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Martedì, 30 Aprile 2013 14:04

Imola

Non sono un vacanziere, non sono un weekendiere; sabato e domenica per me valgono lunedì o martedì; perciò propongo viaggi minuti, che si consumano in un fiato dentro a queste prime nebbie padane, e verso luoghi in cui si arriva aprendo la porta, si ascolta il silenzio e si guarda con gli occhi aperti. Se va bene questo modo, allora propongo di andare a Imola, 34 chilometri da Bologna per la via Emilia, dove in via Garibaldi 18, da qualche settimana, è aperto al pubblico il palazzo Tozzoni, diventato di proprietà comunale sotto forma di donazione vincolata alla conservazione. Un complesso straordinario nel senso della completezza e della conservazione; tale da renderlo esemplare strumento di educazione culturale, soprattutto per i giovani delle scuole (a questo fine, se può servire, ecco il numero telefonico del Comune: 0542/26380, chiedere del dottor Alfredo Taracchini).

La nobile famiglia Tozzoni, di cui le prime notizie risalgono al 1140, pur attraverso varie peregrinazioni e vicende dedicò molta cura alla conservazione, nella più completa integrità, delle strutture e degli arredi del palazzo imolese; che adesso può proporsi come un documento dettagliato e sorprendente della storia e della vita dell’aristocrazia provinciale nei secoli passati.

Per fare alcuni esempi rapidi: dalle livree dei servi ai taccuini di casa o a quelli con le indicazioni esatte e puntuali delle perdite al gioco di Giuseppe Ercole Tozzoni con il Duca di Modena nel secolo XVII; dal vasellame agli arredi delle camere; dall’archivio di famiglia alla raccolta dei bandi, delle medaglie, delle monete; dalle maioliche alle chiavi, agli strumenti per i vari servizi, anche quello, da scrittoio, per appuntire le penne d’oca; per finire all’immagine in cera a grandezza naturale e completamente agghindata, di Orsola Bandini moglie dal 1819 di Giorgio Barbato Tozzoni e che, morta e rimpianta, fu così tenuta in effige nella camera da letto anche dopo il nuovo matrimonio del marito con una Amaducci di Cesena. Certamente i due piani di questo palazzo non sono un freddo antro museografato ma un centro vivo che stimola domande, curiosità, scoperte e suggerisce qualche precisa risposta che serve a capire.

Chi vuol pranzare vada cento metri più in là, alla Locanda Moderna, e avrà conferma che l’antica paziente e nobile arte della cucina non è spenta, in alcuni angoli della provincia.

 

 

 

L’Espresso, 8 novembre 1981.

 

 

 

 

Martedì, 30 Aprile 2013 12:49

San Giovanni in Persiceto

Qui è nato nel 1550 Giulio Cesare Croce, l’autore dello scaltro Bertoldo che ne sapeva una più del diavolo o del re (e del suo estro generoso nonché del suo pragmatismo diabolico molta parte è rimasta sopra la pelle e nel cuore di questa gente). Qui nel gennaio del 1868 partì la rivolta dei contadini bolognesi contro la tassa sul macinato, con l’assalto al municipio, il fuoco all’archivio e le campane delle chiese fatte suonare a stermida (a stormo) per chiamare a raccolta. Oggi, a venti chilometri da Bologna; con ventiduemila abitanti fra centro e campagna; con tante piccole industrie che fino a ieri hanno lavorato a pieno ritmo; con una Partecipanza Agraria antichissima che coinvolge i nuclei familiari con sorteggi e assegnazioni novenali di terreno agricolo; S. Giovanni in Persiceto è amministrato da una giunta giovane, dal sindaco all’assessore alla cultura, che intende la politica soprattutto come un impegno a interrogarsi sulle cose, mentre si cerca puntigliosamente di farle.

Dunque un paese da visitare e osservare in dettaglio; come uno dei tasselli importanti per intendere la realtà di questa terra emiliana. Inoltre è un paese bello. Ha un centro storico; un teatro del Seicento in fase di restauro; strade con portici, da camminarle pensando. La biblioteca, ricca di libri e povera di spazio, è diretta da Mario Gandini, uno studioso che riconferma la vitalità della provincia italiana, che nonostante i tempi continua a progredire toccando il vivo dei problemi. A lui, telefonando allo 051/821878, ci si può rivolgere per predisporre una visita delle scuole o per avere ogni possibile notizia in merito.

Non lontano dalla biblioteca sorge la Chiesa Collegiata, esempio alto di architettura del Seicento, con un prezioso e raro arredo di oggetti di culto. Il parroco, don Enrico Sazzini, sta riordinando o facendo restaurare una raccolta di quadri del SeicentoSettecento bolognese (Scuola del Guercino, Scuola del Crespi; e poi Tiarini, Gandolfi, il Garofalo, Ercole Graziani) che meriterebbe, essa sola, un viaggio. Tanto più che don Sazzini è una guida preziosa.

 

 

 

L’Espresso, 19 dicembre 1982.

 

 

 

 

Mercoledì, 24 Aprile 2013 16:08

Il coraggio è una cosa

Tra le cose più interessanti che possono accadere a chi si occupa con costanza di teatro c’è la possibilità di vedere concretamente come il linguaggio teatrale di un artista, o di un ensemble, si vada dispiegando, strutturando e chiarendo nel tempo, di spettacolo in spettacolo. E quanto vien fatto di pensare vedendo Il coraggio è una cosa, l’ultimo lavoro di Piero Ristagno e Monica Felloni realizzato con la compagnia composita (attori diversamente abili e attori normodotati) degli artisti di Néon Teatro. Uno spettacolo giunto a Urbania dopo il suo debutto a Catania il 6 novembre scorso nello spazio scenico di ZO, con in scena Patrizia Ficara, Stefania Licciardello, Manuela Partanni, Maria Stella Accolla, Giuseppe Calcagno, Luca D’Angelo, Marco Cinque, Pietro Russo, Danilo Ferrari. Già altre volte si è notato come sia la poesia il vero motore degli spettacoli di questa compagnia: e certo non la poesia in senso letterale (come produzione letteraria) e nemmeno in senso lato, emotivo e, in definitiva, banale; no, la poesia è giustamente intesa qui come principio interno e funzionale, dispiegarsi ritmico e spaziale di una forma nel tempo o, meglio, degli elementi significanti e diversi che costruiscono una forma. Uno spettacolo potente e capace di emozionare, in linea con gli altri che lo hanno preceduto negli ultimi anni: ironia, leggerezza, coraggio nelle scelte formali, lavoro sugli artisti a partire dalla valorizzazione della loro straordinariamente significante (e liberante) diversità, dalla unicità di ciascuno di essi. Tutti elementi insomma che si trovano solitamente in ogni spettacolo di Néon Teatro. In questo lavoro ci sono due elementi ulteriori che si impongono ad uno sguardo consapevole: la scelta di professare apertamente, anzitutto in una specie di prologo/intervista di Piero Ristagno e poi nel corso dello spettacolo, il debito globale di questa esperienza artistica nei confronti della poesia di Roberto Roversi (il testo è liberamente tratto da L’Italia sepolta sotto la neve) ed in secondo luogo, conseguentemente, la scelta di considerare la poesia come azione coraggiosa e responsabile nel mondo e del mondo. Sembra una sottigliezza ma non lo è: non si tratta infatti soltanto di usare le parole (quelle di Roversi e le parole sorte nel contesto dell’attività laboratoriale e di costruzione della scrittura scenica), al pari degli altri segni significanti (musiche, colori, gesti, stupore, danza, sguardi, attrazioni, sensualità, repulsioni, abbracci), nel contesto di una partitura ritmica, ma si tratta questa volta di usare proprio “quelle” parole poetiche, quelle di Roversi insomma, in un confronto serrato e coraggioso che finisce con l’essere anche verifica di un percorso artistico: una verifica vitale per Ristagno (poeta lui stesso e dramaturg della compagnia), cresciuto per anni proprio nel rapporto con il grande poeta bolognese, ma anche una verifica per tutto l’ensemble chiamato a riflettere sul coraggio che ci vuole a vivere di poesia, a vivere e a costruire vita poeticamente, malgrado tutto, malgrado la diversità, il male e le difficoltà. «Mi verrebbe da dire che senza un atto di coraggio non cominceremmo neanche a vivere – spiega Danilo Ferrari, che di questo lavoro è forse il protagonista principale –, affacciarsi al mondo fa paura: ce ne vuole di coraggio a convincerci a percorrere l’ignoto, da bambini tutto è sconosciuto e ogni nuova scoperta è un rischio, poi crescendo ho avuto paura di addormentarmi perché pensavo che non avrei avuto il coraggio di svegliarmi, che i miei occhi non si sarebbero più aperti; mi addormentavo sempre accompagnato dalla paura, ma dovevo trovare il coraggio di farlo. Poi, quando ho capito che mi sarei risvegliato, non ho avuto più questa paura, in compenso ho cominciato ad avere paura della gente, non avevo il coraggio di affrontare i loro sguardi indagatori, ho dovuto trovare la forza, il coraggio, di guardarli fissi negli occhi».

 

 

 

Teatri delle diversità, anno 18, n. 62, marzo 2013.

 

 

 

Mercoledì, 24 Aprile 2013 14:15

Prendere o lasciare

1. Corre l’indice sull’ultima mappa rimasta.

L’indice (il dito della sapienza, dell’orgoglio)

striscia

alla ricerca del suo oggi e del suo domani fugge dal suo

passato

alle volte è incerto

cerca il suo

sonno il suo trionfo il suo percorso e

poi fu notte

si alzò un vento agro

le città intorno ai monti spensero i lumi

si accese un’alba verde gialla

promise sorprese.

Il dito sulla mappa continua a cercare cercare cercare

indica fiumi foreste frontiere.

 

2. Oggi si promette speranza nello spaccio di birra vicino

al porto

la speranza sarà mantenuta

poiché il mio indice (dito del viaggio, della saggezza)

finalmente si è fermato

sopra un luogo

– lì suona non una parola spagnola o italiana ma una

parola inglese

che ancora non conosco.

Negli altri paesi del mondo è domenica.

Lasciato libero di decidere l’indice

(il dito più scontroso, freddo, il dito imprevedibile) è

fermo sulla mappa che indica le montagne

QUESTO È IL CUORE DEI DISTRETTI MINERARI

GROSSETO O BARNSLEY?

Siamo come la ciurma di una nave diceva calmo Davide

Lazzaretti

cento anni fa

il contadino il minatore l’operaio il povero mentre

le frecce degli indiani lo trapassavano fra gli alberi

sui monti della Toscana – la terra sembrava un velo nel

mare.

PECCATO SE DEVO MORIRE dice oggi Davide Lazzaretti

respirando a

fatica IO AMO LA MIA BARCA

COME FACCIO A SBARCARE

SAREBBE UN NAUFRAGIO poi ho conosciuto in miniera

vestita da uomo

Sara Ogan

o Molly Jackson

o Florence Reese

il mio indice verga sulle pareti di carbone la parola

ATTESA

la parola DOMANI la parola PAZIENZA la parola MAI

e se c’è bisogno di soldi nessuno si nasconde

le caverne sull’Amiata assomigliano alle finestre

dell’Olimpo

spalancate per le pulizie d’agosto.

Questa è la zona del marasma totale.

 

3. Cresce una generazione che sa leggere bene perfino la

poesia ma cento anni fa

un giornale era un giornale non una cosa da poco. Sul

giornale

c’è tutto anche oggi che indica

negli ultimi mesi del 1984 a Torino a Milano molti operai

suicidi (per disoccupazione).

Alle 5 della sera

la gente non esce più

le strade vuote se non c’è il sole

i vecchi aspettano con gli occhi aperti

ascoltano

qualche volta aprono la televisione.

OH QUANDO SI SCIOGLIE LA NEVE

OH QUANDO LE NUBI CHE CAMMINANO RITORNANO

ROSSE

OH QUANDO POSSO FARE IL BAGNO ALL’APERTO

FRA I RANOCCHI mentre sulle montagne

astri strani sibilando astri

esplodendo errando sulle montagne andando

anch’io vedo quel cielo scuro.

È AFFASCINANTE IPOTIZZARE IL FUTURO

SPECIALMENTE QUANDO SEMBRA PURA FANTASIA

Sheffield Barnsley Cortondown Pontefract sono oro

colato

mentre i pesci nuotano nell’inchiostro

NON SI PUÒ ESSERE NEUTRALI.

 

4. HAI PASSATO LA VITA A INCOMINCIARE

il mio pozzo è la mia vita

DODICI BAMBINI SONO VOLATI DA WAKEFIELD

SUL MONTE AMIATA IN TOSCANA

lì Davide Lazzaretti raccoglie le ombre della sera sulla

mano

e le porta nei boschi.

QUESTO È IL CUORE DEI DISTRETTI

MINERARI

si assomigliano tutti

dice il mio dito fermo sulla mappa

qua e là ci sono cieli senza nuvole

o sono punti e sembrano zero.

L’ULTIMATUM È PRENDERE O LASCIARE.

Un libro aperto sopra un muro incide le ore del giorno

fotografa il volo degli uccelli.

Le patate cuociono sotto la cenere.

Il carbone è gomma da masticare.

Andrò a teatro quando tutto sarà finito.

 

5. Il mio dito si ferma.

LA GRANDE MISERIA CREA DI NUOVO LE GRANDI

NECESSITÀ.

Non è possibile rendere credibili le cose

possibili?

La risata di un bambino

tac tac tac cade si spezza per terra.

RICOMINCIAMO DA ZERO dato che

sono uno che vede l’oro anche dove c’è il buio.

ADDIO, ESTATE SENZA AUTUNNO.

 

Nota dell’Autore

Davide (Lazzaretti), nato nel novembre 1834, fu ucciso il 18 agosto 1878 sul monte Labbro in Toscana dalla polizia, mentre coi suoi discepoli (erano operai, pastori, contadini, minatori della montagna Toscana) compiva una processione in maschera piena di canti, di suoni, di preghiere. La processione era stata proibita dal Governo. Onesto, tenero, umanissimo; eppure intransigente e duro sino al sacrificio; coraggioso fino alla morte, Davide Lazzaretti prometteva a tutti un mondo di verità, di bene e di giustizia. Sempre ignorato (anche adesso) dalla cultura ufficiale, egli continua a darci una testimonianza vigorosa del valore morale che hanno le scelte di vita legate ai sentimenti e alle speranze vere dell’uomo. Perseguitato e braccato, Davide Lazzaretti non si è mai lasciato piegare o rassegnare. Per questo mi sembra un naturale compagno e amico – da tempi lontani – dei minatori inglesi di oggi. O degli operai napoletani.

 

Bologna, aprile 1985

 

 

 

Il Taccuino di Cary, n. 1, 16 aprile 1985.

 

 

 

Mercoledì, 24 Aprile 2013 12:00

Roberto Roversi: Il dolore è grande

Il dolore per la morte di Roberto Roversi è grande. Lo è anche l’insegnamento che rimane. Lo sono le sue parole che inconfondibili come sferzate filtrano da centinaia di pagine ciclostilate o libri tipograficamente più decorosi. Versi, canti, idee e giudizi che bussano alla porta del presente, del suo colpevole silenzio, simili allo sguardo di un atleta, che pur fra i primi pensa all’ultimo della fila, alla sua pena, sempre. All’apparente ironia degli sconfitti. Della sua opera vasta, ancora poco conosciuta e complessa, tutto deve e vuole rimanere. Tutto dovrà essere letto e riletto con scrupolo, senza soluzione di continuità. “Prendere o lasciare”, compreso gli sgarbi. Impossibile farne una cernita istituzionale, meritocratica o gradevole, secondo le delatorie intenzioni dei critici, sofisticati italianisti in cerca di cattedra. In lui non è possibile separare ciò che è scritto e detto dalla cronaca degli avvenimenti; dagli strilli di copertina, dai bombardamenti, dalle insonnie del vicino di casa, dallo zampettio docile d’un cane o dall’insonnolito borbottio della cucuma del caffè. Ogni pagina rimanda all’altra. Ogni verso alla sua variante prosastica o accensione misteriosa. Ogni paragrafo necessita di una chiosa extra-testuale. Simile alle spighe di luglio. Alla messe che dopo il lavoro invoca con orgoglio la falce; ma poi la teme, come insegna Cesare Pavese nelle pagine migliori. Delle sue inquietudini di poeta mite, indaffaratissimo e vero avversario d’ogni gramigna che si camuffa “nel falso bello” poco è stato detto, ci sarebbe un ben altro da dire. Deformato dal peso della realtà più che dagli anni, mai arreso alle arguzie del potere letterario e dell’industria telematica, Roversi era un pesce. Magari rosso. Nel senso che dormiva ad occhi aperti, come nei romanzi di De Luca. Conscio di un modernismo (o post-modernismo) che tronfio fora la pelle, stritola senza pietà, o trama sotto lo sfondo di sette cieli tecnologici; cielo divino del tutto nuovo, diversamente ugualmente ingiusto. I suoi versi sanno come potare le ali all’Angelo della storia, per via di quel torcicollo ritratto da Kandinsky. Mai in gara per eccesso di narcisismo, o atti di vanità in luogo pubblico, Roversi era un guerriero, come lo ha definito Giuliano Scabia in un suo recente e commosso ricordo, un guerriero disarmato che disertava i riti della vittoria, sempre assente nell’ora dell’aperitivo. Inutile invitarlo. Specie se era un amico a invocarne la presenza. Soprattutto se era un amico. Forse, e dico forse, si sarebbe contraddetto, lo avrebbe fatto di persona solo per il suo Enzo re, in piazza grande a Bologna, confuso insieme agli altri, con l’ausilio di Arnaldo Picchi. Come Giordano Bruno sapeva quanto: “la mente cade in una lieve confusione allorché non si accorge che il continuo è si presente in tutte le cose”. Intuiva più d’ogni altro come il ramo d’ulivo pesa sul becco del Colombo / ne deforma l’inclinazione – due versi non suoi ma che amava ripetere. Pochi scrittori della seconda metà del ’900 come Roversi hanno saputo restituire con segno vasto, veritiero e ineccepibile i tempi andati e quelli in cui viviamo – di un’Italia devastata, fatta a pezzi, prima con Le descrizioni in atto, poi L’Italia sepolta sotto la neve e quindi Tre poesie e alcune prose. Era un letterato vero, di prima qualità che ha mantenuto vive e intatte le ragioni civili e la dignità della nostra poesia, certamente di quella migliore: da Leopardi a Manzoni, da Pascoli a Sereni, Caproni e Zanzotto, con un’elaborazione del verso mutevole incessante, originale, che ha dato e darà frutti negli anni e nei poeti a venire. Non appena un editore avrà il coraggio doveroso di ristampare l’intero corpus della sua opera a prezzi popolari. La “Poesia non è né utile né inutile e tanto meno, poi, sublime (se mai, subliminare). Non è l’ultima spiaggia e neppure l’utopia delle utopie. Non è pessimismo, non è ricostruzione, non è conforto, non è intrattenimento, non è un mestiere. Non è elegiaca, né lirica, né di protesta né sperimentale. È solo, forse (si può dire?), specchio e oggetto di un desiderio, del Desiderio” è scritto per esclusione nel quarto numero della rivista «Discorso Diretto» (1981), per tentare ancora una volta di definirla. Vi è elencato ciò che la poesia “non” è. Per Roberto Roversi invece la poesia è l’insieme di tutte quelle cose: con un senso di libertà, fedeltà al mandato dell’autore, inteso in senso classico e post-romantico, di cui aveva straordinaria coscienza senza farsene vanto. Ha fatto bene Fabio Moliterni a citare Pasolini, un poeta che anch’io amo: “L’autenticità, per usare una vecchia parola, distrugge l’inautenticità” in apertura del monografico: Roberto Roversi: Un’idea di letteratura (Edizioni del Sud, 2003). Perché l’opera di Roversi indaga autenticamente, riferisce e non omologa con arroganza. Come per Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus, anche “la sua opera accoglie in sé tutti i generi e gli stili letterari, racchiude in sé le più sottili e inedite varietà dell’orrore (per) un intreccio allucinatorio di voci”. Con questo mio, più che modesto intervento, vorrei piangerlo assieme ad altri. Vorrei ricordarlo con una sua poesia quasi sconosciuta. Mi fu inviata anni fa da Roberto, come contributo al primo numero della rivista di letteratura, teatro e politica«Il Taccuino di Cary». Una rivistina autofinanziata, indipendente e stampata a Londra a meta degli anni ’80. Prodotta da una micro-redazione di talento che immeritatamente dirigevo. Quella rivista stampata in 300 copie svolgeva un umile funzione di coordinamento; per scambi di idee e materiali cartacei realizzati grazie a un po’ di fondi messi assieme con sottoscrizioni e abbonamenti sulla fiducia. Quei denari li avevamo impiegati per acquistare un computer Epson, di seconda mano, per affittare un piccolo magazzino in disuso collocato presso i docks di Commercial Road. Era stata mesi prima la tipografia del Sindacato degli operai della Ford; poi messa a disposizione dei minatori scesi dalle miniere del nord per l’ultima grande serrata. L unico scopo di quelle pagine stampate nottetempo era di resistere, di continuare ad ardere sotto la cenere di quello che veniva chiamato “riflusso” della sinistra europea, o al tacherismo dilagante. Volevamo perlomeno traslocare e diffondere messaggi urgenti e un lavoro culturale militante, in inglese e in italiano; collegare corrispondenti fra le due rive dell’Atlantico disposti a dare il loro tempo gratuitamente, scrittori e poeti isolati, gruppi di lavoro sparsi al di qua e al di là dell’Oceano; per far conoscere testi, idee, esperienze e cronache della realtà per lettori attenti. Una rivista la cui vita è durata dodici mesi (non pochi, se si pensa alle condizioni e al periodo) ma con il conforto, l’esempio nobile ed emblematico di poeti, scrittori e intellettuali quali: Roberto Roversi, Eugenio Barba, Dario Fo, Franco Fortini, James Fenton, Stuart Hood, Ken Loach, Toni Morrison, Saadi Yousef, Ahmed Sadeq Saad, Jorghe Goldenberg, Fawzi Al Delmi, Alfonso Gatto e altri ancora. Oggi, con la scomparsa di Roberto Roversi il nostro paese perde non solo il poeta stimato da tutti, la voce civile che ha scritto l’indimenticabile Dopo Campoformio; l’intellettuale che nell’immediato dopoguerra ha contribuito significativamente all’esperienza e alla nascita della rivista «Officina» e successivamente «Rendiconti»; l’uomo umile e tenerissimo che dalla Libreria Palmaverde ha continuato per anni a dialogare con Antonioni, con Tonino Guerra, con Franco Fortini e a distanza con Pier Paolo Pasolini; ma anche con giovani ragazzi e ragazze sconosciute; riviste meno qualificate e prestigiose delle due edite e fondate da lui. Ha insegnato a tutti noi, a un’intera generazione, la dignità del vero contrapposto all’ipocrisia, al servilismo e all’opportunismo; fosse esso editoriale, ideologico o religioso. Ci ha ricordato e ci ricorda ancora come non basta “il belato che strazia la lama dei coltelli in mano ai giovani carnefici”. Non basta. “E oggi che dobbiamo contrastare” con la voce e con la nostra persistente presenza: “Farei altrettanta attenzione alla differenza che c’è / fra partecipare o dimenticare. / Anche queste cose suggerisce l’esperienza. / O l’amore / uccide la speranza per il futuro / chi non si ricorda di un amico / o colui che non ascolta. / Specie quando è chiamato”: grazie Roberto, grazie per questi versi, grazie per essere stato da Bologna poeta civile, umile e coraggioso, cittadino del mondo che si fa storia.

 

 

Prendere o lasciare

 

1. Corre l’indice sull’ultima mappa rimasta.

L’indice (il dito della sapienza, dell’orgoglio)

striscia

alla ricerca del suo oggi e del suo domani fugge dal suo

passato

alle volte è incerto

cerca il suo

sonno il suo trionfo il suo percorso e

poi fu notte

si alzò un vento agro

le città intorno ai monti spensero i lumi

si accese un’alba verde gialla

promise sorprese.

Il dito sulla mappa continua a cercare cercare cercare

indica fiumi foreste frontiere.

 

2. Oggi si promette speranza nello spaccio di birra vicino

al porto

la speranza sarà mantenuta

poiché il mio indice (dito del viaggio, della saggezza)

finalmente si è fermato

sopra un luogo

– lì suona non una parola spagnola o italiana ma una

parola inglese

che ancora non conosco.

Negli altri paesi del mondo è domenica.

Lasciato libero di decidere l’indice

(il dito più scontroso, freddo, il dito imprevedibile) è

fermo sulla mappa che indica le montagne

QUESTO È IL CUORE DEI DISTRETTI MINERARI

GROSSETO O BARNSLEY?

Siamo come la ciurma di una nave diceva calmo Davide

Lazzaretti

cento anni fa

il contadino il minatore l’operaio il povero mentre

le frecce degli indiani lo trapassavano fra gli alberi

sui monti della Toscana – la terra sembrava un velo nel

mare.

PECCATO SE DEVO MORIRE dice oggi Davide Lazzaretti

respirando a

fatica IO AMO LA MIA BARCA

COME FACCIO A SBARCARE

SAREBBE UN NAUFRAGIO poi ho conosciuto in miniera

vestita da uomo

Sara Ogan

o Molly Jackson

o Florence Reese

il mio indice verga sulle pareti di carbone la parola

ATTESA

la parola DOMANI la parola PAZIENZA la parola MAI

e se c’è bisogno di soldi nessuno si nasconde

le caverne sull’Amiata assomigliano alle finestre

dell’Olimpo

spalancate per le pulizie d’agosto.

Questa è la zona del marasma totale.

 

3. Cresce una generazione che sa leggere bene perfino la

poesia ma cento anni fa

un giornale era un giornale non una cosa da poco. Sul

giornale

c’è tutto anche oggi che indica

negli ultimi mesi del 1984 a Torino a Milano molti operai

suicidi (per disoccupazione).

Alle 5 della sera

la gente non esce più

le strade vuote se non c’è il sole

i vecchi aspettano con gli occhi aperti

ascoltano

qualche volta aprono la televisione.

OH QUANDO SI SCIOGLIE LA NEVE

OH QUANDO LE NUBI CHE CAMMINANO RITORNANO

ROSSE

OH QUANDO POSSO FARE IL BAGNO ALL’APERTO

FRA I RANOCCHI mentre sulle montagne

astri strani sibilando astri

esplodendo errando sulle montagne andando

anch’io vedo quel cielo scuro.

È AFFASCINANTE IPOTIZZARE IL FUTURO

SPECIALMENTE QUANDO SEMBRA PURA FANTASIA

Sheffield Barnsley Cortondown Pontefract sono oro

colato

mentre i pesci nuotano nell’inchiostro

NON SI PUÒ ESSERE NEUTRALI.

 

4. HAI PASSATO LA VITA A INCOMINCIARE

il mio pozzo è la mia vita

DODICI BAMBINI SONO VOLATI DA WAKEFIELD

SUL MONTE AMIATA IN TOSCANA

lì Davide Lazzaretti raccoglie le ombre della sera sulla

mano

e le porta nei boschi.

QUESTO È IL CUORE DEI DISTRETTI

MINERARI

si assomigliano tutti

dice il mio dito fermo sulla mappa

qua e là ci sono cieli senza nuvole

o sono punti e sembrano zero.

L’ULTIMATUM È PRENDERE O LASCIARE.

Un libro aperto sopra un muro incide le ore del giorno

fotografa il volo degli uccelli.

Le patate cuociono sotto la cenere.

Il carbone è gomma da masticare.

Andrò a teatro quando tutto sarà finito.

 

5. Il mio dito si ferma.

LA GRANDE MISERIA CREA DI NUOVO LE GRANDI

NECESSITÀ.

Non è possibile rendere credibili le cose

possibili?

La risata di un bambino

tac tac tac cade si spezza per terra.

RICOMINCIAMO DA ZERO dato che

sono uno che vede l’oro anche dove c’è il buio.

ADDIO, ESTATE SENZA AUTUNNO.

 

Nota dell’Autore

Davide (Lazzaretti), nato nel novembre 1834, fu ucciso il 18 agosto 1878 sul monte Labbro in Toscana dalla polizia, mentre coi suoi discepoli (erano operai, pastori, contadini, minatori della montagna Toscana) compiva una processione in maschera piena di canti, di suoni, di preghiere. La processione era stata proibita dal Governo. Onesto, tenero, umanissimo; eppure intransigente e duro sino al sacrificio; coraggioso fino alla morte, Davide Lazzaretti prometteva a tutti un mondo di verità, di bene e di giustizia. Sempre ignorato (anche adesso) dalla cultura ufficiale, egli continua a darci una testimonianza vigorosa del valore morale che hanno le scelte di vita legate ai sentimenti e alle speranze vere dell’uomo. Perseguitato e braccato, Davide Lazzaretti non si è mai lasciato piegare o rassegnare. Per questo mi sembra un naturale compagno e amico – da tempi lontani – dei minatori inglesi di oggi. O degli operai napoletani.

 

Bologna, aprile 1985

 

 

 

Teatri delle diversità, anno 18, n. 62, marzo 2013.

 

 

 

Roberto Roversi amava l’opera di Vittorio Sereni. Il bisogno umano ed esistenziale di far vedere e palesare la “sacrosanta rissa”. Al punto che suggeriva a tutti, o quasi, specie ai giovani alle prime armi, di leggerlo con attenzione, interiorizzarlo. In un breve saggio “scorretto e affascinato”, come volle lui stesso definirlo, apparso su «Paragone» in occasione della pubblicazione della raccolta Gli strumenti umani, dichiarò l’incondizionata stima e sua ammirazione per un poeta da lui così diverso nei contenuti e nella forma, ma senz’altro necessario ed esemplare: “come lucido ricettacolo di memorie e prezioso vaso di unguenti da conservare”. Altrettanta devozione e amore sono affiorati nella voce ferma e commossa e negli occhi di Giuliano Scabia, a Urbania, mentre rendeva omaggio a sua volta a Roversi, leggendo alcuni brani straordinari tratti da L’Italia sepolta sotto la neve.

 

 

Intervista a Giuliano Scabia

 

Quando è nato e come si è trasformato nel tempo il vostro rapporto umano e letterario?

 

Roversi. Un poeta da visitare. Uno che aveva (ha) una sua forza, che stava lì. Che ascoltava. Sentivo che potevo visitarlo, e imparare. Così ho suonato il campanello della libreria. Andavo per fare il punto. O per acquistare qualche libro (un giorno mi propose il Rasi, ma io ero a corto di soldi: che peccato!). Cercavamo di capire come andavano le cose. Con Roversi c’era sempre la storia. Era lettore di storici (Amari), e la sua poesia si ancorava continuamente agli eventi. C’è sempre stato in lui verso di me un affetto (ricambiato), e da parte mia una stima crescente, per la sua resistenza, lucidità, forza.

 

Quali sono le qualità principali della poesia di Roversi da proporre come modello per un giovane poeta di oggi?

 

Lo sguardo sul mondo. Il guardare da punti di vista obliqui, illuminanti. Di lato, da sotto, da oltre. Il suo lavorare con una materia dura, legno, pietra. Scavare i versi con caparbietà. Fino a trovare la scioltezza e l’ironia dell’ultimo libro, quello dei tarli.

 

Quali erano i suoi rapporti con l’università e con Bologna? In che cosa somigliava alla sua città o se ne discostava maggiormente?

 

L’università ascoltava Roversi – ma Roversi (credo) non fu mai all’università (solo con Enzo re avvenne uno scambio quando Arnaldo Picchi mise in scena il testo). Roversi però sapeva tutto – era come se vedesse ciò che avveniva all’università. Ascoltava gli studenti, e i tanti che dall’università lo andavano a trovare. La sua cattedra era la libreria, esemplare e umile.

 

Nella poesia che lei gli ha dedicato, dal titolo I bassi monti, ci sono due versi stupendi e tenerissimi. Che lo descrivono come “cavaliere valente e petroso / che sorridendo conforta il pensiero”. Che cosa ha ispirato quei suoi due versi memorabili?

 

Non so: è nata così, in tempi diversi: cavaliere mi è sembrato, e della tavola rotonda: e petroso, perché era forte come la pietra, e perché a volte la sua è una poesia petrosa. Magma di strati petrosi, come la terra.

 

Oltre che poeta, saggista militante e narratore, Roberto Roversi era anche autore di teatro, da Unterdenlinden a La macchia d’inchiostro. Che ne pensa della sua scrittura drammatica e idea di teatro?

 

Il teatro di Roversi è politico e civile. I testi sono rigorosi, belli. Se avesse lavorato con gli attori forse sarebbero stati più mossi, più corporei. Gli è un po’ mancato quel rapporto corporeo che ha avuto con la voce/intelligenza di Dalla.

 

Nel breve saggio Un circo e quattro gladiatori, apparso sulla rivista «Rendiconti» n. 26/27, gennaio 1974, dedicata al teatro come comunicazione, Roversi parla con toni duri di un vero e proprio “genocidio culturale, compiuto dentro di noi e fra di noi”. Poi parlando della neo-avanguardia, allora trionfante, prosegue: “L’avanguardia è oggi in mano ad abili acuti speculatori – si dice senza offesa; costoro dal di fuori l’amministrano, la suddividono, la impacchettano, la spediscono, la vendono, la rigenerano, l’autore è uno spiritoso e intelligente produttore d’oggetti d’uso”. Lei era d’accordo con questa analisi e affermazioni polemiche di merito?

 

Non abbiamo mai parlato dell’avanguardia (in fondo io ero stato per un po’ nel “Gruppo ’63” e avevo debuttato come “avanguardista”). La polemica era stata dura ai tempi di «Officina»/«Il Verri». Aveva le sue ragioni Roversi, ma non credo che tutta l’avanguardia fosse così. Noi del nuovo teatro eravamo ognuno con un suo cammino, irto di difficoltà. Non abbiamo avuto la vita facile. Roversi sapeva distinguere fra le persone, le diversità. Aveva scelto contro il mercato culturale, con l’esempio. Non ha mai detto a nessuno fate come me. E in ciò è la sua forza, anche adesso.

 

 

 

Teatri delle diversità, anno 18, n. 62, marzo 2013.

 

 

 

Si apre, a Imola, il processo per la morte di Ayrton Senna, avvenuta il 1° maggio 1994. Fra gli imputati, il costruttore Frank Williams. E qualcuno ha già fatto un parallelo con la vicenda processuale di Enzo Ferrari. Cosa ne pensi?

 

Il processo a Ferrari, alla fine degli anni Cinquanta, fu un fatto importante. A mio parere, lo si può definire come il momento iniziale, una vera e propria anticipazione del protagonismo della giustizia italiana. Ferrari, nonostante l’assoluzione, ne rimase per sempre amareggiato, lo era ancora poco prima di morire. E arrivò a pensare di ritirarsi dalle corse.

 

Cosa ricordi di quelle vicende?

 

L’incidente di De Portago avvenne nell’ultima edizione della Mille Miglia, quella del 1957, provocando una strage fra il pubblico. Qualcosa di simile a quello che poi si verificò a Monza nel ’61, quando l’auto di Von Trips schizzò fuori dalla pista per un contatto con un altro pilota e finì sulle gradinate. In entrambi i casi, vorrei farlo notare, più che la sorte del pilota impressionò la scarsa tutela del pubblico… Più che scarsa, inesistente. Mentre le auto erano già veloci come adesso, forse anche di più.

 

In un suo libro di memorie, Ferrari descrive De Portago con la sua risposta a chi gli chiedeva perché correva: “Perché in una corsa si vive più che in un anno di vita”. C’è un bell’alone romantico, molto distante dall’attuale Formula Uno.

 

Il nome di De Portago, oggi, non dirà molto. Ma all’epoca era una vera celebrità. Non tanto come pilota, quanto per una relazione con una famosa attrice dell’epoca. E partecipò a quella Mille Miglia con soldi suoi. Insomma, era un personaggio, un po’ come il conte Marzotto, sempre impeccabile, sempre elegante. L’inchiesta poi verificò che la sua auto era equipaggiata come le prime tre dell’ordine di arrivo; erano Ferrari identiche alla sua, come motore e come pneumatici. Oggi, su un “caso De Portago”, la tivù ci camperebbe sopra per settimane.

Quello che davvero è cambiato è il mito; il mito del grande pilota non è più lo stesso. Allora era tutto più esasperato: l’antagonismo fra le marche, fra i piloti… Oggi, sono solo mercenari, più o meno abili, che passano (loro e il loro sponsor) da una marca all’altra. L’epoca dei miti era già finita, ben prima dell’ultima Mille Miglia. Ascari è forse l’ultimo, lo collocherei in una fase intermedia, di passaggio. Da Fangio in poi, ci sono stati eccellenti piloti, non miti. Con l’eccezione, forse, di Villeneuve, per la simpatia, la giovinezza, l’irruenza…

 

Di questo passato affascinante, rimpiangi anche la Mille Miglia?

 

No, le cose erano cambiate, non si poteva più correre per le strade aperte; anche se lo stesso Ferrari, più volte, manifestò il suo interesse per ripristinare la Mille Miglia.

Era una corsa ineguagliabile: mi ricordo quando stavo seduto sopra un paracarro, ad aspettare le macchine. Venivano da Firenze, dalla Futa, Porta Santo Stefano, San Felice, verso Borgo Panigale, quando ancora c’erano le panchine in mezzo ai viali di circonvallazione. I motivi di fascino erano tanti. Le auto erano belle da vedere: penso, ad esempio, alla leggendaria Cisitalia. Il pilota correva allo scoperto, non era nascosto, reso anonimo, dal casco. C’era il fascino di vederli passare sotto casa, come il Giro d’Italia, su strade impolverate, piene di buche e di fango, con tutti gli imprevisti: poteva capitare di dover frenare davanti a un carro di fieno, o perdere tempo per le sbarre di un passaggio a livello… E poi c’erano centinaia di piloti, molte categorie di cilindrate, ognuno poteva avere qualche amico o conoscente che correva. Ma credo che la grande differenza la facesse la radio: era dalla radio che le notizie passavano di bocca in bocca, l’immaginazione era molto sollecitata. La comunicazione televisiva toglie molto.

 

Quindi, sarebbe la tivù, a tuo parere, ad aver prodotto la fine del mito nel mondo dell’automobilismo?

 

I cambiamenti sono intervenuti in tutti i fattori della corsa. Tutto è divenuto più razionale, meno eroico. Voglio dire: mi sembra evidente che i sentimenti per Senna non possono essere gli stessi che per Nuvolari. Lui correva nell’Italia contadina, dove c’era uno spazio sconfinato per la leggenda. Oggi c’è lo sguardo della tivù, uno sguardo ossessivo e ingrandito, un occhio che scruta tutto, persino la mano che cambia a 300 all’ora. Il mito del pilota deve fare i conti con la tecnologia: una volta, il peso relativo del pilota era nettamente superiore: direi un 60% rispetto al 40% della macchina, mentre oggi il rapporto si è invertito.

 

I piloti, secondo Ferrari, si dividono in due grandi categorie: “quelli che corrono per passione e quelli che corrono per ambizione. I primi finiscono in due modi: o incontrano il sacrificio supremo, oppure continuano a correre finché non vengono loro tutti i capelli bianchi. Gli altri smettono ai primi insuccessi o ai primi successi. Questa seconda categoria è la più numerosa”. Quali sono i tuoi piloti preferiti?

 

Achille Varzi, innanzitutto, che secondo me è stato superiore allo stesso Nuvolari; e Niki Lauda, fra quelli più recenti. Preferisco i piloti che esprimono la fredda determinazione. Più che il coraggio, mi colpisce la lucidità di quelli che appoggiano il piede all’acceleratore con il peso esatto, con il rumore esatto, come un grande chirurgo che deve avere movimenti millimetrici.

Dell’ultima generazione, Senna (insieme a Prost) è stato il più grande. Non a caso si detestavano; anche in gara, a volte, si fecero delle carognate. Senna, come Nuvolari, era un personaggio drammatico, tragico. Ma non ha mai avuto gravi incidenti. In parte dipende dal fatto che gli strumenti di tutela del pilota, in questi anni, sono molto migliorati: è un dato incontestabile. Come è incontestabile che da pilota, Senna non sbagliava mai. Nemmeno a Imola. Rivedendo più volte le immagini, ho sempre pensato ad un guasto meccanico.

 

Cosa pensi dell’argomento “ragioni morali”, a proposito delle corse?

 

In passato, sono state messe in discussione le ragioni morali dei treni, quando una locomotiva sbuffante travolgeva il carretto del contadino: la società benpensante ha sempre opposto gli stessi argomenti.

Nel caso di Ferrari, per la violenza delle accuse a cui fu sottoposto, va ricordato che a un certo punto ha smesso di scegliere piloti italiani. Non ne voleva più: le mamme, le nonne, gli zii… e certi moralismi della stampa italiana, rappresentavano per lui un’ossessionante cappa funebre.

 

Non ti pare che con i recenti regolamenti, la Formula Uno cerchi lo spettacolo aumentando il rischio dell’incidente? Penso ai rifornimenti ai box, ai cambi di gomme…

 

Non credo a quelle teorie che descrivono il pubblico dei gran premi come un concentrato di disumanità. La maggior parte del pubblico ha paura del rischio che corrono i piloti. Un rischio che va ridotto al minimo, ma è inevitabile: perché in Formula Uno si mettono alla prova delle novità continue, mai ripetitive, mai completamente conosciute. La Formula Uno è ancora ricerca: prende moltissimo dall’industria aeronautica e trasmette altrettanto all’industria automobilistica di serie.

 

Non sono molto convinto. Non vedo quali benefici alla ricerca possano venire dal fare entrare ai duecento all’ora le macchine ai box per cambiare le gomme.

 

I rifornimenti ai box ci sono già stati, in passato: il pericolo viene dalla logistica delle piste, della maggioranza delle piste. Il pericolo, nell’automobilismo, è sempre legato strettamente a problemi tecnici. A cui aggiungerei l’eccesso di persone che gravitano attorno ai box: nel luogo del rifornimento e del cambio-gomme c’è una quantità di persone che non ci dovrebbero essere.

 

Dunque, non pensi che si voglia far divertire il pubblico accrescendo il rischio?

 

Penso che anche questo processo per la morte di Senna dovrebbe far riflettere tutti sul concetto di responsabilità. Le corse automobilistiche vivono una crisi: non mi sfugge che, oggi, lo spettacolo della Formula Uno è spesso noioso. Da qualche anno c’è poca competizione ad alto livello; le prestazioni sono troppo distanti, la Williams ha espresso un quoziente tecnico decisamente superiore alle altre marche; e troppe piste sono costruite in modo tale da rendere i sorpassi quasi impossibili… Montecarlo, come eccezione, ha una sua ragione d’essere: in un certo senso è un po’ la Mille Miglia dei giorni nostri.

Comunque, gli sport pericolosi hanno la possibilità di imporsi dei limiti. Nella boxe, che sinceramente detesto, vedrei l’obbligo del casco, e qualsiasi altra regola, per limitare gli effetti della forza bruta. Nelle corse, sarei favorevole ad imporre un limite di velocità. Non è un paradosso: la ricerca della velocità è quella socialmente meno utile. Come finalità sociale è addirittura un controsenso: “fuori”, sulle strade di tutti i giorni possiamo andare solo a 120-130 all’ora… Ecco, l’automobilismo, come sport del rischio, deve rimotivare la sua differenza dalla boxe. Il gran premio non è un combattimento.

 

Frank Williams ha dichiarato che se venisse condannato non correrà più in Italia.

 

Credo che Williams abbia espresso, innanzitutto, una giustificata preoccupazione per l’indebolimento del suo marchio. Ma lo ripeto: questo processo non era nemmeno da fare. Oggi la Giustizia, con molto narcisismo, si impadronisce di tutto. E finisce in prima pagina.

 

 

 

Zero in condotta, n. 32, 13 febbraio 1997.

 

 

 

Venerdì, 19 Aprile 2013 14:59

È tutto nero e perduto?

È proprio tutto nero e perduto? Tutto negativo, da scancellare, con fastidio, nella parte convulsa e iraconda contrapposta (che vorrebbe contrapporsi, mescolandosi e sbriciolandosi) al macigno di destra, che meriterebbe ben più durezza e profondità e novità riflessiva e argomentativa, superando le pagliacciate dei comici dozzinali e dei conduttori tv buoni per tutte le stagioni? Tutto è dunque nero, sporco di acredine e secchezza, rannuvolato e accidioso? E se sì, allora che fare? Dove stare? Ci buttiamo, in qualche modo? Non da un ponte, ovvio, non a mare, gettando le schede nel cestino come una lettera sgradita – e credo sarebbe come violentare la propria vita ferendosi a morte – oppure si vota turandosi il naso, secondo l’applaudito ammaestramento del nuovo guru ufficiale, il quasi centenario Montanelli, idolo e maestro per questa sinistra disinvolta superficiale e credulona? Mah! Vediamo, con qualche parola.

L’eccellentissimo D’Alema, tenutosi in naftalina per poi uscire alla grande, come un serafico santone, al momento di una drammatica occasione, entra all’improvviso in ballo per il maggioritario in Puglia, sottraendosi al proporzionale, lui presidente DS, senza avvertire nessuno, neanche il segretario del suo dilacerato partito; segretario che, intanto, è tutto intento a racimolare consensi per diventare sindaco di Roma. D’Alema, poi, aspetta per l’occasione dell’annuncio un momento emozionante, cioè di sedere con un bicchiere in mano nella trasmissione Porta a porta, condotta in modo disinteressato ed equanime da Bruno Vespa, per parlare con quella liquida supponenza, un poco annoiata, che di solito accompagna i geni quando sono convinti di parlare ai cretini. Parla anche dell’avvilente spettacolo della spartizione dei seggi. E proprio in quell’occasione tornavano alla mente, a chi ha tante primavere sulle spalle, le piazze zeppe di donne e uomini che venivano anche da lontano, scendendo dalle colline, radunandosi dai paesi della pianura; piazze riempite fino all’orlo; e quelli che parlavano, per lo più, erano persone che avevano segnata la vita e cavavano il sangue dal pugno stretto, per le cose fatte e patite. Gente umile, erano grandi come montagne.

Questi esemplari di un kennedismo imitativo e ripetitivo, che emozioni producono, che parole morte enunciano, smaniosi insofferenti afasici detentori di un eloquio affumicato come un tizzone che sta per spegnersi? E allora, ci buttiamo davvero da un cavalcavia, ingoiamo una manciata di pillole per raggiungere in fretta gli antenati, facciamo lo sciopero della fame fino a scomparire disfatti? Visto che non c’è una parola che suoni vera, una frase che non risulti sciatta e in giro non si vedono (non si ascoltano) neppure ombre di promesse non fallaci? E si ergono, come protagonisti, parolai ebbri, affetti da etilismo verbale, tanto da disamorare, tediando? In un tempo in cui, ripeto, Marx è stato buttato in cantina fra i topi e i rimasugli del carbone, e il nuovo papa della sinistra è diventato Montanelli, ironico e serafico?

Forse, è quel che ci meritiamo. Ma strizzando il gruppo ampio del potere DS, per esempio, non colerebbe neanche un goccio di stimolante fervore nel bicchiere vuoto della nostra speranza.

Ancora una volta: e allora? Dico che dobbiamo guardare i cassetti completamente vuoti, pensare e decidere che quel che conta, specialmente in questo momento, è il rispetto mantenuto e difeso per noi stessi e per la memoria di quanti (oggi dimenticati o solo rimemorati nella retorica di qualche interessata celebrazione), giovani e anziani, uomini e donne che con uno straordinario atto d’amore consegnarono la propria vita e il proprio sangue al vento della libertà e della vera giustizia e del vero futuro. A loro onore e gloria. Votare per questi e con questi. Si può non tanto votare per bandiere adesso stracciate nella polvere, buttate nella fuga da generali inqualificabili, ma guardando bene in faccia quell’uomo, quella donna, che allungano una mano per chiedere.

Una donna, direi: le donne. Forse sono il giusto sale per la miseria della vita politica in questo momento di grande turbamento; a loro può andare una motivata fiducia perché entrino in campo col mandato di lavorare a fondo, come sanno fare, come devono fare. Una donna.

 

 

 

Zero in condotta, n. 125, 9 aprile 2001.

 

 

 

C’è una grande miseria in atto, e c’è una grande disperazione in corso, la quale, come è (o dovrebbe essere) fin troppo chiaro, è alimentata dalla miseria che non dà tregua. E questo, a ribattere in concreto l’ottimismo generico dei politici di governo (D’Alema più volte: “siamo un paese ricco”). Miseria e disperazione genuina che coagulano, diventando una sostanza esplosiva di contrapposizione politica e sociale.

Così, mi pare che sia del tutto fuorviante collegare e legare fatti recenti con fatti lontani, andando a ripercorrere, con sintesi generiche, strade e conclusioni degli anni Settanta-Ottanta, ormai congelati o affondati nel mare della storia. Allora, rottami che affiorano? Nemmeno, direi. Oggi sono malanni collegati a diverse radici.

Per questo, vorrei appena ricordare (dato che in questo momento, tutto ciò che accade viene inserito dentro smisurati e svianti contesti) che il terrorismo ha due ragioni (due occasioni), una sociale e una politica. Ha una ragione politica, quando si è rivolto contro poteri di governo, contro ragioni strutturali di organizzazione politica e partitica, quindi ha finalità, ha obiettivi che si riesce a definire senza margini troppo vasti di errori o approssimazioni. Ha, invece, una motivazione sociale, quando è tutta la società nella sua organizzazione complessiva ad essere ragione e occasione di ripulsa e di attacco frontale. Questa ultima violenza, che si configura in una progressione lenta ma sempre più consistente, è la più difficile da definire, la più complessa, sia pure nell’apparente collocazione marginale e di base; infine, la più aspra da contrastare con i mezzi normali della repressione, a meno che non si scelga, non si voglia contrapporre fuoco a fuoco.

Ecco perché, a tutt’ora, le dichiarazioni e le conclusioni dei nostri governanti, a ogni livello, mi sono sembrate, in un contesto così drammatico, francamente avventate; di un semplicismo disarmante; esplicativo di un allarmante distacco dalla realtà profonda del nostro paese in questo momento (turpe) del mondo. Prendersela con, o riferirsi ai circoli anarchici e ai centri sociali, è soltanto la conferma dell’odiosa, tradizionale semplificazione di uno Stato arruffone, senza molte idee e, ripeto, senza un concreto rapporto con le necessità del Paese. E corrisponde, esemplificando, all’emissione di nuove tasse sulla benzina nei momenti di necessità finanziaria.

Ma insomma, la domanda che come cittadino avrei voluto ascoltare (con l’interesse di ascoltare la collegata risposta) era (sarebbe stata): “perché ora?”. Invece, hanno subito risposto: “perché oggi”.

In una società che da anni parla di finanza e soltanto di finanza, di tasse e soltanto di tasse, di aggravi fiscali e di sgravi fiscali, di pil e di pul, e in cui si è passati da un partigiano per presidente a un banchiere per presidente; in questa società, da tempo, non si sente proporre una diminuzione nelle spese militari. Tagli alle pensioni, sì; tagli all’assistenza medica, sì; tagli laceranti allo stato sociale, sì; mai all’acquisto di un carro armato, di un solo schioppo, di una pallottola. Valutiamo, anche solo economicamente, lo sperpero infernale al quale in vari modi abbiamo partecipato, in queste settimane di bombardamenti della Serbia: mentre la disoccupazione (fra assenza reale di lavoro, di lavoro nero, di doppio lavoro, ecc.), in ogni modo le statistiche la certificano come in aumento; mentre le industrie annaspano, sornione, a cercare soltanto aiuti e sovvenzioni.

Infine, diamo un’occhiata a Bologna, per un istante. Al problema di Piazza Verdi, mai in realtà risolto davvero, oggi si sono aggiunti i problemi di altre piazze, esplosi all’improvviso, sotto gli occhi di chi avrebbe dovuto antivedere. No, non è teppismo, almeno non è soltanto questo. Nel mare senza scialuppe dell’emarginazione, si affanna una umanità sempre più numerosa che è senza lavoro, senza presente, senza futuro, e addenta il mondo, allora, come si addenta un osso.

Per tutelare, sotto i nostri occhi, il Kossovo hanno spianato il Kossovo, costringendo gli abitanti a fuggire profughi a centinaia di migliaia. Si corregge un orrore, la pulizia etnica, con un diverso orrore, proponendolo (motivandolo) come intervento etico. Tutta forza, avendo capito quasi nulla delle necessità reali. Per le cose di casa nostra (una casa con numerosi puntelli, quasi fosse sinistrata), ogni onesto cittadino, io credo, si augurerebbe che l’intendimento dei governanti fosse meno arrogante, approssimato, e aggiornati piuttosto ai sussulti da vulcano di quella parte della società oppressa da problemi di sopravvivenza.

 

 

 

Zero in condotta, n. 86, 6 giugno 1999.

 

 

 

 

I GETTONI. Collezione di letteratura diretta da Elio Vittorini.

Torino, Giulio Einaudi editore. 1951 (N.° 1: Franco Lucentini, I compagni sconosciuti) – 1955 (N.° 43: Jorge L. Borges, La biblioteca di Babele): fin qui, e sono usciti tre o due la volta, senza periodicità regolare. In -16° (mm. 192x122); copertine di colore intero variabile, per gli autori stranieri altra copertina caratteristica; in ciascun volume «risvolto» critico del direttore la collezione, e in fine al testo indice aggiornato di essa.

 

Collana, filo che unisce perle, e suddivisione di lavoro editoriale e tipo librario, questo è, per figura e utilità, una collezione (letteraria). Anche quando è seriamente condotta – senza ambire le grandi avventure pubblicitarie, né vuol nobilitare la «casa» investita in imprese altrimenti fruttuose – non ha la forza di una continua ragione.

Quella intitolata “I gettoni” appare dissimile, né già nelle sue opere rispettabili, dunque, ma per qualità, qualcosa d’intrinseco. Arriviamo a definirla una rivista; il che è discutibile, ma apre a un’intelligenza dei motivi e dei caratteri di tale raccolta o ricerca.

Sta il fatto che “I gettoni” non sono un accidente editoriale, per quanto notevole o fortunato, o magari legato a un editore che s’impone o propone come un centro di attività, intellettuale; ma rappresentano nel dopoguerra una direzione, una esperienza indicativa, e di rilievo culturale, si potrebbe dire, non letterario (se fosse giusto, non solo necessario ora, così distinguere). E chi si mette dinanzi a “I gettoni” con la salda e buona idea che una collezione è comodo editoriale stabilirla, per la vendita (il lettore si orienta), ma importano a noi i libri egregi, trova qualche mistero qui, in questa: ed è portato a situarlo magari in un influsso del direttore, in un suo lavoro, fatto o perpetrato in qualche modo, di riflesso (e così svaniscono proprio le sue ottime e discrete intenzioni).

Il vero è che ora la critica contemporanea esercitandosi per lo più nei giornali di grande tiratura – con alcuni casi altamente singolari, dove il pubblico sprovveduto intende solo il gusto di un lettore sensibile (ma di serriana virtù, se mai) ed invece opera naturalmente tutto quanto si può immaginare di solido, sperimentato e sottile – di conseguenza, stando al giuoco, in tale sede non si affronta o quasi mai un tema che non sia riferibile a un libro. Ma andiamo certi che sia stato già intuito, anzi inteso, ciò che noi ci curiamo di svolgere qui.

Si deve anzitutto prendere in attenta considerazione l’attività di Vittorini. È egli forse il consulente editoriale, e, dichiarandosi, un avallo, malleveria, controfirma? È colui che si può vantare, parafrasando se è lecito scherzosamente una frase di De Robertis (che acutamente, e più di tutti, forse, ha tenuto l’occhio ai “Gettoni”), agli editori commerciali dicendo vedano questi signori quanto l’intervento della intelligenza sia pure commercialmente apprezzabile? O è un mago e régisseur, oppure un capomastro? Indubbiamente non ha solo portato una attività continua, direttoriale ed alacre, ma l’idea fondamentale dei gettoni: di qui la sua importanza non ordinaria. In quanto la collezione – che avrà pur anche una vicenda esterna, editoriale, che naturalmente ignoriamo, per quanto le occasioni pratiche siano spesso eccitanti e utili – è bene situata storicamente nella evoluzione di Vittorini, nella sua vita pubblica di uomo e scrittore.

Al Vittorini di «tessuto musicale», che «volendo investire una nozione di carattere generale» stima «più utile servirsi di personaggi fatti della materia stessa della poesia», postulato ancora nel ’53 da Bo [al Congresso siciliano]; o – sempre sciogliendo il nodo insito in formule come quella di «narratore lirico» – al Vittorini scrittore di crisi, narratore dell’ermetismo, con il suo «Beato chi ha da ritrovare», e che tenta «nella realtà un di più (ricordo, futuro, eternità)», tutto allusivo e di immediata, fulminea liricità, di tenerezza e di strazi e di patetico furore, come lo descrisse Pampaloni nel ’50, fermandolo così; se ne è forse sovrapposto un altro, pare a noi, nella libertà della nostra interpretazione; che si avvale di vari e piccoli segni, magari l’edizione illustrata della Conversazione, e specie i “Gettoni”, e quel ripercorrere le sue fasi con le ristampe delle opere giovanili, o le cure goldoniane; e, proprio, la forte incertezza degli ultimi libri editi, ove erano anche coraggiosi sbagli, con un sostanziale e alto rifiuto dei risultati acquisiti: e riuscivano essi stranamente estrovertiti, vi era latente una dilatazione enorme di un problema di fondo.

Poi nelle sue prove date recentemente, come stadi di officina o laboratorio per un romanzo in preparazione, e ci riferiamo al racconto-dialogo Lemeretrici, ci appare egli venuto a una saggezza architettonica di quasi classico segno; che nell’ampiezza e sviluppo del discorrere finisce proprio per opporsi al tono, a suo tempo affascinante, ma più sconcertante ora a chi rilegga, delle antiche conversazioni, che riproducendo l’animo dell’«uomo solo» ricadevano a ogni frase, con la coscienza di un rapporto difficile, nei silenzi.

Punto cruciale dell’evoluzione fu “Il Politecnico”, o, per dir più ampiamente, la politica: e dunque l’antifascismo, la Resistenza. Intendiamo, con l’indicazione “Politecnico” (fuori dei miti creati sul recente e già leggendario e già lontano periodico): qualcosa di più, nella coscienza, di un fervore morale; molto di più, come qualità, di una divulgazione quale s’intende in comune, essendo, per contrario, un investire pubblicamente il processo della cultura.

Un grande sforzo, ci sembra, che ebbe la molla in una nuova intuizione fondamentale del Vittorini: la rinuncia alle belle o pure lettere, e al loro «narcisismo» spirituale (rinuncia implicita, ma come sommersa, nel Vittorini precedente) per l’irruzione drammatica della storia, e dell’attualità, non più quella di «avanguardia» attenta ai motivi sottili del gusto, ma concreta e reale, nel complesso ambito interiore. Quindi un’obbligata posizione bifronte, un’atroce o ardua ambivalenza – quale fermentava, irrisoluta e presente, come dicemmo, i suoi libri di dopoguerra. – Da un lato la profondità interiore con l’amari aliquid che vi è (giunta alla disperazione, o alla fede) e dall’altro il mondo aperto; e pieno, nell’urgenza della pratica, pieno di diseredati e di schiavi, e ricco o gonfio di ogni possibilità.

Il «momento» che abbiamo visto in Vittorini nella nostra esposizione, preme in tutti – però egli ne è esempio: e con l’azione compiuta (“Il Politecnico”: “I gettoni”) se ne è mostrato, di coloro che si collegano alla letteratura dell’anteguerra, il più cosciente o preoccupato, o il primo avvertitore, o il più risoluto. – Ne deriveremo osservazioni minori: che dipende da ciò se si è più presto svolta con forza la «narrativa» (la quale era irrigidita, se si concede, da canoni propri o più propri della poesia, con debite e grandi eccezioni): occorrendo una «ripresa» della realtà. E addirittura: quando sarà la Resistenza l’argomento, sic et simpliciter, del nuovo racconto, la Resistenza con la sua enormità – rispetto all’artista o all’intellettuale italiano, divenuto antifascista, ma ermetico o con simile psiche – proprio allora il rapporto è smisurato. (Inutile notare di tali punti che, così abbozzati, vogliono essere quasi in «malacopia»). E di qui, nelle lettere nostre, il modo in cui potremmo forse precisare il neorealismo: movimento che significa l’immediato e semplice reagire, o risposta o adeguamento, della coscienza a simile situazione – che non vogliamo già concepire dipendente, né anche provocata, dai «fatti», ma insieme spirituale e storica. –

E ecco, dunque, accade che “I gettoni” si potrebbero collocare su un piano di conversione: di scrittori, letterati, alla politica (in particolare il ripensamento dell’esperienza antifascista), e di uomini di cultura non letteraria, o non di letteratura creativa, alla letteratura, col capitale o il bagaglio di un’altra preparazione. Si apre una zona ricca (non vivamente allarmante come sarebbe stata con una dichiarazione di principi, e tuttavia più cautamente, e dunque utilmente, operante) dove a base dell’opera letteraria, giuoca una conquista culturale e umana, o una visione reale e diretta. Conversione: mutamento di rotta, può essere semplicemente, e c’è chi lo segue, anzi fiuta il vento mutato; e può essere; scelta d’un altro iddio. In un caso e nell’altro, però, qualcosa di grave e senza ritorno, ma più fatale, se si vuole, od intuitivo che giudizioso, più elettivo (in principio) che pesato.

Certo si è che intanto fioriscono i gettoni insieme intelligenti e fallaci. L’esperienza culturale che comporta, e porta, un libro letterario da aggiungere ai volumi di studi; o, del direttore, le compiacenze o esasperazioni dimostrative (necessarie). Tutto ciò che nel magazzino dei gettoni sta cumulato come nelle imprese umane non semplici né definitive, ma complesse: in particolare un ricalco della singolare operazione di Vittorini, la nostra provincia in passato bozzettistica trasportata ad universale (ciò che perfettamente in modi diversi han fatto i grandi, e da noi Verga) con un «influsso americano» che ha lo stesso valore, puramente indicativo, di una «fonte» (ritmica, qui, e non di soggetto). Quasi si possa o convenga ripetere ciò che, in un modo, vale una sola volta.

Corre poi sugli autori dei “Gettoni” una generica – e pertanto ingiusta – od inespressa accusa di improvvisazione e di sommario lavoro. (Forse suggerita anche dal titolo, un po’ venturoso, estroso: i titoli, così dei libri come delle riviste, sono importantissimi e, bene o male, non sono mai sbagliati, avendo una loro fatalità; questo può suggerire un certo qual atto di irresponsabilità; ma forse c’è in parte un voluto rigetto di responsabilità, che, se pure più capriccioso che reale, è benissimo ammettibile, quando si pensi quanto è difficile il giudizio delle prime opere. E comunque va riferito anche a un proposito di «comunicazione», che, considerando come i gettoni siano opere di avanguardia e pure a contatto col pubblico largo, è importante). Di una simile tendenza a modi stilistici sbrigativi parlava, ma in generale, il Cecchi a preambolo degli atti del suo ufficio Di Giorno in giorno notando un grave offuscamento del «senso della realizzazione». Che non ha da confondersi naturalmente con la minuzia analitica o descrittiva del romanziere ancien-régime, sibbene colpisce una prosa che, forse per essere opposta alla freddezza magistrale di quella d’arte, è quanto non dovrebbe sciatta, affettando naturalezza, che è il contrario della semplicità; con una inclinazione alla retorica anti-letteraria. E vi manca assolutamente, usando altre parole autorevoli (del Flora ’51 a proposito di Pratolini di Cronache di poveri amanti, sia giusto per tale autore o no, e sono poi parole che ritornano nel metodo e nel gusto del Flora): «una più lenta elaborazione della frase e dei suoni che la compongono; non si chiede la politezza puramente esteriore; si chiede la necessità tonale, in cui si attua la più intima verità di uno stile». Incitando dunque a lavorare la prosa. Dove il lavoro (quello che dà il peso alle parole) sta anche, ci pare, avanti la prosa, cioè in una solida struttura mentale, e in una formazione intera, senza cui si rispecchia enorme nella prosa il difetto dell’uomo. Insomma, contro la giusta norma, per cui il buon «romanzo» deve nascere dalle avvenute relazioni, e vivere di un «mondo», piccolo o ampio, intellettuale e morale, qui ne “I gettoni” sta spesso una particolare e tutta immediata vivacità (con un suo motivo, tuttavia, di cui dicemmo). Ma nell’accusa c’è in taluni forse un lamento dispettoso, anche, come se il nostro tempo fosse facile: mentre è stato di transizione e di ricerca, e solo i ben piantati resisteranno ai prossimi venti. Ed il processo di formazione di un ingegno è oscurissimo, e quanto più lento, faticoso, amaro, tanto più ricco: ma vi sono – ed è giusto che appariscano – gli adolescenti prodigio. Il sommario lavoro di cui parlammo è allora il difetto di un manchevole noviziato, umano e artistico: che quando manca, se ne possono incolpare una quantità di cose che «bruciano»; e però anche deriva da un fatto più buono che tristo: il rigoglio della narrativa nel dopoguerra, in parte con certe caratteristiche di crescenza rumorose e illuse. Nella collezione in particolare, sembra poi che si partisse puntando sull’«opera prima», quella che si andrebbe a ricercare ad autore già clamato (e quante stampe mediocri, di provincia, clandestine senza volerlo, o a fogli volanti, hanno invero i classici!) poi ci fu certo una volontà di maturazione, anche per non decrescere, dopo i primi numeri considerabilissimi.

Non possiamo, né dobbiamo, fermarci qui ad esaminare particolarmente i volumi. Noteremo invece che «mediocri» (in senso oraziano, e qui d’intelligente volontà) e assai schietti riescono i cronisti del loro tempo e luogo: il lager, la ritirata. Una concretezza che vale d’esempio; dato ai «fabulatori mitomani», come prendere la cittadella del reale. Ma (non parlando, già, del pregio formale a cui può un’opera esser giunta) il tono proprio della cronaca, anche quel tono davvero casto e fermo, che non vuol dire di giorni eccezionali ma reca magari l’apparizione di una «domestica», non ha il potere poi (come in un facile film di Emmer) di risolvere per la sua «serietà» i nostri vizi segreti, i nostri individualismi, facendoli sparire: i nostri vizi, magari borghesi, i «peccati» con il bisogno di vita che racchiudono, e le nostre passioni «sotto la volta del cielo».

Lasceremo i gettoni tornando un poco sulla idea generale: ad osservare, grosso modo, come si vedano due contrapposti filoni tradizionali. Quello interiore, della memoria e della «recherche» proustiana, del ritrovamento di una «durata» – o di una ragione – nel tempo perduto; oppure dell’atroce metamorfosi e della tana di Kafka, del misterioso castello; oppure della precisa esasperazione trascrittiva della corrente segreta (Joyce): con la limitazione, per esso, che la vita intima più non conclude, abortisce, come argomento. E quello del romanzo storico, non inteso più già come ricostruzione obiettiva (impossibile da quando, personaggio o no, è in evidenza, quasi soggetto nella conoscenza, l’autore) ma come studio di sviluppo, delle prove di una vita e delle scoperte di una coscienza: la storia dell’uomo che cerca di realizzare se stesso. Ciò, naturalmente, nell’ambito del «romanzo» inteso, com’è giusto a rottura avvenuta da un gran tempo del costrutto anticamente tradizionale, quale genere o forma con ogni possibilità, ovvero con qualunque specie di ordine. Questi filoni oppositi non possono certo essere astrattamente riuniti in una coincidenza; possono dare od aprire insieme, per atti sempre più cauti che grandi, e insistiamo su questo, una conclusione particolare, e calcolata, insieme, intera. (Come, qui, l’ultimo Calvino, e Cassola).

E secondo noi, noi di “Officina” se si può dirlo, il problema è congiunto in modo strettissimo con quello della poesia. Non è giusto affatto affermare che è rispetto alla poesia che si propongono i temi fondamentali della spiritualità di un tempo (mentre, e si dovrebbe citare molti e molto stimabili, la narrativa ha trovato così larga e pronta discussione, e per i gettoni e per l’altre «maggiori» e nuove opere, cui, non discorrendone, qui per forza ci riferiamo anche). Ma è giusto dire che in suo rapporto si ripropongono e illuminano. Anzi a un momento, in cui si pone il compito ideologico, di contenuto o struttura, nella poesia, è corrisposto un siffatto bisogno nella narrativa, già condotto innanzi nello sforzo di chiarezza. Mentre è avvertibile per entrambi, poeti e narratori, sempre quell’errore possibile della divina mania cui si possono applicare sempre le spietate parole socratico-platoniche della “Apologia” («dicono molte e belle parole, ma niente hanno capito e sanno delle cose di cui parlano»). Gli uni e gli altri – c’è pure il romanzesco fine a sé, come pericolo, l’immaginazione in luogo della fantasia, e pasto ai lettori mai sazi di evasioni – hanno il dovere di una esperienza razionale, di una intelligenza storica. Per uscire, cioè rendersi conto, della matrice contemporanea: e (a parte rotture o fratture e simili accidenti di cui può capitar di discorrere) riavere un’ampia visuale e insieme ritrovarsi nella realtà, intendiamo nel mondo storico: che è un realismo, senz’altro, senz’accentuato nèo veristico, e senza scartare la dimensione interna che è pure «reale», fino a quel punto in cui serba il rapporto con l’esterna realtà in cui l’uomo si integra.

Se par che nulla o ben poco abbiamo notato dei singoli autori pubblicati coi gettoni, ci siamo sforzati di toccare ciò che ha importanza in tutti. L’esempio e la cura di Vittorini, con la sua caratteristica e lata e ricca disponibilità, è stata ed è agitatrice di un’attiva e interna incertezza, stimolante inquietudine: e si è «compromesso» anch’egli ricercando e facendo da guida per il nuovo, non proprio «nuovo», ma in continuità e sviluppo dalla tradizione, quella cioè recente, che egli pure significa (non abbiamo avuto, tale, un poeta).

Dei giudizi che regolano o nutriscono siffatta sensibilità alcuni si illustrano in frasi dei suoi «risvolti» (che talora sono provocazioni ai critici): come: «mentre uno scrittore rappresenta ora tutti, ora (purtroppo) nessuno, un intellettuale rappresenta sempre, se sincero, la categoria cui appartiene»; o dove di qualcuno dice che «non sarebbe mai capace di scrivere di cose che non gli fossero accadute», così ponendo limiti o segni, riguardo al lavoro che ha fatto, e che gli è venuto fatto, come, delle cose bene incominciate, si può dire.

Certo le sue esatte ragioni critiche si danno come «avanguardia» (o di ciò risentono, o riaccettano, qualche rischio). Intendiamo, per essere precisi, quello spirito d’iniziativa incline, piuttosto che ad elaborare i dati, e le grandi correnti della storia, in cui siamo immersi a vivere e a pensare, e i termini nazionali di una cultura, a scoprire una contemporaneità di sentimento nel mondo europeo. E che compì (magari opponendosi a certa critica «professorale» ed anche all’unità carducciana e poi al sistema e metodo crociano) lavoro critico, corrosivo o rivalutatore, con le preferenze di lettura: anzi negli estremismi così in rotta con la storiografia, da non svolgere affatto i suoi rifiuti, e pure così schietta da poter mettere in una semplice citazione o richiamo il senso del ritrovamento di un «classico».

Sia dato a Pavese (un poeta insoddisfacente ma innovatore prima, e poi passato alla storia sotto un emblema fatalistico di «destino» personale e quasi lotta col demone) il merito di aver primo e anche acremente criticato, in suoi scritti, e tra i vivi appunti utilitari sovrabbondanti nel diario, la «avanguardia» letteraria e i suoi valori: ma andando bene a fondo anche in questo, il poeta l’ha poi ritrovata tutta cruda in sé.

Invero il modo di procedere, la sensibilità e la mentalità, anche felicemente acuta e anche di senno «riposto», della avanguardia non è più nostra (a motivo dei trascorsi anni); ma le va naturalmente riconosciuta una – da lei pregiatissima accrescendo il suo significato – autenticità; e una ragione storica (non affatto un puro buongusto). E da essa si è svolta, superando i termini della sua stessa posizione, quest’attività singolare e senza riscontro di Vittorini; dove l’avanguardia letteraria si è tramutata – o ci sono tutte chiare le premesse per ciò – in altra, culturale, che è lecita, anzi necessaria, in confronto anche alla storia, a ogni momento di essa, ed attuale è in quanto è forte di una coscienza storica, in cui si tempra.

E dunque (pari a una efficace rivista o movimento) ha intuito e costruito un clima spirituale (se non una cultura che richiede una più larga esplicazione critica, studiosa): che è sempre condizione di buone opere, quasi mediatrice fra vita e letteratura, ed «ambiente» comune. Dove gli altri, i partecipanti e i cresimati qui, dicono ed espongono vivaci esperienze e volontà, che partono da una situazione storicamente simile e personalmente circostanziata. E dove ciascuno fa contare (magari fino a dichiararsi contrario a qualche tono o pericolo della collezione medesima, come Calvino di recente in un ampio «allegato», che nei suoi temi e nelle sue negazioni ha la forza e i giusti puntigli che soli delimitano una propria poetica) fa contare, incalcolabile, un «più».

 

 

 

Officina, n. 4, dicembre 1955.