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Venerdì, 12 Aprile 2013 09:15

La folgore e la rosa. Ferruccio Lamborghini

Ferruccio Lamborghini è nato a Renazzo di Cento; e basta guardare una fotografia della sua casa natale, tipico forte casone della nostra pianura, buttato sopra questa terra operosa in pieno sole e senza troppo soccorso di ombre o di rii, per capire la pasta dell’uomo. E per rivedere le strade emiliane, soprattutto fino a quarant’anni fa. Strade lunghe strette solitarie impolverate, che avanzano (avanzavano) a perdita d’occhio e spingono, direi costringono a correre – prima con lo sguardo poi con le gambe o le ruote; perché là in fondo ci deve essere, c’è sicuramente una curva stretta, una casa sul fosso e poi un’altra lunga dirittura d’arrivo che si inserisce in questa linea lunare.

Dunque, la velocità come sentimento del cuore e della mente, come tensione vitale, sembra essere la componente di fondo della psicologia emiliana. Non per niente i campioni motociclisti sono molto spesso della nostra regione, essendo la moto un mezzo velocissimo e ardito che richiede esasperato spirito d’avventura e innata rocambolesca persistente fame di competizione, voglia dura di gareggiare e di vincere. La competizione dell’ultimo metro, all’ultimo secondo. E ancora prima delle moto furono i cavalli ad accompagnare questo spirito attivo e competitivo. Cavalli e motori; poi alla fine i cavalli nei motori.

Per i cavalli basterebbe con una rapida riflessione domandarsi perché in Emilia, e in Romagna, terra conflittuale e fraterna, da sempre negli ippodromi si programmano corse di cavalli al trotto, non al galoppo. Il fatto è che, a testimoniare una realtà di interessi, di umori e di passioni oramai secolari, l’avvio delle prime gare con il calesse si può collocare nell’Ottocento, con l’abitudine da parte dei mediatori ricchi o dei fittavoli di peso, dopo le fiere del bestiame – con ottimi affari in tasca e alimentati nelle personali presunzioni da buone mangiate e altrettanto vigorose bevute – di sfidarsi reciprocamente in corsa sulla via del ritorno, frustando allegramente i puledri per i vialoni solitari avvolti dall’abbraccio dei grandi pioppi che distribuivano ombra e frescura ridente.

È dunque vero che in generale la voglia di velocità, di guardarla esplodere ma anche di strizzarla in mano e di liberarla e cavarla fuori da qualche motore – o in altri modi, comunque – è sempre stata un brivido caldo comune alla nostra gente. Per esempio, uno dei fratelli Maserati, ancor prima che il nome fosse esaltato dalle sue sfolgoranti monoposto, si provò – conquistandolo – in un record su bicicletta a motore. E nella Certosa di Bologna, entrando dalla parte antica, subito si ha di fronte il monumento funebre a Olindo Raggi (il bruno centauro dal cuore leonino) e di Amedeo Ruggeri, altro campione caduto in gara.

Così anche Lamborghini, con il suo berrettuccio a visiera, è fotografato su una Topolino 500 da lui trasformata per correre le Mille Miglia del 1948. Ma per aggiungere parola e parola all’argomento appena toccato, non si può inoltre dimenticare che dalle nostre parti, più che parlare del rombo di un motore, si esalta il suono, la musica, il suo interno e miracoloso respiro.

Questi cenni, che si ingegnano di radunare trucioli esemplificativi da varie parti, tendono a indicare senza alcuna regionalistica presunzione, anche solo per la realtà dei risultati, che la Lamborghini non poteva essere pensata voluta allestita che dentro a questa onnivora miracolosa paziente pianura. Con risultati eccezionali; subito fuori da ogni norma. Macchine pensate e volute velocissime ma così squillanti e morbide che il vento appena le accarezzasse. Nella loro linea rigorosa c’era l’annuncio che in mezzo al conflitto fra telaio e aria, l’aria è stata vinta e ha scelto di essere involata e sospinta, respirata e soffiata, da quel sogno dorato che trapassa la strada come una freccia.

Non c’è quasi niente, in questo campo, e si può dirlo senza enfasi, che possa eguagliare la 350 GTV del 1963 o la Miura P 400, se non l’altro miracolo automobilistico firmato Bugatti.

Entrambe non si possono immaginare se non in corsa sulla strada; in un rapporto diretto con la polvere, l’asfalto, l’ombra irridente degli alberi, le sferrate violente del sole, il soffio delle foglie stravolte; perché le une e le altre sono progettate e costruite per lasciarsi lambire dall’aria quasi fossero avvolte da veli, e la strada sotto le ruote scorre liscia come una pelle tirata. Anche questo è molto emiliano. La bellezza che non si sottrae al bisogno continuo prolungato di toccare, di vedere la realtà in modo corposo, per sincerarsi, per controllare, per immergersi.

Eppure la Bugatti, quasi perfetta, direi che sembra piuttosto il risultato di un’arte meccanica e costruttiva dell’Ottocento; ha l’eleganza di un pensiero trionfante in una società che progredisce ed esulta; la Lamborghini sullo stesso piano per l’eccezionalità dei risultati, ha una inquietudine impetuosa e sembra, anzi è già nel Duemila. Lo scatto felino è uguale, uguali la felicità inventiva, la genialità delle intuizioni anche minute ma l’impeto che si scatena è immediatamente più sconvolgente, già attrezzato per un futuro tranquillo. Partecipe dell’epopea degli sgomenti. La Bugatti correndo sembra produrre suoni che volano, la Lamborghini esprime una violenza ordinata, ma inesauribile che riassume la totalità della velocità su terra dentro a una forma che sembra stretta nel pugno di un dio. E non è un caso, almeno a mio parere, che i risultati più alti ed emozionanti delle macchine realizzate dalla Lamborghini si possano, direi si debbano riferire alla 350 GTV e alla Miura P 400 già indicate; che hanno raggiunto quell’eccezionale equilibrio fra peso e potenza, fra scatto inesorabile e solidità di struttura; velocissime e resistenti, ma senza un’ombra di grasso. Infatti tutti gli altri modelli superano la tonnellata e mezzo, persino la Diablo del 1990 che arriva a 1576 kg; mentre la 350 GTV e la Miura P 400, fulmini di guerra con una scia di zolfo, restano sui 1196 e 1445 kg. La leggerezza, ripeto, nella sua lucida completezza, unita alla velocità pura, senza inframmittenze. Il frontale della 350, vedendolo di profilo, sembra il muso di uno squalo, in attesa, che abbia all’improvviso aperto grandi occhi misteriosi; dà il senso di una quiete impassibile ma anche di una violenza trattenuta che basta un colpo di pedale a liberare.

La Miura, più che da collezione privata è da museo d’arte (e credo sia già stata accolta). Avendola lì davanti sembra nata tutta intera da un unico clic vitale, dallo scoppio di un vulcano; e strisciandola con un dito vibra quasi dorso di un leone addormentato. Mi accade di guardarla in qualche fotografia, come ogni tanto si guarda quella di un quadro, e viene anche il richiamo visivo e il confronto con la Dino della Ferrari. Ma è appena un cenno. La Dino è più premente, morde la terra. La Miura è lì pronta ad alzarsi per muoversi sopra gli alberi e riconoscere il mondo. Sembra guardarsi intorno, curiosare, non avere sospetti, non avere rimpianti. Dimostra una pazienza, direi una compiacenza infinita. Nata non dal freddo rigore standardizzato del computer ma come l’invenzione felice di un autentico artista del nostro tempo, che traccia i segni sul foglio provando e riprovando, nel silenzio di una stanza immersa nel liscio orizzonte della nostra regione; che sollecita con duro e spietato realismo gli inventori e gli artisti geniali. Sia quelli che guardano il cielo sia quelli che tengono gli occhi fissi alla terra, con la voglia di confrontarsi. Con la Miura, per i vialoni emiliani non più polverosi, nel silenzio dell’estate si poteva in ogni istante sognare di volare su uno dei cavalli fantastici dell’Ariosto, che non avevano paura né della velocità né dello spazio né del tempo.

La Miura non è solo la vittoria di un motore ma di un sogno reale, corrispondente alla intrepida volontà di un uomo – che ha saputo unire il furore all’incandescente bellezza della rosa, quando è compatta e prima del gelo.

 

 

 

 

Giovedì, 09 Maggio 2013 13:09

Bomba o non bomba

I cattivi pensieri dei giovani non si avverano mai; piuttosto sono i cattivi pensieri dei vecchi che si avverano, spesso. In ogni modo, oggi sono vecchio vecchio ma anche buono e bianco come un uovo di struzzo e mangio lo zucchero sulla mano della gente come fanno i cavalli gli asini le capre o i daini.

Per questo posso ricordare, confessare un cattivo pensiero di quando ero giovane, molto giovane, ed ero una carogna; e che mi gratta dentro come un tarlo in una trave di legno. Anni 1943-1944, ultima grande terribile guerra.

Americani e inglesi birillavano allegramente Bologna dall'alto, con bombe che scendevano fischiando come un giovane in bicicletta per una strada di campagna.

Gli aerei si presentavano sempre allineati, e luccicavano nel cielo simili a un branco di colombacci pitturati in argento con lo spray; però ci confettavano con un vassoio di bignè alla crema da duecento chili. Mica era uno scherzo, allora.

Le case si sbriciolavano, le pietre volavano dentro la polvere schizzando; e un gran bordello diventava la vita intorno, una danza disperata fra urli richiami voci e qualche bestemmia. Ma pianti, soprattutto.

Ecco che, giovane giovane e scriteriato in mezzo al frastuono, mi auguravo che se quella era la fine del mondo almeno una bombuccia bombetta si depositasse con garbo sul tetto della mia scuola e la facesse, senza dolore per altri, senza sangue di altri, saltare in aria.

Bum, ciack, addio!

Sicché il giorno seguente, arrivando, trovassi travi fumanti, calcinacci, porte divelte, pietre smosse dal soffio furioso del fuoco. E sull'androne dell'ingresso mi sorprendesse il vuoto contro il bianco impolverato del cielo – simile all'occhio avido di Polifemo nel racconto di Ulisse – storia preclara che si leggeva e studiava in quelle giornate invereconde.

Invece le bombe cadevano cadevano, alla fine anche su casa mia, che si bucò svuotandosi e lasciando in piedi solo i muri esterni con le finestre squinternate senza vetri. Un grande dolore. Sul davanzale di una di queste finestre, chissà mai per quale giuoco dentro la violenza dei venti, il paio delle mie prime scarpe da sciatore, mai calzate, sporche di polvere, di fumo, quasi a dire prendici prendici siamo ancora qui.

Fra rabbie cupe e mie strane fantasie laceranti, la città di Bologna poco per volta quasi scompariva nel macello che non aveva fine; mentre il dannato palazzone scolastico si reggeva sempre in piedi come un serpente indiano al suono interminabile di un flauto.

Una bombetta soltanto, fra le tante, vi prego, voi ballerini americani di ritmi sincopati (così si pensava, da noi); cosa vi costa una bomba fra tanto lusso di ferro e di fuoco?

Senza fare male a nessuno, spaccando solo vecchie pietre piene di una muffa grigia, un tetto di coppi, un portico scrostato come la pancia di un cane con le zecche?

Per favore, sergente americano!

Niente. Niente di niente.

Mentre la città crollava, la scuola rintanata fra le sue ombre è rimasta intonsa come un libro e ricoperta, nei muri, di una polvere bianca e densa, tanto che sembrava spalmata di panna.

Anche a letto, per mesi, a occhi aperti, senza sognare, ascoltavo il rombo dei colombacci d'argento che bivaccavano in cielo e dicevo questa è la volta buona, adesso sento il botto confortatore, il sibilo degli dei. Senti come cadono, senti come fischiano. Senti...

Mi vergogno di tutto ciò; non mi vergognavo allora. Ma adesso: può uno studente, per quanto inebetito dalla violenza dei lupi, per quanto incarognito, sperare che bombardino la scuola per liberarsi da un incubo?

Basta là! Quelli erano tempi bui e anche un ragazzino poteva perdersi, naufrago involontario, in mezzo alla tempesta. Oh, adesso mi ricordo di un altro cattivo pensiero quando, ancora più indietro nel tempo, sgambettavo sulla prima bicicletta a quattro ruote e non desideravo altro che di mordere il naso del contadino Berto.

È la pura verità.

Berto, Berto. Piccolo, grasso come una botte mezzana di vino, abitava di fronte a noi e lo sentivo sempre gridare. Era il suo modo di parlare dalla vigna in declivio alla strada, o di chiamare per nome, una per una, verso sera, le vacche all'abbeverata.

Quando gli ero vicino e lo guardavo dal basso, quel naso a me sembrava che da solo facesse molta ombra; anzi, che se la tirasse dietro con una cordicella fuoriuscita dai buchi neri del naso, mentre erano i peli lunghi, incolti che lo cespugliavano.

Grosso, rosso come il cocomero spaccato, tutto a bitorzoli comele patate raccolte da tempo, irrorato dal vinello che Berto trincava ogni momento e lo rendeva allegro.

Berto non fumava il toscano, non pipava ma aspirava polvere di tabacco col naso mettendola sul dorso di una mano. Lo starnuto susseguente faceva ballare le foglie della siepe.

Che naso! Una volta, ero in piedi su un tavolo proprio davanti a lui, glielo ho toccato e stavo per morderlo, come volevo. Per l'emozione improvvisa ho cominciato a tremare; e Berto diceva: no, il bambino non sta male, ha solo una contorsione dei pensieri.

Ho poi capito, con l'esperienza degli anni, che cattivi e buoni pensieri si legano e si intrecciano, nella testa della gente, in un viluppo che è difficile da districare, se non c'è il cuore che comanda.

 

 

 

Giovedì, 09 Maggio 2013 10:39

Un nonno di nome Umberto

Un paese, anche un paese che è l’ombra di Atene antica, può essere grande come il mondo o piccolo come una formica.

Può avere i soliti giorni grigi, le solite notti gonfie di un sonno senza alcuna avventura; oppure può partecipare come in volo libero, ogni ora, in improvvise saette di vita; in abbandoni precipitosi e magnifici alla vita.

In altre parole, un paese come Pieve (dove non pascolano i bisonti) può vivere cento vite (e cento vite diverse) oppure sopravvivere a una solita vita. Implacabile come la vita.

E per vivere, lo sappiamo, non è necessario ogni ora fare cose di grande fantasia o addirittura sublimi; basta avere e mantenere la voglia, la volontà di inventarsi le trame delle proprie giornate, componendole con le mani, con gli occhi; strizzando le labbra come quando si rifila un legno; non aspettando che cali una sera con un po’ di nebbia per serrare le persiane, sbarrare la porta, rinchiudersi in casa; ma liberandosi dentro al mistero della notte, scendendo in strada, perché una voglia non ancora spenta di partecipare conoscere taroccare spinge e sprona.

Insomma, fare nonostante tutto, di giornate che dovrebbero risultare e svolgersi molto comuni, avventure della fantasia, della speranza, della curiosità attiva, dei sentimenti mai quieti, del buon operare – almeno nel proposito.

Anche in un momento, in generale così disamorato di tutto tranne che del denaro, come il presente.

Ma che vive dentro alla fatica della vita lo sa bene che non bisogna (non bisognerebbe mai) lasciarsi sgomentare dai racconti di favole ossessive. E mai impedirsi o lasciarsi impedire di entrare nella nebbia, in mezzo alla nebbia, quando la nebbia viene.

C’era una volta un nonno…

Riprendo la storia là dove l’avevo lasciata mesi fa, prima dell’inverno; e mi affido di nuovo al lettore.

La prima storia lo raccontava e lo seguiva mentre assisteva, a Pieve, a un partita di calcio sotto la neve rossa; e si copriva di neve come una rosa. Di neve, di nebbia.

La neve, le grandi nevicate.

La nebbia, le snebbiate che piacevano tanto al grande Salimbene, per cui mi stravolgo.

L’ultima nevicata pochi la ricordano, perché in questo buco esemplare di pianura non nevica più. La neve, col suo odore simile a quello degli uccelli stanziali, che hanno paura della tempesta, è emigrata in Sicilia.

Anche la nebbia è diventata solo un lenzuolo grigio, forato dai fanali gialli delle auto impaurite.

Nessuno canta in mezzo alla nebbia, al riparo della nebbia; nessuno canta e fischia nelle strade. Le voci si rintanano dietro i vetri; delle case, dei negozi, delle auto…

Ma c’è questo nonno, seduto davanti alla porta, sotto il porticato basso, vicino a una colonna; ascolta la notte che viene, la guarda, riscontra i suoi occhi profondi.

Egli guarda lontano, non porta gli occhiali.

Ascolta anche, il suo cuore è intrepido, il silenzio d’autunno e, nella memoria, rivede quel fiato splendido di nebbia che è come l’ù lionza d’antan, l’uva lionza di una volta, scomparsa dall’orizzonte contadino.

Una nebbia da masticare adagio; da leccare adagio; appena dorata sotto lumi accesi – proprio come l’uva che non c’è più (Un chicco grosso, uno piccolo, uno grosso, uno minutissimo come la capocchia di uno spillo; gli acini saltellavano sotto i denti e finivano per lasciarsi schiacciare in una poltiglia che si succhiava per ore).

Il chicco piccolissimo si poteva strizzare fra pollice e indice, in un giuoco da ragazzi.

Un nonno è lì sulla porta.

Come un cavallo al pascolo fiuta l’odore della nebbia, fiuta l’odore della notte.

La nebbia padana non c’è più; ma in questo paese così civile e cauto, immerso nella foschia, o mescolato con la foschia; intabarrato come un vecchio signore da una sciarpa di lana grigia intorno al collo, tra i mezzi fari che distribuiscono manciate di luce quasi fosse sabbia; bene, in questo paese, se ci si vuole sentire vivi anche da vecchi, bisogna camminarci dentro, frugare con le scarpe il suo antico cuore, stringerlo fra i denti come un mezzo toscano dal sapore indicibile.

Camminarci come in un viaggio intorno alla propria stanza; lasciandosi andare ad ascoltare il suono dei passi, che sembrano anche leggeri; il respiro del cielo che non si vede e che sembra immerso in un mare d’onde; le voci che scendono sfumandosi dalle case; e, insieme, il deciso arrancare dell’ombra che ci segue e non si consuma mai; mai si disperde.

Questo muoversi, questo mettersi in viaggio per andare da qui a là, per cercare, per ascoltarsi vivere, per quietarsi almeno un momento nel tumulto degli anni che traboccano, quasi mai si può farlo in città ormai, se non in luoghi particolari del centro o discosti e marginali; che, in ogni caso, mettono paura.

Qua no, invece; qua è come affondare il viso in un cuscino morbido, in un panno d’antica data. È anche come mettersi in una canoa e avviarsi pagaiando sul fiume della vita, ancora lontani dalle turbinose cascate. La sera, nei paesi, può riuscire a stendere questo velo; magari per un’ora soltanto.

Sotto il portico, alla Pieve – potendo quasi sfiorare con un dito le colonne con le travi di legno, imperterrite anche se strinate dal vento, dalla pioggia, dalle ghiacciate invernali e dal sole della pianura – quell’uomo vecchio vecchio, che è nonno, prova una emozione giovane a risentire, ricordando, il colpo secco, da accetta contro un tronco, del giuoco del pallone col bracciale.

Il campo per le partite era, un tempo, al bordo del paese e proponeva uno spettacolo sportivo in cui non si gridava, non si inveiva ma si commentava sfiatando, quasi liberandosi da una forte emozione, con “bravo bravissimo”, “oh boia”, “ ma va’ là”, ad ogni battuta o ribattuta esemplare.

Questo nobile giuoco che veniva dai greci antichi è scomparso nel nulla e quasi mai ricordato. Ma era magnifico, per uomini ruvidi, dalla muscolatura possente, agilissimi come pantere all’inseguimento. Un giuoco del popolo, che al popolo è stato rubato. Resiste solo nelle Langhe, ad Alba.

Il nonno cammina. Ha un bozzo rilevato in mezzo al cranio senza capelli. Ha un bastane solido, tagliato a colpi d’accetta da un ramo vecchio di cent’anni. Picchiando a terra, la punta placcata fa piccole scintille.

Il fiato del vecchio fuma ma i suoi passi sono incredibilmente leggeri.

Attraversa una strada, arriva alla porta d’Asia, illuminata dentro come in un’opera di Donizetti. Sente l’odore dell’erba, dei campi, delle foglie; mentre da un campanello, bianco di luce sopra i tetti, arriva il suono registrato di una campana.

Il nonno intanto, con il suo passo di ottant’anni, ritornato dentro al paese, ha di fronte la facciata di una casa con le finestre chiuse, forse disabitata. A sinistra, l’androne basso con il cancello di ferro, chiuso. Un lampo e il vecchio uomo ricorda voci bambine, le filastrocche nel giardino, in circolo, toccandosi i bottoni: Om, Mez’om, Furb, Leder, Galantòm; oppure, inteneriti dall’odore di polvere delle indicibili sere padane: “Lozla lozla, vin da bas…”. Tutto rivive e scuote mosso dal vento di sentimenti.

Le case, le facciate delle case, le finestre, i coppi, i campanelli sembrano aspettare proprio questi incontri.

Un uomo contro le pietre, un uomo contro il tempo, per tornare a capire le pietre e per non rifiutarsi alla vita che è di continuo alimentata da questa straordinaria forza della memoria. Le cose sembrano restare ferme e intatte, solo per aspettarci.

Il vecchio è possibile che decida di arrivare a quel cortile, a quella osteria, a quelle sedie, a quel tavolo, a quel goccio di vino, di birra fresca, di limonata. Sorride ricordando le bordate di urla dei giovani centesi da argine ad argine del Reno: “Pivarùa, pein d’fasùa”. Pievesi pieni di fagioli.

Adesso il mondo è diverso, stravolto. Meglio sedere e ascoltare le voci della terra, in questa sera di ombre e di luci precise e straordinarie da invitare a non dormire ma a camminare anche per chi ha già vissuto la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Martedì, 07 Maggio 2013 16:25

I libri che contano

Succede ormai, e mi riferisco evidentemente a chi non è più tanto giovane, che la buona lettura sia un dono raro. Anche soltanto in riferimento al tempo da dedicarle. Certo, uno fuori dal giuoco e quindi con quasi l’intera giornata di nuovo a disposizione, questo tempo può ritrovarlo; può dedicare senza affanno un tempo pieno, se ne ha voglia, alla lettura: al gusto, al piacere sempre rinnovato della lettura. Posso magari sbagliarmi, ma in questi casi che, ripeto, si debbono ritenere i più frequenti e i più tipici, le scelte di lettura si rivolgono prevalentemente ai classici o agli autori recenti ma più illustrati e acclamati.

Sussiste meno l’impegno della nuova scoperta, il bisogno evidente di andare a pescare e a incontrarsi con il nuovo senza confine, senza nome, senza acclamazione. Eppure è nel mare della scrittura in atto e non ancora schedata e classificata che si possono trovare, spesse volte con una sorpresa che diventa benefica, opere scritte con meditata passione, con appassionata necessità; quindi, anche, con un risultato di scrittura, pagina dopo pagina, di eccezionale rigore e vigore. È troppo naturale dire che tutte queste opere mai, o quasi mai tranne casi particolarissimi e per nulla determinanti, si potranno trovare nelle classifiche dei libri più venduti, stilate con affrettata approssimazione settimana dopo settimana al seguito del fumo circense editoriale. Però le librerie ormai crescono a dismisura: non in quantità ma in larghezza (intendo, le già grandi); e quindi vincendo la vertigine dello spazio, penetrando in esse, sulla sfilata dei banconi o annidate in qualche scaffale non centrale, si può sempre rinvenire, come un portafoglio per terra, qualche libricino da non perdere; da dovere leggere subito; la cui lettura è essenziale. Non sapevamo che era uscito; qualche eventuale segnalazione dispersa fra mille ci era sfuggita; insomma, ce lo troviamo fra le mani, lo sfogliamo adagio, con una giusta innocente sorpresa. Nell’epoca dello spettacolo, questa comunicazione sottile, precisa, profonda, benefica; così lungimirante, va raccolta ricercandola con pazienza, inseguendola con costanza, insistendo con la speranza di non andare alla fine delusi. La lettura non può più essere una attesa passiva, l’attesa di una convinzione; ma una rinnovata e continua partecipazione di ricerca del lettore testardo, appassionato. Ben sapendo che la critica di qualsiasi specie, militante o accademica, ha le sue riserve particolari da alimentare o da custodire, che potranno servire i buoni interessi o i buoni studi ma assai poco il privato; che paragonerei a un forestiero in una città, incerto, bisognoso di aiuto e di notizie magari da un vigile cortese, al fine di potersi muovere senza smarrirsi o di poter ritornare senza troppo indugio al proprio albergo. Troppo spesso, il lettore è questo forestiero costretto a restare sotto la pioggia, un po’ smarrito, in attesa di quel vigile, in attesa di un volto cortese che non si sottragga a elargire una giusta indicazione. Bene, il libro che ho raccolto dopo avere allungato la mano è appunto quel Viaggio con l’amico di Francesco Berti Arnoaldi (editore Sellerio) di cui ho già dato un cenno alcune settimane fa.

Riprendo il filo di quel mio discorso, in quanto queste novantadue pagine di scrittura si riferiscono a un’amicizia di cuore e di pensiero fra due ragazzi in una Bologna degli anni ’43, ’44 e ’45 già sotto l’incubo dei bombardamenti, poi dell’occupazione tedesca e contemporaneamente tormentata e vivificata dalla lotta di resistere, dalla partecipata volontà di libertà nuova e vera. Erano infatti anni in cui sembrava di morire ogni giorno e di rinascere ogni giorno; di perdere qualcosa o tutto e di ritrovarlo in parte o completamente dopo ventiquattro ore. Non sono molte le pagine, almeno a mia conoscenza, che raccontino con rigore di scrittura, e dalla parte di giovani che stavano maturando, la cronaca (non voglio proprio dire storia) di quegli anni. Indicherei intanto quelle, anche precise nel dettaglio, di Telmon dedicate alla vita scolastica, alle vicende scolastiche con Pasolini. Qualche pagina di Francesco Leonetti in alcuni suoi primi libri, che dovrei andare a riscontrare. Queste di Berti Arnoaldi. Tutte, ripeto, con riferimento diretto a quegli anni – qualche anno prima, qualche anno dopo. E per palcoscenico operativo il liceo Galvani; per palcoscenico illustrativo la nostra città («questa città amata, come scrive Berti Arnoaldi, in cui coglievamo il fiorire adolescenziale della nostra amicizia». A me poi ha aggiunto emozione, in quanto i riferimenti scolastici dell’autore coincidevano con i miei, anticipati di due anni. Anch’io ero in quella scuola, ho avuto come professore Valli, come altro professore quel giovane grecista che si chiamava Rotteglia; e il termine «puttano» l’ho ascoltato in una diversa occasione. E quell’attesa degli eventi; quel lasciarci trascinare dentro poco per volta senza esitazione, frammentando le cose; «vivendo, più che una formazione, una fondazione»; partendo da una constatazione veritiera che allora pativamo senza convinzione, e cioè «che eravamo ignoranti di tutto».

Mi fermo qui ed entro nel merito di queste pagine, che si appaiano, il riferimento è di pragmatica a quelle de L’amico ritrovato di Uhlman; ma anche a un altro libretto esemplare e recentissimo di Sion Segre Amar pubblicato da «Il melangolo»: Amico mio e non della ventura. Anche questo di sole ottantanove paginette da leggere riga dopo riga.

Si stabilisce così la straordinaria continuità, nella necessità, di queste rivisitazioni della memoria; meglio, di questi scavi dentro alla memoria che ha conservato per tutelarli i grandi frammenti di vita e di esperienza umana In età giovanile. Infatti Berti Arnoaldi racconta una vicenda custodita in cuore fino alla maturità più profonda. Un’amicizia avviata sui banchi del ginnasio e del liceo, negli anni già indicati in cui «si stava avvicinando il momento in cui ci saremmo trovati soli di fronte alla scelta di ciò che si deve fare, e al rifiuto di ciò che non si deve». Il passaggio da un ingenuo e sostanzialmente innocuo patriottismo a una partecipazione all’azione sempre più consapevole e coinvolgente, fino alla battaglia e alla morte. Ed è proprio nell’andare a ricercare nella lontana Germania il luogo di detenzione e di morte dell’amico (questo straziante e meraviglioso viaggio del desiderio, del rimpianto e dell’amicizia che non si è mai spenta) l’avvio del libro; il primo abbrivio del racconto. Anzi, della trascrizione. Compiuta, come annota Galante Garrone, con spirito di umiltà e di assoluta dedizione all’amico, ucciso da un sergente delle SS, il 27 aprile del 1945, nel campo di deportazione di Flossenbürg (prima era stato arrestato, torturato in Italia per l’attività diretta nella resistenza). Ho parlato fin’ora di uomini, i sopravvissuti con i capelli bianchi. Ai giovani, queste storie e questi sentimenti e queste morti e questa città di cinquant’anni fa, come e quanto possono interessare?

Come e quanto possono servire? Il mondo allora era sconvolto tanto quanto l’attuale; in modo del tutto diverso, certamente; ma anche allora lo sconvolgimento era totale. Quindi mi provo a trascrivere una frase di Uhlman, che può o potrebbe servire per tutti questi libri; forse per tutti questi giovani che «fra i sedici e i diciotto anni uniscono in sé un’innocenza soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il bisogno appassionato di una dedizione totale e disinteressata. Si tratta di una fase di breve durata che, tuttavia, per la sua stessa intensa e unicità, costituisce una delle esperienze più preziose della vita». Certo, aprendosi la strada fra la tenebra, ci possiamo arrischiare a trascrivere questa annotazione. Non lontana dalla verità, a mio parere; anzi, vera. Proprio perché così innocente e generosa, dentro lo strazio.

 

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 167, 31 maggio 1991.

 

 

 

 

Martedì, 07 Maggio 2013 15:19

Lo scrittore Antonio Meluschi

Mi sono impegnato a parlare di Antonio Meluschi. Meglio: a ricordare Meluschi. Compagno di vita di Renata Viganò, scrittore di solido nerbo, uomo anche d’azione politica, contro il fascismo prima della guerra (con conseguente galera), poi organizzatore di bande e comandante nella lotta partigiana. Nella fotografia è a sinistra, direi in via Ugo Bassi, insieme al poeta Gaetano Arcangeli. Prendo direttamente dal suo romanzo: Adamo secondo, pubblicato nel 1952 da Mondadori nella collana “La Medusa degli Italiani”, una annotazione biografica, perché sono convinto che sia stata scritta dalla sua mano: «È nato a Vigarano Mainarda (Ferrara) nel 1909. Garzone di pastore, arrotino, barbiere, venditore di giornali, primo vetrinista di un grande negozio, impiegato; questa è stata la scuola umana dove egli studiò. La sua difficile e avventurosa esistenza lo portò, giovanissimo, sul banco d’accusa del Tribunale Speciale e, dopo aver scontato anni di prigione, dovette unirsi, per vivere, a gruppi di vagabondi e di zingari. Fu cantante di strada, poi di varietà, tenore in una compagnia di operette e attore drammatico; fra un passaggio e l’altro lavorò come portatore d’acqua alle mondine in risaia, fece il manovale e si specializzò come imbonitore nel baraccone dove si mostrava uno dei più originali fenomeni del tempo: la donna gallina. Venne arrestato più volte per vagabondaggio e, nelle piccole carceri mandamentali, iniziò a scrivere il suo primo libro Pane. Le figure dei suoi libri, semplici, risolte, trasfigurate dalla poesia, si muovono sotto un arco dove l’amore confina con la bontà e l’umile ma grande lume dei sogni fa chiara la strada per l’avvenire». Sì, è proprio lui, Meluschi, che parla di Meluschi. Che stende un abbozzo concentrato della sua immagine di scrittore. Non c’è dubbio. Tanto più che queste righe sono anche, nella loro esemplare semplicità argomentativa ed enumerativa, molto precise; vicino al vero. Forse non adempì proprio a tutti i mestieri successivi ed enunciati di volta in volta; ma, sono sicuro, a molti fra questi. Cantante, certo: aveva una bella voce che qualche volta esibiva. Sperduto in giovinezza per il mondo, anche questo è vero; prima del suo approdo a Bologna. Diceva, l’ho ascoltato, di non aver conosciuto il padre; d’essere figlio di un ammiraglio; altre volte di un cardinale. Raccontava anche d’avere una sorella monaca di clausura. In Adamo secondo, che è un romanzo mediamente autobiografico, si legge (per esempio) a pagina 148: «Divenni una piccola cosa, una bugia fatta persona: anch’io avevo paura di me, e, quando aprivo la bocca, m’ascoltavo sorpreso, per sapere chi ero in quel momento. Mi piaceva raccontare di essere nipote di un vescovo, e dicevo qualche parola di chiesa, in latino, come per mostrare a quella gente le nuvolette d’incenso che si espandevano dal mio alto e saggio discorrere». Ecco, l’alto discorrere (che cercherei di rapportare a una tensione verso l’alta fantasia, la continua manipolazione inventiva, in cui si compiva il travestimento progressivo dell’unico personaggio centrale che aveva sempre i contrassegni mediati o diretti dell’autore) è il marchio e la ricerca di quieta nevrosi comunicativa delle sue pagine. Perché la sua pagina è di continuo lacerata sottilmente da questo fuoco nascosto che la illumina o l’appanna, da questa sua scrittura che si dispone sempre in un ordine composto, spesso anche solenne, di ricerca poetica. Ma poi la conclusione è più contenuta e si risolve dentro all’ordine della narrazione prolungata, non dentro una esplosione concentrata. Non trascrivo un giudizio negativo, soltanto indicativo. Perché se la scrittura si componesse in una concentrazione poetica, l’orditura narrativa invece di alzarsi si complicherebbe, spegnendosi come una vela senza vento. Eppure in quel punto di concentrazione e di contraddizione sta la sua qualità, la sua specificità che definirei intrepida. Inesorabilmente tracimante. Meluschi libera l’immaginazione fantastica attraverso l’empito della scrittura; la fantasia della parola copre continuamente la fame spesso cupa della realtà. La realtà della vita, tremenda in quegli anni, anche in quegli anni, è risucchiata, è assemblata dentro una costruzione narrativa che tende ad emarginare il dettaglio, ogni annotazione superflua; per mantenere attivo un nucleo centrale che è sempre inseguito con l’affanno di una lotta, per la difficoltà di riuscire a definirlo completamente; tutto intero; secondo la verità trasposta della scrittura. La quale non è vita ma salva la vita. Perciò c’è un rifluire all’interno (come piume di struzzo) di tanti personaggi letterari (reali nella vita ma quanto reali in «questa» vita?) nomi appuntanti o veri compagni, amici di viaggio? Alle pagine 158 e 159, solo in queste due pagine ne annoto nove, da Amedeo Ugolini a Salvator Gotta. Ma è vero che stava riscrivendo Pane (1937); ed è vero che finì in casa di Renata Viganò: «Restai in quella casa, accolto per terminare il mio libro, e dormivo su un piccolo sofà verde. Tutte le mattine, verso le sei, Renata si alzava, usciva per andare all’ospedale, e chiudeva dal di fuori la porta con più mandate. Forse per qualche tempo pensava che io potessi anche scappare rubando gli oggetti preziosi che le erano rimasti dalla sua ricca famiglia distrutta per disgrazie economiche. Lavoravo in cucina: l’inverno era rigido… Scrivevo col gatto sulle ginocchia: il freddo fermava spesso la mia mano, e pareva gelare il crescere delle immagini. Quando finii Pane, sposai Renata e venne poi Bu, nostro figlio, un bambino come gli altri, che ha cancellato le rughe nel cielo della mia vita».

Adesso Antonio Meluschi è morto, Renata Viganò è morta, anche Bu è morto, e quegli anni di lotta sembrano davvero lontani. Le stanze modestissime ma ospitali di via Mascarella sono da tanto tempo di altri. Ma il libro Pane è un libro nuovo e diverso dentro la nostra letteratura; è un libro nuovo e diverso anche Strada, del 1939. Ed è da leggere tutta, come fosse uno scrittore americano per quegli anni, l’autobiografia narrativa Adamo secondo. E, per la Resistenza, La morte non costa niente e L’armate in barca. Dopo la lettura, o la rilettura, forse potrà cambiare tutto l’ordine degli addendi e magari anche le mie affrettate, o sommarie, conclusioni. Così riassunte: che nelle pagine di Meluschi è vero tutto, non c’è tabulazione affrettata. O che nelle pagine di Meluschi niente è vero, perché la fantasia ha stravolto ogni ordine delle cose; e ha rapportato a sé anche i personaggi e i sentimenti, le sconfitte, la polvere. E la sua straordinaria fiducia di riuscire a rompere ogni catena, di povertà di vita, di durezza di vita, di contraddizione di vita, attraverso l’esercizio quotidiano della scrittura. Con una ricerca di vittoria, e di confronto, con la vita e sulla vita.

 

 (Nella foto: Antonio Meluschi e Gaetano Arcangeli).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 166, 24 maggio 1991.

 

 

 

 

Martedì, 07 Maggio 2013 13:03

Lo sconcerto e la lotta alle zanzare

Adesso tutti quelli che stanno in cima a comandare sono lì a preoccuparsi un poco; e, temo, solo per il tempo necessario. Ma quando in passato qualcuno si azzardava a richiamare l’attenzione sullo stato sempre più confusionale della città dotta e amara, veniva tacitato e liquidato come estensore di bassa letteratura. E invece quale sia la situazione, fuori da ogni letteratura buona o cattiva o pessima, lo vedono adesso i cittadini con i loro occhi, direttamente. Tale, si può aggiungere, da consentire a un quotidiano di molto nome un titolo a prima pagina; che a tanti sarebbe apparso pazzesco anche soltanto tre o quattro mesi fa: «Un giorno da Taurianova». Cioè un giorno di Bologna uguale a un giorno di Taurianova. Un giorno che seguiva ad altri giorni con altri morti ammazzati ancora. Oggi i capi nazionali si approcciano, discutono, s’incontrano, convengono e convegnano, scendendo dalle macchine blu con il contorno di agenti di ogni divisa. Promettono mari e monti; e intanto invitano con voce tonante a non abbassare la guardia, perché ormai il giuoco è a tutto campo, a 360 gradi (questo è ormai il loro linguaggio militar-sportivo), e c’è convergenza d’opinioni. Verbosità calata dentro a una sostanziale indifferenza ripetitiva diventata ripugnante. E per condire tutto, non avendo alcuna specifica intuizione, non una realistica chiave di lettura, nessun riferimento obiettivo e conseguentemente nessuna metodologia concretamente operativa, si congedano con la filippica che, trattandosi di Bologna, si può bene contare, per ottenere la suprema vittoria contro il nemico, sul solido tessuto democratico della società. Ignorando – dato che la scissione fra politica e cittadini è ormai sempre più ampia e lacerante – che anche questo tessuto sottoposto da decenni a violente dentate continue comincia a impoverirsi e a stentare. Per chiedere a una società, bisogna che il potere in qualche modo e qualche volta dia qualcosa. Non una pelliccia in regalo; non una mortadella; non un ballo alla filuzzi nel pomeriggio della domenica; ma qualche pulizia là dove c’è sporco; qualche giustizia reale e convinta là dove c’è ingiustizia obbrobriosa e costante. Invece niente, almeno a mio parere, è più corrispondente alla fantascientifica realtà della nostra situazione generale, della notizia ascoltata in un telegiornale locale in contemporanea all’altra dei tre morti ammazzati il giorno 8 maggio; in contemporanea, aggiungo, alla ennesima itinerante riunione in prefettura del ministro degli Interni con diretti collaboratori – che il Consiglio Regionale in quel giorno aveva votato e emanato una legge per la lotta alle zanzare nel delta del Po. Senza ironia, perché anche le zanzare sono nemiche, se tale lotta si concluderà come la lotta attuale contro mafia ed altro, aspettiamo nella prossima estate notti da tragedia, con l’ossessione di morsi e sibili intorno agli orecchi. Ma non poter dormire è ancora preferibile che dover morire. Annotato per scrupolo questo dettaglio, ritornerei sullo stato di malanno/salute della città. È pasciuta, la cara vecchia compagna; ma lo sguardo è appannato, i polmoni, ai raggi, li vedi scavati; dunque lucida fuori, piena di crepe e magagne all’interno. Però, guai a non dirlo, per non essere rimbeccato come scribacchino vilipendioso e farneticante. Perché il primo guasto, determinante, è che nessun comandante ci capisce qualcosa. Almeno fino ad ora. Le istituzioni girano e girano intorno a questi problemi come fanno i moscerini intorno al fuoco; non troppo vicino, per non bruciarsi direttamente. Si enunciano sacrosanti proclami e richiami morali (l’ho detto). Ma a chi? E da chi? Perché le istituzioni nazionali sono le prime, nel maggior numero dei casi, a vilipenderli con discorsi bugiardi, promesse bugiarde, risoluzioni sciatte o indegne. Questo, se guardiamo su e giù per tutto lo Stivale. Ma anche dalle nostre parti qualche cosa cuoce; per la contraddittoria conflittualità politica (esasperante), per le interminabili contrapposizioni metodologiche; da unirsi alla mai esausta smania e mania immaginifico/progettuale rivolta alle megagalattiche necessità del futuro (mentre i problemi reali sono di una limitatezza esemplare: come raccogliere e spartire il rusco; come seppellire i morti; se riusciremo ancora a dissetarci in un mondo che dilapida i beni primari). Tali progetti, preclari sulla carta, fanno accapponare la pelle se riferiti alla sempre più esigua e drammatica disponibilità di suolo non aggredito masticato e digerito della speculazione e dalla lottizzazione. Mentre secondo i programmi tipici dell’occidente industrializzato il territorio è e deve essere sempre una inesauribile miniera da scavare, grattare, succhiare, sconciare o una foresta da depredare dell’ultimo rametto e dell’ultimo canarino.

Da cittadino inquieto ma non rissoso (semmai rabbioso) sentirei da tempo il bisogno di trovare dei riscontri effettivi, chiari e concreti, nelle cose scelte da fare o che si stanno facendo o che sono state appena fatte; così da garantirmi un sostanziale contributo di fiducia, di piccola speranza, di fioca chiarezza dentro a questo (lucido) incombente marasma.

Sui giornali si è letto di tutto sul «caso» Bologna. Del terrore a Bologna. Della città in ginocchio. Della città terrorizzata. Della città coperta di sangue. Le solite litanie per movimentare resoconti approssimativi di monotono sangue e di monotoni corpi bucati da colpi di fucile. La direzione di lettura porta verso uno scenario di ombre paurose ma senza attori; uno scenario alla Ronconi dove i personaggi sfumano dentro o dietro veli anneriti. Tutti possono essere tutto. Non è la situazione (il componimento spettacolare), cento volte vista letta sentita e patita a Palermo? Quando si dice: può essere il terrorismo; possono essere piccole bande (schegge impazzite le chiamano) di criminali emergenti, più sprovveduti ma anche più pericolosi alle volte; possono essere le cosche in combutta con la criminalità comune. Può essere ogni cosa purché sia limitata. Sia stravagante, sanguinaria ma episodica, non definitiva; non una metastasi del tessuto sociale. Mentre è proprio questo male terribile; questa peste che ha investito e intaccato, proliferando diabolicamente, la pelle della città. Ed è avviata a portarla, se non si interviene con determinazione con un taglio netto, a una palermitana rovina. Perché oggi Bologna, forse ancora più di Palermo o di Sicilia, è diventata lo snodo «distributivo» del traffico criminale più importante (direi, a livello europeo): droga, prostituzione, riciclaggio; mafia in genere. E qua la mafia (in genere) vilipendia, scempia, inquina, terrorizza per rendere l’avversario malleabile, debole, impaurito, rassegnato, indifferente, disponibile. Si stanno impiantando, da noi, i paletti per la costruzione del fortino più esposto; per avere come contradditori soltanto lo Stato e le sue forze – che questo stesso Stato ha condannato a una debolezza patologica nonostante coraggio dedizione fino al sacrificio e fatica di tanti di loro. Il sindaco Imbeni ha parlato di «nuova resistenza». Giusto; ma resistenza sul campo, con cose fatte, con risultati ottenuti, con collaborazione frenetica, con costanza fra tutti. E con queste armi efficaci: tempo da dedicare, occhi per vedere indagare controllare riferire, mani per scrivere, bocche per parlare e gridare; voglia di non lasciar passare neanche uno spillo senza che sia indicato o contestato. Solo così eviteremo di essere condannati, o riconsegnati, a una società in cui il silenzio è d’oro, il servilismo ricompensato, la viltà arrogante un merito. E la critica non più tollerata.

 

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 165, 17 maggio 1991.

 

 

 

Non è stata una buona settimana per Bologna quella che è appena passata. Per niente. I morti continuano a cadere per le strade o ammazzati nei negozi; i carabinieri continuano ad essere sventagliati con la lupara ed è una fortuna che la buona sorte questa volta li ha aiutati. Non parlerò su questo, però: perché già da tempo m’era parso giusto aggiungere le mia voce ad altre per avvertire e denunciare lo stato di progressivo degrado sociale che la città subisce; collegandolo allo sfascio generale di un Paese che è involto in una ragnatela inestricabile di volgarità, di nequizie. E noi ormai siamo dentro a questa Italia che vuole essere dentro a un’Europa ricca che, sembra di capire, la respinge. L’Europa non sperpera come il gatto della favola, che faceva rotolare zecchini per osservare come splendevano sotto il sole; nonostante cento mali comuni, non ha la piaga indegna dei sequestri; non quella malavitosa di mafia camorra ’ndrangheta; non il peso immane di tante stragi e di nessun colpevole; non la vergogna iraconda di processi che si succedono, durano vent’anni e si concludono nel vento. Ergastolani girano tranquilli per le strade, non si ha più il senso della giustizia vera; della linea fra l’onesto e il disonesto. Uno Stato che periodicamente mercanteggia con gli evasori fiscali; che non si organizza per farsi pagare il dovuto e i servizi elargiti che non sa risolvere ma altrimenti i problemi finanziari se non tassando la benzina e gli automobilisti. Un vilipendio continuo, costante, del buon senso e della corretta gestione amministrativa delle strutture sociali. Però inamovibile, resistente perfino contro ogni usura del tempo; quindi sostanzialmente eterno. Indifferente, strafottente, implacabile.

Ma è della rabbia dell’ATC che vorrei da semplice utente della strada e del servizio parlare un poco. La rabbia di che? la rabbia perché? Perché la Regione ha dato o assegnato cinque miliardi e trecentotrentanove milioni in meno nella ripartizione del FNT, cioè del fondo nazionale trasporti; con la conclusione dopo una revisione contabile e tecnica che sarà pure una ATC molto grande ma è anche una ATC squilibrata sia per i costi sia per la conduzione. E le hanno fatto pure un regalo, perché a essere severi fino in fondo la diminuzione del contributo avrebbe dovuto toccare i quattordici miliardi. Si sono naturalmente risentiti alla direzione dell’ente, come sempre capita quando si toccano nel concreto, evitando le cerimonie, i «palazzi» piccoli o grandi; e intanto hanno risposto subito che la Regione ha sbagliato, applicando criteri burocratici, formali, impiegatizi.

Chiedo: quali altri criteri avrebbe dovuto applicare? Forse non è vero che ogni mese cresce il costo dei biglietti? Sono un cittadino che usa l’autobus almeno quattro volte al giorno, per ogni giorno dell’anno, anche all’estate. Pago, come devo, l’abbonamento mensile, che è come un diagramma in salita; tanto che sono prossimo alla sofferta decisione di andare a piedi, scegliendo il taxi per le necessità più urgenti. Anche per guadagnare tempo, soprattutto tempo.

Aggiungo ancora: abito in via Marconi, diventata, anzi trasformata dal recente piano del traffico in un budello di gas, smog, rumore, movimento. Non è il caos della città, è il caos dell’irrazionale. Lo ho anche scritto: hanno cavato il traffico da là e l’hanno dirottato tutto qui. Via Indipendenza è diventato un vialone senza voci, un po’ sporco e funereo; e via Marconi una rimessa, una officina che chiude e muore alle otto della sera.

Ma non vorrei taroccare neanche su questo; mi interessano altri dati particolari che si riferiscono all’ATC. Dati minuti, di un utente piccolo piccolo, che faranno sorridere gli esperti. Li sciorino così: se riesco a sopravvivere ai miasmi dell’aria aspettando l’arrivo di qualcosa, a un tratto vedo arrivare da piazza dei Martiri un gruppo fitto di bus intruppati. Si contano spesso tre n° 20 in fila, uno dei quali termina in piazza Maggiore; due n° 27; un 38, un 39 e in rapinosa sfilza susseguente i numeri 91, 92, 93, ecc. Il n° 21, che ha un lunghissimo percorso, passa ogni morte di papa; e così il n° 30 in cui si mescolano i mariuoli. Trapassata questa lenta sfilata di oche, la parte destra della strada resta vuota come il 15 agosto.

Mi sono spesso domandato: nell’epoca della rampante tecnologia, non sarebbe più utile, più funzionale e in definitiva più economicamente produttivo, programmare passaggi meglio scaglionati? A cominciare dagli autobus della stessa linea, specie nel lungo attraversamento dentro le mura? Un servizio più corretto, più rapido, più razionale per i cittadini. I quali, per fare un altro esempio, se riescono a salire – dopo avere a lungo atteso – sul n° 11, subiscono trecento metri più avanti, a metà di via Ugo Bassi, un altro arresto – alle volte anche prolungato – per il cambio del conducente. E non è infrequente un’altra sosta alla fermata di Piazza Maggiore. O vorrei proporre un percorso sul n° 17, per chi vuole sentirsi fra sobbalzi e rumori le budella in bocca.

Ma ho scarsa speranza che i miei fiati avvicinino le orecchie di qualcuno; perché sono convinto che qualsiasi onorevole amministratore di servizio sociale o amministrativo, così come gli onorevoli generali di qualsiasi gloriosa battaglia per la grandezza della patria, conducono il loro lavoro e l’onesto impegno – e di conseguenza elargiscono i loro comandi – dai tavoli dei piani alti; distaccati funzionalmente dalle minute necessità quotidiane dei soldati; pardon: della gente. Importano le grandi risoluzioni, non i secondi di scarto. Certo, ricevono di continuo dati di ogni genere, diagrammi di ogni genere, prospetti di ogni genere, previsioni di ogni genere; ma tutto ciò è foglia morta se non prova o trova vicino il fiato quotidiano della gente; se non si sentono i discorsi; se per esempio non si vedono le difficoltà sempre maggiori e sempre più drammatiche degli anziani, degli handicappati nell’usare un mezzo che sembra diventare sempre più un obbligo difficoltoso e sempre meno un amichevole mezzo di utilità e necessità. Alle fermate non ci sono tabelle orarie dei passaggi, ma un generico trasandato inizio e termine delle corse; non l’indicazione della «Stazione» ma un altrettanto generico Piazzale Medaglie d’Oro che neanche tutti i bolognesi conoscono; e comunque i relativi cartelli orari sono disposti in una successione ascendente da risultare illeggibili a chi non ha gli occhi di un’aquila.

Giorni fa, nel momento di neve e fango e bagnato, si scendeva nelle fermate dentro alla poltiglia affondando per lo più fino al calcagno. I giovani se ne fregavano con un salto, ma gli altri? Perché non avvertire i conducenti d’avere la premura di fermarsi un po’ più avanti o un poco più indietro, in modo che il disagio reale fosse attenuato per chi ha il peso degli anni?

Adesso sto scrivendo ancora tutto ammaccato sulla spalla e sul braccio destro; lo muovo male; mi duole a sollevarlo. È un incidente capitato appena una decina di giorni fa, quando appunto c’era neve e ghiaccio e poltiglia di fango.

Mentre salivo sul n° 17 e avevo un piede sul predellino, l’autobus ha serrato le porte ed è partito in tromba. Sono stato ributtato con violenza indietro, scaraventato a terra nella neve sporca e ghiacciata. Avrei potuto ferirmi assai gravemente. Sull’autobus c’era mia moglie e l’autista solo dopo vive rimostranze l’ha fatta scendere più avanti; non s’era accorto di nulla e poco gli è importato.

Ancora imbrattato e dolorante ho fatto la mia segnalazione e la mia rimostranza al gabbiotto di via Marconi, a un controllore. Non certo per esigere alcunché ma per additare un pericoloso atto d’incuria. E mi sono tenuto il malanno che dura. Solo gli occhi costantemente in presa diretta del padrone aiuterebbero a migliorare le cose. Le quali, intanto, migliorano un poco anche accettando con la giusta umiltà le critiche eventuali. Ma siamo più abituati ad accettare le critiche in questo paese della retorica ribollente? E poi non ho mai visto, o intravisto, un uomo importante in autobus.

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 164, 10 maggio 1991.

 

 

Lettera di replica del presidente dellAtc a Roberto Roversi utente di autobus

 

Bologna, 11 giugno 1991

Prot. n. 96

Egr. Signor Roberto Roversi

Bologna

 

 

Caro Roversi, su «Anteprima» Lei ha svolto alcune considerazioni sul nostro servizio che meritano una risposta schietta.

Parto dalle ultime cose che Lei ha posto:

a) «non ho mai visto un uomo importante in autobus».

Si sbaglia. Gli uomini «importanti» talvolta usano l’autobus. Lo apprendiamo rapidamente e a stretto giro di posta, poiché inoltrano immediatamente vibrate proteste sulla qualità dei servizi resi dall’ATC. Un ulteriore vizio degli utenti «importanti» è di parlare dal «punto di vi­sta dell’uomo della strada». Come semplici cittadini. Disdegnano ragionamenti e visioni di insieme sul traffico, sulla complessità della vita in città, ecc.

No. Loro vogliono, esigono, una verità chiara, immediata. Sono inesorabili.

Alla fine scontata, ma lapidaria, arriva la frase di condanna: «ma lo sanno i pezzi grossi dell’Azienda ecc. ecc.».

Vede che in questo le persone importanti non sono molto diverse da Lei, che pure è un utente «piccolo-piccolo».

I cittadini normali si comportano in modo diverso.

Talvolta ci criticano, più spesso ci consigliano, ma tutti, indistintamente, ci esprimono la loro comprensione per le difficoltà di lavoro che incontrano autisti ed Azienda ad organizzare un servizio in condizioni di estrema difficoltà a causa del continuo peggioramento del traffico in città.

b) «gli amministratori… ricevono di continuo dati di ogni genere, diagrammi di ogni genere, prospetti di ogni genere, previsioni di ogni genere; ma tutto ciò è foglia morta se non prova o trova vicino il fiato quotidiano della gente ecc.».

 Ma dove vive caro Roversi?

Lei pensa davvero che a Bologna sia possibile trasportare oltre 430.000 viaggiatori al giorno (media giornaliera feriale del servizio invernale) senza sapere cosa pensa la gente, ecc.? Ma, davvero Lei pensa che l’ATC di Bologna non conosca il divario esistente fra le richieste della gente e la realtà del nostro servizio? Per quale motivo, secondo Lei saremmo a chiedere, ormai quotidianamente, corsie riservate e protette, strade solo per gli autobus (Via Marconi è una di queste), ed anche una drastica riduzione del traffico privato? Capirà che non si possono scrivere gli orari alle fermate se non si è in grado di rispettarli e che non si può evitare il fenomeno del raggruppamento di più autobus se si deve sottostare alla congestione continua del traffico privato. Se, a differenza dei cittadini normali, Lei ritiene che vi sia una soluzione banale, dettata dal buon senso, che «in questi tempi di rampante tecnologia» risolva i nostri problemi, La prego, venga subito a trovarci.

 c) «E le hanno pure in regalo (all’ATC). Perché, ad essere severi fino in fondo, la diminuzione del contributo avrebbe dovuto toccare i quattordici Miliardi!».

E bravo Roversi! Ma quanta sicurezza! Lei sì che ha capito al volo come stanno le cose. Beato Lei che non ha bisogno di diagrammi e tabelle! Mi fa piacere che lei abbia trovato, fra tante amarezze, una fonte rassicurante di equità nel lavoro dell’Assessorato regionale competente. Di questi tempi ci si deve sapere accontentare. Se non vuole avere delusioni, tuttavia, non controlli le decisioni prese. Perché vede (in quegli atti) si dà un giudizio negativo sul servizio di Bologna scegliendo, fra i tanti possibili criteri, quelli che penalizzano il trasporto di persone. Così tutte le aziende che hanno linee che non trasportano utenti si ritrovano contributi superiori ai nostri. Che belle idee per contrariare il «vilipendio continuo, costante, del buon senso e della corretta gestione amministrativa».

d) Infine alcune parole sull’autista che è stato scortese. Ammetterà che l’ATC è sfortunata. In tempi di «immagine» e di «comunicazione» sempre agli utenti dalla penna facile capita l’autista non educato. Vede noi riceviamo decine, centinaia di lettere che ringraziano i nostri dipendenti per l’impegno dimostrato nonostante le caotiche condizioni di lavoro ed anche critiche e denunce come le Sue. In azienda lavorano circa duemila autisti e può essere vero che qualcuno (pochi in verità) non sia all’altezza di un servizio pubblico. Ritengo tuttavia che Lei si riferisse, nel Suo scritto, al comportamento complessivo dei nostri agenti o, perlomeno, che volesse sollevare il problema in generale. Ebbene, personalmente, faccio fatica a rintracciare in queste città così cambiate, in questa società così degenerata, i difetti e l’arroganza dei nostri tempi negli autisti dell’ATC.

Probabilmente peggioreranno anche loro, col tempo, inevitabilmente e diverranno insolenti, come spesso accade di osservare in altre città (quelle più grandi).

Vede, la critica, quando è poco meditata, si iscrive in quel lungo tormentare qualunquista che tutti conosciamo e, lungi dal correggere difetti, li precipita.

Personalmente, sono rimasto sorpreso dal Suo articolo e spero che abbia tempo di ripensare alle cose scritte.

La Sua influenza sulla pubblica opinione, la Sua onestà intellettuale ed anche la considerazione per il lavoro degli altri meritano, se mi è permesso, maggiore rispetto.

Cordiali saluti

 

Renzo Brunetti

 

 

 

La lettera inviatami si riferisce all’articolo pubblicato sul numero del 10 maggio scorso di Ante­prima con il titolo: «Vado a piedi o vado in autobus?».

Dichiarato in partenza utente dalla penna facile, non voglio aggravare la mia situazione con ulteriori aggiunte di scrittura.

Mi consento due cose. Non ho mai inteso generalizzare critiche nei riguardi degli autisti dei bus (il mio testo è lì a confermarlo).

Alla domanda inserita nel paragrafo b della lettera: «Ma dove vive caro Roversi?», rispondo per l’esattezza: «A Bologna».

 

R.R.

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì, 06 Maggio 2013 19:18

In un giorno d’aprile

Con emozione molto moderata, tranne che per i diretti interessati e partecipanti a quei grandi avvenimenti lontani, si è celebrata o soltanto ricordata la data del 25 aprile; che nel 1945 segnava la conclusione della guerra micidiale fra tedeschi e americani (e inglesi, francesi, polacchi, australiani, marocchini) sul nostro suolo; e nello stesso tempo la fine della lotta durissima, cruenta, fra bande e raggruppamenti partigiani contro divisioni tedesche e formazioni fasciste.

Sono i succinti e drammatici dati della storia, questi, che molte lapidi cercano di immortalare in tante piazze d’Italia o vicino alle immagini che lentamente sbiadiscono dei caduti in combattimento o massacrati nel corso di quei mesi implacabili.

Dopo mezzo secolo non è facile, genericamente, cercare di riportare in vita le stravolgenti emozioni in mezzo ai continui pericoli e alla violenza di anni di storia; soprattutto quando l’obiettivo sarebbe di coinvolgere o accomunare in una unica emozione anche i giovani nati da poco e che sono già nel Duemila. Se si bada, per un esempio di peso, che nell’Ottocento, dopo solo vent’anni l’impresa di Garibaldi in Sicilia, la leggendaria impresa dei Mille, era già annacquata dentro l’irosa prepotenza del parlamentarismo di Roma e l’indifferenza borghese.

Allora una domanda: come si può fare per ricordare ai giovani (non dico: per celebrare) quel giorno con le sue conclusioni e quegli uomini con la loro volontà dentro a una costante situazione di pericolo che poteva portare alla morte? Risponderei: ascoltando direttamente il ricordo semplice ma vero (unica cronaca diretta) dei protagonisti con i capelli bianchi, e mettendo in mano ai giovani alcuni libri con l’invito: «Prendili, senza obbligo; ma se hai voglia leggili, quando hai tempo». La parola scritta, che lì rimane e aspetta; o la parola detta, perché si riesce quasi toccarla con la mano. E allora, mettendo sempre su tutti, come riferimento indispensabile per ogni inizio, I miei sette figli di Alcide Cervi, perché ha l’epica umanità di una cronaca del Trecento, ho detto la volta scorsa che avrei parlato, per ricordarli, di Renata Viganò e di Antonio Meluschi. Oggi, di Renata Viganò.

A me sembra (e poi c’è il consenso di lettura di tanta gente anche fuori d’Italia; il libro, si può ripeterlo, ha avuto quattordici traduzioni) che la scrittrice sia riuscita a definire, con il moto costante e via via sempre più drammatico del racconto, una figura esemplare del popolo italiano in un’epoca d’angoscia; una madre piena di coraggio ma serena implacabile paziente. Senza alcuna violenza dentro a un grande amore per le piccole necessarie cose quotidiane che sono la sostanza e la verità della vita. Ma anche con il dolore per certe cose, azioni, parole, comportamenti e per certi silenzi – inteso come normalità costante non come diversità in una situazione di guerra; quando tutto ciò che si fa, viene pensato, fatto, è compiuto ed esercitato dentro a una condizione di vita troppo spesso implacabile; troppo spesso amara.

Non più giovane, l’Agnese è la tipica donna contadina della pianura padana; che sopporta (non subisce) le varie situazioni sempre più incombenti e sempre più gravose, con la forza di chi ha ereditato dai secoli l’abitudine e l’obbligo di lottare sempre per sopravvivere. La campagna, le acque, i silenzi delle cavedagne rotti dai colpi lontani di un cannone o dai colpi vicini di mitraglia; l’ordine della natura interrotto o rotto da un disordine mostruoso. Quindi l’obbligo susseguente di assumersi dei doveri di scelta che non si possono rimandare, e di diventare perciò dei protagonisti.

Vorrei annotare proprio questo (essendo la figura di Agnese un grande personaggio, semplice nuovo e giusto): che per la prima volta in un modo così determinato, così definitivo, le pagine della Viganò ci consegnano la descrizione senza interferenze, quasi la naturale documentazione e la relativa conferma di ciò che ha veramente formato la sostanza di fondo e duratura del periodo della resistenza. Mai, prima d’allora, nella storia d’Italia e in un modo così completo e decisivo (direi, anzi, esclusivo), sia pure in un arco di tempo ridotto, il popolo era diventato protagonista in assoluto, proponendosi come parte sociale che non solo partecipa e decide ma gestisce. Che ha scelto e si è impegnato a decidere, prenotando il futuro. Il popolo italiano, in quegli anni, ha potuto e dovuto fare finalmente i conti con se stesso; ritrovandosi. Ritrovando, direi, il filo diretto con la propria storia.

Quindi il risultato finale è stato, certo, una vittoria; che sarebbe poi stata celebrata compostamente in seguito. Ma è stato quel filo ritrovato che ha prodotto continui stimoli di confronto negli anni seguenti e fino ad oggi. Così, credo, possiamo dire senza errore che siamo sopravvissuti a tanti attacchi contro la società intera e a tanti errori comuni potendoli correggere, proprio perché abbiamo potuto attingere via via a quel capitale di moralità, perseveranza, speranza, pazienza ricevuto in dotazione da quel periodo capitale che mi sentirei di esemplificare in alcuni semplicissimi e difficilissimi lemmi: aprire sempre la propria casa a chi ha vera necessità; soccorrere, aiutare il bisogno di un amico, di un uomo e chiunque si impegna in una lotta vera; non essere, non potere, non dovere mai essere indifferenti verso le cose che accadono e che ci coinvolgono; esercitare sempre la fermezza necessaria, la parola data, la verifica costante della propria coscienza, il conforto del dubbio – semmai corretto da una giusta discussione, dal lo studio, dalla insonnia della mente. Naturalmente anche con mezzi poveri, in modi poveri, con le proprie forze. Vergognandosi di ogni corruzione.

Era, in altre parole, il grande inferno del mondo contadino che si riscuoteva dalle fondamenta e riportava alla luce non diavoli ma frammenti di angeli. Ripescava al fondo della propria storia la spinta morale verso il futuro. In questa prospettiva Renata Viganò ha avuto la capacità di tradurre ogni emozione della realtà e della fantasia in una scrittura di raffinata semplicità – non negata a una fluidità armonica, quasi poetica. Questa vibratile scrittura trova conferma nell’altro libro più direttamente documentario, meno noto, da lei scritto in seguito: Matrimonio in brigata; con svolgimento nelle valli o verso le valli di Comacchio. Una formidabile narrazione visiva di questa situazione di lotta, di combattimenti, di morte, l’ha data Rossellini nell’episodio del suo Paisà girato in valle e sul Po. E così si vede come siano strette le concatenazioni narrative delle impressioni, delle riflessioni, dei dolori e delle speranze degli uomini e delle donne nei momenti di orribile tempesta. L’Agnese ne è un esempio che non si dimentica: «Andava e veniva da un lato all’altro della stanza, per lasciare la roba in ordine. Era svelta, leggera. Il suo grande corpo si muoveva facilmente, senza affanno, portato dal felice orgoglio di non essere più spinta indietro, lasciata in disparte nella pericolosa marcia dei compagni».

 

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 163, 6 maggio 1991.

 

 

 

 

Lunedì, 06 Maggio 2013 19:11

Una bomba su Bologna

Nel Reno hanno trovato una bomba. Il fiume Reno. Era una grossa bomba interrata, lunga un metro e venti, pesante quattro quintali e mezzo, sganciata dagli americani nel corso della seconda guerra mondiale a pochi metri da un ponte. Non era esplosa.

A chi non è più tanto giovane, la lettura di questa fatto di cronaca darà, penso, qualche emozione dei ricordi; come se un bastone avesse smosso un’acqua ferma; tutto allora si mescola, affiorano particolari dimenticati, ombre di persone ritornano come persone vere e intere. Impressioni collegate alla giovinezza, fatte di pietra per il passare del tempo, riprendono moto e tornano a incalzarci. Infatti è sempre straordinario come spesso basta un soffio della realtà a ridare vita alle cose già trascorse, che sembravano perdute per sempre; aiutandoci cosi a riprendere forza per proseguire il corso dei nostri giorni.

La notizia della bomba, però, non è sorprendente, anche se rivelava una situazione di pericolo. Perché altre volte in passato abbiamo letto la cronaca dei ritrovamenti di residuati bellici, sparsi qua e là un po’ dappertutto dentro il suolo italiano. Dato che negli anni dal ’43 al ’45 l’Italia fu arata metro per metro da una guerra devastatrice. Spazzati via i paesi. Via chiese, biblioteche, musei, abbazie, palazzi, cimiteri. Insomma, tutto quello che da sempre appartiene all’uomo, agli uomini, perché visibile e palpabile testimonianza della sua fatica paziente, del suo lavoro, del suo pensiero, della sua fantasia, della sua fede, della sua speranza, in quegli anni giorno dopo giorno era stravolto percosso abbattuto. Accenno con semplice riferimento a questi fatti perché, se un giovane legge, possa intendere ancora una volta come l’avidità sempre più insaziabile degli uomini in generale abbia contrassegnato il nostro secolo riempiendolo di orrori. Oggi ritroviamo una bomba dell’ultima guerra mondiale e siamo d’un colpo rimandati a cento amari ricordi. Ma ce ne è uno, fra i libri più belli di Rigoni Stern intitolato L’anno della vittoria, che racconta il ritorno dei soldati e degli sfollati della guerra del ’15-’18 nelle zone di montagna in cui erano state appena combattute tremende battaglie. L’anno della vittoria è dunque il 1919, e così vede le cose del proprio paese e della propria terra chi ritorna: «Pietre nude annerite dagli scoppi o giallastre per l’esplosivo, o bianche perché dissepolte dai millenni sembravano le ossa spezzate della Terra… Dal terreno sottosopra affioravano resti umani ma quando arrivarono tra le une e le altre linee dove i reticolati dividevano i due schieramenti, il loro orrore raggiunse lo sbigottimento: dai grovigli di filo spinato pendevano al sole di maggio decine e decine di scheletri e pareva che l’aria li facesse dondolare. Così, disse infine il padre di Matteo, sarà anche sull’Ortigara, sul Carso, sul Montello, sul Grappa. Questo dovrebbero vedere i governanti. – Anche le madri dovrebbero vedere questo, aggiunse Tana». Tutto per concludere, sulla base di drammi apocalittici sempre ripetuti, che la società umana non troverà una dignità di vita e di pensiero politico fino a quando non avrà saputo e potuto rimuovere dal proprio bagaglio operativo l’idea consolatoria dello scontro armato come unico ed estremo risolutore delle controversie e delle brutali avidità degli Stati.

Precedo radunando rapidi frammenti di riflessione, perché intendevo agganciarmi, col supporto di queste, ad altro ancora; anche se direttamente collegato. All’anniversario, il 23 aprile, della morte di Renata Viganò avvenuta nel 1976 (coinvolgendo nel ricordo commemorativo anche Antonio Meluschi, scrittore dimenticato ma ancora interessante). E alla lettura, appena terminata, delle ottantaquattro pagine, drammatiche ed emozionanti, scritte da Francesco Berti Arnoaldi e pubblicate da poco dall’editore Sellerio con il titolo Viaggio con l’amico. Libri come questo, sempre più rari e dunque una sorpresa eccezionale, non si vorrebbe mai concluderli. La verità drammatica della vita è dentro alla verità esemplare della scrittura. Questa traduce dalla storia, che sembra già tutta immobile, rovesciandole dentro all’ingrata indifferenza del presente, persone e azioni da leggenda che non si possono, non si devono più perdere.

Del libro di Berti Arnoaldi parlerò una delle prossime volte, a modo mio, senza fretta. Ma subito vorrei indicarlo ai giovani per una pronta lettura e per un giusto alimento della mente. Anche perché sono sempre convinto che è venuto il momento di tornare a fare dei conti grossi con la vita. La propria vita e la vita degli altri, che sono la nostra vita. Sottraendoci a una inerzia dei sentimenti e delle speranze soltanto frustante e addolorata.

Scriverò anche dei libri di Renata Viganò collegati a quegli stessi anni di lotta e di guerra; e dei libri di Antonio Meluschi, dentro alla realtà dei tempi fino all’esasperazione. Scrittori di guerra? Sì, scrittori di guerra. Scrittori di pace? Sì, scrittori di pace. Tante pagine sono da rileggere, oggi, per riordinare le idee.

 

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 162, 26 aprile 1991.

 

 

 

Lunedì, 06 Maggio 2013 15:54

I Lari, i Penati e come seppellire i morti

Oggi sono tanti e bravi quelli che cercano, con la scrittura, di divertire o almeno di rasserenare in ogni modo il lettore; spesso riuscendoci. Così può essere ammesso che qualcuno imbocchi invece un’altra strada e attenda ad argomenti più disarmati di fascino ma non per questo, forse, meno necessari; al fine di discuterne se questi problemi, con le relative argomentazioni, si aggrovigliano fino a proporsi come problemi non soltanto severi ma disastrati. Andando così ad aggiungersi alle continue inadempienze consumate dal potere ufficiale nei riguardi della società.

Che è e deve essere, insistono da più parti a ricordarci, soprattutto dei giovani; e che tende, di conseguenza, a buttare i vecchi da parte, magari dopo averli illusi per spremerli col miraggio di una gioventù ritrovata a mezzo di viaggi, corride, giuochi dell’oca, anime gemelle, cuori solitari balli alla filuzzi, crociere sui due mari, vacanze tutto compreso, fondi di investimento, monolocali con vista sugli amenissimi prati. Insomma, con un mucchio di interessate concussioni e di strampalate fantasie.

Il vecchio (diciamo pure, la persona anziana) dopo essere stato ignorato ufficialmente per troppo tempo, oppure collocato sul trespolo di una astratta e retorica esaltazione da museo delle cere, diventò – per alcuni decenni passati – come ho cercato di ricordare, un personaggio fin troppo lusingato inseguito perseguitato da una quantità di profferte, tanto da sembrare un ritrovato e rinnovato protagonista della nostra società formicolante di delizie. Ma questo innamoramento è durato un mattino; essendo adesso passati alla sopportazione. E si capisce perché. Infatti soltanto se è ricco il vecchio, oggi, viene considerato un soggetto sociale utile, fruibile, nonostante i capelli bianchi e le borse sotto gli occhi. Mentre, per gli operatori economici del nostro tempo che mercificano anche l’ombra di un filo d’erba, il vecchio povero è un pollo senza carne e senza penne, carcassa da buttare; non adatto al volo ma neanche al brodo. Un vecchio povero che muore? Non fa notizia, crea solo fastidio. Un vecchio in tivù? O è rimpinzato di bot e villa in campagna oppure è solo l’immagine di un degrado da cui bisogna fuggire. L’ondata di comunicazione che travolge i nostri giorni è composta da intrepide puledre di bellissimo pelo e da intrepidi cavalloni tirati a lucido, sprizzanti sanità ricchezza tempo libero alti guadagni affascinanti lavori voglia di vivere. Denti luminosi, occhi risplendenti. Gambe affusolate. Felici, almeno nella trama del racconto pubblicitario, di fumare come turchi e di bere come forsennati le orribili gassate o i devastanti liquori in ogni ora del giorno e della notte. Se mangiano, invece, danno su bianchissimi pastrucci cremosi morsetti da canarino. Questi, ci dicono e quasi ci impongono, sono i soli protagonisti dei nostri giorni.

Ma per i vecchi con pochi denti, senza Audi a cambio automatico, senza Chivas Regal da offrire in giro, c’è almeno un onesto piccolo buco al cimitero? Non solo, ma anche per tutti i morti di ogni età? Qua volevo arrivare.

Perché il rispetto per i morti è esercizio normale di una società giusta e coordinata secondo buone regole; mentre sono le società volgarmente scomplessate e torbide a buttare all’aria anche questi ultimi rigori per rincorrere ogni altra egoistica fantasia.

In passato, seppellire i morti con un minimo di onesta convinzione è stato in ogni caso un impegno di tutti, tanto che i camposanti si sono formati via via che la società prendeva atto dei propri adempimenti civili; appunto, riconoscendo che fra i primari, uno si riferisce al culto dei defunti. Il camposanto era diventato sostitutivo, per la collettività, dell’area privata. Luogo di culto pubblico e privato nello stesso tempo; e di ritrovamento per tutti o per le proprie private preghiere. Il luogo, insomma, un tempo tenuto dai Lari e dai Penati, le divinità domestiche semplici e immediatamente identificabili della vita familiare nell’antica Roma. Sempre pronte e sottomano, come le immagini con il lumino acceso nelle casette dell’Ottocento.

Invece cosa succede e cosa si legge oggi? Che non c’è posto neanche più al cimitero; e che per seppellire i morti bisogna mettersi in fila di notte e aspettare per ore il permesso; che per seppellirli bisogna portarli lontano; che mancano i becchini, che manca la terra; che quando è permesso, si seppellisce poi con grande lentezza, dopo parecchio tempo. Eccetera, eccetera. Da non crederci. Anche qui a Bologna.

Dicono: servono cento lavoratori e ne abbiamo quaranta; la popolazione è aumentata e anche i defunti. Ma tanto sbadato è stato fino ad ora l’impegno generale e ufficiale; e scarsa la vera attenzione verso un così grande problema; che questo servizio essenziale per la comunità civile è passato in poco tempo, se non sbaglio a leggere, sotto la cura di quattro diversi assessorati. Ripeto ancora: da non crederci. Ma è possibile? Anche qua a Bologna?

Temo sia possibile, sia probabile. Perché è ormai generalizzata nella nostra società la perniciosa convinzione che ciò che non ritorna in notizia eclatante può essere relegato a impegno meno urgente, a impegno rimandabile; mentre si dirottano tutti gli sforzi là dove si possono esaltare i mega progetti delle megacittà del Duemila. Senza cimiteri ma con cento sale-convegni.

E allora, a chi possono mai interessare le cure e la salvaguardia dei modesti Penati, dei modesti Lari familiari? La salvaguardia delle profonde, minute tradizioni familiari; dei giusti moti dei sentimenti; dell’indispensabile lievito delle memorie della propria vita che si perpetuano, e si prolunga, proprio nel culto dei morti?

Il problema sociale di come dove quando seppellire un uomo è almeno altrettanto urgente e persistente come obbligo di come dove quando far vivere un uomo.

Al tempo di Napoleone in Italia ci furono sanguinose sommosse quando fu deciso di aprire cimiteri in terra e impedire di seppellire in chiesa. Dopo duecento anni dovranno aprirsi altri faticosi e drammatici dibattiti fra cittadini e potere per restituire dignità e priorità a questo straordinario impegno? Che non mi pare proprio sia da appaiare a quello dello scarico dei rifiuti. Il contenimento di Bologna da città ancora appena vivibile in città del tutto invivibile è legato come un masso anche a questa convinzione; a questa scelta.

 

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 161, 19 aprile 1991.