Leggere poesie agli operai

Il problema del rapporto arte-politica – Il convegno come istituzione

 

Sono anch’io una fabbrica” è il verso di una poesia di Majakovskij del ’18. E su questo poeta proprio in questi giorni molti avranno visto in TV lo sceneggiato in due puntate che, raccontandone in un riassunto rabbioso la vita, riproponeva le difficoltà d’impatto con gli operai in un momento di rivoluzione e inoltre riproponeva i contrasti all’interno degli stessi gruppi dell’avanguardia artistica. Ancora una conferma, dentro un contesto autorevole, che il problema del rapporto arte-politica è di fondo, che riaffiora periodicamente e che di volta in volta deve essere realisticamente inquadrato e affrontato sia dagli addetti ai lavori sia dal pubblico popolare.

Lo spunto a rivolgere attenzione a questo problema è dato in pratica da un convegno dei giorni scorsi tenutosi a Orvieto sul tema “Scrittura-letteratura” (che è specifico e dotto) nel quale si è riusciti a radunare, hanno scritto i giornali, molto fiore (il gamboncello, come si dice) dell’intelligenza letteral-sperimentale italiana, con alcuni ospiti di fuorivia. In realtà il convegno – sto alle cronache e al prospetto, o programma, prestatomi da un amico – poteva ritenersi dedicato soprattutto ai problemi specifici della letteratura; problemi professionali da discutere, a livello responsabile e secondo moduli scontati, fra personaggi interessati e con linguaggi cifrati.

Ma anche questa volta è accaduto che il convegno si è stravolto, e in parte disfatto, senza scandalo alcuno direi, perché così capita e deve capitare ai convegni, i quali si svolgono sempre per ragioni che con la cultura vera, cioè con i veri problemi della cultura, hanno poco da spartire; e sono, come ricorda un articolo su Paese Sera, manifestazioni del genere turistico-gastronomico nelle quali il sacrificio di alcuni, spediti allo sbaraglio facendo relazioni, consente ad altri di incontrarsi e discutere nei corridoi. Quindi un’occasione per intimi, abituati a una “frequentazione tra loro quasi quotidiana”. C’è l’obbligo di domandarsi se questa è la realtà delle cose in questione e delle relative conclusioni, quale ragione (che non sia solo bassamente promozionale) spinga un Comune democratico a produrre tanto impegno e a spendere parecchio denaro per queste operazioni, che sono per sé insufficienti, e quale vantaggio effettivo presuma di ricavare.

È vero che il convegno, in quanto tale, è ormai diventato un’istituzione, in ogni parte del mondo; è vero che radunando gente qualificata a parlare intorno a un dato argomento – specifico in profondità oppure d’interesse vivo e comune – l’amministratore pubblico della cultura può credere di esorcizzare gli impegni più diretti che lo porterebbero a dovere impostare, produrre, programmare, interferire, intervenire e concludere in modo più diretto: ma a tutto questo si oppone sia la spesa pubblica assorbita da questi simposi psichedelici sia soprattutto la esperienza mai contraddetta che così facendo non riempie alcun vuoto culturale.

In particolare il convegno di Orvieto, molto pubblicizzato, si è risolto in un pretesto d’incontro, in un incontro-vacanza; infatti, come è stato scritto, “il livello del dibattito è stato così basso da consentire di ricavare vantaggi anche in forma immediata, come consapevolezza negativa”. Se è così, e non si può negare, allora una domanda è questa: è proprio necessario offrire occasione di vacanze gratuite agli operatori culturali e ai begli ingegni a spese della collettività? È giusto che la società paghi? Se sì, quali vantaggi ne ricava in generale? E queste persone, poi, non sono per lo più già pagate all’interno di impieghi o prestazioni determinate?

Ma fino qua è solo un’introduzione al problema che interessa questa nota. A Orvieto, con il populismo un po’ snobistico e verticistico, un po’ sciammannato e generoso all’italiana, si voleva ritentare l’approccio della letteratura con la gente, andandola a cercare o facendosi cercare. L’abbiamo letto tutti: i libri erano nelle vetrine dei negozi, i dibattiti erano all’aria aperta e poi incontri e scontri nei luoghi di lavoro o nelle caserme o nelle scuole fra scrittori, operai-operaie, soldati, scolari. I risultati sono stati scarsi.

L’esemplare esperienza di Majakovskij, richiamata per esempio all’inizio, così come l’esperienza di tanti ingegni all’avanguardia europea di questo secolo, conferma invece una verità “giusta” che è la seguente: continuare a interrogarsi sul rapporto arte-politica, è un modo per sconvolgere le trame regressive della cultura e per cercare di sciogliere le contraddizioni e per riportare ogni volta soluzioni nuove, comunque mai quietanti; ma conferma anche che tale domanda richiede un’umiltà dura ed esasperata dei singoli, la pazienza e il conseguente controllo dei mezzi necessari. Per tale ipotesi si richiede soprattutto un uso parsimonioso del contributo pubblico per evitare lo spreco – che rappresenta l’abuso controllato e abbastanza perfido del potere che è ufficiale. Il proposito autentico sarebbe quello non di catturare consenso ma di distribuire veramente cultura, e se è così, fino a prova contraria, allora bisogna dire che i convegni – tutti i convegni o questi convegni – sono più costosi che producenti, e provvedere in merito.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 16 aprile 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 16 aprile 1976
Letto 2492 volte