«Duemila incontri»

Una lettera ampia e argomentata di Renzo Renzi, su le pagine locali di “La Repubblica” del giorno 6 novembre, merita senz’altro di essere ripresa riletta appuntata; portatrice com’è di utili problemi, specifici ma anche generali. Abituati ad ascoltare quotidianamente parole innumerevoli, parlate e scritte, di tanti uomini di potere in riferimento alle necessità sociali di riadattamento, di riordino, di previsione e promozione con l’occhio alla prossima scadenza europeistica, possono sembrare marginali i richiami alle necessità culturali locali, agli obblighi culturali locali elencati in successione nella lettera a cui mi riferisco.

La rivista di cultura “2000 Incontri”, diretta da Renzi e redatta con stimolanti riferimenti problematici via via identificati e indicati; pubblicata per molti anni con contributi comunali e regionali, ha dovuto tacere perché è venuto a mancare l’impegno interessato di queste amministrazioni. Le quali, forse coinvolte e sconvolte dagli impegni previsionali aventi per obiettivo lo sviluppo della città verso una metropoli con correlati necessari utilizzi di migliaia di miliardi, sono ormai disattente per impazienza a tutto ciò che non può essere monetizzato in immediata e rilevante quantità di prestigio; in ritorni rapidi li pubblici consensi. Anche se la rivista diretta da Renzi riusciva a muovere attenzione in direzioni autorevoli, molto autorevoli; e così concorreva con il suo forzo persistente a richiamare attenzione sulla nostra città, sulla sua vita sociale, sui suoi problemi. Questo svilimento nell’attenzione è un segno (agghiacciante) del cambiamento epocale nella conduzione politica degli enti locali, delle amministrazioni comunali in generale.

Allora questa è forse ancora una occasione per tornare a sottoscrivere un pugno di enunciati, anche solo a futura memoria. Perché il sistema ormai trionfante di successive cancellazioni di opere e iniziative non appariscenti, tende a confermare con durezza inevitabile la scelta di campo operativo, di campo culturale, compiuta; e in cui, anche qua da noi, sembra essersi assestata la pubblica amministrazione: l’economia di mercato, economia di profitto; quindi totale redditività di ogni intrapresa, di ogni atto. Magari per compensare, con questo duro aggiornamento, una gestione passata collegata a tolleranze certamente non più accettabili.

Ma passare da un doveroso riordino alla esclusione di qualsiasi ulteriore interessamento per operazioni culturali molto utili: direi, anzi, alla esclusione di qualsiasi ulteriore partecipazione alle iniziative promosse e anche richieste dalla città per un corretto e aggiornato progresso culturale (anche se non collegabili a udienze molto allargate) sembra essere una metodologia da contrastare, non solo come disgustosa ma soprattutto pericolosa. Tanto più, perché si deve constatare che in questo momento la città, a parte un grosso benessere ufficiale ma molto settoriale e tutto da rivedere; e gli smaniosi annunci dei prossimi nubifragi cementizi che coinvolgeranno finanzieri di varia provenienza e già in fregola; non ha molta cacciagione nel carniere delle idee, da cucinare e poi da portare in tavola.

Si sono prosciugati stimoli reali in parecchie direzioni; e, per, esempio, l’attività giovanile di ricerca è appiattita a terra, quasi ribattuta, mortificata.

Il Comune, ormai omologato ai rissosi centri delle tante amministrazioni comunali italiane lacerate da infiniti sfracelli, ha perduto il peso sostanzioso che un tempo aveva di utile e almeno attento riferimento promozionale; sottratto così a una tradizione, fino a pochi anni fa, confortante.

D’altra parte anche il vestito di tutti i giorni, l’autentico vestito non iconografico della città è assai poco azzimato; confermando una scelta gestionale che dirotta altrove l’attenzione, e che non è pigrizia. Basta solo doversi muovere per il centro, ridotto a un bazar e a un parcheggio per veicoli commerciali, allineati con tranquilla arroganza anche contro i portici in piazza Maggiore.

Dentro a questa realtà di cose e di fatti ormai trascelti, può essere legittimato e avere peso reale angustiarsi per la perdita della voce di una rivista mensile che seguiva i problemi e proponeva, spesso anticipandoli, nuovi problemi? A quale referente diretto e responsabile della pubblica amministrazione rivolgere una supplica, come faceva il grande e arrabbiatissimo Courier? A quale magistrato, politico, amministratore che non mandi al diavolo? Li sentiamo giorno e notte ammonire che è finito il regno di Bengodi, e che il solo a cantare adesso (e a giudicare) è il libro mastro. Nessun’altra storia.

Renzi si domanda: dopo quello politico di “Emilia rossa” e quello economico di “modello emiliano”, dovremo trovare altri nomi o basteranno i passati? Stando così le cose, forse la definizione per l’inizio del terzo millennio potrebbe risuonare in questi termini, molto dilatati: l’ultima regione dove è approdata dopo lunga resistenza la legge del denaro come maledizione unica e definitiva, equiparandola alla parte avida del Paese. Quali germi arrechi questo approdo li conosciamo li temiamo, li sentiamo già sulla pelle. Perché cambiano soltanto i vecchi dolori con nuovi dolori, forse ancora più pesanti da sopportare; e destinati a durare.

 

(Nella foto: Il primo numero di «2000 Incontri»).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 186, 15 novembre 1991.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 186, 15 novembre 1991
Letto 2514 volte Ultima modifica il Mercoledì, 15 Maggio 2013 09:11