occorre muoversi con cautela; con la malizia della ragione. Per esempio, scegliendo la scrittura notturna, se la casa non è tua e vivi in periferia non si può fare troppo rumore tempestando i tasti della Lexikon di seconda mano. Anzi, non si può fare rumore; di gran lunga più funzionali la matita e la gomma, che si muovono senza fischiare nell’aria lasciando tracce da aurora boreale, mentre la carta quasi sempre si adatta con semplicità e si dispone a partecipare. La gomma cancella e fa piazza pulita dei cattivi umori, delle deboli parole e non lascia segni. Così lo spazio torna libero, ed è uno spazio da riconquistare
perché, se l’intenzione è buona, la parola viene, la parola tiene. Basta cercarla, con la pazienza di cercare. Dunque, stare sulle cose. La domanda di scrittura oggi, per lui, non è affatto diversa da quella di tanti anni fa. Scrivere non sotto ma fra le bombe: “non una tomba ma una / finestra sul mondo / un luogo parlante. / Non occorre venire / quanto sentire, percepire / intendere, condividere / non dimenticare. E poi ricordare, ancora / inseguire il ricordo delle cose perdute / o future”. Una penna buona utile attenta per vergare il saluto e il commiato dai soldati morti in battaglia; poi per seguire i sopravvissuti che imparano giorno per giorno a confrontarsi con l’impegno di vivere; con la vita tutta intera che si propone
la scrittura, non più un obbligo, diventa un dovere per sé, un dovere per riconoscersi nei giorni e negli atti; un dovere non docile, impervio. Che si può perseguire scrivendo in piedi, fra un respiro e l’altro, per lo più; ma anche seduti, in viaggio o sotto una gronda o seduti su un tronco; in autobus, che è luogo amenissimo e provocante. La scrittura non si dilunga in attesa ma resta costante tramite di partecipazione e di riconoscimento; un faticoso inevitabile approccio di vita. Alla vita
comunque, e qui si può concludere questo frammento di parole, è sempre vero che a vent’anni ci si dimena districandosi, bombe o non bombe, in una foresta spessa di liane e buche; e che i giovani sono lasciati soli, a farsi massacrare a farsi intimorire a farsi intruppare, con schioppi o altro in mano; gestiti dai vecchi scampati alla selezione di una precedente violenza, non più sapienti degli altri ma più astuti, più violenti, più aridi, più digrignanti degli altri. I vecchi troppo spesso fingono di sapere molto e sanno poco; ma è anche vero che detengono non molto ma tutto, lamentandosi di detenere niente e non intendendo spartire neanche una briciola di questo niente di potere o di palanche con chicchessia, in attesa
queste sono le cose che a lui interessa affrontare con la matita numero 3, magari di notte se non c’è altro respiro, incalzando sé nella vita e ascoltando allora, per un momento, il silenzio del mondo. Un mondo che si stravolge correndo verso il mitico futuro. Quel silenzio del mondo notturno non placa né addormenta, no non placa, non addormenta. Invita invece a tenere occhi orecchie all’erta, per ascoltare voci, per vedere cose. Tutte le voci, tutte le cose.


