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Giovedì, 29 Agosto 2013 12:03

“Cara mamma”

Considerazioni sullo “stato” dell’informazione – La satira può svolgere un impegno di rottura

 

Due o tre articoli letti e fatti accaduti inducono a considerazioni che trascrivo, per quel che valgono e possono servire. Prima: il Convegno sulla stampa (quindi sull’informazione) organizzato dall’editore Laterza circa un mese fa a Milano, di cui si è letto molto, che mi interessa soltanto per alcuni periodi di un articolo di Giorgio Bocca su “Prima” uscito in questi giorni; a cui posso aggiungere anche un lucido intervento di Giampaolo Pansa. Seconda, da un altro versante, “La lettura dalla periferia dell’impero” di Umberto Eco (in prima pagina su “Il Corriere della Sera” di sabato 24 aprile).

Scrive Bocca, intitolando “Il 25 luglio della stampa italiana”: “Insomma venerdì 25 e sabato 26 marzo nella sala dei congressi del Leonardo Da Vinci, il ‘Watergate’ milanese… si trovano i direttori, i giornalisti, gli amministratori che contano, cioè una settantina di persone… per fare del convegno, in partenza un po’ accademico sul tema giornalismo e cultura, il Gran Consiglio del giornalismo italiano, l’ultimo drammatico Consiglio su un regime ormai moribondo”. E più avanti: “Devo dire che è forse la prima volta che ho visto principi e baroni del giornalismo italiano con le spalle al muro… perché si può girare la polenta a tutte le velocità e in tutti i modi ma la sostanza reale del problema non cambia: stampa sovvenzionata, stampa condizionata”.

Gianpaolo Pansa, che ha una lucidità particolare per intendere e qualificare le cose, non sovrapponendo parole a parole ma cogliendo quasi sempre il bersaglio al centro (al cuore) afferma, ancora in merito al problema generale: “Non sarei così ottimista. L’esperienza fatta in questi anni nei quattro maggiori quotidiani d’informazione mi suggerisce considerazioni un po’ amare. La prima è che il corporativismo riemerge in forme nuove… i giornali sono davvero degli autobus che si aprono soltanto dall’interno… oggi la fase del collasso economico per molte aziende editoriali coincide con un momento di grande libertà professionale e di grande potere civile per chi opera nei giornali. Merito, certo, dei giornalisti, ma merito anche del vuoto di potere politico che è il connotato dominante di questo periodo della vita nazionale. Si combatte, e si vince meglio, quando l’avversario dorme o sta nascosto. La mia sensazione è che questo momento non sia destinato a durare a lungo”. Queste citazioni da due interventi di giornalisti “illustri” permettono di tirare alcune considerazioni o addirittura alcune conclusioni – in merito allo “stato” della informazione. Nelle frasi di Bocca intanto si coglie il senso di un’arroganza di potere molto perspicua anche se mediata attraverso il filtro dell’informazione detta (o così detta) democratica, della libertà d’informazione ecc. E il segno di un potere ormai chiuso, facile all’irritazione e tuttavia mai del tutto immune da una certa approssimazione o sciatteria di stampo ancora provinciale si ricava anche da altre direzioni, in special modo ascoltando i berci che s’alzano se solo si propone di discutere su “questa” libertà di stampa.

La quale sembra una conquista ed è una conquista; ma tuttavia è troppo spesso data come una conquista “giornalistica” mentre è vera, dura, giusta conquista di tutti. D’altra parte, proprio a ribadire il quadro di questa supponenza, Pansa ricorda come il mondo del giornale o dei giornali sia una sorta di tappa e che per entrarci occorrono cento sortilegi e mille o centomila fortune. Ricorda inoltre che parte di “questa” libertà d’informazione dipende dal vuoto di potere; tanto che conclude con grande onestà intellettuale: “allora vedremo se il giornalismo nato da questi anni è davvero un contro-potere, oppure soltanto un vice-potere, un poterino sussidiario destinato a squagliarsi e a sparire non appena il potere reale avrà ritrovato, magari sotto una faccia nuova, l’antica durezza”.

Riflettere su questo punto, dietro la suggestione delle frasi e delle conclusioni dei personaggi “ufficiali” è una utile ginnastica mentale, che consente di non riposare sul permaflex delle soddisfazioni (sia pure parziali) che ricaviamo dalla lettura di informazioni più cattive, più vive, più vere, più dirette, più aggressive; notizie, aneddoti, riferimenti impensabili solo alcuni anni fa. La copertina del settimanale “Tempo” dedicata all’Antilope-Leone (un esempio ovvio in altri Paesi) da noi è da storicizzare inserendola sotto vetro.

E tuttavia la notizia, ogni notizia, sembra avere davvero una libertà “innaturale”, dovuta a contingenze immediate, quasi come il ballo dei topi là dove un gatto non c’è; perciò è anche una libertà con licenza, con certe sforzature, a volte grossolana, in cui l’informazione è contornata spesso (così mi pare) dal livore di passati risentimenti, di passate rinunce; perciò è spesso squilibrata, invelenita; carica di un rancore. D’altra parte sappiamo che lo spazio dell’informazione giusta e vera si conquista non si acquista, viene preso strappando ma non accettato come un regalo, e un regalo improvviso; inoltre, che dove il potere accetta d’essere irriso o deriso senza opporsi segno è che ha stabilito d’aver bisogno di questo momento d’irrisione per i suoi traffici terribili e nascosti.

Quindi è utile respingere l’informazione in libertà come un’informazione innaturale, nel senso che proviene come concessione di vertice; chiediamo (esigiamo) invece una informazione della libertà, cioè non quella informazione che ci è data ma la libertà di ricevere o compilare la nostra informazione. In un discorso sia pure rapido come il presente entra anche la lettera di Umberto Eco sul “Corrierone”, come era chiamato dagli ambrosiani d’antan.

L’autore vuole usare la satira linguistica per svillaneggiare il nostro potere corrotto e per irridere macabramente a una situazione in atto. Proposito esemplare. Ma per spicciarmi in due parole: credo, e non sono solo, che la satira possa svolgersi – e svolgere il proprio impegno di rottura; vale a dire di rompere di volta in volta le incrostazioni ufficiali, le incrostazioni sociali e ogni sovrastruttura – per tre vie (tre direzioni d’uso, dice Ferroni in “Il comico nelle teorie contemporanee” tutto da leggere) e cioè: la satira di testa (delle idee), la satira degli uomini (della società), la satira sull’uomo (quella sul cuore umano?).

E credo che quest’ultima, straziante e stravolgente, sia stata toccata da pochi: Aristofane? Molière? Courteline? Quello straordinario narratore di storie da una pagina che è Zoscenko? Eco sceglie e produce satira di testa (quindi satire sulle e delle idee). Bene. Ma i tre soggetti del rapporto comico (cito Ferroni) sono: un soggetto (che vuol provocare comicità), lo spettatore (che deve ridere) e l’oggetto comico (qualcuno o qualcosa). Ebbene in quella lettera che per me è stata deludente per una imprevedibile regressione a una satira sbiadita e di maniera (faticosa e bolsa) c’era la conferma classista dell’autoritarismo (inconscio sia pure) dell’autore; il quale con la scelta del segno contraffatto privilegia l’area culturale dello spettatore; il latino maccheronico per il laureato o il diplomato.

Sicché questa libertà (entro cui si esercitano questi segni) è una libertà di testa, sofisticata con sgarbo, prepotente in qualche modo (perché egemonica), irridente (perché usa ogni sfarzo e collocazione) e soprattutto datata. Meglio, meglio e più nuova in ogni senso, politicamente più utile, e militante, una letterina; la letterina del bambino che comincia: Cara mamma…

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 30 aprile 1976.

 

 

 

Mercoledì, 28 Agosto 2013 16:55

Introduzione

Leggo e ricerco, inseguo, trascrivo immagini ed emozioni, rinnovo ad ogni lettura il fascino subdolo e straordinariamente nascosto della poesia.

Queste emozioni e queste premonizioni che sono per me – con scrupolo di rinnovato, sempre rinnovato affetto per la pagina stampata, e determinante per ridare smalto sempre nuovo all’esercizio inguaribile e inesauribile della lettura poetica, come smalto terapeutico – una violenza attiva alla lettura. Talché, così disposti, i ricavi emozionali mai possono disporsi gelidi sul piatto della poesia, ossificati stilemi sofisticati contro il vento sempre agitato in qualsiasi androne della poesia.

Disponendosi dunque a ricercare non un capolavoro – come sembra d’obbligo in ogni occasione, anche nella più modesta delle gare d’atletica o di formula uno o di campionato di calcio; o l’abbrivio in velocità di una domenicale corsa ad inseguimento in pianura – ma un rapporto dirompente, anche se alle volte parzialmente traumatico, che di volta in volta diventa come una finestra aperta sul mondo, o su un mondo. Una rinnovata meraviglia, come ho detto, o comunque sempre una forte emozione.

In questo persistente e salubre esercizio vitale consiste l’inesauribile trauma e tramite della poesia. Un faro mai spento. E così mi rivolgo e mi involgo, mi chino inquieto sulle carte sottoscritte da Catalfamo, che mi danno sollievo.

Un diario di un soldato scritto a bocconi anche in marcia, o nel fuoco, e custodito in saccoccia. Oppure un calepino furtivo e privato che raccoglie spasmi acuti, direi seriamente puntuti, un calepino sentimentale. Oppure, in realtà, assemblando tali e tanti elementi, non dispersivi però, la raccolta necessaria di un anarchico dalla vita smossa, quindi fortemente condizionato dalla vita in ognuna delle sue incombenti significazioni. Un anarchico di pensiero e di cuore che sottoscrive il moto sollecito ed agitato delle idee e dei sentimenti, mai consumandosi ad inseguirli negletto e un poco soltanto infuriato, ma speculandoli con una costanza faticosa e lucidamente aggressiva, vigile; costanza assidua, che non esclude spesso, e in momenti scanditi, una acuta, direi fredda meraviglia. Meraviglia talvolta fredda, intercalata anche da un florilegio lirico di allusioni erotiche (stupendamente dipinte) di raffinata ed estrosa varietà e vivacità.

Quindi, in breve e concretamente, rivoltiamo le pagine di una raccolta di testi disposti come sassi sul fondo di un qualche torrente comunicativo insolente o impetuoso, che ci scorre sopra lasciando trasparire nel tumulto delle onde ombre e immagini che possono esprimere o rinchiudere o richiamare cento misteri.

Questi vari e diversificati piani sovrapposti (utilmente), e questo non rintanarsi ma disporsi al fondo non di un tumulto d’acque ma di rabbie di pensieri e tumulti di sentimenti e di cuore, rendono il lettore partecipe di sbalzi vigorosi e anche sorprendenti.

Sì, è così (per me che leggo ancora). E anche il titolo di questo che, se non sbaglio, è il sesto volume di poesia pubblicato dal 1989, e sempre con autorevoli consensi, conferma a me come il suo mondo poetico comunicativo abbia la fondamentale esigenza di ergersi sopra strutture sovrapposte, come la costruzione, l’innalzamento di un edificio.

Nella raccolta del 1993 un testo: “Il mondo dei vinti” (dedicato a Nuto Revelli) lo ricordo, fra tanti altri decisamente significativi e incombenti, per questi versi: “lo sguardo obliquo / che ti penetra nell’anima” e poco dopo “erano vincitori e si sentivano vinti”. Questa amarezza scavata dentro la propria pelle sia pure nel momento di una risoluzione faticata e lungamente attesa – questo indulgere a sogguardare senza lasciarsi troppo incantare, anzi trattenendo l’ombra di una inquietudine virile che non si lascia incantare da facili presagi – li riscontro ancora ripicchiati, con la violenza decisa, da pugno chiuso in queste pagine, strappate via via dai quaderni del cuore e consegnati al lettore (e all’editore) come una resa dei conti.

Perché, badiamo, altro componente determinante delle raccolte di Catalfamo, è il coinvolgimento (quasi in prima persona, come personaggi in movimento) non citazionistico ma in diretta collusione, quasi sgomitando per l’emozione e la necessità di un affollato gruppo di spiriti egregi, di personaggi magia, risolutori di tanti scrupoli e tanti dubbi e tanti abbandoni sul momento; che lo aiutano, dico, come fosse un viandante assetato, a cui versare qualche bevanda buona nella borraccia che egli si porta al fianco nel suo peregrinare per le vie e viottoli di questo sconquassato mondo: Pavese, il suo idolo primo, poi Fenoglio, Scotellaro, Neruda, Danilo Dolci, padre Turoldo, Alberto Savinio, Sciascia.

Il citazionismo, il nominalismo continuo assillante ma mai affrettato di Catalfamo (quasi una endemica determinante necessità, come ho appena detto) fa assidere la sua comunicazione in un campo semantico molto allargato (comunque, aperto) dove si radunano, pronte a mettersi in movimento, pattuglie di questi meravigliosi e meraviglianti maestri di alta scrittura; che si aggiungono, talvolta anche solo con una comparsata in scena, sostanza vitale al testo, riempiendolo di una sventagliata di elementi, di esemplificazioni, all’insieme dei testi.

Vorrei dunque precisare, per conclusiva esemplificazione metaforica: se è vero, come sono convinto, che la pace, sempre conclamata e ipocritamente invocata e desiderata, in realtà non è che un ambiguo e ingannevole momento di sopore fra il concreto divampare bestiale di una e altra guerra, l’urlo costante della nostra società insaziabile e spietata, e che la pace è vano soffio di vento; allora, dentro a uno di questi raggelanti momenti di silenzio calamitoso, collocherei questa opera di Catalfamo; che tende a richiamare col passo della poesia le coscienze appisolate o frastornate.

(So bene, d’altra parte, che per tanti operatori poetici, è proprio questo che la poesia non dovrebbe fare).

Invece va fatto, e quello che si propone Catalfamo è altrimenti lucido forte dirompente. Per alta necessità.

 

 

 

 

Martedì, 27 Agosto 2013 11:05

La comunicazione negli occhi

La prima domanda è questa: come si viaggia in autobus a Bologna? Bene, direi, ma con alcuni rilievi che sottopongo. E intanto avverto di parlare come abbonato di vecchia data titolare – in questo mese d’aprile – della tessera impersonale di libera circolazione n. 17136 acquistata per lire 3.000 in una tabaccheria in via Marconi. Aggiungo che non avendo più l’auto da parecchi anni, io e mia moglie usiamo il mezzo pubblico almeno quattro volte al giorno; ma spesso anche di più.

Da casa e per arrivare alla nostra bottega di libri posso salire sui seguenti autobus: 12, 31, 16, 20, 19, 25, dato che scendo in centro. La scelta come si vede è ampia. Però se pesco il 12, anche nel breve viaggio mi accorgo che il mezzo è sempre abbastanza squinternato; vibra, sussulta, a ogni fermata trascina lo stomaco in bocca – come ha appena esclamato una vecchietta. Certamente è più scomodo degli altri, che sono nuovi e sono rossi e gialli ma hanno anch’essi almeno due difetti subito da indicare: una aerazione irregolare o inesistente, quindi affidata gli spifferi dei finestrini aperti all’estate; e all’inverno mancorrenti di metallo che “bruciano” le mani per il gelo (mentre in passato, sul vecchio tram, si disponevano maniglie di cuoio per rispetto alle difficoltà e alle necessità dei cittadini ecc. ecc.). Ma continuiamo sul 12, che da via di Roncrio arriva a Dozza con un lungo percorso passando per il centro: ogni accelerazione è uno strappo “cattivo”, specialmente per chi è in piedi e per gli anziani.

Perché dunque non far ruotare queste vecchie macchine – che è pur giusto che servano fino alla fine – su varie linee in modo da non punire sempre gli stessi utenti ma da distribuire il piccolo fastidio fra tutti? Ho parlato di accelerazioni; ebbene (per un discorso più generale) se è vero come è vero che negli autisti c’è una educazione e una abitudine di guida COSTANTE, UNIFORME, DOLCE o MORBIDA (come si dice) è anche vero che alcune volte la guida è NERVOSA, a strappi, precipitosa – con improvvise impennate di velocità che frastornano il pubblico che viaggia in piedi. Verrebbe da domandarsi scherzando: Bologna come Monza? Bologna come Indianapolis? Invece l’educazione “equilibrata” nella guida deve essere già un obbligo e non una scelta privata; e a questo punto vorrei fare la seguente domanda: non ho più occasione di incontrare donne al volante degli autobus; è perché sono dislocate su alcune linee specifiche o hanno turni particolari nella giornata? Non si sono fatte più assunzioni? Sono state tutte concentrate negli uffici? La loro guida era precisa e costante, e occorre appena dire che l’uniformità è segno non solo di attenzione “sociale” e civile alle necessità degli utenti, ma anche di un professionismo responsabile.

Sugli autobus (non solo sul 12) mi imbatto spesso – sì, anche mi scontro – con i cartoncini pubblicitari e informativi penzolanti da mancorrenti, ad altezza di naso. È una vera comunicazione dentro agli occhi. Questi cartoncini sbattono in faccia a chi viaggia in piedi, sicché spesso bisogna ripararsi con le mani e magari vincere il desiderio di strapparli. Questo modo di proporre la comunicazione sugli autobus mi sembra non solo fastidiosa ma controproducente.

Perché, mi chiedo, non usare un mezzo di comunicazione altrettanto diretto ma più sicuro, anche più piacevole e che possa diventare tramite – uno dei tramiti – d’informazione delle notizie cittadine, dei problemi locali oppure per sollecitare, proporre, ribadire curiosità culturali nuove o per il tempo libero; collocandolo in una disposizione tale che ogni viaggiatore volendo possa leggere facilmente anche in movimento? In altre parole: abolendo questi cartoncini, che definisco orribili, perché non cercare proprio in questo luogo così frequentato un modo ancora più diretto e ancora diverso per socializzare la comunicazione? Il Comune dovrebbe promuoverla e gestirla, oppure essere “anche” il Comune.

L’autobus può diventare un interessante problematico contenitore – non noioso, ma vario e anche illustrato – di messaggi, notizie, informazioni, gestite dalla comunità e fuori dalla norma. Divertendo e interessando. Sulle pareti laterali sono disponibili spazi che aspettano d’essere riempiti da questo nuovo quantitativo di comunicazione socializzata, da questa informazione in attesa di essere utilmente distribuita. Informazioni da giornali, oppure di una certa cronaca completa di dettagli locali, a cui aggiungerei inviti, precisazioni, riepiloghi di fatti e di operazioni promosse ecc. Un altro modo, un modo diverso, di stringere i rapporti con la gente che si muove.

Il primo passo sarebbe di rendersi conto della contraddizione espressa dal sopraindicato cartoncino che propone un modo vecchio e senza fantasia di messaggio diretto; un modo trasandato, autoritario (“Io te lo sbatto lì e tu leggi e bevi”). Difendendosi e castigandolo non leggendolo, poi rimuovendolo e sostituendolo CON ALTRO (magari nel senso appena detto) sarebbero due atti che spaccano una piccola situazione di stallo. Sarebbero dunque due buoni atti; e due atti utili.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 23 aprile 1976.

 

 

 

Lunedì, 26 Agosto 2013 13:17

Leggere poesie agli operai

Il problema del rapporto arte-politica – Il convegno come istituzione

 

Sono anch’io una fabbrica” è il verso di una poesia di Majakovskij del ’18. E su questo poeta proprio in questi giorni molti avranno visto in TV lo sceneggiato in due puntate che, raccontandone in un riassunto rabbioso la vita, riproponeva le difficoltà d’impatto con gli operai in un momento di rivoluzione e inoltre riproponeva i contrasti all’interno degli stessi gruppi dell’avanguardia artistica. Ancora una conferma, dentro un contesto autorevole, che il problema del rapporto arte-politica è di fondo, che riaffiora periodicamente e che di volta in volta deve essere realisticamente inquadrato e affrontato sia dagli addetti ai lavori sia dal pubblico popolare.

Lo spunto a rivolgere attenzione a questo problema è dato in pratica da un convegno dei giorni scorsi tenutosi a Orvieto sul tema “Scrittura-letteratura” (che è specifico e dotto) nel quale si è riusciti a radunare, hanno scritto i giornali, molto fiore (il gamboncello, come si dice) dell’intelligenza letteral-sperimentale italiana, con alcuni ospiti di fuorivia. In realtà il convegno – sto alle cronache e al prospetto, o programma, prestatomi da un amico – poteva ritenersi dedicato soprattutto ai problemi specifici della letteratura; problemi professionali da discutere, a livello responsabile e secondo moduli scontati, fra personaggi interessati e con linguaggi cifrati.

Ma anche questa volta è accaduto che il convegno si è stravolto, e in parte disfatto, senza scandalo alcuno direi, perché così capita e deve capitare ai convegni, i quali si svolgono sempre per ragioni che con la cultura vera, cioè con i veri problemi della cultura, hanno poco da spartire; e sono, come ricorda un articolo su Paese Sera, manifestazioni del genere turistico-gastronomico nelle quali il sacrificio di alcuni, spediti allo sbaraglio facendo relazioni, consente ad altri di incontrarsi e discutere nei corridoi. Quindi un’occasione per intimi, abituati a una “frequentazione tra loro quasi quotidiana”. C’è l’obbligo di domandarsi se questa è la realtà delle cose in questione e delle relative conclusioni, quale ragione (che non sia solo bassamente promozionale) spinga un Comune democratico a produrre tanto impegno e a spendere parecchio denaro per queste operazioni, che sono per sé insufficienti, e quale vantaggio effettivo presuma di ricavare.

È vero che il convegno, in quanto tale, è ormai diventato un’istituzione, in ogni parte del mondo; è vero che radunando gente qualificata a parlare intorno a un dato argomento – specifico in profondità oppure d’interesse vivo e comune – l’amministratore pubblico della cultura può credere di esorcizzare gli impegni più diretti che lo porterebbero a dovere impostare, produrre, programmare, interferire, intervenire e concludere in modo più diretto: ma a tutto questo si oppone sia la spesa pubblica assorbita da questi simposi psichedelici sia soprattutto la esperienza mai contraddetta che così facendo non riempie alcun vuoto culturale.

In particolare il convegno di Orvieto, molto pubblicizzato, si è risolto in un pretesto d’incontro, in un incontro-vacanza; infatti, come è stato scritto, “il livello del dibattito è stato così basso da consentire di ricavare vantaggi anche in forma immediata, come consapevolezza negativa”. Se è così, e non si può negare, allora una domanda è questa: è proprio necessario offrire occasione di vacanze gratuite agli operatori culturali e ai begli ingegni a spese della collettività? È giusto che la società paghi? Se sì, quali vantaggi ne ricava in generale? E queste persone, poi, non sono per lo più già pagate all’interno di impieghi o prestazioni determinate?

Ma fino qua è solo un’introduzione al problema che interessa questa nota. A Orvieto, con il populismo un po’ snobistico e verticistico, un po’ sciammannato e generoso all’italiana, si voleva ritentare l’approccio della letteratura con la gente, andandola a cercare o facendosi cercare. L’abbiamo letto tutti: i libri erano nelle vetrine dei negozi, i dibattiti erano all’aria aperta e poi incontri e scontri nei luoghi di lavoro o nelle caserme o nelle scuole fra scrittori, operai-operaie, soldati, scolari. I risultati sono stati scarsi.

L’esemplare esperienza di Majakovskij, richiamata per esempio all’inizio, così come l’esperienza di tanti ingegni all’avanguardia europea di questo secolo, conferma invece una verità “giusta” che è la seguente: continuare a interrogarsi sul rapporto arte-politica, è un modo per sconvolgere le trame regressive della cultura e per cercare di sciogliere le contraddizioni e per riportare ogni volta soluzioni nuove, comunque mai quietanti; ma conferma anche che tale domanda richiede un’umiltà dura ed esasperata dei singoli, la pazienza e il conseguente controllo dei mezzi necessari. Per tale ipotesi si richiede soprattutto un uso parsimonioso del contributo pubblico per evitare lo spreco – che rappresenta l’abuso controllato e abbastanza perfido del potere che è ufficiale. Il proposito autentico sarebbe quello non di catturare consenso ma di distribuire veramente cultura, e se è così, fino a prova contraria, allora bisogna dire che i convegni – tutti i convegni o questi convegni – sono più costosi che producenti, e provvedere in merito.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 16 aprile 1976.

 

 

 

Lunedì, 26 Agosto 2013 11:24

Prima dentro, poi vedremo

La presente è in riferimento ai fatti gravi di Parma e muove dal titolo su sei colonne nell’Unità di domenica 4 aprile (Parma: il PCI si interroga “Dove abbiamo sbagliato?”), nonché dal contesto dello stesso articolo; contemporaneamente tiene d’occhio un servizio, sempre di domenica 4, a firma Maurizio Chierici su Il Corriere della Sera: “Inquietudine e manovre politiche a Parma dopo lo scandalo per il Centro direzionale”. È evidente che quanto vado a dire è l’opinione personale di un lettore dell’Unità, sia pure di un lettore attento, che ha seguito in dettaglio tali fatti su un’ampia sventagliata di giornali ma che tuttavia non ha diretta esperienza di cose e persone locali. La mia è dunque un’opinione formata sulle notizie e per questo ne tratto in questa rubrica.

Con una premessa, che non raccolgo per carità di patria ma per obiettività necessaria e autentica: tutto si sta svolgendo sull’ipotesi di cose da fare ma non di cose fatte, cioè di fatti compiuti. E questo intanto è importante anche se nella sostanza l’eventuale dolo non muta faccia e peso. Dunque niente è stato fatto; invece si pensava o ci si proponeva di fare. In conseguenza, stupisce (ma solo il lettore che non sia ideologicamente smaliziato) la fretta di cappi e catene e quel buttar uomini in galera a carrettate. È uno spettacolo. È lo spettacolo del sistema che coglie finalmente l’occasione e l’addenta con una fame a lungo covata. Lo scrive anche Chierici nell’articolo citato: “Oggi il giudice va a parlare con i due in prigione. Perché l’arresto è stato folgorante. Senza neanche la solita comunicazione giudiziaria, né una sola domanda d’uso. Prima dentro, poi vediamo perché”. Naturalmente non si doveva dare agli avversari appigli di sorta, ma ciò che accade non meraviglia; l’arroganza del potere utilizza politicamente i fatti generali e i singoli dettagli, stravolgendoli in ogni senso anche quando essi sono assestati su una parte giusta, figuriamoci quando per qualche ragione offrono gli agganci opportuni per aggredire. Ma questa è una premessa, magari necessaria, perché come ho già scritto non si può usare il “moralismo” per considerare i fatti e condannare le persone (essendo esso l’applicazione di norme di perbenismo privato spesso inquinate dall’equivoco, dalla strafottenza e dalla noia, nonché da una facile superbia); semmai si deve usare un giudizio morale – che è tensione e ricerca della giusta verità – sempre con la determinazione.

Entrando nel merito ho tratto tre conclusioni (limitate alla conoscenza attuale dei fatti) che propongo per la discussione che è in atto. La prima: ciò che è accaduto e sta ancora accadendo è utile e forse si sta dimostrando necessario. Il giudizio sulla perfezione asettica e sull’efficientismo senza possibile macchia dell’Amministrazione delle sinistre, come giudizio globale e generalizzato, aveva finito per congelare in una specie di limbo refrigerato la sostanza autentica dei fatti singoli e delle persone; e mi rimandava all’esempio, non credo affatto sconveniente, di un portiere imbattuto da molte domeniche che si immagina sempre in attesa di prendere questo gol (essendo un uomo ed essendo un portiere), intanto nevrotico e un poco consumato in quella tensione straordinaria.

Insomma: il mio parere era non che non si dovesse sbagliare mai (essendo impossibile, scavando nella realtà delle cose), ma che si dovesse sempre sbagliare il meno possibile e soprattutto che errori e sbagli fossero giusti, necessari, motivati; e che potessero essere identificati e ripresi. Sbagli nella pratica e negli uomini.

Adesso, con Parma, sappiamo e vediamo in concreto che la questione del potere mette di fronte non solo ai problemi proposti ogni giorno ma anche all’equivoco disumano dei vantaggi che esso offre e perciò sappiamo come si possano inquinare anche gli uomini (alcuni uomini) in quanto si lasciano prendere dall’abitudine della sua gestione.

La seconda: affermato che questo episodio (che morde così dentro) a me sembra nonostante tutto molto “utile”, vorrei aggiungere come impressione generale che il Partito lo contrasta e ribatte (in una parola: lo gestisce) con orgasmo. L’onestà che contrassegna la pratica politica del Partito porta a considerare questo episodio come una “tragedia” mentre non può essere altro che un episodio, che deve essere circoscritto, riconosciuto, approfondito e discusso. Sorprende un certo smarrimento, un atteggiamento di inquieta difesa di fronte all’impudenza degli avversari che altro non possono esibire se non un corpo contaminato da mille piaghe. Invece è senz’altro utile e necessario cavare da questa vicenda il massimo vantaggio come autocritica collettiva.

La terza: Parma, come una cartina di tornasole, ha additato le contraddizioni e le parziali incongruenze di una gestione che è risultata, nonostante tutto, verticistica, elitaria, abbastanza autoritaria: e che nelle scelte specifiche ha mancato di lavorare in continuo rapporto con l’opinione e le richieste popolari. I ritardi culturali, di cui parla l’articolo dell’Unità, una troppo limitata partecipazione democratica non solo dei partiti ma della popolazione alle scelte che interessano il futuro della città, sono i segni di una progressiva perdita di rapporto diretto, di uno sganciamento dall’attenzione e dalla critica (continua, insistente e magari fastidiosa, ma quanto utilmente fastidiosa!) che una città può e vuole proporre: sono altresì i segni di un’abitudine al potere, che allontana e intestardisce anziché avvicinare e rendere attenti.

Non fu “una folcloristica lenzuolata” a portare clamorosamente alla luce la vicenda del centro direzionale ma una autentica insoddisfazione popolare di fronte a una palese ingiustizia e a una constatata irregolarità; insoddisfazione che non trovava o non aveva in quel momento altri canali (magari più burocratici), per precisarsi e rendersi politicamente incidente, se non quello che era molto diretto. Se l’attenzione non fosse stata appannata e l’abitudine alle scelte non si fosse ristretta al vertice, questa vicenda non sarebbe esplosa, perché avrebbe assunto da se stessa la propria giusta correzione.

I lenzuoli pittati in piazza hanno parlato sostituendosi ai prospetti patinati che uffici studi o stampa dispongono e propongono in ogni occasione; con gran spreco di carta, con tono per lo più trionfalistico, con un linguaggio ufficiale. Una conclusione generale questa: è giusto cercare sempre, come per fortuna accade in tutte le altre nostre situazioni, di restare a contatto, e a contatto stretto, con la grande intelligenza di vita del popolo: e con la sua straordinaria maturità.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 9 aprile 1976.

 

 

 

Venerdì, 02 Agosto 2013 17:48

Una storia emiliana

Ho fra le mani il libro appena pubblicato di Giacomo Fontana (Nazzareno. Una storia emiliana) e lo sfoglio con emozione. Fontana morì a quarantatré anni nel 1972 e in clinica teneva il dattiloscritto di questo romanzo sotto il cuscino – quasi a custodirlo, a difenderlo, in quell’ultima spiaggia sulla quale lotta, va da solo. Intorno ci aveva lavorato a lungo e, specie negli ultimi tempi, con accanimento poi con furia poi con rabbia, infine con una rassegnazione molto tesa (un’autentica sofferenza) a seguito delle delusioni ricavate dai sondaggi editoriali (nei quali anch’io mi impegnai e fui complice convinto anche se non autorevole e quindi alla fine sconfitto). Ma oggi, dopo quattro anni, il romanzo – con una bellissima ed essenziale prefazione di Renata Viganò – è pubblicato da un editore coraggioso e intelligente (si deve aggiungere): costa 4000 lire; ha 336 pagine; è accompagnato da fotografie che non hanno la funzione esterna dell’illustrazione, ma che invece commentano e aggiungono alcuni importanti elementi di riflessione o di sorpresa “giusta”; e io, per quanto posso, lo proporrei per una lettura che non può deludere; anzi, e almeno per la prima parte, credo che sia di straordinario vigore.

Intanto: chi era Fontana? Molti lo conoscevano, ma per gli altri, soprattutto per i più giovani, trascrivo la scheda autobiografica inserita nel volume: “Sono nato in provincia di Como a Valmorea, il 29 marzo 1929. L’infanzia l’ho passata all’estero, nel Belgio. Poi storie, beghe di famiglia. Troppo lunghe da contare. Insomma, infanzia disordinata; di nuovo in Italia, da parenti, il collegio, la guerra di Liberazione. Da partigiano, non ancora sedicenne, sono rimasto mutilato. Gamba destra. Ero nella 121.a brig. W. Marcobi divisione Garibaldi. L’ospedale, poi, dopo la Liberazione, tre anni alla scuola convitto ex partigiani a Milano, a Torino e a Bologna. Ancora un girovagare all’estero e infine qui. Mi è poi venuta questa mania di scrivere… Ora lavoro all’azienda del gas di Bologna: fatturista stampatore. Sono un comunista, e se mi muore un’ambizione è di servire al mio partito. Piuttosto mi preme una domanda: se non sono capace. Dico per lo scrivere. Per il resto faccio tutto quello che posso”.

Anche Renata Viganò, che lo conosceva bene e da tempo parla “del suo carattere insieme entusiasta ed ispirato, ma pronto a cadere in crisi di sfiducia improvvisa che lo allontanava dalla voglia di scrivere”; eppure quest’opera ha una organicità e un intarsio narrativo (nel senso di una molteplicità di piani) che confermano l’attenzione minuziosa applicata nella stesura; non solo, ma anche la partecipazione “totale” – senza sovrapposizioni o freddi ricuperi culturali – agli elementi precisi di una cultura diversa ancora in atto. Una cultura alternativa (quella contadina) tragica, tartassata di durezza, di sconfitte, ma ancora all’erta, pronta, inesausta, inesauribile, disponibile per tutte le opere.

Nel libro le persone i fatti gli episodi sono messi in moto e sviscerati con un ritmo sostenuto da un vigore e da un fervore autenticamente “popolari” nella volontà di raccontare in quel modo; e di raccontare non le cose (in generale) ma proprio quelle cose (disposte in dettaglio o raccolte nel cavo della mano).

Io spero che il giornale vorrà parlare ancora di quest’opera, che merita un’attenta considerazione; a me, per il merito della presente nota, basta accennare che la figura di questo Nazzareno – il quale avrà dodici figli e una vita impegnata nel lavoro di canapino contro le ingiustizie – è tipicamente emiliana, con le splendide connotazioni relative; e che attraverso la sua storia e la storia della sua famiglia si percorre, sempre impantanandosi i piedi nella polvere del reale, la storia di cinquant’anni della nostra terra. Quasi mezzo secolo di vita italiana raccolto nell’angolo, acuminato ed esemplare, di questa straordinaria terra bolognese.

Un solo esempio, a pagina 13, per come si presenta il protagonista: “Nazzareno in bicicletta sullo stradone faceva parte del paesaggio. Si vedeva fin da lontano venire avanti la sua grossa figura. Pigiando pigro coi tacchi sui pedali, una mano al manubrio, l’altra a premere su una coscia, gilè sbottonato, proprio nel centro della strada dove sì allungava l’ombra dei pioppi. Lui e il paesaggio: tutta la mollezza di un pomeriggio di mezzo agosto, l’occhio pieno di campi, fasci di canapa ammucchiati e appena un po’ d’aria che chiacchierava nelle foglie”. Oppure il capitolo IX sui fatti del novembre 1920:

“Piazza Maggiore era interamente stipata, bandiere e bandiere, rosse e tricolori, sventolavano sulla folla”, ecc.

Di questo libro, calato nelle cose che si fanno e negli uomini che trascinano i fatti o ci sono dentro, si arriva alla fine in un baleno; e inoltre è particolare l’emozione autentica che si riceve da un’opera così poco sofisticata, ma così vera nella sua volontà di raccontare. Tuttavia non si può chiudere questo accenno senza un rammarico, che tocca la sostanza di una situazione: è pur vero che grossi editori italiani rifiutarono il libro (con una pittoresca sventagliata di giudizi definitivi da relegare nel museo del piccolo terrorismo culturale), ma gli editori come sappiamo cercano il loro tornaconto e credono di trovarlo in tali scelte: è affare loro. Invece è irritante e incongruo che questo romanzo abbia dovuto correre a Napoli per trovare l’editore e non l’abbia trovato qua, a Bologna, in Emilia, dove era giusto e necessario che fosse.

Questa pericolosa indifferenza è segno certamente e in qualche modo di un vuoto culturale e di programmazione della cultura; tale che io credo debba indurre a una meditata riflessione quanti hanno il potere e il dovere di scegliere e di realizzare. Perché di parole belle in generale ne abbiamo come il vento, ma è il particolare, il dettaglio, la realtà dei singoli fatti minuti e precisi della cultura, che è fatta e non comandata, a confortare e in conclusione a contare. In opposizione alle centomila tavole rotonde di questo paese che è scriteriato in cima e ha tanto vigore e tanto amore e tanto coraggio, oltre a tanta novità e intelligenza, alla base. Fontana era uno di questi.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 2 aprile 1976.

 

 

 

Venerdì, 02 Agosto 2013 16:46

Un congresso alla tivù

Il recente congresso dc darà ai politologi argomenti di discussione e riflessione e ai politici la convenienza per tirare ancora altri dati; intanto ha offerto un esempio magari piccolo ma già significativo di lettura diretta da parte della tivù e ha riservato allo sguardo dell’uomo della strada uno spettacolo politico finalmente pittoresco; pittoresco nel senso di coinvolgimento completo in un’azione che era teatrale (perché mediato per la prima volta in modo cosi diretto dalla comunicazione visiva, o dalle cronache dei giornali con un linguaggio brutalmente coinvolgente).

Dentro al Palazzo dello Sport questo congresso, che voleva offrirsi per un consenso magari faticato ma a scanso di equivoci si è trasformato prima in uno scontro violento e poi in quel giuoco al massacro che sbriciola davvero facce e miti. Protagonisti non erano tanto le idee, i progetti, i programmi ma gli uomini, cioè quell’uomo – questo o quello – con la sua storia fatta nell’arrampicare: pertanto sul podio si esibivano visi stravolti rigati da grumi di sudore che si scioglievano sul collo; visi che si rimpallavano frecciate di rancore mortificandosi con i sorrisi, le occhiate o anche con un gesto di mano (a Colombo gridano “Crociani” e lui fa un gesto secco verso Forlani). Intanto una base come dire: frastornata? insofferente? sorpresa? disgustata? andava ricuperando un’improvvisa indipendenza almeno dall’incastro delle insidie precostituite e dal ricatto dei buoni proponimenti. Assistevamo allo spettacolo (colto in presa diretta per il pubblico lontano e scomposto finalmente nei suoi attori e nelle varie articolazioni) di uno smottamento anche drammatico, perché le immagini erano precise e per fortuna, questa volta, immediate.

Credo che secondo l’opinione dei capi questo congresso “voleva farsi vedere” usando estro e tattica e la consumata abilità a manipolare; invece, sorprendentemente, è stato subito costretto a “lasciarsi vedere tutto”, a lasciarsi esaminare sotto pelle, nei risvolti insoliti, nei dettagli (se non in tutti, intanto in alcuni); una smorfia, un’occhiata, una mano, un cenno, il gesto di scherno o di irritazione, la panoramica in un momento atipico sono risultati più impressionanti (subito) delle cento ovvietà verbali. Da corpo colorato e preparato per un’azione, quasi come la vestizione di un torero, questo congresso – per violenza di mass media non più tanto orchestrati – è stato disposto sul lettino per essere spolpato; per la prima volta, sia pure con i limiti evidenti, si sono cercate le nervature invece di fermarsi a osservare i quattro peli in testa, troppe volte ossigenati.

Così la maschera padronale dapprima contro voglia e poi con orgasmo si è accorta che mai era stata così sviscerata; senza pregiudizi ma senza particolare misericordia, senza offesa ma anche senza rispetto; anzi con una insolenza un po’ sfacciata, perché così meritava. E l’atto di dissacrazione si compiva, semplicemente, trasmettendo “in dettaglio”. Una certa forma di potere consegnava la propria scheda che sanciva un collasso, un declino. Attraverso l’inserimento delle telecamere nelle nervature sottocutanee noi, per la prima volta così in diretta, coglievamo non le sue contraddizioni esemplificate ma la sua corruzione culturale, la sua politica, la voracità ancora rinnovata di benefici pratici e di gestione diretta, ecc. In altre parole: di fronte alla richiesta di rappresentarsi come un sistema di segni (o di presentarsi) il gruppo di notabili dc si è sbriciolato e si è frantumato e proprio nella occasione più drammatica ha confermato di non avere che il linguaggio dell’ovvietà retorica: di non avere o gestire una nuova o diversa comunicazione; e di subire un vuoto linguistico riempito solo “dal pallore dei segni”.

La retorica ancora una volta veniva rovesciata come una pressione approssimativa, anche se calcolata, sul sentimentalismo politico (“Le mie mani sono pulite” ha gridato Forlani mostrando le sue dieci dita); o veniva dirottata su un tecnicismo sempre approssimativo e improvvisato (Rumor “rosso bandiera” in viso parla di spesa pubblica, di crisi cicliche dell’economia mondiale, di ottica congiunturale, di dinamismo sociale e il congresso non lo ascolta. Il congresso, vale a dire la platea, gli urla: “Traditore… vattene… torna a Vicenza… venduto… pensione pensione…”).

Il racconto, non letto ma visto, di questo congresso ha permesso anche di rovesciare il rapporto di forza rendendo protagonista delle immagini la platea, luogo di raccolta dei delegati. Sicché il fischio, l’urlo, l’invettiva sono stati i segni tipici di questa assise democristiana; e hanno dissipato la cipria della noia dalle guance dei notabili fino ad oggi poco contestati. Oramai anche da noi è da sperare che la presenza (non più ignobilmente censurata) dell’occhio televisivo sconvolga i vecchi ritmi e i vecchi decrepiti rituali e cominci a cavare dalle varie situazioni “ufficiali” una realtà diversa e una diversa verità da trascrivere in un linguaggio che non sia più quello della norma. Ci prepariamo ad abituarci anche nei fatti della politica (direi: soprattutto in questi) all’uso e al bisogno del dettaglio e dell’esattezza articolata, che coglie cento misteri; e al disprezzo motivato e ribadito per un potere che sia arrogante e poco decifrato, cioè solo potente, nascosto e vile.

Nel congresso di cui parliamo il linguaggio dell’oratore (per lo più ufficiale) veniva stravolto dal lazzo della platea: riaffiorava l’estro feroce popolare: le volgarità fulminanti da commedia dell’arte spaccavano la cristalleria che anni e anni di silenziosa protervia avevano radunato nelle bacheche dc. Gli spettatori hanno potuto intanto ascoltare questo botto. Il primo. Un botto politico; finalmente teletrasmesso.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 26 marzo 1976.

 

 

 

Venerdì, 02 Agosto 2013 13:21

Due ragazzi morti soli

Il tredici marzo un giovane di ventiquattro anni si è ucciso buttandosi dal quarto piano di una casa di via Orfeo. Il suo nome: Giovanni Piazzi. Annientato dalla mancanza di droga, che non riusciva più a comprare – ha scritto un giornale (Il Giorno); sconvolto per la mancanza di droga – ha scritto La Stampa; colto da una sindrome di astinenza, il giovane ha quindi preferito ammazzarsi piuttosto che continuare a soffrire – ha scritto L’avanti!; in pratica, l’avrebbe reso folle la mancanza di eroina, la terribile droga pesante alla quale era giunto partendo dall’hascisc – ha scritto Il Corriere della Sera.

Il giorno prima, sempre a Bologna, “una ragazza hippie, ex parrucchiera, forse in procinto di diventare madre, è stata rinvenuta uccisa – informava l’Unità – da un colpo di revolver al cuore. Era seduta all’angolo di un casolare, in vicolo Prati 1, in una zona deserta. Aveva il capo reclinato”. Io aggiungo che si chiamava Enrichetta Sabbatini e aveva diciannove anni. “Una ragazza hippie alle Roveri – oscure le ragioni e le modalità del presunto suicidio” sono inoltre i neretti dell’Unità. Ma Il Giorno precisava: “Ancora un dramma della miseria. Ragazza di vent’anni si spara a Bologna… la ragazza e il suo uomo erano poverissimi. Lei rimediava da qualche mese un po’ di soldi facendo l’aiuto parrucchiera; lui lavorava saltuariamente. Pare si volessero sposare ma non avevano danaro abbastanza per mettere su casa. Forse ieri notte Enrica, sentendosi ancora dire di no, si è tolta la vita”.

Possiamo adesso legare i due episodi con la notizia data da Il Corriere della Sera di domenica 14: “Un altro dramma al centro di Bologna. Disperato perché senza droga si uccide gettandosi nel vuoto. In poche ore gli stupefacenti hanno fatto due vittime. Una ragazza tossicomane si era sparata al cuore”.

Dunque la droga (traffico infame, come ha detto Zangheri), causa unica e vera di questi due fatti atroci, rimanda a una vicenda precedente, secondo la cronaca di vari giornali e come la trascrivo da La Repubblica: “La settimana scorsa a Bologna la Guardia di Finanza aveva messo le mani su una gang di spacciatori e aveva arrestato sette persone. Naturalmente dal mercato di Bologna la droga pesante era sparita quasi completamente e per molti tossicomani, i più gravi, resistere è diventato difficilissimo, stretti nell’alternativa fra i centri disintossicazione, praticamente inesistenti, e la crisi di astinenza”. Si badi all’affermazione: “praticamente inesistenti”.

Per comporre la notizia sia pure in un modo sommario ma completo (almeno nei dettagli e nei rimandi) ho dovuto ricorrere a cinque quotidiani. Soltanto così, fuori da un melenso folklorismo o da registrazioni approssimative e cialtrone (sempre permeate di un falso perbenismo da maggioranza silenziosa), si ha il quadro reale e il contesto preciso di due episodi che non esito a definire terribili: indicativi comunque di un vuoto sociale di indiscutibile gravità anche a livello di strutture.

Come tanti, so che è fin troppo facile e vile scendere al moralismo spicciolo, lacrimare sulla gioventù che si perde e che muore e poi (noi), subito dopo, al primo giro di boa dimenticarcene; o peggio ancora e troppo facile andare a quei giudizi negativi che sono il segno di una società in rovinosa involuzione e regressione. Al contrario so che bisogna affrettarsi – insieme alle tante persone responsabili – a programmare un lavoro d’intervento diretto (che non sia più a lungo rimandato o mediato solo dalle parole) perché non si debba morire così disperati, inferociti o in ogni senso abbandonati. La droga non è una scelta, la droga è un cancro sociale; dunque bisogna impedire con tutte le forze “attive” sociali che diventi una abitudine rassegnata o, come ho appena detto, disperata: e fare in modo che resti un terrificante male ma ormai localizzato e circoscritto; in ogni modo un male da affrontare e curare come il male del secolo, con ogni mezzo e tipo di intervento e di apparecchiature e con la partecipazione di tutti; e intanto proponendosi come urgente il rovesciamento politico delle trame e degli ingorghi volgari che reggono la nostra società che, attraverso l’accanirsi delle contraddizioni mai sciolte o risolte ma sempre accantonate e conservate nel frigo delle buone occasioni, toglie ogni senso al futuro e propone soltanto, con uno stillicidio esasperante, esempi da basso impero. Mi pare giusto e urgente, anche dal fondo di questa semplice noterella (e sapendo come il problema sia stato discusso, proposto e riproposto da ogni parte nel mondo), esaminare i due fatti accaduti, qui da noi, come l’ultima conferma di una solitudine senza fondo che sta intaccando in modo sempre più massiccio i giovani e contro la quale bisognerebbe invece allestire “subito e tutti” gli atti necessari.

Le diatribe parlamentari e governative hanno esasperato e prolungato anche questo problema, senza peraltro produrre quelle risoluzioni che permettano di lavorare “bene” per contenere questo che è un autentico flagello medievale; e per allestire ai fini della disintossicazione non centri sanitari faraonici ma luoghi di pronto impiego e pronto intervento, adatti agli ammalati e non ai potenti che li inaugurano.

Non può essere che si debba morire in questo modo a Bologna e che la città non si scuota turbata e non si proponga di intervenire con decisione “immediata”.

È allora con soddisfazione che si prende atto: a) dell’impegno pronto del sindaco, il quale ha annunciato una serie di misure, aggiungendo che sarà informata e tenuta informata l’opinione pubblica; b) dell’impegno dell’assessore all’Igiene e sanità del Comune di Bologna, Loperfido, il quale ha ribadito: “Siamo consapevoli che non si tratta di un problema esclusivamente sanitario, ma prevalentemente politico-culturale”; c) della decisione della Regione di creare nelle strutture consortili anche un servizio per la prevenzione e il recupero dei tossicodipendenti (come ad esempio nel centro di igiene mentale di Carpi).

Così è giusto. A pagare non devono essere sempre i giovani o i molto vecchi, uniti nello stesso destino di emarginazione coatta.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 19 marzo 1976.

 

 

 

Venerdì, 02 Agosto 2013 11:21

Il secolo della Sansoni

La Sansoni, con sede a Firenze, è una grande casa editrice che ormai ha passato il secolo di vita. Infatti il primo libro che reca l’impresa editoriale di G.C. Sansoni è datato 1874 e uscì con questo titolo: “Belle arti. Opuscoli descrittivi e biografici di Cesare Guasti”. Ottant’anni dopo, nel 1955, uno storico dell’editoria, Marino Parenti, compilando una monografia attenta su questa casa, concludeva, con questo giudizio: “Chi si rifaccia al primo programma, per giungere alle iniziative anche più recenti, troverà sempre un filo conduttore strettamente coerente, un ponte lanciato a congiungere e a continuare le esigenze di allora e quelle di oggi, in un concetto unitario e in tono altamente aristocratico”. Concetto unitario e tono altamente aristocratico; unitarietà e aristocraticità, quindi la cultura come momento, in ogni senso, egemonico e autoritario.

Oggi, vent’anni dopo quel giudizio e cent’anni dopo la sua fondazione, questa casa editrice che il perbenismo culturale ufficiale gratificava dell’aggettivo di “gloriosa”, è caduta in una crisi drammatica; tanto che i lavoratori, in assemblea permanente dal 16 febbraio, sono costretti a denunciare “la situazione in cui si sono venuti a trovare a causa dell’atteggiamento della famiglia Gentile, attuale proprietaria della Sansoni… la quale… in questi giorni, dopo otto mesi di amministrazione controllata, ha inviato 130 lettere di licenziamento in tronco ai dipendenti della sede e delle filiali”. Cos’è accaduto e come è accaduto? Il Consiglio di fabbrica della Sansoni-Dilibro. insieme al FULPC Firenze e al FULPC Bologna ha raccolto in un opuscolo di estremo interesse alcuni documenti e allegati che aiutano a capire, partendo da questo problema specifico, il problema generale dell’editoria italiana – squilibrata e vanesia. Vale la pena di estrapolare alcune affermazioni, perché il lettore riesca a centrare almeno il punto e a orientarsi.

Scrivono: “La produzione della casa editrice dal dopoguerra fino a tutti gli anni cinquanta si è mantenuta a un alto livello di specializzazione… Come tale, la produzione era essenzialmente diretta al mondo universitario e pianificata quindi in stretto collegamento con quello che l’università allora rappresentava, e cioè il luogo di formazione dell’élite dirigente del Paese… Con gli anni sessanta inizia una spinta alla scolarizzazione di massa che investe anche l’università modificandone profondamente strutture e funzioni: l’università non forma più essenzialmente gli alti quadri dirigenti ma rappresenta una prosecuzione della istruzione secondaria come risposta a un mercato di lavoro che richiede la formazione professionale di quadri subalterni… Il non aver compreso i motivi di fondo di questa linea dì tendenza costituisce uno dei ritardi più pesanti nella politica culturale e di mercato della casa editrice…”. La diagnosi è esatta ed è esemplare. Dunque, questa dei lavoratori della casa editrice Sansoni non rappresenta solo una lotta dura per la difesa del posto di lavoro ma coinvolge in assoluto un giudizio e una critica sulle ragioni generali e particolari della crisi.

L’insieme di questi problemi formano il nucleo del dibattito sulla gestione della comunicazione in Italia e contemporaneamente illuminano (ancora una volta) quello che, fra i tanti e impellenti, emerge come un iceberg: il problema della distribuzione della comunicazione. Chi ha avuto la costanza di leggere queste noterelle settimanali lo ricorderà come il problema di base delle mie argomentazioni. E proprio per questo, e a questo punto, non posso dimenticarmi di ricordare che giorni fa e accaduto un altro fatto molto doloroso: il tentativo di suicidio dell’editore Bertani di Verona. Cosa significa questo scollarsi di strutture che sembravano istituzionalizzate e cosa significa. d’altra parte, la crisi che morde e lacera i giovani editori non conformisti o alternativi? A mio parere, come altre volte ho ripetuto, questo: il tragico avvertimento di una situazione abnorme della nostra editoria, giunta al limite di rottura, e che neppure il trionfalismo istrionico di certi imbonimenti può contestare o potrà purtroppo contrastare; in quanto è probabile che nella direzione dell’avventurismo frenetico le malefatte e le contraddizioni prima o dopo pagheranno. Infatti sovraintende al gran circo editoriale di questo paese di Mariko un polverone che invita a emarginare o mistificare la realtà della situazione e di tutti questi fatti; mentre è diventato non più prorogabile (se non dai ridicoli sacrestani di una cultura ritualistica e conservatrice) che la gestione della comunicazione o la programmazione di questa gestione e la conseguente distribuzione passino direttamente nelle mani (direi nel pugno) degli strati popolari.

“Non sono fioche le cause che hanno determinato la crisi del settore editoriale – scrivono infatti i lavoratori della Sansoni – ma tutte passano dalla cupidigia del più alto profitto alla vocazione servile di mantenere una struttura autoritaria del potere in poche mani abbienti, contro gli strati popolari”. Aver preso questo impegno e avere preso fino in fondo coscienza della sua importanza rappresenta, nell’inquietudine dei momenti attuali in cui la lotta per il pane si è fatta terribile, una vittoria della “nostra” cultura, un aumento di peso politico per tutti.

Perciò, come dicevo all’inizio, è tanto più necessario che ciascuno si renda conto come questa dei lavoratori della Sansoni sia anche una nostra lotta – non per un’adesione militante ma per una partecipazione all’interno, che ci coinvolge direttamente. Badiamo che molto del nostro futuro dipenderà dall’esito di queste lotte. Le assemblee permanenti sono assemblee rivoluzionarie nei termini e nella sostanza, perché sconvolgo e scompongono l’ordine tradizionale o abitudinario di affrontare le questioni della cultura; perché fanno esplodere le contraddizioni – anche quelle più subdole e latenti – e propongono nuovi metodi di ricerca, di programmazione, di gestione.

Capovolgono, e per sempre, la norma.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 12 marzo 1976.

 

 

 

Giovedì, 01 Agosto 2013 17:59

“Una delle ultime sere di carnovale”

Credo che il nostro carnevale – così come oggi si vede – sia stato avviato anni addietro dal buon cardinal Lercaro: una festa di tutti e per tutti promossa dalla Chiesa; più esattamente: dal cardinale; che della Chiesa nella città è l’esponente alto e legittimo, e degno rappresentante. Sfilavano i carri, veniva gente anche da fuori (non da lontano, dai paesi della nostra fascia); i cinni non ancora inviperiti avevano quell’aria furbetta e liscia che promette una giornata di festa.

Si può pensare che 20 anni fa ci fosse ancora quel collante “contadino” mescolato ad una residua o persistente ingenuità che permettesse di coprire d’argento anche la latta di operazioni che sembravano, e non erano, marginali.

Questo, sia chiaro, indipendentemente da chi promuoveva la cosa o da chi la sovraintendeva. Voglio dire che si poteva sorprendere, accontentare e magari un poco anche illudere la generazione “novissima”, che non era ancora quella della lettura e della cultura, insomma: della comunicazione per immagini.

Al fondo dell’equivoco in apparenza soltanto grazioso di questo carnevale, sussisteva già d’allora l’ombra di una possibile e probabile manipolazione controllata; e il peso del potenziale di comunicazione che si andava componendo e radunando all’interno della manifestazione. In altre parole: nemmeno allora il carnevale era più di un gioco, non era più “questo” giuoco; era una proposta di malizia esposta nella vetrina dei mali del secolo. Era la gestione di un atto pubblico, quindi politico, con le relative conseguenze e gli impegni di fondo. Ben calcolato, era all’apparenza il disimpegno dall’obbligo di una gestione autoritaria e contemporaneamente, nella sostanza, l’impegno di una manifestazione organizzata, cioè voluta. Questa ambiguità a me pare ad esempio, stupendamente espressa all’inizio della goldoniana “Una delle ultime sere di carnovale”: “Putti, vegnì de qua. Stassera ve dago festa. Semo in ti ultimi zorni de carneval. Dago da cena ai mi amici: dopo cena se ballerà quattro menuetti; vu altri darè una man, se bisogna, e po magnerè, goderè, ve devertirè”. Notate: “Magnerè, goderè, ve divertirè” però dopo… “Aver dato una man”; a conferma che mai il carnovale è stato una “liberazione”, vale a dire un momento disinteressato e senza scrupoli.

Così allora, così nei giorni attuali. Perciò lo scrupolo induce a leggerlo in controluce. Una città che resta imbambolata per mezzo pomeriggio e in braccio a gnomi assatanati per un giorno fino a sera; i bambinetti magrolini o grassettini camuffati da Zorro, da Sandokan, da belle Sulamite o da Savoldi, in un ricupero o mimetismo di segni giornalistici – televisivi – rotocalcheschi da definirsi, simultaneamente, obbrobriosi e intollerabili e dove non è rintracciabile nessuna tenerezza e nessuna innocenza.

Una sottomissione alla norma scolastica del successo (cui ci si va intanto adeguando con ricalco e l’ovvia ricopiatura di facce e cose, in attesa poi di crescere e maturare per scalpitare e azzannare in modo originale); la cartina di tornasole del divo, dell’uomo che è sopra o fuori o oltre; insomma, dell’uomo famoso che viene promosso come standard da imitare o come ipotesi ossessiva da sognare; e che viene immediatamente reclutato come promotore di altri nuovi miti da inventare. Infine, l’insieme di queste norme come prevaricazione familiare, come paternalismo e scelta precostituita dall’alto e rovesciata addosso al bambino.

Il travestimento in maschera non è più usato come un giuoco che libera, ma come una necessità che obbliga; con il travestimento non si propone sia pure in codice una comunicazione autonoma, alternativa, ma si stabilisce una scelta conclusa, cioè la chiave (sia pure implicita) di lettura del proprio mondo; in quanto si rimanda ad altro, a qualcosa che conferma, che autentica, che garantisce perché è già ufficiale, perché è già stato prescelto da tutti. Con la minuta arroganza che ne consegue. Dunque la maschera non è un momento di “liberazione” psicologica (liberazione, non libertà), ma una dichiarata e accettata sudditanza; non è un momento esplosivo e autonomo ma regressivo e mistificante. Accettare o, peggio, imporre “la maschera” ai bambini significa convalidare il ruolo intimidatorio che i segni svolgono nella nostra società, invece di selezionarli, decifrarli, sostituirli. Significa, voglio dire, farsi in un certo modo promotori o partecipi della non dichiarata, ma esplicita violenza del potere.

È questo un altro aspetto del problema, importante: l’uso e l’abuso della violenza contrabbandata come semplice esibizione e tollerata permissivamente come esagerazione innocua, nel corso di queste mascherate giovanili. Una violenza camuffata da giuoco, dunque vile e perfida; una violenza, aggiungo, maligna ed equivoca, perché viene registrata e codificata come innocua, dunque resa legalitaria, secondo un rituale che la sancisce. Una violenza che “lasciata” nelle mani di questi ragazzini e ragazzotti (per lo più assennati e scriteriati) può diventare un’abitudine sfregiante; soprattutto perché in queste giornate di carnevale (come nelle altre, insulse, di una tramontata goliardia) assume la maschera peggiore e più equivoca: quella dell’antica stupida feroce violenza contro la donna.

Chi si avventa sghignazzando con salami gommosi rappresenta miti, abusi, abitudini di una società e di una cultura contro cui il proletariato sta battendosi con accanimento e con mille fatiche per rovesciarla definitivamente. Non dobbiamo tollerarlo. La violenza di carnevale; una “certa” paura diffusa a seguito del carnevale (“non passo per il centro perché ci sono quelli che picchiano”); la violenza squallida e cialtrona deve essere contrastata, punita, umiliata. Questa è una città diversa e dico che non può comunicare, sia pure in una frangia di un giorno di febbraio (ma neppure allora) queste piccole ma desolate turpitudini.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 5 marzo 1976.