Una settimana a Bologna

L’amaro sfogo di Moruzzi: «Critiche sì, processi no» e la conseguente rinuncia alla delega dell’immigrazione.

«Il Bologna è mio». «No, è mio»; e la tempesta fra Corioni che ha venduto e la terna industriale che ha appena comperato – in proprio o per mandato, non so – la società di calcio. Si dovrebbe aggiungere: «la povera» società di calcio, una volta seria e rigorosa (e vittoriosa) oggi maltrattata da mani sempre meno abili.

«Teppisti a dieci anni. Tre bimbi (con complici) devastano scuola materna». E Imbeni interviene scrivendo che «un bimbo è un bimbo. Altro che un teppista».

Infine un commento conclusivo dopo il Festival Nazionale dell’Unità: «Dio e festa del Pds. Cosa c’è di strano» di Padre Luigi De Candido del Convento Servi di Maria di Bologna.

Sono quattro accadimenti, filtrati attraverso la stampa, nel pugno ristretto di una settimana bolognese, che invitano ad ascoltare, a partecipare, a obiettare, a dedurre. Allora mi intruppo anch’io fra questi cittadini interessati spendendo qualche parola, intanto per i primi due; gli altri due, meno deperibili, la volta prossima. Travolti come siamo dai problemi generali buttati sulle spalle delle nostre giornate come lava di vulcano che scorra sul dorso di una collina; oppure, se vogliamo enunciarlo meno liricamente e con più precisione, travolti dai problemi generali che la mandria imbufalita dei mezzi di comunicazione, ormai prevalenti e determinanti, ci indica e ci impone come tali; noi tutti tendiamo a perdere di vista i problemi particolari, i problemi specifici di una comunità cittadina non ancora troppo o tanto metropolitana (quindi non ancora tanto slargata, sfilacciata e dilatata da non potersi neanche riguardare) che così tendono a omologarsi in un appiattimento disastroso; fanghiglia di fastidiosi malanni da costringere alla resa anche la mente più sveglia o l’attenzione più tenace. Colpita così, per inevitabile sollievo momentaneo, che ogni giorno siamo tentati di scaricare il cumulo delle notizie e dei problemi assunti o ricevuti, se vogliamo salvarci e non naufragare nell’impazzimento.

E infatti, per ricollegarmi al già detto, il quadro dei quattro accadimenti disegnati all’inizio, conduce a problemi di fondo di assoluta rilevanza; che, se non trascelti in evidenza e ben identificati, tenderebbero a essere sopravanzati nei prossimi giorni da altri, restando così insoluti, decapitati o rimandati nonostante l’urgenza.

Ho l’impressione, e mi riferisco intanto al primo, che il quadro generale prospettato dalla Giunta in questo momento non sia edificante. Ho anche l’impressione, appaiando tutto genericamente con quanto ci arriva ad esempio da Brescia, come spettacolo di disgustosa italica litigiosità amministrativa, diventi una norma allargata di preoccupante omologazione. Ci si azzanna spendendo tempo e fatica, mentre il cittadino non riesce nemmeno a identificare bene gli schieramenti e le ragioni del contendere; ma rendendosi ben conto delle necessità urgenti della situazione, che vorrebbe essere affrontata almeno con l’impegno della tempestività. Abbiamo, insomma, problemi drammatici che non tollerano più la litigiosità politica, frenetica provinciale, retrodatata culturalmente, che ha contrassegnato per cento anni le piaghe della nostra politica e di cui la città di Bologna sembrava immune. Offende, come conseguenza, assistere alla rissa non solo fra gruppi contrapposti ma fra gruppi familiari, spettacolo deprimente quanto una zuffa fra parenti sul corpo di uno zio ricco moribondo.

Posso esprimere cosa ha inteso, leggendo i giornali, un normale cittadino come il sottoscritto sul fatto scabroso che ha per protagonista iniziale l’assessore Moruzzi? Che questo assessore impegnato in un campo di problemi assillanti e assolutamente non ancora bene decifrati e disposti dalla quasi totalità del personale politico, proponesse almeno con chiarezza, e finalmente, un atteggiamento pratico, vale a dire di cose da fare, che serviva a concludere oggettivamente qualcosa; a dare principio a una fine. Soluzione locale, magari momentanea e certamente parziale, al caos assoluto in atto oggi in Italia. Il Paese, si ricordi bene, protagonista in questi ultimi tempi di un incivile vergognoso vile mancamento di parola verso i profughi albanesi, gli ultimi disperati nello stadio di Bari, a cui fu data una parola d’onore per farli uscire, subito rimangiata ventiquattro ore dopo. Allora rendiamoci conto che gli immigrati, da ogni parte, hanno imparato bene che si trovano nel paese di Pulcinella; un paese in cui ciò che è promesso oggi viene disdetto dopo un’ora; dove la legge è subito non attenuata ma capovolta da una amnistia; dove solo se gridi più forte ottieni ciò che chiedi; mentre se chiedi per diritto hai solo promesse e convegni e dibattiti e statistiche e sommarie affrettate elargizioni; ossa per cani. Nessuno di loro si è ancora trovato di fronte alla severità di una legge che sia giusta e attenta; che conceda subito ciò che deve e punisca senza intralci l’abuso, la prepotenza, la violenza, la delinquenza; comunque ogni sopraffazione. Se la concessione in qualche modo non viene strappata, si è certi che per le vie normali poco si ottiene; o niente. Il sentimentalismo genericamente terzomondista di certe frange della sinistra è ancorato a un’astrattezza diabolica, che non tiene in nessun conto la drammatica realtà dei giorni presenti; e cosi torna a giuocare con le fantasie (non dico affatto con le utopie, che sono di altro peso e valore), come il micetto grazioso, tutto amabile da osservare, che fra le zampette si ribatte una bomba a mano. Basta guardare quello che succede in questi giorni in Germania; ed è appena l’inizio di una terrificante trafila ancora tutta da venire. La fermezza sulle decisioni prese, la compattezza su queste decisioni; la certezza che le decisioni non saranno cancellate un’ora dopo; la consapevolezza che gli apparati politico-amministrativi hanno almeno chiare le immediate soluzioni; darebbe anche agli immigrati la convinzione di avere di fronte un interlocutore preciso e affidabile e li costringerebbe ad avere una sospettosa fiducia, senza la quale ogni rapporto fra istituzioni e cittadini è improponibile. Questa gente ha drammatici problemi di fondo che una società civile non può rifiutarsi di risolvere; per fare questo occorre una convinzione precisa e una volontà politica precisa almeno sulla sostanza di questi essenziali problemi. Oppure li affronteremo sempre concedendo di volta in volta qualcosa dietro l’interessato ed esasperato vociare degli utenti; transitori contentini che costano molto e non risolvono niente? Non è forse il momento per cercare di mettere un poco di utile ordine con beneficio, soprattutto, degli aventi diritto? O invece si continuerà con la solfa della demagogia, intrisa di un sentimentalismo che appassiona ogni utile e difficile soluzione?

Vedo che mi sono masticato lo spazio. E spendo solo due parole, come so, sul Bologna calcio, rimandando il riferimento agli altri due problemi alla prossima settimana. Il Bologna calcio, uno specchio che riflette parte della Bologna attuale. Denari che corrono, parole che volano, piccole o grandi presunzioni, piccole o grandi arroganze, approssimazioni, risultati cavati coi denti e di misero conforto. Ma il calcio in Italia, come spettacolo in sé, è opinione di serie persone che oggi sia misera cosa, e io condivido la convinzione. Ed è, nel particolare, cosa deludente anche sotto le torri, perché è sempre più fatto di facciata a livello dei padroni e sempre più deludente per il giuoco improvvisato, o incerto. Litigano i padroni, qua a Bologna, su cavilli che devono sorprendere anche un bambino. Ma come? Vi accorgete ora e prima non avevate letto? Proprio il giorno di pagare e dopo che nel corso delle trattative avevate coinvolto luminari del foro e dell’economia a chiarire, delucidare, completare, sottilizzare, specificare, derubricare? Corioni, che ha sempre avuto non buona stampa da noi, e che è certamente persona abile e attenta, ha buon giuoco a sostenere la propria sorpresa.

Prima di Corioni il Bologna calcio era come un piccione schiacciato, il dopo Corioni non mi sembra indichi una strada di grande novità, a parte i miliardi più volte sbandierati; troppe volte sbandierati. Nell’insieme, si ha tutt’ora l’impressione di un guazzabuglio, come se si trattasse di una squadra di provincia, manipolata solo per la facciata. Il tempo serio di Dall’Ara e dello squadrone che travolgeva l’Inter vincendo il campionato è lontano come il sole. Forse, ma è solo un mio parere, come la serie A dalla squadretta attuale. Che assomiglia ai motori della Ferrari; una volta vanno e tre volte saltano, facendo fumo. I giornali di qua, poi, a noi profani, più che piccole impressioni critiche nulla ci spiegano; mentre ha gridato Detari, giocatore mercenario del Bologna, in data 4 ottobre 1991: «I nuovi padroni sanno solo chiacchierare».

 

(Nella foto: Mauro Moruzzi).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 181, 11 ottobre 1991.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 181, 11 ottobre 1991
Letto 2726 volte Ultima modifica il Lunedì, 13 Maggio 2013 12:51