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Lunedì, 15 Aprile 2013 12:21

Prospetto delle riviste: Il Mulino

IL MULINO. Rivista mensile di cultura e di politica [dal N.° 39. Prima: Rivista mensile di attualità e cultura].

Bologna. N.° 1: Novembre 1951. Fascicoli di pp. 72-88, a numerazione continua, mm. 240x170. Ultimo uscito finora: N.° 45, A. IV, luglio 1955.

Dir. Pier Luigi Contessi [Fino al N.° 38 erano dati inoltre i nomi dei seguenti redattori: Francesco Compagna, Gianluigi Degli Esposti, Renato Giordano, Gino Giugni, Federico Mancini, Nicola Matteucci, Luigi Pedrazzi, Ezio Raimondi, Mario Saccenti, Antonio Santucci; amministratore Fabio Luca Cavazza].

S.p.A. Poligrafici «Il Resto del Carlino», Bologna.

 

Da una fervorosa serietà a un risentito conformismo: questo, a volere schematizzare, ci sembra il diagramma dell’attività (rivolta alla discussione politica e a studi storici, economici, sociologici) de Il Mulino; cominciato come «quindicinale di informazione culturale e universitaria» con cinque fogli post-goliardici (25 aprile-25 giugno 1951), precari e dispersi, e del resto «preistorici», e giunto a questi fascicoli floreali, così ben stampati. Un lungo lavoro che, a parte ciò che diremo, vale in toto.

Il primo tempo che vide il giornale di gioventù diventare miracolosamente rivista, assumendo una periodicità nettamente scandita, avviò un lavoro d’indagine che se diceva incertezze, dubbi, mostrò nondimeno un più accentuato rigore intellettuale, ove interne tendenze diverse agivano dialetticamente. È il momento del centrismo illuminato, che andrà smorzandosi come un tramonto. È il momento, vivo ed eccitante, in cui Il Mulino costruisce la sua fortuna (però ne uscivano alcuni redattori).

In un vero entusiasmo si arrivò (e con un’opera organizzativa non solo fornita di mezzi, ma veramente scaltrita) a un frequentato Convegno di amici e di giornalisti, da cui uscì una Relazione [1954] che provvedeva, alle diverse discipline e «ricerche», articolati programmi o indicazioni. La rivista viene intesa in alto loco come la meglio rappresentativa della nuova generazione; è avvolta di simpatia che promuove autorevoli rinforzi collaborativi; e poté darsi con il nome inadatto di neo­illuminismo una certa fama di movimento di nuove idee.

Matura invece alla distanza un tono, o un periodo, «ministeriale». Sostenuto certo da alcuni specialisti spigolosi e previdenti, macinatori di documenti, che furono allievi dell’Istituto Storico di Napoli, da cui Chabod dona sapienza: i quali, addestrati con rigore al neo-storicismo di tono liberaleggiante, abituati altresì a lavorare «a squadra», senza respiro e senza concederne, non politicanti ma già politici, e ragionatori sottili da contro-riforma, offrono pagine fitte fitte, con note, richiami, riferimenti, postille, corsivi (non gradevoli alla vista, di gusto «cattivo»: e questo appunto dona fascino di «uomini gravi» che disdegnano la «bella» pagina).

Pare tuttavia di trovarvi un certo vuoto o sfacelo interno. Non si sente più la fiducia (non velleitaria o compitata a fil di penna o a denti stretti) in un lavoro vivificato da un liberalismo operante e attivo, che non può essere che su basi rigorosamente laiche. Come si può altrimenti compiere la «rivoluzione liberale» che più o meno esplicitamente ci si assume? Né certo basta rinculare in un centrismo oscillante, tutto cauteloso e puntuto, per avere pace e per convincere: questa posizione può preludere a una debacle morale che va diffilato al qualunquismo.

Grava sul Mulino l’impressione (nonostante alcune collaborazioni, e celebrazioni, stupefacenti) di un disinteresse scettico nascosto, e di una insicurezza dei propri passi. Cagione a noi, come a molti altri osservatori, di dispiacere. Peraltro il lavoro organizzato a largo raggio prosegue senza soste.

Resta da dire che presto la letteratura fu destinata a una serie di recensioni finali in corpo minore. E ciò è sintomo interessante. Poté parere dapprima che si trattasse della freddezza per i problemi schiettamente letterari già osservata autorevolmente nel dopoguerra (che noi crediamo preludio di una letteratura di meno sfuocato impegno umano). Ma allo stato delle cose del Mulino, soprattutto nella sua base, conviene domandarsi altre cause e concause di tale celato e facile disprezzo per la ricerca letteraria: 1) forse che le tecniche in genere sono aride sopraffattrici (tendendo al neopositivismo dei «fatti e non parole») e nel gruppo del Mulino in particolare i tecnici sono sopraffattori di qualsiasi comprensione per la genuinità?ma nessun movimento di cultura ha mai potuto prescindere dal momento dell’arte; 2) e forse che la ricerca letteraria, essendo autentica e sempre rivoluzionaria, non è dirigibile come l’opera dell’intelligenza? 3) o forse che il dispregio è, anche, un «compenso» intimo di taluni inibiti letterariamente, cioè segretamente delusi?

Una simile e assoluta sordità alle ragioni delle lettere si illustrerebbe ora, se si vuol credere alle voci correnti, di un prossimo supplemento o sezione letteraria, la quale (oltre che immettere alcuni nel giro delle relazioni) avrebbe l’intento specifico di riposare, ricreare e dilettare gli spiriti seri di tutti i lettori, e pertanto, dovendo stare all’altezza della rivista, si azzarderebbe a far conto solo degli scrittori che sono già sicuri monumenti.

 

 

 

Officina, n. 3, settembre 1955.

 

 

 

 

Lunedì, 15 Aprile 2013 09:54

Prospetto delle riviste: Galleria

GALLERIA. Rassegna bimestrale di cultura.

Caltanissetta. A. I: 1950. Fascicoli di pp. 100 circa, mm. 212x150. Ultimo uscito finora: A. V, N.° 3-4, Agosto 1955.

Dir. Leonardo Sciascia.

Ed. Salvatore Sciascia, Caltanissetta.

 

Si deve dire di questa come di un esempio ottimo di una rivista di letteratura che viene dalla provincia; per il fatto che, trascurando i «notabili» locali e le culture retrograde che essi difendono con grettezza (in ogni nostra provincia, dove dispensano altresì la piccola e vanitosa notorietà) si è fatta una libera sede di incontri, e per opera di un solo. Galleria, che è redatta con ostinata pazienza in un paese della Sicilia, ora conta, e si fa amabilmente seguire, perché propugna il suo carattere in partenza antologico con semplicità e con offerta sempre dignitosa di prime prove.

Dapprima fu rappresentativa della cultura meridionale nei suoi temi e nella sua partecipazione ai problemi comuni, con autorevoli scritti; in seguito ha invece precisato interessi particolarmente letterari. Notevole – per interne decisioni critiche più risolute – si presenta poi la serie di opere e raccolte poetiche che col titolo quaderni è stata ultimamente affiancata. Di questa, essendo interessati direttamente, vogliamo solo osservare che costituisce un prolungamento più militante del periodico, se anche con pericolo talora di semplice rassegna di nuovi autori diversamente volenterosi.

Perché, ritornando alla rivista, dove questo pericolo si accentua, il criterio antologico, anche quando opera in esso una sottile esperienza e perfino un intento polemico, è uno schermo prudente, una riserva mentale, puntando genericamente sul «bello». E anche le ragioni sperimentali di un’antologia «continua» sono superate, e potevano valere solo nell’immediato dopoguerra.

Apprezziamo infine certi «numeri unici» recenti (poesia dialettale; letteratura americana, a cura di A. Rizzardi; e spagnola, a cura di V. Bodini) per se stessi, come contributi importanti o interessanti agli studi, ma in genere i numeri unici o speciali significano, un poco, un silenzio della rivista.

A noi pare che ora Galleria si rafforzi come «centro» di un gruppo di giovani scrittori meridionali, e dunque acquisti il mordente di un intervento attivo nella nuova letteratura. Occorre, se ciò non si pone fuori della parabola della rivista, che anche svolga un proprio discorso critico: solo così può contribuire alla chiarezza.

 

 

 

Officina, n. 3, settembre 1955.

 

 

 

Benvenuto

anno che su una nuova carrozza

arrivi a portare

bianca farina per buona fortuna.

Oggi sia migliore di ieri

e domani sia davvero di grande ventura

se sapremo alzare al vento le vele

senza tremare.

 

***

 

Sei disposto, uomo, a diventare eroe?

Non più vestito dell’ombra dei giorni ma

della corazza per la battaglia finale

dentro i muri della città questo scontro

può esaltare una vita.

Il destino dunque non è ancora segnato.

 

***

 

Nel bosco due uomini

si avventano senza un saluto.

Il pugno secco

prima incontra l’orecchio

poi si spegne incerto, come sperduto.

Nel silenzio la luce

verde in mezzo ai rami

chiama, chiede aiuto.

 

***

 

Si parla ancora di lei

incantevole pellegrina

leggera nella corsa

paziente nella speranza, paziente nell’attesa.

I vecchi muri esplodono

il mondo ritorna giovane.

 

***

 

Il suo cammino è il cielo che la sfiora.

In attesa di un segno

ascolta il tempo passare venire

libera come ora non sarò più mai, dice,

appartengo alla nuvole

le canzoni non bastano.

 

***

 

Camminare nello spazio non è facile

non è un giuoco.

Svincolato da ogni parte

vento portami

cielo parlami

terra saluta dammi un addio

è un mistero

dove sarò domani.

 

***

 

Guarda lontano.

È pronta per partire?

fuori l’attende un cielo strano.

Sul ginocchio la mano.

prende la rincorsa

verso un sole rosso di vittoria.

 

***

 

Sollevo la terra sul palmo della mano

volo

con tanta luce intorno

nottegiorno.

Fra i tralicci alzo il mondo nel canestro

ma è presto per gridare vittoria.

 

***

 

Il viaggio fino a queste pietre mi ha portato.

Itaca è questa?

Come un angelo marinai caduto sperduto

vedo l’erba ascolto i rumori le voci,

parlano una lingua questi italiani

vecchia come il mare

ma non mi nascondo

perché qui voglio restare.

 

***

 

Finalmente armata

lei non sta più quieta ad aspettare

si libera al mondo è già nel mondo pare

non avere paura del nemico all’erta.

Non più divisi da un fiume

sarà il più giovane il più scaltro

a prevalere

nel futuro che è donna.

 

***

 

È amara la forza

che non esplode in grido.

È vincitore o vinto?

 

***

 

Dall’infinito dei mondi

approdano sulla terra

la trovano consumata da antiche galere.

Toccano la sua pelle

per sentirne il respiro

perché il desiderio è conoscere non conquistare.

Avanzano questi uomini del futuro

inquieti per il silenzio.

li aspetta una battaglia o l’amore?

 

***

 

Dei ciclisti adesso

si ammirano i lunghi capelli.

I grandi occhiali neri

li assomigliano ai guerrieri dello spazio.

Indossano magliette di parole che

raccontano le meraviglie le storie

del nostro tempo.

Eppure ancora non sappiamo

se nella corsa riesce vincitore

non il più forte ma il più giusto.

 

Giovedì, 11 Aprile 2013 14:27

Disegnata così sulla carta verde tenera

Disegnata così sulla carta verde tenera

l’orma, l’ombra del violino

sembra un cranio

senza più capelli

una testa in attesa

dell’evento

teatro o ghigliottina.

Aspetta il suono

di campane

stridere

la misteriosa fragilità

l’esile struggente meraviglia di una nota scaltra o lacerata.

Non si quieta mai il suono

che scorre ricercando

un prato o una pietra

alzarsi in volo

schiacciando l’orma (l’ombra) di una mano

di una guancia di un uomo

l’ansimare caldo e cerimonioso

di un sogno che vibra

per oltrepassare

luci pietre ed esplode

fra applausi senza occhi

splendide luci in sala

quando il violino riposa

il suo padrone con lacrime

si inchina. Si inchina. Si

inchina.

Ma allora il silenzio

è un cuore aperto

tradito dai dardi

dell’uomo

che si avvolge

nell’onda infuriata

della

vita.

È la paura completa per chi si sente

del tutto perduto.

Ma il violino riprende

a rincorrere i suoni e

s’alza speranza nuova

allora.

 

 

Col violino, quanto è meglio

più gradevole e preziosa

amichevole e fraterna

piena di sorprese

la rassicurante confusione della vita (senza il tonfo dei cannoni).

La confusione

della città

da tanti

detestata

con scalpitante ferocia.

Il mondo è sempre più calpestato (ferito)

e il suo silenzio è come un vetro

sempre spaccato da un sasso (dai sassi).

Il violino col suono

lo riporta

in cielo.

 

 

 

Giovedì, 11 Aprile 2013 13:21

Dicono che è matto

Quello che canta sui tetti le cose della strada.

Guarda la fotografia. La guardo. Cos’è? Un indiano Sioux, con altri, dentro a una riserva? O è Jannacci con un bicchiere in mano? E quelli intorno sono suoi figli o i figli dei suoi figli, o anche i figli dei figli dei figli in un proliferare che porta nello spazio? Perché Jannacci è mitico; lui solo. Fra tanti bravi bravissimi che hanno cantato a squarciagola in questa metà di secolo furente, lui è rimasto come a parte, un capo tribù invasato che al confine del campo fa gesti cauti, sempre gli stessi, per invocare la pioggia. E la pioggia prima o dopo cade, a bagnare i campi; o anche soltanto le scarpe.

Jannacci con Gaber, Jannacci con Fo, Jannacci con Jannacci; perché una cosa mi sembra vera, che non è mai solo. Jannacci e la sua ombra, ma mica in pace, si guardano in cagnesco, sono conflittuali, si guardano in bocca. Quindi Jannacci terrone milanese, Jannacci milanese terrone, Jannacci milanese che di più non si può, Jannacci cantante e autore, Jannacci medico di una USL, Jannacci che suona e cammina, Jannacci che guarda che canta che pensa. Pensa guardando o se guarda pensa. E non si fa certo pensieri da poco. Le sue canzoni, quali che siano, non sono mai canzonette.

Dicono che è matto (un matto savio, la sua follia) almeno nelle canzoni; dicono che quando parla neanche sa parlare; anzi, neanche vuole parlare parlando; perché perde il filo del discorso, si arrampica sul muro, sale i gradini passo a passo di una fantasia che si sperde sui tetti, oltre i tetti. Perché i tetti sono la sua buona caverna, non la strada, nonostante le apparenze. Lassù guarda tutto e poi si immedesima nel particolare, nei particolari; partecipando così alla vita del mondo, direttamente; e mai giudicando il mondo. È così che può disperdersi per i ricettacoli di tanti sentimenti precisi fino al brivido. Non è il santo superbo di sapienza ma il santo rinsecchito e intrepido, in qualche modo, che arrostisce sulla graticola. Ma è poi così matto come sembra? Così giocoso e surreale, così re del non senso da gareggiare con Lear, con Morghenstern o con Toti Scialoja? È vero che, come dicono o hanno detto, propone il disordine e ti vuole tirare dentro con simpatia? O invece si dibatte dentro al disordine e ci sguazza dentro smanacciando con brivido lucido per non lasciarsi sopraffare? Non canta i disgraziati ma canta, ed è ben più profondo, la disgrazia dei disgraziati. Sembra un san francesco nudo, sulla piazza di Verona o di Milano. Il poveraccio sembra sempre sul punto di cambiare pelle, proprio la pelle vera come un serpente, e diventare un killer; per compiere una giusta vendetta. Perché i dispiaceri accompagnano in posti che fan paura ai diavoli. È mitico, è solido, racconta storie, le distribuisce parlando con la gola. È sempre, quasi sempre, divertente, anche. Ma, attenzione (vedi per esempio Mexico e nuvole): che voglia di piangere ho. Non si è mai nascosto dietro niente. Grande Jannacci. In questi giorni: domanda, Cosa facciamo? risposta: In montagna, coi fucili, non bastano le canzoni.

 

 

 

Mongolfiera – Bologna, serie II, n. 1, 15-21 novembre 1991.

 

 

 

Giovedì, 11 Aprile 2013 10:29

Luglio

Mese di luglio è mese infernale

nevica sempre sempre nevica e si scia molto male

luglio è inverno profondo di notte di giorno

campi di ghiaccio pozzanghere fango umido grigio

                                                          [all’intorno.

 

Oh se in luglio si potesse nuotare

nel mare mare che non dorme mai

anch’io sarei più libero e felice

come si dice? senza un sacco di guai.

 

Gennaio sì che è un mese caldo e pieno

senza una nube giorni di sereno

ore struggenti che passano in un baleno.

Luglio invece ha sere lunghe e scure

cascano a terra nebbie fitte e dure

freddo da cani il fiato sembra un fumo

foglie di neve, in strada mai nessuno.

Ride gennaio, giuoca, è più gentile.

 

La voce di gennaio è calma lieve

luglio ha le spalle cariche di neve.

Proprio per questo luglio lo detesto.

Lo cancello con gli occhi. Vada via al più presto.

Mercoledì, 10 Aprile 2013 10:11

La poesia? Sì, la poesia…

Sono convinto che sotto qualsiasi cielo, anche sotto quello di Elicona, il prossimo futuro è sempre meglio del prossimo passato. Per cercare di capire con un eventuale aggiornamento (del tutto privato, sia chiaro) il presente e il futuro, ho bisogno ad ogni modo di ricontrollare con lo scrupolo necessario una breve bozza di questo passato; mica tanto prossimo, se si torna addirittura al ’45. Ma noi ci interessiamo delle cose correnti.

Per esercitare questo impegno non mi affido alla memoria al fine di trovare dei reperti; devo, crudelmente, camminare per corridoi perfetti-orribili dove stanno, sottratti alla morte e non più affidati alla vita, i sopravvissuti alle radiazioni di Hiroshima e di Nagasaki. La visita non è un dovere; ciascuno di noi è sempre abbastanza vile per sapere di volta in volta rifiutare le occasioni; queste poi mettono a nudo il mondo. In quelle stanze vivono i superstiti che respirano e si muovono ancora, che ci guardano entrare. Ogni volta si sente respirare, come un cane, la morte che non viene. Ecco, è da qua che vorrei cominciare a parlare; seduto su quella seggiola, vicino a una finestra. Quel ’945 era stato spaccato così, da due bombe che avevano chiuso quella guerra. Era giusto e onesto, da noi, il susseguente entusiasmo e il fervore concentrato e assiduo di tante teste; tutto sembrava farsi nuovo sotto le dita e pareva sul serio che questo mondo (in una definizione generica) potesse fare e pensare diverso. Anzi, che dovesse.

«Il diritto di parlare non deriva agli uomini dal fatto di possedere la verità. Deriva piuttosto dal fatto che si cerca la verità» scriveva Vittorini nella sua risposta Caro Togliatti sul Politecnico. Ma vent’anni dopo, in un suo giudizio autocritico pubblicato su Il Menabò, rifletteva e correggeva: «Non c’è stata scelta per un dibattito che portasse avanti la dinamicità delle forze politiche che sentivamo intorno a noi, maturate dalla guerra e dalla resistenza, verso aspirazioni così vicine e così reali. È mancato l’impegno di dire ai politici: “siamo politici anche noi”. Abbiamo qualcosa di politico da dire anche noi, e questo qualcosa può avere importanza per quello che di politico potete dire voi. Abbiamo accettato di essere dei “culturali”, e così ci siamo confinati da noi nella posizione che ci attribuivano coloro che si dichiaravano o consideravano se stessi dei “politici”. Ciò che è stato anche una presunzione. La presunzione di poter continuare a sviluppare il nostro pensiero e la nostra possibile azione fra noi, in una dimensione ch’era forse di rigore professionale, ma che si tagliava fuori dall’effetto politico che anche un rigore professionale non può non avere».

 

Mi sono rifatto al tempo e al luogo per cercare di identificare il punto cruciale che si trasformò in polemica ma che era un groppo non sciolto allora né poi e che dura tutt’ora, stretto come un nodo scorsoio nonostante nuove e prolungate manomissioni. In altre parole, sembrerebbe che l’istanza dei problemi si sia modificata per il naturale svolgersi delle cose ma non sostanzialmente, ne che abbia fatto progredire in ordine alla riuscita e alla qualità (la quantità è un altro problema) delle risposte.

Da allora invece, e fuori da sottolineature ironiche, direi che il progresso del nostro tempo è stato scandito da singoli momenti «funebri» in cui, in lutto e in fila, i «culturali » seppellivano a scadenze decennali e con relativo apparato rituale una qualche analoga illusione o alcune lucide e disperate speranze di rimpallo. Era un fuoriuscire ed entrare dai cimiteri delle idee o da usci di case che portavano alle nuove sedi dell’ideologia riverniciata. Ma in ogni modo, se vogliamo completare il cenno, fatti e cose lasciavano immutati i termini di questo o di questi problemi, che adesso ci troviamo tali e quali di fronte. Siamo ancora a quel punto, con la gestione di una uguale dissipazione (recalcitrante) o di uguale disperazione – semmai più fredda e incattivita dall’ansia di oneste scadenze rimandate. Da lì proviene ancora a fiotti il vapore che ha continuato ad appannare i vetri della casa-letteratura, della casa-cultura, della casa-ideologia, della casa-istituzione di norme. Ripeto che secondo me il centro del problema, tramandosi fino a noi senza sostanziali incrinature, sta lì; sia pure cavato fuori, strappato dalle pagine di una rivista importante e trasferito nel contesto politico, anzi nel contrasto politico che era in atto ieri come oggi. In quel momento la richiesta di Vitt. ai politici, più precisamente a Togliatti, è di potere liberamente gestire insieme una novità o la novità completa (totale) delle cose; di avere la libertà di cercare tutto il nuovo, non solo di avere di nuovo la libertà o una libertà; quindi era la richiesta di una diversità nella ricerca di libertà, non solo e non tanto di quella grande e generica libertà frenetica ossessiva esistenziale. Il giuoco di questa intelligenza e di questa fantasia, o dell’intelligente fantasia che è previsione globale ma inventata quindi senza responsabilità immediata, durò poco, si spense – o fu spenta (come detto). Sono passati due anni appena e nel ’47 cala la nebbia, torna un tran tran fragoroso rigoroso rovinoso, irritante irridente, da respingere. Ci immettiamo fra le sponde del neorealismo, un canale fra i canneti. La situazione e i termini della situazione sono straordinariamente attuali; là dentro la figura preponderante di Vitt. è in risalto, in quanto nessun altro, neanche dopo, riuscì a incorporare a rappresentare e in ogni modo a incanalare le faticose contraddizioni che, strisciando sulla pietra della prassi, si rovesciano addosso a chi era in corsa. Protagonista, Vitt. ha consumato fra altri sacrifici generosi e responsabili quello di rappresentare vizi e virtù di e in un momento capitale di quegli anni (che erano e sono nostri). Ogni suo intervento offre un dettaglio, uno stimolo all’analisi e alla contraddizione anche aperta, all’ammirazione per l’impegno delle cose impostate affrontate e quindi in qualche modo fatte, ai soprassalti per gli errori inevitabili o anche evitabili. Ma neppure lui poté o seppe individuare e impostare (che è meno di affrontare) in |modo rivoluzionario il problema che si presentava d’acchito così corrosivo e determinante (e occorre dire che forse perché troppo incidente fu sempre un problema fraintesoe disatteso in ogni occasione dal dibattito culturale): il rapporto del culturale col politico. Pari pari siamo ai giorni nostri, a questi giorni.

La prospettiva dei problemi che richiedono l’impegno unitario per essere affrontati è ancora massiccia, affondata nella realtà e nel suo insieme, per lo più, fa spavento. Quale è l’identità nell’impostazione del problema ieri e oggi? rispondo: nell’aver mantenuta «naturalmente» aperta, come una frattura strumentale da gestire e da comporre di volta in volta, e secondo motivate occasioni, l’azione culturale dall’azione politica. Si faceva e si fa politica con la cultura ma la cultura non era la politica, e non è la politica; la figura del politico preesisteva centralizzata dentro alla realtà delle azioni da svolgere mentre la figura del culturale si scontornava ad ogni episodio in grumi di tollerate o esacerbate manomissioni. Nessuno seppe proporre, o poté proporre avendolo inteso, che la distinzione era capziosa, articolata, manovrata; era una impostazione tattica, una falsificazione precostituita; pertanto occorreva adoperarsi «esclusivamente» per arrivare a una sovrapposizione, alla necessaria identificazione. Occorreranno tutti gli anni sessanta per arrivare alla chiarezza responsabile di questa conclusione. Far politica e far cultura non sono (non erano) – e non devono essere – due momenti da integrare e controllare via via, registrando piaceri e dissensi, congratulandosi quando il cammino è piano. Far politica e far cultura sono una cosa, questa cosa, la stessa cosa. Si vede adesso che la risoluzione di quel diaframma traumatico, che ha esacerbato le domeniche di tanti galantuomini e la vita di veri uomini, stava nel lasciar cadere come un beneficio frusto le prerogative (tutte le prerogative) che il potere politico, sollecitato, concedeva al potere culturale; di respingerle, chiedendone altre, tutte; ma non per rabbia, per necessità e per conduzione delle cose fatte o da gestire; come normalità della prassi. C’era errore allora e c’è un errore oggi (in situazioni e posizioni renitenti) nel chiedere ai politici e non da politici; nel non riuscire a darsi non dico una maschera ma nemmeno l’immedesimazione che è ribadita come necessaria; nell’agire non tanto per avere scelto la politica ma per avere scelto di muoversi con la politica.

Se l’ipotesi è giusta, il secondo errore, ripetuto poi di seguito, è stata allora ed è adesso la mancanza di una analisi della realtà concreta corretta nonché argomentata; è l’accettazione o la rassegnazione ad analisi della realtà che sono ufficiali comunque anche quando sembrano dirompenti, oppure sono sempre monche, smozzicate, incerte. Se scelgo per aiuto al mio discorso il dibattito su Il Politecnico (stimolante e nuovo anche se privilegiava in ultima istanza la componente o la direzione ideologica-resistenziale-esistenziale) posso subito notare, all’interno, il vuoto traumatizzante sul ruolo vecchio e nuovo del fascismo – che era dato per morto e sepolto, relitto definitivamente affondato; mostro di un’epoca. Era in atto a parlar chiaro, una primavera da bella ciao, mentre l’europa e il mondo erano spartiti, la Germania ribolliva e si ricomponevano sotto mari di ghiaccio non vecchie storie ma nuove forze di sopraffazione. Il ’48 era alle porte. Dopo, non resterà che gli occhi per piangere e la forza argomentata (per chi l’aveva) di chiedere ai politici – ad alcuni politici – i mezzi e l’appoggio per riorganizzare la cultura. Un’operazione ancora subalterna, regressiva, disperata. Ci sono in archivio le eccellenti riviste che hanno raccolto questi stimoli puntigliosi, questa volontà acre e sottile, questa tensione a durare e a resistere nonostante tutti gli errori: Opinione, Ragionamenti, Passato e Presente; e altre.

Analogo è il discorso sul presente; sulle cose occorrenti. E questo discorso non può che essere legato al modo di lettura e di analisi della situazione e delle relative contraddizioni. Ricercando, aggiungo, la massima unità possibile d’impegno. Anni di vertiginosi trapassi, scorie e relitti continuamente ribattuti e riaffioranti in una glaciazione intermittente, viltà inesauribili o sorprendenti, ma anche inesauribili e sorprendenti novità – e qualche stimolante sorpresa. Anche adesso si impone di leggere la situazione (la realtà difficile, come è l’indicazione efficace di questa rivista) in quel modo; con la conclusione che non si può scegliere (rassegnarsi a scegliere) ma si deve essere. Non sei un operaio se non fai l’operaio; non sei un contadino se non fai il contadino; non sei un uomo se non fai l’uomo; se non stai fra gli uomini. Da questo mare di vergogna che è dipinto col magistero del potere subdolo per stravolgere cose e persone, possiamo non lusingarci con le soddisfazioni che non abbiamo ma – questo sì – alimentarci con una impazienza che dividiamo con altri e con una fame di fare cose per gli anni a venire.

La poesia? Sì, la poesia: non una comunicazione sacra né un bisturi tecnologico e neppure un rumore di metallo. Naturalmente ciascuno ha la sua matita in tasca (è bene che tutti sappiano che ci sono altri pronti per leggere). Io tengo per quelli che scrivono non col sangue non con la testa non col cuore – nello struggente rilievo dei sentimenti (che contano) – ma con le cose che accadono e ci accadono (strisciando con loro) e che vogliamo capire. Vuol, dire con sangue testa cuore non separati.

 

 

 

Il verri, serie VI, n. 1, settembre 1976.

 

 

 

 

“Muoiono i poeti senz’altro rumore che di pagina voltata”

(Lelio Scanavini)

 

Con la scomparsa a Bologna di Roberto Roversi, lo scorso settembre, non muore solo un poeta vero, muore il poeta più dignitoso, più coerente, più appartato, più singolare che io abbia conosciuto. Un poeta che non ha concesso nulla alla chiacchiera mediatica, che non si è fatto coinvolgere (come il 99% dei letterati italiani) nel becero sistema culturale delle star e delle soubrette, tanto in voga dalla fine degli anni Sessanta in poi e divenuto ora la cloaca televisiva e spettacolare che conosciamo. Non ha voluto diventare un uomo di potere nelle strutture delle case editrici, delle riviste e degli apparati culturali. Ha rifiutato tutto questo e all’apice della sua notorietà (i più giovani non sanno che i libri di Roversi erano pubblicati da Einaudi, che aveva fondato “Officina” con Pasolini, aveva dato vita a “Rendiconti” che era un punto di riferimento di Vittorini, eccetera, eccetera), disgustato dall’andazzo che aveva preso l’editoria, trasformatasi in industria culturale, aveva troncato ogni rapporto con essa, e si era messo a scrivere e diffondere i suoi materiali poetici, su ciclostilati che mandava agli amici e a chi ne faceva richiesta. Foglietti clandestini come si fosse trattato della Russia ai tempi del dissenso. E aveva dato il suo appoggio a tutte quelle iniziative di base, autogestite e povere; a tutti quei fogli a stampa autoprodotti, a quelle riviste marginali, lontane dai circuiti ufficiali e dagli intrighi, dalle gelosie, dai narcisismi. Lui, dignitosamente, aveva continuato a guadagnarsi da vivere facendo il venditore di libri antichi nella sua libreria “Palmaverde” in Via dei Poeti, nella sua Bologna che a partire da un certo periodo lo aveva anche molto deluso. Ricordo ancora un suo duro articolo su l’Unità intitolato: “Maledetta Bologna, maledetta Italia!”. Da quello che ora posso ricostruire, avendo smarrito un vecchio diario, i miei contatti con lui risalgono agli anni Settanta, ricevendo io i suoi materiali e le rivistine dove questi comparivano. Poi negli anni Ottanta mi mandò i suoi versi per due antologie poetiche da me curate per minuscole editrici: Il magico negli occhi (prefazione di Mario Spinella e copertina di Ernesto Treccani), e Addio a Proust; quest’ultimo volume gli sembrò fin troppo elegante. Alla fine di quegli anni nasceva l’esperienza più innovativa nel panorama editoriale italiano: la casa editrice Gitti, che in rivolta contro una degenerazione divenuta intollerabile, lanciava il suo manifesto: pubblicare libri di autori il cui nome doveva essere noto solo a un notaio. Un comitato altrettanto anonimo avrebbe letto senza pressioni o condizionamenti del nome i dattiloscritti, e scelto sulla base dell’importanza, della qualità, cosa pubblicare. La copertina avrebbe portato la dicitura “romanzo anonimo”, e l’autore si impegnava a restare anonimo per 5 anni. Questo, secondo gli ideatori della sfida, avrebbe moralizzato il settore, posto un freno alla valanga di libri inutili e permesso di pubblicare solo quando ci si imbatteva in un libro che lo meritava. L’iniziativa ebbe molta notorietà e la stampa si scatenò. Giovanni Tritto, che sosteneva economicamente l’impresa, prese contatti con un gruppo ristretto di letterati ed intellettuali. Io ero il più giovane della compagnia, e Roversi, per la sua storia ed il suo rigore, non poteva non essere un nostro punto di riferimento. Andammo in Via dei Poeti ad incontrarlo, dopo numerose telefonate, chiarimenti e preziosi consigli. Fu fra i primi a dare la sua adesione, a far parte del comitato di lettura. Ho rinvenuto la cartolina da me ideata per i lettori e che inserivamo nei singoli volumi: il nome di Roversi compare per primo fra i sostenitori dell’idea. E i primi due romanzi anonimi pubblicati dalla Gitti, portano in quarta di copertina, una nota a firma di Roversi e una a firma mia. Roversi favorì la presentazione a Bologna dell’idea e dei libri. La sorella ci ospitò in una serata memorabile nella sua bella casa nel centro della città, alla presenza di tanti letterati, scrittori, militanti della sinistra libertaria come Franco Berardi (Bifo) e semplici lettori che acquistarono i libri pubblicati e ci sostennero. Roversi in quegli anni non si tirò indietro neppure davanti ad un’altra bella esperienza, che nasceva proprio nella sua Bologna, ma che si articolava con redazioni in altre città: quella di Milano faceva capo a me. Nasceva la rivista trimestrale “TempOrali” con a latere anche un supporto editoriale per la pubblicazione di libri. Su quella rivista Roversi non fece mancare la sua voce, né i suoi consigli. Nel 2001 mi mandò i testi per uno splendido volume cartonato: Le luci del Bauhaus, che l’amico Giuseppe Bonura si incaricò generosamente di introdurre. Conteneva una serie di tavole pittoriche di Gianfranco De Palos e poesie inedite di Spaziani, Loi, Sanesi, Gramigna, Menicanti (due inediti rinvenuti postumi dalla nipote), di Alda Merini, Cruz Varela, Droogenbroodt, Lunetta, Bisutti, Guarracino, di altri amici, e persino del poeta cinese Li Shizeng più noto con il nome d’arte di Duo Duo.

La sua stima nei miei confronti non venne mai meno e nel marzo del 1992 scrisse la post-fazione al mio libro di racconti Manhattan; libro che lui stesso definì strano e che spiazzò più di un critico e lettore. Portati in teatro quei racconti tutti dialogati e che per il teatro erano stati concepiti, diedero la misura della loro novità. Il libro uscì solo nel 2005, ma quando lo ricevette ne lodò la cura e la pulizia. Gli sono rimasto sempre affezionato e se, a mia volta, ho continuato a stare fuori dalle bande culturali, se ho scelto la marginalità e di segnare la mia inimicizia contro il potere, lo devo anche e soprattutto alla sua lezione morale. Questa estate, scrivendo un breve racconto dal titolo La vena nera del destino, mi ero ricordato della domanda che un giovane mi aveva fatto durante un incontro pubblico, e cioè come mai mi ostinassi a stare dentro la marginalità, pur godendo dell’amicizia di tanti importanti scrittori. Gli avevo mostrato il braccio, indicato la mia vena nera del destino e detto che contro il destino non si può andare: il mio era di stare contro il potere e dentro la marginalità. Perché non sono né una soubrette né una star, sono uno che costruisce parole, parole pericolose, parole acuminate. C’è la lezione di Roversi in queste parole e in questa scelta.

Rigoroso fino alla fine, il poeta bolognese ha lasciato disposizioni precise: ha voluto che la notizia della sua scomparsa fosse data il giorno dopo, senza esequie ufficiali, cerimonie o commemorazioni e ha scelto di farsi cremare. La famiglia ha acconsentito che il Consiglio comunale della città gli rendesse omaggio solo con un minuto di silenzio.

 

 

 

Odissea, anno X, n. 2, novembre-dicembre 2012.

 

 

 

Volendo utilizzare un’immagine che consenta di indicare sinteticamente il ruolo che Roberto Roversi ha svolto in parecchi decenni di militanza letteraria, non ne esiste una migliore di quella ch’egli stesso ha scelto, dedicando alcune sue opere fondamentali (Rime, Registrazioni d’eventi, Descrizioni in atto, L’Italia sepolta sotto la neve) a Th., cioè a Tommaso Campanella. Nell’intervista rilasciata a Gianni D’Elia e pubblicata su «Lengua» (n. 10/1990), lo scrittore bolognese così spiega questa scelta: «Già nel ’43 ero sotto le ali del frate legato nelle profonde segrete vaticane e dentro almeno con gli occhi… lo vedevo… dentro alla sua disposizione intransigente, inesorabile. Ero addirittura travolto da quella voce, da quell’ombra […]. Quella di Campanella mi sembrava la mia condizione».

E Roversi è stato appunto un intellettuale intransigente, animato da un’inesauribile ricerca della verità, portata alle estreme conseguenze, senza remore né timori reverenziali. Non è un caso che la sua esperienza letteraria si sia intrecciata con quella di Pier Paolo Pasolini (che ha pagato con la vita l’intransigenza, il rifiuto dell’omologazione culturale), dalla collaborazione giovanile alla pubblicazione di «Officina». La vicenda, non solo editoriale, ma anche letteraria, e, se vogliamo, umana (per le storie personali che stanno dietro, che hanno segnato profondamente i protagonisti) della rivista, va ricostruita, per sottolineare, nel contempo, la collocazione particolare ch’essa ebbe nel panorama italiano, stretta come fu tra esperienze e correnti diversamente rilevanti, ma sempre importanti, per delineare una storia della letteratura nel nostro Paese.

«Officina» fu fondata nel ’55 da Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, e Roberto Roversi. La redazione era nella libreria antiquaria della quale era proprietario a Bologna Roversi, che fungeva pure da editore della prima serie, che durò per dodici numeri. Furono pubblicati, inoltre, due fascicoli di una seconda serie, datati marzo-aprile 1959 e maggio-giugno 1959, con l’aggiunta nel comitato di redazione di Franco Fortini, Angelo Romanò e Gianni Scalia, ma l’esperienza fu rapidamente troncata in seguito all’uscita di un epigramma di Pasolini in morte di Pio XII. Il nuovo editore della rivista, Valentino Bompiani, era iscritto al Circolo romano della caccia, centro di nobiltà vaticana. Il sodalizio, ritenendo blasfemo l’epigramma, intentò nei suoi confronti una specie di processo. Di conseguenza, l’editore decise di sospendere il finanziamento della rivista.

«Officina», pur proponendosi di andare ben oltre il neorealismo, si collocava sempre nell’ambito dello storicismo e del razionalismo. Difatti, Pasolini scrisse, col senno di poi, nel 1974, che in essa «c’era la calma della ragione che ricostruisce». I suoi animatori si prefiggevano un’analisi storica e razionale della realtà economica, sociale, politica del Paese, che trovavano mutata rispetto a come l’aveva vista e registrata il neorealismo. Rifiutavano il disimpegno di matrice ermetica e proponevano un nuovo impegno, adeguato al mutamento della realtà, caratterizzata dal prevalere della società dei consumi e dall’acquiescenza della sinistra istituzionale di fronte a questo modello di sviluppo, che, se, da un lato, assicurava un certo benessere alle masse proletarie, dall’altro lato, le assopiva e le rendeva succubi. E allora s’imponeva un nuovo engagement dell’intellettuale, volto a contrastare il capitalismo selvaggio e a difendere le identità violate del mondo contadino e, in generale, delle classi subalterne. S’imponeva, inoltre, un rinnovamento dell’ideologia marxista, una sua apertura rispetto a scienze nuove, come la psicanalisi, la linguistica, lo strutturalismo, la semiologia, e un rinnovamento dello stesso linguaggio letterario.

Oltre ai motivi contingenti di contrasto con l’editore Bompiani; la fine dell’esperienza di «Officina» fu dovuta al “realismo di ritorno” di Pasolini, che, addirittura, per realizzare un rapporto ancora più immediato con la realtà, si tuffò nell’esperienza cinematografica. Altro motivo di rottura fu la contestazione ormai aperta della sua leadership. I tempi, insomma, erano maturi perché i vari intellettuali che avevano animato la rivista prendessero vie autonome. Scrisse, infatti, Roversi a Leonetti, in una lettera datata 11 novembre 1959: «Liberati dal complesso Pasolini e della sua fortuna: è sua, non tua; non nostra. Cerca la tua; che sarà tua, non sua, non nostra».

Se «Officina» si propone un nuovo impegno e una risposta ideologica alla crisi della società contemporanea, il “Gruppo ’63” si colloca – per usare le parole di uno dei suoi massimi teorici, Angelo Guglielmi – in una dimensione «a-ideologica», «astorica», «disimpegnata», «atemporale». Esso inizia il processo di “deideologizzazione” della cultura italiana, tuttora in atto. Volendo delineare brevemente le tappe evolutive che portano al formarsi del “Gruppo ’63”, dobbiamo partire dal 1956, che è insieme l’anno di pubblicazione di Laborintus di Sanguineti e della nascita della rivista «Il Verri», diretta da Luciano Anceschi, vero e proprio laboratorio del neosperimentalismo. Altra tappa fondamentale è la pubblicazione, nel 1961, sotto l’egida de «Il Verri» e per i tipi di Einaudi, dell’antologia I Novissimi, poesie per gli anni ’60, curata da Alfredo Giuliani e comprendente testi di Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Antonio Porta, con l’aggiunta di testi di poetica degli stessi autori. Il punto di sbocco di questo processo evolutivo è la costituzione, nel 1963, del “Gruppo ’63”, che tiene il suo primo convegno a Palermo. Tra i partecipanti, ricordiamo: Umberto Eco, Renato Barilli, Francesco Leonetti, Giancarlo Marmori, Lamberto Pignotti. Nel 1964 il consuntivo dei lavori di Palermo viene pubblicato nella Antologia del Gruppo ’63; si svolge un altro convegno a Reggio Emilia. Un ulteriore convegno si tiene a Palermo nel 1965. Intanto, si anima il dibattito letterario intorno alla neoavanguardia: prendono decisamente posizione contraria Pasolini, Moravia, Montale.

Secondo i teorici della neoavanguardia, non è possibile un’interpretazione ideologica della realtà, irrazionale e caotica. E allora l’unica cosa possibile è rendere la realtà stessa nella sua “intattezza”. A ciò serve il linguaggio, che, nella concezione dei “neo-avanguardisti”, acquista il ruolo centrale prima riconosciuto all’ideologia. Ma quale linguaggio? Se la realtà è caos assoluto, la poesia dev’essere «mimesi critica della schizofrenia universale, rispecchiamento e contestazione di uno stato sociale e immaginativo disgregato». In altri termini, si deve usare un linguaggio che sia in grado di assicurare una visione caotica della realtà caotica, al di là di ogni presupposto ideologico.

Per far ciò, i “neo-avanguardisti” disgregano le strutture e la lingua tradizionali, ricorrono al “plurilinguismo” o “mistilinguismo”, cioè a una lingua che mescola vari codici, attinge a varie discipline. Così, Sanguineti mescola latino medievale, greco, neologismi scientifici, cifre alfabetiche e numeriche. Elio Pagliarani accosta linguaggio pubblicitario, indicazioni da manuale di dattilografia, spezzoni di lingua parlata. Nanni Balestrini realizza esempi di “poesia elettronica”, ottenuta inserendo in un calcolatore IBM testi i cui elementi vengono risistemati in un’infinità di combinazioni, tutte legittime, secondo l’autore, perché non differiscono, quanto a carenza di significato, dal normale linguaggio, falso e alienato. Alfredo Giuliani e Antonio Porta, superando il diaframma artificiale tra poesia e pittura, danno vita ad esperimenti di “poesia visiva”.

Il “Gruppo ’63” è influenzato dalle concezioni filosofiche della Scuola di Francoforte, che accomunava nella condanna di “industrialismo disumanante” la società capitalistica e i regimi comunisti dell’Est europeo. La sua protesta era indiscriminata, tendeva a cancellare sia le ideologie dello storicismo che quelle del capitalismo, concentrando la carica eversiva e disgregatrice non sui contenuti ideologici, che si equivalgono, bensì sugli aspetti formali, sulla comunicazione. La realtà caotica può essere rappresentata solo attraverso un linguaggio caotico, che riveli la falsità della comunicazione normale. La stessa conclusione a cui giunse il “Gruppo ’63”.

Certamente esisteva, tra il ’50 e il ’60, una seria crisi del linguaggio letterario, in quanto quello tradizionale era inadeguato alla nuova realtà sociale. Il merito del “Gruppo ’63” è stato quello di aver cercato una via d’uscita, che, però, si è rivelata anch’essa inadeguata. Gli sperimentalismi eccessivi, le soluzioni fortemente simboliche, hanno dato vita ad una poesia incomprensibile al grande pubblico. È iniziata qui la “crisi di consenso” della poesia, che dura fino ai nostri giorni. La poesia è diventata “roba per iniziati”, quasi messaggio “esoterico”. In pochi la leggono, per cui le case editrici, anche le maggiori, stentano a mantenere apposite collane. Per rimediare ad una crisi se ne è determinata una più grande. Inoltre, lo stesso carattere innovativo della neoavanguardia degli anni Sessanta è discutibile, perché le soluzioni da essa proposte – il pastiche linguistico, l’irrazionalismo, l’impossibilità di rappresentare la realtà in termini oggettivi – erano già state sperimentate dalle avanguardie storiche del primo Novecento, a partire dal futurismo.

Dalla nascita di «Officina» e, poi, de «Il Verri» scaturisce, dunque, un appassionato dibattito, specie nell’ambito della sinistra italiana, su forme e contenuti della poesia. Romano Luperini così descrive, i termini di quel “conflitto”, prendendo posizione a favore dei “neo-avanguardisti”:

 

All’inizio del periodo che prendiamo in considerazione il conflitto […] [divideva. N.d.A.] quanti ancora continuavano a muoversi all’interno del vecchio ruolo ideologico dell’intellettuale umanistico da quanti, invece, avvertivano la necessità di rompere con esso e ridefinire la propria collocazione nel campo delle attività umane. Il terreno di scontro […] comportava una battaglia culturale che vedeva attestati da un lato gli storicismi, ancora crociogramsciani, di «Officina» e dall’altro i seguaci della fenomenologia riuniti intorno a «Il Verri». E va da sé che i secondi prendevano di mira il marxismo e s’inserivano, per affossarlo, in una crisi politica e culturale del movimento operaio; ma anche che i primi non avevano affatto le carte in regola per reggere l’urto, cosicché, restando al di qua dei termini stessi della questione, erano destinati a finir perdenti1.

 

Sulla stessa lunghezza d’onda Alberto Asor Rosa, che considera «Officina» il «fortilizio di confine», l’«ultima linea di resistenza», prima che si sia varcato il «fiume della rivolta» e della «disintegrazione del letterario» avviate da «Il Verri» nel 19562.

Prende da qui l’avvio un tipo di critica di sinistra che, pur avendo origini marxiste, pretende di essere “post-gramsciana”.

A tutte queste obiezioni Roversi risponde con tutta una serie di interventi, che, anche a distanza di anni, si susseguono nel tempo. Anche questo dimostra l’importanza della posta in gioco. Sul piano delle forme letterarie, abbiamo una risposta diretta agli animatori de «Il Verri» in un’intervista pubblicata nel 1962 su «Nuovi Argomenti»3. Così argomenta Roversi:

 

In quanto ad alcune correnti riassorbenti atteggiamenti ecc. mi pare che possiamo riferirci soprattutto ai verseggiatori del «Verri», ai fortunati sussulti nel limbo dei novissimi. In questo caso, o nel caso di prove analoghe, alcuni lettori o critici sembrano stravolti da un equivoco, confondendo per novità di un certo tono (si dice che sono bravi, sottili) il riproponimento, affaticato da sovrastrutture letterarie caotiche e affrettate, oppure scaltramente mescolate, di stilemi d’ascendenza futurista ed ermetizzante; è il caso tipico di una plurivalenza di contaminazioni della tradizione letteraria più recente; un futurismo non cialtrone e nutrito di qualche lettura, passato attraverso la discrezione ammiccante e sorniona dell’insegnamento ermetico, anche universitario. Non per nulla questi verseggiatori sembrano dei notabili in rodaggio, dei prossimi accademici, dei possibili uomini illustri, con la vena un poco ironica e aggrondata; sembrano divertirsi coi versi.

Lingua dell’uso, lingua colta, dialetto. L’uso dell’uno o dell’altra presuppone il grado di consapevolezza che l’autore ha di farsi intendere e identifica pure il grado, la misura della sua socialità. (Come scrive Anders: «Il nostro compito è di parlare ai Corinzi e di scrivere ai romani. Farlo in ebraico o in aramaico, non avrebbe senso. Bisogna tener conto di questo fatto»)4.

 

Roversi pone un problema fondamentale, la cui importanza possiamo percepire oggi, allorquando i frutti avvelenati della “neo-avanguardia” hanno prodotto i loro effetti letali, allontanando il pubblico dalla poesia (quest’ultima, alla fine, per usare il linguaggio di Luperini, è risultata «perdente»). E, appunto, il problema posto da Roversi è questo: usare una lingua poetica che tenga conto del pubblico, della sua capacità di recepire. Una rivoluzione linguistica presuppone una rivoluzione politica e sociale. Il discorso ritorna sui binari gramsciani della dimensione sociale della lingua, dai quali si voleva far deragliare. Così continua Roversi la sua analisi:

 

Ritengo che non si possa avere un linguaggio nuovo, cioè un linguaggio con maggiori margini di fruibilità e di utilizzazione a più livelli, se non si collabora a progettare, in termini realistici, la società dentro la quale l’artista (l’artista italiano) opera e vive. Finché persisteranno gli istituti attuali, e nonostante le modificazioni che l’uso e la tattica comportano, dovremo usare o la lingua equivoca ed esautorata che ci troviamo disponibile (corrosa, meschina, retriva perché classicheggiante), oppure affidarci alla lingua più rigorosa della scienza, intesa non nel suo momento specifico o tecnico, ma in quello razionale; di associazione di idee e non di verifica, nel momento inventivo e non empirico: affidarci alla sua rigorosità («la scienza come disciplina culturale»), decifrabilità, alla assenza di significazioni plurivalenti, di metaforicità imprecisa e mistificante. Ciò contraddice l’interpretazione solipsistica di uomo illustre, secondo il quale «per ora non possiamo che salvarci con mezzi di fortuna del tutto individuali»5.

 

Al di fuori di un movimento che miri al mutamento radicale della società, anche il dialetto assume una funzione reazionaria6.

Per quanto riguarda i contenuti, Roversi, in un’intervista rilasciata nel 2003 a Fabio Moliterni7, evidenzia il “disimpegno” dei “neo-avanguardisti”, la loro lontananza da temi reali, come la guerra, che, invece, ancora ad un decennio e più dall’ultimo conflitto mondiale, è presente ovunque, con le sue macerie, anche morali, anche nella coscienza degli intellettuali, a partire da quelli che collaborano ad «Officina». Lo scrittore bolognese afferma:

 

Il “Gruppo ’63” tendeva a rinnovare tutto, agganciandosi alle grandi avanguardie del Novecento soprattutto straniere (era Arbasino, se ricordo bene, che diceva che i letterati italiani, sino alla conclusione della guerra, non erano mai andati oltre Chiasso, per stabilire un provincialismo culturale che per lui era da osteggiare, da canzonare: senza capire, non conoscendo le condizioni della vita culturale sotto il fascismo). Nella neoavanguardia non c’è alcun riferimento alla guerra. Ho provato, per divertirmi, a rileggere i loro romanzi, le loro poesie, i loro manifesti “gridati” come ai tempi del futurismo: niente, nemmeno una parola sulla guerra. Quelli di «Officina», come me, erano usciti tutti da lì, l’avevano fatta, provenivano dal fascismo, avevano subito dei lutti. All’interno della rivista le rovine della guerra erano evidenti, ci si muoveva tra i calcinacci. Il “Gruppo ’63” si muoveva invece in un albergo con le camere ben riscaldate, i lampadari accesi, la televisione. Non è un fatto solo generazionale. Mi sembra che persino in un personaggio come Romanò, che in «Officina» è intervenuto con pagine estremamente suggestive e acute (Romanò, non dimentichiamolo, di area cattolica), il collegamento con il sangue, il cuore della storia era evidente. Si era un po’ tutti imbrattati di sangue, in un certo senso. Sul piano letterario, cercavamo di verificare i nostri collegamenti, le nervature che avevamo con la tradizione, con il Novecento italiano. È stata un’operazione appena accennata, non certo portata a compimento. Direi che molte polemiche e qualche risultato letterario del “Gruppo ’63” sono stati positivi. Ciò che non accettavo era il loro “smanazzare”, quell’agitarsi violento sul tavolo della letteratura, con l’intento di buttar tutto per terra. In una frana ci sono le pietre che cadono, ma anche il polverone che può offuscare la visione della realtà8.

 

Fallita la grande speranza d’aprés la guerre – scriveva lo stesso Roversi, facendo conclusivamente il punto dell’esperienza di «Officina» – era ancora possibile rovesciare in positivo l’amarezza dello scacco e la coscienza degli errori commessi: «non ci si propone un rifiuto preconcetto e polemico della realtà, ma una contrapposizione più consapevole, quindi più operante, più cattiva e scaltra, alla condizione attuale e agli organismi politici che la determinano»9. E tutta l’opera di Roversi (noi ci occuperemo prevalentemente della produzione poetica) è incentrata sulla denuncia della società capitalistica e dei suoi effetti disumananti. Viene rifiutata la poesia fine a se stessa, chiusa rispetto alle sollecitazioni che vengono dalla realtà, e, nel contempo, la poesia come semplice mimesi della realtà. Roversi accoglie il fatto letterario in un contesto realmente sociale, facendo convergere intorno alla letteratura le indagini psicologiche, logiche, linguistiche, sociologiche volte a sottrarre il letterato alla sua tradizionale estraniazione.

Studiando l’opera di Roversi possiamo seguire le varie tappe della storia travagliata del nostro Paese. Ma l’angolo visuale è particolare. Alla storia “ufficiale” dei potenti viene contrapposta la storia “sommersa”, raccontata dal punto di vista degli umili, dei “vinti”, con un linguaggio caratterizzato da bruschi inserti popolareschi.

Le poesie di Dopo Campoformio10 (1962) rappresentano una sorta di «autoritratto fantastico, di ex giacobino che dopo Waterloo o Campoformio cova disprezzo e bile, confinato in una cittadina dello “Stato della Chiesa” (questo il titolo di una parte del libro), osservando da quella la trasformazione del mondo contadino e la corruzione cittadina. Due insomma i “Risorgimenti” traditi: quello dei carbonari, dei mazziniani, e quello dei partigiani» (Franco Fortini):

 

Mai anni peggiori

di questi che noi viviamo,

né stagione più vile

coprì di rossore la fronte asciutta italiana;

cadavere fulminato

giace essa riversa sull’erba di una trazzera11.

 

Il poeta si pone una domanda fondamentale: «Siamo forse a una fine / senza possedere altra sapienza / che la nostra impotenza / o calpestiamo le origini di un mondo / e noi consuma una scarsa esperienza?» (Il sogno di Costantino)12. Troviamo nel volume una risposta esplicita. Roversi propende per la prima alternativa del dilemma: «L’uomo è nella solitudine, il rancore / arrugginisce un cuore dilaniato / dalle frecce che non splendono più. / Quanto amore è andato sprecato»13. Eppure tante presenze vive ci sfilano davanti in questa carrellata lungo la penisola, tanta energia non utilizzata ma sempre pronta ad esplodere, tanta ricchezza di paesaggi e di storia, da farci pensare che Roversi in cuor suo speri nella seconda alternativa:

 

La partita non è perduta, la nostra vita

non è bruciata ancora, annichilita,

disfatta, ramo secco, noce avara

che allappa nella polvere di sasso.

[…]

Essere stati vivi sarà inutile?

Non offrire la scure al nostro boia,

non cadere bruciati dalla noia,

il sangue versato servirà.

Mentre scrivo la terra è minacciata,

forze aprono voragini nel fondo

mare, dall’abisso cadono sul mondo.

Veleno, colori sfolgoranti improvvisa-

mente invadono la pianura,

l’uomo bruciato dalla paura

impazzisce. Questa è l’età

che ci vede vivere, sulla spiaggia

di onde paurose; ma poiché viviamo,

ancora nei pensieri abbiamo la forza

di un ultimo rigore, ancora amore

nella scatola segreta d’una stanza.

[…]

Così si attorciglia la corda e sopravvanza

sopra l’inquietudine una speranza14.

 

Pure il romanzo Registrazione di eventi15 è dominato dalla delusione per il fallimento dei valori resistenziali. Racconta la storia di un antiquario che riconosce un ufficiale nazista, ma non arriva a smascherarlo, perché muore in un incidente d’auto.

Il poeta assiste alla morte del mondo contadino, con i suoi valori sani, i suoi riti secolari, con la stessa apprensione, lo stesso sconforto, che caratterizzarono Pasolini. Ne La raccolta del fieno16, la pace di questo mondo, protrattasi per secoli, è rotta, addirittura violentata, dai rumori delle macchine e dei motori, portatori di un nuova follia:

 

Non c’è la pace rustica: un camion

porta concime in sacchi,

motociclette trascinano

follemente il riso dei garzoni.

Gemono di dolcezza gli uccelli

perduti nelle nuvole,

fra le gaggie, le felci e i sambuchi

il fiume scalpita e ingrossa.

Nidi di stelle scoppiano nel cielo,

per una cavedagna striscia il suono

di martinicca, crepitano i sarmenti

spezzati sul ginocchio17.

 

Al centro dell’attenzione del Nostro c’è la stessa condizione “assediata” dell’uomo moderno che domina l’opera di Giovanni Giudici, però troviamo in Roversi maggiore laicità, uno spirito illuministico di contro al fondo cattolico della poesia di Giudici.

In Iconografia ufficiale18, Roversi fa una concessione all’avanguardia, ricorrendo ad una delle tecniche principali di cui essa si serve: il montaggio di frammenti, l’assemblaggio di prelievi testuali, senza un intervento diretto di scrittura da parte dell’autore. La tragedia della diga del Vaiont viene proposta attraverso la chiave di lettura rappresentata dai titoli e dai commenti dei giornali, nonché delle commemorazioni ufficiali. L’effetto è deformante. Sui sentimenti prevalgono la retorica, il desiderio dello scoop ad ogni costo, la riproduzione di dati numerici e statistici, che, nel tentativo maldestro di oggettivarla, banalizzano la tragedia.

 

La diga del Vaiont è in Val Cellina

a dodici chilometri da Belluno

la diga del Vaiont è la più grande diga ad arco al mondo

alta 265 metri consente di invasare sino a un massimo

di 168 milioni di metri cubi d’acqua del fiume Piave

per alimentare la centrale idroelettrica di Soverzene.

190 metri di coronamento carrozzabile

spessore al coronamento di 3 metri e 40 centimetri

spessore alla base 22 metri e 11 centimetri,

per costruirla sono stati impiegati

350.000 metri cubi di calcestruzzo

e mezzo milione di quintali di boiaca.

Crolla la diga del Vaiont

travolgendo interi paesi immersi nel sonno.

Era la più alta d’Europa.

Si cercano le vittime nel fango

il fango ha sommerso cinque borgate

fra i superstiti rassegnazione e

fatalismo: i superstiti non piangono.

Il dolore del paese, messaggio del Papa.

[…]

Il presidente della Repubblica

ha erogato una cospicua somma

per i primi soccorsi.

Il testo del telegramma

– la notizia del gravissimo disastro

– le laboriose popolazioni della valle del Piave

– l’unanime sentimento di cordoglio del paese

– animo profondamente commosso

– reverente pensiero agli scomparsi

– le famiglie così tragicamente provate

– più affettuosi sentimenti di solidarietà19.

 

Non regge l’accusa di moralismo retrogrado spesso lanciata a Roversi. Egli non auspica un ritorno al passato, all’Eden perduto, propone uno sviluppo autocentrato, fondato cioè sulle risorse esistenti, sulle vocazioni di ogni zona. Così si spiega l’avversione nei confronti della politica dell’emigrazione meridionale, che crea profondi squilibri tra Nord e Sud, distrugge un patrimonio culturale accumulato per millenni e, creando il falso mito della piena occupazione, fa sorgere nuova emarginazione, quartieri-ghetto, che offendono la dignità dell’uomo. L’amore per il Sud e per la sua cultura emerge, oltre che dalla dedica di diverse opere a Tommaso Campanella, filosofo calabrese, dalle tante poesie dedicate alle condizioni umilianti degli emigrati meridionali, che con il loro lavoro hanno contribuito all’arricchimento dei loro sfruttatori. Emblematica, ne Le descrizioni in atto (l’opera, che ha avuto, dal 1969 al 1985, tre tirature al ciclostile, è stata riproposta nel 1990 nei Quaderni de Lo Spartivento, legati al foglio di poesia militante curato dallo scrittore bolognese Gabriele Milli)20, la vicenda di Concetta De Nitto, suicida a Moncalieri, «da tre anni […] importata dal suo paese» come tante altre ragazze che

 

salgono al nord

verso la fine di marzo, state

in precedenza contrattate con i genitori

fissato il prezzo per nove mesi

da trenta a sessanta

mila lire al mese

nei campi a curare gli ortaggi

lavorano dalle prime luci dell’alba

al tramonto. La sera si ritirano in

stanze che generalmente

sono un buco di pochi metri

(Quarantaduesima descrizione in atto)21.

 

Eppoi la storia del ragazzo siciliano della Quarantatreesima descrizione: «Emigrato / al nord in cerca di lavoro» e

 

trovato a Cantù dai ca-

rabinieri, svenuto per la fa-

me in mezzo alla strada. Dopo

aver vagato di città in città

e di azienda in azienda in cer-

ca di lavoro

il sedicenne era ridotto alla

disperazione e non mangiava da

quattro giorni. Ascoltata

la sua storia, i carabinieri

non hanno potuto fare altro

che rispedirlo a Reggio Cala-

bria. in un istituto di riedu-

cazione dal quale sem-

bra che fosse fuggito22.

 

La Sicilia è presente anche con la propria cultura, la propria poesia, che è poesia di vita. La Cinquantottesima descrizione in atto è dedicata a Santo Calì, poeta dialettale siciliano, particolarmente legato alle lotte per il riscatto del suo popolo. La poesia di Calì risente fortemente di questo legame. Il libro di Calì, scrive Roversi, «trabocca da / ogni parte come un otre da cui secondo i / segni della leggenda può sgorgare / il vento di una tempesta»23. È «libro casa libro fiume libro frumento / libro ferro da campo / libro vento libro canzone / libro mazza ferrata libro fucile»24. E la poesia civile ha avuto al Sud grandi maestri: accanto a Calì, ricordiamo il suo conterraneo Ignazio Buttitta, che Roversi ha tradotto in italiano, e il calabrese Pasquale Creazzo, anch’egli poeta dialettale.

La rivalutazione della cultura popolare emerge, inoltre, dalla mimesi del parlato, che consiste nell’adattare la lingua alla parlata dei singoli personaggi. Nella Sedicesima descrizione in atto un contadino così descrive lo straripamento dell’Arno:

 

Do l’allarme alla moglie

che gli è l’acqua

icché fo?

la moglie la s’impaura

e sale sul tetto

e poi gli porgo il mio figliolo dentro al cesto

O babbino, quello piange, sali su che

noi si more almeno tutti e tre insieme annegati25.

 

La funzione della mimesi è quella di contrastare l’impoverimento linguistico-espressivo provocato dal dominio dei mass media, dal linguaggio della pubblicità, fondato su poche frasi convenzionali, banali.

A livello sintattico notiamo, inoltre, la frana dei tempi verbali: «la moglie incontro, incontrai ho / incontrato di un compagno fucilato» (Decima descrizione in atto)26; «vivere (forse) come amava vivere Gramsci in carcere quando / sulle case bianche ascolta il tramonto calare e ricorda la Russia» (Undicesima descrizione in atto)27.

Piano ragionativo e piano naturale-figurativo si avvicendano:

 

i sassi si rivoltano

tenui nel sussulto al sole

dilagante sopra le vecchie mura.

Questa è la solitudine. E la paura

indefinita, dura,

di restare per sempre conficcati al suolo;

d’essere solo, ignorato ignorante ignoto;

di sbiadire dentro a un’ombra

nel vuoto respiro del tempo, per sempre

(Seconda descrizione in atto)28.

 

Roberto Roversi ha sempre cercato il rapporto immediato col pubblico. Da qui la scelta di abbandonare le grandi case editrici (Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Einaudi) che avevano pubblicato in passato le sue opere e di ricorrere al ciclostilato, stampato con le proprie mani e spedito personalmente ai lettori, o a piccole case editrici artigianali, che non considerano il libro una merce come tutte le altre e si oppongono al fast-food culturale oggi imperante. Da qui la collaborazione con il cantautore bolognese Lucio Dalla. Anche in questo caso i testi di Roversi denunciano la condizione degli emigrati meridionali. In Un’auto targata TO (inserita nell’LP Il giorno aveva cinque teste, 1973) una intera famiglia sale da Scilla a Torino, andando incontro ad un destino di sfruttamento:

 

Il bambino ha una palla e l’aspetta un cortile

con nel mezzo poco sole, poco sole d’aprile

 

Il ragazzo: inferriate, catene,

ha vent’anni son vent’anni di pene

 

La ragazza: venduta per ore

nella campagna butta sangue e sudore

 

La madre: è una forma disfatta

sopra gli occhi ha i capelli di latta

 

Il padre: è uno schedato e spiato,

se si avventa sull’asfalto è inchiodato.

 

La collaborazione con Lucio Dalla finisce: la canzone politica entra in crisi, perché la politica stessa, con il compromesso storico, che crea un sistema consociativo antidemocratico perché senza opposizione, è in crisi. La rivoluzione dei cantautori, scoppiata nel ’68 con il preciso proposito di opporsi alla politica delle grandi case discografiche e alle canzoni dell’epoca, lontane dalla realtà, dai bisogni e dai sentimenti dell’uomo contemporaneo, è stata assorbita progressivamente dal sistema, finché i cantautori, assenti a partire dal suicidio di Luigi Tenco, addirittura son tornati al Festival di Sanremo.

De L’Italia sepolta sotto la neve sono uscite varie parti, con diversa collocazione editoriale29. L’opera è dominata dalla malinconia, il paesaggio è triste, disadorno, è contemporaneamente luogo geografico e luogo dell’anima, e l’uomo partecipa al dolore cosmico, rimane solo con se stesso:

 

ha lasciato perdere molte buone amicizie con rammarico

non poteva sapere quello che avrebbe portato la sera

e il giorno oh il giorno era una smania di luce

da far brillare fra i sassi.

Non poteva osservare i sorrisi

né gli inchini che servono a nascondere le ombre

nel cesto dei serpenti.

Ci troviamo soli a camminare in

solitudine avanti indietro

in posti popolati da tigri mangiatrici di uomini. Molto uguali a

fantasmi30.

 

E ancora: «è impossibile l’amicizia forse è impossibile essendo l’ / uomo ormai un vuoto a perdere su spiagge calamitose»31.

Il poeta prova amarezza per l’Italia che muore: «Il paese del sì di Dante timbrato in nero / è la pancia di una vitella scorticata / si rotola fra i sassi ansima sfiata fa pena. / Pietà è morte pietà è morte misera italia il tempo / delle lacrime non piange»32.

E ritorna l’immagine del Sud martoriato:

 

Brucia Sicilia Sardegna

brucia Calabria

da bosco a bosco da uomo a uomo

brucia l’ulivo

guarda il fuoco del bosco l’acqua il bosco

qualcosa nel fuoco apre la pioggia

fantasmi sui tetti

aspettano i secoli

toccandoli col dito.

La terra di tombe appena scoperte fuma nel suo inferno

perduto.

 

L’urlo dei maiali nel silenzio del mare

quando è l’ora di strappare le stelle prima del sonno33.

 

Anche la poesia agonizza, non trova più posto nella società tecnologica:

 

Le poesie si lamentano raccoglici dalla polvere

prima che s’alzi il vento di tramontana

non lasciarci morire. Respira. Raccogli il libro

almeno per una volta…

 

Oh quante foghe scuotono ancora i rami

mentre l’albero colpito precipita

a coprire per sempre il libro

su strade chiuse da muri da garofani nella luce34.

 

La società capitalistica rimane vittima delle proprie contraddizioni, dei disvalori, delle esternalità negative (si pensi alla distruzione dell’ambiente) ch’essa stessa ha creato. Ma un barlume di luce si scorge all’orizzonte. Non viene meno nel poeta la fiducia nell’uomo, la voglia di ricominciare, di creare un mondo nuovo: «dammi la mano formiamo una catena di chilometri e chilometri / da ombra a ombra respiriamo contro / la sabbia il vento i muri bruciati la notte le pietre / l’erba amara»35.

Si è parlato a lungo del pessimismo di Roversi, che a me pare di tipo gramsciano. Pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. Per un mondo che muore, un altro se ne preannuncia. Ciò spiega la frammentarietà del linguaggio poetico: è come se fossimo in un cantiere in cui convivono il materiale che risulta dalla distruzione del vecchio e quello che serve a costruire il nuovo.

 

 

Note

1 R. Luperini, Il Novecento – apparati ideologici, ceto intellettuale, sistemi formali nella letteratura italiana contemporanea, t. II, Loescher, Torino 1981, p. 727.

2 A. Asor Rosa, Lo Stato democratico e i partiti politici, in Letteratura italiana (a cura di), vol. I, Il letterato e le istituzioni, Einaudi, Torino 1982, p. 620.

3 R. Roversi, Intervista rilasciata a «Nuovi Argomenti», marzo-giugno 1962, n. 55-56, pp. 77-88; ma si cita sin d’ora da Id., Tre poesie e alcune prose, a cura di M. Giovenale, Luca Sossella Editore, Roma 2008, pp. 369-383.

4 Ivi, pp. 377-378.

5 Ivi, pp. 378-379.

6 Ivi, p. 378.

7 R. Roversi, Una matita e un pezzo di carta, in P. Moliterni, Roberto Roversi. Un’idea di letteratura, Edizioni del Sud, Modugno 2003, pp. 211-219; ma si cita sin d’ora da Tre poesie e alcune prose, cit., pp. 545-554.

8 Ivi, pp. 552-553.

9 R. Roversi, Lo scrittore in questa società, in «Officina», Nuova serie, n. 1, marzo-aprile 1959, p. 18.

10 Id., Dopo Campoformio-Poemetti, Feltrinelli, Milano 1962 (nuova edizione: Einaudi, Torino 1965); ma si cita sin d’ora da Tre poesie e altre prose, cit., pp. 33-130.

11 Ivi, p. 84.

12 Ivi, p. 111.

13 Ivi, p. 108.

14 Ivi, pp. 115-116.

15 R. Roversi,Registrazione di eventi,Rizzoli, Milano 1964.

16 Id.,La raccolta del fieno,in Dopo Campoformio, cit., pp. 51-58.

17 Ivi, p. 58.

18 R. Roversi,Iconografia ufficiale,in Dopo Campoformio, cit., pp. 126-130.

19 Ivi, pp. 126-127.

20 Le citazioni da Le descrizioni in atto proposte qui di seguito sono tutte tratte dal volume antologico di R. Roversi, Tre poesie e alcune prose, già citato.

21 Ivi, p. 230.

22 Ivi, p. 233.

23 Ivi, p. 269.

24 Ivi, pp. 270-271.

25Ivi, p. 176.

26 Ivi, p. 154.

27 Ivi, p. 156.

28 Ivi, p. 136.

29 R. Roversi, L’Italia sepolta sotto la neve. (Parte I) Premessa: Il tempo getta le piastre nel Lete (1-81), Nordsee, Roma 1984, successivamente: Quaderni del Masaorita, Bologna 1995; L’Italia sepolta sotto la neve (I: 82-127), Il Girasole, Val verde di Catania 1989; L’Italia sepolta sotto la neve (Parte seconda, 164-253),Pendragon, Bologna 1993; successivamente La partita di calcio, Tullio Pironti, Napoli 2001. L’unico lunghissimo testo della Parte terza e la Parte quarta: Le trenta miserie d’Italia escono entrambi su vari numeri della rivista «ilfilorosso». Esce poi in unico volume l’intero poema: AER edizioni. Pieve di Cento (Bologna) 2010 (edizione fuori commercio di 32 esemplari numerati: successivamente, sempre nel 2010, ne viene fatta una ristampa di 20 esemplari, ancora fuori commercio, in un formato minore).

30 Id., L’Italia sepolta sotto la neve, AER Edizioni, Pieve di Cento (Bologna) 2010, p. 168.

31 Id., L’Italia sepolta sotto la neve (I: 82-127), Il Girasole, Valverde di Catania 1989, p. 27.

32 Id., L’Italia sepolta sotto la neve, AER Edizioni, Pieve di Cento (Bologna) 2010, p. 169.

33 Id., L’Italia sepolta sotto la neve (I: 82-127), Il Girasole, Valverde di Catania 1989, p. 43.

34 Id., L’Italia sepolta sotto la neve, AER edizioni. Pieve di Cento (Bologna) 2010, p. 172.

35 Ivi, p. 170.

 

 

 

 

Mercoledì, 03 Aprile 2013 09:26

Intervista a Roberto Roversi

È uscito, per i tipi di Tullio Pironti editore, un nuovo libro di Roberto Roversi, intitolato La partita di calcio. Si tratta di novanta lasse, che corrispondono ai minuti di una partita, contrassegnate, più che dallo svolgersi dell’avvenimento agonistico, dai discorsi e dalle riflessioni dei giocatori in campo e dei personaggi seduti sulle gradinate, che finiscono per costituire un tutt’uno. Tra i personaggi, Agrippa D’Aubigné, Che Guevara, Chet Baker, Ulrike Meinhof, Achille Varzi, Glenn Gould, il vecchio Goethe.

L’oggetto delle riflessioni è costituito dagli eventi e dai drammi del nostro tempo, raccontati per sprazzi di immagini, in uno stile sobrio, senza gli “slittamenti lirici” ai quali ci ha abituato la tradizione letteraria del nostro Novecento, e caratterizzato, inoltre, dall’uso di lacerti verbali tratti dalla cronaca giornalistica e burocratica, con funzione stigmatizzante nei confronti dell’iconografia ufficiale, oltreché dall’ironia graffiante. La raccolta s’inserisce in quel poema in fieri, intitolato L’Italia sepolta sotto la neve,che Roversi va componendo da parecchi anni, pubblicandolo “a puntate” in agili volumetti artigianali e a tiratura limitata, curati da piccoli editori di qualità, o su riviste “alternative”. Abbiamo colto l’occasione per rivolgere all’autore, molto schivo, ma sempre pronto ad incontrare i numerosi giovani che frequentano la Libreria Palmaverde, della quale è titolare, alcune domande.

 

Vuole spiegarci meglio il titolo del Suo nuovo libro, La partita di calcio?

 

È una ristampa. L’edizione del 1991, un librettino minuto tirato in 29 copie, aveva la più corretta e complessiva intitolazione L’Italia sepolta sotto la neve, parte seconda (164-245). Il titolo recente è una sovrapposizione del momento.

 

Anni fa Lei decise di rompere con le grandi case editrici, di stampare in forma artigianale le sue opere. Ora scrive: «Bruciarono i libri come teschi di capre / le nere civette affogarono in un lago italiano / Italia è il paese coperto di lacrime / dove è fiorito tutto poi ogni cosa distrutta». Nell’era della globalizzazione, dell’informatica, nella quale la comunicazione naviga via Internet, quale ruolo può avere il libro, specie se stampato in pochi esemplari?

 

Da più di cinquant’anni il mio lavoro è quello del libraio antiquario – potrei dire meglio, o più esattamente per me, di libri vecchi. Da mattina a sera, di notte (in casa, sui muri della stanza in cui dormo) e di giorno, molto spesso anche alla domenica e per ferragosto, sono fra i libri, siedo fra i libri, chiudo gli occhi fra i libri, sogno anche fra i libri (incendi dirompenti e fra le fiamme le pagine si accartocciano annerendo cancellando il soffio vitale della scrittura). Non i libri nuovi tirati a lucido come manichini nelle vetrine degli abiti confezionati; ma i libri viaggiatori che magari arrivano da lontano, alle volte da molto lontano; come camminatori solitari per impervi sentieri, o come liberi corridori degli altipiani; affaticati dal viaggio, impolverati, con qualche macchia, un poco feriti dal tempo. (È incredibile quanti pensieri inducano a muoversi emergendo nella mente del libraio, le vecchie raccolte private che molto spesso vengono quasi con furia svendute dagli eredi (dai figli, dalla moglie). Si sfogliano i volumi e la polvere resta sulle dita. Alle volte si trovano annidati al fondo di cassetti appartati, come monaci eremiti). Sono sempre lì, negli scaffali e ansimano ancora un poco, con la voglia, appena ripreso fiato, di parlare. Hanno anche strani odori, come pesci che sembrano risaliti da mari profondi. Una cosa che sempre mi ha colpito (mi colpisce) è che sembrano ormai indifferenti alle vicende del mondo; mentre, in verità, sono in semplice ma drammatica attesa di una mano, di uomo, di donna o di bambina che li prenda come si afferra il dorso del gatto, li stringa adagio fra le mani, li apra li guardi li ascolti di nuovo parlare, ammonire, cantare o dire frasi sottovoce; togliendoli con quell’atto dalla solitudine e dal silenzio. Dal silenzio della solitudine.

Parlo di libri vecchi; ma anche i nuovi. No, i libri sono vivi ancora, naufraghi rigorosi anche fra i marosi tecnologici. Così, almeno, li intendo io, vecchio libraio di vecchi libri. Perché, ripeto, sempre danno tremori e offrono sorprese; non finiscono di stupire. Anche il più modesto libercolo, ha sempre la chiave di una frase dentro il marasma delle pagine, che ti apre il cuore. E come il cagnone amato o il gatto amatissimo riposano il muso sulle tue ginocchia e ti guardano pieni di una giovane malizia, invitandoti a leggerli, non a sonnecchiare o a divagare.

Così davvero, c’è spazio giusto e utile per tutti. Per tutto. Spazio e vita. Per il sapere intubato nei dischetti e intrappolato nelle strade informatiche; e per quello che sembra ormai procedere sul dorso di un asinello ma che arriva, passo dopo passo, lontano. Là, almeno, dove voleva o doveva arrivare.

 

Nella prefazione, Ciro Vitiello sostiene giustamente che Lei non assume nel libro il ruolo del moralista. Ma esiste, comunque, un “furore etico”, una “rabbia”. Il poeta deve indignarsi o guardare il mondo con distacco?

 

Non so proprio cosa devono fare i poeti, un poeta. Scrivere buone poesie? È una risposta. Vedo che ciascuno sceglie la sua strada e fa i conti con il suo onesto sentire. Per me, che scrivo ben convinto in ogni momento di dovere fare meglio, di non essere mai, neanche per un istante, rassicurato ma sempre inquieto e tremebondo; bene, per me posso solo confermare che mi indigno e continuo a indignarmi, come ogni uomo o ogni donna pensosi, in ogni ora del giorno, a seguito soprattutto delle pubbliche vicende. E le occasioni sono infinite, perciò è anche faticoso decidere quali sono le peggiori, le più oppressive e vivere sotto il cumulo dei detriti quotidiani; non potendo o sapendo, ripeto, fare finta di niente. Ma l’indignazione, che poi è sinonimo di partecipazione diretta e costante del cittadino alla politica, cioè al precipitoso vorticare del mondo, è la frustata che fa saltare dalla sedia e obbliga a non impigrire, a scuotere le proprie idee, a dar fuoco costante ai sentimenti, a non star lì quasi imbambolato aspettando gli eventi, o se si è avanti negli anni ad aspettare con cupa rassegnazione l’arrivo della gentile signora a cavallo. E certamente mi riferisco a chi, come il sottoscritto, è sulla retta d’arrivo di una lunga corsa.

 

Montale scriveva: «Spesso il male di vivere ho incontrato». Ora Lei scrive: «È la voglia di vivere che salverà il mondo». Mi sembra una notevole presa di distanza dall’ampio arco decadente descritto dalla nostra letteratura novecentesca…

 

Restiamo in pianura, per favore. Noi, accontentiamoci di respirare (ancora), ma non come le carpe matronali e dorate al bordo dei laghetti, ma ancora come uomini, l’ho appena detto, ancora acquietati. Ecco, lasciando con tutto l’istituzionale rispetto Montale ai suoi monumenti, mi vorrei per l’occasione avvicinare a Jovanotti, che non sarà un premio Nobel per la grande letteratura ma sicuramente un bravissimo artista che riesce a scuotere i giovani per il forte aggancio delle sue canzoni. Bene; in una di queste, molto acclamata, ha un verso più volte ripetuto, che è tutto un programma di vita accolto o raccolto dai giovani, dai giovanissimi, con immediato favore; e direi con intima convinzione: «Io penso positivo perché sono vivo, perché son vivo». Non si poteva comunicare con più lucida semplicità una riflessione, direi una convinzione, come autentica medicina dei mali di testa e di cuore. Così, anch’io credo che ogni mattina – se uno non è sopraffatto dai pugni sul viso di un destino crudele, ma è soltanto normalmente tempestato dalla vita – debba alzarsi con la convinzione di espugnare la propria giornata per rifare il mondo; trascinandolo fuori, con le proprie mani, dall’oscuro bieco antro di macerie in cui è accucciato, per volere e inganno dei poteri forti.

Bisogna, in aggiunta, è ovvio, condire questo proponimento con il sale di una giusta ironia – senza la quale non vale neanche pensare, in ogni direzione. Si può credere di poterlo fare anche con la matita e un foglio di carta (per sé, si intende) o con alcune costanti scelte di vita che sono affidate alla dignità, alla lealtà, all’onestà, e al rifiuto del torbido egoismo.

 

Potremmo parlare, a proposito della Sua poesia, di “ventriloquismo”: le “voci di dentro” dello scrittore si materializzano nei personaggi e nei loro discorsi. In che misura sono autobiografici il giocatore di calcio e il signor D’Aubigné, “spiriti portanti” del libro? E Che Guevara?

 

D’Aubigné è il poeta (grande) che ha scritto straordinari versi sulle rondini; e nel contempo era quella carogna (grande) che, come comandante d’armata, assediava castelli, conquistava città, distruggeva fortezze, razziando, depredando, violentando. L’ambiguità dell’uomo forte e senza scrupoli che si interseca con una tenerezza quasi disperata e lacrimata, vita e morte conquistate nello stesso momento dalla parola, dalla scrittura alata (direi, quasi prepotentemente angelicata), che tutto tende a scancellare lasciando solo il cielo (il respiro della grande poesia) dopo avere tutto mescolato, patito, vilipeso, intrappolato, e dopo un violento atroce pentimento di volta in volta, quindi in un alternarsi di fuoco e acqua senza mai pausa; questa ambiguità è oggi lo specchio, secondo me, del nostro mondo, della nostra vita. Il “Che” invece è l’ebbrezza dell’uomo, instancabile alla ricerca del proprio destino, per distribuire poi l’eventuale conquista agli altri; per dividerla con gli altri. Il “Che” è una delle voci che non fa dormire alla notte, e fa pensare al mare tempestoso. Al mare, come cantava Omero, insonne. Il suono delle sue parole è il rumore dei suoi passi. Il calciatore, invece, sempre in corsa, è quest’uomo, quell’uomo, io, tu, lei o un altro; eppure anche lui cerca corre domanda parla, ha passato e presente davanti agli occhi, sulle spalle; e non si ferma. Anche lui, con una semplice palla sul piede, che è come un fucile in mano, non dorme mai. E ascolta quei passi.

 

Nella Sua opera hanno avuto sempre un ruolo importante gli animali. In I diecimila cavalli, i cavalli rappresentano l’umanità impastoiata. In questo Suo ultimo libro ritorna spesso l’immagine delle rondini, prima tetra, poi via via gioiosa. Che cosa rappresentano?

 

Le rondini sono aspettazione, attesa. Risoluzione, se arrivano, di una speranza. Le rondini, esemplarmente, sono anche il ripetersi di una straordinaria vicenda della natura; il ritorno periodico di un’armonia, di un ordine millenario che non è imposto dagli uomini. La conferma che tutto accade, o può accadere, se si mantengono attivi, vale a dire non si perdono, gli agganci di fondo che preservano la nostra sorte.

 

Si pone il problema di come comunicare, più precisamente di come convertire il visibile (la vita) in dicibile (la poesia), soprattutto per uno scrittore che voglia parlare a grandi masse. Quale linguaggio poetico le sembra più consono, in particolare quale ha scelto per il Suo libro?

 

Non avendo pubblico, da sempre, non so proprio rispondere; né dovrei azzardarmi. So che la poesia è brutale e terribile, anche solo ad avvicinarla. Giusto è, a mio parere, raggiungere e conservare, per sé, una grande umiltà, precauzione nel fare e rifare, infine una onesta e ferma convinzione della necessità di sottoporsi ogni volta alla verifica lacerante dei propri sistemi, dei propri mezzi operativi. Nessuna gratificazione ma continue piccole ferite. Quello che conta è andare avanti, camminando sui sassi. Sì, i sassi.

 

In quale rapporto si pone «Rendiconti» rispetto ad «Officina»? Quali gli elementi di continuità e quali le novità sostanziali?

 

«Officina» era redazionalmente sostenuta da personalità diverse e anche composite; in un particolare momento non solo della storia (diciamo pure, della storia italiana) ma della loro vita. Pasolini cominciava ad emergere con forte determinazione critica e poetica; Fortini, lucido e genialissimo teorico della Sinistra, col suo cruccio di non vedere ancora accolta ed esaltata la propria poesia; cruccio che lo rendeva ispido e spesso intollerante fra la sua eccezionale vitalità riflessiva… Mi pareva, in tutto quel fervore, che mancassero i necessari raffronti con il fascismo e soprattutto con il nostro fascismo. Da qua, poi «Rendiconti», ma non solo per questa risposta. Le domande erano tante e la rivista è durata fino ad oggi. Un monologo prolungato.