Super User
Tasselli di un quotidiano squallore
Comincerei con un cenno a Maradona. Due parole, per riferirmi poi a una storia locale. Anche se potranno obiettarmi: cosa c’entra Maradona con Bologna? Forse l’ha comperato Corioni e noi non lo sappiamo? Dopo giocatori che si rompono come giocattoli di latta, il bresciano vuole mettere nel suo carniere anche questo avanzo di galera? Trafficante di droga, in prostituzione, in lotto e in totocalcio neri, in vendite di partite, in scommesse sulle corse al trotto, debosciato in ammucchiate anche con cinque donne e il condimento, nell’orgia, di cocaina quasi fosse spuma di birra o panna di gelateria? E poi grasso come un porco, lento come una biscia, col piede e la mano tremolanti, pronto per gli occhiali, più rotto dentro e fuori del brigante Crocco quando fu acchiappato dai bersaglieri del re Vittorio gran galantuomo? Tanto che si muove solo in Ferrari o in carrozzella?
Rispondo, vorrei mettere proprio lui, qui in principio; il numero 10 della squadra di calcio del Napoli, di nazionalità argentina, spiaccicato a terra da un vento velenoso come lo è un topo sull’autostrada del Sole da un Tir proveniente da lontani mercati.
Insistono: dovresti vergognarti. Un mese fa, su questo giornale, già lo applaudivi a perdifiato. Hai fatto una gran bella figura.
Non mi vergogno affatto. Anzi, ecco tutto d’un fiato: ale ale Maradona. Poi, prima di prendermi in testa l’asta di qualche stendardo, propongo la mia argomentazione. La squadra di calcio della nostra città un tempo faceva tremare il mondo intero e oggi scivola, come una slavina a primavera, lungo la valle della serie B. C’è già stata da poco; perfino in serie C/1 è stata, e allora andava in un campetto di periferia a gareggiare con le Rondinelle di Firenze, oppure a Cava dei Tirreni con la Cavese. Il grande Bologna! Vogliamo rimuovere tutto?
Poi è arrivato Corioni a rilevare questo trabiccolo ormai in disarmo, abbandonato alla deriva da tutti (o quasi tutti): e mettendoci in proprio molti quattrini, in proprio molto lavoro, in proprio molta pazienza e qualche invenzione ha riaggiustato le ossa della squadra ributtandola in campo. Tutto ciò merita almeno un civile rispetto e non il barciare in atto; perché ha fatto in concreto qualcosa quando nessun altro dei vip, dei vap, dei vup, muoveva un dito o sganciava un fiorino.
Poiché la città ufficiale è legata alla sua abitudine di cautela sospettosa.
Invece, quando all’inizio del campionato difficoltà obiettive di adattamento allentarono l’avvio della squadra, immediatamente un fiatone infuocato elargito da ogni parte cominciò ad alitare prima sul collo di un tecnico qual è Scoglio, bruciandolo come una scopa; poi sul collo del presidente, procacciatore di ogni cittadina vergogna.
In piccolo qua a Bologna, molto in grande e in grosso a livello nazionale per l’affare Maradona, ecco cosa cerco di dire: la situazione specifica del calcio conferma in ogni modo la instabilità di un ambiente ormai interferito da interessi pericolosissimi e grandiosi che conflittuano con interessi meschini ma per questo non meno inquinanti, e con singole furibonde avidità mescolate a invidie micidiali; in un proliferare sconvolgente collegato al mondo dell’informazione, che sembra gestire questo materiale esplosivo secondo calcoli di precisa convenienza anche soltanto spettacolare.
Insomma, la vicenda Maradona, esplosa in quel preciso momento e pilotata in una calcolatissima sovrapposizione di detriti, è la rappresentazione a pieno palcoscenico d’uno spettacolo che conferma la incontrollabile e irridente prepotenza del potere ufficiale; il cui braccio armato, oggi, è sopra ogni altro la comunicazione.
Scendendo a più modesti, e per fortuna a più onesti, orizzonti, cioè alla nostra amata città, vorrei dire: se intorno a Maradona si riconosce la faccia tutta intera del gran mascherone che è l’Italia di questi giorni; per la squadra rossoblu in cattive acque preferirei sentire conclusioni di amara partecipazione che richiamassero tutti noi, pure in questo campo, al giusto grado di responsabilità (anche una squadra di calcio è cultura del luogo), invece dei giudizi categorici e discriminatori di chi esercita soltanto il troppo comodo potere del dissenso domenicale, parlato o scritto.
Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 160, 12 aprile 1991.
Non so, non c’ero e se c’ero dormivo
Distratti da mille cose da vedere, fatti da capire, violenze da sopportare, falsificazioni da deglutire, soprusi da subire, gli uomini e le donne sembrano non avere più tempo per niente. Neanche per il proprio dolore. Tantomeno per la memoria. Niente tempo, voglio dire, per conservare tutelare considerare i fatti accaduti nel corso della loro vita e che portano il segno di una ferita del cuore o dei pensieri. I sentimenti buoni e la ragione buona non sono più i cavalli che ci guidano nel cielo laico, della fantasia, come quelli liberi e implacabili dell’Ariosto.
Avvenimenti tragici, violenti, sorprendenti, emozionanti o, comunque, fuori dalla norma; e che dovrebbero scombussolarci tutti e interamente, nella realtà sono sabbia fra le dita, da lasciar scorrere con indifferenza. Insomma, è una normale constatazione, siamo così prosciugati da sgomentare anche noi stessi: e da fare paura anche a noi stessi. La guerra del Golfo? L’esodo degli albanesi? Se le poche settimane appena passate da questi avvenimenti ci sembrano un secolo (dato che nuotiamo in una atemporalità stravolgente e ossessiva), cosa sono quattordici anni se la mente vuole inseguirli? È ancora consentito catalogare e sistemare, riprendendone il filo, in un modo che non sia approssimato e d’occasione, i fatti di allora? E che fatti! Di lotta, di violenze, di rabbia, di speranza, di molto dolore; anche di morte.
Così è. L’undici marzo del 1977, quattordici anni fa, cadeva ucciso da un colpo di moschetto sparato da un carabiniere lo studente universitario Francesco Lorusso. Da rimpiangere, perché la sua vitalità era legata a una visione del mondo e alla speranza di un mondo senza sopraffazioni; da ricordare con costanza, perché la sua vita bruciata da una violenza (il laccio di seta troncato da un dio inviperito, secondo la drammatica immaginazione degli antichi) non sia inutilmente sperduta nell’oblio. Restituendolo a noi contemporaneo di queste nostre giornate; non morto per sempre ma vivo, perché esempio per sempre. Queste righe intendono contribuire a restituire giustizia non solo a una morte, ma agli alti principi di una vita che non si è arresa nell’egoismo privato e invece si è spesa nella partecipazione a una speranza comune; sorretta da fuochi ideali e dalla inquietudine comune a chi cerca di scoprire ancora una volta il mondo e di riconquistarlo ancora una volta, più giusto e libero, insieme agli altri.
La sua morte fu sconfitta e dolore per tanti. Ricordarla oggi, altro non è che riconfermare la durata splendida di quelle speranze, ancora indispensabili per reggere il peso delle cose turbate; e prendere atto che queste memorie; il modo e il tempo di questa uccisione; le cause correlate; tutto sembra essere stato rimosso dal mondo ufficiale, e nell’indifferenza delle istituzioni. Nulla di quanto promesso, per lui, negli anni passati è stato mantenuto: non il nome a una via; non un palmo di terra con una lapide e il nome in camposanto; non una borsa di studio che tornasse a coinvolgere Lorusso fra gli studenti giovani di questi giorni.
Segni della cattiva volontà generale del nostro tempo, che lascia decadere uno dietro l’altro i tasselli delle storie che contano; soprattutto le vicende e i fatti ancora necessari da preservare, come un tesoro civile, nella memoria. Proponendo ai giovani uno spettacolo svilito, vuoto di esempi ideali; ma senza i quali non si regge la vita, non si alimenta almeno la speranza. La perdita di un filo diretto collegato con il braciere in cui si alimenta la fiamma dei sentimenti civili, è la conferma di una crisi politica e culturale in atto che non può condurre se non a un degrado ancora più oppressivo e generalizzato.
Le sacche di contraddizioni drammatiche della nostra società rimandano dunque ancora una volta, come dovere sociale, all’impegno di Lorusso. E confermano che l’indifferenza (non so, non voglio, non mi importa, non c’ero, se c’ero dormivo) è il vero tradimento che un giovane può attuare non verso gli altri ma verso la propria vita. Dato che non può sperare un futuro più pronto nel rispondere alle giuste domande, se non partecipa alla fatica comune per sciogliere i nodi tremendi del presente.
Altrimenti vedrà (e patirà) continuare la rete delle prepotenze storiche; con i vecchi a stabilire – per esempio – dall’alto del potere e di una celebrata sapienza, che ci sono guerre giuste che devono scoppiare e i giovani obbligati a combatterle. E a morire.
Con il ricordo di Francesco Lorusso ho cercato di esemplificare la necessità reale di mantenere attiva una partecipazione politica. Nonostante il fango degli avvenimenti e il peso molto faticoso di questa vita.
Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 159, 5 aprile 1991.
Il papa, il cardinale, un credente, un laico
Non avendo per il momento nessuno sottomano, soprattutto non avendo nessuno che sia autorevole rappresentativo e ben convinto, premetto che la parte del laico me l’assumo anche in questa occasione.
Comincio con una prima domanda semplice e precisa: il laico anonimo del titolo è ombra del demonio ed è bestemmiatore?
Rispondo no, non bestemmia; per buona convinzione, per buon gusto, per buon senso, per cultura. D’altra parte la domanda non è molto pertinente, in quanto da noi in Italia (ma anche in tanti altri posti lontani), quindi anche in Emilia e a Bologna, per restringere sempre più il cerchio, la bestemmia è scomparsa. Lo smoccolare toscano così arcigno e insistito; lo snocciolare anatemi celesti, come una frana di sassi o uno scroscio di sabbia, per tentare di liberarsi da cupi rancori o dalle furie di petto; la bestemmia rapida che ingozzava la frase come il collo di una gallina dal chicco grosso di frumentone; sono tanti momenti di una situazione privata o di una cultura prevalentemente popolare in cui l’attore era travolto dal moto della vita, dall’impeto della storia. Ma adesso non più; basta leggere anche soltanto il resoconto di un intervento del prof. Gian Franco Morra al recente convegno “Immagini della religiosità in Italia”. La bestemmia si è consumata come una candela, poco per volta; ma, ecco, si è consumata insieme alla fede.
In altre parole, nell’occasione è stato detto, anche se con il rimpallo di varie obiezioni e contraddizioni, che siamo ormai tanto impigriti, tanto ingrigiti, tanto tiepidi e lontani dalla pratica religiosa partecipata e attiva – e questo in ogni angolo sociale – che la bestemmia non è più una pratica d’uso. Non è più un diretto e privato luogo del contendere, cioè dell’offesa, in quanto si è allontanata la presenza dell’altro protagonista da offendere. Ci si dimentica di bestemmiare dio perché dio è ormai dimenticato. Non si offende, ha detto il professor Morra, ciò in cui non si crede e esiste.
Ne consegue, dovrebbe conseguire, come valida formula argomentativa, che quando sentiremo bestemmiare di nuovo dio, solo allora saremo confermati che dio è ritornato ad abitare la coscienza degli uomini. Perché la costanza affannata della fede talvolta, o spesso, è rabbiosa.
Si può avviare a questo punto la seconda domanda: è proprio vero che i bolognesi sono per gran parte come gnomi di Sodoma e Gomorra e figli di buona donna? Tatti persi dietro il letto e l’oro? E silenziosi nella pratica della bestemmia per perché silenziosi di dio? Starei per dire, come intima convinzione, che ci sono mancanze drammatiche di sentimenti e speranze in questa nostra società cittadina; ma – mi chiederei – non è che l’indifferenza spesso acida e avara provenga dalla mancanza di un richiamo continuato al senso profondo della vita (come ricerca e partecipazione), che comporterebbe scelte meno mondane, meno egoisticamente private, meno ossessivamente economicistiche?
Il papa dice satana, il cardinale dice satana, il credente borbotta risentito partecipando al giudizio; ma per tanti aspetti, nonostante le esortazioni, il richiamo alla gestione di una opulenza esortativa non è poi alla fine, in ogni forma e modo, anche alla Chiesa stessa come istituzione ufficiale? Le sue frappe dorate non assomigliano in ultima analisi alle nostre frappe dorate? E la parte buona e attiva del suo corpo, vecchissimo giovanissimo, cioè la chiesa dei poveri, la chiesa povera, la chiesa in camicia, non è osteggiata ed emarginata come i poveri poveri nella nostra società opulenta e malferma; come i reietti, i pellegrini di ogni emigrazione e di ogni emarginazione dentro la nostra società che ha scelto di voler splendere contando moneta ma trafiggendo nella violenza o nell’indifferenza o nella insofferenza il cuore dell’uomo? Non dovrebbe essere avviato da papa, cardinale, credente oltre che senz’altro dal laico, tralasciando discorsi e querele, un riesame globale ed effettivo del nostro modo di vivere, di comportarci, di programmare, oggi, nel mondo? Cominciando, per l’appunto, da loro stessi.
Dovremo continuare ad ascoltare invettive, invece di toccare con mano un reale e rapido cambiamento anche da questa parte? Debbono cadere, sempre e soltanto, i muri di Berlino e non quelli di qualche mistico arcipelago?
(Nella foto: Giovanni Paolo II e il cardinale Biffi).
Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 158, 22 marzo 1991.
Il futuro dell’automobile
Vent’anni fa, con Automobili, si interruppe la collaborazione fra Roberto Roversi e Lucio Dalla. Il disco, comunque bellissimo, risultò molto diverso rispetto al progetto iniziale, riduttivo rispetto allo spettacolo che Dalla aveva inscenato (e di cui, prima o poi, salterà fuori qualche incisione-pirata). Una parte delle canzoni venne scartata, alcuni testi furono abbreviati. Nelle note di copertina, i testi risultano di Norisso; i musicisti che collaborarono con Lucio Dalla erano: Carlo Capelli, Marco Nanni, Giovanni Pezzoli, Luciano Ciccaglioni, Ruggero Cini, Rodolfo Bianchi, Tony Esposito, Rosalino Cellamare. Ma a risentirle, quelle canzoni, e a rileggerli, quei testi sull’automobile e sull’uomo al volante, emergono immagini e categorie modernissime. E persino profezie di Crash.
(1976) – Il futuro dell’automobile è lo spettacolo cantato di un’idea: oppure, diciamolo con semplicità, sarà magari solo il progetto di questo spettacolo cantato. E la nostra idea è questa: ciascuno a suo modo e nel suo campo d’interesse e di lavoro, ma tutti insieme, dobbiamo affrettarci a ridisegnare la mappa dell’uomo, questo uomo del ’76, che ogni giorno sembra bruciare sotto la carta di cento giornali.
Dobbiamo cercare di ridargli una faccia (la nostra faccia), un cuore (il nostro cuore), dei sentimenti (i nostri sentimenti), un amore (il nostro amore), anche un’ombra (ecco la nostra ombra). Dobbiamo accompagnarlo, parlargli, discutere, ascoltarlo: ascoltarlo soprattutto nei momenti in cui credendosi solo parla o cerca di parlare ad alta voce. Dobbiamo con un dito cercare di seguire perfino la leggera polvere del suo fiato. Noi veniamo qua coi piedi in terra, con una nuova esperienza, con una rabbia diversa, con i suoi problemi che sono terribili ma anche con la sua volontà di capire e di vivere il futuro. Dunque col bisogno di mescolarsi e unirsi agli altri per cercare…
(1996) – Oggi è forse diverso da allora? Più complicato e impossibile? Molti di questi testi, nella sostanza, dicono cose ripetibili anche oggi, credo. Direi, tali e quali. A parte I muri del Ventuno, canzone epica, come sulla guerra di Troia; ma che ancora mi fa gelare la pelle. Cosa importa?
L’episodio, le parole de L’ingorgo sono prese da un giornale del ’76 o di oggi? E L’intervista con Gianni Agnelli, a parte le rughe? Poi c’è Nuvolari, che allora in tanti avevano dimenticato (ma oggi ho il rammarico vero di non aver ottenuto la canzone su Achille Varzi, l’avversario lucido e spietato; personaggio da modernissima leggenda; per me il più grande pilota del secolo, fra tanti campioni).
Così le Mille Miglia una e due; films su strade ancora libere e alberate, solo in parte catramate, impolverate, poco illuminate. Potrebbero essere corse oggi, fuori dagli autodromi? Di notte, a letto, molti sentivano lontano i motori ruggenti. No, non si potrebbe; solo memoria, ricordo, scancellazione del presente, per chi in qualche modo le ha viste. Il mondo di oggi è altrettanto epico ma in modo atroce; ma i campioni sono troppo vicini e presenti, sempre, per dare i brividi.
I MURI DEL VENTUNO
Sono le otto di sera
quando appare la prima bandiera rossa
sui muri della Fiat.
C’è questo nuovo settembre dentro al vecchio settembre
e va a picco con tutta la vita il vecchio dolore che dura.
A Genova a Milano a Torino questa chiave apre il destino.
Sono le nove di sera
quando appare un’altra bandiera rossa
sui muri della Fiat.
La gente è sulla strada, la gente non vuole aspettare.
La gente ha le dita di brace, la gente non vuole più parlare.
Una rabbia dura spacca la giornata e diventa terribile, ordinata.
Sono le dieci di sera
ecco una quarta bandiera rossa
sui muri della Fiat.
Si chiudono i cancelli e i tetti sono abitati.
Gli operai hanno gli elmetti, in giro c’è un grande silenzio.
Tutti sono soldati, tutti lavorano e trattengono il respiro.
Intanto cento bandiere
si aprono nel vento
saltano e ridono sulle ciminiere.
Quando il sole del giorno precipita nella sera
la fabbrica è illuminata, gli operai lavorano al tornio;
oppure sopra i cuscini dormono come bambini.
Parodi alla Fiat-Centro parla agli amici che ha intorno:
“la vigilanza sia armata, continuare sempre il lavoro,
i turni si svolgano esatti, disciplina anche di notte”.
A un giorno succede un altro giorno
e la gente sta dentro alla lotta;
a una lotta tremenda, che scotta.
Questa è la situazione dovunque si guardi o si vada:
dalla Diotto a Garavini, da Moncenisio ai Cantieri,
Subalpina o Dubox, Ansaldo Westinghouse o San Giorgio.
Poi sopra rotaie piegate
i giorni diventano anni;
di questi si ricorderà la memoria.
Oggi non c’è ancora la vittoria, ma badate: sempre unità, compattezza.
Si riaprono i cancelli, tornano cauti i padroni.
Si ammainano le bandiere da tutti i tetti, dai muri e dalle ciminiere.
Ma queste giornate di ferro
queste giornate di gloria
si sono fatte leggenda,
sono già nella storia.
MILLE MIGLIA, PRIMA
…Il sole si spaccava
contro il sole dei gasometri
e dall’alto lasciava
una riga rossa di sangue
sulla strada per chilometri…
NUVOLARI
…Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari
la gente arriva in mucchio e si stende sui prati
Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari
la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore
e finalmente quando sente il rumore
salta in piedi e lo saluta con la mano,
gli grida parole d’amore
e lo guarda scomparire
come guarda un soldato a cavallo
a cavallo nel cielo d’aprile…
MILLE MIGLIA DEL ’47
…Nuvola Nuvolari
sei una nuvola nera,
dentro a un cielo sereno
sfascio di primavera
A cielo aperto
quando sbatti il martello della sorte
se cerchi la morte
la morte non verrà…
RODEO
L’asfalto si snoda in turniché,
in curve defilate.
Le città piccole o grandi si spengono come candele.
Esce un odore lungo di caffè
dalle finestre spalancate.
L’ultimo raggio di sole dorme sul tuo ginocchio.
Poi la strada si riempie di gente
agli incroci o nei viali fanno un blocco
fanno blocchi stradali,
c’è fumo nell’aria e intorno non si vede più niente.
Ruote di gomma, cataste, altoparlanti che gridano,
donne e ragazzi allineati
allungano un foglio attraverso i vetri abbassati,
parlano di fabbriche
dicono di cinque fabbriche occupate.
Il paesaggio qua è ormai cambiato.
I camion sono fermi contro i muri.
È scomparso il mare, il vento sembra un vento infernale
batte e ribatte contro le serrande chiuse.
Un giuoco
il giuoco sembra arrivato al rush finale.
Questi uomini e le donne
dicono dieci parole,
sono parole dure come un sasso,
non è carbone acceso da spegnere sotto il tacco.
Dentro quest’anno
per la prima volta
avremo una recessione globale;
dicono che tutto cambia
e gli uomini lo sanno
nel mondo industriale.
Dicono che non sarà sempre così.
Anche se questi tempi sono duri
indietro
indietro
indietro non ci lasciamo buttare.
Dicono dieci parole
o di parole ne raccontano cento
mentre riprendiamo questo viaggio.
La macchina corre via sopra un viadotto.
Corriamo come un aliante
che striscia leggero le grandi ali sul prato
e vediamo là sotto
bianco nudo e solo un uomo
che agita un violino rotto
e con un’ombra si sta battendo a duello.
Il silenzio intorno
è un silenzio strano
un silenzio duro
un silenzio bello.
ASSEMBLAGGIO
…La mia incertezza non è più assoluta.
Lo so anch’io che questi sono anni
tutti da ricordare;
lo so che non c’è un giorno
un solo giorno che si può buttare.
LA SIGNORA DI BOLOGNA
Mi accarezza la mano,
legge adagio il futuro.
È seduta sul vuoto.
Con il pollice striscia
il solco della mia vita.
Brucia il mio passato.
Ha lunghe dita magre
e ha trecento mattini
da riempire di favole.
Poi cammina leggera
dentro a una nebbia gialla
che cade nella pianura.
Ma che città è mai questa?
improvvisamente so
che il ricordo non basta.
Siamo ormai nel duemila,
la notte è un deserto ordinato.
Alberi e alberi in fila.
È il sogno di un’avventura
o un’avventura sognata
nel buio di questa sera?
Mi fermo a fantasticare
fumo come un dannato
mi lecco le ferite;
lei mi può cancellare
o mi può richiamare
con due sole parole.
Cosa potrei lasciarle
se lei mi lascerà?
Restano antiche paure.
È ferma nella piazza
vola con i piccioni
è ferita dal sole.
Sono verdissimi gli occhi
che s’aprono in un sorriso,
li corregge con la matita.
Poi un giorno è partita,
ha rubato il marito
alla sua migliore amica.
Dopo mesi è tornata
il marito è distrutto
l’amica è disperata.
Come in una storia antica
mi ha cercato e chiamato,
non ho voluto tornare.
Il verde che strisciava
sul solco della mia vita
non è quello di prima.
L’età dell’automobile
gettona tutti i miti
nei chioschi di benzina.
STATALE ADRIATICA, CHILOMETRO 220
Al chilometro 220 ci aspettano ombre e mille sentimenti,
l’asfalto della strada è una sabbia di conchiglie rare
ma non c’è al mondo posto più bello per fare l’amore
di quella trattoria dove allevano le quaglie vicino al mare.
Al chilometro 220 la tabella di marcia è mantenuta,
c’è il tempo per la barba ma lo specchio si rompe in cento pezzi,
nel silenzio le orecchie fischiano dentro a un tempo sereno,
molti uomini con pazienza aspettano il passaggio di un treno.
Al chilometro 220 si incrociano le strade del mondo
stesa sull’erba c’è una ragazza bionda che conosco
dieci giovani merli le calano sul ventre di foglie
manderà scintille come la paglia in un giorno d’agosto.
Al chilometro 220 finalmente qualcuno è vicino.
Io ho moglie e figli (dice), non posso mai riposare
non riposo nemmeno la domenica di natale
anche a pasqua e al principio d’estate devo sempre andare.
Al chilometro 220 ci avviciniamo al nostro appuntamento.
Fermo la cisterna, con un fischio chiamo l’amico
dicono che l’amico l’altra notte è partito
non scendo, metto in moto e non mi volto indietro.
Al chilometro 220 l’impatto è terribile come un colpo di vento.
È uno scarabeo la macchina rovesciata nel fosso
brucia e sembra un tronco, un tronco arroventato,
corre corre la gente a guardare, il cielo rosso.
Poi la vita torna a sorridere, la vita non può aspettare;
altri uomini arrivano e si guardano intorno.
Un TIR con quintali di “bionde” dentro al rimorchio
suona, chiede strada, dentro una galleria scompare.
DUE RAGAZZI
…Dall’alto piove una neve verde
portata dall’ombra della sera,
scoppiano tre stelle all’improvviso
enormi come un grande riflettore
sopra all’auto scalcinata
al margine di un campo
dentro a un’auto in demolizione
dove due ragazzi senza tempo
fanno l’amore
L’INGORGO
…Al quarto giorno avanzano un chilometro,
molti hanno lasciato l’automobile
e girano per i prati e le foreste
cercano il pane e l’acqua come bestie
Dividono sul bordo della strada
l’ultimo creck, l’ultima bottiglia;
la cocacola è razionata a gocce:
due gocce solo per le labbra rotte…
INTERVISTA CON L’AVVOCATO
…Da tutti è ormai confermato
che l’auto è in una crisi profonda,
che l’auto non ha futuro
come uno stecco di legno su un’onda
e che dopo l’assestamento
le auto saranno più rare
e finiranno per scomparire
come lampare sul mare…
IL MOTORE DEL DUEMILA
Il motore del duemila
sarà bello e lucente,
sarà veloce e silenzioso,
sarà un motore delicato
di metallo prezioso,
avrà lo scarico calibrato
e un odore che non inquina;
lo potrà respirare un bambino o una bambina…
Zero in condotta, n. 26, 17 novembre 1996.
Teramo
Chi dal nord arriva in Abruzzo per la statale Adriatica, a un bivio dopo Giulianova svolta a destra e infilato un asfalto lungo venticinque chilometri si trova a Teramo, Interamnia, la città fra i due fiumi. Quei venticinque chilometri, tuttavia, possono sembrare Monza o Indianapolis, perché nei rettifili ingobbiti da dossi maligni, macchine e macchinette di giovinastri strabuzzati e di catuzzi con moglie nonna figlioletti e cane sfrecciano incuranti di divieti con sorpassi che fanno accapponare la pelle.
Comunque questo rischio merita la posta. Perché la città è incantevole non tanto per la sua faccia di pietre, mortificata da una aggressione urbanistica per niente rispettosa dell’antica struttura che risale ai Romani; ma perché è in realtà uno degli ultimi habitat naturali non ancora decapitati dalla furia nevrotica del nuovo millennio che è già in corso. Infatti Teramo è una città da abitare, anche per pochi giorni, più che da visitare; è una città morbida e fresca che si fa conoscere con piccole sorprese più che una città ossessionante come tante città italiane in cui non sai dove volgere il collo, perché in ogni pertugio trovi i secoli che incombono e ti fanno strabuzzare gli occhi e allora devi stare in continui di meraviglia. Qui invece la vita è a misura – come dire? – giusta d’uomo; e la città senza gridare si accompagna a te ti respira vicina acquattata come un cagnone; e ti lascia in pace.
Città terziaria non è né greve né volgare ma vigile e in moto. Sta a 25 chilometri da un mare che una volta era verdissimo e a 25 chilometri dal Gran Sasso e da altre cime non ancora sconvolte; con soprastante un cielo lucido e un’aria sopraffina. Ed è legata, come ho detto, a consuetudini di vita non ancora spente; a una vera civiltà delle cose. Il negozio di Fumo, per esempio, ha il gusto e il garbo di una pasticceria di Vienna. Così il negozio di Alberto il fornaio o di Caterini che presenta i formaggi come vini d’annata. A Teramo dunque bisogna starci con le mani in tasca (dico del forestiero), respirando col naso e cercando di parlare alla gente. Per chi vuol proprio vedere, proporrei la deliziosa pinacoteca e il duomo. Il duomo col suo paliotto.
«L’Espresso», 18 aprile 1982.
San Marino di Bentivoglio
Duemila anni fa lo storico greco Polibio scriveva che la raccolta delle ghiande nei querceti della Pianura padana era abbondantissima; ma è sotto i Longobardi che l’Emilia diventa terra di grandi allevamenti di maiali; mentre la Romagna, passata dai Romani al dominio bizantino, continuava ad allevare pecore e vacche. San Marino di Bentivoglio è dentro a questa pianura oggi fertilissima ma un tempo, dunque, piena di canne boschi ghiande canali. La bonifica, cominciata alla fine del Settecento, durò per tutto l’Ottocento con una fatica dura e continuata di uomini; tanto che qui si formarono alcune delle più importanti leghe socialiste e si organizzarono i primi scioperi delle nostre parti.
Il paese è ormai quasi una periferia di Bologna, con le sue villette che hanno il citofono al cancello, e non ha una faccia importante; ma di quella lunga terribile fatica sulla terra resta un’ampia documentazione – direi palpitante – nello splendido museo allestito dentro la villa Smeraldi, a due passi dal paese e acquistata negli anni Settanta dalla Provincia di Bologna. Organizzato amministrato gestito con rigore, il Museo della Civiltà Contadina è ormai un centro di rilievo europeo per la sua specificità, ed è un luogo di sistemazione e di tutela “viva” dei fondamentali strumenti del lavoro contadino di un tempo neanche troppo lontano (con prevalente riferimento alla produzione della canapa, del grano, dell’uva).
Non riesco a dimenticare che nel pomeriggio della mia ultima visita fra gli altri c’era una coppia di vecchi contadini i quali, mentre si additavano gli strumenti e ricordavano le fatiche patite a maneggiarli, piangevano. Ma anche il grande parco della villa meriterebbe una visita attenta per la varietà degli alberi, anche rarissimi. Perciò dispiace lo scarso zelo dedicato alla manutenzione di questo gioiello botanico; e soprattutto l’evidente disinteresse dell’università che qui invece avrebbe modo di applicarsi con scienza e professionalità. Il Museo, chiuso al mercoledì, si può raggiungere con un autobus comunale.
L’Espresso, 3 ottobre 1982.
Malalbergo
Sabato, primo pomeriggio, mese di maggio. Il cielo, anche qua a Bologna, ha spazzato via la polvere gessosa che la pianura soffia in alto durante l’inverno e che si stampa come un calco fra le nuvole arroventate dal primo sole. Così si può andare, per una strada piatta e a ghirigori, verso Malalbergo, un paese sdraiato lungo la statale, al confine delle provincie di Bologna e Ferrara.
Più vicino a Ferrara (otto chilometri circa); più lontano da Bologna (circa venticinque chilometri).
È molto antico anche se adesso è tutto nuovo; con 6103 abitanti (erano cinquemila al censimento del ’71) che sono pendolari o addetti alla coltivazione intensiva dell’asparago, di cui in maggio si fa la sagra, qui e ad Altedo – un paesone più popolato e più ricco, lontano un tiro di schioppo.
Malalbergo, dentro a questa pianura liscia come un lenzuolo (una volta era acqua e terra da qui fino al mare), si trovano ancora miracolosamente intatti (ma fino a quando?) circa settanta ettari di terreno splendido, silenzioso, ancora incantato nel suo fulgore e nel suo rigore millenario. Parlo della tenuta “La Comune”, usata esclusivamente dal ricchissimo proprietario per riserva di caccia (e, in questo caso, fortunatamente). Dell’antica zona valliva – nella quale un tempo si coltivava il riso e oggi, dentro a questi limiti e forse ancora per poco, l’erbasala (il quadrello) con cui si impagliano i fiaschi e le sedie – conserva una varietà eccezionale di alberi, piante, uccelli, animali (piccoli animali) d’acqua.
I canali si snodano fra siepi di canne che si aprono all’improvviso in slarghi intorno ai quali sostano gli uccelli più belli e più rari: dai trampolieri, alle sgarze ciuffetto, all’airone bianco, ai cavalieri d’Italia – che sono ormai in estinzione. Il luogo si può girare con l’aiuto di un custode bravissimo, informato e paziente. Dovrebbero andarci soprattutto le scuole, perché lì c’è da imparare più che su un libro aperto. Si può telefonare all’Ufficio Cultura del Comune (055/872011) chiedendo dell’assessore Franco Ghedini o di Fulvio De Nigris, che dirige il nuovissimo Centro Culturale polivalente, molto bello e appena ultimato. Ci sono anche due ottimi ristoranti, con autentiche specialità.
«L’Espresso», 27 giugno 1982.
Civitella del Tronto
Civitella del Tronto è uno di quei paesi italiani, stupendi e severi, che suscitano ancora forti sentimenti; e che non si visitano senza emozione. Citata per la prima volta in un documento del 1001, collocata fra Teramo e Ascoli Piceno, a un’altitudine di circa 600 metri e a 30 chilometri dall’Adriatico, è circondata da un panorama che va dal mare alla Montagna dei Fiori, al monte Fultrone, al Gran Sasso, alla Maiella, fra boschi luce cielo e gran chiamare d’uccelli. Ma chi la domina, la esalta e la contrassegna è la sua fortezza; uno degli esempi più alti e completi in Europa di architettura militare.
Sistemata e ampliata verso il 1445, fu trasformata in un poderoso complesso di difesa da Filippo II di Spagna, a baluardo del Viceregno di Napoli. Subì il primo grande assedio da parte dei francesi nel 1557. Il secondo nel 1806 dall’esercito napoleonico. Il terzo, leggendario, dal 2 novembre 1860 al 20 maggio 1861 dai piemontesi dilaganti verso il sud. Fu una resistenza superba e disperata, fino all’ultima cartuccia. Ripagata alla fine dal vincitore con la fucilazione dei capi, la violenza sui singoli e nei mesi seguenti con il criminale smantellamento a colpi di mine del forte. Che adesso sta lì, come un albero spaccato dal fulmine, a testimoniare che chi vince spesso è peggiore dei vinti. E i vinti si fecero molto onore in quei mesi, durante i quali non solo i soldati asserragliati, ma l’intero paese (salvo pochi) era in armi per offrire l’ultima resistenza del sud contro unnemico spesso soltanto feroce.
Ma oggi, chi sale al paese, sarà rimeritato intanto da una stupenda occhiata sul mondo; dalle stradine antiche, silenziose, in salita; e dai particolari minuti che potrà osservare e godere. Palperà la storia con le mani, ruvidamente. Purtroppo la fortezza, da tempo, è chiusa. Speriamo che chi amministra si svegli dal sonno e si decida a farla riaprire, come un bene a servizio della comunità.
Per chi vuol restare ci sono alcuni buoni alberghi e cibi tradizionali squisiti, fra cui i maccheroni alle ceppe.
«L’Espresso», 6 giugno 1982.
Cento anni sono un giorno
Cento anni sono un giorno,
un giorno solo.
E in un giorno si possono incontrare tutti
gli occhi tutte le mani tutte le fatiche
che per cento anni hanno scavato il mondo
Il mondo non è stato buono
con le mani con le fatiche che l’hanno scavato
e con gli occhi che l’hanno guardato.
Gli occhi hanno visto il sangue scendere
sopra la fatica delle mani.
Cento anni fa c’era una speranza forte
dentro alla fame e al dolore.
Cento anni fa cominciava un cammino
che non è ancora finito. Non è ancora finito.
Il cammino è incominciato quando
una voce ha risposto a una voce
una mano ha stretto una mano
un passo ha seguito l’orma di un passo
e voce mano passo camminavano avanti.
Quando una voce ha gridato “fratello”
ed è arrivato un fratello
quando ha chiamato “compagno” “compagna”
e una piazza si è riempita di gente.
La lotta è speranza del futuro
Poi il futuro è arrivato
Ancora le voci si chiamano
si ascoltano i passi, le mani si stringono insieme.
Nessuno dei vecchi
è ancora un’ombra dispersa nel sole
e sulla strada sempre segnata di orme
arrivano i giovani e portano nuove bandiere
i giovani arrivano e portano le nuove parole.
(1893-1993. Cento anni della Camera del Lavoro di Bologna).
Imola
Non sono un vacanziere, non sono un weekendiere; sabato e domenica per me valgono lunedì o martedì; perciò propongo viaggi minuti, che si consumano in un fiato dentro a queste prime nebbie padane, e verso luoghi in cui si arriva aprendo la porta, si ascolta il silenzio e si guarda con gli occhi aperti. Se va bene questo modo, allora propongo di andare a Imola, 34 chilometri da Bologna per la via Emilia, dove in via Garibaldi 18, da qualche settimana, è aperto al pubblico il palazzo Tozzoni, diventato di proprietà comunale sotto forma di donazione vincolata alla conservazione. Un complesso straordinario nel senso della completezza e della conservazione; tale da renderlo esemplare strumento di educazione culturale, soprattutto per i giovani delle scuole (a questo fine, se può servire, ecco il numero telefonico del Comune: 0542/26380, chiedere del dottor Alfredo Taracchini).
La nobile famiglia Tozzoni, di cui le prime notizie risalgono al 1140, pur attraverso varie peregrinazioni e vicende dedicò molta cura alla conservazione, nella più completa integrità, delle strutture e degli arredi del palazzo imolese; che adesso può proporsi come un documento dettagliato e sorprendente della storia e della vita dell’aristocrazia provinciale nei secoli passati.
Per fare alcuni esempi rapidi: dalle livree dei servi ai taccuini di casa o a quelli con le indicazioni esatte e puntuali delle perdite al gioco di Giuseppe Ercole Tozzoni con il Duca di Modena nel secolo XVII; dal vasellame agli arredi delle camere; dall’archivio di famiglia alla raccolta dei bandi, delle medaglie, delle monete; dalle maioliche alle chiavi, agli strumenti per i vari servizi, anche quello, da scrittoio, per appuntire le penne d’oca; per finire all’immagine in cera a grandezza naturale e completamente agghindata, di Orsola Bandini moglie dal 1819 di Giorgio Barbato Tozzoni e che, morta e rimpianta, fu così tenuta in effige nella camera da letto anche dopo il nuovo matrimonio del marito con una Amaducci di Cesena. Certamente i due piani di questo palazzo non sono un freddo antro museografato ma un centro vivo che stimola domande, curiosità, scoperte e suggerisce qualche precisa risposta che serve a capire.
Chi vuol pranzare vada cento metri più in là, alla Locanda Moderna, e avrà conferma che l’antica paziente e nobile arte della cucina non è spenta, in alcuni angoli della provincia.
L’Espresso, 8 novembre 1981.


