Il Nettuno e i suoi cancelli

Propongo, le seguenti, come considerazioni molto personali e molto generali. Ho letto che rimettono il cancello intorno alla statua del Nettuno. Ben fatto. Dico lo rimettono e non mettono perché la cancellata era stata tolta a metà del secolo scorso ma per due secoli, anzi per due secoli e mezzo, un cancello solido e rustico, cioè ben fatto ma artigianale, era stato alzato intorno al monumento, per difesa. Per legittima difesa, vorrei aggiungere; per preservarlo. Perché lasciato al libero uso e abuso dei cittadini era diventato – il luogo, la fontana e i marmi intorno – un immondezzaio, un orinatoio; dato che lì vicino, per antica consuetudine, si svolgeva il mercato cittadino, la piazzola, con il correlato via vai di popolo locale e di villici itineranti e di animali.

Questa risoluzione, dunque, che a me sembra molto saggia e tempestiva (e volesse il cielo, come dirò, che sia accompagnata da altre cento), merita con semplicità di essere collegata a qualche più generale considerazione. Considerazioni che vengono trascritte con tutte le cautele del caso ma con convincimento; e che magari, per comodo, radunerei in una sola. Questa. Sembra essere ormai tramontata per fortuna, con parecchie altre fisime, quella che con una genericità per niente innocua, essendo invece carica di pericoli e controindicazioni pesanti, riteneva una vittoria su un oscurantismo ormai alle spalle, la socializzazione delle opere d’arte; offerte quasi in libero consumo, e poteva sembrare in libera gestione, al popolo (utente attento o disattento); quindi in un uso ravvicinato, da fiato a fiato, da mano a mano, da occhio a occhio. Grama ideologia, certo, ma ancora una conferma della persistente indifferenza politica per il nostro grande, diciamo pure incommensurabile, patrimonio artistico; lasciato lì trasandato e vilipeso e soltanto difeso con autentico eroismo da gruppi di funzionari a cui si deve costante profonda gratitudine. Ma i ministri, per carità! individuati per obbligo di parcellizzazione partitica e digiuni di qualsiasi reale approfondimento in materia; tanto da rendere il loro ministero, che dovrebbe essere il primo su tutti, il più marginale: una sorta di stazione per operazioni normali, di servizio. Bologna, per fortuna, è privilegiata avendo direzioni e funzionari all’avanguardia. Il fatto è che il patrimonio artistico ormai va difeso, deve essere difeso in ogni cittadella della cultura e non soltanto in alcuni centri privilegiati. Va difeso, non più offerto; profferto. Va tutelato con scrupolo, elargito con attenzione e cautela, come fosse un farmaco prezioso, e non come una semplice pillola buona per tutte le ore. Parecchi anni fa, proprio sulle pagine de l’Unità se non sbaglio, un articolo lucidissimo, convincente e sorprendente, di uno scienziato, all’interno di una più ampia discussione proponeva, su questo problema, una previsione apocalittica che ora è molto prossima a rendersi reale; era quindi una esemplificazione anticipatrice di una preoccupazione destinata ormai a trasformarsi in una sconvolgente realtà. Immaginiamo, diceva, quando fra alcuni decenni, per le ferie estive (soltanto per le ferie estive, intanto) arriveranno i turisti cinesi. A Venezia, a Firenze o a Roma… Facendo una stima estremamente esigua, diciamo soltanto sei oppure otto milioni di turisti cinesi. Sono un miliardo e duecentomila persone, quindi rappresentano appena un pugno di sabbia. Queste, poi, mescoliamole a tutte le altre provenienti dal resto del mondo. Immaginiamo non solo quelle città, ma le strade, le autostrade, i vicoli, i piccoli paesi vicini. E anche se, per un miracolo, si riuscisse ad organizzare in modo razionale e non micidiale il traffico, immaginiamo otto milioni di fiati contro le tele, l’umidità dei corpi contro colori e pietre, la corrosione dei piedi sopra gli antichi marmi, e le mani che in qualche modo toccheranno un frammento, per palpare l’eterno.

Questa imminente situazione d’emergenza, che stravolge l’ipotesi del liberalismo generico e della libera fruizione, altrettanto presuntuosa e generica, delle opere d’arte e delle città d’arte, sottointendeva l’emergenza politica del problema e la necessità che il prossimo futuro fosse organizzato in modo da prevenire e risolvere il dramma di questo problema; in contraddizione con la ufficiale ideologia in atto, che proponeva l’apertura di tutto; dalle frontiere per una libera circolazione quasi domenicale delle opere d’arte ai portoni delle grandi gallerie, aperti a tutti, intuite le ore, senza limitazioni, senza troppe cautele. Si deve dunque prendere atto con compiacimento di questa decisione amministrativa come il principio di una risoluzione più ristrettiva nella rigorosa tutela – si badi, tutela – del nostro patrimonio d’arte. Risoluzione generale difficoltosa da difendere, me ne rendo conto; dato che le sponsorizzazioni delle grandi industrie o dei grandi complessi bancari hanno interessi più rapidi e diretti, e contano l’afflusso della gente e i titoli dei giornali e gli articoli e le immagini televisive, otto milioni di cinesi servono di più che solo centomila, distribuiti con saviezza nel corso della mostra. Il mercato vuole tutto e subito; a chi interessa sul serio il domani, le generazioni future?

In una bella mostra allestita con grande autorità, i grandi quadri sono disposti contro il muro a diretta corrispondenza del naso e del fiato dei visitatori; non c’è un cordone che predisponga uno spazio di difesa; che trattenga, almeno un poco, quell’uomo o quel ragazzo lontano dalla tela. Lo fanno, per esempio gli inglesi, perfino per il letto o il tavolo o la sedia o la credenza nelle sale e nelle stanze dei vecchi castelli, a cui proprietà certamente interessate ma previdenti consentono la visita pagata. Alla mostra, nel momento (ore 14 di un giorno feriale) in cui mi trovavo anch’io, si riscontrava un notevole afflusso di persone e parecchie scolaresche intruppate, tutte strette in un brevissimo circolo intorno alle grandi tele esposte e alcuni ragazzi non visti, prima di allontanarsi, per provare un brivido o per ironica curiosità, hanno tentato la superficie con un dito: magari per assaporare il ruvido risalto della storia, del tempo.

Perciò è giusto badare a come amministrare per l’uso di una utenza pubblica, oltreché i beni immobili anche quelli mobili. Ai nostri giorni, perfino troppo mobili. Infatti sono troppo spesso in giro qua e là, su e giù, mai fermi, attraverso climi diversi, luci diverse, umidità diverse. E che siano assicurati servirebbe nulla, dopo un naufragio, un deragliamento, una caduta di aereo, una prova del fuoco. Sembrerebbe arrivato il tempo di riconquistare il principio della necessaria, direi inevitabile, immobilità dell’opera d’arte, quale essa sia; quindi di affidarsi a una razionalità intransigente nella sua gestione d’uso. Convinti, se si è convinti, che siamo dentro a un’epoca di estrema fragilità e imprevedibilità gestionale, e che occorre cautela su ogni cosa; e una precisa profonda convinzione e determinazione. Perché le occasioni per le deroghe si presentano a mille, ogni giorno. Si è liberi e aperti verso gli altri, verso tutti (anche verso gli altri popoli) soltanto esercitando una selezione rigorosa sulla mobilità pubblica delle opere d’arte; attualmente utilizzate come veicoli promozionali con una frequenza deteriore. Chiudendo qualche finestra, o socchiudendola un poco, si finisce per essere più vivi e più attivi, che immergendosi in un proliferare di atti e di proposte che finiscono per stravolgere. È come per la produzione libraria di questi giorni; il troppo non significa maggiore libertà di lettura ma la raggiunta impossibilità di scegliere bene, quindi di buona e approfondita informazione. Forse gli intendenti diranno che queste righe sono tutte sbagliate.

 

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 187, 22 novembre 1991.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 187, 22 novembre 1991
Letto 2666 volte Ultima modifica il Mercoledì, 15 Maggio 2013 10:30