Introduzione

Leggo e ricerco, inseguo, trascrivo immagini ed emozioni, rinnovo ad ogni lettura il fascino subdolo e straordinariamente nascosto della poesia.

Queste emozioni e queste premonizioni che sono per me – con scrupolo di rinnovato, sempre rinnovato affetto per la pagina stampata, e determinante per ridare smalto sempre nuovo all’esercizio inguaribile e inesauribile della lettura poetica, come smalto terapeutico – una violenza attiva alla lettura. Talché, così disposti, i ricavi emozionali mai possono disporsi gelidi sul piatto della poesia, ossificati stilemi sofisticati contro il vento sempre agitato in qualsiasi androne della poesia.

Disponendosi dunque a ricercare non un capolavoro – come sembra d’obbligo in ogni occasione, anche nella più modesta delle gare d’atletica o di formula uno o di campionato di calcio; o l’abbrivio in velocità di una domenicale corsa ad inseguimento in pianura – ma un rapporto dirompente, anche se alle volte parzialmente traumatico, che di volta in volta diventa come una finestra aperta sul mondo, o su un mondo. Una rinnovata meraviglia, come ho detto, o comunque sempre una forte emozione.

In questo persistente e salubre esercizio vitale consiste l’inesauribile trauma e tramite della poesia. Un faro mai spento. E così mi rivolgo e mi involgo, mi chino inquieto sulle carte sottoscritte da Catalfamo, che mi danno sollievo.

Un diario di un soldato scritto a bocconi anche in marcia, o nel fuoco, e custodito in saccoccia. Oppure un calepino furtivo e privato che raccoglie spasmi acuti, direi seriamente puntuti, un calepino sentimentale. Oppure, in realtà, assemblando tali e tanti elementi, non dispersivi però, la raccolta necessaria di un anarchico dalla vita smossa, quindi fortemente condizionato dalla vita in ognuna delle sue incombenti significazioni. Un anarchico di pensiero e di cuore che sottoscrive il moto sollecito ed agitato delle idee e dei sentimenti, mai consumandosi ad inseguirli negletto e un poco soltanto infuriato, ma speculandoli con una costanza faticosa e lucidamente aggressiva, vigile; costanza assidua, che non esclude spesso, e in momenti scanditi, una acuta, direi fredda meraviglia. Meraviglia talvolta fredda, intercalata anche da un florilegio lirico di allusioni erotiche (stupendamente dipinte) di raffinata ed estrosa varietà e vivacità.

Quindi, in breve e concretamente, rivoltiamo le pagine di una raccolta di testi disposti come sassi sul fondo di un qualche torrente comunicativo insolente o impetuoso, che ci scorre sopra lasciando trasparire nel tumulto delle onde ombre e immagini che possono esprimere o rinchiudere o richiamare cento misteri.

Questi vari e diversificati piani sovrapposti (utilmente), e questo non rintanarsi ma disporsi al fondo non di un tumulto d’acque ma di rabbie di pensieri e tumulti di sentimenti e di cuore, rendono il lettore partecipe di sbalzi vigorosi e anche sorprendenti.

Sì, è così (per me che leggo ancora). E anche il titolo di questo che, se non sbaglio, è il sesto volume di poesia pubblicato dal 1989, e sempre con autorevoli consensi, conferma a me come il suo mondo poetico comunicativo abbia la fondamentale esigenza di ergersi sopra strutture sovrapposte, come la costruzione, l’innalzamento di un edificio.

Nella raccolta del 1993 un testo: “Il mondo dei vinti” (dedicato a Nuto Revelli) lo ricordo, fra tanti altri decisamente significativi e incombenti, per questi versi: “lo sguardo obliquo / che ti penetra nell’anima” e poco dopo “erano vincitori e si sentivano vinti”. Questa amarezza scavata dentro la propria pelle sia pure nel momento di una risoluzione faticata e lungamente attesa – questo indulgere a sogguardare senza lasciarsi troppo incantare, anzi trattenendo l’ombra di una inquietudine virile che non si lascia incantare da facili presagi – li riscontro ancora ripicchiati, con la violenza decisa, da pugno chiuso in queste pagine, strappate via via dai quaderni del cuore e consegnati al lettore (e all’editore) come una resa dei conti.

Perché, badiamo, altro componente determinante delle raccolte di Catalfamo, è il coinvolgimento (quasi in prima persona, come personaggi in movimento) non citazionistico ma in diretta collusione, quasi sgomitando per l’emozione e la necessità di un affollato gruppo di spiriti egregi, di personaggi magia, risolutori di tanti scrupoli e tanti dubbi e tanti abbandoni sul momento; che lo aiutano, dico, come fosse un viandante assetato, a cui versare qualche bevanda buona nella borraccia che egli si porta al fianco nel suo peregrinare per le vie e viottoli di questo sconquassato mondo: Pavese, il suo idolo primo, poi Fenoglio, Scotellaro, Neruda, Danilo Dolci, padre Turoldo, Alberto Savinio, Sciascia.

Il citazionismo, il nominalismo continuo assillante ma mai affrettato di Catalfamo (quasi una endemica determinante necessità, come ho appena detto) fa assidere la sua comunicazione in un campo semantico molto allargato (comunque, aperto) dove si radunano, pronte a mettersi in movimento, pattuglie di questi meravigliosi e meraviglianti maestri di alta scrittura; che si aggiungono, talvolta anche solo con una comparsata in scena, sostanza vitale al testo, riempiendolo di una sventagliata di elementi, di esemplificazioni, all’insieme dei testi.

Vorrei dunque precisare, per conclusiva esemplificazione metaforica: se è vero, come sono convinto, che la pace, sempre conclamata e ipocritamente invocata e desiderata, in realtà non è che un ambiguo e ingannevole momento di sopore fra il concreto divampare bestiale di una e altra guerra, l’urlo costante della nostra società insaziabile e spietata, e che la pace è vano soffio di vento; allora, dentro a uno di questi raggelanti momenti di silenzio calamitoso, collocherei questa opera di Catalfamo; che tende a richiamare col passo della poesia le coscienze appisolate o frastornate.

(So bene, d’altra parte, che per tanti operatori poetici, è proprio questo che la poesia non dovrebbe fare).

Invece va fatto, e quello che si propone Catalfamo è altrimenti lucido forte dirompente. Per alta necessità.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Le gialle colline e il mare, di Antonio Catalfamo
  • Editore: Manni
  • Anno di pubblicazione: 2004
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