Super User

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Giovedì, 20 Giugno 2013 17:26

Io non scherzo, perché la storia è vera

Ripeto subito: questa in breve non è una storia inventata, così, tanto per fare (o per dire); batti al computer e vai via difilato. No, è piuttosto una storia (una piccola storia) di parecchi anni fa che mi va di raccontare, proprio adesso che lì fuori cade la neve. La neve. Così fitta e leggiadra che vien voglia di cantare. La neve. Una meraviglia.

Dice: non potresti stare un po’ calmo! Embe’? cade la neve. Dall’alto, tutto grigio, cade la neve, come sempre. Meraviglia sarebbe, bellomio, se dal basso salisse verso l’alto. Questo sì sarebbe uno spettacolo nuovo, non credi?

Azzardo a replicare; un tempo, e parlo soltanto delle mie parti, perché queste solo conosco; dalle mie parti, la neve veniva giù a ira di dio da dicembre a marzo; ed essa, buona cara neve, arrivava anche dentro le case e mica era tanto benedetta; sfondava perfino i tetti. Voglio dire che, da allora, qua la neve non cade più; non è caduta più; né dall’alto né dal basso. Tanto è vero che avendo chiesto “cos’è la neve” a bimbetta o bimbetto, questa risposta è stata data: “È una cosa bianca che non si mangia, perché è sporca”. Niente di meno, niente di più. Hai capito, dunque, cosa intendevo dire?

Neanche mi ascolta, scrolla le spalle e si allontana.

Io proseguo.

La storia vera, quella che vorrei raccontare in breve, se mi ascoltate, comincia con due nomi che sembrano un poco strani o disdicevoli ma che sono, lo giuro, nomi veri; e nomi di ragazzina e ragazzino, abitanti entrambi in una città con le torri. Dove, in realtà?

Non importa, non lo dico.

Nome della bimbetta con le calzette bianche: Bice Corrilontano. Nome del maschietto senza il coltello: Serafino Fatti da parte.

Lei era tranquilla e serena, e al nome neanche ci pensava; lui invece, del proprio si vergognava.

Un amico di suo zio, una volta, aveva riso e gli aveva quasi soffiato sul naso, da persona senza decoro, cioè da vero cialtrone: caro mio, hai un nome con il quale non ti resta altro che fare il paladino; sai, uno con la corazza e lo scudo e il cavallo bardato e via per sentieri e foreste per liberare la bella che sta andando sposa. Serafino aveva capito: che sta andando in chiesa. Così ogni domenica alla mattina, entrava in traversie, vedendosi con uno spadone in mano davanti al portone della chiesa del proprio quartiere, che era giusto quasi sotto la sua casa, la sua finestra.

Lasciamo da parte Serafino; volgiamoci a Bice; un nome stretto stretto che sembra uno starnuto.

Bice portava sempre delle calzine bianche, estate inverno; anche in primavera e autunno. Accadde un giorno, non so di quale stagione, che essa bambina, camminando per strada con il cagnolino al guinzaglio e vicina alla madre, incespicando, scivolò per terra. Niente di grave o di male, se si è giovani molto e si incespica per terra; ma rialzandosi, Bice si vide i calzini tutti sporchi di polvere, di fanghiglia leggera, di nerofumo e con un ginocchio appena strusciato dal sangue.

Serafino, senza spada, passava in quel momento di là e altro non fece che scoppiare a ridere, ma poi subito dopo si aggrottò, vedendo il rosso di quel giovane sangue. Tanto che accorse, staccandosi dalla madre e con un fazzoletto che aveva in tasca cercò di ripulire quel ginocchietto contaminato. Poi le persone si allontanarono, non senza aver udito un “che bravo ragazzino” annunciato a voce alta dalla madre di Bice, e aver carpito un fuggevole ma preciso sguardo di stupita gratitudine da parte di Bice stessa.

Il giorno seguente, Serafino dalla sua stanza vide Bice affacciata a una finestra della casa di fronte. Serafino, cuor di leone, si defilò per non farsi vedere e intanto qualcosa gli ballava in petto. Bice guardava in giro, cercandolo? Si dà il caso che pochissimo tempo dopo, la famiglia di Bice emigrò in Australia (l’ho saputo molto tempo dopo) e mai più rivide Serafino. Ma è pur vero che Serafino, crescendo, portò in cuore il magone di quella mancanza e cominciò a sognare nel sonno, ogni tanto, ma con preciso vigore.

Si vedeva con Bice in un campo coperto di candidissima neve e loro due inginocchiati e con le mani immerse nel bianco incontaminato: “il primo che pesca un fiore, si sposa entro l’anno; oppure se pesca un’erba, va soldato”. Si guardavano negli occhi, speravano.

Non so nulla di Bice; ma Serafino soldato è andato davvero. E talvolta in trincea si consolava pensando, ripensando a questo sogno. Il quale, per fortuna, un poco lo consolava.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì, 20 Giugno 2013 15:28

Via Marconi: un sentiero verso la luna

La strada per me è una cosa buona, quando la strada è buona. Mi piace camminare, stare sulle pietre, toccare o sfiorare i muri. Guardare l’asfalto incrinato o segnato da impronte di ruote, scalfito (mai offeso) dal continuo peregrinare degli uomini. La strada oggi è come i sentieri battuti dalle frotte dei pellegrini medievali che puntavano verso Roma. La città mirabile in terra e oggi quasi perduta. Ma poi ogni città oggi sembra quasi perduta ed è invece mirabile. C’è una fotografia emozionante che fa al caso mio (mi serve, cioè, a spiegare la riflessione privata): le orme degli scarponi del primo astronauta sul terreno lunare. Neil Armstrong. Lunedì 21 luglio 1969. Quasi un segno o un segnale sulla riva del mare di gomme d’auto, rabbrividente. Come a dire: presto arriviamo anche noi, a scomporre l’impassibile monotonia dello spazio, a dargli suono e voce, a portare questo splendido mondo inquieto, pallido di solitudine, nel forsennato ritmo terrestre, dove tutte le colline e le pianure e i monti e i mari sono finalmente congiunti e non è più in atto alcuna alba o alcun tramonto solitario o ignoto.

Così per me è una cosa buona anche via Marconi (così tormentata), perché è un sentiero verso la Luna. Quando s’apre ad ogni alba, dopo l’oscurissima notte, oppure quando si quieta adagio afflosciandosi nell’inedia mentre il sole tramonta acido e scende la sera nera nera. Insomma, meglio una strada di città che il viottolo di campagna. Meglio essere svegliati dai suoni forti e dai sempre buoni rimbombi che essere preservati nelle nicchie di un silenzio che non respira, che per la verità a me sembra solo lo scudiero astuto della morte.

 

 

 

Giovedì, 20 Giugno 2013 12:54

Prefazione

A morsi leggeri e precisi, Via strappa lembi di cielo per farlo sanguinare e far piovere sulla terra qualche sprazzo di pioggia feroce. Ma il suo volo, per salire nello spazio e catturare parole, è da angelo che sa arridere anche quando ferisce. Quindi, avendolo da sempre letto con attenzione, vorrei suggerire di stare attenti ai morsi, che non sono da serpente nero ma, ripeto, da artista vigile che non si stanca di cercare e di assaltare, sapendo almeno quel che vuole; nella tensione di dare ordine al proprio rabbioso sgomento, e di non appagarsi di semplici soluzioni o di poche cauzioni. Gabriele scava induce rivolta ara il campo del mondo su cui noi arranchiamo; mantiene all’erta se stesso; tende anche a risvegliare dal sonno della ragione e riflessione gli altri camminatori. Ha una attenzione ubiqua, che gli propone e sottopone dettagli a non finire, che lui non cataloga ma seleziona esaltandoli, per esemplificare. L’induzione alla conclusione morale – una conclusione forte – a me sembra la costante privilegiata di questo suo violento e dolce raccontare che non ha fine. Non può avere fine. Non deve avere fine.

 

 

 

Giovedì, 20 Giugno 2013 10:00

Rulla tamburo

Rulla tamburo è un testo inedito scritto nel 2009 per comporre una canzone, subito dopo la straordinaria elezione di Barack Obama, primo afroamericano a ricoprire la carica di Presidente degli Stati Uniti.

 

 

Rulla tamburo e porta la tua voce

alle foglie degli alberi più alti

per ricordare:

davvero l’uomo adesso può cambiare

e può correre con i piedi scalzi nudi

come sui carboni dell’inferno

nelle città, sulle strade e lungo il mare

dove un tempo si annidavano le fiere

del pregiudizio

e rendevano la vita un eterno

stracciare di bandiere.

Ma oggi se l’inverno viene

la primavera non è più lontana.

 

Verranno altri tempi

altri tempi verranno

altri tempi e uomini, non topi.

Vengono, oh! Se verranno!

Nessuno ci impedisce di aspettare

mentre scende la sera

e nelle case si accendono i fuochi.

Pochi sono felici quando è inverno

ma il cuore è come una bandiera

può rivoltarsi al vento

e nel vento inseguire primavera.

 

Inni grida battere di mani

vicine a un torrente di luci

Tommie Smith e John Carlos

due atleti neri americani

record del mondo abbassato

sono sul podio d’Olimpia

pugno chiuso e il mento abbassato.

 

Città del Messico è il luogo

gli anni sono l’anno Sessanta

duecento metri di corsa volati

i due atleti sono neri e scalzati

il gesto con disperazione

vuole essere un faro per una generazione.

 

Come un sasso in un fiume scagliato

appena scesi dal podio sul prato

dalla squadra sono cacciati radiati.

 

Rulla tamburo e porta la tua voce

alle foglie degli alberi più alti

per ricordare:

 

Da allora cinquant’anni son passati

forse adesso i piedi son calzati

i pugni aperti e i menti rialzati

e nelle splendide luci d’Olimpia

nessun colore dovrà più gridare.

 

Verranno altri tempi

altri tempi verranno

altri tempi e nomini, non topi.

Nessuno ci impedisce di aspettare

mentre scende la sera o torna il giorno

e nelle case si accendono i fuochi.

 

 

 

 

Nel Poema fisico e lustrale di Empedocle, ricostruito segno per segno dalla minuta e paziente maestria di Carlo Gallavotti, ricavai fra i bellissimi alcuni versi che conservo ben stretti nel mare delle mie suggestioni:

 

O amici, so bene che la verità alberga negli argomenti

che ora voglio esporre; ma assai travagliato e sospettoso

è il passaggio della convinzione dentro l’animo umano.

Ed è questo: chi risulta spergiuro per la colpa commessa,

dovrà migrare lontano dai beati, che come demoni longevi hanno

                                                                                         [raggiunto

la vita, per tre volte diecimila stagioni,

rinascendo attraverso il tempo in molteplici forme di corpi mortali,

permutando i procellosi cammini della propria esistenza.

Perché ci fu anche un tempo che sono stato un giovane e una

                                                                                         [ragazza,

e un virgulto e un uccello e uno squamoso pesce del mare.

 

Il tempo, la nostalgia forte e struggente della memoria; il tempo, che trascinando la vita e le generazioni, alle volte appiana, alle volte sgomenta, alle volte esalta, alle volte è marasma nella mente dei mortali costretti ad orbitare in affanno per ridisegnare il mondo dall’imo. E così ricollego, secondo una mia visione delle cose e delle vicende – esaltata da quelle parole antiche e nuovissime e giuste – i frammenti trascritti alle tempeste del tempo; e così più in generale mi dispongo a leggere le parole, ad ascoltare le voci dei poeti morti come parlanti su un vascello che naviga fra alti marosi in mare aperto e nessuno dei viventi a terra può allungare le mani per trattenerli vicini. Può solo ascoltare le voci e le grida lontane.

La voglia, il bisogno di lettura, per me non può mancare di interrogarsi sul modo o sui modi, oggi, Terzo Millennio, di leggere i classici; i nuovi modi consentiti (lasciando agli esperti le indagini generali o particolari e le conclusioni e le catalogazioni), riscontrando le vaste profonde inquietudini culturali provocate da questi anni di inevitabili sconquassi.

In altre parole: sono ancora i classici il ponte di liane degli Incas, tremolanti su tremendi strapiombi, che con un filo di dura corda e pezzetti di legno uniscono ripe lontane e contrapposte altrimenti inaccessibili? Resistono ancora ad essere lo specifico miracoloso di lunga durata?

E poi: se dobbiamo continuare a dargli credito, come leggerli ora? Rassicurati dalle tradizionali collocazioni e dalle critiche classificazioni? O possiamo (dobbiamo) scompaginare i posti, rovesciare i tavoli e impegnarci, lasciando sul momento dei vuoti, a ricostruire l’edificio sacro della nostra perduta commozione? Insomma, dobbiamo (possiamo) ancora fidarci o invece, per necessità, graffiare le pagine inseguendo i cervi impauriti delle parole nella fuga nei boschi?

La scienza è cosa della terra, la sapienza è beneficio della divinità e ci è dunque consegnata e versata; parole di Nicola Cusano (anche lui da ascoltare) memorizzate insieme all’altra indicazione piena di fascino dei “filosofi cacciatori”. Ma se – trasferendo il lemma – anche i poeti, i predestinati o improvvisati estensori di parole che pensano e che volano, sono cacciatori, dove si inoltrano, cosa rischiano? Scienza o sapienza li contrassegnano, illuminandoli alquanto? Li ascoltiamo come ombre sapienti elargire la solenne virtù dei suoni e delle parole, oggi che la terra brucia e le biblioteche si disperdono o si ammassano criptate?

 

Domande. Ma è anche vero che non dobbiamo, anzi non possiamo aspettare risposte lontane; dobbiamo ottenerle da noi, rendendo il nostro tradizionale rispetto, irrispettoso. Per questo, anche un privato lettore, con attenzione, può rischiare qualche riflessione. Per esempio, sulla diversità fra il Cinquecento francese e il Cinquecento italiano. Nel primo, a me pare, è abbastanza costante, con lucida addolorata (accidentata) chiarezza, un superamento del tormentoso dilemma della fragilità della vita nella ricerca della grazia (come beneficio celeste), o addirittura nella pace rassicurante di un dio che non è più un drammatico antagonista ma un porto di luce, un faro nella tempesta.

Da noi, la divinità sovrasta (incombe) tra un velario di nubi morbide e vaganti; e anche la morte con il suo nero sembra sottostare al drammatico e luminoso, o amoroso, abbraccio con una vita (con la vita) che non vuol cedere, non vuol lasciarsi consumare ma consentirsi di essere respirata fino all’ultimo soffio.

Nel primo, la conclusione è una ferita aspra, amara, comunque sopportata nell’attesa e nella speranza dell’alta risalita; da noi ogni grido, o ogni sentimento, è sempre accompagnato da una ultima tenerezza.

Anche i sonetti o gli altri brevissimi testi di Michelangelo (collocato, non so con quanto rigore, sempre fra i minori), per quanto graffianti fino al sangue nei riguardi della propria vita e del proprio destino che invecchiano e si spengono, hanno direi quasi un miracoloso stridore di denti, che esprime una ultima volontà di resistenza, di non cessione all’oblio della carne.

Poi, altra impressione ancora, che nei testi italiani di quel secolo così lucido di bianchissimo fuoco, l’amore “platonico” sia assai poco platonico, nel senso di una astrazione o formulazione idealizzata, e scopra (o copra) invece una autentica e realistica vitalità non consumata.

 

Inoltre i francesi, come gruppo ampio di autori, risultano criticamente più accentrati, direi coesi, intorno a nuclei o a un nucleo problematico comune, tenuto acceso da quella tensione amorosa-spirituale percepibile come una rigorosa costante. Una drammaticità in movimento, in ascesa. Mentre i nostri autori sono più genericamente ammassati dentro stanze e stanzoni frequentati quasi in esclusiva dalla solennità degli eruditi.

E stato detto che “gli scrittori dell’Ottocento hanno ancora molto da insegnarci!”. Intendo, che la loro lettura è da ritenersi come ancora indispensabile soccorso alle nostre infinite miserie, di cuore e di mente. Per me, è vero, se in aggiunta torna a essere un modo di affilare nuove spade, con gli occhi ben fissi a tutta la terra intera – e per continuare ad attraversare quel ponte di liane fra monte e monte sospeso sopra l’abisso.

Questa è la non peritura necessità dei classici, il brivido della loro voce. I quali possono e sono pronti a dirci tutto, a dare tutto, soprattutto se sloggiati dagli scaffali e dagli inviluppi delle edizioni critiche severe o pregiate, e riconsegnati ancora impolverati alla nostra vita.

 

 

 

Mercoledì, 19 Giugno 2013 17:05

Ricordo di un’amica

Per lo più era Maria che parlava; fitta fitta; inesausta; direi inesauribile; con un modo concentrico di approssimazione in apparenza distratto ma che procedendo si rivelava molto attento (acuto).

In ogni occasione, e quale fosse l’argomento, colpiva il suo bisogno del particolare; e anche l’insoddisfazione minuta, continua, un poco frenetica però sempre calata dentro, in profondità, per le idee in corso; per le nuove idee sopravvenienti. Mi colpiva anche, condividendolo, il suo bisogno di staccarsi responsabilmente da ogni ovvietà istituzionale; o comunque da ogni verità ufficiale; quindi anche, come conseguenza, la sua scelta di rinunciare definitivamente alle «cose fatte, alle cose già fatte»; un modo tragico e giusto di azzerare la propria vita e non solo il proprio lavoro; la sua scelta di cancellare, di non perpetuare, di non ripetersi, di non volere proseguire. Cioè di fermarsi ma per scavare in modo diretto, con fatica, con perspicuità nella pazienza necessaria e puntigliosa. Questa scelta la relegava a «stare» (essere, vivere) senza nessun consenso, senza nessun legame, senza nessun aiuto – e senza nessuna utilità immediata e apparente nel lavoro. Avendo accantonati i cumuli della propria storia privata e i frammenti del proprio rapporto col mondo per dissiparli col fuoco, facendone utile cenere.

Mi convinceva tutto ciò che era in atto, sopra e dentro di lei, proprio nel momento del nostro primo incontro; quando aveva ripigliato dopo una lunga interruzione il suo rapporto col colore (non dico i colori). Questo momento non breve nella vita di Maria è stato sì tragico, come ho detto, ma anche sublime, straordinariamente vitale sia pure nella sua difficoltà (nella sua complessità); per il coraggio richiesto, per la determinazione nella ricerca e l’insistenza nel rifiuto dei comodi o utili appigli; e anche per la costanza nelle verifiche quotidiane, cioè nella pratica. Aggiungo e privilegio anche l’insistenza, che poteva sembrare quasi maniacale ed era invece assai lucida, nel dubbio; un dubbio persistente, maligno e magnifico.

Su grandi fogli, in quei giorni, stendeva col pennello lunghe righe colorate, non troppo dense ma ben rilevate; righe slabbrate, un poco vischiose, alcune leggerissime; poi le approssimava, le ravvicinava, le scomponeva, le ricomponeva, le interrogava; cercando – con un atto che sembrava, poteva sembrare compiuto per la prima volta nel mondo – un nuovo rapporto col segno colorato. Lo cercava perché lo voleva. Ma appena percepiva che questo rapporto, sia pure fra cento dissidi, era possibile avviarlo, allora lo troncava, lo bruciava – con una insistenza, nel rifiuto, che nascondeva appena la speranza di riuscire con altro lavoro e altra pazienza, in una diversa condizione e in un punto un poco più avanzato, a ottenere un risultato più convincente, una sorpresa maggiore.

Dunque: ripartire a leggere il colore; non tanto ripartire a dipingere il colore; o ripetere il colore. Leggere era anche il modo cercato e voluto da Maria di pensare il colore, mentre lo stava trovando; di riferirlo a un’idea più che a uno sguardo; di volerlo affidare alla mente/ragione più che all’occhio/padrone. Cercava un rapporto più complesso, soprattutto che insistesse e durasse più a lungo con le cose. In una lettera del ’73, inviata all’Assessorato del nostro Comune, aveva scritto: «si tratta di un discorso elementare, il più semplice possibile, anzi sintetico, da parte mia». Io ero già convinto allora, non da amico ma come uno che vede e sente (anche senza l’autorità autorevole degli addetti ai lavori che stabiliscono pagelle e futuro, beati loro) che quel discorso elementare, il più semplice possibile, fosse parecchio avanzato rispetto alla norma chiacchierona della cultura coeva – perduta tra i fumi di ciarle infinite e di pochissimi arrosti. Sono insomma convinto, con gratitudine, che Maria lavorasse sull’acqua della pittura con un occhio più lucido, più ansioso, più insistente degli altri; e con un cuore che era pronto anche a morire, nella sua convinzione. E che pertanto sia giusto decretarle onore e dedicarle riconoscenza. Celebrandola con dignità e convinzione per i suoi meriti autentici, ancora pienamente attivi.

 

 

 

Mercoledì, 19 Giugno 2013 15:37

Tonino Guerra

Tonino Guerra è sapiente?

Sì, è gioiosamente sapiente.

Tonino Guerra è vecchio?

No, è gioiosamente giovane.

Tonino Guerra non ha le mani ha gli occhi.

Con gli occhi, che sono il suo cuore,

dipinge ogni giorno il mondo

i muri della nostra vita

e fa – il mondo e la vita – nuovi.

Egli ha nascosto in caverna

un alambicco pieno di fuoco incalzante

così che gli basta una notte

o un giorno o anche un’ora

per sfornare oro zecchino

e con questo comperare,

sia pure per un attimo,

il paradiso in terra.

Inventore di ombre, di soli,

di erbe distilla alchermes stregato

per vincere il dolore

e rendere meno faticosa,

e più degna, la speranza.

 

 

 

Venerdì, 14 Giugno 2013 17:10

L’ultimo eroe

Non è molto che l’ultimo eroe è passato anche da Bologna; non più di sette otto mesi fa. In un mattino di mezzo settembre, lo ricordo bene. Bisogna sapere che sono vecchio e mi stanco facilmente. Leggevo quindi il giornale seduto al riparo di un grande albero pieno di foglie, nel centro della città; proprio sotto le due torri, la Garisenda e l’Asinelli. Leggevo adagio, senza gli occhiali – per fortuna riesco a leggere ancora senza gli occhiali – e lì davanti avevo anche un bel prato pieno d’erba e sopra due calabroni indugiavano; quando ho sentito un galoppo, un vero galoppo da eroe, tanto che i due calabroni sono volati via sbattendo le ali. Neanche il tempo di alzare la testa, che mi è sfilata davanti l’ombra di un cavallo bianco, a collo teso e con gli occhi di ghiaccio. In groppa, un guerriero chiuso in una armatura che sbrilluccicava d’oro e d’argento, la lancia in pugno, piume sul cimiero e voce forte che urlava: “Adesso ti prendo, sei morto”. Che emozione! Era un gran bell’eroe; e perfino a me che in modestia stavo leggendo la cronaca di un delitto di paese, sotto un albero vicino a casa mia, all’ombra di due torri antiche, è venuta addosso la nostalgia di correre un’ultima avventura – fra prati e montagne, voci di venti, dietro il carro del sole. Ho messo in tasca il giornale mentre intorno mi giravano auto, bus, moto di ogni colore seminanti tiepidissimi fumi; e ho cominciato a considerare – a parte le mille obiezioni – che dopotutto è bello essere un eroe, perché all’eroe non si spezza mai la spada, non si rompe mai il manico (la spada non è una scopa), non si azzoppa mai il cavallo – anche se deve correre su e giù di gran carriera, senza un momento di requie, senza un lamento, e buttando fumo e fuoco dalle narici. Inoltre, il cavallone dell’eroe, benché abbia in groppa un armamentario di ferraglie d’ogni genere fra bulloni, borchie, stringhe, scudo, visiera, pennacchio, mazza ferrata eccetera, va famoso per la sua pazienza, non sacramenta mai, anzi vola leggero sui prati e sembra una farfalla. Addirittura, come in Ariosto, muovendosi nel cielo. Facevo poi pensieri più profondi, chiedendomi se gli eroi (uomini e cavalli) sono sopra gli altri uomini o dentro agli altri uomini. Un incubo costante o un sogno ricorrente. Da buttare dalla finestra o da non perdere e quindi inseguire perfino lungo i muri. Ma in fondo, alle domande non mi importava molto rispondere; perché l’hanno fatto o sono sul punto di farlo quelli che già sanno dicono pensano tutto, formulando bolle di parole. Potevo solo annotarmi, con la dovuta cautela, che in questi giorni fatti di nebbia polvere e cieli bassi come i culi degli italiani, altro non vediamo che fiumi di macchine a rappresentare la nostra attuale felicità; mentre i cavalli superstiti, coi peli ritti per la paura, rintanati in bicocche/stalle, si mescolalo al fieno per mimetizzarsi e non farsi scoprire. E allora? Allora quell’uomo a cavallo che insegue il suo futuro con dedizione, lungo i muri di una città, e non vuole mai uccidere anche se lo dice e semmai soccorre vecchiette e verginelle, ed è destinato a una morte giovane e generosa, in fondo non è altro che la semplice rappresentazione sul vetro di una nostra costanti aspirazione che cancelli la nostra vergogna. Quella, cioè, di renderci utili agli altri più di quanto possiamo, e con qualche risultato che duri. L’eroe veramente eroe ha la mano sull’elsa ma non sfodera mai la spada. E se mai è costretto al duello, mentre smaneggia parla ammonisce esorta; non sgarrando mai dalle regole. Soprattutto è portatore di grandi o forti emozioni, come quelle del dolore e della pietà… Il pianto di Achille su Patroclo… L’eroe dunque è un uomo che può fare questo, e sa fare questo, senza vergogna. Appoggiando lo scudo sulla sabbia, vicino alle onde del mare.

 

 

 

Venerdì, 14 Giugno 2013 15:50

Gliòmmeri (1979)

INDICAZIONE

“Gliòmmero, componimento poetico napoletano dei secoli XV-XVI, in endecasillabi con rima nel mezzo, di contenuto disparato (proverbi, leggende, storie, fatti del giorno ecc.), destinato alla recitazione in forma di monologo” (Palazzi, Dizionario…). Qua presenti non sono componimenti napoletani, tantomeno in endecasillabi con rima nel mezzo; ma componimentucci di contenuto disparato, con qualche rima qua e là se càpita, non destinati alla recitazione in forma di monologo. Da leggere con gli occhi, se si vuole.

 

 

Giocolieri, giullari, trovatori

con gli occhi bene aperti e con la bocca feroce

rimestavano i peccati dei potenti

che li inchiodavano in croce.

Lutterius istrio de Florentia

Scatuzio marchigiano

Matulino ferrarese

Guidaloste iocolatore di Pistoia.

Passavano per le piazze d’Italia

cantando come dannati

prima di essere decapitati.

 

***

 

Oh che alba.

Scese per strada.

La città l’inghiotte.

Si affacciò al balcone.

Oh che notte.

È di nuovo in strada

con le scarpe lucenti.

Poi si buttò nel fiume.

L’acqua era calda.

Fu trascinata nel mare

col sangue di un gabbiano.

L’uomo sulla riva

accese un toscano

non gridò aiuto.

Il vento rosso cominciò una canzone.

 

***

 

Un soldato passa

sul filo teso sopra la piazza.

Un centauro canta facendo l’autostop.

Il bambino che ha sognato di uccidere la madre

col pugnale

a scuola disegna con la matita rossa un maiale

il porco è lì sull’aiuola macellato male.

Il treno sigillato in un binario morto.

Le autostrade coperte di foglie.

Come una piuma

guardiamo la nave affondare.

 

***

 

Quattro cavalli bianchi

piangevano sulle rive dello Scamandro

perché il guerriero era morto.

Il vento sanguinava.

Bruciavano gli aquiloni alzati da ragazzi di paglia.

Gli alianti cadevano dalle montagne.

Gridavano le conchiglie.

Il riso tremendo delle ragazze.

Dovevi entrare in una nuova dimensione.

Le poesie in quel tempo

non si mandavano a memoria.

Ciascuno bruciava i fogli prima di sera.

 

***

 

Il gelato di fichi

è migliore del gelato di noci.

Tre croci di Tozzi

era a suo tempo migliore dell’ultimo libro di Papini

Pasolini doveva ancora girare Accattone.

Tre bambini, figli di mia sorella,

sulla riva del mare

tentavano di alzare un aquilone.

A Viareggio

mio padre faceva il bagno alle otto di sera.

Stasera per la prima volta dopo tanti anni lo ascolto

volare nell’infinito.

 

***

 

Ieri sera ho incontrato Goethe.

Sedeva in una poltrona alta e nera

e aveva due buchi nei calzini.

Parlava lentamente.

Gli altri amici bevevano nei bicchierini

di cristallo.

Ogni tanto chiudeva gli occhi

e si appisolava.

Tutti allora aspettavano in silenzio

quando con un sussulto si svegliava

e sorrideva quasi fosse un giuoco.

Raccontava di Schiller morto da poco

raccontava di quando andavano sul Neckar a nuotare.

Sembrava che una nuvola rosa

dentro ai suoi capelli bianchi cominciasse a bruciare.

Poi è ritornato a sonnecchiare.

 

***

 

DRAMMA DI UN SAPIENTE NEL MESE D’APRILE

 

Un saggio antico

con la mano destra scriveva

sul libro della verità

mentre con la sinistra

accarezzava la luna

ferma nel cielo a metà.

Poi la luna nel mare

essendo il mese d’aprile

andò con un branco di tonni a pescare.

Il saggio rimasto solo

continua a scrivere, a chiosare

tuttavia si annoia

perché con la mano sinistra non sa più

cosa fare. E non ha gioia

neanche a pensare.

 

***

 

Hegel era un signore

che vinto dal rancore

per far dispetto alla suocera

gridò un mattino che l’arte era morta.

O se non morta, prossima a morire.

Poi chiuse a chiave la porta

e ritornò a dormire.

La suocera che faceva poesie

dalla mattina alla sera

per la notizia morì di dolore.

Da allora Hegel riprese a zufolare

canzoni d’amore

lungo la Mosella

quando andava a pescare.

 

***

 

Un topo provocatore

entrò nel regno dei gatti

si infiltrò in un partito

diventò senatore.

Ma al primo discorso ufficiale

che aveva mandato a memoria

in un’aula piena di storia

i colleghi rimasero male

per questo semplice fatto:

s’accorsero che parlava un topo

mentre lo credevano un gatto.

Il dilemma durò un minuto

perché quella gente sapiente

mentre il topo gridava aiuto

lo mangiarono come fosse niente.

 

***

 

Le donne vanno

gli uomini restano.

Le donne restano gli uomini vanno.

C’è odore di un vento strano, di mele cotogne.

L’oceano è nero nero alla televisione.

Fin dove posso toccare il cielo

c’è fuoco e panna.

Polvere di uomini morti copre adagio splendidi fiori.

Fra quattro nuvole di Carpaccio

uccelli larghi come la mia mano

gridano che l’estate è finita.

 

***

 

SCENEGGIATURA:

 

figlio ucciso parte lei

arriva al Po

dove ha una casetta abbandonata

(è abbandonata).

Fra le volpi i camosci fulminati

dalla cerbottana degli indiani, sulle Volkswagen

chi non crede alle favole

beve sidro amaro alla fontana.

                        Dopo tutti cantano ridono.

Le donne abbracciano gli uomini

che partono per soldato.

Lei dimentica il figlio.

Dal ponte guarda nel fiume il corpo di un annegato.

 

***

 

Un uomo senza dio

incontrò un uomo con dio.

Ciascuno andava per la sua strada.

Si incontrarono a un bivio (bada

di ricordarlo) nelle isole Aran.

– Passa tu!

– No, avanti tu, non io!

Laggiù in fondo era il mare.

Non ci fu verso di farli passare.

   Oggi sono ancora fermi a declamare

– Passa tu!

– Non passo io!

l’uomo senza

e l’uomo insieme a dio.

 

***

 

Il sonno del primo mattino

si incontrò col sonno dell’ultima sera

al bivio per Madera

in terra di Spagna.

Più che incontro

fu scontro.

Il sonno del mattino

veniva da destra

aveva la precedenza

ma il sonno della sera

senza badare

cercò di passare, con imprevidenza.

L’impatto fu terribile.

Accartocciati in un prato

con decesso immediato. Furono portati via.

Un risultato incredibile

diede l’autopsia:

i due sonni avevano mangiato

le stesse cose

avevano la stessa ritmia

anzi, gli stessi mali.

Insomma i due sonni erano uguali.

 

***

 

Al tempo dei solitari anacoreti

le cui dimore punteggiavano i declivi

in faccia al mare Jonio

il demonio

passando un giorno in bicicletta

vicino alla città di Rossano

per la fretta cascò per terra

e si fratturò una mano.

Eccolo lì svenuto

che chiede aiuto

tutto dolorante e sanguinante.

 

Dalla cella lassù sulla collina

lo vede un monaco penitente

che si butta giù a perdifiato

per arrivare primo

a soccorrere quell’ammazzagente

quel miscredente quell’emarginato.

Lo vuole aiutare a guarire

poi con l’astuzia convertire.

Infatti un diavolo alla mano

tutto casa e chiesa

è un miracolo per un vero cristiano.

Così fu almeno in parte.

Il demonio in effetti si convertì

ma il buon monaco eremita

per via del contrappasso indiavolì.

 

***

 

La dogana: «Niente da dichiarare?».

«No, niente. Solo trecentodue pensieri

misteriosi

e personali».

Investigarono bene

poi lo multarono

per tentativo di esportazione clandestina.

«I pensieri

– dissero i doganieri –

sono una merce fina.

Non possiamo chiudere un occhio».

Poi si accorsero che sopra un ginocchio

con inchiostro rosso

s’era ricopiata una poesia di Trakl.

Fu lasciato passare

perché la poesia non è una cosa seria

non fa male

soprattutto non è pericolosa

neanche per i bambini.

La poesia è una rosa

                                lo diceva anche Fortini.

 

***

 

25/11/’78

 

II cavallo della morte si azzoppò

fra Lovoleto e Pechino.

Fu un bambino da un campo

che si accorse della cosa

quando vide la morte impolverata

camminare a piedi

e dietro lemme lemme il cavallo

con un’aria irosa.

«Muoviti, sveglia, dai!»

imprecava la morte. Ma il cavallo

rispondeva biascicando a bassa voce

«sono peggio del ladrone in croce

a portare a spasso per il mondo

questa balena maledetta

che ha sempre fretta

e come una saetta

non fa che travolgere e accoppare

tutta la gente che si vede intorno.

Se vuole camminare,

perché non si compra una bicicletta?

Non sono un cavallo sballinato

e neanche un cavallo da crociato».

Racconto queste cose perché

per circa tre mesi

nessuno morì nel vasto mondo.

La tregua fu adottata

perché la gamba di un cavallo

si era fratturata

e la morte, per un momento

disarcionata,

non poteva più correre come il vento.

 

***

 

A donna Prassede

fu amputato un piede.

Ancora oggi a chi le chiede

perché va così piano

donna Prassede risponde:

ho perso un piede

e non posso andare lontano.

Avessi perso non il piede ma una mano

potrei arrivare a Milano

o perfino alla città di Dublino

che a causa di Joyce tanto mi piace. Ma

adesso mi do pace e

resto qua vicino.

 

***

 

Dice ho pochi amici per fortuna.

Non più di otto.

Anzi, non più di sette

o di sei

forse non più di cinque.

Ma per mille saette

questi quattro non mi lascerebbero mai solo.

Fossi nei guai

questi tre arriverebbero a volo.

Sono troppi? Ne bastano due.

L’asino e il bue.

 

***

 

DIARIO SULLA CIMA DEL MONTE CANINO UN MATTINO DI PRIMAVERA ANZI UNA SERA MENTRE PIOVE DURANTE UN TEMPORALE

 

– La terra l’ha creata dio.

– No, la terra l’ho creata io. Anzi, l’ha creata

   questa piccola formica.

– Allora dio ha creato la formica.

– No, dio l’ho creato io. E la terra l’ha creata

   questa piccola formica.

– Ma dio è dio.

– La formica è formica.

– Asino

– Pirla

– Stronzo

– Gonzo

– Impotente

– Elocubrente

– Aclista

– Ciclista

– Oh, guarda, non piove più.

   Guarda questo arcobaleno di dio.

– Oh guarda laggiù

   quel campo di formiche.

– L’arcobaleno è di dio.

– Il campo a valle è pieno di formiche.

– Dio ha creato le albe e i tramonti.

– Dài, cosa mi racconti?

   Albe e tramonti non li ha creati dio.

– E le formiche?

– Le hanno create le molliche

   che ho seminato io.

 

***

 

La rabbia della poesia.

La fabbrica.

La città.

L’amore.

La storia.

La morte.

Il duemila.

La lingua.

I bambini di tre anni.

L’uomo.

La donna che

per un po’ di tempo sta qui e guarda.

 

***

 

Lohengrino masticava una mela renetta

 

e masticava in fretta. Rifletteva

(ispessendo l’iperbole

a scapito della sineddoche)

che un verme clandestino

si nascondeva nell’intestino

della poesia

e potevasi annegare col vino

della parola.

Tale e quale il verme della mela

che stava nella polpa

e anelava a uscire

per scorgere i colori del cielo

(che altro non sono che un velo

di fiori

che bruciano).

Poi Lohengrino arrivato al torsolo

con un ultimo morso

lo buttò via.

Insieme al verme della poesia.

 

***

 

Inferulava spodanza de la zita

longarimando dal pre’ altra risura

ottucolada e svisa

rinsava mai poter

ostrando dal veder posa e chiusura.

Incion vasava che

marché l’era sré

perché lus la mancheva

asdabalar intra o intrò lorima

voda

rindisperando in sima

 

***

 

Avendo bisogno di un tavolo

rotondo

(di un tavolo circolare)

ho girato mezzo mondo

senza poterlo secondo il mio gusto comperare

Per la verità ne aveva uno (soltanto)

l’Herr Professor di filosofia

die abitava ad Heidelberg in una via

che non ricordo.

Era anche un poco matto e un poco sordo.

Il suo nome (è qua trascritto sull’agenda)

era Immanuel Von Kantfazenda.

Sul tavolo appoggiato a una colonna dell’ingresso

c’erano quadernoni e libri a pile

oltre a ormai defunte ragnatele.

Poi, non so come, questo Immanuele

diventò all’improvviso renitente.

Non voleva più concludere il mercato

dei soldi, dice, non me ne importa niente.

Gli gridavo all’orecchio: per evitar fatica

mi dica dove e li appoggio io per terra

come porcellane sopra un prato.

In terra per favore proprio no

non siamo in guerra

caro ragazzo mio

rispondeva uscendo dal torpore

e l’affare venne cancellato

per colpa di questo iracondo professore.

 

***

 

Oggi ho incontrato Wittgenstein

ai giardini

portava a spasso due barboncini.

Poiché è persona educata

ha risposto bene al mio saluto

ma poi uno dei cani ha tentato di montare

la mia cagnetta

e io l’ho scacciato con una bacchetta

raccolta per terra.

Wittgenstein si è arrabbiato

e ha cominciato a gridare:

“Ladro di polli, scrittore

da anno zero, fottuto manichino,

vuoi la guerra? L’avrai!

Non dubitare

che schiaccerò te e il tuo cane cretino

così ti pentirai”.

Era un mattino ventoso gelato

Wittgenstein si è allontanato

tutto infuriato.

Chissà dov’è andato.

Camminava su un prato.

 

***

 

Comincio dalla fine. Lontane parole

scivolano a terra

consegnate direttamente da due giovani

che si erano disposti

quietamente

ad ascoltare.

Rare gocce d’acqua piovevano dai fiori

consumati in altezze fredde

– giravano attorno fumi e fuochi di nubi

occludendo l’intero orizzonte.

Solo infelicità [della guerra] [dalla].

Non ci si può permettere in queste condizioni

neanche l’atto di sorridere

di ascoltare. Neanche quello di tacere.

Parlare, bisogna. Parlare,

su, parlare parlare. Non tacere.

Non la guerra fare. Parlare ascoltare.

 

***

 

In prinzipio ghera che girava zirava zirava

tutta sola poereta e si sforzava

e girava voltolava zummava palpando il vuoto

                                              nel vuoto

per cercare un ramo da aggrappare, meno che

                                              niente.

Nessuno si lasciava toccare, niuno.

Schiumavano onde rosse nei lunghi mattini

sopra i capelli lunghi capelli neri capelli sul mare

delle blatte di tutti gli angeli allineati che aspettavano

il supplizio.

Sulle colline di Creta c’era un vulcano giovane senza

giudizio.

Mano nella mano, pof! venuti da niente [lontano]

un passero e un caimano passeggiavano parlando

                                           del futuro.

L’uomo ancora non era nato.

Così la donna era sola

nella cruda immensità del creato

dove la verità è nuda.

 

 

 

 

La poesia ci salva se

giriamo con lei pagina svoltiamo l’angolo

lì dove una voglia di alba finalmente fischiante c’è

e di frutta matura

un verde da melone acerbo

un giallo da sole appena uscito dall’acqua coperto di sonno

così aspettiamo aspetto di vedere qualcosa

una cosa che deve accadere.

Aprire la finestra

il silenzio è già tutto gridato

io voglio pensare devo pensare lo penso

che questa sarà la buona giornata di una grande avventura

scoprirò l’america

nuoterò fra i capelli sciolti della più bella del mondo

oh! sembrerà lungo il fischio del vento che mi corre vicino.

La mia voglia è di scagliare calci a un pallone

di vederlo correre come la formica appena sfiorata dal piede

un piede da bomber che non chiede pietà.

Allora tu, dai, prendimi per mano lasciati appena baciare il

giorno nuovo la vita nuova deve cominciare

con questo bacio senza rumore

e sento il tuo respiro sopra la mia mano

ho voglia di dire così va bene aspettiamo la sera.

L’alba è passata questo è il momento di andare

precipito sul mondo con la mia bandiera

come un astronauta che ritorna senza più

paura del futuro.

Metto un piede sulla strada che entra nel mondo.