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Il solo modo di ricordare Pasolini è di continuare a leggerlo e di continuare a discuterlo. Perciò a me piace, dato che questa sede mi sembra giusta, riproporre, unendoli, due brevi scritti. Uno scritto poco dopo la morte e in cui si fa cenno ad alcuni dati di Pasolini “giovane”, l’altro scritto due giorni prima della morte di Pasolini, in cui cercavo di cogliere – in un modo acre e isolato – la novità che dico dura e nuova dell’ultimo momento di questo uomo “straordinario”, comunque sia poi, per ciascuno, il giudizio conclusivo.

Da un versante all’altro di questa biografia così tragicamente compiuta, i due scritti colgono almeno il segno brutale e autentico che ha investito la corsa vitale dello scrittore, il passaggio, cioè, dalla felicità tenerissima, struggente, della giovinezza, alla disperazione soffocante e angustiata degli ultimi anni, da bestia ingabbiata, e da cui, secondo la mia lettura, stava scrollandosi negli ultimi momenti spinto da quella aggressione della fantasia culturale che gli permetteva, a volte, di essere (come dirò) più avanti.

 

 

Il Liceo Galvani in via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in via Farini, dove si andava a parlare e a cercare i libri di poesia che si pubblicavano in giro. Da Cappelli capitava Antonio Meluschi; dopo abbiamo conosciuto anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria povertà per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre così liberi nuovi giusti (e umani) a incontrarli, anche nella loro casa di via Mascarella. Dunque Otello Masetti (capo commesso della Cappelli) con la sollecitazione di Meluschi che ci consigliava, mise in contatto il nostro gruppetto con un uomo che vendeva e vende ancora libri vecchi in una bottega di piazza San Domenico al n. 5. Fu in quel posto e per queste vie che Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Luciano Serra pubblicarono a loro spese i quattro libretti per i “tipi della Libreria Antiquaria Mario Landi”. Copertina semplice e bianca, tranne quella di Leonetti che la scelse giallina e bordata.

Poesie a Casarsa di Pasolini hanno la data di pubblicazione del 14 luglio 1942 e si stamparono presso l’Anonima Arti Grafiche di piazza Calderini in 300 copie numerate, oltre a 75 fuori commercio destinate ai critici.

Il libretto, di 48 pagine, era dedicato “A mio padre” e si apriva col verso già allora nuovo e diverso: “Fontàne d’àghe dal mè pais” (Fontana d’acqua del mio paese).

Nella ristampa del 1954 in “La meglio gioventù” anche questo verso è cambiato così: “Fontana di aga dal me paìs”.

Da allora non ho più rivisto Pasolini fino al ’55 quando abbiamo avviato “Officina”: dopo la fine della rivista, nel ’59, l’ho visto ancora quattro o cinque volte ma negli ultimi dieci anni non l’ho più incontrato. Con questo voglio dire che ho avuto una sincera amicizia di giovinezza con Pasolini, anche insieme ad altri, ma che fin d’allora era piuttosto un incontro culturale che un rapporto di sentimenti; e infatti entrambe le volte, quando la tensione nel fare si allentò o fu conclusa, ciascuno riprese la sua strada. Non ero suo compagno di classe; Pasolini stava con Telmon, Bignardi e altri; al Galvani o intorno al Galvani non me lo ricordo; ci si trovava altrove a camminare e più spesso a casa sua.

Abitava con la madre e il fratello un appartamento in via Nosadella davanti ai Sordomuti (una tipografia); e lì, insieme anche a un altro suo compagno di classe, Manzoni, recitavamo. Gli irlandesi, soprattutto Synge: Cavalcata a mare e Il furfantello dell’ovest; leggevamo, imparando, nella buona traduzione di Linati.

Posso dire che Pasolini era nel fare le cose che ci interessavano, subito bravissimo; aveva una straordinaria tranquillità e rapidità nello scrivere che non finivano di stupirmi; e cominciò a prevalere su noi con la straordinaria invenzione del dialetto colorato (come mi sembrava), cioè di una lingua esasperata sentimentalmente ma con tanto trattenuto pudore (una lingua abbastanza celestiale, nel senso giusto) da renderla nuova e diversa, cioè vera e originale. Contini, che allora era in Svizzera e ricevette il libretto, ne fu conquistato. Io la ascoltavo come una lingua “in costume”, molto aristocratica, trattenuta al massimo grado di tensione da una sofisticazione culturale così raffinata da renderla alla fine morbida in un modo allucinante.

E arrivo a un ricordo che ho sempre tenuto vivo.

Siamo ai giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato: fra lo splendore giallo s’alza un profumo compatto, molto padano, del fieno falciato, a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e là.

Noi tre seduti (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che “dobbiamo fare”.

Il nome già proposto è “Eredi”. Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: Hitler ha invaso la Russia. È il 22 giugno del ’41 e noi eravamo, in quel momento della nostra giovinezza, fuori dal mondo.

 

(Il secondo scritto verrà pubblicato sul prossimo numero)

 

 

 

Macchie, supplemento al “Quotidiano dei lavoratori”, marzo 1981.

 

 

 

Martedì, 04 Giugno 2013 13:30

Caro Pasolini

Il solo modo di ricordare Pasolini è di continuare a leggerlo e di continuare a discuterlo.

 

 

Non voglio ancora e di proposito ordinare criticamente idee o racconti su Pasolini (uomo di cultura provocante, in ogni senso), perché ho bisogno di più ordine dentro e perché mi propongo di lavorarci sopra con la pazienza necessaria oltre che con il giusto rigore; e nemmeno voglio in questa occasione improvvisare.

Qua mi piace – perché la scelta mi sembra giusta – riproporre unendoli due brevi scritti. Uno, pubblicato due giorni prima della morte di Pasolini e in cui cercavo di cogliere – contro corrente, in un modo acre e isolato – la novità che dico dura e nuova dell’ultimo momento di questo uomo «straordinario» – comunque sia poi, per ciascuno, il giudizio conclusivo. Il secondo, pubblicato poco dopo la morte e in cui si fa cenno ad alcuni dati di Pasolini «giovane» predisponendo delle note.

Da un versante all’altro di questa biografia così tragicamente compiuta, i due scritti colgono almeno il segno brutale e autentico che ha investito la corsa vitale dello scrittore; il passaggio dalla felicità tenerissima, struggente, della giovinezza alla disperazione soffocante e angustiata degli ultimi anni, da bestia ingabbiata; e da cui secondo la mia lettura stava scrollandosi negli ultimi momenti spinto da quella aggressione della fantasia culturale che gli permetteva, a volte, di essere (come dirò) più avanti.

 

I

 

Che cos’è che rende così stimolanti, così irritanti, spesso anche così deludenti ma comunque per lo più importanti (alcune volte molto importanti) e soprattutto diversi nella tensione che li muove, gli interventi di Pasolini pubblicati sul settimanale «Il Mondo» e sul quotidiano «Il Corriere della Sera»?

Rispondo: la qualità diversa, il genere, l’impasto della disperazione; che è unica, così in pubblico e non moralistica, nella sua funzione di stimolo e di frusta. Ma non una disperazione esistenziale (che coinvolge di solito l’individuo e lo trascina via come un relitto sfumato); invece la disperazione della ragione.

Questa disperazione non è per cose, fatti, persone, avvenimenti, strutture perdute (anche se può sembrare); non ci sento questo struggimento fisico e malanno di cuore. A mio giudizio la disperazione della ragione è per la difficoltà caparbia e la volontà tutta tesa di capire le «enormi» novità che sconquassavano la nostra società; novità che stanno per venire, che ormai ci pesano addosso.

La proiezione di Pasolini, il suo ingorgo tragico e immondo che comunque lo pone al centro dell’attuale dibattito «sulle» idee, è appunto questa travolgente disposizione «in avanti». È naturale: incespica, cade in continuazione ma sale; si irrita, contraddice, impreca, ma parla; mentre gli altri si muovono e ascoltano, o soltanto ripetono. La novità balbettante e turbata ma forsennata e dinamica di Pasolini si contrappone alla ripetitività senza rischio dei suoi aulici o troppo grezzi contradditori. Inoltre la sua fantasia ideologica, frenetica nella precipitazione di riuscire ad annunciare i fili dei nuovi ideogrammi, scarica in continuazione rifiuti, macerie, ma insieme offre lo stimolo unico di «rivisitazioni» culturali, approfondimenti, diversificazioni e identificazioni di novità. Spezza un sistema di segni che si riteneva codificato; ripropone – sia pure come un uomo straziato non dagli incubi ma dalla volontà di intendere – altre domande che non devono lasciarci più tranquilli a riposare.

Io ritengo un errore (e una occasione mancata) che la cultura italiana, quella che conta, non accetti la provocazione di Pasolini e resti invece legata al beneplacito di un dubbio ragionevole, al sorriso condiscendente o all’argomentazione professorale che è ormai scontata. Pasolini ha riproposto con una concitazione che è anche furore un dibattito sulle cose «a venire» e non un «lamento» sulle cose che si disfanno e scompaiono. Ritengo che non volesse trattenere nulla, anzi. Sbaglia secondo me chi si riferisce, anche con intelligenza, a un preraffaellitismo; sbaglia chi propone l’identificazione con un reazionario avvolto in una disperazione calcolata, o un conservatore che si bagna nel mare della memoria storica. Per capire l’ultimo Pasolini basterebbe rileggere quel libro grande e giusto che è «Le ceneri di Gramsci». Nessun neorealismo, nessun misticismo grondante sperma, nessun canovismo frigido; ma già allora, profondo, l’istinto di precedere – magari di un passo soltanto – la realtà che si forma: di essere un attimo avanti per giocarsi tutto (anche la vita) in quell’attimo in cui si intravvede il cuore delle nuove idee e in cui tutto può ancora accadere. Un istante frenetico, in cui il gelo si mescola al calore e in cui la disperazione vera è vita vera.

Nei suoi ultimi tempi Pasolini ha concorso, a suo modo, a ridefinire il fascismo come ideologia; a ridefinire la DC come nuovo fascismo di questa ideologia: è passato dall’ossessione di un consumismo da commiserare al discorso, tutto nuovo nella esemplificazione, del «nuovo modo di produzione». Certo: attraverso errori anche banali o errori irritanti o taluni sconsiderati fraintendimenti; ma con questa disposizione totale e questa integrità intellettuale di cui è giusto dargli atto.

Infatti su «Il Mondo» del 30 ottobre ’75 riprendeva con concitazione la richiesta, formulata sempre più ansiosamente nei mesi passati e nelle ultime settimane, di essere aiutato a capire; d’essere comunque discusso e contraddetto; ma di non essere lasciato solo, relegato al margine da una sentenza di indifferenza o di tolleranza snobistica, sempre con ironia, come si fa con uno dichiarato fuori misura.

Scriveva «Io sono più di due anni che cerco di spiegarli e volgarizzarli questi perché. E sono finalmente indignato per il silenzio che mi ha sempre circondato. Si è fatto solo il processo a un mio indimostrabile refoulement cattolico. Nessuno è intervenuto ad aiutarmi ad andare avanti e ad approfondire i miei tentativi di spiegazione. Ora, è il silenzio che è cattolico».

Poi la vita di Pasolini si è conclusa, con una esecuzione: e la fotografia di quel corpo massacrato e straziato, lì per terra, adesso gira il mondo. Un odio ideologico ha fatto tacere una bocca che parlava.

Nel suo ultimo anno Pasolini aveva riacquistato quella formidabile tenera aspra lucidità onnicomprensiva che gli era un tempo caratteristica: una tensione culturale così stimolante nella direzione dell’invenzione ideologica e dell’aggressione con strumenti diversi dalla realtà (da lui recuperata con ricognizioni sempre nuove, a cerchi sempre più concentrici e stretti, stimolanti soprattutto nel senso dei reperti e delle indicazioni) da appaiare – come ho detto – questo suo momento all’altro, ormai definito e sembrava ineguagliabile, che l’aveva condotto a comporre e concludere «Le Ceneri di Gramsci».

Così, a confermare un destino straordinario, i suoi ultimi pensieri, scavati nel vivo di questa realtà, si riannodano agli inizi di un lavoro culturale di straordinario vigore.

A pagina 157 del volume che raccoglie i suoi ultimi «Scritti Corsari» si legge, ripetuta con evidenza, una conclusione alla quale di continuo ogni intervento stimolava: «per inerzia, per pigrizia, per inconsapevolezza – per il fatale dovere di adempiersi coerentemente – molti intellettuali come me e Calvino rischiano di essere superati da una sorta di reale che li ingiallisce di colpo, trasformandoli nelle statue di cera di se stessi… il potere non è più difatti clerico-fascista, non è più repressivo. Non possiamo più usare contro di esso gli argomenti a cui ci eravamo quasi affezionati e tanto abituati – che tanto abbiamo adoperato contro il potere clerico-fascista, contro il potere repressivo… Il nuovo potere… si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote sconsacrazioni, non gli serviva più». Questa citazione esemplifica la densità degli interventi di Pasolini corsivista, cioè di Pasolini «politico», confermando il suo trapasso di campo, il salto di qualità interpretativa da lui compiuto, e di cui era, con l’angoscia dell’isolamento, consapevole.

Il discorso sul potere diverso, che è il potere nuovo; il discorso non più sul ruolo «nuovo» ma sul «nessun» ruolo affidato all’intellettuale che si ponga fuori della politica e che, quindi, mantenga innaffiata la vecchia diaspora, che tanto serve e tanto rincuora, di politica e letteratura, di politica e cultura, ecc. – insomma tutto riducibile agli orizzonti stremati di una cultura in disuso; l’urgenza ribadita, come stimolo non rimandabile per dar respiro e vigore (nonché rigore) al dibattito, per renderlo più utile e più giusto nel senso della correzione di errori e distorsioni; e l’urgenza di chiamare in causa tutti gli altri, di invitarli a parlare, a discutere; per concludere: «quanto alla mia opinione non aspetto altro che mi si convinca che è sbagliata» (p. 142).

Ma al suo pensare «fondo», al suo procedere e cercare, al suo rivolgersi e chiamare nella direzione di problemi affrontati e discussi con una novità e aggressività argomentativa sconosciuta da noi, come si rispondeva?

Cosi, su «Paese Sera» di giovedì 23 ottobre: «con i suoi patetici rimpianti, i suoi crudeli paradossi, Pasolini finisce per fare soltanto della cattiva letteratura». Dunque non politica, ma letteratura; non sondaggi a viso aperto e a mano nuda nel reale ma ancora e sempre espressività, fantasia, umori, estri. Cioè un qualche puro divertimento, una qualche pura mistificazione. E proprio mentre fra le sollecitazioni stimolanti dell’ultimo Pasolini c’era quella di ricominciare a pensare (e a pensare sulla realtà, cioè politicamente) prima di scrivere.

Tutti dunque l’abbiamo lasciato morire solo, in un modo che è politico. E adesso lo rimpiangiamo in un modo che è letterario. O privato.

 

II

 

Il Liceo Galvani in via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in via Farini, dove si andava a parlare e a cercare i libri di poesia che si pubblicavano in giro. Da Cappelli capitava Antonio Meluschi; dopo abbiamo conosciuto anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria povertà per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre così liberi nuovi giusti (e umani) a incontrarli, anche nella loro casa di via Mascarella. Dunque Otello Masetti (capo commesso della Cappelli) con la sollecitazione di Meluschi che ci consigliava, mise in contatto il nostro gruppetto con un uomo che vendeva e vende ancora libri vecchi in una bottega di piazza San Domenico al n. 5. Fu in quel posto e per queste vie che Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Luciano Serra pubblicarono a loro spese i quattro libretti per i «tipi della Libreria Antiquaria Mario Landi». Copertina semplice e bianca, tranne quella di Leonetti che la scelse giallina e bordata.

Poesie a Casarsa di Pasolini hanno la data di pubblicazione del 14 luglio 1942 e si stamparono presso l’Anonima Arti Grafiche di piazza Calderini in 300 copie numerate, oltre a 75 fuori commercio destinate ai critici.

Il libretto, di 48 pagine, era dedicato “A mio padre” e si apriva col verso già allora nuovo e diverso: «Fontàne d’àghe dal mè pais» (Fontana d’acqua del mio paese).

Nella ristampa del 1954 in «La meglio gioventù» anche questo verso è cambiato così: «Fontana di aga del me paìs».

Da allora non ho più rivisto Pasolini fino al ’55 quando abbiamo avviato «Officina»: dopo la fine della rivista, nel ’59, l’ho visto ancora quattro o cinque volte ma negli ultimi dieci anni non l’ho più incontrato. Con questo voglio dire che ho avuto una sincera amicizia di giovinezza con Pasolini, anche insieme ad altri, ma che fin d’allora era piuttosto un incontro culturale che un rapporto di sentimenti; e infatti entrambe le volte, quando la tensione nel fare si allentò o fu conclusa, ciascuno riprese la sua strada. Non ero suo compagno di classe; Pasolini stava con Telmon, Bignardi e altri; al Galvani o intorno al Galvani non me lo ricordo; ci si trovava altrove a camminare e più spesso a casa sua.

Abitava con la madre e il fratello un appartamento in via Nosadella davanti ai Sordomuti (una tipografia); e lì, insieme anche a un altro suo compagno di classe, Manzoni, recitavamo. Gli irlandesi, soprattutto Synge: Cavalcata a mare e Il furfantello dell’ovest; leggevamo, imparando, nella buona traduzione di Linati.

Posso dire che Pasolini era nel fare le cose che ci interessavano, subito bravissimo; aveva una straordinaria tranquillità e rapidità nello scrivere che non finivano di stupirmi; e cominciò a prevalere su noi con la straordinaria invenzione del dialetto colorato (come mi sembrava), cioè di una lingua esasperata sentimentalmente ma con tanto trattenuto pudore (una lingua abbastanza celestiale, nel senso giusto) da renderla nuova e diversa, cioè vera e originale. Contini, che allora era in Svizzera e ricevette il libretto, ne fu conquistato. Io la ascoltavo come una lingua «in costume», molto aristocratica, trattenuta al massimo grado di tensione da una sofisticazione culturale così raffinata da renderla alla fine morbida in un modo lancinante.

E arrivo a un ricordo che ho sempre tenuto vivo.

Siamo ai giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato: fra lo splendore giallo s’alza un profumo compatto, molto padano, del fieno falciato, a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e là.

Noi tre seduti (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che “dobbiamo fare”.

Il nome già proposto è «Eredi». Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: Hitler ha invaso la Russia. È il 22 giugno del ’41 e noi eravamo, in quel momento della nostra giovinezza, fuori dal mondo.

 

 

 

Riforma dell’editoria. Rivista della Federazione unitaria lavoratori poligrafici e cartai, anno I, n. 1, febbraio 1976.

 

 

 

Stando sulle pagine della Monarchia non c’è storia senza fede. Il Regnum non è attesa ma certezza di venuta, e non è la spada che lo determina ma la speranza (prima) poi la volontà. Il presente è voluto migliore del passato solo e perché il futuro sarà migliore d’entrambi. Quindi la certezza della volontà, che è soprattutto nell’ordine morale, contrassegna la nostra vita, la nostra partecipazione culturale e la nostra attività politica (nel politico, vale a dire nella domanda dei giorni). Ma la certezza della volontà non è altro che il contributo finale e sostanziale della fede. Dio e l’uomo si inseguono per unirsi e poi opporsi al principe, o all’imperatore. Cioè ai fiati neri del mondo. A meno che il principe, o l’imperatore, fattosi uomo veramente non soggiaccia all’impegno di riconoscersi del tutto al servizio di Dio. Advocatus et Defensor Ecclesiae. Certo: un servo d’oro. Le cose del mondo sono un oggetto languente ed esistono, o si propongono di esistere, per rimandarci (con la loro maschera inquieta e con le nostre speranze) lontano. Ad inseguire altre speranze (speranze, non sogni, non i sogni); speranze di cose; e a suscitare altre e utili passioni. Questa tensione della speranza è la vitalità della fede. E anche il sogno, quando c’è, quando sopravviene, è sogno di cose vere, di cose già avverate o di cose (e azioni) che dovranno utilmente accadere.

L’uomo che sogna è (quasi sempre) un pellegrino sorpreso dal sonno fra l’erba o lungo una proda. Pellegrino; quindi mentre cammina, in un atto di movimento da una città all’altra; da una speranza che sta per spegnersi verso un’altra speranza che chiama; da una città che piange perché deve morire a una città che esulta dentro le feste di primavera. Questa tensione piena di laceranti o sfolgoranti fantasmi; questa angustia drammaticamente reale e incidente, mossa dall’insoddisfazione delle cose possedute o appena lasciate e dal bisogno «profondo» di ricerca, sono alcuni dei fuochi straordinariamente moderni del medioevo; e ancora disponibili per noi; suscitatori di alte commozioni e relative riflessioni – ancora vitali (naturalmente, dopo avere precisato dentro a quali modificazioni).

Dante come uomo e la scrittura di Dante come segno che resiste al tempo senza corrosione possono, di volta in volta, se li caviamo dai contesti e dagli inquadramenti rigorosi entro i quali devono considerarli gli specialisti, servire dunque come speculum (uno specchio delle brame non risolte) riflessivo anche per noi, che ogni giorno ci scontriamo col basso calore dell’esistenza, col suo eterno (continuo) frignire e altalenare fra deliri lucidi, strepitose fantasie, angosce che spesso non si possono neanche dichiarare, piccole speranze, gioie rapidissime (o piuttosto sussulti di una felicità non meritata). Ed è con riferimento più esplicito allo scrittore della Monarchia che si possono desumere dati ed elementi integrativi più rigorosi per rapportarsi al problema della politica; cogliendo proprio il momento in cui Dante si dichiara, in modo più scoperto e diretto, legato e coinvolto alle cose del mondo. Così che la sua descrizione delle cose pensate diventa una grande illustrazione allestita nel sovrumano (e postumo) silenzio della storia. Qualcosa di epico e di terrificante che da i brividi, nonostante il procedere cauto, anche un poco astratto, proprio di chi pensa quasi respirando le parole dentro all’aria del tempo: Nunc autem videndum est quid sit finis totius humane civilitatis (Libro I, cap. III).

Dunque. Il principe (o l’imperatore); anzi, l’imperatore (o il principe) è lì e invade; o si appresta a farlo. Invade qualcosa. Sempre. Una terra completa da mare a mare, una montagna, una città che ribolle, una nazione prepotente e orgogliosa (o soltanto ricca). Circondato dagli eserciti egli è grandioso, terribile. Per destino ormai segnato e convalidato egli dovrebbe portare, nella speranza di tanti, sempre e solo pace e giustizia. E invece, per la delusione di tanti, dietro le sue insegne in movimento ridono bevono imprecano teschi di uomini destinati al massacro, mentre cominciano ad alzarsi i fuochi degli incendi. Insieme ai quali si diffondono le tavole lungimiranti di nuovi e buon governi – che però fra le righe o sotto le righe nascondono soltanto frenetiche e rinnovate avidità, appollaiate come ombre dietro lo splendore della forma. E nei momenti cruciali accade che anche l’occhio dell’imperatore esprima soltanto una lucida e inesorabile atrocità. Ma sia i teschi degli uomini destinati al massacro in battaglia, sia il grande imperatore oltremontano che le bandiere al vento coprono (o difendono) da un sole forsennato, sia i cittadini asserragliati nelle città assediate, sono esseri animati da un triplice «fiato» di vita (il vegetativo, l’animale, il razionale), quindi di necessità debbono percorrere una triplice via. La via dell’utile (per l’anima vegetativa), la via del piacere (per l’anima animale), la via dell’onestà (per l’anima razionale). Ed è quest’ultima via privilegiata, coinvolgente la morale, piena di fulgori e dolori e autentiche fatiche, che associa tutti gli uomini alla natura angelica; e li fa in qualche modo degni dello sguardo non distratto di Dio. Così anche nella Monarchici è subito resa esplicita la professione ansiosamente perseguita di volere e dovere appartenere al regno dello spirito – dove miseria del mondo e splendore della speranza si uniscono per inverarsi nell’unica e infinita verità divina. Ma uno spirito tuttavia che non chiude gli occhi sul mondo, se sostiene con chiarezza et humanum genus potissime liberum optime se habet («il genere umano si trova nella condizione migliore solo quando è libero completamente»).

La Monarchia dunque è. Stabilire gradi e qualità, misura e durata, potenza e imponenza – o altre simili connotazioni interne ad essa, che ne formano lo specifico – è compito serio e grave di chi si interroga per ansia inesorabile o per scrupolo morale sul mondo e sugli uomini; cioè al filosofo (oggi diremmo, in un senso allargato e appena più tollerante, all’uomo di cultura); ma la sua presenza determinante, l’ordine del suo essere, la sua necessità non sono contestate. D’altra parte ogni uomo vive per arricchire di poco o di molto il suo tempo e il mondo (per il futuro) col contributo delle sue azioni. Il suo operare, dunque, è prevalentemente di ordine morale. Perciò anche la penna (l’atto della scrittura che comunica) non può essere un’arma ma un ricettacolo da cui distillare parole sublimi che feriscono come spade angelicale. L’edificazione è impegno (compito) più glorioso urgente difficile, perciò necessario, della convinzione. Il martirio perciò è più straziante ma anche più edificante, nella sua esemplarità consumata in solitudine, di una morte nel giusto impegno della lotta sul campo; cioè nel momento in cui il nemico infierisce. La realtà è inferiore alla sua immaginazione o alla fantasia del suo divenire. L’ordine politico è una necessità che consegue alla fragilità dell’uomo, il quale ha bisogno (così ci dicono da sempre) di «ordinarsi» (collegarsi) per non perdersi. La società è una aggregazione di individui che si sono cercati, per salvarsi non da una solitudine – che sarebbe soltanto privata – ma dallo smarrimento della ragione. la comunità – l’ordine sociale – si assume quindi la debolezza dell’individuo, lo fortifica e lo riscatta dalla morte. Non lo punisce ma lo giustifica. Contemporaneamente lo investe dell’obbligo di cavare da sé tutto ciò che è possibile perché sia dato agli altri, nel senso di un beneficio dovuto ma non obbligato, di un servizio compiuto per il mezzo di opere fatte scritte dette; o anche solo pensate. L’uomo in ogni occasione deve agire per gli altri come impegno di vita dettato da Dio.

La Monarchia, se è benedetta da Dio, quindi se non è messa contro Dio; se è con la Chiesa quindi se non è contro la Chiesa; si identifica come il ricettacolo grande, il vaso elettivo entro cui versare sia il fervore iniziale sia l’insistenza nel cammino, sia il risultato finale di questa azione continuata, di questa volontà di agire a servizio degli altri.

Ciò determina un moto che unisce il simgolo alla collettività e una alternanza continua fra i frutti da dare e quelli che possiamo attenderci di ricevere. In quanto il progresso spirituale e la ricerca di sé è alla base della vita dell’uomo, in ogni momento, per raggiungere Dio – faro di luce tenuto acceso dalla fede ma anche dalla speranza della fede. Dio è l’occhio che vede e aspetta. L’occhio competente e sorridente. Spesso anche l’occhio ammonitore, perché balugina saette. È il sole che irradia; un cupo aquilone; il moderatare invisibile del mondo; suscitatore di fremiti, brividi, speranze.

So bene che spremo il limone per un uso del tutto privato; ma dentro a queste pagine ci sguazzo come un pesce rosso nell’acqua; con un divertimento che forse è anche nevrotico, io credo, quasi mi si scaricassero in corpo tante piccole accensioni. L’opera mi ha sempre impressionato come se fosse una donna bellissima, già invecchiata, raggelata dentro a una maschera tirata, quasi mortuaria (a parte gli occhi); ma che per certi guizzi repentini, per un sorriso strisciato e improvviso quindi imprevedibile, per un lampeggiare di denti o per una tenerezza del ricordo pescata come una perla dal fondo del cuore e allungata sul palmo di una mano; per questi laceranti impulsi di vitalità riuscisse a turbare – nonostante tutto – i sensi e il sentimento del lettore. Per me era stato Edwards Amstrong a farmi notare, molti anni fa, che sono avvicinabili Monarchia e Il Principe; anzi, che è naturale avvicinarle; rappresentando i due grandi ideali politici prodotti dall’Italia a partire dalla caduta degli Hohenstaufen fino alla dominazione spagnola; benché l’Italia non sia mai stata capace, se si lascia da parte Venezia, di rendere concreto un assetto politico duraturo. Il quale ahimè dovrebbe essersi invece consolidato, a parziale contraddizione del già detto (lo scritto di Amstrong è di circa un secolo fa) con l’unità di Roma capitale. Ma intanto, e per un piccolo e pronto riferimento, la nostra Repubblica ha la stessa carica ideale della monarchia dantesca? Può, oggi, essere (tanto per dire) tale e quale una ipotesi che realizza l’individuo, trasferendolo dai gorghi striminziti e infernali di giorni che non hanno riposo? Essere quindi una ipotesi totalizzante di vita? Una carica di folgori spirituali che rimandano nei grandi momenti a un qualche dio che riassume ogni cosa e la coordina, lusingandoci anche dopo la morte? o anche solo per il corso della nostra vita? No, oggi tutto è cambiato e naturalmente tutto è diverso (ma tutto è, anche, manchevole). Nei nostri tempi, intanto, ogni identità è scomparsa. Né sussiste la speranza di mettersi in moto per rintracciarla, in quanto sembra scontato che ogni ricerca è stata ormai esperita e consumata; ogni conclusione tentata. Gli addetti ai lavori ci ammoniscono che le grandi utopie giacciono afflosciate nei prati come mongolfiere incendiate; sicché la nostra mente sembra vuota della speranza di potere ottenere un assetto politico finalmente diverso migliore e duraturo (un utile tendone che ci potrebbe sul serio riparare quando in Italia nevica). È indiscutibile che al tempo di Dante nevicava; e che nevica tutt’ora ma con una continuità che fa della notte giorno. Eppure quello di sperare (di volere o essere costretti a farlo) sempre in qualcuno piuttosto che in se stessi (con durezza ma anche con chiarezza autopunitiva) è stato il cappio della nostra storia attraverso i secoli. Ancora adesso stentiamo a contare solo in noi stessi, con l’insistenza e la determinazione che l’impegno comporta; mentre troppo spesso abbiamo gli occhi rivolti alle spalle degli altri. Che spiamo con occhi inquieti e da cui speriamo la fine dei nostri mali e generali salvezze. Inoltre c’è anche un vuoto di protagonisti, di personaggi che partecipino dal di dentro al dramma politico che ci angustia – e che lo documentino interrogandosi e aiutandoci a pensare. Noi viviamo dentro a una violenza senza ordine, a una violenza disordinata, fra torbidi orrori; e i personaggi al vertice delle fiaame – quelli che detengono il potere di aprire e chiudere le porte, ogni sorta di pertugi e d’entrata – sono “morbidi, selvatichi e ’ngrati siccome gente venuta in piccol tempo in grande stato”, secondo la discrezione che il Compagni fa dei Cerchi. E poi abbiamo imparato inoltre, tanto da non sgomentarci né offenderci più, che tra fratelli l’odio è più duro, più lungo, più difficile. E se poteva essere vero che Arrigo, a cui Dante fa riferimento come portatore di pace e giustizia (a sollievo del mondo incatenato dal male), era diverso da tutti gli altri petenti del suo tempo – in tanto la sua vita non era in sonare, né in uccellare, né in sollazzi, ma in continui consigli, e a pacificare i discordanti e assettare i vicari per le terre – oggi tali luci da orbare e da disarmare o rimirare, con tanta tenerezza di segni lungimiranti e giusti, si sono spente. Eclissate. Io, per me, la prendo per una fortuna; per una grande fortuna; tuttavia perigliosa; in quanto ci ha anche, e di molto, disorientati. Per la prima volta, da mille anni, non ci è un imperatore pronto a un fischio al di là delle Alpi; né un libro che ci caschi sul tavolo, a un nostro cenno, smuovendosi dallo scaffale (un libro di sacri testi, mi intendo, sempre da citare).

Ma dopo avere appuntato per nostro comodo i limiti della attuale miseria e della grande ma non ancora goduta fortuna (quella cioè di non avere parenti da accompagnare, di volta in volta, al cimitero), conseguono ancora alcuni dubbi, alcuni scrupoli, alcune domande impellenti; tali e quali le seguenti: è vero fino in fondo che il palmo della nostra mano non stringe più neanche una mollica? o non c’è in giro ancora qualche frustolo ideologico che può continuare sia pure traballando a sorreggerci, come una trave in mare? una piccola verità vagante? una esiguissima fede da farci contrire? e infine, è proprio vero che la folta barba di Marx, di color bianco rossiccio, è per intero bruciata? o non abbiamo usato la scopa, per tutti i meandri di casa, con troppa precipitazione? Sì, certo, il mondo sembra fissato in una gelida rapacità che ferisce; i pensieri appena più prolungati sbattono contro le montagne come coltelli. Eppure il mondo, simile a un antico muro di fortezza, è incrinato ma non ancora spaccato; tantomeno è diroccato. Allora, intanto, rivediamolo per un momento questo Marx che non prometteva avventure in terra né si proponeva come l’archetipo della sapienza e della forza insieme. Che non era Arrigo né Bonifacio, ma neanche rivisitava il mondo sotto la vela aristotelica per salvarlo; piuttosto navigava in tempesta con una barca neanche calafatata e ogni tanto poteva dire: chi si dispone a pensare per necessità o per volontà il mondo diverso, idest esercitando il proposito di cambiarlo, può salire in coperta. Non si promette di arrivare in porto ma, come si vede, lo tentiamo nonostante la maretta. Questo Marx induceva dunque (e piuttosto) a pensieri molto inquieti, strisciati nel fango delle campagne e delle periferie, poco splendidi anzi molto faticosi. E forse questa mancanza di immediato splendore nelle cose proposte – dove la fantasia poco ci entrava – l’ha fregato, per il momento; insieme al suo dover puntare su una milizia formata da uomini – in apparenza – senza qualità. Essi infatti per lo più puzzavano. Mentre l’uomo di Dante anche quando deambula per foreste e sentieri, incalzato da un suo segno dentro al quale danza la verità, sembra sempre azzurro e benedetto, vestito con abiti curiali, tuniche bianchissime tolte al bucato del sole; insomma, egli è salvato anche dalle apparenze. Marx invece, fino quasi a ieri, ha proposto una fiducia senza domande (era dapprima una fiducia, non una fede). Questo è il nodo. Un pellegrinaggio senza soste per dormire – con mancanza di relativo segno di cose sperate. Gli occhi dovevano stare, di continuo, aperti. Trattavasi di realtà non di utopia; si voleva non si aspettava. L’ampiezza, la tensione complessiva del progetto tendeva a smorzarsi, e infine si è impattata, contro il grigiore dei giorni; la ripetitività dei giorni e anche delle conseguenti delusioni. Non ha potuto avere (o essere) epopea. Ma solo sangue e nebbia. Non tendeva alla libertà ma alla salveaza dalla realtà; così dentro alla realtà che non si è salvato. Come un uccello di palude, che non ascolta il richiamo del vento, ha inumidito le penne dentro la pozzanghera dei giorni.

È solo una mediocre e scialba metafora? Forse. Ma in ogni caso, nel grande e tragico giuoco di questo destino cercato, sono stati coinvolti uomini duri e determinati – sia in quegli anni lontani sia da noi, fino ad ieri. Uomini come Dante o come Victor Serge. Fare le cose. Applicarsi ad esse con un furore quieto che è spinto solo dalla morale. Entrare direttamente dentro al moto del mondo. Certo, Dante che in seguito scese fino all’inferno, in un viaggio tremendo e straordinario compiuto contro la morte, si iscrisse all’Arte dei medici e speziali (l’unica a lui consentita) dopo l’accordo del Popolo Grasso con i Grandi, spinto in modo determinante alla politica attiva dal desiderio, direi dal bisogno di soddisfare forti ambizioni; e la politica è stato sempre il mezzo per primeggiare. Ma l’agire politico chiede (almeno ai migliori) l’applicazione di alcuni principi fermi al servizio di scelte di vita e di cultura; così Dante, essendo Priore (per i due mesi dovuti e nel giugno del 1300), con durissima intransigenza patì il dramma di mandare in esilio Guido (Cavalcanti), con altri. Un esilio che significava quasi la morte fra le febbri malariche della maremma di Sarzana. E fu davvero la morte. (Commenta un biografo moderno: complessità della vita e crudeltà della politica). Un uomo contro un uomo, per ribadire proporre difendere una scelta di giustizia che sembra tale a chi la detiene, e al di sopra delle parti. Guido ebbe il condono il 15 agosto ma tornerà a Firenze per morire (per trovare pace=quiescere) il giorno 29. Questa durezza di rapporti, questa intransigenza, è ben moderna, spietata e ancora in atto; e dà i brividi. Quale giustizia? quella dell’imperatore contro il papa? quale diritto? quello del papa contro l’imperatore? Per quale lucida violenza delle idee? Un amico contro un amico, fino alla morte. La tenerezza, direi la spirituale tenerezza da agnello di Guido in questo momento della vita intenerisce anche i sassi. L’arroganza inflessibile del vincitore, al contrario, indurisce i contrasti e propone contraddizioni ben nette. E io credo che la terribile (sembrerebbe definitiva, in quel momento) arroganza di Dante sia moderna, assolutamente. Anche perché la pagherà poco dopo con un conteggio totale: l’esilio, la condanna a morte non solo a lui ma agli eredi, un girovagare fra castelli, borghi, città, selve che durerà tutta la vita. Queste feroci contrapposizioni non sono state protagoniste anche all’interno della sinistra «reale», quella cioè che pagava i propositi e i progetti con la vita? Basterebbe, appunto, rileggere le memorie di Serge per una conferma. Ecco quindi con Dante, e come fosse un nostro contemporaneo, un esempio meditato e da meditare di un intellettuale in rapporto con le istituzioni. Disponendosi a lavorare sul reale, il quadro possibile è questo: diaspore atroci, intransigenza morale che ferisce gli altri e non può alla fine salvare nemmeno l’autore. Eppure tutto ciò che è fatto, in quel momento sembra bene; e sembra che non potesse essere diverso.

Mi permetto questi modesti raffronti, certo approssimativi ma non credo scriteriati, appoggiandomi per un esempio anche alla lucida intelligenza del Gregorovius, un autore che leggo e rileggo, il quale sostiene che “Roma è l’unico luogo dove i fantasmi del passato non svaniscono mai”. Per riportarmi ancora una volta alle nostre faccende. Roma, cioè l’Italia; ancora paese e non ancora Stato – come ai tempi di Dante. Con Bocca e Ronchey che scrivono per i contemporanei il loro pataffio o il loro tesoro; e con il quadro del movimento del mondo disposto secondo gli eventi, in una omogeneità che non finisce di sorprendere. Forse è per questo che personalmente credo siano ancora in atto alcune verità, le quali possono consolare dentro alla fatica dei giorni; e per le quali non mi sembra sia ancora venuto il tempo di buttare la spugna. Dante ha penato a lungo prima di risalire il paradiso; avendo dovuto discendere in un profondo inferno con viaggio interminabile. Perciò, a chi dice (o ci ripete monotonamente) che è arrivato il tempo di badare solo a se stessi e che tutte le barbe sono state bruciate – e si deve ormai lacrimare o esultare sul privato soltanto – sento che e si può rispondere: aspettiamo un momento; poi chi vivrà vedrà.

E in questa conclusione, per respirare alto, leggiamo la lettera all’amico fiorentino: “se per nessuna di tali vie s’entra a Firenze, io in Firenze non entrerò ma più”. Dante peregrinava da lustri e lustri come un cervo a volte, a volte come un cinghiale. Ma era, ci raccontano, un animo alto e disdegnoso molto. Proprio come un Serge del secolo ventesimo. E rigore morale e disdegno si dovrebbero ricominciare ad assumere, come uno zaino per il nuovo cammino. Perché gli uomini non siano crudeli piuttosto che giusti ma giusti nella vera giustizia; che non è quella parcellizzata e tralignata che ci vediamo intorno, lusingata insanguinata frastornata – tutto, tranne che silenziosa. Volendo sul serio il mondo non migliore ma diverso, da tutte le parti ormai abbiamo spinta ed esempio per volerci addentrare in un mare senza sangue. Senza la viltà di farsi gloria della VERITÀ.

 

 

 

Il piccolo Hans, n. 45, gennaio-marzo 1985.

 

 

 

Lunedì, 03 Giugno 2013 16:42

Gioventù di un poeta

Il liceo Galvani in via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in via Farini, con Otello Masetti (il caro Otello) allora capo commesso; lì ci si trovava a parlare e a cercare i libri di poesia in tiratura limitata che via via si pubblicavano in giro. Da Cappelli capitava Antonio Meluschi, che è stato il primo vero scrittore incontrato; dopo, abbiamo conosciuto bene anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria povertà per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre così liberi nuovi giusti (e umani) a incontrarli, anche nella loro casa di via Mascarella. Dunque Otello Masetti, con la sollecitazione di Meluschi che ci consigliava, mise in contatto il nostro gruppetto (quello che studiava al Galvani, che si ritrovava da Cappelli e incontrava Meluschi) con un delizioso uomo che vendeva e vende ancora libri vecchi in una bottega di piazza San Domenico al n. 5. Fu in quel posto e per queste vie che Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Luciano Serra pubblicarono a loro spese i quattro libretti per i «tipi della Libreria Antiquaria Mario Landi». Copertina semplice e bianca, tranne quella di Leonetti che la scelse giallina e bordata.

Poesie a Casarsa di Pasolini hanno la data di pubblicazione del 14 luglio 1942 e si stamparono presso l’Anonima Arti Grafiche di piazza Calderini, diretta da una persona di grande esperienza professionale e di grande umanità, il signor Tamari. Erano 300 copie numerate, oltre a 75 fuori commercio destinate ai critici. Il libretto, di 48 pagine, era dedicato A mio padre e si apriva col verso già allora nuovo e diverso: Fontàne d’àghe dal mè pais (Fontana d’acqua del mio paese / Non c’è acqua più fresca che al mio paese / Fontana di rustico amore). Nella ristampa del 1954 in «La meglio gioventù» anche questo verso è cambiato: Fontana di aga del me paìs.

Da allora non ho più rivisto Pasolini fino al ’55 quando abbiamo avviato «Officina»: dopo la fine della rivista, nel ’59, l’ho visto ancora quattro o cinque volte ma negli ultimi dieci anni non l’ho più incontrato. Con questo voglio dire che ho avuto una sincera amicizia di giovinezza con Pasolini, anche insieme ad altri, ma che fin d’allora era piuttosto un incontro culturale che un rapporto di sentimenti; e infatti entrambe le volte, quando la tensione nel fare si allentò o fu conclusa, ciascuno riprese la sua strada. Non ero suo compagno di classe; Pasolini stava con Telmon, Bignardi e altri; al Galvani o intorno al Galvani non me lo ricordo; ci si trovava altrove a camminare e più spesso a casa sua. Abitava con la madre e il fratello un appartamento in via Nosadella davanti ai Sordomuti (una tipografia); e lì, insieme anche a un altro suo compagno di classe, Manzoni, facevamo teatro, recitavamo. Gli irlandesi, soprattutto Synge: Cavalcata a mare e Il furfantello dell’ovest; leggevamo, imparando, nella buona traduzione di Linati. Si saliva di volta in volta su una panca o una sedia, contro un muro in fondo a un breve corridoio; non ricordo mai con noi il fratello giovane.

Ma invece qualcuno potrebbe ricordare e descrivere, proprio di quel tempo, una leggendaria camminata notturna per i colli (io non andai), alla quale parteciparono in tanti di noi, dalla sera al giorno fatto; preparata per tempo, fu oggetto dopo di prolungati racconti.

Posso dire che Pasolini era nel fare le cose che ci interessavano, cioè prosa poesia critica, subito bravissimo; aveva una straordinaria tranquillità e rapidità nello scrivere che non finivano di stupirmi; e cominciò subito a prevalere, su noi che tentavamo, con la straordinaria invenzione del dialetto colorato (come mi sembrava), cioè di una lingua esasperata sentimentalmente ma con tanto trattenuto pudore (una lingua abbastanza celestiale, nel senso giusto) da renderla nuova e diversa, cioè vera e originale. Contini, che allora era in Svizzera e ricevette il libretto, ne fu conquistato. Io la ascoltavo come una lingua «in costume», molto aristocratica, trattenuta al massimo grado di tensione da una sofisticazione culturale così raffinata da renderla alla fine morbida in un modo lancinante.

Così arrivo al ricordo che ho sempre tenuto vivo nel corso dagli anni. Siamo ai giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato: fra lo splendore giallo di sole e di erba s’alza un profumo compatto, molto padano, del fieno falciato, a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e là. Noi tre seduti (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista da fare, che vogliamo fare, che dobbiamo fare. Il nome già proposto è «Eredi». Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante da fare; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Quel profumo e quel sentimento segnano il corpo, si incidono nella memoria. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, ci guarda, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: Hitler ha invaso la Russia. È il 22 giugno del ’41 e noi eravamo, in quel momento della nostra giovinezza, fuori dal mondo.

 

 

 

Bologna incontri, anno VI, n. 11-12, novembre-dicembre 1975.

 

 

 

Lunedì, 03 Giugno 2013 15:08

Nuova poesia in forma di rosa

In uno dei petali della sua Nuova poesia in forma di rosa (1964), Pier Paolo Pasolini dedicò a Roberto Roversi questo breve ritrattino:

 

 

Nel terzo

petalo odoroso si contempla

ROVERSI, come un monaco di clausura

diventato pazzoche cerca una clausura nella

clausura, per rifare di nuovo il cammino già fatto,

senza notizie biografiche, cicala nel sole della tomba,

a trasformare livore in malinconia – comunque

quella è la sua vita, e della sua vita

i suoi versi sono testimoni

che hanno senso in con-

testi di dolore

nero.

Lunedì, 03 Giugno 2013 11:17

La tombola in piazza

Questi testi accompagnano la tombola” mimata e cantata dal gruppo Teatro della Valdoca di Cesena.

 

Indice

 

1) I numeri della tombola

2) Indovinelli per la tombola

3) Proverbi

4) Comizi volanti

         1. Che giorno è oggi

         2. Il monumento ai caduti del ’15-’18

         3. Viva la bicicletta

         4. C’è il diavolo?

         5. Il futuro

         6. Sulla pensione di invalidità e vecchiaia ai poeti

         7. La Rutelli

         8. Annuncio per la radio

5) Prologo alla tombola

 

 

 

I numeri della tombola

 

11 È il numero treno, il numero Settebello, il numero che parte, il numero che va via, il numero che non ritorna. È un bel numero tutto pulito e rifinito che può fare il giro del mondo. ma non è un numero rotondo e non può tornare indietro, come ho detto. È un numero magro e allegro. È il numero di due fratelli del cuore o di un giovane e una ragazza che camminano insieme ma non si tengono per mano perché non vogliono fare l’amore.

 

23 Questo sì che è il numero dei re. Può fare cinque volte la salita dalla terra alla luna. È un vaso con i fiori e colori colori colori e buoni odori anche se uno volta la schiena all’altro che lo prega. Ma non è per dispetto ma solo per guardare fuori dalla finestra la luna. È un numero che porta fortuna e sta seduto alla fine del mese. Verso la fine del mese, con cautela.

 

28 Il numero ha ritrovato gli occhiali ma non sono occhiali da ministro. Sono piuttosto occhiali ribaltati per guardare da vicino lo scarabocchio di un bambino o la matassa rotolata da un gattino. È il numero in cui uno svolta a sinistra e l’altro tira dritto verso l’autostrada del Sole. È un numero che non pensa ad altro che a taroccare… ma mentre cammina, e prima di dividersi, riesce anche cantare.

 

33 Sono due gobbi e fratelli siamesi visti di profilo. Vicino alla porta di casa guardano l’arcobaleno che s’apre come un cocomero. Sono due ma riescono ancora a sopportarsi, a interrogarsi, a parlare. Ma non riescono a guardarsi negli occhi. Non camminano mai. Hanno solo la pazienza di osservare, uno sopra la spalla dell’altro, il giorno che si prepara a ballare. Volendo, si potrebbe aggiungere che hanno qualcosa di tragico, di storico.

 

6 Un uovo cotto a metà. Una cosa che cade a testa in giù. Il gancio per la cravatta o per l’impiccagione? La scorza di un limone attorcigliata per fare la marmellata? Non vedi, vien voglia di gridargli, non vedi che stai dormendo sulla testa e non sui piedi? Dai, rimettiti dritto, torna normale… Ma lui risponde: non posso, non posso, se voglio restare me stesso.

 

44 Due vele nel mare quando l’acqua era pulita pulita. Due mezze tende nelle stanze per ripararci dall’estate. Due numeri innamorati e gentili. Guarda là, dicono, come giocano bene le ragazze sul parto; sembrano pazze d’amore. Chi ha il cuore di avvertirle che devono ritornare? Due numeri uguali alle bandiere dei samurai quando decidono di combattere. Due numeri che ammoniscono: non restare mai solo.

 

50 Con questo numero si canta, a bocca spalancata. È il do di petto del tenore. E se cantare non è peccato e neanche reato, questo numero canta tutto solo, con un grande lenzuolo aperto lì vicino. È un numero piccino, è un numero da poco. Sembra un topo, anzi un topolino addormentato al sole. Chi lo vuole?

 

59 Piove piove. Piove sulle mani, poi viene il sole e la pioggia scompare. Resta la voglia di ballare. Ma entrambi i numeri sono stati feriti alla testa durante i primi giorni della fiesta a Pamplona; feriti da un toro che era scappato. E loro non hanno saputo neanche scappare. Oppure, in un modo grottesco, per fare presto, correvano su un piede. Un piede solo. E il toro, con le corna, li ha centrati a volo.

 

66 È meglio il primo o il secondo di questa coppia normale? Non dico altro. Basti pensare che io li sto a guardare e non riesco a decidermi. Perché uno solo di loro? Perché questo e non quello? Che male mi ha fatto? Queste budelle al gatto proprio non le voglio dare. Sono due ruote di scorta o due pietre del focolare. Due ciliegie appena raccolte, ancora calde di sole. Parole, parole, parole, per dire le cose.

 

81 C’è il tondo rotondo, c’è il magro. Chi tende a ingrassare, chi tende a fuggire. Uno è lungo, l’altro è corto. Due finestre per lasciar vedere il panorama e un uomo allampanato che si stringe la mani per il freddo. Questo uomo è tutto raccolto fra sé, non riesce né a piangere né a scomparire. Suona una tromba nel deserto. L’amico grasso lo sostiene un po’, lo guarda un po’, gli mormora due parole poi ritorna ai suoi pensieri e l’abbandona.

 

88 È un numero di cioccolata ma non è un numero discreto. È nero, proprio come due uova pasquali con il nastrino. Stanno insieme con piacere ma senza guardarsi mai. Passeggiano adagio per il corso. Mangiano solo un panino per non ingrassare. Dicono che fa male fumare. Sono curiosi e molto parsimoniosi. Hanno paura di invecchiare.

 

90 Basta solo una parola… la parola che uno stringe in gola… per definirlo. O raccontarlo agli uccelli. Ma io sono come l’albero di fico, che è un albero traditore. E questa parola intera non la dico. Intanto non è il sei, se vi può servire. Aggiungo che è la ruota di una bicicletta con una suora in sella… o è una vecchia befana arrivata con la scopa insieme al vento di tramontana. Se fossi in treno, sapendo aspettare, sarei arrivato alla fine della corsa. Prenderei la mia borsa e via. Ma invece non mi arrendo. Così non scendo.

 

 

Indovinelli per la tombola

 

1) Tu ce l’hai e io l’adopero (il nome)

 

2) Ho una stalla di cavalli bianchi

e uno rosso che scalcia a tutti quanti (i denti e la lingua)

 

3) Cammino in campagna e non sono un pellegrino

porto la sega e non sono un falegname

batto le ore e non sono campanaro

porto gli speroni e non sono un cavaliere (il gallo)

 

4) Cosa vuol dire “mettere le barbe al sole?” (morire)

 

 

Proverbi

 

1) Rèmin da navighê / Cesena da cantê / Furlê da ballê / Ravena da magnê /

Lugh da imbrujê / Fenza da lavurê / Jémula… da fê l’amor.

(Rimini da navigare / Cesena da cantare / Forlì da ballare / Ravenna da mangiare /

Lugo da imbrogliare / Faenza da lavorare / Imola… per fare l’amore).

 

2) Piò che la zenta i pê santòcc in piò i v’fòt.

(Più la gente sembra tutta casa e chiesa e più vi imbroglia).

 

3) Ignia chìlz e’ manda avanti un pass.

(Ogni calcio manda vanti un passo).

 

4) Cavêss la sed cun e’ parsòt.

(Cavarsi la sete col prosciutto).

 

5) Al busì deti ben a gli è coma al varité.

(Le bugie dette bene sono come verità).

 

6) Clù che là e’ scurgareb e’ bdòcc par vendar la pêla.

(Quello là scorticherebbe il pidocchio per venderne la pelle).

 

7) Brusê e’ cumò par vendar la zendra.

(Bruciare il comò per vendere la cenere. Cioè fare affari senza usare la testa).

 

8) Chi ch’a n’ s’inzegna u n’ s’impregna.

(Chi non s’ingegna non guadagna).

 

9) I quatrèn j è coma i dulur, chi ch’j ha i si ten.

(I soldi sono come i dolori, chi li ha se li tiene).

 

10) La furtuna l’è fata a cavéj, la s’insteca int e’ cul a quest o a quej.

(La fortuna è fatta come un cavicchio, si ficca nel sedere a questo o a quello).

 

11) Quand ch’u s’ zuga u n’ s’ sapa.

(Quando si gioca non si zappa).

 

Comizi volanti

 

Che giorno è oggi

 

Una stecca di torrone, pronta cassa, a chi mi sa dire subito subitissimo che giorno è oggi… Quale giorno si rappresenta sotto questo giorno… È rappresentato il gatto? il nano Baconghi? o Mariolina la calva, che digiunò centoventi giorni senza morire, trent’anni fa, qua dalle nostre parti?… Oppure c’è dell’altro, che ci cova sotto a questo giorno che ha dieci code?… Eh, nessuno parla, nessuno fiata?… Allora per principiare a riscaldarci, e tanto per dire, facciamo un discorso fra noi… come si fa per le corse, proprio per sciogliere i muscoli… Cominciamo col dire che questo è un giorno d’aprile… È un giorno d’aprile e non è un giorno di maggio… Se fosse un giorno di maggio non sarebbe un giorno d’aprile, si capisce, e il nostro, il mio discorso sarebbe diverso… Tutto diverso… e noi dovremmo interrogarci sopra un giorno di maggio… Perché maggio è il mese delle rose mentre aprile ogni giorno un barile… quindi maggio è un giorno, no, è un mese di sole e aprile invece è un mese bagnato… Zuppo… E anche questo giorno, dato che è d’aprile, è un giorno bagnato… È bagnato? Guardate un po’ voi… È un cielo azzurro? senza nuvole? col sole? o piove a catinelle? Ma io dico… statemi a sentire… dico che dentro a questo giorno ci dovrebbe essere un ricordo… un lungo ricordo e qualcuno dovrebbe ricordare… Ah, aspettate! Siro Buvalelli potrebbe essere qui a ricordare …ma ricordare che cosa io non ve lo voglio dire… dovete arrivarci da soli, un poco per volta… anche se la memoria è corta…

Cosa? cosa dice quell’uomo laggiù?… Che oggi è il giorno in cui si dovrebbe seminare il radicchio? Eh, no, non va bene… Sì, magari oggi è il giorno per i radicchi ma io vi chiedevo un’altra cosa… Volevo spingervi a un altro ricordo… Un ricordo di necessità… Direi quasi un ricordo di dovere… Sentiamo qualche altro… Tu, ragazzo, sai dirmi qualcosa, per vincere il torrone? No? Dai, sforzati… fai uno sforzo, almeno… Cosa dice quello?… Che è il giorno in cui gli italiani sono entrati in Addis Abeba?… Sbagliato… Sotto un altro e vediamo se ci piglia… Ecco, quella nonnina là in fondo che alza la mano… Venga avanti, avanti… venga vicino al microfono… Dica, su, che giorno è?… Come?… Ah giusto, giustissimo… Finalmente! Parli pure a voce alta… No, lei parla e io ripeto ad alta voce.

Dunque: oggi è il giorno 25, il giorno venticinque d’aprile e i tedeschi non c’erano più perché erano entrati i partigiani e così il brutto terribile della guerra era passato e tanti ragazzi tornavano felici. Ma in questo giorno in cui la gioia era tanta e tanta era la speranza Gaetanino che era mio nipote lui non ritornava con gli altri perché morto era… ucciso da una mina negli ultimi giorni… nelle ultime ore… E così è il destino, non bisogna lamentarsi… C’era tanta speranza quanto grano e i ragazzi e le ragazze si tenevano per mano… Era davvero una grande cosa di felicità… Perché la volete dimenticare?… Oggi è il giorno del 25 aprile e io ho ottantasei anni e il giorno del 25 aprile di quando i tedeschi non c’erano più e entravano i partigiani io sì che ero tanto più giovane e camminavo svelta dentro la mia sottana… Io non l’ho dimenticato mica Gaetanino e non ho dimenticato mica i ragazzi che pendevano dai rami qua in Romagna in quegli anni che sembrava che il fuoco e la cenere camminassero dentro agli occhi della gente… Quanta bella gioventù è andata perduta… è andata perduta… Ma ecco che mi viene da piangere e non posso più andare avanti… Chiedetelo a un altro… Chiedetelo a un altro…

 

 

Il monumento ai caduti del ’15-’18

 

Credo proprio che questa cosa era da dire prima o poi… E magari la dico adesso, dentro a questa occasione di festa. Così nessuno si arrabbia… Tanto, non si può nasconderla come si fa con il bisogno dei gatti… E anche se volessimo, dopotutto, la cosa, la chose come dicono i francesi, non si potrebbe nascondere perché non c’è più polvere in giro… e non c’è più cenere. Non c’è più niente di niente per nascondere le cose se non la carta dei giornali… Dentro a quella carta tutte le cose stanno nascoste… Ma oggi io non ho carta e così la cosa devo buttarla in giro… Beh, stavo dicendo che non c’è più polvere e cenere, in giro… Tutto è liscio e pinto che sembra lucidato da poco… e le strade si possono leccare con la lingua, come un gelato alla crema… Anche Imola, datosi che noi siamo a Imola?… Anche Imola, sissignori… anche Imola, doce doce come zibibbo di Pantelleria… sta Imola piccina piccina che fa venire voglia. Col suo autodromo, le sue acque tisane, i suoi mulini a vento, le sue porcellane, le sue nuvole che sembrano quelle di Raffaello e con la puzza di mare che viene da Rimini… Pardon, che viene da Ravenna… Ma lasciamo perdere. Io divago… divago sempre e così perdo il filo… Perché a parlare si divaga ed è inevitabile che si perde il filo… Se uno il filo non lo perde e va diritto al sodo, cosa divaga a fare e soprattutto cosa parla a fare?… Si è mai visto che uno a parlare conclude qualcosa?… Bla bla di qua, bla bla di là e poi tutti a casa a fare un sonnellino mentre le cose restano come sono… Ma cosa volevo dire? Cosa dovevo dire? Aiutatemi, suggerite… Perché parlare molto serve soltanto fra moglie e marito, come ho letto in un libro… solo fra marito e moglie; che, se non parlano di tutto, il matrimonio salta via e invece se parlano dalla mattina alla sera magari si graffiano ma poi tornano a letto insieme… Non sono io a dirlo, questo. Lo dicono i dottori, ecco. Lo dicono i dottori. Anche i dottori di Imola lo dicono… non è vero?…Ma dove ero rimasto? Le porcellane, le strade pulite, le nuvole di Imola, Ravenna… ah, ecco, ci sono… Dovevo dirvi che vi devo dire una cosa che è un poco difficile da dire ma che però è una cosa che devo dire di dirvi… È chiaro?… Trattasi di una cosa sui caduti della guerra del ’15-’18 che sono tutti eroi e naturalmente noi li rispettiamo… anzi, è giusto che li amiamo… nessuno può dimenticarli… E poi non si tratta mica dei caduti del ’15-’18, che certamente nessuno vuole dimenticarli… Io non volevo parlare di questo… non ce l’ho con loro, poverini… che mi commuovo a pensarci… Io li amo, li venero e poi neanche li conosco… Sono morti per la patria, questo so… e mi metto sull’attenti. Non mi muovo. No… È ai monumenti relativi a questi caduti del ’15-’18 che mi permetterei di spendere una parolina… Ecco, erano proprio queste cose relative ai sopracitati monumenti che mi dovevo ricordare di dirvi perché erano cosa da dire… Le ho pensate queste cose… Anzi, ve le voglio dire in fretta, tutte in una volta così mi libero e così non mi dimentico… e poi non mi vergogno, perché mi hanno anche insegnato che queste cose non bisogna neanche toccarle… Ma non voglio mica toccarli… neanche per sogno… Voglio dire le cose solo sui monumenti che ci sono in mezzo alla piazza di tutti i paesi dell’Itaglia e stanno lì con i piccioni che fanno i loro bisogni sulla bandiera e con la panchina di ferro intorno dove i vecchi siedono a prendere aria quando la stagione è buona… Ma che aria e aria se sempre ci stanno questi monumenti del ’15-’18 che rompono l’aria e rompono il vento e rompono l’ombra e neanche si vede al di là del naso perché sti monumenti sono tutti di ferro e hanno fucili e bandiere e elmi e soldati che si gettano e cantano e tutto come ho detto è di ferro battuto ed è tanto alto che sembra una montagna sul serio… Il panorama dei monti con quel coso davanti mica si vede… Capite?… Ma lor signori potrebbero rispondere… potrebbe domandare: ma cosa vuole questo uomo che vuole sopprimere difilato i caduti del ’15-’18? Cosa cerca? È forse un sovversivo? Ah, certamente è un anarchico che al posto dei gloriosi eroi ci vuole mettere a cavallo il gran pancione del mago Bakunin, il re di tutte le menzogne… Ma neanche per sogno, rispondo… questa è solo una questione gentile di vento… e di ombra dolce d’estate… La politica non c’entra… La politica non entra dalla porta e non entra dalla finestra… È solo in riferimento al meriggiare pallido e assorto, nei pomeriggi d’estate… per i poveri vecchi e le altrettanto amabili vecchierelle… Io a lor signori chiedo soltanto attenzione in merito a codesto problema… Che è un problema di vecchi… Di vecchi… E di vento… di vento.

 

 

Viva la bicicletta

 

Viva la bicicletta! Evviva la bicicletta! Viva viva evviva la bicicletta!

Era scomparsa… quasi scomparsa, ve lo ricordate?… Ci ridevano sopra, anche… Oh, quello lì va ancora in bicicletta!… Roba da bambini!… o da poveri, che andavano in giro con le biciclette nere da donna… E invece mò, la bicicletta salta fuori di nuovo… Tutti in bicicletta e a piedi, altro che auto… Vanno di nuovo in bicicletta, gli stronzi… e se la godono… perché bisogna pur dirlo, ma andare in bicicletta è un andare da re. Sì, proprio da re… Un andare da signori, voglio dire. Tanto che adesso le biciclette costano più di un biroccio d’una volta… e sono leggere leggere che neanche la bicicletta di Coppi era così leggera… Si alzano con l’indice di una mano… le ruote, poi! non hanno peso… sembra che a montarci sopra uno debba cadere col culo a terra invece quelle ti portan lontano che neanche te ne accorgi… Mah, a pensarci bene sono contento… sono molto contento, voglio proprio dirlo, che la bicicletta è tornata in cresta all’onda come una barca… Qua da noi a Imola la domenica mattina, ci sono più biciclette che uccelli così uno può anche sperare di non essere diventato vecchio del tutto… Perché io in bicicletta sono anche capace di andare a Savignano sul Rubicone o di arrivare addirittura a Sant’Arcangelo, che lì ci stanno dei poeti che scrivono delle strane favole in dialetto. Li vado ad ascoltare… e ci arrivo in bicicletta… Senza bicicletta chi ci arriverebbe a Sant’Arcangelo, quando c’è il trebbo?… La macchina non la so guidare… è difficile da imparare e vi vogliono i soldi per la benzina che costa… Va bene, che adesso che qui a Imola hanno trovato il petrolio la benzina non deve mancare e dicono che ce la daranno gratis… gratis la benzina a tutti quelli che sono nati a Imola prima della seconda guerra… perché poi ci è arrivata l’immigrazione e allora all’immigrazione la benzina non ce la vogliamo dare, perché la teniamo noi tutta la benzina, non è vero, Cristo re?… Così se diamo via la benzina a l’immigrazione è capace che l’immigrazione si prende tutta la benzina e toh! ce lo mettono nel didietro… perché l’immigrazione è furba, ve lo dico io… E l’immigrazione non va mica in bicicletta… E invece questo è il punto, che l’immigrazione dorrebbe andare anche lei in bicicletta qua a Imola e non andare in macchina, così se va in bicicletta l’immigrazione impara ad andare in bicicletta e siccome le biciclette si fanno su da noi e non al sud, ecco toh! che l’immigrazione è fottuta e se lo prende, perché deve comperare le biciclette da noi… Mentre al tempo di Coppi e di Bartali la bicicletta mica era in mano alla immigrazione… Coppi non era terrone e Bartali?… Bartali era forse un terrone?… L’immigrazione gridava forza Coppi e forza Bartali ma non sapeva andare in bicicletta… ché a quei tempi la bicicletta era una cosa da ricchi e l’immigrazione era povera in canna… cazzo, vi dico che non aveva neanche la camicia, l’immigrazione… altro che bicicletta… Ma cosa volevo dire?… Me lo sono dimenticato… Ricordo che dovevo ricordarmi di dirvi qualcosa sulla bicicletta… Ah, ecco… era proprio un grido, quasi una canzone… anzi, era una canzone vera e propria che faceva: “Mia cara bicicletta / non andar troppo in fretta / Mia cara bici / noi siam felici / quando voliamo / portati da te…”. C’era anche un’altra canzone in dialetto, che faceva: Sa vut andé a Marradi / a tor tartof par tera / prema va a far la guera / con la bicicletta / che le là in fond che aspetta / d’partir d’partir d’partir… Il grido era viva evviva la bicicletta… Perché adesso la bicicletta è tornata sulla terra dopo un lungo cammino nell’inferno… era scomparsae noi oggi la ritroviamo… Cara bicicletta zuccherino… caro cavallino di cioccolata… cara limonata… cara bambina… mia dolce Maria… poesia della vita, di tutta la vita… così leggera che sembri una pera Williams appena cavata dal frigo… cioccolata di mele, tartufo bianco, olio d’oliva, natica giovane di suora… bicicletta biciclettina mia… E poi sapete che cosa vado a dirvi? Voglio proprio dirvi questa cosa… che adesso con la bicicletta si può andare anche nella luna… Basta pedalare un po’ più in fretta e ci si trova subito nel buco nero del cielo… Si poteva pensare a ciò anche soltanto dieci anni fa? …Io me la godo perché prima di morire vedo che la bicicletta torna signora delle danze e vedo che l’immigrazione mica può fottere la bicicletta… L’immigrazione, se vuole star sana, deve farsi furba e pedalare sul serio, senza tante storie, e andare su e giù, anche la domenica… Perché anche l’immigrazione se vuole può arrivare alla luna in bicicletta… Possono prendere un tandem, se vogliono… per arrivare prima perché è furba l’immigrazione come vi ho detto… e se non state attenti, dico soprattutto a voi giovani, vi fotte in un baleno e addio imolesi, addio prestigio, addio glorie… Perché l’immigrazione non scherza e io so sul serio, da uno che è vicino a un ministro, che l’immigrazione ci sta proprio pensando di arrivarci sulla luna in bicicletta… E dopo? che figura facciamo se un napoli arriva prima di uno di noi, che stiamo a Imola da cent’anni?… Io, se capita, giuro di tapparmi in casa per sempre… non voglio sentirmi gridare dietro da un napoli che l’immigrazione ci ha fottuto di brutto… Perché capita così prima o poi, se non ci stiamo attenti… Quindi evviva la bicicletta… ma pedalare, pedalare, allenarsi, cronometrare il tempo da Imola a Savignano e ritorno… oppure da Imola a Marradi… Ma insomma fare qualcosa… perché questa bicicletta leggera leggera che sembra un sogno, con le ruote che suona, e sembra Dalla quando sospira Gesù Bambino… sta’ battona, appena arrivata se la fila con l’immigrazione e porta un napoli in orbita… Lassù nella luna, che ci guarda con un sorriso da lenza… Perché l’immigrazione, quando vuole, sa sfotterti bene… Non è vero? Eh?

 

 

C’è il diavolo?

 

Ma si può essere così matti?… Se c’è il diavolo? questo m’ha chiesto mia moglie stamattina, che c’era appena il sole… Mo dimmi sù, sai se il diavolo c’è davvero? mi ha chiesto. Eravamo ancora a letto datosi che l’ora era antelucana e l’alba sembrava lontana e io ci avrei fatto sopra ancora una bella dormitina… perché non sono poi tanto giovane adesso e dormire un poco mi piacerebbe dopo che ho fatto la guerra e la guerra non faceva dormire. Così mia moglie mi chiede del diavolo e io non capivo la sua domanda. Ripetere, le ho detto, io mica capisco a quest’ora del giorno. A quest’ora della notte, ha risposto lei. E io le ho detto: Signora, se è notte ebbene notte sia e allora parliamo di questo diavolo mentre è ancora notte. Wiligelmo, ha detto mia moglie, mi sono insognata il diavolo adesso e ti chiedo se è un sogno vero o fasullo, se devo ridere o piangere. Ma va là, ho risposto, dormi mia bella dormi e lascia che il diavolo vada in campagna… Mica è una cosa vera, mica è una cosa seria questo diavolo che entra nel sogno delle spose nottetempo… Che sia un diavolo guardone? Fai sempre lo scemo, ha detto mia moglie… la mia signora si chiama Gisa ma il suo nome vero sarebbe Adalgisa però datosi che è troppo lungo così in casa la mia signora la chiamiamo Gisa ma fuori la chiamano signora Adalgisa, perché fuori casa il nome deve essere detto tutto intero per rispetto… così la mia signora mi dice che faccio lo scemo, che quando lei parla io mi diverto a sfotterla, che era meglio se sposava Matteo che adesso ha fatto fortuna e che alla domenica la portava a mangiare gli agnolotti nell’osteria lungo il Savena che adesso non c’è più ma lui era un signore e tu cioè io sei uno stronzo che ti dimentichi sempre anche l’anniversario del nostro matrimonio e la prima notte di nozze hai pisciato nel vaso senza neanche un po’ di sentimento… La mia signora comincia a piangere e dice fra i singulti cosa si vive se si vive senza cuore, il cuore è tutto e tu più che mangiare bere e fare quella cosa non pensi ad altro e io sono molto infelice ed è perciò che sogno i diavoli… Io questa notte sono stata con un diavolo e tu mi devi dire una volta per tutte… devi darmi almeno una volta una risposta interessante e con un po’ di intelligenza… devi dirmi insomma se il diavolo c’è o non c’è, se bisogna crederci almeno un poco a questo diavolo… Al diavolo non ci credo no, io non ci credo… nessuno ci crede al diavolo… Ma mia moglie mi dice che il papa polacco al diavolo ci crede… Al diavolo con la coda, le chiedo?… Certo, al diavolo con la coda… Boh, se lo dice il papa… la cosa mi preoccupa… un papa non ci può scherzare col diavolo… Lui sa le cose del cielo e della terra e un diavolo è una cosa della terra profonda e non si spreca in dettagli… un diavolo se c’è fa cose grosse…

Così rispondo a mia moglie: cara Gisa, guarda l’alba verde come copre il cielo… sembra fieno di paglia… ma bada che se il diavolo c’è deve fare cose grosse… Faceva cose grosse questo tuo diavolo nel sogno? Mia moglie con la testa fa sì e comincia di nuovo a frignare… La coperta andava su e giù sollevata dal petto che ha due tette mica male devo dirlo, perché, per dire le cose come sono, mia moglie ha due mondi che sembrano la testa di due neonati… Così friggeva e piagneva, la mia signora… Cosa faceva, le chiedo? e intanto accendo una sigaretta perché mi sentivo di fumare e l’ebbrezza del sonno era tutta scomparsa… Doveva pur fare qualcosa sto diavolo, se ti viene da piangere, le dico… Lei risponde: faceva cose che mi vergogno a dichiarare e che faceva il sonno tutto vergognoso… Di che vergogna parli, Gisa bella? le chiedo io… Parlo di questa unica vergogna del diavolo che non faceva cose belle in sto’ mio sogno… Ti vergogni per questo? le chiedo. Per le cose del diavolo? chiede lei. Sì, rispondo. E lei: Non mi vergogno per le cose del diavolo, ma per il senso di vergogna che queste cose facevano… Non capisco, dico… Fa’ conto, risponde lei e si alza a sedere sul letto, di vedere non un albero grande ma l’ombra grande dell’albero. L’albero rinfresca e la sua ombra grande ti porta lontano e ti mette paura… Quando la mia signora parla difficile è segno che bisogna stare attenti a che aria tira… È capace che ti frega e ti fa passare per fesso… A me, poi, gode a incastrarmi… perché così fa il confronto con Amadeo… no, con Matteo… che è quello che la portava a mangiare i tortelli sul fiume nel momento della gioventù…. Così le rispondo duro duro: “Non mi rompere col tuo diavolo. È già mattina e il diavolo se ne è ito. Ne parleremo se vuoi la prossima notte… La prossima notte se il diavolo si ripresenta, dice lei, io mi faccio la pipì nel letto per la paura… Ma se il diavolo non c’è, di che cosa avrai mai paura… Sei nel letto, ci sono io vicino… Oh, in quanto a te, dice lei, è come se il diavolo fosse solo a tormentarmi, perché te la russi che sembri un bue quando fa molto caldo… Ma il fatto è, insisto io, che il diavolo non c’è e se non c’è il diavolo neanche c’è ragione per la sua paura… Ma chi ti ha detto che il diavolo non c’è, replica lei… O almeno che non c’è questo diavolo mio che mi entra nel sonno con tutte le corna e col suo ghigno? Lo dicono i dotti, lo dicono i sapienti, azzardo io; lo dice anche il giornale che il diavolo è stato per sempre sconfitto e se ne è andato lontano dagli uomini dentro all’ombelico della terra… Ma là in fondo cosa ci sta a fare? chiede mia moglie. Là in fondo, tutto solo, fischia e mette i marroni arrosto… Non ci credo, dice lei, tu mi pigli in giro e adesso sono sicura che il diavolo c’è proprio, che salta fuori alla notte e si butta dentro al mio sogno… Io adesso alla notte non voglio più sognare, anzi non voglio più dormire perché se no ci entra il diavolo e dentro al sogno fa cose vergognose… Ma quali cose vergognose, chiedo io… Le cose vergognose non si dicono e neanche si vedono, sicché quando il diavolo nel sonno me le fa io chiudo gli occhi.

Io adesso chiedo a voi cosa devo fare… Ma un consiglio svelto svelto e preciso prima di notte… perché ho già impressione all’idea di andare a letto stasera con una matta che si sogna il diavolo e vede il diavolo e ha paura del diavolo… Ma ditemi almeno, sul serio; il diavolo c’è davvero o non c’è? bisogna essere sicuri? tranquilli? Parlate, cazzo!

 

 

Il futuro

 

Io vi voglio parlare del futuro non come di un uovo sodo ma come di un uovo di pasqua… Pazienza, capisco che la frase sembra involuta e ve la chiarisco subito… Chi ha le idee chiare chiarisce le frasi scure in quattro e quattr’otto… E poi anche in casa moglie e figli, e anche gli amici, dicono che dico cose profonde e oscure che nessuno capisce mentre potrei anzi dovrei dire cose meno profonde ma chiare che tutti possano capire… Ma le cose profonde, dico io, sono profonde appunto perché pochi possano intendere datosi che se tutti potessero intendere allora vorrebbe dire che le cose oscure sono così poco profonde da non essere più oscure e tutti potrebbero alzare le spalle dicendo: ma cosa ci fa perdere tempo questo stronzo con cose tanto chiare che non riescono nemmeno a essere oscure, figuriamoci poi profonde!… Ma ripiglio il mio discorso dal principio, all’esempio dell’uovo sodo e dell’uomo di pasqua riferito al futuro… cioè al nostro futuro… e parto con questa premessa che poi non è una premessa ma è una domanda… si intende una domanda così detta retorica, che io faccio a me stesso per le ragioni di svolgere il discorso e tale domanda è la seguente: ma il futuro cos’è?… Anzi, meglio: cos’è il futuro? E la domanda è disposta per parlare del futuro in generale prima di scendere nel particolare di questo futuro… Prima di tutto occorre precisare bene che il futuro è il futuro e che non c’è nessun futuro che non sia futuro… Così che la prima considerazione da accantonare come un dato reale è che non c’è nessun futuro che sia passato… oppure, se si dà un futuro che sia passato questo è un passato e non più un futuro…

Così resta la certezza che il futuro è tutto un futuro intero e che niente può entrarci dentro a sfrugugliarlo… Allora la domanda conseguente è questa: se il futuro è il futuro e non il passato, questo futuro com’è? questo futuro cos’è?… Vi apparirà chiaro a tutti voi che ascoltate che la domanda è schiccia, come diciamo, cioè piena di arzigogoli e fregature… Bisogna risponderci dentro molto precisi e colpirla al cuore, se no, si fa la figura dell’asino… E allora io rispondo che il futuro è la cosa che non si è ancora risolta… cioè, per un esempio, il futuro è l’uovo di gallina fresco che deve diventare sodo ma ancora sodo non è.

Qualcuno potrebbe replicare anzi chiedermi oppure domandarmi ma che cosa è sta’ pirlata dell’uovo di pasqua che lei ha messo come enunciazione del suo dire iniziale?… cosa c’entra, mi scusi, l’uovo sodo e l’uovo di cioccolata col futuro? mica siamo a teatro… e poi il futuro è una cosa seria, si preannuncia assai tremendo e noi non possiamo star qui in piazza e scherzarci addosso… Mica siamo bambini, ma uomini posati e col futuro abbiamo uno scontro diretto… Mi scusi, qualcuno potrebbe ancora continuare, me lei è una persona molto poco seria e anche se siamo dentro a un divertimento di piazza ci sono cose da non toccare e allora la saluto e me ne vado… La lascio lì col suo futuro sodo o dolce… Ma guarda un po’ che gente…

E va beh! replico io, pazienza. Avete ragione tutti… Vi amo tutti. Vi benedico. Vi bacio in bocca come fanno i russi. O sull’orecchio, come fanno i francesi che sono più peccaminosi. O sul naso, come gli esquimesi che hanno soltanto freddo. Ma lasciatemi un po’ continuare.

È mai possibile che in sto’ cazzo di paese non si riesce mai a concludere un discorso perché ti interrompono con mille pernacchi?… Lasciatemi finire, sacchi di merda, e poi decidete in merito… Chi vi dice che non dica cose intelligenti o cose nuove.

Beh! perché lei grida?… Venga pure avanti, parli, parli, non è impedito da nessuno… Cosa? parli più adagio. Ma che dialetto parla, lei? È romagnolo? io non la capisco. Ah, lei è bolognese, viene da lontano. Bene, parli adagio, misuri le parole, vediamo se riusciamo a capirci. Ah, sono semplicemente un fregnone? A Bologna il futuro è già tutto pinto e dipinto e noi stiamo perdendo tempo dietro a falsi programmi? Ma cosa vuol sapere lei, ma si tolga dai piedi, ma vada a vangare… Sti bolognesi! Ma chi li conosce? Da dove vengono? Sono gente di città o di pianura, mangiano carne o pesce? Boh! Il futuro? …Ma sa che quasi le mollo un pugno sui denti, a lei bolognese? A chi vuole insegnare? E poi in un giorno di festa, dove tutti se ne stanno tranquilli dentro a grandi discorsi sulla vita e sul futuro… Perché queste cose sono serie e noi non regaliamo il vento… Se a Imola si fa qualcosa questo qualcosa è subito preciso concreto difficile. Dunque lei non ci rompa e mi lasci continuare… Il futuro, dicevo, il futuro. Che cosa è il futuro? Non ricordo se ero io che lo dovevo spiegare a voi o se io vi proponevo una domanda a cui voi dovete rispondere… Ecco, io risponderei che il futuro è l’ombra dell’albero grande… no, l’ho già detto… che il futuro, ah, sì, questo era le cima del mio discorso… che il futuro non è dolce e fragile come un uovo di pasqua ma è necessario e duro, anzi meglio, è compatto come un uomo sodo, vale a dire come un uovo cotto lungamente sulla fiamma. Vale a dire che il futuro è qualcosa che si deve lentamente preparare ma che si deve anche attendere con attenzione e parsimonia nell’ordine dei minuti che scorrono via… Così a questo punto io non so più cosa dire in proposito di questo futuro se non che datosi e conclusosi che è un uovo sodo, detto futuro non va poi mangiato col sale e bevuto col vino. Ma va conservato con grande cura e con grande premura osservato… Può anche darsi che dentro a questo futuro ci stiamo anche noi… oppure che il futuro lo guardiamo di lontano… mentre gli altri lo navigano come pesci rossi… E forse sarebbe la cosa migliore di guardare svolgersi il futuro sotto i nostri occhi come una corsa all’autodromo o alla televisione… goderla senza parteciparvi, senza correre i rischi… guardare il futuro che arriva e noi seduti in poltrona, i piedi su una sedia, la boccia fresca del vino accanto, accanto il bicchiere e guardare guardare guardare la fatica  degli altri dentro alla nostra noia riposata. O alla nostra gioia tranquilla… Decidete un po’ voi cosa è il meglio… io ormai mi sono impelagato e non ci capisco più niente… Sì, forse ha ragione quel signore che grida: pochi discorsi, coglione, è senz’altro meglio il passato… Ma poi non è vero, non ci credo non ci credo non ci credo, che tutto il passato sia meglio di tutto il futuro. Quel buco nero che ancora deve riempirsi mi dà un brivido che è una meraviglia. Un brivido freddo che è voglia, non è paura… Addio a tutti. Buonasera.

 

 

Sulla pensione di invalidità e vecchiaia (INPS) ai poeti

 

Io non sono certo uno che vuol togliere il pane dalla bocca alla gente. Tantomeno a questi poeti, che neanche li conosco. Perché io non sono cattivo. Soltanto cerco di stare al sodo, ecco tutto e di badare alle cose mie, se è possibile. Ma questa mattina ho letto sul giornale che la Camera dei Deputati ieri ha votato una legge che concede a sti’ poeti, uno per uno, e purché abbiano la qualifica di poeti, una pensione di invalidità e vecchiaia di tre milioni al mese, esentasse. Avete capito bene; tre milioni e niente tasse. Ogni ventisette del mese. E due stipendi a natale.

Beh! dico io: a parte che in questo momento… eh, lo sappiamo, ma poi, sì, è vero, in ogni momento… una pensione di questo peso mi sembra eccessiva… sì, insomma mi sembra fuori luogo… una cosa che ti fa incazzare, che poi ci vengono a dire che bisogna tirare la cinghia di qua e di là e che la classe lavoratrice deve stringere i calzoni e non stare a rognare tanto e poi loro… Ma lasciamo perdere… Perché, badate, dire con la voce tre milioni è dire niente… tre milioni… è niente. Con la voce. Ma se adesso pensate a quanti poeti ci sono in Italia, a quante persone ha la categoria dei poeti, allora viene freddo e comincia a girare la testa… Sono più di due milioni questi poeti… Anzi, per dire meglio, insomma più esatto, sono due milioni e diciassette, come scrive il giornale… Provate adesso a moltiplicare due milioni e diciassette per tre milioni e sentite il botto che ogni mese vien fuori… Avete fatto il conto?… Cosa? Eh, sì, è proprio la somma giusta… Ma poi, tanto per dire, e dato che la pensione è da re, facciamo una domanda: come sono reclutati e schedati e rubricati sti’ poeti? Chi è che stabilisce tu sei un poeta, anche tu sei un poeta, tu no, pussa via o va’ a lavorare? Chi è che lo dice?… Ho chiesto in giro, mi sono documentato su questo problema… mi hanno dato anche uno stampato… mica son venuto qua per dar aria alla bocca. Ho le cifre. Aspettate, che cavo il foglietto dalla tasca… Dove l’ho messo?… Qua no… qua no… sta a vedere che mi è scappato fuori quando ho preso il fazzoletto per… Sta buono, è qua, per fortuna… Ecco. Sono i professori dell’università quelli che decidono e questo almeno mi sembra giusto. Se non lo sanno loro, queste cose!… Professori dell’università di Torino, Padova, Ferrara, Camerino e Messina… Invece non mi sembra giusto… non mi sembra molto giusto il modo di dare il giudizio… perché loro decidono solo sulle cose stampate. Fogli scritti a mano o robaccia ciclostilata, nisba… E chi poi non le vuole stampare? Chi questa poesia la dice solo a voce? o la canta con la chitarra? Questi, almeno come stanno le cose adesso, restano fuori dalle scatole e i tre milioni se li cuccano gli altri… Perché gli altri, basta che non siano cani soltanto capaci di abbaiare, un qualche giudizio a favore di questo e di quello se lo pigliano e allora entrano difilato nella lista… Quando ha il tesserino e il benestare per il bonifico mensile, può cavarsi le scarpe, mettersi le pantofole e davanti alla tivù aspettare l’inverno… Tre milioni! La vecchiaia è assicurata… può tirare un sospiro di sollievo…

Però, a pensarci bene, tre milioni sono poi troppi… Una vera esagerazione… Forse che Andreotti è un poeta?… Un poeta, oltre che pittore, è Fanfani?… Secondo me un milione al mese bastava… Con un milione al mese si vive bene, da re… E così si potevano accontentare tante più persone… e magari dare un milione al mese anche ai giovani che ciclostilano… Ma non c’è più niente da fare, la legge è passata, e hanno già rilasciato 77442 tessere definitive… Il primo a ricevere tessera, attestato e grana è stato il signor… pardon, l’artista Adelmo Buonafonte Silvestris, che abita a Scardonecchia in provincia di Avellino… Io non lo conosco ma lo ripeto, non sono intendente dei giornali di poesia… sarà magari anche molto bravo ma io non lo conosco… Ma lui intanto è già passato alla cassa… Cosa farete d’ora in avanti? gli hanno chiesto. Vivrò di rendita, ha risposto sogghignando e mostrando la copertina del suo libro intitolato “Come può pensare che basti chiamare”… Non mi pare giusto… A voi pare giusto?… Due milioni e diciassette persone… ma è la città di Milano tutta intera, compreso Sesto san Giovanni e la Bovisa… O è la città di Roma, se togli via il Vaticano ma con Fiumicino nel conto… E come se Roma e Milano scrivessero scrivessero scrivessero… e cantassero poi dalla mattina alla sera… Viene paura, angoscia… Un mare di parole lì dietro i muri pronte a scattar fuori appena una finestra si apre. Come l’acqua del fiume. Un alluvione? Un terremoto. Un maremoto. Una slavina. Parole e carta, carta e parole… Cristo, e via le case, gli alberi, le pietre perché su tutto cadono le parole… È come se la città intera fosse sepolta dalle foglie. Un cumulo… Parole e carta, mi capite?… (si allontana)… parole che salgono, parole che scendono… la carta come la schiuma dei lavapiatti quando si rovescia nel mare… e intanto questi si beccano tre milioni al mese… Ma chi sono, poi?… Come sono fatti?… Sono almeno belli?… Io mica li conosco, sti’ poeti… Sono uomini?… Ah, sì, io una volta ne ho visto uno di lontano, che veniva dai viali… Camminava come un pollo… Dite niente? Tre milioni al mese…

 

 

La Rutelli

 

È bella ma ha circa cinquant’anni. Ha paura di invecchiare. Perde molto tempo al trucco. Teme fotografi e tivù per via delle rughe. Si sottrae, è un poco misteriosa.

Una specie di Callas, di Duse.

Attrice di teatro leggero, di operetta. Cantante (deliziosa) di delizie.

Ha abbandonato le scene da circa sei/sette anni, al culmine della carriera, per un amore travolgente con un principe siamese conosciuto a New York.

Attualmente è in una forma smagliante, appagata nel cuore, nel denaro, nella fortuna.

È venuta (è ritornata) a Imola dove è nata, per acquistare il palazzo Arrivabene nella piazza maggiore. Non sa ancora se ci verrà ad abitare, se ci farà un albergo oppure, una fondazione di beneficenza per gli artisti di circo invalidati sul lavoro. La decisione in proposito sarà presa proprio durante la sua permanenza in città.

Non ha figli e ne vorrebbe adottare uno; lo cerca; lo sta cercando. Ogni tanto va in giro a vederne uno.

Lo vuole biondo, lo vuole subito.

A un certo momento della festa è anche annunciato l’arrivo del principe suo marito.

 

 

Annuncio per la radio

 

Il Comune di Imola, al centro del programma di feste spettacoli e divertimenti che ha organizzato a partire da oggi, mercoledì, fino a domenica prossima – secondo un calendario che è già stato reso noto – ha invitato come ospite d’onore la signora Imola Rutelli, nostra concittadina, celebre artista del teatro e del circo, che tanti ricorderanno fino a sei anni fa quando, nel pieno fulgore di una carriera che passava di successo in successo, si ritirò improvvisamente dalle scene dopo un amore travolgente, un amore fantastico con un principe siriano di cui divenne sposa.

Questa storia d’amore, affascinante a dolcissima e nello stesso tempo

 

(cosa c’è? …non adesso, dopo, dai, dopo; aspetta

un momento)

 

…Scusatemi. Dicevo: e nello stesso tempo dolorosa perché ha privato le scene internazionali di una ballerina, di una cantante e di un’attrice di grandissimo talento, interessò i giornali, i rotocalchi, le tivù; e diede lo spunto al film di Fellini “Imola Rutelli, adieu”… Ci dicono che Imola Rutelli è ancora bellissima ma noi sappiamo che non si mostra in pubblico dal giorno del suo matrimonio… e sappiamo anche che è tornata proprio in questi giorni a Imola per acquistare il palazzo Arrivabene, che dà sulla piazza. Si mormora che voglia venirci ad abitare

 

un momento, cristo… non vedi che sto parlando…

lasciami finire)

 

…ad abitare. Altri dicono che ubbidendo ai moti di un cuore generosissimo questa famosa figlia della nostra città voglia farne un ricovero per artisti di circo anziani o invalidi.

Sappiamo inoltre che non ha figli e che ne vorrebbe avere oppure adottare uno… e noi speriamo che scelga magari un bamboccio romagnolo… Bisogna aggiungere che da alcuni anni ha una ripulsione quasi forsennata per gli specchi. Quanti ne incontra tanti ne rompe… Tuttavia noi speriamo al più presto di poterla intervistare e… Scusatemi ma devo interrompermi. Riprenderò appena possibile

 

(Cosa c’è?… m’avete rotto! …Sono in diretta, perdio!… E allora fammi vedere… Cosa? ma sei sicuro? No, no, io non leggo niente se prima non ho qualcosa di firmato… La notizia è troppo grossa; e se poi risulta falsa?… Chi vi ha dato il testo? Comune? Fa’ vedere… già, c’è la firma del Sindaco… Allora a me sta bene, adesso la leggo… Accidenti, però è grossa. Incredibile…)

 

Scusate ancora una volta l’interruzione. Riprenderemo dopo il discorso su Imola Rutelli… Adesso devo leggervi questa notizia che si può definire senz’altro eccezionale… soprattutto imprevedibile… Per esempio, io non me la sarei mai immaginata… È una notizia che coinvolge la città intera e chissà per quanto tempo… Una buona notizia? Giudicate da voi… Io ve la leggo così come me l’hanno passata.

 

“Con delibera 546 del 22 aprile 1982 la Giunta Comunale ha deciso di rendere pubblico quanto segue

premesso che ogni dato inerente ai comma I, 2, 2/A, 2/B, 3, 3/A, 3/B, 3/C è stato rigorosamente vagliato

e premesso inoltre che i riferimenti al capitolato 24/3/677768 in data 30 gennaio 1981 debbono essere considerati come vincolanti e preposti a una giusta applicazione intuitiva e deduttiva.

La Giunta Comunale, dopo attenta valutazione della documentazione in corso e agli atti, rende noto con validati fondamenti di verità, che nel sottosuolo dell’intero comprensorio imolese, nonché nei Comuni viciniori di S. Agata, Casola Valsenio, Merdocca e Caraso, è stato identificato e circoscritto un giacimento di petrolio grezzo, con grana al decilitro 004/3 per mille, per qualità densità e quantità certamente da annoverare subito fra i maggiori del mondo. Il punto nevralgico del giacimento fa capo alla zona dell’autodromo.

Specialisti americani, inglesi, rumeni e afgani hanno potuto apprezzare e valutare in dettaglio la qualità preclara del giacimento.

La Giunta Comunale deve inoltre rendere atto che il primo ad accorgersi di ciò e a darne notificazione immediata alle autorità competenti è stato il signor Olivino Zanoli, abitante in via Begatto 185/B. Il signor Zanoli, avendo degustato le acque curative nell’ambito della zona dell’autodromo, ebbe ad avvertire una vischiosità sospetta e un sapore amarognolo vivo che furono subito identificati come una infiltrazione petrolifera.

Tale infiltrazione è tutt’ora evidente a chiunque intenda degustare dette acque curative, che il locale Ufficio d’Igiene non ritiene necessario proibire al pubblico.

La Giunta Comunale rende infine noto che nei giorni prossimi saranno ospiti graditi d’Imola, funzionari di compagnie petrolifere nord-americane, agenti di cambio svizzeri e uomini d’affari del Kuwait.

Fin da ora si può ritenere per certo che Imola è seduta sopra un grande lago che può diventare tutto d’oro per i suoi abitanti.

Evviva Imola, evviva il petrolio.

Per la Giunta Comunale, il Sindaco…

Imola, dalla Sede Comunale, il 22 Aprile 1981”.

 

Questa è la notizia, un autentico scoop giornalistico… Ecco, sentite, cominciano a trillare i telefoni… sono i giornali di mezzo mondo… Chiudiamo per un poco la trasmissione in attesa di riprenderla con le ultime notizie… A presto…

 

 

Prologo alla tombola

 

(Si bandisce a voce la tombola.

Vendita diretta dei biglietti.

Si illumina il balcone, poi di seguito si illuminano la piazza e le finestre delle case circostanti, a un’ora precisa.

Si stende il panno con grande solennità ecc. di fronte alla gente che già si sta radunando.

L’inizio della tombola vera e propria è preceduta dal prologo di cui, di seguito, si suggeriscono alcuni spunti).

 

Allé allé allé incomincia il recevé… Comincia la tombola degna di un re… Anzi di tre re messi insieme, che valgono di più… Una tombola degna del re del Portogallo, del re di Spagna, di quello d’Inghilterra… Beh? In Portogallo il re non c’è e in Inghilterra ci sta la regina? Va bene, pazienza. Cominciamo lo stesso una tombola dal principio alla fine. La tombola è la tombola, comincia con la speranza e finisce con un pernacchio… Cioè, io do e tu pigli poi io piglio e tu dai; ti piglio ti do, non so, lo sai… e così si arriva alla fine ruzzolando. Appena metto la mano nel sacco per cavare il primo numero, la fortuna che è bendata e canterina, zac, mi piglia e mi taglia via la mano… Zac, zac, e via.

Ma senza le mani, o una mano, non posso cavare i numeri… e senza numeri tombola non c’è.

E invece la tombola deve cominciare e io, ecco, vado a rovesciare i numeri nel gran secchio della fortuna.

Chi vince? chi perde? Io non lo so ma la fortuna ha già scritto tutto di tutto ma proprio tutto, tutto fino in fondo. E si può già dire che tombola la farà il gatto della Checca e la prima quaterna la farà una bambina piccina piccina picciò.

La signora Checca ha i capelli corti e rossi

ha gli occhi celesti

e la bambina piccina piccina si chiama Federica ed è chiamata Cà… sta lì giù fra la gente… guardatela, è là, seduta vicino alla colonna, con quella maglietta bianca, là… non quella, ma no, l’altra, quella ragazzina bionda… Federica fa un saluto con la mano… ma no, dove scappi… Federica… Beh, tanto vince lo stesso, coi numeri sulla mano; e sono 11 21 13 41…

Se chi vince, anzi chi deve vincere va via, allora restano in piazza solo quelli che perdono. Perdono tempo e i soldi… A noi va bene. E allora, se è già scritto lassù chi vince la tombola quaggiù, io faccio in modo mescolando carte e numeri e poi imbrogliando sottraendo sostituendo capovolgendo sgominando tagliuzzando riscrivendo trafficando componendo supplicando cancellando sommando sottraendo moltiplicando dividendo registrando falsificando motivando… faccio in modo come dicevo che il gioco vero non si concluda così e che il gatto della Checca non vinca la tombola e che la bambina bellina e piccina che si chiama Federica detta Cà neanche lei vinca la quartina… La tombola la farò vincere ad Adelmo, che suona la tromba nella banda di Casale… e la quartina, pardon la quaterna, la fo vincere a mia sorella Lea che è appena tornata do Brasil… Lea vieni qua, almeno tu e mostra la cartella con i numeri… ecco, vedete come sono in fila… adesso torna pure seduta e dio bonino che gran pateracchio stasera e mai tombola è stata più ricca e forsennata… Forsennatissima… E anche più fortunata. Perché chi vince vince assai… E per un po’ si mette fuori dai guai.

Eh, la bontà di una tombola non ha fine… è infinita… Varia come il vino, come la luna lunella di marzo o come la pelle di una suora, all’aurora, quando il grano è giallo. E canta il gallo… Perché una tombola può essere settimina o silvestrina o zodiacale o maniacale… Può essere ispida o solitaria come

l’aria

giocosa come una rosa con la guazza

può essere pazza d’amore

falsa come un fiore

diritta come la montagna.

La tombola si bagna

sogna e si vergogna

la tombola ha pazienza e sa aspettare…

Ma adesso andiamo a taroccare

in mezzo a questi numeri

e cominciamo a giocare.

Infatti come dice il cuoco

tutto è gioco… Il gioco della vita è uguale a questo.

Dentro a un cesto

c’è tutto.

Bello e brutto

sopra sotto

su, giù…

 

Anche se sono cose vecchie di quando ero giovane, sì che me la ricordo, Imola… Imola, Imolina… Questo nome, guardate, mi apre sentimenti di anni lontani.

Imola o Mollina… Oppure Pop Corn, come la chiamavo allora… Aveva un caratterino, come dire?, parecchio brillante… Come quello dei cavalli, quando si dice che hanno il morbino… Ecco, sì, anche lei aveva il morbino… Inquieta, abbastanza incostante… Anche un poco – o forse, adesso che ci penso – anche parecchio vanitosa… Anche incoerente nei gradi del sentimento (infatti i sentimenti li sbandierava come un nastro colorato)… Ma era poi giocosa, fantasiosa, estrosa… poi varia d’umore, come ho detto… insomma, d’umor cangiante… e spesso ridente, piangente, imprevedibile.

Veniva col treno due volte la settimana perché, fra l’altro, cantava in una orchestrina di sole donne che alla sera del sabato e di domenica suonava in piazza Maggiore, sotto il palazzo di Re Enzo… Aspettate, era il ’47 o il ’48… Ma io non sapevo mai, quando veniva, se quel giorno era leggera o pesante, farfalla o mattone; se avremmo litigato o giocato… Oppure cantato – che quando c’è amore è un canto senza voce, senza parole; un canto che non si canta ma si ricorda soltanto… E lei cantava con una voce acerba e dura, da prussiano; ma era una voce vera, che lasciava sperare grandi cose. E ci metteva tanto miele, dentro, da fare un poco lacrimare… Si potrebbe addirittura parlare di usignolo… un usignolo tedesco… Lei cantava spesso una canzone che diceva, con grande vivacità e quasi con una ebbrezza: “I miei capelli son belli / sono anelli del cielo / o tali sembrano almeno”.

Ma io divago. Com’era cominciata, fra noi? In piazza 8 agosto, un venerdì giorno di mercato… Cercavo, mi ricordo, un paio di calzoni e vidi lei, così bellina, così lucida e furba che camminava adagio… sembrava un poco annoiata, un poco indifferente…

È un angelo, pensai… bene, quell’angelo, a un tratto, zac! allunga una mano, afferra un bel golfino rosso su un banchetto e se lo ficca nella borsa… Eh, no! dico io… La seguo, mi avvicino, le dico: “Ti ho vista”. Lei mi guarda, sembra stia per piangere, io mi commuovo, le dico: “posso offrire un caffè?”… Così è cominciato il nostro amore… Poco romantico? Ma io gli ho fatto delle poesie intorno, a questo amore… che girava, girava… Fino a che è durato. Molte gliele mandavo per telegramma, direttamente a casa… Una me la ricordo bene. Faceva… anzi, diceva:

 

La successione dei sentimenti

è pura convenzione

io non posso lunedì amare

e martedì disperare.

Un amore val nulla

se è così maldisposto.

Ti amo

ma oggi sono molto molto triste.

Pensami, biscia del cielo dentro il fuoco d’agosto.

 

Lei mi rispose con un altro telegramma. Era circa una poesia che diceva:

 

Fra tanti che potevo aspettare

mi sei capitato proprio te

che non finisci mai di taroccare,

Ti sparerei con il fucile.

Ahimè!

Domattina vengo a Bologna.

Firmato: Mollina.

 

Se poteva diventare una cosa seria? No, mai!… Era un amore di anni freschi, come si può dire. Lei veniva a Bologna due volte la settimana… Oh, ma questo l’ho già detto… Per cantare… anche questo l’ho già detto… ah!, anche perché andava a lezione di danza in via Farini… Ballava sulle punte… Si può dire che la sua carriera d’artista era già cominciata… Su questo mi sembrava molto decisa. Diceva: “Farò la ballerina, la cantante, passeggerò sul filo, danzerò ai quattro venti, diventerò famosa anche in Russia e in Australia”… “Perché in Russia?” le chiedevo… “Perché la Russia è la patria della danza” rispondeva.

Un giorno, verso sera, la vidi passare per piazza Santo Stefano sottobraccio a un ragazzotto… Costui era duro e denso, sembrava un muratore. Seppi poi che studiava, invece, da ballerino… Mi avvicinai e le dissi: “Adesso ci sono io… vieni con. me”. Lei mi rispose: “Un corno”… Trasportato da grande ira e da grande disperazione, sul momento, cominciai a picchiarla, povera Mollina… Quando mi sono pentito, poi… Le davo sberle, non botte. E mica la picchiavo in faccia… la picchiavo sulle spalle… Non volevo farle male… Lei mi guardava con odio e ad ogni colpo sibilava: “Poi me la paghi, bastardo… poi me la paghi; poetastro ghibellino”.

La sera stessa le mandai per espresso una poesia che diceva… non me la ricordo più… ah, no, aspettate… diceva:

 

Cara Mollina

Mi sono tagliata la mano

che stamattina ti ha picchiata.

E stasera sono dolce come l’acqua alta del mare

sotto la luna d’agosto.

Ti chiedo scusa, mia adorata.

 

Mi rispose con una cartolina postale:

 

Brutto cretino

neanche ti conosco.

Altro che luna di agosto

sei appena un fanale di San Marino.

Firmato: Rutelli Imola, celibe.

 

Celibe! e voleva dir nubile. Senza più uomini, cioè senza più me.

Non l’ho più rivista. Telefonai a casa sua e mi risposero: “La signorina Rutelli fa dire che è partita per lavoro di danza”.

Il suo destino era segnato fin da allora… Ballare sulle punte, cantare, essere incostante in amore, avere piccole ma precise vanità e molto desiderio di gloria… tutto era già segnato, per lei.

Sono stato contento che abbia avuto successo… E adesso mi dite che è tornata… Per restare? Bene, comunque… E allora voglio dedicarle questa breve poesia improvvisata… Sono pochi versi che dicono:

 

A Mollina che è tornata

per una giornata o per sempre.

Un amico di anni lontani

le manda un saluto e un ricordo

e le bacia le mani.

Il mio nome non lo dico, non è affatto necessario.

E il tempo della nostra amicizia

è indicato per sempre sul calendario.

 

A questo punto non mi sembra di dovere aggiungere altro.

 

 

 

 

 

 

Lunedì, 03 Giugno 2013 09:54

Libri e contro il tarlo inimico

pp. 78

Uscita: 2013

Collana: I libri di Roberto Roversi in edizione limitata - 2

pp. 95

Uscita: 2013

Collana: I libri di Roberto Roversi in edizione limitata - 2

 

 

Scritti su alcune località della Pianura emiliana ed altri luoghi cari a Roberto Roversi.

 

Indice
Introduzione di Sergio Maccagnani
Premessa di Graziano Campanini
Conoscere Roberto Roversi di Alfredo Taracchini Antonaros

ROBERTO ROVERSI
Pieve di Cento
Un nonno di nome Umberto
Pivaza!
La Casa del Pioppeto
La folgore e la rosa. Ferruccio Lamborghini

Altri testi
Imola
San Marino di Bentivoglio
San Giovanni in Persiceto
Malalbergo
Teramo
Civitella del Tronto
Il Po è un fiume

 

 

 

 

Giovedì, 30 Maggio 2013 18:33

L’attore

Un teatro molto grande, ottocentesco; tutto stucchi e oro; con i palchi e in platea le poltrone con il velluto rosso.

Sul palcoscenico, protetto alle spalle da un paravento bianchissimo, un attore in frac, con la faccia leggermente truccata, sta declamando – o recitando – un lungo testo poetico. Lo recita quasi immobile, dentro la protezione sacrale del paravento.

In platea e nei palchi il pubblico è abbastanza numeroso, ma in galleria si scorgono le teste di solo due spettatori.

L’attore è sui quarantacinque anni, un volto nobile e devastato, i capelli ingrigiti; recita adagio, scandendo; ormai alla conclusione di una parte:

“È la saggezza dell’umiltà; l’umiltà è sconfinata.

Le case sono andate tutte sotto il mare.

I danzatori sono andati tutti sotto la collina”.

L’attore si ferma, fa una pausa. In sala si sentono colpi di tosse, stropicciare di piedi. Si sente perfino una voce che trattenendosi chiama: Alda, Alda!; e poi il fruscio di carta stagnola, forse per un cioccolatino.

L’autore riprende, dopo aver bevuto un sorso d’acqua da un bicchiere mezzo pieno:

“O buio, buio, buio. Tutti vanno nel buio,

nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto…”.

 

Rumori del pubblico, una agitazione dettata da piccoli fastidi o da una più generale insoddisfazione. O da incomprensione.

L’attore si ferma e si rivolge al pubblico: “Non mi lasciate arrivare alla fine? Vi posso appena ricordare che il testo è di un nostro classico, dopotutto!”.

Una voce dal pubblico: “Infatti, noioso e morto!”.

L’attore: “Niente affatto!” (…lascia il posto fra il siparietto e s’avvicina al boccascena…) “È ben vivo. Inoltre sa arrivare in fondo alle cose. Scava con le parole. Perciò non mortificate, non dico me, che sono soltanto un tramite, un tramite per la voce; ma Eliot. Il quale è autore che perde poche volte la pazienza, ma quando la perde…”.

Un’altra voce dal pubblico: “Cosa fa?”.

L’attore: “Niente di particolare, ma invia messaggi come tante frecce avvelenate, contro il nemico; o l’avversario. In questo caso contro di voi”. (…brusio…) “No, no; lasciatemi finire. È la verità. Questo autore, come tutti quelli che si rispettano, si conquista lo spazio con le parole, una dopo l’altra…”.

Un’altra voce dal pubblico: “Se sono uguali a queste!”.

L’attore: “…una dopo l’altra, come un concerto di frecce avvelenate. Colui che non ascolta, infatti, è il vero nemico; il vero avversario, appunto!”.

La prima voce dal pubblico: “E chi scrive non è nemico dell’uomo?”.

Risate; poi, all’improvviso, incredibilmente, si fa di nuovo silenzio. Neanche lo strusciare di un piede. Un silenzio da predatore in agguato; la gola che palpita ma il respiro trattenuto.

L’attore si guarda intorno, lusingato, poi ritorna al suo posto; beve un altro sorso d’acqua e riprende la dizione con gli ultimi due versi:

“O buio, buio, buio. Tutti vanno nel buio,

nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto,

i capitani, gli uomini d’affari, gli eminenti letterati…”.

Vediamo nel buio, in fondo alla sala, spettatori delle ultime file alzarsi quasi come ombre e allontanarsi.

Percepiamo queste uscite, che man mano si susseguono ma ordinate – almeno in un primo momento – dal riverbero della luce della hall, quando la porta viene socchiusa.

Anche la gente dei palchi si agita, poi si alza confabulando e infine poco per volta si allontana.

L’attore continua, senza particolare preoccupazione:

“Perché l’amore sarebbe amore mal collocato; rimane la fede

Ma la fede e l’amore e la speranza stanno tutti nell’attesa.

Attendi senza pensiero, perché non sei pronta al pensiero:

Così il buio sarà la luce, e la quiete la danza.

Mormorio di correnti ruscelli, e lampi d’inverno.

Il timo selvatico non visto, e la fragola dei boschi,

Le risa del giardino, eco di un’estasi

Non perduta, ma che richiede, che tende all’agonia

Della nascita e della morte”.

 

A questo punto l’attore si ferma; si sforza di vedere e di ascoltare; perché percepisce un frusciare cauto ma sospetto.

Però le luci forti e colorate del palcoscenico gli impediscono, nonostante aguzzi gli occhi, di capire ciò che realmente sta accadendo.

Allora torna a rivolgersi al pubblico: “Vi prego d’ascoltare. Non solo io, o voi; ma anche l’autore, a questo punto, è rimasto così bonariamente colpito dalle sue stesse parole, da raggiungere una…” (fa una pausa, scuote la testa quasi riflettendo tra sé, poi continua…) “Meglio proseguire lasciando che sia lui a raccontare qualcosa, e a chiudere il discorso così come l’aveva aperto:

“Voi dite ch’io ripeto

Qualcosa che ho già detto prima. Lo dirò di nuovo.

Devo dirlo di nuovo? Per arrivare là,

Per arrivare dove voi siete, per andar via da dove non siete,

Dovete fare una strada nella quale non c’è estasi.

Per arrivare a ciò che non sapete

Dovete fare una strada che è quella dell’ignoranza

Per possedere ciò che non possedete

Dovete fare la strada della privazione.

Per arrivare a quello che non siete

Dovete andare per la strada nella quale non siete.

E quello che non sapete è la sola cosa che sapete

E ciò che avete è ciò che non avete

E dove siete è là dove non siete”.

 

L’attore ha una sensazione lancinante; come un incubo che esplode.

Si ferma, fa qualche passo avanti, afferra il bicchiere d’acqua; vorrebbe bere ma non beve – non riesce a portarselo alle labbra – allora lo trattiene in mano.

Ritorna sul boccascena, si china cercando di guardare; e in questo atto piega il bicchiere e fa versare quasi tutta l’acqua rimasta.

Incerto sul daffarsi, decide di riprendere a recitare ancora; mentre vediamo che una sola persona è rimasta nei palchi e tre altre sono sparse in platea. Stringe sempre il bicchiere in mano:

“Il chirurgo ferito maneggia l’acciaio

Che indaga la parte malata;

Sotto le mani insanguinate sentiamo

L’arte pungente e pietosa di chi guarisce

E scioglie l’enigma del diagramma della febbre.

I generosi patroni dell’arte, gli uomini di stato e i governanti,

Gli esimi funzionari, i presidenti di molti comitati,

I capitani d’industria e i piccoli imprenditori, tutti vanno nel buio,

E bui il Sole e la Luna, e l’Almanacco di Gotha

E la Gazzetta della Borsa, e l’Annuario delle Società Anonime,

E freddo il senso e perduto il motivo dell’azione.

E tutti noi andiamo con loro, nel funerale silenzioso,

Funerale di nessuno, perché non c’è nessuno da seppellire.

Ho detto alla mia anima: taci, e lascia che scenda su di te il buio

Che sarà l’oscurità di Dio. Come, in un teatro…”.

 

A questo punto si sente un tonfo, come per la caduta di un oggetto pesante, quindi lo sbattere di una porta.

L’attore, interdetto, si piega e depone il bicchiere sul pavimento. Mormora ancora alcuni versi, più per sé che per altri:

“Si spengono le luci, per poter cambiare la scena

Con un cupo rombo d’ali, con un moto del buio sul buio…”.

Poi grida, in una sorta di impaurita esaltazione; come se temesse di scoprire un baratro: “Luci, luci… perdio, accendete le luci!”.

 

Passano alcuni istanti, durante i quali l’attore, muovendosi o girandosi nervosamente, scalcia il bicchiere che rotola per il palcoscenico; mentre, intanto, tutte le luci di sala, del palcoscenico, dei palchi si accendono e il bicchiere termina il suo viaggio contro una lampada del boccascena.

L’attore, davanti a quel vuoto, resta allibito; e ancor più impaurito. Fa un passo indietro, come a ritrarsi, poi ha un brivido.

Infine si volta verso le quinte e chiama: “Alessandro, Alessandro!”.

Un vecchietto sui sessant’anni, vestito di nero con un garbo da poveri, entra sul palcoscenico dicendo: “Il signor Alessandro è andato via, poco dopo l’inizio”.

L’attore, interdetto: “Poco dopo l’inizio?”.

Il vecchietto: “È così”.

Si può capire che l’attore si sente addosso, all’improvviso, una grande stanchezza; una stanchezza di lunga durata, che gli circonda le ossa. Guarda il vecchietto e gli chiede: “Come è stato possibile tutto questo?”.

Il vecchietto lo guada e tace.

L’attore insiste: “È forse colpa mia. Vediamo…; cerca con gli occhi intorno; vede dietro le quinte alcune seggiole, va a prenderne una poi, fatti alcuni passi, ritorna a prenderne un’altra. Siede, si rivolge al vecchietto con un gesto invitandolo a sedersi a sua volta, e recita questi due versi:

“Ho detto alla mia anima: taci, e attendi senza speranza

Perché la speranza sarebbe speranza mal collocata: attendi senza amore”…

Il vecchietto è rimasto immobile, in piedi. L’attore gli dice: “Non volete stare qua con me, almeno un momento? Confortare un povero attore trombato o, meglio, mortificato a morte è un atto di coraggio non un atto d’amore”.

Il vecchietto, rispettoso e un poco aulico: “Siederò con lei per il breve tempo di una sigaretta”. Si accomoda.

L’attore: “Avete ascoltato? E la mia dizione?”.

Il vecchietto: “L’ho ascoltata”.

L’attore: “Che cosa mancava?”.

Il vecchietto è intento a trafficare con i fiammiferi. Uno gli cade per terra. Si piega a cercarlo e alla fine lo trova.

L’attore: “Che cosa non andava?”.

Il vecchietto tira la prima boccata, poi: “Non era perspicuo!”.

L’attore: “Cosa?”.

Il vecchietto: “Perspicuo. Voglio dire, troppo denso. Avvoltolato in se stesso come una palla. La gente vuol capire subito, non vuol restare in attesa. Allora si fa sospettosa, anche contro i poeti”.

L’attore: “Davvero? Anche contro i poeti?”.

Il vecchietto: “Sì, perché sono i becchini del cielo”.

L’attore mormora a se stesso un verso:

“E così eccomi qua, nel mezzo del cammino, dopo vent’anni…”.

Il vecchietto getta per terra la sigaretta e la schiaccia sotto un tacco.

L’attore si alza in piedi. Dice: “Dove devo andare?”.

Il vecchietto: “È possibile che ci conduca il destino. Io intanto spegnerò le luci” – e scompare.

L’attore, così com’è, un po’ allucinato, s’avvia per uscire; intanto il teatro piomba nel buio.

Appena all’aperto, l’attore è come abbracciato da una folla; la stessa che all’inizio era il pubblico del teatro; e che adesso guarda verso il cielo, eccitata, esaltata.

Voci:

“No, guardate, sono sopra la chiesa di Mariano e Cosma”.

“Si abbassano, cadono, oh! sembrano cadere”.

“Ma cosa sono, sono uccelli?”.

“Navicelle, oggetti dello spazio”.

“Giochi per bambini”.

“Sì, sono palloni”.

“Sono fermi”.

Restano lì immobili, come in aspettativa”.

“E se lanciano bombe?”.

“Cosa dice! Sono palloni”.

“Palloncini di gomma, per far divertire i bambini”.

 

L’attore si rivolge a uno della folla, un giovane sui trent’anni, con una cicatrice sulla guancia e un libro stretto sotto l’ascella: “Perché siete usciti tutti?”.

Il giovane lo guarda e lo riconosce: “Gli altri non lo so, non posso dirlo. Parlo per me; io aspettavo altre cose, altre parole. Una scelta migliore. Quelle si chiudevano; non lasciavano respirare. Voglio dire, neanche il tempo di riflettere”.

Voci:

“Ecco, si muovono”.

“Sono veloci, vanno via. Scappano”.

“Vedete come sono leggeri”.

“Palloncini pieni d’aria. Leggeri, veloci”.

“Si dirigono verso il mare”.

“Quanti sono! Un’intera foresta”.

Il giovane commenta: “Ma basta poco per farli precipitare”; poi si allontana.

Anche la folla comincia a diradarsi.

Vicino all’attore compare il vecchietto, un po’ intabarrato, con il cappello in testa.

Il vecchietto gli allunga un libro: “Aveva dimenticato questo, in teatro. È suo, o mi sbaglio?”.

L’attore prende il libro: “No, è mio. Ma se vuole, glielo regalo. Tanto, ha visto stasera!”.

Il vecchietto: “È gentile, grazie. Ma la poesia non la leggo. Non la leggo più. Non la so leggere, per la verità. Qualche volta l’ascolto, se capita. In teatro. Ma è difficile. Arriva come un pugno e non so se è un bene o un male. Quando c’era la rima era meglio. Si poteva tenerla a memoria. Custodirla in tasca come il pane, o come il fumo. Buona sera!”.

Il vecchietto saluta e si allontana.

L’attore, guardandolo: “Si poteva mandare a memoria!”.

Fa qualche passo e butta il libro nella vasca di una fontana.

Il libro s’apre e galleggia, come un grande fiore bianco.

 

 

 

COME avevo detto un mese fa, i miei ricordi di Roberto non stanno in un solo articolo. Vorrei scrivere ancora di lui. Perché questa città (forse l’Italia intera) ha per gli intellettuali un rimpianto dal fiato corto, chiuse le celebrazioni si cerca di dimenticare, musealizzare e cancellare i contrasti, specialmente se il poeta in questione è uno spirito libero e non un possibile candidato elettorale. Cominciamo dal punto dolente: perché la Palmaverde, una libreria conosciuta in tutto il mondo da lettori e bibliofili, ha chiuso dopo sessant’anni di vita gloriosa? Qualcuno ha detto: per volere stesso di Roversi. Non è vero. Roberto non ha mai chiesto a capo chino un intervento. Ma erano le cosiddette autorità a dover sentire l’esigenza culturale e morale di salvare una delle bellezze di Bologna: un prezioso monumento all’intelligenza. Ci sarebbe voluto poco, era una piccola libreria, non una pretenziosa Aula Magna, non era difficile trovarle uno spazio. Ma la Palmaverde ha chiuso, anche se la sua anima di carta e inchiostro si è incarnata in un gruppo, in uno spirito, in pubblicazioni, in un fondo librario. Ma i politici, con poche eccezioni, hanno deciso di farne a meno. Perché? Un motivo lo trovo in una vecchia conversazione con Roversi, quando discutevamo sul come incoraggiare chi ha fame di cultura a Bologna. Bisogna fare il possibile da soli, disse lui, non per superbia o ritenendosi depositari di qualcosa. Perché la nomenclatura sventola sempre la bandiera della cultura, ma non scende in campo al suo fianco, si lamenta perché non ce ne è in giro abbastanza, ma non la produce e non la coltiva, anzi spesso la teme. Perché? «Perché – disse Roberto con uno dei suoi sorrisi un po’dolci e un po’severi – certi signori sanno, in cuor loro, che Bologna ha prodotto uomini di cultura molto migliori della sua classe politica. Li spaventiamo – concluse con una risata – siamo i fantasmi del castello». E allora non parlavamo solo di cantautori e scrittori, ma anche di grandi intellettuali come Roberto Dionigi, Silvana Martignoni, Enzo Melandri, Piero Camporesi e tanti altri. Certo Roversi ha meritato stima sincera da più di un politico. Ma questo non è bastato a salvare una delle iniziative culturali più originali e vivaci della nostra città: la libreria magica, la falegnameria dei poeti, il regno del topo letterato e del libro fantasma, la Palmaverde. E chi la frequentava sa che era davvero un posto incantato, apparentemente fuori dal tempo, in realtà ben dentro al nostro presente e alla battaglia civile.

Ecco alcuni segreti che ricordo.

 

IL TOPO LETTERATO

Una volta Roversi mi confidò una scoperta di cui andava fiero. Aveva la certezza che esistevano topi lettori molto più intelligenti degli umani. E me lo dimostrò. Mi fece vedere un libro di gran pregio del Carducci. Il topo aveva rosicchiato la parte bassa, le note e le chiose, e lasciato intatto il testo delle poesie. «È un topo critico nei confronti dei critici noiosi» disse Roberto. Poi mi fece vedere una serie di giganteschi volumi del Magistrato del Po. Migliaia di pagine, mappe e disegni. Il topo aveva mangiato una sola pagina, un bellissimo paesaggio. «Una sola pagina su diecimila disse Roberto: non è una scelta gastronomica, ma culturale». I topi erano per Roversi nemici-amici del libro. Sui tarli, come sa chi ha letto il suo bellissimo libro di commiato “Contro il tarlo inimico”, era più scettico. «Troppo avidi e frettolosi – diceva –. Potrebbero essere paragonati a lettori di best-selleracci. Ma io non tengo best-seller e quindi mi hanno sgranocchiato Majakovskij e Celan. Meritano l’impiccagione». Fu alla Palmaverde che mi venne l’idea del verme disicio, il verme che mescola le parole dei libri per creare confusione. Roversi fu entusiasta: «Da qualche parte esiste sicuramente – disse – dobbiamo cercarlo».

 

LA PALMAVERDE DEL TESORO

In un punto della Palmaverde, di fronte all’entrata c’era un muro che risuonava come fosse cavo. Un giorno, diceva Roversi, sfondiamo col piccone e sicuramente c’è nascosto un tesoro. E giocavamo a immaginare cosa poteva essere. Un bottino dei lanzichenecchi. Il tesoro segreto di Cagliostro con formule alchemiche, i lingotti d’oro del Reich. Oppure un libro rarissimo di Calabernardo o un inedito di Borges dove si parla dei tortellini. Ma il suo sogno preferito era: dietro al muro c’è un forziere di dobloni d’oro, come nei romanzi di avventura. Cosa avremmo fatto con quei soldi? Metà ce li teniamo, diceva Roversi, e con l’altra metà compriamo il Bologna. Era uno dei nostri argomenti preferiti. Roberto era tifoso di auto, di atletica, di calcio. E del Bologna. Che già allora deludeva un po’, anche se al confronto della dirigenza di oggi, Gazzoni sembra un gigante. Roberto mi parlava di Schiavio e Cappello, mi diceva che il calcio era cominciato come poesia, era diventato prosa, e stava diventando un bilancio aziendale. Era buon profeta. Mi raccontava delle partite di quando era giovane. Il calcio era bello, diceva, quando il pallone bagnato e ponderoso calava dal cielo come Giove, come una meteora, e sentivi il colpo di testa fin sulle montagne.

 

IL CLIENTE SOSPETTO

Roversi amava i suoi libri di un amore che a volte diventava gelosia. Mi accoglieva dicendo: oggi ho spedito un volume. Per metà sono contento. Per metà mi dispiace, ce l’avevo da tanto tempo. Tutti ricordano che ogni tanto, non per capriccio, ma per qualche istinto misterioso, rifiutava di vendere un libro. Una volta entrò un signore molto elegante e distinto. Si presentò come amico di una tale importante, a cui voleva regalare un libro importante, e a questa frase lo sguardo di Roversi diventò sospettoso. Il signore distinto si mise a guardare i libri, a sfogliarli con un certo malgarbo. Dopo un poco Roberto mi sussurrò: vedi, mi disse, sta scegliendo un libro per fare colpo. Ma non perché è un libro che conosce o ama. Ne cerca uno che impressioni, con una gran copertina e soprattutto costoso. Infatti il signore scelse un pregiatissimo volume sugli impressionisti. «Mi dispiace – disse Roversi con un sorriso impareggiabile ma l’ho appena venduto per telefono a un giapponese». L’uomo se ne andò tra il perplesso e l’offeso. Io chiesi a Roberto se era giusto non vendere un libro, il cui destino era, in fondo, di essere letto. Primo, disse Roversi, quel libro sarebbe stato messo in mostra su qualche scaffale, ma forse non sarebbe mai stato aperto. Due, non si vendono i libri a chi li sfoglia con tanta fretta e senza rispetto. Tre, lo venderò a qualcuno più simpatico. Quattro, il libro mi ha detto che non voleva andare via con quel tipaccio.

 

IL LIBRO SUICIDA

«Che tu ci creda o no – mi disse una volta Roberto – ho un libro che vuole suicidarsi. Sono già due mattine che lo trovo per terra. Non è in bilico, è in una buona posizione equilibrata, non ho urtato lo scaffale. Un topo non ha abbastanza forza da farlo cadere. Allora cosa succede durante la notte?». «Fantasmi? – dissi – oppure una maledizione?». «Giusto – disse Roversi – e allora scopriremo perché si lancia nel vuoto». Salì con la scala fino all’alto scaffale. Il libro suicida era una Divina Commedia illustrata dal Dorè. Ma proprio al suo fianco c’era un formidabile librone nero: una storia del Papato medioevale. E subito nelle prime pagine, c’erano alcuni ritratti di papi. Uno era Bonifacio VIII, il grande nemico dell’Alighieri. «Ecco spiegato tutto – disse Roversi – sposto il libro e non si butterà più». Che ci crediate o no, questo succedeva alla Palmaverde. Da allora quando entro in una piccola o grande libreria, anche la più fredda, sempre più simile a un supermercato, guardo i libri in un modo diverso. So che sono lì per essere venduti, che sono merce, che sono di tutti, ma anche che sono speciali, che hanno un segreto, che aspettano la persona giusta. E sarà sempre così anche se molti, chissà perché, sembrano godere all’idea che il libro muoia. Ma è da secoli che i libri attraversano le guerre, i roghi, le censure e i terremoti tecnologici. Quindi ho ancora fiducia. È una delle tante cose che mi ha insegnato Roberto Roversi. Alla prossima puntata.

 

 

 

la Repubblica, 24 novembre 2012.