Super User
Non posso cancellare la Merica
1. La Merica è quella cosa che non riesci a nasconderla in tasca. Quando ci arrivai la prima volta nevicava nevicava nevicava nevicava dal Missouri al Nebraska. La neve della Merica non è uguale alla neve d’Italia.
Qua è rossa là è gialla.
La nostra si taglia col coltello quella si beve nel cavo della mano.
2. La Merica è quella cosa.
La Merica è quella cosa dove Bukowski gioca le corse al trotto dove non c’è il lotto e dove le donne mericane fanno sempre il conto della spesa.
Dicono: “Sono giovane, voglio divertirmi. Ah, se tu fossi diverso. Ti sposerei stasera. Ma vivere senza prospettive, mi chiedi troppo”.
Poiché avevo un impiego ho sposato una donna americana. Divorziai nell’anno ’48.
3. La Merica è quella cosa che assomiglia all’Europa solo per la seguente canzone: in prigione in prigione e ti serva da lezione.
Lì ci resterai perché sei povero e non hai la cauzione.
4. La Merica è quella cosa dove c’è l’uomo mericano terribilmente bianco. Dove l’uomo nero è tanto nero che nella notte non si vede. Dove il protestante, l’anglicano toccano il cielo col dito.
Infine c’è l’uomo irlandese e l’uomo italiano soltanto cattolici.
5. La Merica è quella cosa dove c’è chi moltiplica i pani. MA ci sono anche uomini e donne che seguono il rapido stingere del sole e mentre il mondo si spegne non dicono neanche una parola.
Perché nessuno li aspetta.
6. La Merica è quella cosa dove non c’è neanche un goccio d’acqua ma tutto è benzina.
La Merica è la solitudine di un bufalo in pascolo sulla collina. La Merica è il rumore della Merica.
La Merica è il suo silenzio liscio come lo specchio dove ti fai la barba. Ha mille luci accese sopra città abbandonate.
La Merica è quella cosa che dipinge di rosso anche le labbra dei morti.
7. Io sì che ho veduto la Merica quando galoppava sulla schiena di una balena. Oggi l’odore del cuoio è scomparso. Oggi è il tempo della terza glaciazione.
8. La Merica è quella cosa che si crede tutto e tu niente. Per questo ha presunzione, non amore. Forse ha molto dolore.
9. Ma la Merica non è il mondo.
La notte è tanta
La notte è caduta
night is fallen
die Nacht ist hereingrebochen
sereno de notte, nen vale tre ppere
cotte
lu mule se sònne tre vvòte la nòtte
d’accìde’ lu patròne
e ll’asene de derreparle
la nòt porta cunséii
la notte è bella è lunga è propizia
agli amanti
la notte stellata senza vento tempestosa
la notte interminabile è una cosa da contare sulle dita
la notte dei tempi
la notte in cui
questa notte striscia via lenta lenta
ha da finì a’ nuttata
a’ nuttata è finuta e poi?
la notte del medioevo
bene ma io in che notte sono?
la notte dei lunghi pensieri
la notte dei lunghi coltelli
la notte che precede una battaglia
spalanco una finestra e respiro il
fiato buono della notte
si ascolta il suo silenzio che non si accompagna ad altro
suono o rumore che non sia il silenzio
solo una foglia si scuote nella notte
nella notte laggiù oltre alberi e
alberi un cane abbaia
nella notte sul viadotto transita
troppo veloce un tir targato CT
nella notte in quella casa è nata una
bambina
un vecchio al buio conta le ore nel cuor della notte
LA NOTTE
bella di notte
camicia da notte
buona notte al secchio
dal giorno alla notte
peggio che andar di notte
notte brava e canto notturno di un pastore
partita notturna
nottolino
nottolone
era di notte l’ora bella quando lui è partito
erano le prime ore notturne momento
magico del mondo quando
lei è arrivata
che notte ragazzi che notte
sembrava la fine del mondo
io quella notte
LA PRIMA NOTTE DEL DUEMILA
Il solo modo di parlarne è leggerlo e discuterlo
In questa occasione preferisco ridare il testo pubblicato il 4 novembre 1975 sulla pagina regionale de l’Unità. Non commemoravo Pasolini, non lo rimpiangevo; testimoniavo per lui, dandogli atto. È ciò che faccio ora, con la convinzione della ragione.
Così la vita di Pasolini si è conclusa, con una esecuzione; e la fotografia di quel corpo massacrato e straziato, lì per terra, adesso gira il mondo. Un odio teleologico ha mosso, per colpirlo, non una mano ma tutte le mani e ha fatto tacere una bocca che parlava alto, nella giustezza dei segni e dei tempi. L’avevo appena scritto e adesso, lo ripeto: più avanti di tutti e diverso da tutti, in questo ultimo anno Pasolini aveva riacquistato quella formidabile tenera aspra lucidità onnicomprensiva che gli era un tempo caratteristica; una tensione culturale così stimolante nella direzione dell’invenzione ideologica e dell’aggressione con strumenti diversi dalla realtà (da lui recuperata con ricognizioni sempre nuove, a cerchi sempre più concentrici e stretti, stimolanti soprattutto nel senso dei reperti e delle indicazioni) da appaiare questo suo momento all’altro, ormai definito e sembrava ineguagliabile, che l’aveva condotto a comporre e concludere “Le ceneri di Gramsci”.
Ripeto inoltre che non si sarebbe in alcun modo capito per il verso giusto Pasolini corsaro se non si ritrovava la chiave riaprendo le pagine di allora. Così, a confermare un destino straordinario, i suoi ultimi pensieri, scavati nel vivo di questa realtà, si riannodano (svolgendosi) agli inizi di un lavoro culturale di straordinario vigore.
Io non voglio commemorare un amico; cento baroni nostrani stanno già intonando il compianto con la voce grossa. Per me il solo modo di parlare, oggi come ieri, credo che sia quello di leggerlo e discuterlo, e di continuare a farlo come fosse vivo. Perché Pasolini è vivo.
“La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore. È lui che deve rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta. È lui che deve ricongiungere passi lontani che però si integrano. È lui che deve organizzare i momenti contraddittori ricercandone la sostanziale unitarietà”; cavate dalla nota introduttiva degli “scritti corsari”, queste indicazioni suggeriscono il modo corretto, da quasi nessuno accettato perché ciascuno accecato da una sorta di ottusa faziosità, per “usare” i molti e vari interventi raccolti nel volume; per tradurli in stimoli concreti, per ricercare i nessi di un discorso che solo alla superficie pare disarticolato, smosso, interativo.
A pagina 157 si legge infatti, ripetuta con evidenza, una conclusione alla quale di continuo ogni intervento stimolava: “per inerzia, per pigrizia, per inconsapevolezza – per il fatale dovere di adempiersi coerentemente – molti intellettuali come me e Calvino rischiano di essere superati da una sorta di reale che li ingiallisce di colpo, trasformandoli nelle statue di cera di se stessi… il potere non è più difatti clerico-fascista, non è più repressivo. Non possiamo più usare contro di esso gli argomenti a cui ci eravamo tanto abituati e quasi affezionati – che tanto abbiamo adoperato contro il potere clerico-fascista, contro il potere repressivo… Il nuovo potere… si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote sconsacrazioni, non gli serviva più”. Questa citazione esemplifica la densità degli interventi di Pasolini corsivista, cioè di Pasolini “politico”, confermando il suo trapasso di campo, il salto di qualità “interpretativa” da lui compiuto, e di cui era, con l’angoscia dell’isolamento, consapevole.
Il discorso sul potere diverso, che è il potere nuovo; il discorso non più sul ruolo “nuovo” ma sul “nessun” ruolo affidato all’intellettuale che si ponga fuori della politica e che, quindi, mantenga innaffiata la vecchia diaspora (che tanto serve e tanto rincuora) di politica e letteratura, di politica e cultura, ecc., insomma tutto riducibile agli orizzonti stremati di una cultura in disuso. L’urgenza ribadita, come stimolo non rimandabile, per dar respiro e vigore (nonché rigore) al dibattito, per renderlo più utile e più giusto nel senso della correzione di errori e distorsioni, di chiamare in causa gli altri, tutti gli altri, di invitarli a parlare, a discutere: “infine, quanto alla mia opinione non aspetto altro che mi si convinca che è sbagliata” (p. 142).
Ma al suo pensare “fondo”, al suo procedere e cercare, al suo rivolgersi e chiamare nella direzione di problemi affrontati e discussi con una novità e aggressività argomentativa sconosciuta da noi, come si rispondeva? Da ogni parte? Su «Paese Sera» di giovedì 23 ottobre: “con i suoi patetici rimpianti, i suoi crudeli paradossi, Pasolini finisce per fare soltanto della cattiva letteratura”. Dunque non politica, ma letteratura: non sondaggi a viso aperto e a mano nuda nel reale ma ancora e sempre espressività, fantasia, umori, estri. Cioè un qualche puro divertimento; una qualche pura mistificazione. E proprio mentre fra le sollecitazioni stimolanti dell’ultimo Pasolini c’era quella di ricominciare a pensare (e a pensare sulla realtà, cioè politicamente) prima di scrivere.
Ma tutti l’abbiamo lasciato morire solo, in quel modo che è politico. E adesso lo rimpiangono in quel modo, che è letterario. Solo letterario. O privato.
La tenerezza vitale di Pasolini
Sulla sua faccia, sicura e furente, dissolvenza.
(P.P.P., San Paolo, pag. 72)
Ripeto in breve e con convinzione quanto ho scritto in occasioni recenti, appuntando alcuni problemi nei quali Pasolini non solo era coinvolto ma che agitava con la foga di un protagonista.
1. La tenerezza vitale di Pasolini è stata continuamente aggredita dall’arroganza di un tempo che non la tollerava. È infatti incontestabile che Pasolini fu escluso dal suo tempo, anzi fu tenuto escluso e di continuo ribattuto con durezza e con risentimento ogni volta che proponeva un contatto o un’offerta di collaborazione, mettendo sul tappeto la propria rabbia di conoscenza. D’altra parte è vero che Pasolini subì il dolore di questa esclusione come un’offesa che lo sopravanzava ed era fatta alla ragione e alla purezza (intesa come giovinezza) della vita.
«Il fondo del mio carattere (è Pasolini che parla) non è il malessere, bensì la gaiezza, la vitalità, e questo io paleso non solo nell’opera letteraria ma nella vita stessa. Intendo per vitalità quell’amor di vita che coincide con la lietezza. E gaia, vitale, affettuosa è nell’intimo la mia natura: son le continue angosce oggettive che ho dovuto affrontare che hanno esasperato gli aspetti del mio malessere». Un contrasto, una esclusione: una tensione emotiva nevrotizzante, dialettica, che si esercitò fino dai primi atti ufficiali di questo autore. A partire dalla vicenda friulana che lo vide conseguentemente: a) emarginato nella sua terra; b) contrassegnato fra la sua gente; c) espulso dal partito nel quale militava. Vicenda che si può definire atroce soprattutto per i bassi risvolti di una polemica rissosa e paesana (fra cellula e sacrestia) che l’avevano suscitata e alimentata e che lo costrinsero alla fuga verso Roma. Una fuga lungamente senza ritorno. Dirà nel 1965: «Son tredici anni che non capito in Friuli, se non per fughe di un giorno. Non ne so più niente».
Questo episodio è il momento nodale nella bibliografia di Pasolini e si aggancia alla morte del fratello partigiano. Pubblicamente vilipeso come corruttore dei giovani, Pasolini sottostava all’improvviso al saldarsi di una duplice condanna. Una era la definitiva esclusione da parte cattolica, che lo considerava un transfuga irrecuperabile e lo contrastava come un doppio avversario; la seconda, quella d’essere considerato un inquinato da parte comunista. La sua omosessualità, in quella Italia dai codici tradizionali, spaventava e indignava. E il moto di riflusso continuò fino all’impatto con il primo romanzo di Pasolini: Ragazzi di vita; contro il quale buona parte della critica marxista si esercitò in un rifiuto violento, moralistico, poco argomentato. E poco convincente. D’altra parte a me è sempre parso che il marxismo di Pasolini era una sua invenzione. Voglio dire: per fortuna. O si può dire meglio: era una sua personale rivelazione. La componente mitica (o mistica) della straordinaria intuizione o, se si vuole, dell’ansiosa invenzione marxista di Pasolini, è stata poi una connotazione caratterizzante depositata ne Le ceneri di Gramsci e incanalata nelle opere seguenti. Ma già ne Le ceneri il marxismo è ricerca di una innocenza perdutasi in generale e che va ritrovata a ogni costo per riappropriarsene con una fame privata, tutta intima e straziata. Quindi è ricerca di verità sociale più che di giustizia sociale – e nella verità è compreso anche il capire.
2. Dunque: bisogno continuo di innocenza. Ma non tanto di una innocenza della memoria (per le cose e i fatti già accaduti), quanto di una innocenza delle cose; e delle cose che stanno accadendo o stanno per accadere. Riportarsi e paragonarsi all’ordine della natura. Tale ricerca si traduceva in una sperimentazione vitale continua, ossessiva (la sua insaziabilità nel fare, nel cercare, nello scrivere, nel parlare, nel non rifiutare qualsiasi pubblico contatto. Dirà: «Questo dare accade mio malgrado, per le vie che non sono tipiche dell’estroversione, e inconsciamente. Alcune forme esibizionistiche ci sono evidentemente in me, ma in quel profondo che non implica responsabilità; fanno parte dei miei traumi, della mia psicologia patologica e io non le domino»).
Quindi il marxismo di Pasolini (qualche volta? spesso? sempre?) è anche invenzione di questa innocenza; la sua continua ricerca e il suo continuo rimando. Conseguente è anche il suo bisogno affannoso di definirsi, per la necessità mediata di darsi un appiglio. «Sono, come dire, gramsciano. È una definizione possibile? Comunque la mia indipendenza non è né voluta né amata; è coatta e dolorosa. Vorrei poter scegliere», scriveva in una dichiarazione del ’55. Altrove, e in quegli anni, si definiva ideologo e poi marxiano. Ideologo, quindi disposto più a definirsi per discutere che a discutere per definirsi. Ma è dalle pagine tutte conclusive de Le ceneri di Gramsci che si ricava una descrizione sotterranea della rivoluzione di una attualità, a mio parere, sconcertante.
3. Ho detto: tenerezza vitale. Ho detto: ricerca di innocenza (una ricerca continua, ansiosa, per trovare una possibile felicità nell’ordine di questa innocenza senza strazio e senza ferite). Adesso aggiungo: una memoria ferocemente assolata, sempre in piena luce, per gli anni giovani in quel posto del Friuli e per gli anni della prima maturità; una dolcezza per questa memoria, che si era ormai trasformata nella disperazione. Non in una disperante disperazione. (Lo so anch’io che l’indicazione, così, è soltanto sommaria).
Uso due aggettivi per indicare quella dolcezza, perché essa era sfaccettata, varia, ilare ma anche incenerita per l’ombra sfuggente di se stessa; perché cercava sempre e inventava, scopriva, ascoltava, contemplava; era complicata oppure libera e senza una nube; in contrasto continuo fra una grande liberazione e una nuova oppressione. Uso invece un solo aggettivo iterativo per la disperazione perché era allo stato puro (quanto di più terrificante può capitare a un uomo). Tale disperazione non consente neppure il suicidio – perché il suicidio, in questo modo, è una liberazione ed è la scelta di questa liberazione – lascia soltanto l’attesa della propria morte o di essere magari un ucciso in un modo ignobile: dalla vita, dalle cose, dal peso di un male che preme.
Questa attesa è stato il momento che ha reso terribile ed esemplare l’ultimo periodo della vita di Pasolini; carico del peso di un insegnamento pubblico e di sollecitazioni generali di cui il tempo gli darà senz’altro atto. Oggi l’insieme delle cose compiute e il respiro dell’uomo sono troppo vicini per consentire un giudizio libero, non vincolato. La faziosità e magari una scriteriata eccitazione sono il connotato della cronaca. Anche quando la cronaca si finge attenta e scuote perfino le campane per un improvvisato giubileo. Non è questo che si deve a Pasolini. Si deve invece ristabilire questa semplice verità: che nella cultura lo stato d’assedio è permanente. E considerare, in generale, l’uso e l’abuso che il nostro tempo fa dei personaggi illustri, mescolandoli e scolandoli in ogni modo, così che la manipolazione alle volte neppure affiora mentre i soggetti in questione sono scorporati e ridotti in briciole. (Come non invidio Pasolini non invidio neppure Fenoglio, per esempio, in quanto la buona vita di entrambi è diventata o sta diventando il surgelato per le sarabande dei gabinetti universitari di filologia contemporanea. Io voglio soltanto cercare di capire e via via discutere).
4. L’uso e l’abuso, secondo la norma, inserisce di prepotenza l’intellettuale al centro di calcolate pressioni o di piccoli ma precisi ricatti. Il così detto Potere ha bisogno dell’intellettuale solo e in quanto ottiene, alla fine, la facoltà di strumentalizzarlo; o una delega; oppure, se questa delega non c’è ancora, una promessa di poterla presto ottenere. La strumentalizzazione dell’intellettuale (l’uso esplicito della sua collaborazione e del suo servizio) si svolge attraverso operazioni e atti codificati, quindi nell’apparente ambito di una libera scelta; egli potrà e dovrà inserirsi nei canali della comunicazione gestendoli con una libertà apparente o magari con un disaccordo apparente nei riguardi dei codici ufficiali; importa solo che la gestione dell’operazione resti in mano di chi può o potrà provvedere a restringerla o a interromperla. Credo che Pasolini abbia ottenuto una di queste concessioni di larvata autonomia, o di indipendenza a doppia faccia, all’atto della sua collaborazione al Corriere. Credo anche che questa concessione, corso degli anni ’50 e ’60 gli sarebbe stata negata. È la fase del regista che apre una feritoia all’opera del saggista e del poeta.
Ad ogni modo anche l’uso di questa collaborazione fu manovrato con la tecnologia organica al sistema. Ci si limitava a far corrispondere, a ogni intervento di Pasolini, un altro del tutto contrario, oppure che lo correggesse, oppure uno limitante, oppure uno strafottente – da parte di baroni, notabili o personaggi credibili.
Pasolini pativa il peso di questa situazione contraddittoria (normalmente contraddittoria), secondo la quale da una parte era accettato e magari anche genericamente o tatticamente adulato; mentre dall’altra era tenuto in una situazione di emarginazione che lo legava ai giorni del Friuli. E così era: presente a tutto, in fondo egli gestiva niente, nel senso delle cose del potere. Le piccole concessioni gli erano ribattute attraverso le aggressioni continue delle denunce, dei processi, delle censure.
5. Poi è accaduta la fine. Non starò a esprimere orrore né a ribadire che tali uccisioni in ogni modo sono sempre per mandato, come è accaduto per altri instancabili persecutori dell’odio ufficiale. I modi della rappresentazione possono essere mille. Ma una volta che è stato ammazzato la società ha cominciato a esorcizzarlo cercando di inglobare anche questo anticorpo. E ha allestito i ceppi ufficiali, le corone delle lacrime, gli interminabili bla-bla da Trapani a Domodossola per mezzo di tavole rotonde, dibattiti, retrospettive, letture, temi in classe, compiti della mamma. E ha preso a coprirlo acriticamente con una misticanza di lodi (spesso) e di parole (sempre) tali da assatanare un santo. È dunque urgente prendere atto delle necessità di ridurre il discorso e i riferimenti a un giusto disegno per rileggere Pasolini con una mediazione critica non più ripulsiva o agiografica ma controllata metodologicamente dall’intelligenza della ragione. Perché si possano cogliere dentro alla sua opera i nessi sottili e certe conclusioni che appaiono esplosive.
Pasolini non è stato un intellettuale che si è appropriato della cultura ma un uomo che ha vissuto i problemi della cultura del suo tempo partecipandoli fino a morirne. Questo definisce anche la sua instancabile ferocia nell’aggressione del reale; la sua fame di realtà e di verità vera; il suo bisogno di cercarla in ogni momento. Anche il suo eccesso vitale. E la sua insaziabilità di linguaggi.
Pasolini: un radicale non-radicale
Contrariamente a questo sosteneva Camon, mi pare sul Giorno, in una commemorazione per altro giustamente commossa, non credo proprio che ci si debba sentire orfani di Pasolini. Un poco colpevoli per qualche cosa non compiuta nei suoi riguardi, forse.
La scomparsa di Pasolini è fuori dubbio che ha lasciato un vuoto di lettura e di partecipazione non ancora colmato, nell’ambito del giornalismo di idee, dall’improvvisazione di altri personaggi che si sono proposti e si dispongono. Certo: Pasolini «corsaro» è raccolto in volume e quindi è da leggere intero, se si vuole; ma altrettanto valido è il gruppo dei problemi che lui ha aiutato a individuare, circoscrivere, riconoscere e che sono ancora insoluti. Non solo: ma restano lì appiccicati a mezza via, perché nessuno più ci si impegna sul serio dentro. Uno di questi problemi in primo piano si riferiva ai «diritti civili» e faceva capo ai radicali. Credendo che torni utile riscontrare tutto ciò, accetto anch’io di stendere alcune considerazioni da lettore onesto.
Il radicalismo di Pasolini era qualcosa di approssimativo, di molto approssimativo, come il suo marxismo. Ma era anche pieno di rabbia giusta e di una giusta verità. Quindi era giusto e utile in particolare e in generale e per questo possiamo, anzi dobbiamo, parlarne. Riconoscendo subito fuori dai denti che nell’ambito della cultura ufficiale le quotazioni di Pasolini, in questo momento, sembrano decrescere; con la stessa intensità con cui sale l’attenzione dei giovani nei suoi confronti. Ho parlato di approssimazione, che è certo un limite ma è anche un merito se è determinata dalla convinzione di non volersi dare impegni troppo teorici e argomentati e di non calcolare, volutamente, la necessità di strumenti specifici politico-ideologici per affrontare determinate questioni. Gli bastava la «sincera ansia democratica»; gli basta di agire e pensare «in nome di una reale tolleranza», come scriveva nella sua lettera a Pannella pubblicata sul Corriere della Sera del 18 luglio 1975. Nello stesso contesto sono da indicare altri due punti di rilievo: il riferimento ai potenti democristiani che «accettano e assimilano imperturbabili, e ormai consapevoli, il cinismo della nuova rivoluzione capitalistica (la prima grande rivoluzione di destra): e ciò li rende perfettamente nuovi e moderni, i più nuovi e moderni di tutti». E la conclusione parziale: «tuttavia è chiaro che ciò che, oggi, conta individuare e vivere è una obbedienza a leggi future e migliori – simile a quella che, dopo Piazzale Loreto, è nata dalla Resistenza – e la conseguente volontà di ricostruzione». Fondare la possibilità di questa obbedienza, concludeva Pasolini, «è il vero nuovo grande ruolo storico del Partito comunista italiano ma è anche tuo, anche dei radicali, anche di ogni singolo intellettuale, di ogni uomo solo e mite».
Questa è una indicazione realistica (metodologica) che sfiora appena le ragioni del sentimento per trasferirsi subito sul terreno di una pratica politica che chiede sì impegno ma soprattutto durata, fatica e magari fuoco (cioè, la tensione prolungata) della riflessione. Con la conseguente capacità e volontà (una indifferenza faticata) di essere anche impopolare; cioè di proporre tesi o conclusioni contro la norma delle buone usanze ideologiche in corso. Ma il grosso di queste idee-conclusioni, organicamente disposto in otto paragrafi, Pasolini lo trasferì nell’intervento letto al congresso del Partito radicale, tenutosi a Firenze, se non sbaglio. In quell’occasione, offrì due affermazioni precise: «Sono qui – disse all’inizio – come marxista che vota per il Pci e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali». E alla fine concluse: «Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi; il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi; e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare, a bestemmiare».
C’è rigore nell’identificazione fatta del ruolo dei radicali dentro il contesto italiano; un contesto impantanato nella melma del ritualismo arrogante di ogni genere (a livello di potere). Non aggregato, libero, agile pattuglia d’avanguardia, il radicalismo è vero, è verissimo che ha da svolgere la sua funzione ineguagliabile di cane da guardia e d’attacco per i diritti civili: diritti che, si badi bene, non sono quelli che ci servono ma quelli che noi dobbiamo volere che servano ai nostri avversari. E che sono tali, affermava Pasolini al paragrafo terzo del suo intervento, nella loro utilità di fondo, solo se sono diversi; se sono diritti nuovi; e non quelli che promuovono, possono promuovere al rango di coloro che questi diritti li hanno già. Perché così c’è solo un adeguamento alle istituzioni in atto e nulla di rivoluzionario; cioè nulla di cambiato. Tutelare il diritto altrui significa tutelare l’altrui libertà, e questa è la sola vera «giusta» democrazia: così si identifica altrettanto correttamente nei radicali un francescanesimo politico non astratto o trionfalistico, ma militante, resistente, mai indifferente; davvero da «bacio al lebbroso». È un’identificazione morale molto scandita e ripetuta, che si aggruma anche in un’idea di libertà che è struggente e, direi, religiosa. Perché il radicale è colui che vuol dare tutto ma è anche colui che vuol sapere tutto.
Mi scuso per queste sommarie indicazioni tutte da svolgere; che possono però far intuire la bella complessità di problemi aperti ma ancora da affrontare in diretta. Vero è che Pasolini c’era dentro e li promuoveva. Mentre adesso, nella direzione da lui tenuta, è altrettanto vero che c’è un silenzio impacciato. O motivato.
Rinascita, anno 36, n. 28, 20 luglio 1979 (ripubblicato in I Radicali. Compagni, qualunquisti, destabilizzatori?, a cura di Valter Vecellio, Roma, Edizioni Quaderni Radicali, n. 5, 1981)
Ma se guido una Ferrari
(Roberto Roversi, Gaetano Curreri)
Questo mondo grosso tondo e buco nero
non ha posto per chi perde
per chi tira un risultato sotto zero
per chi è al verde.
Questo mondo è del più forte
del più bello con i denti neve e spuma
di chi frega col sorriso anche la sorte
e anche la luna.
Ma se guido una Ferrari
se lampeggio con i fari
se col clacson chiedo strada
segnalando senza storie
oggi ho i nervi di traverso
ho una macchina veloce
aggressiva e prepotente
scommettiamo centomila che la gente
proprio tutti mi farebbero passare?
So che il mondo grosso tondo e buco nero
non ha posto per chi perde
per chi tira un risultato sotto zero
per chi è al verde.
Questo mondo è del più forte
del più bello con la barba neve e spuma
di chi intorta con i muscoli la sorte
e anche la luna.
Ma se guido una Ferrari
se lampeggio con i fari
se col clacson chiedo strada
debraiando qua e là
sarò allora ricco e bello.
Aprirò ogni cancello
posso perdere l’ombrello
per le strade di città
che qualcuno presto e bene
fino a casa me la porterà.
Questo mondo è del più forte
del più duro che non chiede ma riceve
di chi passa sopra il collo della gente
come sulla neve.
Ma se compro una Ferrari
ma se guido una Ferrari
se lampeggio con i fari
mani pacche un gran sorriso
si ribalta anche la sorte
scale d’oro in paradiso.
All’inferno anche la morte
ho finito di penare
se continuo a lampeggiare…
se lampeggio notte e giorno
per le strade di città.
Forse un anno un’ora un giorno
forse un mese un anno un giorno.
Forse Anna forse un giorno
anche Anna forse un giorno tornerà…
Forse Anna forse un giorno
anche Anna forse un giorno tornerà…
Forse Anna forse un giorno
Forse Anna un giorno tornerà.
Maledettamericatiamo
(Roberto Roversi, Gaetano Curreri, Andrea Fornili)
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica…
Merica sei un gelato che lecco
dentro un tramonto di fuoco…
Merica con te basta poco per essere
canna di fucile…
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
con le farfalle scimmie
e il sole che è un melone secco
Merica Merica Merica Merica…
Merica sei un aquilone alzato dallo sbadiglio del vento,
ma la tua rabbia la sento, corre sulle autostrade…
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Nelle tue case di vetro hai più topi che uomini
Merica sui tuoi fiumi gelati
sangue di messicano o di balena…
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica…
Tutta vestita di giallo
coperta di polvere dura
Merica senza confini
con piume di pappagallo
se taci mi fai paura…
Tu non hai più vent’anni
e non hai più i bisonti
oggi milioni d’auto
dall’alba alla notte più fonda
passano sopra i tuoi ponti…
Su un cartellone di legno
la pubblicità di un tacchino
ma sulle strade infinite
molte volte ho visto piangere il sole
abbandonato come un bambino…
Oh Merica Merica Merica
la Merica dei treni
la Merica dei cani
la Merica dei veleni
e quella che corre via
inseguendo su una vecchia Ford
il Settimo Cavalleria…
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica
Oh Merica Merica
Merica Merica Merica Merica…
Millenovecentonovantaniente
(Roberto Roversi, Gaetano Curreri, Andrea Fornili)
Al sabato sera balliamo
sopra un carro armato
distrutto dalla guerra
non c’è terra che possa contenere
quei tuoi occhi dolci
di ragazza
e la mia voglia di partire.
Anche se il cielo è nero
io voglio il mondo sì
lo voglio tutto intero
anche se il cielo è nero
io voglio il mondo sì
lo voglio tutto intero
shadow way…
Dammi il guanciale del tuo corpo
senza ombra
in questa notte pazza
che pesa come una montagna
nel cielo gridano astronauti dimenticati
e la notte di sabato si chiude
sopra il mondo che è impazzito.
Anche se il cielo è nero
io voglio il mondo sì
lo voglio tutto intero
anche se il cielo è nero
io voglio il mondo sì
lo voglio tutto intero
shadow way…
Non è più il tempo degli angeli
sono i diavoli che ridono
padroni delle nostre giornate
aspettami che arrivo
correndo a piedi nudi
sull’autostrada
bada c’è un posto anche per te
nel mio primo volo
allungami le mani
le tue mani
non sono solo
se tu sei con me se tu sei con me…
Anche se il cielo è nero
io voglio il mondo sì
lo voglio tutto intero
anche se il cielo è nero
io voglio il mondo sì
lo voglio tutto intero
shadow way…
Giovane giovane a cuore scoperto
Nel libro di Enzo Golino il periodo friulano.
Ma la celebrazione può essere opprimente.
Enzo Golino, Pasolini: il sogno di una cosa,
Bologna, il Mulino, 1985. Pagg. 276. Lire 25.000
Non mi sembra possibile dar conto, in due cartelle, di questo libro interessante e composito; organizzato su vari piani e direzioni di indagine; molto informato ma anche partecipe all’oggetto e ai vari problemi della indagine assegnatasi. Così, muovendomi fuori dalle regole, cercherò di fare una annotazione (non recensione) ogni volta fermandomi su un capitolo, o su un problema. Dato che il volume è organizzato su una introduzione, sette capitoli e una conclusione, potranno essere nove le brevi puntate da dedicare a questo volume di Golino. Vedremo. Comunque oggi comincio proprio dalla introduzione: un maestro «naturale»: Pasolini, un maestro naturale.
Vorrei però qui, in apertura, fare alcune considerazioni del tutto personali e generali, con l’occhio al cumulo di materiale (verbale, documentario, celebrativo, stampato) che viene distribuito o è annunciato in arrivo nelle prossime settimane, dato che il 2 novembre si sono compiuti dieci anni dalla macellazione oscura e rituale di Pasolini in una notte senza luna, vicino al mare.
La prima, contempla un mio senso di affaticata oppressione, osservando e ascoltando l’arroganza o la violenza celebrativa, esasperata fino alla saturazione, su questo autore. L’oppressione è confermata dal sentimento continuamente rilanciato, riproposto, e legato a queste manifestazioni, che Pasolini è stato tutto. Calciatore (con fotografie in maglia rosso-nera che lo assomigliano a Rossi), pittore, musicista, naturalmente poeta, scrittore, drammaturgo, regista, sceneggiatore, politico all’inizio, pedagogo con genialissimo vigore; viaggiatore; e nei primi anni della giovinezza disponibile, per talento e genialità, alle più svariate e brillanti (eccezionali) prospettive professionali. Così confezionato può essere – e in effetti è – riducibile e utilizzabile per ogni occasione. Le ripetute occasioni celebrative che si inseguono ormai con un ritmo frenetico, lo propongono e lo dispongono in una sorta di refrigerazione cautelativa, per cui il personaggio e le opere a lui delegate riverberano spesso un senso di raggelata «rispettabilità» che un poco confonde e un poco smaga.
D’altra parte è proprio dalla nostra tradizione e situazione culturale, contrassegnata per lo più da dettati accademici (intendo, assegnata e consegnata alla regolamentazione dell’università), soggiacere soltanto alle esclusioni o alle cresimazioni, non sopportando per assoluta mancanza di pragmatismo, lo scontro diretto con la realtà in movimento e con i riscontri «a misura d’uomo e di necessita». Dobbiamo, o dovremmo accontentarci di sbalordire o ignorare, di spellarci le mani o volgere la testa dall’altra parte.
Le richieste praticistiche di una critica in movimento, che non si accontenti mai del già detto, fatto e pensato, ma ricresca ogni momento su se stessa col vigore della curiosità rinnovata, non sono quasi mai cose di casa nostra.
Noi dobbiamo accontentarci, speriamo ancora per poco, del sistema ternario (a scanso di equivoci e a collaudo di una conoscenza chiara, distinta: Dante, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Ariosto, Boiardo, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Saba, Ungaretti, Montale, mentre stiamo già aspettando la nuova terna, sulla coda della cometa di Halley). Pasolini sembra ormai uno di questa nuova terna; mentre noi in attesa di conferma ufficiale, stiamo da tempo esaminandone i vari miracoli, compiuti nel corso degli anni.
Ecco quindi, lui, giovane giovane, segnato da una sfavillante partecipazione con altri giovani (con gli altri giovani) attraverso la meditazione pedagogica: io ti insegno non cosa io so, ma cosa devi sapere tu; inoltre non ti propongo niente, ti convinco; e non io, ma attraverso le cose che tu devi, naturalmente ma anche urgentemente, sapere. Nel libro di Golino, questa parte iniziale è subito interessante e lucida. Attraverso una documentazione niente affatto sovrabbondante, ma determinata, aiuta a percepire non solo la qualità del personaggio giovane in piena luce, anche i suoi risvolti, partecipativi ma inquieti; generosi ma assillanti, alle volte frenetici proprio per l’orgoglio di fare e di essere.
Eppure anche nel momento pedagogico-friulano di Pasolini, cioè prima della tragedia del riconoscimento – la pubblica denuncia della sua omosessualità – e dentro a un fervore «aperto» (da pastore che canta e che conduce; da giovane savio che perviene e sorveglia senza pressione ma con partecipazione continua, insonne) traspare, come una fluorescenza acida (acidula), un senso di dannunzianesimo da agape; un fervoroso splendore sempre al limite della dedizione o partecipazione totale; l’impossibilità di essere (di vivere, di esistere) fuori – non solo del dramma – ma della tragedia. Il fuoco irrequieto della contemplazione dei sentimenti; come vivere a cuore scoperto, partecipando contemporaneamente delle vicende del mondo…
l’Unità, 3 novembre 1985.
L’ultimo Pasolini. Rievocazione di Roberto Roversi (seconda parte)
Che cos’è che rende così stimolanti, così irritanti, spesso anche così deludenti ma comunque per lo più importanti (alcune volte molto importanti) e soprattutto diversi nella tensione che li muove, gli interventi di Pasolini pubblicati sul settimanale “Il Mondo” e sul quotidiano “Il Corriere della Sera”?
Rispondo: la qualità diversa, il genere, l’impasto della disperazione; che è unica, così in pubblico e non moralistica, nella sua funzione di stimolo e di frusta. Ma non una disperazione esistenziale (che coinvolge di solito l’individuo e lo trascina via come un relitto sfumato); invece la disperazione della ragione.
Questa disperazione non è per cose, fatti, persone, avvenimenti, strutture perdute (anche se può sembrare); non ci sento questo struggimento fisico e malanno di cuore. A mio giudizio la disperazione della ragione è per la difficoltà caparbia e la volontà tutta tesa di capire le “enormi” novità che sconquassavano la nostra società; novità che stanno per venire, che ormai ci pesano addosso.
La proiezione di Pasolini, il suo ingorgo tragico e immondo che comunque lo pone al centro dell’attuale dibattito “sulle” idee, è appunto questa travolgente disposizione “in avanti”. È naturale: incespica, cade in continuazione ma sale; si irrita, contraddice, impreca, ma parla; mentre gli altri si muovono e ascoltano, o soltanto ripetono. La novità balbettante e turbata ma forsennata e dinamica di Pasolini si contrappone alla ripetitività senza rischio dei suoi aulici o troppo grezzi contradditori. Inoltre la sua fantasia ideologica, frenetica nella precipitazione di riuscire ad annunciare i fili dei nuovi ideogrammi, scarica in continuazione rifiuti, macerie, ma insieme offre lo stimolo unico di “rivisitazioni” culturali, approfondimenti, diversificazioni e identificazioni di novità. Spezza un sistema di segni che si riteneva codificato; ripropone – sia pure come un uomo straziato non dagli incubi ma dalla volontà di intendere – altre domande che non devono lasciarci più tranquilli a riposare.
Ritengo un errore (e una occasione mancata) che la cultura italiana, quella che conta, non accetti la provocazione di Pasolini e resti invece legata al beneplacito di un dubbio ragionevole, al sorriso condiscendente o all’argomentazione professorale che è ormai scontata. Pasolini ha riproposto con una concitazione che è anche furore un dibattito sulle cose “a venire” e non un “lamento” sulle cose che si disfanno e scompaiono. Ritengo che non volesse trattenere nulla, anzi. Sbaglia (secondo me) chi si riferisce, anche con intelligenza, a un preraffaellitismo; sbaglia chi propone l’identificazione con un reazionario avvolto in una disperazione calcolata, o un conservatore che si bagna nel mare della memoria storica. Per capire l’ultimo Pasolini basterebbe rileggere quel libro grande e giusto che è “Le ceneri di Gramsci”. Nessun neorealismo, nessun misticismo grondante sperma, nessun canovismo frigido; ma già allora, profondo, l’istinto di precedere – magari di un passo soltanto – la realtà che si forma: di essere un attimo avanti per giocarsi tutto (anche la vita) in quell’attimo in cui si intravvede il cuore delle nuove idee e in cui tutto può ancora accadere. Un istante frenetico, in cui il gelo si mescola al calore e in cui la disperazione vera è vita vera.
Nei suoi ultimi tempi Pasolini ha concorso, a suo modo, a ridefinire il fascismo come ideologia; a ridefinire la DC come nuovo fascismo di questa ideologia: è passato dall’ossessione di un consumismo da commiserare al discorso, tutto nuovo nella esemplificazione, del “nuovo modo di produzione”. Certo: attraverso errori anche banali o errori irritanti o taluni sconsiderati fraintendimenti; ma con questa disposizione totale e questa integrità intellettuale di cui è giusto dargli atto.
Infatti su “Il Mondo” del 30 ottobre ’75 riprendeva con concitazione la richiesta, formulata sempre più ansiosamente nei mesi passati e nelle ultime settimane, di essere aiutato a capire; d’essere comunque discusso e contraddetto; ma di non essere lasciato solo, relegato al margine da una sentenza di indifferenza o di tolleranza snobistica, sempre con ironia, come si fa con uno dichiarato fuori misura.
Scriveva “Io sono più di due anni che cerco di spiegarli e volgarizzarli questi perché. E sono finalmente indignato per il silenzio che mi ha sempre circondato. Si è fatto solo il processo a un mio indimostrabile refoulement cattolico. Nessuno è intervenuto ad aiutarmi ad andare avanti e ad approfondire i miei tentativi di spiegazione. Ora, è il silenzio che è cattolico”.
Poi la vita di Pasolini si è conclusa, con una esecuzione: e la fotografia di quel corpo massacrato e straziato, lì per terra, adesso gira il mondo. Un odio ideologico ha fatto tacere una bocca che parlava.
Nel suo ultimo anno Pasolini aveva riacquistato quella formidabile tenera aspra lucidità onnicomprensiva che gli era un tempo caratteristica: una tensione culturale così stimolante nella direzione dell’invenzione ideologica e dell’aggressione con strumenti diversi dalla realtà (da lui recuperata con ricognizioni sempre nuove, a cerchi sempre più concentrici e stretti, stimolanti soprattutto nel senso dei reperti e delle indicazioni) da appaiare – come ho detto – questo suo momento all’altro, ormai definito e sembrava ineguagliabile, che l’aveva condotto a comporre e concludere “Le Ceneri di Gramsci”.
Così, a confermare un destino straordinario, i suoi ultimi pensieri, scavati nel vivo di questa realtà, si riannodano agli inizi di un lavoro culturale di straordinario vigore.
A pagina 157 del volume che raccoglie i suoi ultimi “Scritti Corsari” si legge, ripetuta con evidenza, una conclusione alla quale di continuo ogni intervento stimolava: “per inerzia, per pigrizia, per inconsapevolezza – per il fatale dovere di adempiersi coerentemente – molti intellettuali come me e Calvino rischiano di essere superati da una sorta di reale che li ingiallisce di colpo, trasformandoli nelle statue di cera di se stessi… il potere non è più difatti clerico-fascista, non è più repressivo. Non possiamo più usare contro di esso gli argomenti a cui ci eravamo quasi affezionati e tanto abituati – che tanto abbiamo adoperato contro il potere clerico-fascista, contro il potere repressivo… Il nuovo potere… si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote sconsacrazioni, non gli serviva più”. Questa citazione esemplifica la densità degli interventi di Pasolini corsivista, cioè di Pasolini politico, confermando il suo trapasso di campo, il salto di qualità interpretativa da lui compiuto, e di cui era, con l’angoscia dell’isolamento, consapevole.
Il discorso sul potere diverso, che è il potere nuovo; il discorso non più sul ruolo “nuovo” ma sul “nessun” ruolo affidato all’intellettuale che si ponga fuori della politica e che, quindi, mantenga innaffiata la vecchia diaspora, che tanto serve e tanto rincuora, di politica e letteratura, di politica e cultura, ecc. – insomma tutto riducibile agli orizzonti stremati di una cultura in disuso; l’urgenza ribadita, come stimolo non rimandabile per dar respiro e vigore nonché rigore al dibattito, per renderlo più utile e più giusto nel senso della correzione di errori e distorsioni; e l’urgenza di chiamare in causa tutti gli altri, di invitarli a parlare, a discutere; per concludere: “quanto alla mia opinione non aspetto altro che mi si convinca che è sbagliata” (p. 142).
Ma al suo pensare “fondo”, al suo procedere e cercare, al suo rivolgersi e chiamare nella direzione di problemi affrontati e discussi con una novità e aggressività argomentativa sconosciuta da noi, come si rispondeva?
Cosi, su “Paese Sera” di giovedì 23 ottobre: “con i suoi patetici rimpianti, i suoi crudeli paradossi, Pasolini finisce per fare soltanto della cattiva letteratura”. Dunque non politica, ma letteratura; non sondaggi a viso aperto e a mano nuda nel reale ma ancora e sempre espressività, fantasia, umori, estri. Cioè un qualche puro divertimento, una qualche pura mistificazione. E proprio mentre fra le sollecitazioni stimolanti dell’ultimo Pasolini c’era quella di ricominciare a pensare (e a pensare sulla realtà, cioè politicamente) prima di scrivere.
Tutti dunque l’abbiamo lasciato morire solo, in un modo che è politico. E adesso lo rimpiangiamo in un modo che è letterario. O privato.
Macchie, supplemento al “Quotidiano dei lavoratori”, giugno 1981.


