Una settimana a Bologna (II)

Riprendo e continuo il discorso avviato la scorsa settimana e mi riferisco al terzo e al quarto argomento. Intanto il terzo. “Teppisti a dieci anni. Tre bimbi (con complici) devastano scuola materna”. Questo era il titolo quasi a piena pagina del Supplemento al N. 209 dell’Unità di domenica 29 settembre. “Hanno avuto tutto il tempo di sfasciare la scuola. La polizia li ha presi sul fatto, erano tre bambini di 10, 11, 12 anni. Domenica pomeriggio, fra le 16.30 e le 17.30 un gruppetto di ragazzini sono entrati nelle materne “Don Milani” per distruggerle…”.

Stefano Grandi, presidente Pds del Quartiere Reno, ha detto: “La cosa che più ci fa paura è che questi nascono da un sottobosco prettamente bolognese. Non è la vecchia immigrazione, non è la piccola delinquenza già nota alle cronache; è un fenomeno nuovo, servono risposte nuove”. Ma, annoto rapidamente in calce, non è che il fenomeno non sia poi così nuovo e che non bastasse a contrastarlo una risposta mai ma mai attuata, sempre disattesa? Però devo proseguire con altre citazioni, brevi estratti, per assemblare tasselli relativi all’episodio e dunque al conseguente drammatico e più generale problema che è emerso.

Ma intanto mi chiedo ancora: che cos’è il sottobosco riferito ai bambini? C’è un dentro e un fuori, patologico delinquenziale e sociale che può costringere e investire direttamente i bambini, i nostri bambini in questa società perfida, che ha gemme intorno al collo e i calzoni sbracati; e sul corpo, appena nascosto, ferite infami? Abbiamo, per sollievo, letto un pronto e giusto intervento di Imbeni: “Un bimbo è un bimbo. Altro che un teppista… Come si fa a parlare di teppisti, di vandali, di delinquenti di fronte a bambini di 10-12 anni? Un bambino è un bambino anche se qualcuno pensa di mettersi la coscienza a posto rinchiudendolo nella categoria del ‘teppista’… Pur senza colpevolizzare o assolvere nessuno è evidente che ciò che si raccoglie oggi è il risultato di ciò che si è seminato ieri”. O non seminato, torno a ripetere.

Condivido tutto questo e torno a riproporlo alla riflessione di chi legge; e tanto più lo condivido se collegato alla continuazione dell’argomentazione di Imbeni che, appunto, rimette sul tappeto la sostanza reale della società in cui oggi viviamo e i ragazzi/bambini vivono. Una società che fuori o sopra l’ibrido fescennino del sorriso a quarantotto lucidissimi denti, propone inesorabile e ormai vincente la filosofia (così si deve dire, depurando, per carità! il termine da ogni possibile riferimento a un qualche impegno politico) di uno spietato scontro diretto, impietoso e implacabile, fra uomo e uomo; per sopraffarsi, prevalersi, arricchirsi, arraffare, corrompere, intrallazzare, mentire fino alla delazione. Se l’occidente intero è sotto o dentro questa logica spietata (che emargina senza alcuna pietà e con arrogante fastidio chi è inerme o debole o disperato), l’Italia è una delle gemme incastonate in questo tronco, con in più per buona pesa la peste della mafia e degli orridi sequestri. Terra un tempo del diritto, oggi della più dissennata licenza. Ma procediamo. “Calpestati e distrutti anche i libri di favole”, hanno annotato altrove. Ma io temo che questi libri di favole, a parte il settore dei bambini bravini cocchi di mamma, piacciano soprattutto agli adulti nostalgici della propria passata dolce età; un’età dell’oro irrimediabilmente scomparsa. Perché, altrimenti, si terrebbe in ogni occasione ben presente la serie allucinante dei dati reali che emergono nei nostri giorni. Il 23 settembre scorso – infatti – si è aperto alla Fondazione Cini, a Venezia, un convegno internazionale sui diritti dei bambini; nel corso del quale sono state ripetute ufficialmente informazioni dettagliate. Per l’Italia, intanto, il prof. Caffo ha premesso: “A parole tutti dicono di amare i bambini ma nei fatti è tutta un’altra cosa. Siamo ancora molto indietro. In Italia poi la situazione è allucinante. L’impegno è zero, i fondi pochissimi”. Teniamo presente questa indicazione di un impegno che è zero; che non c’è.

Il resoconto del giornale, da cui ho desunto la cronaca, aveva questo titolo su quattro colonne: “Sfruttati, uccisi, venduti… l’inferno in terra dei bambini”. E nelle righe seguenti: “Ottanta milioni di piccoli schiavi nel mondo… I dati illustrati ieri sono angoscianti. Bambini che scompaiono, che fuggono di casa, che vengono venduti, che tentano il suicidio, che muoiono in guerra, che si prostituiscono, che sono costretti ai lavori più umilianti”. Questa è dunque la verità, non altra; fuori dal mammismo zuccheroso di una società che si guarda allo specchio ma non si scruta mai nel profondo, ricercandosi con inquietudine. E cioè, che la maggior parte dei bambini vive in una situazione di precarietà ossessiva, di paura greve; quasi una lotta interminabile, che devasta anziché aiutare a formare e via via a fortificare la psicologia e la voglia, la curiosità, la gioia di partecipare con il mondo che si disvela. Essi invece sono subito immersi, o gettati, nella foresta ossessiva dei segni, dei segnali (parole, suoni, immagini), nella foresta dei più intricati sentimenti spacciati dentro la rosa ingannevole dell’ovvietà pubblicitaria; e delle più esplicite pubbliche quotidiane violenze.

Sono subito esclusivamente strizzati come probabili consumatori (o oggetti per un possibile futuro consumo), oppure emarginati in fretta come portatori della lebbra di una povertà/miseria che li esclude dalla massa degli acquirenti; quindi refrattari anche ad ogni suggestione di acquisti futuri. La società che si vede e che amministra il mondo,nel mentre esibisce ogni giorno lo spettacolo determinante della propria inesauribile violenza, tende freddamente e ad ogni costo a rendere silenziosi e invisibili coloro che non possono contribuire ad alimentarla (la Società? la violenza?); riservando a costoro solo qualche osso risicato. Altroché libro di favole e soave mondo dei buoni sentimenti finali (non per nulla, poi, i pochi veri buoni libri di favole sono libri spietati). Bisognerebbe piuttosto far conto della indifferenza dei nostri governi, che trattano la scuola come un cesso pubblico, entro cui basta rovesciare settimanalmente un bidone di disinfettante per renderlo agibile.

D’altra parte tutti noi, nessuno escluso, abbiamo sovrane e quotidiane indifferenze in merito a questi problemi, a queste situazioni. Omissioni personali di cui neanche facciamo conto. Per esempio, per le tristi scene sempre più comuni dei bambini addormentati sulle ginocchia di nomadi. A parte coloro che consegnano un rapido obolo (ed è soltanto un gesto), chi si è mai interrogato sul serio, consumandoci intorno un po’ di tempo e un po’ di impegno, sulla vita reale e quotidiana di questi giovanissimi esseri umani; sui loro sentimenti, i loro giovanissimi pensieri, lo sfascio delle ore perdute in quel misero modo; e sulla possibilità che quel sonno greve e prolungato sia sollecitato da qualche beverone artificiale? Con progressivo irrimediabile danno per la salute? Quale istituzione si impegna a un controllo diretto sulla strada? Chiedo scusa. Ma credo che si debba parlare di questo, e di pochi altri problemi, fino a perdere la voce o a prosciugare l’inchiostro della penna; e magari a stancare il lettore. Perché sono i grandi problemi del nostro tempo, che si possono anche enunciare e perseguire dalla finestrella modesta e ridotta di un articolo di giornale.

I bambini, i vecchi, la scuola, la casa, la salute, la povertà, il lavoro. Sette problemi da far tremare i polsi di chi amministra ma che devono tenere svegli tutti; perché occorreranno alcune generazioni per risolverli, almeno in parte.

Il quarto problema sarà per la prossima volta.

 

(Nella foto: Un’immagine della scuola materna devastata a Bologna).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 182, 18 ottobre 1991.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 182, 18 ottobre 1991
Letto 2858 volte Ultima modifica il Lunedì, 13 Maggio 2013 16:37