“Una delle ultime sere di carnovale”
Credo che il nostro carnevale – così come oggi si vede – sia stato avviato anni addietro dal buon cardinal Lercaro: una festa di tutti e per tutti promossa dalla Chiesa; più esattamente: dal cardinale; che della Chiesa nella città è l’esponente alto e legittimo, e degno rappresentante. Sfilavano i carri, veniva gente anche da fuori (non da lontano, dai paesi della nostra fascia); i cinni non ancora inviperiti avevano quell’aria furbetta e liscia che promette una giornata di festa.
Si può pensare che 20 anni fa ci fosse ancora quel collante “contadino” mescolato ad una residua o persistente ingenuità che permettesse di coprire d’argento anche la latta di operazioni che sembravano, e non erano, marginali.
Questo, sia chiaro, indipendentemente da chi promuoveva la cosa o da chi la sovraintendeva. Voglio dire che si poteva sorprendere, accontentare e magari un poco anche illudere la generazione “novissima”, che non era ancora quella della lettura e della cultura, insomma: della comunicazione per immagini.
Al fondo dell’equivoco in apparenza soltanto grazioso di questo carnevale, sussisteva già d’allora l’ombra di una possibile e probabile manipolazione controllata; e il peso del potenziale di comunicazione che si andava componendo e radunando all’interno della manifestazione. In altre parole: nemmeno allora il carnevale era più di un gioco, non era più “questo” giuoco; era una proposta di malizia esposta nella vetrina dei mali del secolo. Era la gestione di un atto pubblico, quindi politico, con le relative conseguenze e gli impegni di fondo. Ben calcolato, era all’apparenza il disimpegno dall’obbligo di una gestione autoritaria e contemporaneamente, nella sostanza, l’impegno di una manifestazione organizzata, cioè voluta. Questa ambiguità a me pare ad esempio, stupendamente espressa all’inizio della goldoniana “Una delle ultime sere di carnovale”: “Putti, vegnì de qua. Stassera ve dago festa. Semo in ti ultimi zorni de carneval. Dago da cena ai mi amici: dopo cena se ballerà quattro menuetti; vu altri darè una man, se bisogna, e po magnerè, goderè, ve devertirè”. Notate: “Magnerè, goderè, ve divertirè” però dopo… “Aver dato una man”; a conferma che mai il carnovale è stato una “liberazione”, vale a dire un momento disinteressato e senza scrupoli.
Così allora, così nei giorni attuali. Perciò lo scrupolo induce a leggerlo in controluce. Una città che resta imbambolata per mezzo pomeriggio e in braccio a gnomi assatanati per un giorno fino a sera; i bambinetti magrolini o grassettini camuffati da Zorro, da Sandokan, da belle Sulamite o da Savoldi, in un ricupero o mimetismo di segni giornalistici – televisivi – rotocalcheschi da definirsi, simultaneamente, obbrobriosi e intollerabili e dove non è rintracciabile nessuna tenerezza e nessuna innocenza.
Una sottomissione alla norma scolastica del successo (cui ci si va intanto adeguando con ricalco e l’ovvia ricopiatura di facce e cose, in attesa poi di crescere e maturare per scalpitare e azzannare in modo originale); la cartina di tornasole del divo, dell’uomo che è sopra o fuori o oltre; insomma, dell’uomo famoso che viene promosso come standard da imitare o come ipotesi ossessiva da sognare; e che viene immediatamente reclutato come promotore di altri nuovi miti da inventare. Infine, l’insieme di queste norme come prevaricazione familiare, come paternalismo e scelta precostituita dall’alto e rovesciata addosso al bambino.
Il travestimento in maschera non è più usato come un giuoco che libera, ma come una necessità che obbliga; con il travestimento non si propone sia pure in codice una comunicazione autonoma, alternativa, ma si stabilisce una scelta conclusa, cioè la chiave (sia pure implicita) di lettura del proprio mondo; in quanto si rimanda ad altro, a qualcosa che conferma, che autentica, che garantisce perché è già ufficiale, perché è già stato prescelto da tutti. Con la minuta arroganza che ne consegue. Dunque la maschera non è un momento di “liberazione” psicologica (liberazione, non libertà), ma una dichiarata e accettata sudditanza; non è un momento esplosivo e autonomo ma regressivo e mistificante. Accettare o, peggio, imporre “la maschera” ai bambini significa convalidare il ruolo intimidatorio che i segni svolgono nella nostra società, invece di selezionarli, decifrarli, sostituirli. Significa, voglio dire, farsi in un certo modo promotori o partecipi della non dichiarata, ma esplicita violenza del potere.
È questo un altro aspetto del problema, importante: l’uso e l’abuso della violenza contrabbandata come semplice esibizione e tollerata permissivamente come esagerazione innocua, nel corso di queste mascherate giovanili. Una violenza camuffata da giuoco, dunque vile e perfida; una violenza, aggiungo, maligna ed equivoca, perché viene registrata e codificata come innocua, dunque resa legalitaria, secondo un rituale che la sancisce. Una violenza che “lasciata” nelle mani di questi ragazzini e ragazzotti (per lo più assennati e scriteriati) può diventare un’abitudine sfregiante; soprattutto perché in queste giornate di carnevale (come nelle altre, insulse, di una tramontata goliardia) assume la maschera peggiore e più equivoca: quella dell’antica stupida feroce violenza contro la donna.
Chi si avventa sghignazzando con salami gommosi rappresenta miti, abusi, abitudini di una società e di una cultura contro cui il proletariato sta battendosi con accanimento e con mille fatiche per rovesciarla definitivamente. Non dobbiamo tollerarlo. La violenza di carnevale; una “certa” paura diffusa a seguito del carnevale (“non passo per il centro perché ci sono quelli che picchiano”); la violenza squallida e cialtrona deve essere contrastata, punita, umiliata. Questa è una città diversa e dico che non può comunicare, sia pure in una frangia di un giorno di febbraio (ma neppure allora) queste piccole ma desolate turpitudini.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 5 marzo 1976.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: l’Unità
- Anno di pubblicazione: venerdì 5 marzo 1976


