Super User
"Conversazioni in atto". Stefano Sanchini intervista Gianni D’Elia su Roberto Roversi
D. Grazie a te Gianni, andammo, io e Loris Ferri, a trovare nel 2006 Roversi alla libreria Palmaverde e subito mi apparve come un luogo leggendario e pieno di storia umana e culturale; era un anno prima che chiudesse definitivamente, si trovava in Via dei Poeti 4. Ci potresti raccontare la tua esperienza, gli incontri con Roversi e come è rimasta nel tuo ricordo la sede della Libreria in via Castiglione?
R. Diciamo che prima del Natale del ’77, arrivai a Bologna per cercare la libreria Palmaverde e per incontrare Roversi, feci via Castiglione avanti e indietro per almeno un’ora, cercavo una libreria di cui avevo sentito parlare senza conoscere nemmeno il numero civico dell’edificio, in realtà era il numero 35. Mi aspettavo una libreria normale con le vetrine d’esposizione, poi chiedendo e richiedendo imbucai in un grande portone e facendo un androne arrivai ad una piccola porticina con una targhetta, dove con il nome era battuto a macchina l’orario di apertura e chiusura. Bussai, mi aprì una signora, Elena con cui parlai di Saba sul quale si era laureata, aveva il viso dolce, era molto gentile, io chiesi del poeta, mi fece accomodare in mezzo a pareti di scaffali pieni di libri di storia politica e di letteratura. Aspettai che un altro giovane uscisse dallo stretto corridoio dei libri, che portava alla stanzetta sempre ricavata da pareti impellicciate di volumi. Roversi fu di una gentilezza sorprendente, gli dissi delle mie letture chiedendogli ansioso di Pasolini e soprattutto della rivista “Officina”. Mi regalò tre numeri di “Officina” che ho ancora nella libreria, tra cui l’ultimo, che poi era il numero 2 della nuova serie, perché nella vecchia serie uscirono 12 numeri, la nuova serie con Bompiani solo due numeri. L’ultimo con la copertina nera dove c’è l’epigramma contro Pio XII, che poi fu l’occasione per cui chiuse la rivista, poiché Bompiani era socio e membro del circolo della caccia, che era un circolo papalino, quindi questa fu l’occasione della chiusura, poi anche il dissidio tra i redattori. Mi regalò anche una copia di “Rendiconti” che era la sua rivista, che faceva già da anni, che era stata da poco interrotta, era il ’77, novembre mi pare, e poi una copia ciclostilata de Le descrizioni in atto, che sono del 1969, in realtà lui me ne regalò due, una dedicata anche a mia sorella, che ho io con la copertina arancione. In realtà ne avevo una anche con la copertina gialla, che non trovo più. Diciamo che io ero un perfetto sconosciuto, quando sono andato a trovarlo e mi chiese anche se scrivevo, gli risposi di sì, che avevo pubblicato da pochi giorni le mie prime tre poesie, grazie a Katia Migliori che le aveva portate a Gianni Scalia nella redazione del “Cerchio di Gesso”, che era la rivista del movimento del ’77 e degli intellettuali che si riunivano intorno al “Cerchio di gesso”. Fu sorpreso dicendo di collaborare alla rivista con Scalia e altri più giovani compagni del movimento bolognese, l’aveva lì sul banco, ci mise un segno, disse che avrebbe letto i miei testi e cominciai a mandargliene degli altri di volta in volta nei mesi successivi e a gennaio del ’80 uscì il mio primo libro Non per chi va, nella collana di Savelli, che Roversi dirigeva insieme a Giancarlo Majorino. Quindi gli devo il mio primo libro di versi, gli devo tutto il lavoro che si fece per lettera e poi de visu negli incontri. Posso dire che il primo impatto fu la sua generosità e il secondo la sua intransigenza, nel senso che sia nel colloquio per lettera che dal vivo, la discussione era spesso sulla necessità di attrezzarsi sempre più autonomamente per una comunicazione diciamo, che lui aveva chiamato in una lettera, di autoemarginazione-attiva. Cioè il fatto che dopo il ’68, la sfida era che la voleva continuare. Da lì nacque, l’idea di dare vita ad una rivista nuova, da farsi a Pesaro, a cui Roversi avrebbe collaborato, appunto “Lengua”. La cosa più importante è che Roversi è una specie di sineddoche, cioè la parte per il tutto e il tutto è “Officina”. Io sono andato a trovarlo poiché l’avevo letto alla Biblioteca di Pesaro, che prima era in via Rossini. Lì negli scaffali avevo trovato il libro di Giancarlo Ferretti su “Officina”, che era uscito nel 1975, titolo Officina cultura, letteratura e politica negli anni ’50, dove c’erano un’ampia antologia di “Officina” e poi alla fine gli interventi dei redattori, e lì appunto tra gli interventi Roberto Roversi via Castiglione. Quindi l’incontro con Roversi è dovuto al fatto che avendo letto l’antologia di “Officina” uscita da Einaudi nel ’75 e che io avevo letto nella Biblioteca di Pesaro, mi ero molto incuriosito su questa rivista e sul concetto di letteratura impegnata, di poesia diversa dalla poesia ermetica e anche diversa dalla poesia della post-avanguardia e dell’avanguardismo del Gruppo ’63. Siccome nel ’75 io militavo in Lotta Continua, e avevamo fondato con degli amici il Circolo Ottobre, circoli culturali che c’erano un po' in tutta Italia, che erano un po' una costola di Lotta Continua, e noi facevamo delle discussioni tra di noi, leggevamo e poi abbiamo fatto dei cicli di cineforum che curavamo al Cinema Sperimentale. Avevamo proiettato “Il cinema e il sud”, per esempio avevamo programmato i film di Francesco Rosi Le mani sulla città, Salvatore Giuliano e anche 12 Dicembre a cui aveva collaborato Pasolini, aveva firmato quel film sulla strage di Stato. Il Circolo Ottobre era un po' il luogo dove con alcuni amici, Roberto Mari e Alessandro Leproux, tutti simpatizzanti di Lotta Continua, nacque anche la radio Pesaro Centrale. L’andare a trovare Roversi era stato quasi un processo dovuto alle letture, al mio interesse per la poesia e per la letteratura già dal ’73, quando avevo letto per la prima volta tra i primi poeti Fortini curato da Mengaldo negli oscar Mondadori. L’importanza è di riflettere sulla poesia di “Officina”, dei redattori di “Officina”, a partire dai primi tre, Roberto Roversi, Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini ai quali si aggiunsero Angelo Romanò, Gianni Scalia e Franco Fortini.
D. Prima della guerra Roversi voleva fare insieme agli amici Leonetti e Pasolini una rivista dal titolo “Eredi”, poi naufragata a causa della guerra, oggi voglio chiedere a te, se dovessi raccontarlo ad un giovane poeta, qual è l’eredità che ci ha lasciato Roversi, sia politica che culturale, visto che siamo in tempi difficili dove tutto sembra cadere nell’oblio: nella sovrabbondanza di notizie inutili, a scapito di ciò che più conta?
R. Ricordo una bellissima lettera nell’epistolario di Pasolini con Roversi, dove si racconta che loro erano ai giardini Margherita e hanno avuto lo strillonaggio, che era scoppiata la guerra, che Hitler aveva invaso la Polonia. Ricordo questa bellissima lettera dove si raccontava di “Eredi”, una rivista abbozzata che poi venne ripresa quindici anni dopo, che fu “Officina”. L’eredità intanto è la sua opera, che basta aprirla a caso. Noi per omaggiarlo facemmo nel 1990 il numero 10 di “Lengua” dove in copertina misi alcuni versi di Dopo Campoformio, che anche riletti oggi, “questa è l’età che ci vede vivere sulla spiaggia / di onde paurose /ma poiché viviamo ancora nei pensieri / abbiamo la forza di un ultimo rigore / ancora amore / nella scatola segreta di una stanza”. Quindi è spaventoso quasi, la contemporaneità della presenza di Roversi, perché metti che li abbiamo aperti a caso questi versi, peggio di oggi dove le guerre imperversano soprattutto due, quella in Ucraina e quella in Palestina, e lo dice lui qual è l’eredità, la forza del rigore e anche questo amore nella scatola segreta di una stanza, bellissimo verso che allude anche alla solitudine di chi scrive o di chi vive oggi in un tempo come questo. Ma poiché viviamo come dice il verso, è una letteratura basata sull’esistenzialismo da cui nasce tutta “Officina”, Sartre, Pasolini, naturalmente con lo storicismo marxista di Gramsci e prima di De Sanctis, c’è anche Croce in mezzo. L’eredità è questo rigore, quest’amore e anche questa intransigenza rispetto al mercato culturale, oggi si dovrebbe dire anche rispetto a tutti i mass media, a quella che Pasolini chiama nell’ultima intervista di Furio Colombo, “la situazione”. Il problema è di identificare la contraddizione principale e la contraddizione secondaria, la contraddizione principale per i marxisti è il contrasto, la lotta tra capitale e lavoro, dall’altra parte tutte le contraddizioni secondarie per modo di dire, che sono quelle della comunicazione e della cultura, le sovrastrutture, che oggi sono dominate e anzi sostituite dalle infrastrutture, cioè la cultura è stata sostituita dalla comunicazione-informazione.
D. Di tutta l’opera di Roversi, Le descrizioni in atto mi sono apparse come le più impenetrabili nella comprensione dei testi, per la stratificazione di eventi e riferimenti che sfuggono, a parte quei pochi testi dove Roversi chiarisce con alcune note, forse perché erano riferimenti alla cronaca e ai fatti di quegli anni. Potresti darci alcune chiavi di lettura per poter approfondire questo testo, di cui cogliamo comunque l’importanza per la lotta contro il capitale?
R. Quella che intendeva Roversi era l’idea di fare un libro, in cui troviamo gli echi della strage del Vajont, cioè troviamo tutta una serie di riferimenti, che partono dagli anni sessanta e arrivano ai settanta. Una poesia che si nutre della cronaca per intervenirvi con un piglio morale anche con qualcosa di sarcastico, sulla guerra del Vietnam per esempio, quindi mescolando la lirica con la compressione della memoria. Come ancora prima in Dopo Campoformio, che è l’altro libro da legare assolutamente alle Descrizioni, che è molto più lirico, molto più compatto dal punto di vista metrico, mentre Le Descrizioni si sfrangiano in una metrica prosastica con il verso lungo, che poi diventerà quel verso jazzato anche de L’Italia sepolta sotto la neve. Quella sprezzatura metrica che però ha sempre gli accenti giusti, anche se lui fa il verso troppo lungo che appare prosa, in realtà ha quegli accenti giusti delle toniche per esempio tutte le e tutte le a, un jazz fondato sull’improvvisazione e sul rifacimento, ripresa di brani dalla cronaca, dalla radio, dal cinema, dalla memoria. Arriva a quella particolare caratteristica che sembra essere abrogata, la distinzione tra poesia e prosa, che forse è il contenuto più interessante di Roversi, nel senso che la poesia c’è sempre però, mentre oggi…due anni fa ho sentito leggere giovani poeti in un circolo, che sproloquiavano in una prosa prosa, che non aveva nemmeno più gli accenti della poesia. Come nella canzonaccia di oggi del Rap o della Trap, dovrebbero leggere Roversi, per imparare di più la metrica se vogliono fare la poesia truccata da prosa, se no è prosa prosa e buonanotte. Tornando a Roversi, il discorso che ti posso fare è che c’è un’evoluzione da Dopo Campoformio, che mantiene le forme dell’endecasillabo e del poemetto narrativo, un po' anche alla Pasolini e anche all’ “Officina” come in Leonetti, perché poi loro si scambiavano i testi e ne discutevano. Costituivano questo tappeto di discussioni ideologiche, storiche, ma anche estetica e metrica. Sulle scelte per esempio Pasolini sceglie la terzina, mentre Roversi la lassa libera compatta, però con l’endecasillabo come governo. Dopo Campoformio raccoglie i testi degli anni cinquanta stampati in “Officina”, fino al ’65 quando esce. Anche il titolo è molto interessante, la metafora che fa Roversi è quella in cui ci troviamo nella stessa condizione nella quale si trovarono i patrioti risorgimentali, aspettandosi da Napoleone la libertà, si ritrovarono invece Venezia ceduta agli Austriaci nel 1797. Così noi dopo Yalta ci siamo beccati la sovrastruttura degli americani. Dopo Campoformio è un titolo beffardo, ma anche molto chiaro, vuol dire dopo la cessione di Venezia agli austriaci, uguale alla cessione dell’Italia agli americani. La divisione in due blocchi dove noi siamo sotto l’ombrello Nato, quindi una falsa libertà, una falsa indipedenza rispetto ai sogni della Resistenza, che era un’indipendenza completa. Una volta Elena mi raccontò che Roversi, alla fine della Resistenza era tra quelli che non voleva scendere dai monti, perché ritenevano che non fosse ancora finita e bisognava lottare ancora.
D. In questa tesi ho cercato di approfondire il fare di Roversi, sia dal punto di vista della poiesis (atto del fare) sia della praxis, sia nella ricerca della comunicazione che nella distribuzione col ciclostile e con i fogli volanti. Potresti aggiungere qualche riflessione sul fare di Roversi, visto che hai avuto modo di conoscerlo e frequentarlo per molto tempo?
R. Lui come in “Officina”, aveva il fare e la riflessione sul fare, e anche l’azione intorno al fare. Allora il fare è la poesia, la riflessione sul fare è la poetica, quindi anche la discussione critica. In “Officina” fu importantissimo distaccarsi dal primato della vita interiore, letteratura come vita per dirla come Carlo Bo e anche gli altri critici di sostegno alla poesia ermetica cioè Montale, Ungaretti, Quasimodo ecc…passare da una poesia come vita interiore ad una poesia di relazione, cioè come Storia, non tanto la vita, ma la Storia. Non solo lirico ma anche satirico, non solo lirico ma anche sarcastico. Critico. Passare dal canone novecentesco ermetico fondato sulla vita interiore e sulla poesia intesa come fiammella esistenziale a una poesia intesa come vita di relazione, sociale e storica, facendo il salto verso quella che è stata chiamata poesia impegnata, impegnata da chi e in che cosa? Dentro la Storia con una visione anche politica. Di cui oggi si ha molto paura, si dice lasciamo fuori la politica dalla poesia, se dicevi una cosa così a Roversi, ti apriva la porta e ti diceva si accomodi o non ci vediamo più. Quella di oggi è concepire la poesia come un dopolavoro domenicale, che va bene per le anime belle e gli inserti della domenica culturale. I cascami dell’ermetismo o anche peggio, almeno l’ermetismo aveva una struttura morale anche forte, che reagiva alla retorica fascista, con questo atteggiamento dell’individuo personale, del singolo che non si vuole fare inghiottire dalla massa, dal gregge e dallo spirito gregario. Aveva qualcosa di positivo l’ermetismo in quel ventennio fascista, il fatto di ritirarsi nell’io, era per sfuggire a un noi che era di Stato, di potere, qualcosa che era retorico, fasullo falso e sanguinario, per quello che poi porterà. Il fare di Roversi è un continuo rovello su ciò che accade, su quello che la Storia ci propone pescando anche negli ambiti del pop, lui amava i Beatles, amava la musica, la canzone. Unire l’umanista al rock, un nonno umanistico ma anche rock, che può essere ripreso oggi da un giovane. È stato un modello poetico, un modello critico per me. Aveva questa fissa che ha chiamato autoemarginazione attiva, cioè so che sono da una parte però agisco, e faccio questo lavoro perché non mi voglio far risucchiare dalla cultura di massa stereotipata. Così dopo il ’68 e dopo aver pubblicato per grandi case editrici, ha scelto questa strategia di autoemarginazione attiva, scegliendo piccole riviste o piccole case editrici, ciclostilando e distribuendosi da solo.
D. Ci sono stati nella vostra corrispondenza dei consigli o degli insegnamenti che hai colto da Roversi sul fare poesia, visto che in qualche modo il poeta più anziano è sempre un “maestro” almeno per esperienza anagrafica, cioè di stare da molto più tempo sulla ricerca del verso?
R. A lui non piaceva la parola maestro e mi ha detto, dimmi pure per non dire vecchio, poeta più anziano rispetto a quello più giovane. Ogni tanto trovo dei biglietti brevi, poi naturalmente la cosa più bella che ho avuto da lui è stata una cosa che scrisse su “il manifesto”, una prefazione al mio poemetto La delusione: “sono propenso a incorporare e interpretare il risentito e costante impegno di lavoro e l’estro geniale di D’Elia dentro ad un contenitore di forti emozioni e di forti delusioni quotidiane”. Praticamente un complimento, un omaggio, la cosa più bella che mi abbia detto qualcuno. Poi la cosa che ricordo quando ho fatto i due libri su Pasolini, il 15 giugno del 2006 mi è arrivato un biglietto che ho incorniciato di sotto, dove praticamente fa una recensione breve del Petrolio delle stragi, e finisce dicendo: questo è un bell’ agire. Il bell’ agire è quasi un titolo di un libro. Dice tu non fai lo storico, che prende carte o cartine, ti inerpichi dentro al cuore di un uomo, dentro la sua vicenda. A lui interessava la passione e lo studio, essere dentro le cose. Io gli devo alcuni biglietti privati e qualche lettera bellissima sempre sul fare, per esempio lui ha collaborato anche a “Lengua” dandoci dei consigli e pubblicando anche dei testi inediti in prosa, quello dei Pesci rossi che nuotano in un mare d’inchiostro e delle poesie.
D. La poesia di un autore quando è autentica è sempre diversa da un altro autore, ma il punto in comune tra te e Roversi e mi aggiungo anche io, è quella del poeta impegnato, che testimonia e contrasta con i versi l’inciviltà che lo circonda. Forse negli anni ’60 e ’70 che erano anni di assemblee e dibattiti, c’erano molti più lettori di oggi e dunque anche maggiore interesse nel leggere poesia, questo permetteva una scelta come quella di Roversi di utilizzare il ciclostile o i fogli volanti da distribuire a mano; nella rivista online “La Gru” abbiamo tentato una comunicazione attraverso il web, visto che oggi è quella la piazza. Ma pur avendo avuto i nostri lettori, forse si è perso l’interesse per la poesia, in particolare quando è ricerca non solo formale ma esistenziale. In quale altro modo possiamo catturare l’attenzione, cioè come possiamo recuperare l’interesse per la poesia tra la gente?
R. Interessante “La Gru”, perché “La Gru” è stata un po' il tentativo di continuare dopo dieci anni dalla chiusura della nostra, quella linea che appunto partiva da “Officina”, “Lengua” fino a “La Gru”. Di continuare quel discorso della poesia impegnata, che noi la possiamo di nuovo chiamare così senza tanti imbarazzi, nel senso che è una libertà, sono libero e impegnato. La linea della poesia che tiene conto della Storia in atto. Non una poesia di partito o di un orientamento, ma magari l’aria che si respira nella storia e nel movimento di quel momento, le idee dei giovani verdi di oggi, tentare come ho fatto io con Il suon di lei di andare verso di loro, di dire sì sono d’accordo, anzi vi dico che magari sarebbe d’accordo anche Giacomo Leopardi su questo discorso. Per richiamare un ambito che potrebbe essere sociologico ma anche poetico, non solo contemporaneo ma anche dell’Ottocento, per fare vedere che già nell’Ottocento c’erano degli stimoli tra Leopardi e Baudelaire, che sono molto vivi e potrebbero essere molto vivi oggi per la poesia contemporanea. Nel senso che scavalcherei volentieri, come ho fatto io nel mio percorso creativo negli ultimi vent’anni, facendo dei libri che sembrano dei centoni, cioè delle riproposizioni di opere precedenti o di succhi di opere precedenti. Anche nei titoli Fiori del mare, che riprende tutto il discorso baudelairiano dello slittamento della consonante, questo metaplasmo della nostra lingua, che apre una possibilità di svincolo però anche un richiamo forte. Oppure Il suon di lei, che prende di fatto Leopardi, La sorella del sogno che prende di nuovo Baudelaire, che riprende tutto il messaggio dell’utopia dal 1848 al 1968 al 1977 al 2025. Natura e Storia, i due cardini dell’Ottocento, Leopardiano e Baudelairiano, che tornano oggi fondamentali, senza i quali non si fa poesia. Quindi l’interesse della poesia tra la gente dovrebbe essere garantito dagli argomenti di cui i poeti si occupano, non da altro, non pensare al lettore al quale ti rivolgi perché giovane o vecchio, ma l’argomento, il tema. Per fare una buona poesia, lo dicevo nei miei corsi a Pesaro Studi, facendogli leggere Empirismo eretico di Pasolini, quello sulla lingua sociale, quello su Dante e quello sul cinema come lingua scritta della realtà, che allude ad una lingua orale della realtà, che è già cinema in natura. Questa nuova teoria Pasoliniana che scavalca la semiotica tradizionale e propone un’eresia di semiotica nuova, che ritorna al referente, non al primato della lingua sulle cose, ma al primato delle cose sulla lingua. Torna a Lucrezio senza nominarlo, ad un materialismo di un certo tipo, anche classico, lucreziano, non c’è più questa separazione tra le cose e le parole. Nel senso che l’arbitrarietà del segno linguistico è stato il fondamento, il discorso di fondo di Pasolini è che se esiste una lingua orale della realtà e il cinema la scrive, significa che non vale più quella pretesa di De Saussure di stabilire l’arbitrarietà del segno linguistico, cioè potevo chiamare la a o invece l’ho chiamata a, ossia l’arbitrarietà del segno linguistico. Invece secondo Pasolini, c’è un ritorno a qualcos’altro che non è più l’arbitrarietà del segno linguistico, ma l’isonomia del segno, l’idea che esiste un materialismo fondante dei contrari, ignis et lignum dice Lucrezio, ignis è contenuto nella parola lignum. Così come nella realtà il fuoco brucia il legno, le sillabe che formano queste due parole. Questa linguistica sostanzialistica, una teoria non più linguistica ma translinguistica, Pasolini ad un certo punto dice ogni poesia è translinguistica. Cioè si rifà ad un sistema di segni che però si rifanno alle cose, al reale. Non tanto arbitrarietà del segno, ma isonomia.
D. Spesso oggi la poesia che circola e sembra avere un seguito, parlo sia del web come le ultime pubblicazioni anche di una casa editrice prestigiosa per la sua storia come Einaudi, si è ridotta ad una poesia intimista o facile, che possa essere consumata da tutti. Invece Pasolini parlava della poesia come qualcosa di inconsumabile. Insomma, è possibile che la società dei consumi abbia fagocitato anche la poesia, oppure ad un certo punto quello che è consumabile finirà in un tempo breve e la poesia vera, inconsumabile, ritroverà il suo meritato spazio?
R. Questo dipende dalla poesia che verrà o sta venendo fuori, è vero che oggi a vedere certi titoli, anche di autori locali che pubblicano per la bianca Einaudi, per non fare nomi la Carnaroli ecc., ci si trova difronte a una poesia un po' mordi e fuggi, di frammentini e battute, fin dai titoli pleonastici e lunghi. Secondo me c’è tanta non poesia per dirla con le categorie di Croce, che è versificazione ma non raggiunge la poesia, non puoi metterla vicina ad una poesia di Baudelaire, non ci sta. Non è paragonabile, è un succedaneo, l’ho detto in una poesia critica dentro l’ultimo libro La sorella del sogno, dedicata a queste cose, I nipotini di Ermete: “Come i borghesi vogliano i poeti / a compitare buoni sul sublime / ovunque ti giri e ovunque lo vedi / il vuoto senza rabbia e senza rime”, così come ne Al succedaneo lirico: “Non ci sono milioni di poeti / come la grande rete dice e impone / bensì milioni di pseudopoeti / che non sanno nemmeno il senso del nome?” La pubblicità dell’imitazione, il problema è proprio questo, nella società di massa e nella comunicazione di massa e nel web stesso e nei telefonini, la tecnica è fondata sull’imitazione e la ripresa di cose di altri. Leopardi nello Zibaldone ha una pagina che dice il problema degli italiani, ai suoi tempi figuriamoci adesso, fanno una poesia sull’imitazione non sull’immaginazione. L’imitazione riproduce dei canoni ripetitivi e delle cose senza sbocco, e io dico che è il codice del succedaneo testuale, cioè invece di darmi il caviale mi dai le uova di lompo. Ecco il succedaneo lirico, ignora il nesso tra la cosa e il clone. Uova di lompo al posto del caviale. Questo supermercato della produzione dove tutti rivendono il banale intasando gli scaffali della distribuzione, mentre nessuno consuma l’essenziale. Si chiede alla poesia ben poca cosa, ridurla a parlar del gatto e il cane, quando si può cantare di ogni cosa / se di pensiero e musica trasale. Una ragazza mi ha portato una cosa che ha scritto sulla moda, su Guy Debord e altro, però alla fine gli ho detto, ma tu cosa leggi di poesia, mi ha risposto non leggo perché non mi voglio far condizionare. Non leggo gli altri poeti, qui casca l’asino, casca tutto. L’ho messo questo verso: ripetono che per non farsi condizionare / non leggono nessun autore capitale. Il problema è che nella considerazione dell’imitazione, di cui sono anche inconsapevoli di quanto sia dannosa, entrano in quel circuito che Leopardi descrive già bene nei primi decenni dell’Ottocento, dicendo che la poesia degli italiani è una poesia fondata sull’imitazione, quella volta al canone manieristico, per i francesi parnassiano, che appunto è la ripetizione delle formule. Come la mutazione antropologica di cui parla Pasolini, che è l’effetto dell’omologazione antropologica, cioè l’omologazione ha prodotto la mutazione. L’omologazione rende tutti uguali, in qualche modo c’è stata una mutazione poetica, prodotta da questa mutazione antropologica, che è l’effetto dell’omologazione. Non è il caso tuo o di Loris Ferri o di Davide Nota o di alcuni poeti che io ho frequentato, conosciuto e affiancato nel lavoro, che hanno la coscienza che esiste la tradizione prima di noi e questa è stata chiamata da me avanguardia della tradizione.
D. Roversi è stato sempre critico verso le neoavanguardie, proprio per il fatto di essere solo scelte formali, esornative, fuori dalla storia, un giocare con la parola, ma senza fine politico né esistenziale, eppure oggi trovano un seguito tra i più giovani che si sentono originali, non cogliendo le riflessioni che già furono in Roversi o in Pasolini a partire da “Officina”. Potresti spiegare qui il tuo concetto di avanguardia nella tradizione, che secondo me è la migliore definizione per un’autentica ricerca della poesia?
R. Io ho parlato di avanguardia della tradizione più che nella tradizione. Avanguardia della tradizione perché Dante è già avanguardia, Dante è già avanti. Il Gruppo ’63 ha parlato della tradizione del nuovo, cioè tradizione dell’avanguardia nel senso che l’avanguardia ormai ha la sua tradizione, dai dadaisti e dai futuristi in poi, possiamo parlare della tradizione del nuovo e tradizione dell’avanguardia. Rovesciando appunto avanguardia della tradizione, vuol dire che risalendo a Dante noi abbiamo già squadernato tutto un lavoro. Sia sulla metrica, sia sulla parola comune, sia sull’innesco tra parola comune e parola colta, sia sui ritmi, sui metri, sulle innovazioni stilistiche dentro l’ambito della terzina. In cui si può lavorare molto, e quindi avanguardia della tradizione significa mettere Dante alle origini e prima di Dante i provenzali. I trovatori a cui ho dedicato praticamente un mio libro Trovatori, che è tutto parlato, terzine dove sono botta e risposta di voci, quindi non è più lirico di un io, va allo sfondamento dell’io lirico, un tentativo dove ci sono semmai tanti io lirici. Tante figure che si riferiscono a un cursus che procede, quindi è stato più un tentativo di avanguardia, per quello che mi riguarda. Arrivava al culmine di una serie libri che dalla quartina erano passati alla terzina. Togliendo Non per chi va, che era un laboratorio iniziale. Perché Non per chi va, aveva gli epigrammi d’amore nella prima parte, quella chiamata Turchese, Penna fondamentalmente, amore e solitudine. Epigrammi, la poesia breve, poi aveva al centro il poemetto, la tradizione di Roversi Sereni Pasolini del novecento, che era appunto quella di far durare la poesia. E chiaramente la durata è solo cognitiva in poesia, quindi bisognava trovare un modo per fare una poesia che fondandosi non più sull’attimo simbolista, su Ungaretti e sull’illuminazione, ma sulla durata che fosse come il romanzo, cioè argomentativa con innesco di trama, cognitiva che va avanti per conoscenza e per quello s’allunga. Perché sono momenti di riflessione e ricompilazione del mondo, di cosmogonia addirittura. La terza parte era la lirica, la poesia breve ma non brevissima e non lunga come il poemetto, che è arrivata ad aggiustarsi nelle tre quartine o poco più, nei primi tre libri con lo sfondamento verso il poemetto, che era La delusione compreso nel Congedo della vecchia Olivetti. Per cui Segreta, Notte privata, Congedo della vecchia Olivetti, elaborazione ed estensione della possibilità della quartina a livello narrativo fino al poemetto. Ad un certo punto stallo e passaggio alla terzina Sulla riva dell’epoca, Bassa stagione e Trovatori, che estende l’idea della terzina non più solo a livello narrativo, ma drammaturgico e quindi con Trovatori si passa anche al teatro. Per ritornare alla quartina con i libri ultimi, Il suon di lei e prima ancora Fiori del mare, perché voglio fare un canzoniere adriatico, e la quartina è più cantabile meno inerpicantesi della terzina appunto, come dice Mandel’stam nel discorso su Dante, che equivale ad un discorso quasi mistico, un percorso accidentato. La quartina estende più verso il canto, allora sono tornato alla quartina con Fiori del mare poi ho proseguito con Il suon di lei e La sorella del sogno, con questi album chiamiamoli o libretti d’opera. Per cui dall’altalena delle forme dipende cosa vuoi fare, se vuoi fare un canzoniere o se vuoi fare un’opera teatrale di voci, lì è l’arte, è quello che ho imparato nel corso dei decenni e che metti in pratica per intuizione tua, con genialità al momento, al tema e all’argomento e all’uditorio-lettore. L’avanguardia della tradizione è stato questo, passare attraverso le forme metriche della tradizione anche quella francese fondata sull’alessandrino, arrivare a non mettere più la punteggiatura, come ho fatto negli ultimi due libri, quello naturalmente mi viene da Apollinaire dai suoi poemi, da Zone e da Alcools, dove c’è l’idea di utilizzare solo il punto esclamativo quando serve o il punto interrogativo, ma mai più l’interpunzione, usare i puntini di sospensione che ho sempre usato, che è la fluidità del canto per me. Quindi anche lì è una sfida da avanguardia, perché non è mica tanto facile scrivere senza punteggiatura, bisogna tenere conto dello snodo e fare in modo che il verso singolo valga da solo e anche nel rapporto con gli altri si incastri bene, fluidamente verso un concetto, un contenuto. A me non sono piaciute le avanguardie o le neoavanguardie, perché come diceva Roversi, sono il saltarello della lingua, la miscela e la fusione di tanti linguaggi tecnici, il pastiche. Non mi ha mai parlato Sanguineti, cioè non l’ho mai sentito. Ho capito quello che volevano fare, che era prendere il potere letterario tutto sommato, le case editrici, le riviste. Inaugurare un nuovo canone che è diventato poi normativo per quelli che sono venuti dopo, che hanno imitato, ma non hanno prodotto grandi poeti o grande poesia. Rispetto a quello che ha fatto un Caproni, stando dentro a quello che lui chiamava il codice tonale, però trattando il codice tonale come atonale a volte, portando l’avanguardia dentro la tradizione senza sconvolgere e con grande coscienza musicale.
D. Ho scritto nella tesi che le tue Conversazioni in atto sono preziose, poiché si coglie molto della figura di Roversi sia come poeta che come libraio e fondatore di riviste, d’altronde “Lengua” era una rivista di ricerca seria: ora vorrei chiederti di chiudere questa intervista lasciandola aperta, cioè quali domande oggi ti sentiresti di fare a Roversi sui tempi che stiamo vivendo e di come può agire un intellettuale in questo mondo sull’orlo della catastrofe? Ti chiedo questo per lasciare spunti per una riflessione in atto.
R. Roversi nel numero zero di “Lengua”, nel suo intervento che pubblicammo nel febbraio dell’82, insieme a quelli di Angelo Romanò e di Gianni Scalia, ci esortava sempre all’azione, a organizzare la comunicazione anche delle riviste in un circuito autonomo, pena la cancellazione di ogni possibilità di incidere. Voi lo avete fatto con “La Gru” per sette anni…e poi vorrei citarti questa frase che ci diceva: a riflettere e a fare, ad allestire i muri contro il vento e gli steccati contro il leone. Che è il tempo di oggi, c’è il leone, è tardi, c’è un vento tremendo. E’ chiaro, il monopolio del linguaggio diffuso, cioè il berlusconismo. Quando abbiamo chiuso “Lengua” nel ’94 è arrivata quella cosa lì. Era dieci anni che c’era in Italia, ma è arrivata a livello politico poi, a prendere il potere politico dopo aver preso quello mediatico e quello sociale, manipolando nei consumi la storia degli italiani. Questo linguaggio diffuso integrato, che avrebbe poi dilagato nel nostro paese, adesso ha dilagato a livello internazionale. Esiste una mutazione tecnologica, che è l’effetto della mutazione antropologica, cioè la mutazione antropologica è diventata la mutazione tecnologica, fondata sul consumismo, sull’imitazione, fondata sull’imitazione e mancanza di originalità. Sulla mancanza di immaginazione, sullo stare sempre su una notizia che viene rilanciata e ripetuta come i polli da allevamento, stretti nelle gabbie, che non si possono neanche muovere, e stanno lì fino a quando non li spennano e li cuociono, con una carne che non è neanche gustosa e ruspante come quella di una volta, ma allevata. Roversi penso che ci inviterebbe ancora ad allestire i muri contro il vento e gli steccati contro il leone. Fare delle scelte anche difficili, pubblicare con piccoli editori, che non dico puoi controllare ma sei sodale, solidale con dei compagni di strada, che ti garantiscono poche copie ma buone, date alle persone giuste. Io stesso, dopo l’ostracismo Einaudi dal 2015, dopo trent’anni sono stato liquidato, allontanato con dei pretesti contenutistici, che sono poi politici fondamentalmente, ma vuoi fare ancora la poesia degli anni settanta, quante poesie hai già scritto sulla compromissione italiana. Così sono passato a fare due libri con un piccolo editore come Sossella e chissà il prossimo con chi lo farò, perché anche lui non so in che acque si trovi e le acque sono sempre un po' tempestose oggi per gli editori piccoli e per tutti. Vedremo, io continuo a scrivere, il mio messaggio a te che scrivi, continuiamo a fare i libri con chi li vuole, con piccoli editori e continuiamo a impegnarci a fare una poesia dentro la storia, che non ignori la singolarità personale di ognuno, anche l’intimità. Perché mica la poesia impegnata è una poesia che non si occupa dell’interiorità, se ne occupa tantissimo, al punto che ritiene che la socialità sia arrivata così dentro l’interiorità da stare attenti, sia al meccanismo della manipolazione inconscia, di come agisce su di noi la società dei consumi e la società di massa, sia la memoria che vorrebbe cancellare, quindi l’interiorità. Vorrebbero cancellare la memoria degli anni settanta, dei tempi precedenti. In una mia poesia parlo beffardamente, poiché ormai vado avanti in questo binomio lirica-satira, parlo di smemorialismo. Il canone contemporaneo è lo smemorialismo, non si vuole che si ritorni a rendere attuale il messaggio di Sciascia e di Pasolini o di quelli che ci hanno lasciato la salute o la pelle, per dare conto del cancro italiano. Che poi era americano, che abbiamo dovuto patire come generazioni a livello di dolore storico sulle stragi in Italia, su quello che è stato lo sviluppo vertiginoso. Prendi solo l’anno 1992 in cui viene fatto un presidente della Repubblica tra due stragi. Capaci e via D’Amelio, solo lì trovano il coraggio poi di votarlo, c’era una crisi di sistema dopo tangentopoli, quel luglio lì dopo le dimissioni di Cossiga arriva Scalfaro, sono tutte cose interiorizzate e poi dimenticate, di quello che è il sostrato di dolore storico, che ha portato l’Italia a votare i neofascisti, l’estrema destra di oggi. Un oblio così completo di tutto quello che è successo, che si è arrivati a incoronare l’estrema destra italiana al governo di questo paese, che è un effetto secondo me dello smemorialismo. Proprio perché non si vuole ritornare a elaborare quel lutto, quel dolore civile, tutta quella serie di attentati e di stragi, di soprassalti del cuore, che dal delitto Moro hanno tempestato il paese, procedendo per estirpazione dei movimenti della sinistra, quelli veri, diciamo l’anima, il popolo. Roversi direbbe come ha detto a me quella volta, noi non stiamo sempre addosso agli altri a dire cosa fanno o cosa non fanno, noi facciamo le cose nostre, questa era una fissa sua. Proporre i nostri contenuti, le nostre battaglie, poi dovremmo attrezzarci, lui diceva. Sul ’68, il grande errore è stato quello di non attrezzarci a livello della comunicazione, se pensi che oggi la sinistra non ha un giornale, una radio, una televisione. È l’effetto di quello che non è stato fatto. Se noi avessimo avuto la comunicazione…invece della generazione delle P38…delle Brigate Rosse rigirate a puntino dai poteri occulti, che volevano mandare il paese verso una fase che non fosse quella dei comunisti insieme a Moro, quindi hanno fatto fuori Moro, hanno fatto fuori Pasolini e prima hanno fatto fuori Mattei. Quello che riassumo io alla fine della nostra conversazione, che sarebbe oggi importantissimo nella poesia, che si tornasse a rendere conto della memoria italiana. Occorre elaborare il lutto e anche la rimozione che è stata fatta di tutti i dolori sociali e civili, ma anche personali di tante famiglie che ci hanno lasciato i parenti o la pelle. Quanti famigliari delle vittime di stragi e di mafia ci sono, ma migliaia, non è una cosa di poche persone. C’è quell’associazione Libera che dà voce a migliaia e migliaia di persone che sono state toccate dalle stragi non solo di mafia, ma stragi fasciste, stragi di Stato. Riprendiamo l’eredità di Sciascia e di Pasolini, degli scrittori veri, che hanno detto cose importantissime sull’Italia e su quella che è stata la deviazione civile di questo paese, arrivata ad un oblio così grande da eleggere tranquillamente al governo coloro che avevano padri, fratelli e nonni, responsabili di quello che è stato fatto a scapito del Paese. Non riconoscono neanche la Resistenza, hanno un imbarazzo terrificante a dire la parola antifascista. Dovremmo parlare anche de L’Italia sepolta sotto la neve, perché quello è il testamento sull’Italia di oggi, sconvolgente, uno lo leggeva vent’anni fa diceva esageri, lo leggi oggi con il governo di estrema destra al potere ed è così. La rovina d’Italia, le Trenta miserie d’Italia, il finale, grazie a Davide Nota ripubblicato a parte, quelle duecento copie, è l’eredità di Roversi, un’eredità purtroppo tragica del Paese. Non solo di una storia tragica, ma di un presente anche molto tragico, molto poco umoristico, molto poco ironico. Un presente di guerre e conculcazione economica continua delle masse, di emarginazione. Stanotte mi sono addormentato con la parola negrieri, è una parola da riusare, questi sono come i negrieri di un tempo, emarginatori seriali, la politica che viene fatta da tutto il mondo contro i migranti, ha un equivalente con il vecchio razzismo novecentesco in maniera formidabile. Una volta c’erano i negrieri e oggi in una nuova forma edulcorata, con i guanti bianchi, con le televisioni che descrivono il tutto come qualcosa di normale, quando invece non è normale per niente deportare le persone in catene, che poi non hanno commesso reati, sono soltanto delle persone arrivate in Europa. Il presente è così vorticosamente fenomenale, che Le descrizioni in atto sono un titolo formidabile. Anche L’Italia sepolta sotto la neve, come avevo detto nella mia recensione sull’Unità, sepolta sotto le iene, per assonanza. Il fatto che negli anni cinquanta in America c’è stato il maccartismo, il senatore McCarthy che incarcerava tutta Hollywood perché dicevano comunisti, allora tutti gli sceneggiatori processati, Miller il commediografo che ha sposato Marilyn Monroe processato. Il maccartismo si rivolgeva agli omossessuali soprattutto e ai comunisti, adesso si rivolge ai cittadini americani che la pensano in un altro modo, che sono democratici neanche comunisti. Intervengono sulle università per bloccare i corsi o gli studenti sui contenuti, sulla libertà d’insegnamento. Il maccartismo era l’interdizione comunista, ma adesso siamo arrivati all’interdizione democratica, una cosa più grave. C’è un’eredità del maccartismo che è arrivata al trumpismo, quello che dà fastidio è la cultura democratica progressista. Il grande vampiro è Trump, c’è la restaurazione. Come dopo il 1848 c’è stata la restaurazione e ci sono state due guerre mondiali, dopo il ’68 c’è stato mezzo secolo di restaurazione che è arrivata al culmine adesso. Te li vedi tutti quei ragazzi che stavano a Woodstock che cantavano, chi se lo sarebbe mai immaginato che da Woodstock si sarebbe arrivati ai raduni di Oklahoma di Trump. È un percorso anche veramente molto breve di anni. Fare una tesi oggi su Roversi, significherebbe descrivere il mondo in atto di oggi e cominciare seriamente dal contesto, per descrivere bene un testo come quello di Roversi di qualche decennio fa, bisogna descrivere il contesto. Come entra in questo contesto Roversi o “Officina” o l’eredità di Pasolini e di Sciascia o della poesia impegnata. Tutta la deviazione della storia italiana che incomincia con il delitto Moro, anzi non comincia continua, perché la prima grande deviazione fu Mattei. La cosa paradossale è che questi della destra hanno ripreso delle parole che la sinistra non si è mai sognata di riprendere, mistificando tutto, perché loro dicono il “Piano Mattei”, però non spiegano come è stato assassinato, chi c’era dietro, quale è stato il complotto anglo-americano per far fuori Mattei, facendo esplodere l’aereo. Allora l’autonomia petrolifera dell’Italia con Mattei via, l’autonomia e la libertà e l’indipendenza politica, cioè il fatto che i comunisti fossero tirati dentro al governo italiano, con la fine di Moro via, e l’indipendenza culturale con Pasolini via. Le tre cose fondamentali l’economia, la politica e la cultura smantellate, facendo fuori tre persone. Sarà una fissa, un tormento, però secondo me, ha dei riscontri realissimi. Lo smemorialismo porta loro ad appropriarsi di cose che non sono loro. Mafia e fascisti sono stati tutti dietro a questi delitti, tutti dietro ai loro colleghi amici. Adesso questa cosa qui è al governo. Loro chiamano “Piano Mattei”, alla sinistra non è mai venuta in mente, incredibile. L’ultima volta sui fori imperiali “la via italiana”, ma scusa era Palmiro Togliatti, la via italiana al socialismo, si stanno appropriando di tutti gli slogan della storia della sinistra. Stanno manipolando tutta la storia, culturale anche, non c’è una resistenza a questo, non c’è un’attenzione. Nessuno fa una critica anche della terminologia e di quello che stanno facendo. Fai bene a fare la tesi su Roversi, perché fare la tesi su Roversi è fare la tesi sul presente. Anzi te la dico con lui, sul passato-presente. Viene da una terminologia gramsciana il passato-presente, ma anche da Proust. Proust ha parlato tanto della guerra, chiaramente la prima guerra mondiale, c’è tutto il libro Sodoma e Gomorra, ma anche quello dopo. Il tema della guerra, di come i giornali ne hanno parlato, di come lui ne ha parlato, il tema delle barbarie dentro l’alta società francese. Cioè il tema del passato-presente è il tema de La Recherche, un tema lirico perché noi siamo il nostro passato-presente, cioè il bambino che era Stefanino di tre o quattro anni, che guardava l’erba da vicino, o Giannino che ero io, che guardavo dal basso non come adesso che faccio l’aereo che guardo dall’alto, ma stavo vicino alle cose. Io quei ricordi li ho nello sguardo, nella prossemica, noi l’abbiamo il passato-presente dentro di noi. È un tema lirico incredibile, ma è un tema storico incredibile. Ecco il messaggio più importante, non dividiamo la poesia impegnata dalla poesia intima o dalla poesia squisita, perché se è poesia ha tutto dentro. Ha il tema lirico, ha il tema intimo, ha il tema interiore, ha il tema del cuore, ha il tema dell’utopia, ha il tema della Storia. Come in Leopardi o in Dante si tiene tutto. Dante ha fatto tre cantiche, perché ci sono tre livelli della realtà. Se tutti si consultano solo sul livello paradisiaco come va di moda oggi, sul sublime, allora non si va da nessuna parte. La poesia ha la responsabilità di comprendere tutti i livelli della realtà, compresi l’infernale e il purgatoriale, non escludendone nessuno, quindi è ridicolo parlare di poesia civile o impegnata, si deve parlare di poesia plenaria, che tiene insieme tutto, se è grande poesia, vera poesia. Se no, siamo in un altro ambito. (…e domani è il 25 aprile 2025)
[1] L’intervista correda, in appendice, la tesi di laurea di Stefano Sanchini: “Il bell’agire”. Roberto Roversi, il poeta del fare, discussa, nell’a.a. 2024-2025, con ilrelatore prof. Salvatore Ritrovato, e il correlatore prof. Alberto Fraccacreta(Laurea in Filosofia, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo). Il titolodell’intervista richiama la preziosa intervista di Gianni D’Elia a RobertoRoversi, apparsa nel numero 10 della rivista «Lengua» (1990), per esplicitareuna continuità tra generazioni, di una conversazione che non può e non devefinire.
TARGHE. Officina Roversi
Sabato 29 novembre 2025, ore 20.30
Teatro Testoni Ragazzi
Via Giacomo Matteotti, 16
Bologna
TARGHE. Officina Roversi
Uno sguardo autentico sulle nuove poetiche della canzone d’Autore e della Poesia.
Le Targhe Officina Roversi 2025 saranno consegnate a tre artisti che, con il loro lavoro, continuano a dare voce a nuove forme di espressione e consapevolezza:
Mariapia Crisafulli
Ludovica Pasca
Nino Scaffidi.
Per il loro impegno nella formazione, nella valorizzazione delle nuove poetiche d’autore e nella promozione di linguaggi capaci di incidere profondamente sul nostro tempo, riceveranno le Targhe Anser anser:
Emma Nolde
Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini
il collettivo Wu Ming.
La serata sarà impreziosita dagli interventi di artisti e sostenitori di Officina Roversi, figure centrali del panorama culturale nazionale per un viaggio di parole, musica e poesia.

Roversi partigiano. Una resistenza prolungata nel tempo
Sabato 13 aprile 2024, ore 17
Villa Smeraldi
Museo della Civiltà Contadina
Bentivoglio
Roversi partigiano. Una resistenza prolungata nel tempo
Riflessioni e dialoghi sui valori della Resistenza attraverso le parole e le immagini del poeta

Tieni per te un pertugio di libertà
Venerdì 1 dicembre 2023, ore 10.30
CUT – Centro Universitario Teatrale
Piazza Università, 13 – Catania
Tieni per te un pertugio di libertà
Programma in occasione del centenario di Roberto Roversi
Interventi di
Fabio Moliterni (Università del Salento)
Jacopo Tomatis (Università di Torino)
Simona Scattina (Università di Catania)
Antonio Bagnoli (Editore)
Modera
Giuseppe Palazzolo (Università di Catania)
Con una testimonianza di
Federico Ristagno
Scrivere per cambiare il mondo…
Venerdì 1 dicembre 2023, ore 18
Auditorium Le Scuole
via Rizzoli, 2 – Pieve di Cento
Scrivere per cambiare il mondo…
I versi di Roberto Roversi nel centenario della nascita
Reading poetico con
Mattia Fontanella | Maria Gervasio | Salvatore Jemma
Maurizio Maldini | Mino Petazzini | Jean Robaey
Intermezzo musicale a cura di
Francesco Guarino
Ingresso gratuito

Proiezione del docufilm "La macchia d'inchiostro"
Martedì 14 novembre, ore 17.30
Biblioteca Salaborsa, Auditorium Biagi
Piazza Nettuno, 3 – Bologna
Introduzione con letture dal volume Libri e contro il tarlo inimico

Il "Seme del fuoco": L’opera poetica di Roberto Roversi
Dopo Campoformio
Scomparvero nelle piramidi di fuoco.
Quel tempo sporcò di melma le mani
dei sopravvissuti, dai gelidi cancelli
precipitarono ancora ancora
le mandrie nei macelli –
belare straziava la lama dei coltelli
in mano ai giovani carnefici.
Non è questo che voglio: ricordare.
No ritornare a quei lontani
anni, a quei tempi lontani.
I cani erano più felici degli uomini.
I miei versi sono fogli gettati
sopra la terra dei morti.
È oggi che dobbiamo contrastare1.
Questo passo celebre è tratto dall’opera di Roberto Roversi Dopo Campoformio. Si possono cogliere i momenti centrali della poetica dell’intellettuale bolognese. La poesia come mezzo di contrasto nei confronti della realtà alienata, ma anche di lettura della realtà stratificata di quegli anni, dei tempi cui risalgono le poesie di Dopo Campoformio. La necessità, ma al tempo stesso la libertà di ricordare. Il contrasto tra memoria e azione, tra ricordare e contrastare, tra ieri e oggi. Il dolore che non passa né può passare della memoria dei lager:
mai fu così prossima la fine.
Non ha più senso toccare le pietre,
l’attesa, il turbine, la tempesta
spezzano non foglie morte ma le cime
degli alberi, la terra;
è troppo tardi2.
La poesia come resistenza, come dovere inappuntabile di resistere ad una realtà che, ancora una volta, delude ed è pronta a deludere qualora si abbassi la guardia. Ma la poesia sta vivendo per Roversi una nuova ed estrema situazione di difficoltà, silenziata o resa inoffensiva dall’industria culturale di massa, in tempi veramente cupi, duri, schematici che non ci hanno emancipato da quegli altri tempi in cui “i cani erano più felici degli uomini”. E ancora la volontà di non gettare la memoria dei morti, le risonanze della guerra terribile che si era combattuta sul suolo d’Italia, nel Vecchio continente. Nel mondo. Furono quelli dei Cinquanta gli anni in cui il poeta raggiunse la sua piena maturità un suo stile inconfondibile e personale dentro ad una concezione alta, in senso etico, e precisa della poesia elaborata a partire, come si diceva dianzi, dalla metà degli anni Cinquanta nell’ambito di un discorso “strutturale” e strategico emerso anche all’interno della rivista «Officina». Essa condusse: «una battaglia su due fronti: da un lato sottopone a revisione la tradizione ermetico – novecentesca e la connessa concezione dell’uomo e dell’artista, dall’altro sottolineò i limiti di “un facile impegno, incanalato in rigidi schematismi e incapace di costituire un’alternativa accettabile” (M. Marchi). Da qui il rifiuto del neorealismo e delle posizioni ideologiche che lo avevano sostenuto»3.
Officina godeva di una convergenza, tra gli altri, di tre poeti di antica e liceale frequentazione: Leonetti, Pasolini e Roversi, i quali furono anche compagni di classe, appunto, al Liceo Classico Galvani di Bologna. Certamente poi la vita e le sorti personali dei tre autori li portarono in luoghi diversi, ma tra loro vi fu sempre una certa vicinanza e una sostanziale affinità elettiva. Si può sicuramente sostenere che Dopo Campoformio fu la risposta di Roversi, quasi il completamento, a Le Ceneri di Gramsci di Pasolini. Entrambe le opere venivano a confrontarsi con il clima piuttosto chiuso e conformista degli anni Cinquanta sia in Italia sia nel mondo dominati dalle rigide contrapposizioni imposte dalla Guerra Fredda, dalla tragedia di Ungheria, le violenze neofasciste in Italia, il Maccartismo negli USA, la sporca guerra di Algeria, e, a Bologna, portando il discorso sul locale, il confronto tra Dozza e Dossetti per il ruolo di sindaco, per citare alcuni eventi centrali di quegli anni dei quali Roversi ebbe a scrivere:
Mai anni peggiori
di questi che noi viviamo,
né stagione più vile
coprì di rossore la fronte asciutta italiana;
cadavere fulminato
giace essa riversa sull’erba di una trazzera.
Così la sera del nostro vivere umano
quando la morte sprofonda nel fuoco della gola
e resta poca gente sola,
a vegliare con gli occhi asciutti e a ricordare…4
Trovano qui spazio l’indignazione, la rabbia, la tenerezza virile del grande poeta emiliano che non esita a paragonare il Paese ad un cadavere fulminato mentre la morte sprofonda nel fuoco della gola. La metafora eraclitea del fuoco ritorna in più sensi ed è convulsamente, quanto lucidamente, dentro l’opera del grande maestro bolognese. Il fuoco che invera e distrugge, alcuni libera altri domina, il fuoco di una crisi culturale che non si vuole dire. Il fuoco che produce un seme, la poesia che arde sulla pagina del poeta, nella vita del poeta, un fuoco che non consuma, o meglio, consuma producendo. Il fuoco che urla dentro il vetro antiproiettile di una crisi storica, morale e civile che attanaglia il Paese nostro negli anni Cinquanta e inizio dei Sessanta.
«Non si tratta di una crisi circoscritta al piano della prassi politica o della ideologia…ma di una crisi di più vasta proporzione culturale (è il cosiddetto “marxismo critico”) che investe anche la critica letteraria e la concezione dell’arte. Ossia: attraverso un intenso dibattito – pur se limitato agli addetti ai lavori – condotto soprattutto su riviste… si coglie… la volontà di tentare metodologie nuove»5.
Erano questi gli anni in cui si frantumò il sodalizio tra Sartre a Camus. Il primo filosovietico per scelta, il secondo fautore di un pensiero meridiano per vocazione. Un periodo contrassegnato dalla difficile ricostruzione, certamente caldeggiata a tutti i livelli, ma difficile; un periodo indurito da una globale resa dei conti tra le due grandi potenze e le loro antitesi potentemente dispiegate sul globo. USA e URSS e il mondo diviso. Furono gli anni in cui si spense la grande voce di Brecht, essenziale e imprescindibile riferimento per il gruppo di «Officina». Come non risentire nei versi sopra riportati l’eco del passo di Brecht:
Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.
Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza6.
La lunga citazione dal drammaturgo di Augsburg mette in risalto l’affinità con i temi roversiani e pasoliniani. In particolare l’ossessione per il buio del presente e la luce, forse, del futuro. Appunto “coloro che verranno”. Il bisogno di ricordare. Ma ricordare chi o cosa e come? Ricordare i morti, fare sì che la luce dell’esperienza maturata e sofferta li illumini. Non che la loro storia illumini noi, ma che la nostra esperienza, la nostra elaborazione del vivere illumini loro e tutto ciò che con essi rivive in noi. Si tratta di un passaggio decisivo e fondamentale per ogni civiltà. È il delicatissimo momento della trasmissione culturale che ai nostri autori appare a un bivio, minacciata dai tetri quanto accecanti meccanismi dell’industria culturale di massa. Minacciata dall’oblio che, per Pasolini soprattutto, noi sentiamo nel profondo delle viscere, un buio caldeggiato e profuso dal “paterno stato traditore”, un buio che dal fascismo getta le sue ombre sinistre sulla fragile democrazia del Dopoguerra, o, per Roversi, del Dopo Campoformio, il buio di anni roventi buttati nel fuoco della gola, un fuoco senza frutto parafrasando ancora una volta Canetti. È quel buio accecante delle ruspe che costruiscono la Roma Nuova delle borgate pasoliniane, della meglio gioventù, quella steppa dell’essere dove il lupo si mostra come l’agnello sacrificale del progresso, dove la questione ecologica già bussa alle orecchie dei più attenti. Quella dimensione del sottoproletariato dei “ragazzi di vita” per i quali non c’è spazio nella Storia, nemmeno in un ordine nuovo come quello gramsciano. La figura di Gramsci è centrale sia per Roversi che, lapalissianamente, per Pasolini.
L’importanza del pensatore sardo è naturalmente immensa, come venne definito: “un monumento umano e letterario”. Anche fondamentale all’interno del mondo marxiano per la sua capacità, derivante dal suo genio e dalla intuizione di voler tracciare una via umanistica della prassi, di alleggerire ed elasticizzare il rapporto tra struttura e sovrastruttura, tra ordine economico e dimensione culturale, comprendendo come vi sia una sofferta osmosi tra le due dimensioni, non certo una riproposizione mascherata del classico dualismo cartesiano a rovescio. Gramsci cercò con lucido furore e limpida partigianeria di ripulire l’ontologia marxiana da ogni automatismo meccanicistico derivante soprattutto dalla tradizione positivista che si era mescolata al socialismo degli anni epici tra Otto e Novecento. «…la struttura e le superstrutture formano un “blocco storico”»7 scriveva Gramsci nei Quaderni. Renato Zangheri ricordo faceva notare che Gramsci respingeva ogni rapporto deterministico tra struttura e soprastruttura, tra di esse non vi è un nesso semplice di causa ed effetto. C’è al contrario, una reciprocità necessaria, “reciprocità che è appunto il processo dialettico reale8”. In una simile impostazione quale ruolo assume l’arte? Quale il ruolo dell’artista, dell’intellettuale? Gramsci non intende l’arte, la poesia, quale pura arte di rispecchiamento, cosa che invece farà Lukacs nella sua Estetica concependo l’arte in senso ortodosso in chiave marxista come fotografia del mondo vero, non di quello apparente e illusorio dei romanzi borghesi. Gramsci vuole andare oltre. Negli anni durissimi del carcere matura l’idea, centrale nel suo pensiero, che l’arte porti con sì una matrice liberatoria e rivoluzionaria, che possa trascinare con sé popoli e genti, che possa cambiare un’anima se e quando non sia espressione di un’anima sola, di quella classica dell’intellettuale italiano, quanto orientata verso le masse. Occorre per Gramsci registrare che il mondo moderno è una noce spaccata dalla crisi che è nella sua stessa matrice. Ecco come Gramsci la legge: «L’aspetto della crisi moderna che viene lamentato come “ondata di materialismo” è collegato con ciò che si chiama “crisi d’autorità”. Se la classe dominante ha perduto il consenso, cioè non è più “dirigente”, ma unicamente “dominante”… ciò appunto significa che le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano, ecc…»9.
In questo disincanto delle masse l’arte, l’artista, l’intellettuale hanno avuto un ruolo funzionale. Ovvero? Quella di contribuire alla formazione di una coscienza sociale delle masse. La coscienza si forma dalla memoria di ciò che è stato per arrivare alla coscienza appunto di ciò che è e potrebbe in futuro diventare. Questa è la luce volta vero il passato, ma per un altro presente, E per farlo occorre nell’era contemporanea essere, l’intellettuale, costruttore di una via “nazionale” della Letteratura, non una funzione del potere universale – cattolico, ma di quello particolare e protestante, di formare o contribuire a farlo una coscienza nazionale. In questo l’Italia ha mancato. Il ruolo dei suoi intellettuali, seppure in alcuni non rari casi, giganti dello spirito umano, è stato quello di rafforzare con le loro opere encomiastiche, i poteri locali e frammentati, è stato quello di avere una funzione universale e non nazionale, cattolica e non protestante, trascurando il loro tempo. Essi hanno preferito dipingere la Donna piuttosto che le donne, l’Uomo piuttosto che gli uomini, la Vita piuttosto che le vite, la Morte piuttosto che le morti e così via. L’intellettuale per Gramsci, o meglio l’intellettuale nuovo, “organico”, non può essere ciò. Anzi ha il preciso compito di essere il contrario. Non è un oltreuomo o un superuomo ennesima versione dell’individuo eccezionale che da Platone in poi ha ossessionato la cultura dell’occidente. È forse, alla Lenin, l’avanguardia della rivoluzione culturale, colui o colei o coloro che sapranno mettere in risalto le contraddizioni dell’esistere e della prassi in costante divenire, movimento e trasformazione, sapendo che tra cultura alta e cultura popolare esiste ancora un solco e un muro. Guai ai muri guai ai solchi. Sapendo che il proletariato e le masse sono impedite o quasi all’accesso al mondo culturale “alto” e lo subiscono. Ne devono diventare protagonisti/e per una vera concezione umanistica della prassi.
«Mi pare che il Rinascimento sia la fase culminate moderna della “funzione internazionale degli intellettuali italiani”, e che perciò esso non abbia avuto rispondenza nella coscienza nazionale che è stata dominata e continua ad essere dominata dalla Controriforma… È in fondo lo stesso fenomeno generale del trasformismo… scarsa aderenza delle classi al popolo… i giovani si avvicinano al popolo; nelle crisi di svolta questi giovani ritornano alla loro classe (così è avvenuto per i sindacalisti – nazionalisti e per i fascisti)»10.
Così Pasolini:
L’intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione, […]
Io muoio, ed anche questo mi nuoce11.
[…]
Straordinaria quanto attivante e ruggente, fragile e feconda debolezza, nudità cristica di Pasolini nel delineare un “carattere” degli Italiani, nello spreco, così profetico, della loro intelligenza. Nell’incapacità puerile e strutturale insieme di non addivenire mai ad un giudizio netto, nemmeno scrive il poeta, “sul sangue dei lager”. Nemmeno lì. Mai. Sempre e solo l’individuale saggezza che a nulla porta se non alla furbizia del qui ed ora, all’individualismo più sciocco e banale, all’indifferenza che ferisce tacendo.
Pasolini e Roversi si trovano dunque a misurarsi con la lezione di Gramsci in una situazione internazionale, come si diceva, segnata dai tristi fatti di Ungheria, dalla denuncia dei crimini di Stalin, dal maccartismo e dalla situazione del ritorno in auge del fascismo in Italia come denuncerà lo stesso Pasolini ne le ceneri di Gramsci. Ma si devono misurare anche con le reticenze del PCI, le posizioni togliattiane e del partito comunista italiano. Con il superamento, soprattutto in Pasolini, del bipolarimo Est-Ovest, con la sua apertura verso il mondo altro, l’Africa in primis; e in Roversi con il suo interesse per la filosofia analitica, la dimensione del superamento dell’informale. In ogni caso resta centrale la questione del passato. Di coloro che diedero la vita per un altro mondo possibile. Dei morti, appunto. Per salvare la memoria e il suo grande dolore occorre una luce particolare. Solo così si potranno salvare i morti e non morire due volte. La luce risponde alla domanda del come ricordare e risponde alla feroce quanto inerme domanda di Pasolini in Le Ceneri di Gramsci:
lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro di te, con te nel cuore,
il luce, contro te nelle buie viscere;
…Ma io, con il cuore cosciente
di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare
se so che la nostra storia è finita?12
Centrale è qui, manco a dirlo, il rapporto con il pensiero e la figura di Gramsci. Pasolini si sente attraversato dallo scandalo della contraddizione. Afferma di essere con Gramsci nel cuore, ovvero dal punto di vista del sentimento, ma anche dell’esprit pascaliano de finesse. Cuore come pensiero, come affetto e legame, anche come ideologia nel senso pieno e vero del termine. Ma al tempo stesso nelle viscere, dentro la passione, Pasolini si scopre contro di lui. Poiché nel pensiero politico del grande rivoluzionario sardo non c’è posto per il sottoproletariato urbano italico o di qualsiasi altra città d’Europa, ma nemmeno per quel mondo extraeuropeo che la sporca guerra di Algeria stava mostrando con estrema spietatezza e verità. Per i “dannati della terra” citando Fanon non c’è posto nell’ideologia anche di Gramsci. Pasolini si sente vicino a loro, ha anticipato il grande tema, il grande problema della globalizzazione. Il problema della globalizzazione e della televisione, dei meccanismi della comunicazione di massa. I problemi connessi con la democrazia e tali ambiti. Tutto appare a Pasolini superato eppure resta quell’eterna vita che scopre nel finire dei giorni in quella Roma magistralmente descritta nei versi de Le ceneri di Gramsci. Pasolini sente di essere attraversato da un’altra contraddizione, quella tra storia e vita. Una contraddizione quasi dal sapore nietzscheano, tra vitalismo disperato e senso della tradizione, valore e valori estremi del passato. Pasolini stesso si dichiara figlio inchiodato alla tradizione. Solo in essa riposa e risiede il suo amore. Da questo punto di vista il laico Roversi è meno disperato, meno straziato del cattolico Pasolini. Roversi ha fatto la Resistenza, Pasolini ha subito la Resistenza. Morì infatti in un agguato fratricida durante la guerra di Liberazione Guido Pasolini il fratello maggiore di Pier Paolo. Roversi è ferocemente indignato, usa l’indignazione come chiave interpretativa di tutto l’essere andando oltre al chiaro disamore pavesiano. Anche Roversi è impegnato a modificare il ruolo dell’intellettuale, dell’artista, del poeta. È impegnato a pensare tale attività in una dimensione nuova, più intrecciata e “compromessa” alla e con la prassi. Ritengo che vi siano certe connessioni tra l’opera di Roversi in questi anni e quella della generazione degli arrabbiati in Gran Bretagna sempre negli anni Cinquanta. In particolare con Ricorda con rabbia, l’opera simbolo della generazione degli arrabbiati, di Osborne. Ma anche relazioni con Harold Pinter e il suo pacifismo attivo e arrabbiato.
GUERRA
guerra, guerra, guerra
il mostro giallo
la divoratrice di anime
e corpi.
(Traduzione di Christian Raimo)13.
La rabbia è una condizione fondamentale della poesia di Roversi. Lo è anche per un altro cofondatore di Officina e in quegli anni compagno di strada di Roversi, Francesco Leonetti, il quale poi sceglierà l’incrocio con la neoavanguardia del Gruppo ’63. Segue qui un passo da una lirica (1959) del poeta cosentino.
e si geme, si tace…
Immerso lasciami
in questo nulla,
tu non chiamarmi, non strapparmi il sonno;
il sonno che completa il giorno, offrendo
alla sconfitta
che soffriamo, silenzio14.
Qui la rabbia è dentro una dialettica positiva tra l’io e il pianeta, simile a quella di Roversi e della generazione degli arrabbiati inglesi. Ma quella rabbia roversiana ha un suo specifico timbro. Essa è, anche, dovuta a un tradimento. Per l’ex giacobino protagonista de Dopo Campoformio, è la rabbia dell’Italia svenduta, della rivoluzione tradita, del Risorgimento incompiuto, della Resistenza annacquata sporcata con la continuità palese tra repubblica e regime fascista almeno nelle persone con un ruolo importante nello stato e nella funzione pubblica appunto. La mancanza di una resa dei conti con il passato tormenta l’uomo e il poeta Roversi. Si pensi alla tragedia del Vajont, simbolo dell’incuria e della cieca dedizione al progresso.
È l’Italia delle cose eterne come diceva il grande Schifano, l’Italia che non riesce a congedarsi dal suo congedo parafrasando Adorno, non fa passare il suo passato. Che, freudianamente, ritorna e rituona. Fa male. Le scoperte contraddizioni del rapporto di sfruttamento tra il Nord e il Sud del paese, i disastri ambientali già in atto, la disattenzione criminale per l’ambiente e verso l’ambiente, le grandi opere “sviluppiste”, il silenzio dell’arte e della letteratura, il basso volo della politica. Sono alcuni dei grandi temi gramsciani.
Da questo punto di vista il rapporto con il pensiero gramsciano è da parte del poeta bolognese più lineare rispetto a quello del suo amico Pier Paolo Pasolini. Gramsci ha capito, secondo Roversi, alla perfezione quali sono le malattie dell’Italia: il ruolo deleterio degli intellettuali, il trasformismo, “l’eternità” del problema Nord/Sud che sarà anche un problema mondiale e in questo Roversi e Pasolini convergono, oltre alla mancanza di una resa dei conti con il passato nero del fascismo, della dittatura nazifascista. Ma è anche una rabbia per la perdita di senso dell’identità e dei valori della civiltà contadina senza che la città degli anni Sessanta possa offrire un’alternativa seria e “progressiva”, anzi Roversi rivede riaffiorare potentemente la perdurante antitesi città / campagna basso continuo della storia d’Italia e d’Europa. Inoltre rabbia per lo sfruttamento deliberato e sconsiderato della natura, il prefigurarsi della questione ecologica così potente nei versi di pianura padana che qui si propongono:
il Po nasce da una costola
del Monviso incoronato dai venti.
Il bigio monte sassoso
scarse vene possiede, ha un arido cuore,
ma sotto un’ombra sperduta
da meandri oscuri a canali
di misero contrabbando.
Dal silenzio e nell’oro
con un gemito a tutti sconosciuto
balza ogni giorno con testa di toro
e tocca le gazzelle ciminiere,
le baracche, le grotte,
i valloni delle tristi periferie
impalliditi all’ombradialte
eriche quiete.
Salutano il gelo delle fonti,
le nebbie, gli schianti
dei rami calpestati, lo sgomento
della brughiera nella galaverna.
Fra queste schiere, opposte
acque furenti, il grande fiume va:
nate dai laghi, sciabordanti tese
o sporche di melma, coi relitti
precipiti dai colli d’appennino,
nel silenzio di terre desolate
dove la gente italiana stenta.
Mela spaccata, la pianura
da monte a mare e preda del fiume
che ronfa nella spenta
bellezza della notte,
…le donne cariche di estati
imprecano ai vecchi tremolanti
nel sole, a vivere ostinati.
Scema la terra, l’acqua arriccia il pelo
in un brivido pieno di sterpaglia
mentre nubi s’ammassano al riparo
di cancellate e di torri;
I carrelli sospesi ai fili lucidi
gocciano miele15.
La rabbia si diceva per la Resistenza tradita, ma anche l’amore per quella vicenda di grande riscatto etico dell’Italia:
Ricordate
ricordateci
noi che la libertà
l’abbiamo inseguita
camminando sul fuoco
noi falciati
sotto cieli violenti di guerra
Ricordateci
ricordate
braci accese sono le vostre vite
per la luce dei vostri pensieri
e per nuove speranze.
Ecco la luce! A cosa serve la luce. Ricordare, ovvero la luce dei pensieri, per nuove speranze. Dentro una visione aperta e libera della vita per la quale uomini e donne come Roversi hanno combattuto, ma anche il richiamo a noi posteri, a coloro che sono venuti dopo di non dimenticare perché come scrisse Benjamin: «Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall’idea che neppure i morti saranno al sicuro da nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere»16.
È quel nemico che brechtianamente si trova ancora alla nostra testa. È il nemico che inquina la speranza, che le toglie il vento sotto le suole parafrasando Hoelderlin. Quel principio speranza così profondamente blochiano e benjaminiano. Messianico ma senza certezza di una meta. Roversi è con loro, si potrebbe definire, come lo stesso Piero Sraffa si autodefinì, “un comunista senza partito”. Consapevole che non esiste più un soggetto politico che possa incarnare la speranza e il suo inverarsi, ma che tale soggetto o meglio, tale pluralità di soggetti, vada continuamente cercata. Immer wieder di husserliana memoria. Il nemico è l’indifferenza e il sistema degli indifferenti, la logica dell’indifferenza e la pax commerciale che Roversi denuncerà più volte e magistralmente in La bomba di Hiroshima. La falsa pace della guerra fredda, il nucleare che paventa l’autodistruttività umana, la distruzione dell’umanesimo più avanzato, la distruzione della natura, la mercificazione della vita sotto l’egida del capitalismo. Ed ecco ancora la limpida, accentuata, virile, sofferta voce di Roberto Roversi:
…poi è arrivato aprile
uno prendeva il fucile
saliva sulla montagna
e la montagna era lì che aspettava
un altro prendeva il fucile
andava per la pianura
anche la pianura aspettava
e non aveva pietà
nella città era fuoco
terribile rosso il tramonto
il fuoco bruciava le case
e non aveva pietà
giovani cadevano morti
fra l’erba senza colore
pendevano morti dai rami
spezzati come poveri cani
i mesi gli anni passavano
i giorni non davano tregua
un mitra stretto nel pugno
pianura montagna città
poi è arrivato un aprile
sangue di sole e di rose
come un vulcano che esplode
ha gridato libertà17.
Quello che importa, soprattutto per Roversi, credo, debba essere il fatto che la Resistenza non sia da individuare solo in quel frangente storico ben delimitato del Novecento italiano, ma sia una sorta di categoria dello spirito, che abbia la Resistenza una dimensione etica, una stoffa etica da indossare sempre nei momenti in cui si è chiamati alla responsabilità. In questo si riscontrano affinità con la grande opera di Alfonso Gatto dedicata alla Resistenza, La storia delle vittime, del 1966, con commossa dedica a Vittorini e con sottotitolo “Poesie della Resistenza”:
L’alba è già scesa sui capelli biondi
dei ragazzi che avanzano in cielo
e commemorando Eugenio Curiel:
da morto ci indicava
la grande strada della primavera.
«…ne La storia delle vittime il principio “resistenziale”, si dilaterà più che mai, in un comporsi degli episodi vissuti dal poeta in prima persona con altri eventi . Qualcuno enorme, come l’esplosione atomica su Hiroshima, che moltiplicò a dismisura il numero delle “vittime”»18.
Il valore unificante della Resistenza sta nella sua unicità, nel suo potere di riscatto morale, nel suo essere una conditio sine qua non della vita nazionale e repubblicana, nel divenire un cartello che indica la via, la luce di nuove speranze tratta dal fuoco di quegli anni terribili. Per questo ho preso a prestito il titolo da una parafrasi canettiana, il germe del fuoco, allo scopo di riassumere in un’immagine mobile la forma informale della poesia di Roversi, della sua opera.
In merito alla Resistenza alla quale Roversi prese parte, possiamo dire che a vent’anni, nel ’43, partecipò alla lotta di Liberazione in Piemonte e il marchio del fuoco rimase sempre, in senso ovviamente figurato, nella sua poesia. Egli fu un grandissimo intellettuale antifascista, per il quale l’antifascismo, radicato nella nostra Costituzione, è stato fondativo di tutta la sua opera e del suo essere un vero maestro. L’antifascismo di Roversi, che si coglie nell’estrema ricerca della libertà, nell’adesione all’ideale del socialismo, nella passione per la giustizia sociale, nella denuncia delle storture di una società spietata e consumista, nella critica di una politica non più all’altezza del suo compito, è stato la bussola che ha diretto la sua navigazione nel mare aperto della vita. Di Roversi ha scritto mirabilmente Franco Fortini, a proposito di Dopo Campoformio:
«Apro qua e là questo libro, quasi esitando sulle ultime pagine dei poemetti, le più ardue, di una deliberata architettura post-informale; ritrovo versi, passi, che non si dimenticano. Se non è poesia questa. D’altronde, Roversi ha diritto ad altre parole che queste mie»19.
Dal punto di vista della forma, della struttura, il Roversi in questa opera passa attraverso una matrice davvero post-informale, soprattutto nella parte finale, la più ardua, stilisticamente, dell’opera. Si tratta di un linguaggio fortemente stratificato, densissimo e bruciante, incalzante con un furore ritmico e umano che concede rare pause. Il lirismo di Roversi, che pure è tesissimo e commovente, così di stampo anche espressionista e lacerato quanto lacerante, si apre a delle dolcezze piane, con rime incastonate dentro il corpo del verso, con puntuale precisione (reminiscenza di Saba?!…) senza l’ausilio in genere di congiunzioni, con un uso limitato della punteggiatura, raro l’uso di pronomi che possano fungere da collegamento sintattico tra i versi, in quanto il loro vero tessuto è semantico. Tra segno e senso, Roversi propende per il secondo. Il non grande, apparentemente, interesse per l’aspetto formale si evince anche con la distanza esistente tra l’intellettuale bolognese, il gruppo di Officina soprattutto Pasolini, e il Gruppo ’63, la neoavanguardia, l’area anceschiana del Verri, così potentemente coinvolta in un’opera di destrutturazione del linguaggio della lirica tradizionale del primo Novecento. Obiettivi simili, ma metodi completamente diversi se non antagonisti tra Officina e il Verri. Per Roversi la questione della poesia moderna è legata ai contenuti. Non si deve tacere ciò di cui non si è mai parlato. Non interessa in primis come lo si dice, ma che cosa si dice del potente rimosso del secolo in atto e di quello prima e dei tempi ancora precedenti. Siccome di ciò è arduo parlare, è arduo scrivere, Roversi si accosta a quella architettura post informale di cui parlerà Fortini in merito, sapientemente costruita.
Fortini prosegue nell’analisi di Dopo Campoformio confermando la sua tesi che si tratta di un testo provocatoriamente post- informale con incursioni nel linguaggio parlato affidate alla voce narrativa del poema, quest’uomo vecchio e indurito dalla vita passata dentro alla scatola chiusa dello Stato della Chiesa, finzione storica che retrodata, l’attualità bruciante della critica roversiana al suo presente . Ma, aggiunge il Fortini già deluso degli anni Ottanta, gli anni in cui ebbe a pubblicare i saggi ivi citati: «…Questa poesia di Roversi mi conferma che né per lui né per me c’è più saggezza»20.
D’altra parte donde veniva “la saggezza” se non dalla passione dell’ideologia?. La passione è rimasta ma contorta, rovente, ritorta verso se stessi, incapace di trovare adeguata scarica nella Storia. Certamente non appare così evidente la perdita di senso del Pasolini de Le ceneri di Gramsci, ma appare comunque forte tale perdita. Ed essa procede col venire meno delle illusioni, quasi parafrasando il revisionista Furet, con la presa di coscienza, “nel cuore”, che una “certa storia è finita”. Resta la personale, incrollabile fede nella speranza, in Roversi, lui così acclimatato in un certo sentire tedesco, quasi alla Bloch, quello del Principio Speranza beninteso, di affidarsi persino ai lacerti ella Storia. Ma quella perdita di senso, quella non più saggezza ruota attorno alla figura di Gramsci. Il vero basso continuo di questa jam session. Il nume tutelare e invero anche l’icona sorpassata, la ratio errabonda, rubando a Colli il titolo famoso dell’opera sua omonima, di una ideologia, quella socialista, in fortissima evidente crisi. Ma lo stesso Gramsci si chiuse negli ultimi suoi due anni in un misterioso e volutamente segreto silenzio conferito a Sraffa come testamento culturale, umano e letterario. Non una resa, no certamente no, ma la scavata ricerca di un’alternativa al predominio dell’industria di tutto e in tutto, l’industria totalitaria. Roversi reagì a tale senso della perdita uscendo dal mondo editoriale, dal lieto colle panoramico della poesia italiana, da quella che egli stesso definiva “una guerra per bande”, ridotta tale dal venire meno di un collante stilistico quanto ideale. Dall’emergere prepotente del narcisismo affermativo del sé al posto del noi, Anzi contro il noi, neppure l’io ma il sé. Così nascono le due grandi poesie di Dopo Campoformio, ovvero Le descrizioni in atto e L’Italia sepolta sotto la neve, quest’ultimo vero poema onnivoro degli ultimi trent’anni di poesia di Roberto Roversi.
L’amore per l’Italia e il disamore per l’Italia, la passione per la storia e la delusione verso di essa, l’amore per la Natura e il velenoso senso di stare per distruggerla attraversano tutta la poesia di Roversi.
L’ultima parola spetta credo al passo magistrale sulla bomba di Hiroshima:
La bomba di Hiroshima
bruciò troncando le ultime parole.
L’ossa calcinate
riverberano il cielo senza fiato.
L’erba per sempre ha il verde rovesciato,
l’albero ha il suo tronco congelato
per sempre, la natura scompare
per sempre, nell’orrore dell’uomo
dentro a un fuoco di morte
[…]
E qua è l’Italia, non si intende, tace,
si compiace di marmi, di pace
avventurosa, di orazioni ufficiali,
di preghiere che esorcizzano i mali.
Ma nel mondo le occasioni perdute
sono i sassi buttati dentro il mare;
[…]
Tutti i morti oramai dimenticati.
Il ventre della speranza è schiacciato
nella polvere da una spada antica;
anni interminabili senza amore,
inchiodano col fuoco alla fatica21.
Il poeta mette il dito sulla piaga della guerra e della ben pasciuta pace, gonfia di retorica ufficiale e ufficializzata che non porta ad alcuna consapevolezza della storia e del proprio destino storico di un cittadino quanto della nazione sua e del mondo intero, della distruzione della natura in atto. L’Italia che si accontenta e gode della sua pace apparente, attraversata da contrasti che anni dopo esploderanno in una conflittualità terroristica e sociale non affatto secondaria. Questa Italia, specchio del mondo, è ivi attaccata dal poeta, non per degradarla, abbatterla, o per malinteso pessimismo, anzi, al contrario, per “svegliarla”, col marchio del fuoco. Riecheggia qui il fuoco, riecheggia Eraclito con la sua polemica contro la polis e i “dormienti”. Ciò che è accaduto con i lager, con i gulag, con la bomba atomica può accadere di nuovo se non sapremo trovare l’antidoto morale, civile e politico infine culturale verso tale sfrenatezza autodistruttiva. Ritorna così la fatica del poeta. Ritorna la rabbia del poeta verso un tempo che non sente suo. Un tempo in cui, “inchiodato col fuoco alla fatica” non vuole smettere di agire, non vuole lasciare la barca/contesto con il suo testo. Dal quale emerge la nuda, aperta chirurgica rabbia data dal riconoscere che in definitiva, per l’Italia, e anche per molta parte dell’Europa, sono due i “Risorgimenti” traditi quello dell’Ottocento e quello della Resistenza e dei partigiani.
NOTE
1 Roversi Roberto, Dopo Campoformio, dal frontespizio, Einaudi, Torino 1965.
2 Ibidem, p. 85.
3 Gulglielmino Salvatore, Guida al Novecento, principato Editore, Milano 19783, p. 378/1.
4 Roversi Roberto, Dopo Campoformio, cit., p. 59.
5 Guglielmino Salvatore, Guida al Novecento, cit., pp. 377-378/1.
6 Brecht Bertolt, A coloro che verranno, 1939.
7 Gramsci Antonio, Leopere, a cura di Antonio A. Santucci, Editori Riuniti, Roma 1997, p. 263.
8 Zangheri Renato, Blocco storico, AA.VV., Antonio Gramsci: Le sue idee nel nostro tempo, Editrice L’Unità, Roma 1987.
9 Gramsci Antonio, Le opere, cit., p. 215.
10 Ibidem, pp. 228-229.
11 Pasolini Pier Paolo, Poesia in forma di rosa, in Bestemmi, volume primo, Garzanti, Milano 1993.
12 Pasolini Pier Paolo, Le poesie, Garzanti, Milano 1976 pp. 73-74, 80.
13 Pinter Harold, dal discorso sul Nobel a margine la poesia proposta.
14 Leonetti Francesco, Sopra una perduta estate, in Poesie scelte 1942- 2001, a cura di Aldo Nove, Editore No Reply s.r.l. 2008, p. 32.
15 Roversi Roberto, Dopo Campofomio, Einaudi, Torino 1965.
16 Benjamin Walter, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino, p. 27.
17 Roversi Roberto, A un amico molto giovane, in dal 25 aprile in poi, a cura della Sovrintendenza scolastica di Trento a.s. 1995/1996, pp. 9-11.
18 Gatto Alfonso, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2005, in Ramat Silvio, introduzione all’op. cit., p. XXVI.
19 Fortini Franco, Saggi Italiani, 1, Garzanti, Milano 1987, p. 152.
20 Ibidem, p. 156.
21 Roversi Roberto, Dopo Campoformio, Einaudi, Torino 1965.
Docufilm La macchia d'inchiostro – Roberto Roversi nella rassegna "Voci della Città"
Martedì 11 luglio, ore 21.30
Porta Pratello
Via Pietralata, 58 – Bologna
Officina Roversi dedica una serata della Rassegna "Voci della Città" alla poetica roversiana
Verrà proiettato il docufilm La macchia d'inchiostro – Roberto Roversi
Il documentario segue una compagnia teatrale di giovani attori amatoriali intenti a portare in scena lo spettacolo omonimo per la prima volta dopo 50 anni. Attraverso le scene dello spettacolo, ricostruite nei luoghi che le ispirarono, il documentario intreccia la storia della Macchia con quella del suo autore, Roberto Roversi.
All'interno, le testimonianze di Stefano Benni, Alessandro Bergonzoni, Gaetano Curreri, Nicola Muschitiello, Salvatore Jemma, Maria Gervasio, Antonio Bagnoli, Matteo Marchesini, Vincenzo Bagnoli, Mattia Fontanella

ZOIS in concerto – (RO)VERSI RITROVATI
Giovedì 29 giugno 2023 ore 21.00
Botanique
Giardini di via Filippo Re, Bologna
ZOIS in concerto
(RO)VERSI RITROVATI
La band bolognese Zois porta sul palco del BOtanique il rock futurista di “Etilene per tutti – (Ro)versi ritrovati”, sette nuove canzoni scritte sugli inediti di uno fra i più grandi poeti del Novecento. A completare il concerto, alcuni capolavori della trilogia Dalla-Roversi, riletti in nuova luce. Una narrazione multimediale in cui si intrecciano musica e poesia, storia di un'epica collaborazione e proiezione futura, personalità artistiche e dimensione umana, istantanee di un'Italia passata, in cui già germoglia l'Italia di oggi. Sullo sfondo le creazioni digitali del visual artist Marco Grassivaro creano un'esperienza immersiva e tridimensionale, per uno spettacolo di grande coinvolgimento e impatto. Dalle canzoni di Dalla-Roversi alle nuove canzoni, il testimone passa e racconta una nuova storia, che è finita, ma continua.
10+1=cento – Roberto Roversi & Officina del giorno dopo
Giovedì 29 giugno 2023 ore 18.30
Anonima Impressori
Via San Carlo 44/a, Bologna
Inaugurazione della mostra
10+1=cento
Roberto Roversi & Officina del giorno dopo
La mostra, allestita in occasione dei cento anni dalla nascita di Roberto Roversi, illustra il rapporto tra il poeta bolognese e "Officina del giorno dopo".
L’esposizione dei materiali si articola in tre momenti: la presentazione dei primi dieci numeri della collana “I Marenghi”, usciti dal marzo 2018 al febbraio 2023 per Officina del giorno dopo; una selezione di materiali che Roberto Roversi ha regalato a Matteo Totaro tra il 2006 e il 2012; un libro realizzato per questa occasione in 45 copie con una poesia inedita di Roberto Roversi ("Chi era Roversi") e un'incisione originale di Sandro Bracchitta.
Apertura mostra 30/06-02/07 – 17.00-20.00


