Super User
Ognuno lascia la vita come se l’avesse cominciata ora
Farei altrettanta attenzione alla differenza che c’è
fra partecipare o dimenticare.
Anche queste cose suggerisce l’esperienza.
O l’amore
uccide la speranza per il futuro
chi non si ricorda di un amico
o colui che non ascolta.
Specie quando è chiamato.
Grida la carne (come avverte il filosofo
greco al numero 33)
grida la carne: non aver fame
non aver sete non aver freddo.
Ma spera di gareggiare per la felicità.
Molte sono le cause per cui un giovane
può voler partire.
Le cause non previste sono quelle
che colpiscono anche l’attesa degli amici.
Noi non siamo qui per ricordare.
Ci prepariamo a partecipare.
E dopo, la vibrazione del suono filtrerà dritta
nel cuore della terra
sveglierà antiche avventure
grandi avventure avventure dimenticate
e una improvvisa battaglia fra i giganti
e gli gnomi si scatena sull’orlo dei vulcani.
Non vince il più forte.
Ma chi ha la pazienza di aspettare.
Un cavallo di fuoco corre ridendo sulla terra
si bagna nel fiume vola alto nella foresta
dice: preparatevi a vedere cose meravigliose.
I giovani che non sono invecchiati
camminano di nuovo tra noi.
Dispongono le opere.
Tutto deve ricominciare.
Niente è andato perduto.
Omaggio a Demetrio Stratos, La Città Futura, 22 giugno 1979.
Mundial, no grazie, sognando Zamora
In questi giorni grava sull’Italia – lo scrivono i giornali, lo dicono gli specialisti delle nubi promettendo sole a non finire, e lo sentiamo noi stessi sulla pelle – una cappa di piombo fuso che cola sulla schiena del Bel Paese e lo fa sudare e stravolgere. È questa la ragione per cui anche nella mia città-borgo, buttata come una mela renetta dentro alla pianura padana, già al venerdì sera si svuotano strade e caffè e sono tutti al mare. O quasi tutti. O molti. O parecchi, O alcuni. Insomma, certamente ci vanno a codesto mare, filando per la via Emilia; tanto da lasciare senza voci i pertugi solitamente frequentati.
Sì, d’accordo, ho speso undici righe e mezzo a disposizione per confermare l’ovvietà dell’arrivo di una estate che è torrida; ma devo ricordare a chi legge con pazienza che la prolissità e la mancanza di memoria, quindi anche di una certa misura, con errori nei relativi riferimenti, sono caratteristiche spesso dolenti dello scrittore che invecchia o che è tutto invecchiato – sia pure vicino al fiume Po.
Ma siccome mi hanno chiesto di dire qualcosa, da un personale punto di vista, sui prossimi campionatimondiali di calcio – il così detto Mundial ’82 – per quel che si riferisce a nomi, dati, rimandi, statistiche e vecchie storie da rispolverarepotrei, volendo, essere agevolato dai numerosi prospetti, tavole, cartine colorate che ogni gazzetta, anche la più scalcinata, ha sfornato a beneficio dei propri lettori. E questo per la memoria. In quanto alla prolissità, mi farò aiutare da qualche persona amica o da un familiare, che sappia essere amabilmente intransigente nell’ammonirmi e nello spingermi a tagliare. Così credo d’essere a posto – almeno per il momento. Invece non posso nulla contro il gran caldo o la gran sete; nei riguardi della quale, se posso azzardare un consiglio, ci si può solo decidere a lasciar da parte tutte le sbobbe delle bibite squillanti, per riaffidarsi con giusta voracità alla semplice acqua, che non riempie la pancia di bolle come fossero tante biglie scatenate.
Ma rientrando nel mio tema vorrei riuscire a convincere che non ostento un discorsetto moralistico se dico che mi farò premura di non vederne neanche una di queste partite. Come se mi dovessi disintossicare da qualcosa di maligno e di perfido, che fa male. O come se fosse una ricetta sottoscritta da un medico di fiducia per guarire dall’asma. Alla larga; questa volta non mi voglio fare incastrare. Ma come, può obiettare qualcuno, c’hai rotto spesso con la tiritera che lo sport è comunicazione (e anche una comunicazione privilegiata); che è un linguaggio (e anche un linguaggio non dialettale); che è industria (e anche grande industria); ripetendoci, in aggiunta, che non dobbiamo né snobbarlo né abbracciarlo troppo stretto ma controllarlo lasciandolo libero di parlare; e che per controllarlo bisogna conoscerlo bene. Adesso invece ci sorprendi con questa filippica sciapa sciapa, anche se appena abbozzata, che neanche vogliamo ascoltare. Sei forse rincoglionito?
Rispondo che questa volta sono smagato e molto triste tanto triste per le cose del mondo e non mi sento di partecipare al guazzabuglio neanche se mi trascinasse per i capelli la più grande curiosità.
Perché, per me, (lo dico in poche parole) i tempi sono terribili e questi giuochi oggi, adesso, sono ignobili. Sono una misticanza di verdure composta da pedatori per lo più mediocri, addomesticati da loro, intorpiditi dal clamore di un successo abbastanza volgare. Come scrive, – per esempio – nel suo inserto Sorrisi e Canzoni Tv: “per un mese intero, dal 13 giugno all’11 luglio, la Spagna sarà al centro dell’attenzione mondiale. 24 squadre di tutti i continenti, dall’Europa all’Asia, dall’America, all’Africa, all’Oceania, si affronteranno per contendersi il titolo di campione. Mai come quest’anno l’edizione dei Mondiali vede al via della fase finale tante nazionali, coinvolgendo, soprattutto davanti alla Tv, centinaia di milioni di spettatori.
Questo inserto vuole aiutare i nostri lettori, a seguire meglio quello che è il più grande spettacolo sportivo del “mondo”. Invece dico che non lo è più e che cominciamo ad accorgercene un poco per volta; anche se stentiamo legati come siamo ai cupi tam-tam della memoria esistenziale.
Intanto, per entrare nel meritocon poche parole, è un gioco scomodo, costoso spesso noioso da vedere; dato che il livellamento dei valori in campo – nel senso della mediocrità senza estro – propone spettacoli in cui la mancanza di fantasia, di coraggio, di forza e di impegno è il dato preminente. Senza più campioni dal gioco carismatico, oggi i professionisti (non gli operai) del pallone sono ometti tutti lindi e pinti, capaci di recitare in Tv straordinarie bugie, con teatrale indifferenza. Nel 1964, in una collana che dirigevo, apparve la prima Storia del calcio: 1863-1963 pubblicata in Italia. L’aveva scritta con acume e con grande diligenza (nel senso della documentazione e del relativo riordino del materiale di prima mano) Luciano Serra, il quarto con Pier Paolo Pasolini, Francesco Leonetti e il sottoscritto nei primi incontri e nelle prime dispute letterarie al tempo del liceo. Rileggendo oggi quelle pagine, seguendo le vicende di quegli atleti, si ha il resoconto di un gioco che non c’è più; non perché sia diventato diverso, sia diventato altro; semplicemente perché si è completamente trasformato in un cattivo, anzi in un pessimo spettacolo. Semplicemente è invecchiato. Spettacolo illustrato – e reso ancora poco curioso – esclusivamente dal sale narrativo dei resoconti di Brera.
Mentre nell’opera di Serra, pescata a caso a pagina 113, ecco per esempio una descrizione scritta da un francese 50 anni fa: “Zamora (Riccardo, il grande portiere della nazionale spagnola ndr) è sempre magnifico per prestanza e calma olimpica. Meglio ancora di dieci anni fa, il più elegante, il più disinvolto dei portieri del mondo. Sa far valere le sue belle proporzioni; e la sua inalterabile fiducia di sé assume, nell’agitazione generale, un prodigioso rilievo. Non possiamo trattenerci dal pensare, vedendolo all’opera, al torero che si fa giuoco, con uno spostamento di piede o una schivata di corpo, del toro che lo carica furiosamente”.
Ma intanto non baderanno a queste mie lagne i nostri uomini di governo, o gli onorevoli deputati, che sono già tutti in orgasmo e aggiorneranno magari le sedute permeglio guardare e imparare. O forse voleranno addirittura sul posto, dato che proprio ieri si sono autoconcessi i viaggi gratuiti in aereo per l’intero cielo del Mec. Inutile aggiungere (proprio alla fine, come si usa per le ragioni e le occasioni più amare e importanti) che soprattutto girerà al largo perché il mondo, oltre a offrire questo spettacolo di piedi e di palla, ci fa sedere tutti sull’orlo di un vulcano. Con una furia e un’indifferenza che sono atroci. È l’indifferenza della ragione, delle idee, dei propositi e delle giuste azioni; perché in quanto alle parole, queste si sprecano.
Non guardare ha il significato – sia pure per un momento – di autocritica e di preoccupazione reale. Il mondo non impara. E sembra che ci voglia tutti perduti. Argentina, Inghilterra, Israele, Libano,
Siria, Afghanistan, Russia, Polonia, San Salvador, Spagna con le sue stragi, Italia con le sue stragi. Non sono squadre di calcio ma luoghi della terra dove si combatte si uccide, si tortura, si massacra, si bombarda, si sopprime. Qua siamo noi stessi che andiamo a fondo.
il manifesto, 13 giugno 1982.
Formula 1
SENZA DESTINO, COME IL LATTANTE
CHE DORME, RESPIRANO I RE.
Strepitose le imprese di Bordino nel ventidue ma
Bordino è morto in prova nel venticinque.
Brilli-Peri vince il Gran premio d’Italia
nel venticinque ma
Brilli-Peri muore in prova nell’anno trenta.
Campari vince rombando a Monza nell’anno trentuno e
muore in gara nell’anno trentatré
era grosso nero cantava l’Aida con voce profonda
anche lui dipinto il corpo di rosso
ha rotto le corde trascinato da un vento garbino
SENZA DESTINO SENZA DESTINO RESPIRANO I RE
COME IL LATTANTE CHE DORME.
Baconin Borzacchini eterno secondo e anarchico è
morto a Monza durante una prova. Varzì
freddo compasso si uccide leggero
leggero e senza dolore
come vicino al mare morivano un tempo i fi-
gli di Zeus.
Allora solo Nuvolari diventato vecchio aspettava.
Con il motore spento.
SENZA DESTINO. SENZA DEST
Le vetturette Diatto Bugatti Maserati
Fiat 804 Alfa Romeo P2
Delage Miller Mercedes
Campari Materassi Brilli-Peri
Ascari Arcangeli Bordino
Boconin Borzacchini
oggi viviamo in un momento straordinario.
Difficile. Difficilissimo. Tutti
saltano come birilli impazziti.
SENZA DESTINO SENZA DESTINO SENZA DESTINO
COME IL LATTANTE CHE DORME.
RESPIRANO I RE.
Il capolavoro della Ferrari è la 275 gbt
la Ferrari turbo ha vinto dopo venti mesi
a Montecarlo
lei dica che il digiuno sta per finire
confida il mago di Maranello
(IL CAVALLINO RAMPANTE HA BRUCIATO SULLA
CARLINGA DI BARACCA)
Io sento profondamente la responsabilità che mi assumo
quando dò una mia macchina ad un
pilota e gli dico: vai pure,
è sicura, nei limiti della perfettibilità
umana. Io non lesino
sulle mie macchine e non ricordo
che abbiano perdute le ruote.
VILLENEUVE SEDUTO IN VETTURA È UN QUADRO
DI POLLOCH.
il manifesto, 14 giugno 1981.
Non contiamo le anime
Proprio non vorrei che si aprisse la schermaglia dei numeri dopo il corteo che è arrivato alla stazione di Bologna, il due agosto, perché lì scadeva il secondo anno dalla strage. Non è il tempo non è il caso non è il momento per queste piccole esercitazioni e per le dispute di ragioneria contabile sulla pelle di un dolore autentico che ancora resiste.
Lì alla stazione c’ero anch’io, come l’anno scorso e come due anni fa, dato che abito non lontano, e domenica ho visto la gente piangere quando alle 10,20 – Zangheri aveva cominciato appena a parlare – si è sentito un locomotore dentro la stazione che, con un fischio intermittente, sembrava una tromba che suonava il silenzio.
Tutti portavano un sentimento vero, come un’ombra che li seguisse alle spalle. Perché allora dovremmo contarli? Siamo matti? Diciamo piuttosto che non erano una folla oceanica, neanche una gran folla ma nemmeno una mescolanza scarsa ibrida e anonima trascinata dentro a un rito. Lì c’era veramente chi voleva vedere, sentire, partecipare.
Niente altro. Quindi quella era una radunata di gente libera anche di piangere.
La giornata era caldissima; i discorsi “ufficiali” coglievano nel segno indicando la situazione reale delle indagini; eppure al di fuori del privato risentimento e di questa partecipazione che ciascuno portava dentro di sé (come volontà dei sentimenti), è mancato quel momento “alto” di coagulo che altre volte qua a Bologna è stato il risultato di straordinari incontri di piazza. Riconosciamo pure che quelli sono momenti irripetibili, perché la situazione è mutata e sono mutati anche l’attenzione e il cuore della gente. La quale non può più credere come una volta, anche se lo vorrebbe.
Ma in riferimento alla manifestazione di domenica scorsa bisogna aggiungere che, in generale, essa proponeva e coglieva le posizioni di due schieramenti contrapposti, nei riguardi della metodologia della celebrazione; e proprio con l’occhio all’anno scorso, che decise una scelta aperta ai giovani e chiusa alla ritualità celebrativa delle eccellenze sempre in cerca di allori. Scelta, comunque, che aveva suscitato un vespaio di polemiche ma che, anche a mio parere, era stata non solo opportuna ma necessaria, utile, innovativa e, insomma, adatta a ripristinare un clima di rinnovata tensione nei riguardi di problemi e di atrocità puntualmente ripetitivi.
Quest’anno tutto è stato accantonato e si è data soddisfazione alla brava gente che sosteneva il ritorno alla metodologia delle buone maniere: messe, sfilate, parole dette e scritte su tutti i giornali; i quali, citati anche nell’annotazione polemica dell’Unità di mercoledì 4 agosto, hanno ricambiato esibendo applausi e cifre entusiastiche per quanto si riferiva al corteo: quarantamila, trentamila, venticinquemila. Secondo me c’era la gente che doveva e voleva esserci: la migliore, la necessaria, la giusta.
Però spero che l’anno prossimo, se saremo ancora qui a taroccare, si riapra il libro della partecipazione giovanile, ricuperando la “festa” intesa come invenzione di propositi e come un dolore che è necessario ma che dura e si rinnova dentro alla libertà di fare. Direi di più: sarebbe bello che il due agosto diventasse il secondo giorno di festa della città, dopo quello di San Petronio; e che durasse negli anni degli anni.
Ma intanto contare con la calcolatrice il numero dei partecipanti è, a mio parere, fare il giuoco di chi vorrebbe mantenere tutto sui binari di una rispettosa adempienza alle norme di sempre. Anche per me, a occhio e croce, il numero trascritto dal manifesto non è molto lontano dal vero. Perciò coinvolgerlo con il Giornale, questo l’Unità non doveva farlo, neanche pensarlo. È suo lo sbaglio.
Un doppio sbaglio.
“La Palmaverde”, il manifesto, 6 agosto 1982.
Stella variabile, ma costante
Chiuso il libro dopo la prima lettura ho due sentimenti che contendono. Uno è di sospensione inquieta, come se mi mancassero ancora alcuni elementi di fondo per tirare veramente le somme. È, anzi, un sentimento di dispersione – piccola breve ma insistita. Perché sento che ho letto testi che mi pesano addosso; testi che dicono cose alte, assolute. Eppure ciascuno di questi testi sembra che si difenda dagli altri, restringendosi in un circolo che tende a serrarsi più che ad aprirsi; o ad opporsi (contrastando qualcosa) più che a sottomettersi con discrezione all’ordine di un’opera organizzata.
Il secondo sentimento invece è di stampo diametralmente opposto. Dato che lo sento acuto e mi sforza, anche con durezza. Si insinua. Graffia al modo di una ferita che si sta rimarginando in fretta e gratta la pelle. Così sento il peso screpolato delle parole che mi corrono sulla faccia radunandosi e componendosi e intanto cercano gli occhi, per farsi riconoscere e nello stesso tempo per farmi vedere. O per aiutarmi a farlo. Per questo ho affanno e un poco di paura nelle idee; ma nello stesso tempo mi cresce addosso anche una passione (più che una tensione) dei sentimenti. Mi solleva i pensieri, li conduce a riavvicinarsi e a confrontarsi; mi brucia “nelle caverne del sangue”. Cioè, con una partecipazione, una convinzione quasi totale. Questi sentimenti, questo fuoco, così disposti e collegati, così inquieti in una loro durezza che sembra quasi innocente e perciò è doppiamente spietata; e così forti dentro alla tragedia che persiste, non me li dà, non me li suggerisce nessun altro poeta odierno. Direi che è come dover morsicare il limone dopo il sorso di grappa infernale, per non lasciarsi bruciare nella cavernadella gola. Char lui sì propone (o dispone) qualcosa di simile, ma per una strada che è diversa.
Comunque: prima ho l’impressione che siano poesie radunate e da leggersi una per una con l’occhio al titolo, alle date. Poi man mano sento che scivolano, smottano, si strisciano addosso l’un l’altra, si cercano per collegarsi, per amalgamarsi in un’unica solida voce che non arretra. È tutto un movimento. Uno stridere sotterraneo come se ci convogliassero cento gabbie d’uccelli prigionieri. Un canto duro, senza grazia. Sembra lo sguardo della notte. Da un altro versante ci aggiungerei il senso di una fatica non “enorme” ma dura insistita necessaria; e la paragonerei a quella che è richiesta nella pratica. Si va avanti, si torna indietro; in un viaggio molto travagliato (nel senso di drammatico) nel mondo dei segni. Aggiungo ancora di ricavare l’impressione di un autore che tenta (tende) di darsi ma poi non si dà; che cede un poco e subito si riprende, resiste; che accetta di soffrire delusioni misurate e misurate passioni (che sono le più difficili e insistenti); nello stesso tempo aprendo (o preparando) il cuore a una pazienza conoscitiva che non rallenta un attimo ed è dura fatica e insieme è uno splendido insistente barlume di curiosità. E qui appare chiaro e certo che l’autore ha deciso di non lasciarsi ingannare – o frastornare dal mondo, attraverso le sue tante debolezze; come può fare uno che sta molto solo ma vede e continua a vedere, con un’attenzione che si rinnova e non è mai stanca.
Tutto attento ai testi per l’uso della mia lettura privata, io per me attingo a queste pagine come a uno dei pochissimi riferimenti esclusivi contemporanei. Cos’è dunque che me le rende così vitali, così indispensabili? E, in continuazione, così attuali? Per prima cosa risponderei che dentro a ciascuna opera di Sereni, dalla prima fino a quest’ultima, ci trovo – ci ritrovo – una compattezza esemplare. Tutto ciò che può apparire sdrucito si amalgama, con straordinaria vitalità e con esemplare senso di completezza. Unito a un’irrequietezza che si dispone su ritmi non stravolti ma di eccezionale misura; che non lasciano respiro ma che risultano sempre manovrati e controllati dentro alla loro violenza, che è quella dei classici. Qualcosa di pitagorico, nel senso del suono “composto” dentro alla meraviglia (il medievale incantamento); e che illumina con versi che prima di ferire si caricano di luce, progressivamente.
Non eccedono mai, infatti; non esplodono. Sembrano vivere (e di conseguenza raccontare) sotto il segno di un’infelicità che però non è mai completa, mai totale. Rinunciano a una parte, mai a tutto. Ricuperano sempre, con splendida cautela. Questo sentimento, ambiguo e affascinante, tempestosamente scoperto e apparentemente disarmato, si affianca all’altro che si propone, spesso anche intromettendosi; cioè al sentimento di inquietudine (un filamento quasi invisibile, che vibra appena sfiorato e contrappunta la pagina).
Tale inquietudine (che non è mai un’indecisione verso il reale, al quale non si rinuncia; ma è sempre in movimento o è trattenuta dentro a un riverbero della luce o a un trasalimento dei sentimenti) io l’ho sentita uguale, per esempio, leggendo i testi dei poeti arabi di Sicilia (“Dicono da ignoranti: è stata lunga la notte; mentre non è stata lunga; ma (solo) sono lunghi i miei desideri verso di te”). E ancora, un’emozione simile, in un contesto solo in apparenza molto diversificato, me la propone Rebora. Come se la pagina scritta si sollevasse, respirando. E dicesse qualcosa con un suono lentissimo, che si apre la strada fra intrichi di segni. Rebora mi comunica, senza furia, anzi dentro a una durezza un poco contratta, questa sua passione non tumultuosa ma palpitante che accende, è la parola, il cuore. Dico cuore, non sentimento. Dovendoci essere anche qualcosa di spontaneo, non controllato; di semplice. Dunque un cuore ferito da una ferita vera. Un cuore, scrive Rebora, sanguinante. Dentro a questo dolore (che può essere autentico o anche solo desiderato) si patisce il dono di una speranza per la vita che si era allontanata, parendo spegnersi; e che si sta adesso lentamente riavvicinandosi, offrendosi di nuovo a lasciarsi vivere.
Vivere, non godere. Questo elastico infuocato della speranza e dell’amore (che non si fa intenerire né ammorbidire ma è sempre vicino a spezzarsi ed è sempre nell’incubo lancinante di questa rottura; quindi deve essere teso con la tenerezza la decisione o il dolente furore con cui si palpa la corda di un violino o i capelli di una donna giovane che sta dormendo) è teso dentro e sotto i segni di Sereni, in un viluppo che palpita e incide. Con eccezionale coordinazione. E se quella disposizione tragica e struggente, rilanciata con un linguaggio di pietra dura (calda e inflessibile, sicura), fa di Rebora a mio parere il maggior poeta italiano dei primi cinquant’anni del nostro secolo, accompagna anche Sereni sulla cima, rendendo struggente – perciò necessario e “inevitabile” – il suo discorso; che tende a non spegnersi mai. Custode non di anni ma di attimi, il suo segno resiste e ci lega al progressivo sondaggio dentro al nostro mondo. Che è anche “questo” mondo.
Perché sono le cose del mondo che interessano la sua poesia; purché scelte per estro o per necessità, non per obbligo. Questo andare per “farfalle e per baratri”, su “acque in perpetuo turbate”. Lo interessa accettare l’inquietudine quasi come un desiderio e comunque senza rassegnazione, legando la propria poesia al moto (cioè allo svolgersi, in tutti i sensi) del mondo; perché, come riafferma, “dopotutto ho pozzi in me abbastanza profondi”. Cercando la realtà ma senza accettarne, senza subirne i contatti, le sopraffazioni; oppure gli incerti fragili deliri. Provocandola (non rassegnandosi), per essere inquietato da nuove ombre e per cercare di sciogliersi dalle ragnatele critiche che attraverso ascendenze o discendenze vorrebbero legarlo e dargli subito un posto (un buon posto) nel museo delle cere. Tutto, invece, dà forza di rottura al suo discorso in versi e lo rende sempre nuovo, in un modo che affascina.
E così anche di questo nuovo nuovissimo libro. Il quale continua a progredire, aggiungendo ai precedenti nuovo materiale già disteso organizzato e trascelto nel senso della selezione. Ne Gli strumenti umani ogni lotta – schematizzando – si svolgeva sul ponte (su quel ponte); trapasso obbligato, impedimento, luogo di contrasto. Era lì che si giocava, dovendo contendere, il diritto a passare oltre. Quindi la metafora della lotta dura, come impegno totale; ma senza bandiere. A mio parere, questo sentimento era un trapasso motivato e profondamente attivo di vita, di fronte alla fatica esistenziale infittita di dubbi, di regressioni/progressioni controllate, dei tre libri precedenti. Tre libri fondamentali. In Stella variabile la lotta esplicita si è inglobata ad altro ancora (al vento della morte, per esempio, come piccolo incubo costante che vibra); o è stata inglobata e continua come un graffiare insostituibile, persistente sia del cuore (quindi dei sentimenti) sia della testa (quindi delle idee che si pensano con fatica o con furore).
I pensieri sembrano spezzarsi spesso in cento frammenti “narrativi”; è in atto uno spezzettamento che di continuo si rapprende per poi riesplodere, tanto che il libro, dentro alla sua apparente esiguità, ha la resistenza del legno invecchiato. Il pianto del cuore non stabilisce un suono senza speranza, perché “il mare incanutito in un’ora / ritrova in un’ora la sua gioventù”. Questa fermezza nelle deduzioni; questa resistenza allo sgomento dell’esistenza formano i cardini di un discorso poetico che sembra non debba concludersi mai ma procedere (salendo) di gradino in gradino, come nei templi Incas. Intorno c’è poca natura; vento (generico); pioggia (quella che cade e copre); alberi (che hanno foglie); ombre (che predicano la sera). Prototipi che segnano dei piccoli confini, indicano solo preannunci di eventi. Il dramma scaturisce dall’attesa della vita (meglio: dall’attesa di potere continuare a vivere, riflettendo sulle occasioni) e poi da questo lungo tragitto esistenziale che è composto non di anni – ripeto – ma di momenti. La percezione frammentaria e poco vincolante del tempo, disancora il testo da situazioni sia paradossali che teoriche o totalizzanti; aprendolo, in contemporanea, verso una continua disponibilità di situazioni “esemplari” a cui ciascuno, leggendo, può o potrà riferirsi di volta in volta. Questo mi sembra il senso esatto del suo “fendere il poco di oro che rimane”.
In questo libro nuovo nuovo è quindi riproposto il senso di una speranza (non dico neanche di un progetto) totale; che lega, come ha scritto molto bene Caretti in altra occasione, la cosa fatta alla cosa da fare, il fare poesia al proprio futuro. Aggiungo: in una tempestiva continuità che riesce a travolgere di volta in volta le contraddizioni che emergono e che vengono faticosamente individuate e predisposte al taglio come il legno del bosco. Credo che sullo stesso piano si attesti Rebora, quando sembra riferirsi a un dio di legno – infuocato dal fulmine – che brucia piangendo e non a un dio dolorante per solo dolore che può essere rasserenato o compensato dalle lacrime. A un dio infuriato, piuttosto, che non dà tregua e non accetta mezze misure; perché vuole tutta intera la tua preghiera.
Solo allora, e dopo, sa essere buono. È così anche la poesia altissima di Sereni: quietamente infuriata, ma dura come il fuoco; un fuoco che non dà tregua. Ecco perché è destinata a resistere, così intrepida, compensando il lettore, nel tempo.
Vittorio Sereni, Stella variabile, Garzanti, pp. 97, lire 10.000.
il manifesto, 5 giugno 1982.
Buttate via i bambini incartapecoriti
a cura di Stefano Manichini
Del Partito radicale ho sempre fatto, in passato, un possibile, un probabile referente per parecchi problemi (sia pure dentro a un dissenso secondo me utilissimo); quindi non mi sono mai sottratto all’impegno di confermare ciò scrivendone in merito – quando l’occasione era buona. Adesso, in questi giorni, non muta la mia disposizione in generale (anche se si accentuano i mugugni per una infinità di dettagli); ma sappiamo tutti, ricordandocelo ogni momento, che sono di certo mutate, direi stravolte, le situazioni e le condizioni del quadro socio-politico-culturale, non solo italiano; perciò è mia ferma opinione che ogni cosa, sia nell’atto che nel fatto e dunque nella sua reale sostanza, vada riverificata; con esattezza (per quanto è possibile), senza confusione, e tenendo l’occhio e l’orecchio pronti e attenti al nuovo millennio che sta arrivando, straordinariamente zavorrato e sta modificando tutto con una rapidità a cui non eravamo preparati. Bene; se ciò è vero anche per il Partito radicale sono cambiate le costanti delle occasioni necessarie contro cui accanirsi e perciò bisognerebbe produrre un cambiamento molto sostanziale dei relativi linguaggi e dei conseguenti approcci con le idee.
Mi sembra che ciò ancora non avvenga, che ci si perda a ricalcare orme già segnate; ostinandosi a perseverare su una problematica (e una conseguente metodologia di discussione pubblica e di interventi pubblici) decisamente datata e quindi, nella sostanza, non più portatrice di stimoli nuovi e di pulsioni delle idee che spingono di nuovo a fare.
Non voglio riferirmi solo ai radicali, questa situazione scomoda investe tutto il quadro tormentato e ustionato della sinistra; impattata contro scadenze che non sempre riesce a separare, disporre, riconoscere, graduare. Per me i radicali devono affrettarsi a buttare via l’acqua con tutti i relativi bambini incartapecoriti che ci stanno a bagnomaria. E non penso a uomini in carne e ossa, ma a metodologie e ad abitudini mentali che, se non riciclate, rischiano di intrupparsi nell’archeologia museografata delle buone intenzioni.
il manifesto, 28 ottobre 1982.
MUNDIAL. A Bologna, a casa da solo, con tv spenta. Ma radio accesa
Sono le dieci di sera di domenica 11 luglio, 1982, la partita per il primo e secondo posto nel campionato del mondo di calcio è appena terminata e la nostra squadra, che ha progressivamente lasciati tutti stupiti e infine ammirati si è laureata campione.
Inoltre il centravanti Paolo Rossi ha vinto, con sei reti, la classifica per il miglior marcatore di questi campionati e ha avuto l'onore di una fotografia in prima pagina perfino sul New York Times. Intanto sotto le mie finestre la città di Bologna si è riempita di gente che grida, mentre sento dire che anche Roma e, come ricorda il radiocronista, la compassata Torino, ma poi tutte le altre città italiane ancora sono affogate dentro a un mare di euforia, “perché il calcio non è più una vittoria sportiva ma un grande momento di identità nazionale”. Dunque, conclude sempre il radiocronista, la grande notte è appena cominciata.
Per me, non ho alcuna autorità per tifare in generale, o in merito, conclusioni di alcun tipo, o per stilare a fil di penna moralismi di vario genere; ma qualche riflessione appena più cauta o meno eccitata, questo sì, penso che sia consentita. Per uso anche solo di quattro gatti, fra cui mi metto. Alla mattina, prima nella partita, avendo aperto le pagine sui Mundial '82 di La Repubblica (il solo giornale, per quanto ho visto e saputo, che ha dedicato giorno dopo giorno una cura particolare con almeno quattro pagine e alle volte anche sei pagine alle cronache, alle notizie e ai commenti su questo avvenimento) aveva letto questi titoli: “E l'Italia si prepara al carnevale. A Roma centro chiuso. Tutti videodipendenti. Ma Rimini ha paura”.
Fermiamoci un attimo su quest'ultima notizia. Perché Rimini aveva paura? Perché “la partita Italia-Germania da queste parti è un tremendo problema diplomatico. Quaranta, forse cinquantamila tedeschi sono già sulle spiagge, insieme a quasi duecentomila turisti italiani e la riviera romagnola si trasformerà in un immenso stadio. Ma possibile che tra tante nazioni – dice mestamente Giorgio Casadei, dell'azienda di soggiorno di Riccione – proprio la Germania doveva toccarci ?”.
Poche righe più avanti sono informato sulla vendita delle bandiere tricolori, andate a ruba; e leggo insieme questi primi elementi, inapparenza marginali per tornare a considerare i miei propositi, alcuni del quali enunciati su questo caro giornale all'inizio del mundial. Dicevo allora che non avrei guardato le partite e che le sollecitazioni di coinvolgimento mi sembravano tanto violente e interessate da dovermi e volermi sottrarre all'inghippo; e che ritenevo esserci in giro tali problemi che non consentivano per urgenza, per atrocità o per peso nessuna distrazione prolungata; e osavo suggerire anche ad altri con convinta insistenza di adottare il mio metro e il mio proposito. Certo non nuovo, ma, credo, ben definito. Ebbi, a scrittarello pubblicato, solo parole di dissenso. Non una o pochissime a favore. Tutte in disaccordo. Anche con ironia.
Sta bene; ma non cambio virgola e resto sulla mia seggiola col televisore spento. Posso, ogni tanto, aprire la radio; che è meno totale, più tollerante e lascia vivere (si ascolta, come tutti sanno e dicono, mentre pianti un chiodo, cerchi un libro, rimetti ordine nel macello delle carte, stai sdraiato pensando al mondo o guardi oltre la finestra il cielo che si fa rosso).
Così la mia partita l'ho rubata in parte, nel secondo tempo, alla piccola radio; e intanto, se mi affacciavo a guardare le strade, le strade erano deserte. Non un'anima. Così ricordo di aver letto sul giornale che oltre due miliardi di persone (fra cui in Usa per la prima volta) seguiranno in diretta la partita. Cioè, mentre si fa. Oltre ai centoventi mila che erano nello stadio madrileno, intorno a Pertini, a Schimidt, al re, alla regina di Spagna. Ma entrando tra le righe, mi accorgo che ancora una volta, dentro e addosso a questa partita, si giocano impegni ben più grossi e duraturi e vincolanti in futuro. “In questi giorni oltre duecento proiettori con schermo gigante stanno ronzando per l'Italia; e anche i vescovi nel loro convegno milanese si sono serviti di un maxi proiettore video”. Perché si conferma che la comunicazione “diffusa” cioè quella che raduna la gente a milioni, riciclata tecnologicamente e già cooptata, amministrata e organizzata nella sperimentazione, programmazione, e in dettaglio, dalle grandi centrali del potere reale; e che sempre più difficile improbabile e complessa si rende la gestione del consenso d'ascolto ed attenzione, da parte di chi non ha in previsione la possibilità di contare sul consenso generalizzato o di accedere in diretta a questi centri di gestione e di manipolazione.
Io, come cittadino, credo con freddezza che al problema e ai relativi quesiti sia legata la durata, la sopravvivenza, sia pure in mezzo alle continue difficoltà, della comunicazione alternativa, insomma della nostra stampa. Già da domani, ma tanto più nel prossimo futuro, quando saranno ancora più fitte le occasioni di aggregazione popolare, con i relativi scatenamenti verbali, gestuali, sentimentali. La precedente notazione, d'altra parte, si lega stretta stretta a questa domanda: dentro a tale situazione di fatto, per chi posso continuare a scrivere? E ancora: perché scrivo, qui, adesso, mentre lì fuori c'é un mare di suoni, di voci, di piatti, che non riuscirò neanche a sfiorare tanto sono diversi? Non rischia in questo momento la nostra comunicazione di essere come il gioco della pelota, che dall'autore sbatte contro un muro di calcio, (o di pietra, di ombra) lì di fronte, per ritornare con forza quasi sul palmo del giocatore?
Sono semplici domande (ma con qualche inquietudine) che propongo, battendo con un dito i tasti di una Olivetti Studio 44 nel cuore di una accaldata notte bolognese. Sia chiaro che non mi aspetto risposta, da qualche anima attenta, ma che ci si debba riflettere un poco sopra, questo sì. Perché non piango su niente e ricordo in ogni momento che il mondo corre, corre, né io mi oppongo ad esso, ma ci vivo dentro con una curiosità ed una attenzione affascinata. Solo non vorrei che ancora una volta, col naso attaccato alto schermo di una partita, ci trovassimo con quattro mosche in mano mentre gli altri sono ancora più lontani nello spazio. Il punto, vale a dire il mio quesito, è solo questo.
il manifesto, 13 luglio 1982.
Archivio Roversi. La miniera di colori del poeta senza fine
A Giorgio Bassani piacquero subito, i versi dell’esordiente. “Una lieta sorpresa”, gli scrisse: in quell’aprile del ’49 l’Italia aveva una gran sete di liete sorprese. Si offrì di pubblicarli in Botteghe Oscure, la rivista che dirigeva da un anno. Ma prima, con garbo e leggerissima ironia, lo scrittore ferrarese chiese un piccolo favore all’esordiente: “Mi dica qualcosa di lei, io non so chi lei sia, se giovane o anziano, maschio o femmina…”. Sì, nella foga della creazione, nella fretta della condivisione, il ragazzo si era firmato solo “Roversi”. O forse voleva solo dire che il poeta esiste solo nelle sue parole scritte.
Perché, non è così? Roberto Roversi è qui, in persona, in carta e ossa verrebbe da dire, la sua presenza è palpabile nel crocchiare di carte ingiallite, nel frusciare dei faldoni che mal le contengono. Il poeta libraio sbuca da ogni foglio, palpita nelle correzioni a doppia mandata (prima matita nera, poi biro rossa), nella selva delle frecce tracciate a biro che spostano un capoverso, che ricompongono un ragionamento, segnaletica della circolazione del pensiero, road map delle idee, colpo di fischietto che trasforma ogni testo in un viaggio.
L’archivio dei manoscritti di Roberto Roversi intimidisce perfino Antonio Bagnoli, suo nipote, intraprendente editore della bolognese Pendragon, che lo ebbe dalle sue stesse mani, ma poco alla volta, a rate, fino a quando, un anno fa, il poeta libraio ha lasciato questo mondo. Antonio sposta pacchi di carteggi le cui intestazioni impressionano: Calvino, Vittorini, Pasolini, Sciascia, Fortini, Sereni… “È un abisso di cui non trovi mai il fondo”, dice. “Gli somiglia. Roberto per me era un frattale: un disegno complicato e affascinante, che se cerchi di scrutarlo da vicino si trasforma in altri disegni nuovi e complicati e affascinanti”. Il Roversi segreto è emozionante per questo. Dalla versatilità con cui passa dalla canzone al teatro, dal poema civile all’autobiografia immaginaria, ecco che esce la prima sorpresa: un album ad anelli col titolo Illibro con le figure, datato 1979; dentro, in buste di plasticona, un’esplosione di colori, collage di titoli di giornale, disegni contornati di minute parole in corsivo, a metà fra calligrammi di Mallarmé e poesia visiva, uno strabiliante, sconosciuto Roversi artista visuale, con tempere pennelli e forbici in mano.
Muovi un faldone, e una cartolina cade da una carpetta. Una foto in bianco e nero di bovini su un prato. Vacche sacre, il timbro è del Kerala. Giri e leggi: “Affettuosi saluti, Alberto, Elsa, Pier Paolo”. Dall’odore dell’India, Pasolini, Moravia e Morante pensavano a lui. In tanti, in quegli anni, pensavano a lui, il solitario e stanziale libraio di Bologna che l’amico d’infanzia Pier Paolo aveva battezzato “il monaco pazzo” fin dai tempi del liceo Galvani. L’amanuense dalla scrittura instancabile, lontano dalla fama delle cronache letterarie, è stato il confidente di una quantità impensabile di confessioni, scambi, richieste di consigli, sfoghi, firmati da scrittori molto più di lui sotto i fari della celebrità culturale. Snodo segreto, eminenza grigia di una stagione letteraria, pivot non esibizionista di una corrente intera della storia culturale italiana: altro che un “poeta riservato e isolato”, come sostiene ancora la vulgata giornalistica che non sopportava, “Appartato e schivo un corno!”, sbottò in un’intervista, “come tanti della mia generazione, ho sempre vissuto a forza otto, almeno”.
Ed ecco le prove. Inedite. Nel 1953 Leonardo Sciascia è quasi timido nel presentarsi: “l’amico Pasolini mi ha tanto parlato di lei”. Ha letto quel romanzo d’esordio, autopubblicato, spietato e formidabile sul brigantaggio, Ai tempi di re Gioacchino, e vuole recensirlo su Galleria, rivista che “a pubblicarla in Sicilia, lei potrà capire quanto ci costi”. Ma poi sarà Vittorini a farsi avanti e a soffiare il testo al siciliano, per pubblicarlo nella mondadoriana “Medusa degli italiani” col titolo Caccia all’uomo.
Roversi all’incrocio di svolte storiche della scena culturale italiana: nel ’63, amareggiato per l’ennesimo sfratto della sua libreria antiquaria Palmaverde, prende carta e penna e propone all’editore Feltrinelli di comprargliela, e l’imminente creatore di un impero di librerie è costretto a svelargli i suoi piani: “La sua offerta mi lusinga se non fosse che, purtroppo, è tutt’altro il tipo di libreria che sarebbe mia intenzione aprire […] in un luogo di forte passaggio, che dedichi molto spazio al libro tascabile…”. Ecco ancora un Pasolini accorato, deluso, che si rifugia nelle braccia del vecchio amico, siamo al tramonto dell’esperienza di Officina, agosto 1959, la rivista fondata da Pasolini, Leonetti e Roversi è appena passata all’editore Bompiani ma l’incanto s’è rotto, c’è stata una tesa riunione di redazione, “il triste incontro di Parma”, e Pasolini si sfoga, “Il nostro errore è stato portare nella redazione gente senza forza, senza coraggio, senza idee chiare, l’ho sempre detto che a redigere Officina dovevamo restare noi tre soli”, annuncia “io non mi arrendo”, ma Roversi ha già deciso: Officina è finita.
E ancora, Roversi corteggiato, lusingato: da Parigi, nel marzo ’70, Italo Calvino gli scrive una lettera intensa dove, lette le sue Descrizioni in atto, si mette in paragone e opposizione all’amico, non senza una punta di reverenza: “tu che hai deciso di parlare il tuo rovello e io di tacerlo, tu di inglobare tutti i nomi della crosta del nominabile in un discorso continuo e io di accettare la sconfitta della parola, almeno della mia”, ma alla fine non riesce a dimenticarsi di essere anche un curatore einaudiano: “non posso non comunicare ai colleghi executives torinesi ‘ho un Roversi pronto per andare in composizione’…”. Errore. Non ci andrà, in composizione. Quando Calvino cerca inutilmente di convincerlo, già da un decennio Roversi è un poeta senza editori. Un poeta “da ciclostile e non da rotativa”. Per scelta. Politica, poetica, esistenziale.
Avrebbe compiuto 90 anni, alla fine del gennaio scorso, quando Bagnoli, assieme ad alcuni amici, ha voluto appunto “riavviare il ciclostile”, in un modo che forse lui non avrebbe pensato, ma che non gli sarebbe dispiaciuto: un archivio online aperto, in crescita continua, pieno di cassetti, e ovviamente di frecce. Per ora raccoglie solo testi pubblicati, ma è intenzione di Bagnoli farne il grande album anche degli inediti, via via che si riuscirà a identificarli e trascriverli.
Ma cos’è un inedito? Con Roversi, il significato di questa parola non è più ovvio. Il suo rifiuto di pubblicare con i grandi editori risale al ’63. Data non casuale: altrove esplodono le neoavanguardie, prende la scena il Gruppo ’63 che Roversi guarda con sospetto, subodorando una sofisticata “mossa del cavallo” dell’industria culturale. E allora, Roversi esce dal gioco. Da quel momento, è deciso, stamperà solo a sue spese, fogli volanti, edizioni limitate, formati diversi, da consegnare a mano, o affidare alla sapienza dei postini, poche decine di copie, una rete di scrittura sotterranea che lo lega alle anime affini.
Ma quel che conta è che non c’è più soluzione di continuità, nell’officina dell’uomo di Officina, fra manoscritto, stampato, ciclostilato, edito, inedito, il lavoro di scrittura e di riscrittura è incessante, la perfezione dell’opera non esiste, quel che è stato impresso a inchiostro torna sotto la penna rossa, le versioni dello stesso testo si affiancano, si sovrappongono, si inseguono: il suo “monumentale” L’Italia sepolta sotto la neve riappare in tre, quattro avatar uno diverso dall’altro. Ecco, copertina rigida blu, il quaderno dei manoscritti delle canzoni donate a Lucio Dalla: ma quasi nessun testo corrisponde a quello che Dalla canterà davvero. Anidride solforosa, sorpresa, s’intitolava Ibm, molti testi sono rimasti inutilizzati, mai musicati, per l’amarezza di un Roversi che finirà per scrivere, per non pubblicarlo mai, un amaro, deluso anche se affettuoso congedo dal suo amico cantautore. Altre canzoni sembrano invece aver cambiato tono e carattere, per esempio la Pavana per i Beatles diventerà Chiedi chi erano i Beatles quando la canteranno gli Stadio: ce ne sono almeno tre versioni originali, ma i versi son diversi, più aspri, si parla di Mussolini, di Hitler, dei Lager… Non era un uomo facile da avere come collaboratore, Roversi. Non aveva fatto pace col suo tempo.
La grande sfida del “monaco pazzo” al secolo che detestava, il Novecento della modernità feroce e dell’omologazione al potere, non sta solo nella rabbia civile dei suoi poemi. Il suo archivio segreto ora lo svela: il dono di Roversi al Novecento sta nella sua sovversiva idea della letteratura come opera incessante, aperta, pubblica, eclettica, gratuita e mai definitiva, mai “chiusa in tipografia”, vivente come l’uomo.
Nell’etere un corteo di versi per il Salvador. Una poesia di Roberto Roversi
Questa poesia di Roberto Roversi è stata letta durante un “reading” di versi all’emittente bolognese “Punto Radio” il tredici febbraio. La lettura dedicata al Salvador ha visto protagonisti Roversi, Benni e altri poeti bolognesi.
Questa poesia si assesta sulla libertà. Contro la violenza. Cerca cioè il suo albero pieno, come fa l’uccello coperto di polvere che viene dall’Africa, dopo un lungo volo. Si assesta, ripeto, non per riposarsi ma per speculare la strada che ancora gli resta.
Il legno è suscettibile, il legno è sensibile.
Il legno piange.
Il legno chiama la foresta (Via Telex?).
Chiama l’ultimo luogo che ha perduto.
Il legno ascolta le voci. È affondato nell’argilla.
Affondato nell’argilla è anche l’uomo che
vede intravede lungo i tralicci l’ombra del
legno chiusa dentro a un pugno verde.
Sotto, le pecore. Con indifferenza. Le pecore,
del sole caduto per terra, arroventato, non si può immaginare.
Poi c’è il vento in ginocchio.
Che cerca oro fra la torba.
Il vento fischia sperando di essere ascoltato.
Il vento grida.
Un vento sulla periferia con gli occhi di ferro.
Un vento lontano ferito alla mano. Un vento strano.
Parlo di sole di alberi di vento parlo di mare con
le sue ondate parlo di gerani parlo di rose
parlo parlo parlo parlo parlo
perché l’uomo massacrato dorme lì fra sole
mare vento aria acqua e un albero di mele
e sdraiato in un profumo di lillà
e grida senza voce.
Il cielo riceve fra le mani la sua ombra.
Cosa ti posso dire?
Che tutto può cambiare anche in un solo giorno.
Che cambia colore l’acqua colpita da un aereo
spaccatosi in volo.
Che mi sono accorto che la vita passava.
Cosa ti posso dire?
Una mano insanguinata può toccarele rose.
Quando tutto finisce la speranza comincia.
Post-scriptum:
Dicono: queste cose bisogna farle, dirle da giovani.
Dicono: queste cose bisogna ripeterle, sempre.
il manifesto, 19 febbraio 1982.
I petali degli anni trenta
Che magnifica opera! Nuova e completa, così mi pare, e non rimasticatura computerizzata: Enciclopedia dei fiori e del giardino di Ippolito Pizzetti (Garzanti, pp. 1006, L. 68.00). È come entrare in un grande bosco che raccoglie non alberi ma fiori; e aperto al cielo. Un cielo tersissimo, rilucente; luminoso di colori con ordine ravvicinati o contrapposti. Sicché quest’opera potrebbe intitolarsi, in modo più esaustivo, Enciclopedia dei fiori e del giardino e della giovinezza che non finisce». Ci rimanda, con l’impegno, il peso reale di quasi mille pagine, a fare una rigorosa, finalmente seria e necessaria, verifica del nostro rapporto con la natura; in questo caso, con gli angeli della natura naturans. In un mondo che, insieme al fulgore degli occhi, dovrebbe proporre l’inarrivabile e quasi indicibile mistero del profumo; mentre oggi siamo sospesi in un grigiore uniformato che non rende più alcun «naturale» risalto all’odore. Profumano le rose oggi? O non sono, piuttosto, «profumate»? Come non godiamo più dei «sapori» (essendo verdure e frutte quasi tutte allevate, prodotte, con le più elaborate alchimie, che le sbiadiscono), così non ci rapportiamo più ai profumi autentici (ben altri, dovrebbero essere, da quelli della grande o minima industria).
Se ritorno per un momento – a solo scopo esemplificativo – ai miei anni, devo dire che non ho mai regalato un fiore; ho sempre regalato un libro. Anche quando ero giovane giovane e l’odore della canapa in fiore, dalle mie parti, andava per la pianura come un vento di maggio e inebriava solo a respirare l’aria – prima di morire sfinito nei maceri. Sembrava l’odore di un bosco fiorito e pronto a scoppiare nel fuoco. Quelli erano bei tempi per i fiori. Per tutti i fiori. Niente guerre, ancora, nessuna bomba nei giardini, solo mare di cielo per chi giovane giovane era e poteva godere anche dei fiori.
Adesso sono altri tempi per altri fiori (da catena di montaggio). Dopo la guerra altre guerre continuano; e continuano a piovere bombe sui fiori; e c’è poco mare di cielo limpido da ammirare e da odorare. Come è scomparso il silenzio (rintanato in ambiti esigui e lontanissimi) è scomparso il profumo della terra e dei fiori. Che sono ormai prodotti da «mordi e fuggi»; lontani, per le generali, da un uso di autentico amore. Sono lì, nelle vetrine, o spesso nelle case, come cagnolini abbandonati sulle autostrade nei giorni di ferragosto.
Fanno tenerezza; svaniscono in fretta come farfalle. Anche nelle corone per i morti hanno un uso rapido; e spesso passano da corona ad altra corona, in frettolosa successione, come si è letto molte volte sui giornali.
Se posso esemplificare, non terrei un fiore in casa, neanche una rosa; così come non terrei un cane o un gatto. Mi intenerisce la rosa; e il cane o il gatto, così diversi gli uni dagli altri. Ma vivo nei tubi di cemento, dentro o in mezzo all’orgia gassosa della città, qua sotto tremolante, vibrante, urlante, gridante, chiassosa, tenera, inerme, spietata, violenta, indifferente, imprevedibile, generosa, cauta, malferma, e non c’è posto (non ci dovrebbe essere posto) per cane, gatto o rosa. Talvolta, verrebbe il bisogno di dire, neanche per l’uomo. Perché cane, gatto o rosa (e spesso anche uomo/donna) sono destinati, per il presente destino, a intristire, ingrigire, sfiorire e sperdersi in fretta, senza lasciare un segno. Adesso, dico; forse domani non più, se vogliamo e speriamo.
Ma questa opera (splendido lavoro) mi ha anche motivato alcune private tenerezze della memoria e dei sentimenti; quando, attraversando lo stradario dei nomi e le ampie motivate completissime annotazioni, svolgendomi da sorpresa a sorpresa, sono pervenuto alle pagine 375, 557 e 804 dove si registrano, con precisione sapiente, i lillà; e alle pagine 344, 345 e 793 (soprattutto a pagina 345), la ginestra: «uno dei cespugli più deliziosamente profumati del mondo». Perché è vibrante il mio rapporto con esse.
Per la ginestra, c’entra poco o nulla Leopardi. Lo so: la definizione dapprima odorata (L. è egoista: odorata da lui, non intesa odorosa anche per gli altri; la solita avida appropriazione leopardiana, che non concedeva scampo). La dice fior gentile, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo che il deserto consola: poi la dà, quasi in un destino, spacciata: E tu, lenta ginestra, che di selve odorose questa campagne dispogliate adorni (i dintorni di Napoli) soccomberai del sotterraneo fuoco (quello del Vesuvio) che ritornando al loco già noto, stenderà l’avaro lembo su tue molli foreste.
No. La ginestra, per me, più modestamente e privatamente, è legata alle prime snebbiate settembrine sulla collina nei dintorni di Bologna, vicino ai calanchi che sono grigi, stempiati; e là, la gialla splendidamente appannata ginestra era il solo occhio vivo che costellava, inanellandoli, quei dirupi: dava a loro luce. Splendore.
Il lillà, per me, è legato a Walt Withman, negli anni degli anni. Letto ancora di nascosto sui banchi di scuola, negli opuscoletti della Biblioteca Universale Sonzogno (numeri 169 e 198), traduzione di un Luigi Gamberale. Poeta da leggersi per intero, dal principio alla fine; ma per i lillà, nell’indimenticabile requiem per il presidente Lincoln: «Quando gli ultimi lillà fiorivano giù nella corte, / E il grande astro della notte tramontava di buon’ora nel cielo occidentale, / io piangevo; e così piangerò sempre, ad ogni ritorno di primavera /… Giù nella corte, che si stende dinanzi una vecchia casa campestre, presso la palizzata tinta in bianco, / Sorge un cespuglio di lillà, vegeto, alto, con le sue foglie di cupo verde tagliate a cuore; / Sbocciano ed apronsi in esso, delicati, molti fiori, il cui forte profumo io prediligo, / e le cui foglie sono tutte un miracolo…».
Che meraviglia la poesia, e che meraviglia i fiori così disposti dentro alla poesia.
In questa Enciclopedia è come se i fiori ritrovassero la loro storia, la loro giovinezza; e si fossero radunati per una lettura comune, ad alta voce, dell’archivio di famiglia. La loro epica genealogia.
Alias, supplemento a “il manifesto”, 13 marzo 1999.


