Due ragazzi morti soli

Il tredici marzo un giovane di ventiquattro anni si è ucciso buttandosi dal quarto piano di una casa di via Orfeo. Il suo nome: Giovanni Piazzi. Annientato dalla mancanza di droga, che non riusciva più a comprare – ha scritto un giornale (Il Giorno); sconvolto per la mancanza di droga – ha scritto La Stampa; colto da una sindrome di astinenza, il giovane ha quindi preferito ammazzarsi piuttosto che continuare a soffrire – ha scritto L’avanti!; in pratica, l’avrebbe reso folle la mancanza di eroina, la terribile droga pesante alla quale era giunto partendo dall’hascisc – ha scritto Il Corriere della Sera.

Il giorno prima, sempre a Bologna, “una ragazza hippie, ex parrucchiera, forse in procinto di diventare madre, è stata rinvenuta uccisa – informava l’Unità – da un colpo di revolver al cuore. Era seduta all’angolo di un casolare, in vicolo Prati 1, in una zona deserta. Aveva il capo reclinato”. Io aggiungo che si chiamava Enrichetta Sabbatini e aveva diciannove anni. “Una ragazza hippie alle Roveri – oscure le ragioni e le modalità del presunto suicidio” sono inoltre i neretti dell’Unità. Ma Il Giorno precisava: “Ancora un dramma della miseria. Ragazza di vent’anni si spara a Bologna… la ragazza e il suo uomo erano poverissimi. Lei rimediava da qualche mese un po’ di soldi facendo l’aiuto parrucchiera; lui lavorava saltuariamente. Pare si volessero sposare ma non avevano danaro abbastanza per mettere su casa. Forse ieri notte Enrica, sentendosi ancora dire di no, si è tolta la vita”.

Possiamo adesso legare i due episodi con la notizia data da Il Corriere della Sera di domenica 14: “Un altro dramma al centro di Bologna. Disperato perché senza droga si uccide gettandosi nel vuoto. In poche ore gli stupefacenti hanno fatto due vittime. Una ragazza tossicomane si era sparata al cuore”.

Dunque la droga (traffico infame, come ha detto Zangheri), causa unica e vera di questi due fatti atroci, rimanda a una vicenda precedente, secondo la cronaca di vari giornali e come la trascrivo da La Repubblica: “La settimana scorsa a Bologna la Guardia di Finanza aveva messo le mani su una gang di spacciatori e aveva arrestato sette persone. Naturalmente dal mercato di Bologna la droga pesante era sparita quasi completamente e per molti tossicomani, i più gravi, resistere è diventato difficilissimo, stretti nell’alternativa fra i centri disintossicazione, praticamente inesistenti, e la crisi di astinenza”. Si badi all’affermazione: “praticamente inesistenti”.

Per comporre la notizia sia pure in un modo sommario ma completo (almeno nei dettagli e nei rimandi) ho dovuto ricorrere a cinque quotidiani. Soltanto così, fuori da un melenso folklorismo o da registrazioni approssimative e cialtrone (sempre permeate di un falso perbenismo da maggioranza silenziosa), si ha il quadro reale e il contesto preciso di due episodi che non esito a definire terribili: indicativi comunque di un vuoto sociale di indiscutibile gravità anche a livello di strutture.

Come tanti, so che è fin troppo facile e vile scendere al moralismo spicciolo, lacrimare sulla gioventù che si perde e che muore e poi (noi), subito dopo, al primo giro di boa dimenticarcene; o peggio ancora e troppo facile andare a quei giudizi negativi che sono il segno di una società in rovinosa involuzione e regressione. Al contrario so che bisogna affrettarsi – insieme alle tante persone responsabili – a programmare un lavoro d’intervento diretto (che non sia più a lungo rimandato o mediato solo dalle parole) perché non si debba morire così disperati, inferociti o in ogni senso abbandonati. La droga non è una scelta, la droga è un cancro sociale; dunque bisogna impedire con tutte le forze “attive” sociali che diventi una abitudine rassegnata o, come ho appena detto, disperata: e fare in modo che resti un terrificante male ma ormai localizzato e circoscritto; in ogni modo un male da affrontare e curare come il male del secolo, con ogni mezzo e tipo di intervento e di apparecchiature e con la partecipazione di tutti; e intanto proponendosi come urgente il rovesciamento politico delle trame e degli ingorghi volgari che reggono la nostra società che, attraverso l’accanirsi delle contraddizioni mai sciolte o risolte ma sempre accantonate e conservate nel frigo delle buone occasioni, toglie ogni senso al futuro e propone soltanto, con uno stillicidio esasperante, esempi da basso impero. Mi pare giusto e urgente, anche dal fondo di questa semplice noterella (e sapendo come il problema sia stato discusso, proposto e riproposto da ogni parte nel mondo), esaminare i due fatti accaduti, qui da noi, come l’ultima conferma di una solitudine senza fondo che sta intaccando in modo sempre più massiccio i giovani e contro la quale bisognerebbe invece allestire “subito e tutti” gli atti necessari.

Le diatribe parlamentari e governative hanno esasperato e prolungato anche questo problema, senza peraltro produrre quelle risoluzioni che permettano di lavorare “bene” per contenere questo che è un autentico flagello medievale; e per allestire ai fini della disintossicazione non centri sanitari faraonici ma luoghi di pronto impiego e pronto intervento, adatti agli ammalati e non ai potenti che li inaugurano.

Non può essere che si debba morire in questo modo a Bologna e che la città non si scuota turbata e non si proponga di intervenire con decisione “immediata”.

È allora con soddisfazione che si prende atto: a) dell’impegno pronto del sindaco, il quale ha annunciato una serie di misure, aggiungendo che sarà informata e tenuta informata l’opinione pubblica; b) dell’impegno dell’assessore all’Igiene e sanità del Comune di Bologna, Loperfido, il quale ha ribadito: “Siamo consapevoli che non si tratta di un problema esclusivamente sanitario, ma prevalentemente politico-culturale”; c) della decisione della Regione di creare nelle strutture consortili anche un servizio per la prevenzione e il recupero dei tossicodipendenti (come ad esempio nel centro di igiene mentale di Carpi).

Così è giusto. A pagare non devono essere sempre i giovani o i molto vecchi, uniti nello stesso destino di emarginazione coatta.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 19 marzo 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 19 marzo 1976
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