Super User
Lo specchio. Domande a Roberto Roversi
1. Lo specchio dice sempre la verità?
Sì!… No!
2. L’azione dello specchiarsi, a meno di non essere troppo Narciso, corrisponde al passaggio dalla soggettività all’oggettività. Allo specchio guarda se medesimo o l’altro da sé, ossia il mondo?
Direi, più realisticamente il passaggio dalla soggettività alla necessità. Allo specchio, io per esempio, mi avvicino e guardo per farmi la barba. [Per radermi].
3. Personalmente, usa più lo specchio per vanità o per emendamento?
Per vanità non è il caso (vecchio come sono). Sì, forse, per emendamento; quale è quello di togliermi un fruscolo sulla punta del naso.
4. L’identità individuale si costruisce oppure si scopre allo specchio?
L’identità? Scherziamo? Allo specchio si è sempre in compagnia, in due, in tre, alle volte in quattro. E si esce perfino fuori dalla finestra.
5. Specchiarsi è anche un’azione di riflessione su se stessi: l’immagine allo specchio corrisponde con precisione all’immagine interiore che ha di sé? Specchiandosi, ha mai scoperto lati del suo carattere nascosti?
Eh, sì! Quanti ne ho scoperti. Ogni giorno (ad ogni barba) scoprivo un carattere nuovo. Tanti che dopo mille barbe non so più bene chi io sia. Se uomo o donna, o vecchio e fringuello. Ecco, davanti allo specchio mi piacerebbe cantare.
6. Quali sono i rapporti che vive come maggiormente speculari? Quelli di coppia, di amicizia o di lavoro?
L’amicizia, senz’altro. L’amicizia presuppone sempre di avere la propria immagine davanti che si muove e si agita per correre fra le braccia di alcuno (o di alcune). O per sentire una manata forte sulla spalla. Tale magari da frantumare il vetro speculare e far apparire vivo e vero il rosso del cuore.
7. Usando la metafora di poesia come specchio del mondo, lei usa la poesia per conoscere le cose o per riflettere le cose?
La poesia? Non so bene, non so. Cos’è? Dov’è? Io leggo, ho letto molti poeti e a metà gli uni sedevano immobili davanti allo specchio, fissando fissi, e muovendo soltanto una matita sulla carta che si riempiva di segni. Altri, senza specchio e altro, crepavano travolti dall’orrido della vita o uccisi dalla impietosa volgarità degli uomini che non hanno spirito.
8. Continuando la metafora di poesia come specchio, lei la usa come autoritratto o per cogliere l’altro da sé?
Spengo il bottone della luce su questa metafora, non sapendo.
9. Lo specchio è strumento di moltiplicazione del mondo: potendo, cosa vorrebbe moltiplicare? La sua identità? Gli oggetti materiali?
Beh, siamo matti? Non ne basta uno, che neanche più riesce a salire le scale a due a due?
10. Inseguendo la “myse en abyme”, la riflessione della riflessione, “la pensée de la pensée”, dove si arriva?
Al fondo dello specchio, là dove non ci sono più specchi, e si sbatte la testa contro il muro. Contro un muro.
11. Lo specchio è strumento erotico per eccellenza perché esteriorizza e rende oggettivo il nostro immaginario, versione privata del cinema o della fotografia. Preferite l’immagine pensata o riflessa?
Sempre più l’immagine pensata. Pensata cento volte. Riflessa cosa vuol dire? Un’ombra contro il muro?
12. La virtualizzazione mediatica sta impregnando sempre di più il mondo di simulazioni. Oggi, è più vero ciò che è reale o la sua immagine?
Oggi la verità della vita – che è la vera realtà – è o può essere solo custodita in un privato segretissimo, armato fino ai denti per la difesa. Tutto ciò, invece, che ci circonda è invenzione del diavolo, sua eterna farina; oppure è la voce delle sirene per ogni Ulisse che tenti una qualche libera traversata sul mare.
13. Se fosse possibile separarsi dalla propria immagine, preferirebbe che ad invecchiare fosse l’immagine allo specchio, come nel caso di “Dorian Gray”?
Mi piace invecchiare con Roberto Roversi, vecchio assai ma affatto stanco di invecchiare. Tutto il resto è retorica, o paglia al vento.
14. Ha mai la tentazione di rompere lo specchio? Lo vede come liberazione dalla propria immagine oppure teme i classici sette anni di guai?
No, ne ho uno un po’ grande, appoggiato al muro, che viene da mia nonna, da una casa di campagna. Su questo specchio vedo spesso, come un leggero affascinante appannamento, trapassare l’alito di qualche antenato vissuto sui campi. Erano intrepidi i vecchi, un tempo. Questo specchio può essere rotto soltanto da un terremoto che anche me travolga.
15. Ha mai la sensazione di arrampicarsi sugli specchi?
No, neanche questo. Ci sono i gradini, per salire. E io non ho altra aspirazione che raggiungere la porta di casa. Una casa d’affitto. Amen
Un inquieto proliferare di gaiezze
Credo che si possa riconoscere che oggi, da noi, tutto è dramma (qualche volta tragedia) o tutto è carnevale. Un dramma che entra nei giornali; un carnevale che impazza, come si dice, qua e là per l’Italia; con poche pause. E le pause sono semmai le vacanze estive tutte all’insegna del sole e le feste invernali, tutte all’insegna del bebè di Marie e della gioia della famiglia.
Questo proliferare di allegre gaiezze offerte al popolo, pensate e organizzate per il popolo, sono il segno di una inversione di tendenza, rispetto anche a un prossimo passato; dentro al quale la noia più greve e l’assenza di una qualche fantasia trapassavano senza lasciare segni. Adesso, infatti, basterebbe riprendere in mano anche soltanto un fascicolo abbastanza recente de L’Espresso per avere la conferma che una specifica frenesia organizzativa (nel senso di interferire negli e modificare gli schemi tradizionali dell’offerta pubblica di svago) ha contagiato un po’ tutti gli amministratori comunali italiani, sia i piccoli che i grandi, i quali oggi tendono esclusivamente a competere fra loro. Così si aprono, uno dietro l’altro, carnevali verdi, carnevali gialli, feste della ragione, della memoria, della buona volontà, della fantasia, carnevali dell’esistenza perduta, feste dell’esistenza ritrovata. Un carnevale, cento carnevali, una festa e poi feste feste feste. Prendiamone pure atto, come dimostrazione di un attivismo comunque degno di nota. Ma questa è la domanda: questi carnevali, queste feste sono spettacolo vero? Sono uno spettacolo utile, uno spettacolo nuovo? Insomma, sono sul serio spettacoli popolari? ricuperi compiuti con la secchia di Aladino dentro al pozzo della storia di una comunità intera, di una città, di una regione?
Per esempio: nel passato, il mascheramento grossolano del popolo durante la festa di un nobile, di una marchesa, non era tanto dovuto alla voglia di giocare ma alla malizia calcolata e sottile di agire meglio e più liberi l’amore; e il mascheramento grossolano del popolo era motivato dal desiderio di esercitare meglio e più liberi la propria rapida violenza e la propria satira lacerante, dentro a un periodo breve, concentrato; da usare tutto intero. In quelle feste che si svolgevano dentro al gran teatro del mondo – che era ancora una piccola palla, ciascuno pertanto non partecipava a un giuoco né godeva un giuoco (quindi non si mascherava), ma si copriva, anzi direi che si ricopriva, per modificare aumentandolo il proprio rapporto di forza col potere; direi, per falsificare se stesso al fine di ottenere qualcosa. Ciò che in ogni modo sembra vero è che dentro a quelle feste tetre e forsennate, la cosa che era assente, che mancava perché era impossibile che ci fosse dato che non era né cercata né voluta, era il puro, il semplice divertimento. La gioia, la gioia di vivere. Naturalmente sono le mie conclusioni.
Ad ogni modo, se è vero che in ogni spettacolo/festa c’è dentro il terno della morte, della memoria, della violenza; e che il riso è solo assatanato; allora è vero che si fa urgente la necessità di inventare oppure di programmare (si dice così?) proposte di aggregazione meno ossessive, meno iterative, meno pletoriche e meno globali; puntando piuttosto su una attenuazione dell’accentramento.
La densità, la qualità dell’offerta ludica pubblica ha ormai ingolfato, a mio parere, i canali di questa comunicazione e sembra quasi che, per eccesso, ci si sia riavvicinati alla vecchia situazione di routine, che peccava certamente per difetto. Non metterei dunque la mano sul fuoco per confermare, e testimoniare, che questo è un momento favorevole del divertimento gestito – in mezzo al molto polverone. E d’altra parte i risultati attuali, se esaminati con attenzione nel senso della quantità e della qualità (specialmente della qualità) del pubblico partecipante, cominciano a confermare dei rallentamenti; e preciso che per qualità intendo grado di interesse, tensione di partecipazione, decisione responsabile a non volersi di nuovo “costituire come folla”, ecc. Perciò sono d’accordo con Renzi, che occorre “rispetto”, da parte degli intellettuali amministrativi, nell’atto, proprio nell’atto di pensare, di preparare il momento, il giorno, i giorni della festa. Rispetto per la gente e rispetto per l’ambiente. Rispetto per la gente, che sembra in un modo stupendo e struggente sempre quasi sempre disponibile (ma non più disarmata), vale a dire pronta ad accettare, ad ascoltare, a partecipare; ma non senza giudizio. E nei suoi riguardi, il rispetto induce subito, come primo dato, a non eccedere per non rendere alla fine inutilizzabili questi canali e per non produrre un rifiuto, un gesto di rigetto per sopravvenuta situazione.
Credo anch’io che alla gente bisogna sempre dare tutto, informarla di tutto, divertirla (cercare di farlo) con tutto; ma con una totalità, una compiutezza che sia libera nell’ordine; cioè che proponga e contenga un ordine tale da consentire in ogni momento e in ogni occasione un rapporto diretto, attento e critico, dentro all’entusiasmo, con la festa.
Su questo tema/problema, vale a dire sugli spettacoli in piazza e sul conseguente impegno di realizzazione, l’Emilia ancora una volta può diventare esemplare. Fuori dalla narcosi dello spettacolone alla De Mille; fuori dagli eccessi ormai maniacali del “sempre più tanto”, del “sempre più molto”, si può pensare e si può sperare di mettere in atto una nuova disposizione della festa dentro alla realtà sociale; cercando contemporaneamente di ricuperare la pietra, le pietre non come un referto da rispettare per vetustà ma come un corpo caldo e vivo che chiede solo di vivere – vivendo ancora. Noi tardiamo e stentiamo a diventare moderni perché siamo troppo antichi; siamo impacciati un poco a muoverci perché rischiamo sempre di impattarci in un qualche capolavoro del Trecento o del Rinascimento; e questa straordinaria maledizione di essere ricoperti dalla storia fino al collo, come un albero dell’edera, rende diseguali e troppe volte impacciati i nostri atti, i movimenti; e le nostre scelte.
Così puntiamo a strafare macinando grandiosità da antichi romani; con giorni e giorni di feste, di spettacoli inzeppati da ogni genere di paccottiglia, di continui ricuperi del passato come eden di straordinarie invenzioni di fronte al grigio torbido e torpido presente; e così, convinti di stare facendo, ci viene meno la voglia di badare direttamente e con rigore a queste nostre giornate. Ci lasciamo tentare, e poi vincere, dai suggerimenti peregrini dei cervelloni ufficiali che sulle gazzette distribuiscono manciate di rancorosa insofferenza. Mentre a un popolo che in questo marasma, coltivato dalla corruzione del potere, sa mantenersi libero difendendo come può e come sa la libertà, non bisogna dare ma chiedere di dare. Bisogna avere presente, prima di muovere foglia, la sua pazienza, la sua saggezza dentro le cose, la sua voglia di futuro; perché lui è molto più nuovo, più avanti, di tutte le cose che gli vengono presentemente ammanite.
Bologna incontri, n. 4, aprile 1981.
Libri e contro il tarlo inimico
a Th.
Che si stampano libri sono secoli. Che si leggono libri sono secoli. Che il libro esiste ed è una presenza viva nel mondo culturale dell’uomo sono secoli. Adesso, proprio in questi anni, dicono che il libro stia morendo. Non lo credo. In questo momento il libro è come un pugilatore messo knock-out ma con tutto il vigore ancora intatto e pronto a risollevarsi da terra per un nuovo round.
Questo libro, messo insieme con pazienza per decenni, vuol cogliere le ombre e i respiri più significativi e dedicare loro un omaggio in nome di buona e bella cultura.
Leggere un libro, aprirne le pagine, sfogliarle, è ancora una miracolosa operazione che ci riempie di meraviglia, anche se il libro è soltanto un volumetto di versi che un giovane esordiente spedisce pieno di speranza e di augurio.
Con affetto, questo libro sia un regalo anch’esso per quanti mantengono ancora intatto il gusto della lettura e sono disposti ogni giorno a lasciarsi sorprendere. Per la vitalità che la pagina scritta riesce a mantenere.
Buona lettura dunque, per i lettori che avranno la pazienza di scorrere queste righe qua offerte e la curiosità per delibarle. E grazie per l’attenzione.
R. R.
1
Bada, ti vedo ti ho visto e ti sconsacro
anche se verme di strada ladruncolo notturno
ti annidi nella gola
del libro che riposa. Questo tomo dormente.
Soffio il fiato dentro al cavo involucro
per spegnerti ferirti impaurirti
annichilirti impeciarti devastarti
fra le parole della pagina
trasformate in un campo di battaglia.
Basta niente
per schiacciarti per sempre.
2
Fra le biblioteche immaginate
biblioteche costruite o disegnate
amo il progetto di Boullée.
I libri sopra e sotto in una sala immensa
in una sala a non finire
come se fosse un giorno in cui
la luce non sa morire
– come se fosse un presepio di fogli
un muro di sapere e conoscenza
voci mormorano parole che non si spengono
la sala foresta è un musicale eco.
Una montagna di libri. Libri slegati
libri rilegati
libri alberi polvere sassi di sgomento
libri bisonti libri cigni volanti
libri leggeri insignificanti libri
scacciapensieri. Libri urlanti.
Libri cinghiali notturni grugnanti
libri senza più memoria
libri agnelli farfalle suoni fra miti pensieri.
Libri feriti dalla storia libri
per la cantina neri.
Libri strappati scalciati per giuoco
libri bruciati anneriti dal fuoco.
Libri albini
Libri per bambini
Libri per donne e uomini fieri
Libri per oggi per domani per ieri.
3
Rannicchiato sotto un ombrello
dorme dentro al sole d’agosto
il bouquiniste rissoso rosso tondo.
Dorme nella controra.
Affascinato dal lume e dal silenzio
nel cielo aperto sopra la malora
del mondo
il grande fiume legge ascolta corre.
Ma legge l’usignolo canterino
leggono le foglie mormoranti
legge il cane strisciando contro il muro
ma
sprofondato dentro al tomo antico
legge e mangia il tarlo avido infame
verme in gran sospetto di eresia
il più maledetto che ci sia
fra i divoratori di parole.
Si cancelli dunque la sua insania
chiudendolo all’inferno
per l’eterno.
4
Il gran sapiente antico ha le sue pagine d’oro
non sotto un albero di fico ma dentro i
libri bruciati libri divorati
libri calpestati libri spaccati
libri con il freddo sopra il cuore
libri spiaccicati dalle pietre
libri marciti come un fiore
libri restaurati con amore
libri dimenticati sopra un muro
libri cancellati con il gesso
libri mescolati con la creta
libri con l’odore di sacrestia
libri ricoperti dalla polvere
dai fulmini feriti e da tempesta
libri annotati da una mano amica
libri caverna per formiche operose
libri impietriti da terribili inverni
libri affamati per un lungo cammino
libri ostello per il tarlo ubiquo
vestito da pulcinella o da signore
ma in realtà vero diavolo stupratore
che sorprendo inseguo schiaccio con un dito.
Giusta vendetta al mio furore.
5
Tarlo tarletto goloso del Mississippi
venuto dalle Americhe
nella valigia di un bibliofilo di Teramo
e approdato a fine settimana
in questa stanza di una città emiliana,
ti vedo che rosicchi il tomo di Albinoni.
Piccoli morsi ma colpi di cannone
onde di mare che raschiano la spiaggia
di queste pagine in cui affondi il dente.
Paziente cauto ma avido e carogna.
Villano e inetto
tarlaccio di lingua inglese, falso arlecchino,
ignaro di quello che inghiotti,
perché scritto in latino.
Allora ti servo subito io e
come un veliero stretto fra il ghiaccio
con due dita ti strizzo ti deflagro ti schiaccio.
6
Servo del potere della fame
l’infame verme
muovendosi schizzinoso
aggredisce il tomo inerme.
Servo del potere della fame, gli mormoro
con il fiato caldo sulla pagina aperta,
chinati spogliati
sfoglia insegui ma non stuprare
le foglie delle parole
e non lasciare un frammento impolverato
come un povero tordo impallinato
in mezzo al campo.
Ma per te non c’è più scampo.
7
Guarda, guarda pure tarlo indisponente
mentre con la penna ricopio le parole
dal tomo grigio che gli anni han tempestato.
Sono un poveruomo alla fine del millennio
in un secolo acceso da faide interminabili
e vedo molte cose mancare.
Mancare le nuove parole, sfiorire.
Piangere i laghi, le betulle disperse
al confine del mondo le acque morire.
Tu divori aggredisci incalzi uccidi
il cuore della carta
crocifiggi il silenzio delle pagine.
Tarlo, disonore del mio tempo
vacca sbracata di Giove
pallida ameba ti voglio gettare
morte dal fuoco delle mie mani.
8
Ti notifico, libro della mafia, libro della malora
che non credo ad alcuna tua parola
non credo neanche all’indice finale
compresso dalla legatura di pecora o di cinghiale.
Rapido, sfoglio le pagine, mi inoltro
nel folto bianco del tuo bosco e ahi!
ecco ti vedo mentre ti dibatti
ombra su scoglio a divorare carta.
Col tuo rosicchiare la sera si consuma
la pagina ferita si lamenta
forte nel silenzio
anche quando la candela è spenta.
9
Così era e così è. Tu corri
per sottrarti ma io ti inseguo
perseguo la tua traccia
sollevo i veli al tuo fantasma bianco
non ti do tregua requie pace sonno
è inutile che fingi indifferenza
impallidisci risecchisci stendi
una cortina di nebbia sulla strada
che cala fra le pagine
tarlo avaro assassino
lo sai alla fine la mia mano
afferra ancora il regolo per colpire
e ti scaglia lontano
dal tomo del Balestrieri che mi è caro.
Questo è il tuo destino.
10
Nei libri antichi è scritta la saggezza,
parola di Brecht.
Ma dalle severe biblioteche non esce
solo il sapere lucido di sale;
non esce solo con le piume
dell’esile gabbiano
la poesia claudicante per l’attesa
e prossima a cantare;
esce anche la ferocia del tarlo
appostato con denti di delirio;
escono grida e voci di una storia
che racconta come
troppe volte i sapienti
si inchinarono ai potenti sorridendo.
Dalle biblioteche dice Brecht
escono anche le voci dei massacratori.
Aggiungo: non le voci dei massacrati.
In una grande foresta di silenzio
il tempo li ha divorati.
11
Sprofondare in un libro
per essere liberi,
un libro d’antica scuola.
Ricavo dalle carte il delirio del sole.
Sottraggo alla pagina la voce delle parole,
le parole perdute.
Ti divoro ti bevo ti lappo ti lecco
vulcano di voci di fuoco
gutenberg viaggiatore e canto
canto cacciatore.
Il libro in attesa sotto il ramo
si specchia nell’ombra di un tiglio;
come il batacchio della campana
immobile quando la corda non tira e
il vento non corre,
brilla sul prato dell’estate
è presenza e vigore senza alcuna cautela.
Tanto che un tarlo pallido di fame
l’apposta cerca la sua mano
ma invano.
12
Inseguendo il tarlo si può arrivare
al cuore del mondo.
Un libro è difficile da domare
sottrae spazio alla casa al suo rigido affanno
chiama piume di polvere che non sanno danzare
non è il cane che dorme nel suo angolo
o gioca con la palla vicino al fuoco
il libro invade il giorno urla di dolore
non si accontenta di poco
è un leone all’erta stretto incatenato.
Convivere con i libri è difficile
(sono amici con la lupara
hanno caratteri alteri)
nelle stanze bianchissime
gli scaffali con i tomi antichi incrinano la luce
che cerca i sentieri fra un pulviscolo d’oro
appena svegliato
dal respiro del tarlo che striscia
in cerca della sua prima preda.
13
I libri nella notte d’inverno accendono i fuochi
lasciano cadere parole sulle morbide carte
e polvere sulle mani degli antichi copisti
che hanno gli occhi bagnati d’oro
e il viso di poveri cristi.
Le sale buie delle antiche biblioteche
mai sfiorate dal sole e
intorno al fuoco del bivacco
i libri i libri parlano
mentre dentro a un sacco il topo è condannato.
Per lui che non ha memoria il suono dei tamburi
rimbalza contro i muri
promette tempi duri.
14
Mi inoltro come un gatto e
astuto, senza lasciare orme.
Non sono uno scienziato, anzi
non sono niente.
Ho solo due occhi per guardare o
per leggere. Leggendo, qualche
cosa imparo sempre
perché il libro non mente.
Non mente quasi mai.
Così anch’io, per l’occasione,
devo cavarlo dai guai
combattendo contro il tarlo astuto
annidato come un cecchino pronto a fare fuoco
dentro ai risvolti della legatura.
Sventura, se non riuscirò ad ascoltare i suoi passi
chinando l’orecchio sul dorso e
trattenendo il fiato
come il texano sul prato al tempo degli indiani.
Il tarlo è inseguito dai cani
si nasconde
ma il suo destino è segnato.
15
Parola stampata, ti posso anche uccidere cancellare.
E uccidere anche te, libro del libro,
dentro la tua rilegatura.
E poi uccidere il tarlo fantasma bianco immerso
nel fondo delle pagine
diavolo su onde leggere
bevitore di carta.
Il nuovo mezzo di scrivere sine calamo
scribere libros in forma cum impressione
a Beloviside luogo di confusione
non basta per la tua vita eterna,
oggi è attivo un tarlo vorace non ancora sazio.
Nei giorni passati i libri volavano via
cadevano a terra calpestati dai topi
cavalcavano cavalli con le selle di cuoio
e tutti erano pallidi per la neve del tempo,
appoggiati contro i muri
aspettavano di essere raccolti e di nuovo ordinati;
ma non commiserati.
16
Il libro imbullonato
si è presentato a chiedere denaro
alla porta ha suonato il campanello.
Bonino Mambrizio travestito
da Beloviside, fuggendo
con le rose di Stazio sopra il cuore,
l’accompagnava con acidi lamenti.
Nessuno lo gratificò
le porte si serrarono le teste si voltarono
e i cavalli fumavano per la lunga corsa.
Diobono che ventura!
Siamo troppo soli imprecava Bonino
e troppo giovani per questo mondo di vecchi.
Abbasso i copisti a morte i copisti
modesti contadini della penna detta calamo
e bevitori dell’inchiostro
che splende come il prato
fra le mani fredde della luna.
Contro di te scateno Giovanni da Spira
e Vindelino e poi Jenson
compagnia di viandanti avidi e acuti.
Ora aspettiamo al lume di candela
l’alba.
17
La donna che vende libri
l’uomo che vende libri
l’uomo che compra libri
la donna che acquista libri
un venditore di libri un libraio
una venditrice di libri usati
un uomo col cappello che compra un libro usato
una venditrice di libri usati che acquista libri usati
libri usati sulla spalliera di cemento lungo il fiume
un giovane con gli occhiali raccoglie nel mucchio
un libretto
il libretto squinternato ha l’affanno
come il cagnolino
bagnato dalla pioggia
ho comprato un vecchio libro
grida il signore con la cravatta rossa
egli agita il tomo tarlato in formato di ottavo
e dice ansimando quanto vivrò ancora?
Quanto vivrò per leggere tutto?
Questo libro lo leggerò prima di notte?
18
Vivrò ancora
per ricordare non per dimenticare, per governare
il mio periplo sul mare infuriato fra i libri
stretti dentro le armature
come foreste e rocche di antichi re perdute
nelle convalli.
Guardano lontano i libri nelle sale
quando il gelo di novembre li chiama
li risveglia dal sonno
e allora coperti di polvere tremano.
La nebbia copre i fanali copre i viali oltre i vetri
un giovane topo passeggia e cerca la strada
per Roma.
Dormono di notte gli antichi scrittori
coperti di fronde
con le mani stringono i calamai che bruciano
i tomi si scuotono aprono le pagine scrollano
il tarlo guerriero convinto di passare
annidato l’inverno a divorare parole.
Cammina cammina questo inverno
dell’anno duemila
nella biblioteca del convento silenzioso
fra i monti.
Anche i frati dormono, ora, e sognano le rose.
19
I libri bruciano
E il poeta questa volta non ha paura del nemico
ha una spada con sé
può aspettare la notte può anche
aspettare la morte.
Ma la sua morte non sarà la morte dei libri.
I libri sorridono
l’ombra cala invadendo le sale
sulla schiena del cane accucciato
poi si calmano sul primo foglio spalancato
per terra.
Sul foglio sono stampate parole del nemico
volti di antichi numi. Buie parole.
Un cavallo zoppica sul prato ferito da un arciere
un uomo soldato lo insegue rovesciando
sassi parole.
20
I libri scritti da incerte mani
ma con vigorose parole
fuggono dai villani bestemmiatori
che non hanno più memoria
fuggono dalle suore che si rintanano
nelle celle fredde
e piangono
fuggono da uomini impazienti perduti nei boschi
– e si ritrovano nei caffè di Vienna
all’ora del telegiornale.
Io non ho più tempo è scritto nella riga iniziale
posso solo fermarmi a un grido improvviso
d’aiuto
e strappare pagine e pagine
per accendere un fuoco
e spaventare le ombre.
Il salone trascolora
vedendo i libri bruciare.
21
Elegos per un libro che viaggia verso la
Sicilia, in treno.
Non sono pazzo. Mi interessa la libertà.
Ma i libri vanno letti: tutti i libri
devono cogliere abbagliare
l’occhio luna l’occhio sole l’occhio
vertigine e tempesta l’occhio rondine
che li sfoglia toccandoli per mano
lasciando sulle pagine un segno leggero.
Un complicatissimo codice astrale
presiede al beneficio della lettura
– che non concede soste, né errori.
22
Addio al libro che parte per il Giappone.
Ti riconosco bruco annidato
fra le parole a stampa che ancora mi
feriscono al cuore
come antiche ferite.
Tarlo viaggiatore
tarlo poco sapiente
tarlo divoratore.
Come il vento africano sulla
carogna del leone
tu scarnifichi il libro in viaggio
verso il Giappone
con un solo boccone.
La sua salvezza è un miraggio
se repentino con la mano non ti schiaccio
e così libero il maleficio per il viaggio.
23
Libro, libretto cane fedele
ti vedo lì stretto nello scaffale di legno
in una parete della piccola casa.
Se fischio arrivi e sei gentile.
Le senti le giornate d’agosto
che crocchiano come castagne
o come un fuoco nascosto
nella città di Bologna?
Libro cane fedele
mi siedi vicino
ascolto il tuo respiro
mentre passano via le ore le ore
sei caldo come un bambino appena nato
ti voglio salvare dalle acque dal fango
di questo tempo senza onore
che ti trascura
e dalle zampette silenziose
del tarlo traditore
divoratore.
24
Libro che sfoglio libro fra le dita
pagine e pagine corrono serene
come le nubi bianche sulla pianura padana
inseguite dal vento insigne generoso delle colline.
Libro mio conservati
per gli anni futuri
libro miele libro farfalla
libro orango ma non libro di fango
libro della mia vita
sopravvissuto ai secoli più duri
non lasciarti sopraffare non piegare il capo
servo non diventare.
Fischia la tua canzone.
25
Venticinquesima poesia per un libro viaggiatore
accompagnato da una giusta invettiva
contro l’orma di un tarlo traditore.
Ho soffiato la polvere dal risguardo
lucidato il dorso con un panno sottile
per l’ultima volta ho sfogliato le carte
con dita leggere che appena sfioravano
volgendole in fiori.
E nessun nemico ho riscontrato.
Come acqua di pozzo antico limpido scorri
sei simile alla vita che è ancora giovane
sei una foglia caduta ai miei piedi
poi raccolta salvata.
Albero della foresta pagina ripartita
fra sorpresa e delirio
martirio e festa.
26
Per un libro ritrovato dal tarlo divorato.
Ti identifico lupo di montagna
vergognoso di zecche incerto sulle zampe
ignorante e scarno lettore
lubrico addentatore.
E tu, libro che sfoglio leggero
libro con un profondo pensiero
libro con la polvere sul dorso
libro deposto per il momento sul tavolo fra
tazza e bicchiere
nelle tue pagine il silenzio si spacca
per la rabbia ghiacciata del tuo autore
– mistero solitario notturno.
Nessun altro come te si eguaglia
alle virtù ambigue di paradiso e inferno;
libro che scalpiti contro la violenza dell’uomo
sempre alla ricerca di ombre perdute
fra le alte maree.
Ti conservo nello scaffale
come lo scheletro dell’aquila
precipitata in volo con l’ala ferita
e raccolta dalle mie mani che non hanno paura.
Pietose mani di un solitario camminatore.
27
Ti ho visto e perduto
al lume di candela
la luce arrossava le pagine
bruciandole leggendole ma
non sfiorava il tarlo astuto
gran danzatore di tango e
stupratore.
Egli si defilava fuori dalla mischia
sazio di carta di un antico poeta dimenticato
e si distendeva su un prato.
28
C’è gran disastro in giro.
La biblioteca di Alessandria ha preso fuoco.
No, non è un giuoco davvero
neanche è un sogno o un cattivo pensiero
perché il fuoco e non il cielo
è entrato in una stanza.
Poi con un fax mi avverte Antonia
che ha preso fuoco
ieri in un’ora verso sera
anche la biblioteca a Babilonia
bombardata dagli americani vincitori
e anche lì l’uomo
è entrato col fuoco in una stanza
con la forza del tuono.
Oggi è martedì
quale altra biblioteca brucerà
prima di venerdì?
Quale altro danno arriverà
giovedì o venerdì
a segnare dei libri il destino?
Prima erano spaventati dai topi
adesso rimasti in pochi corrono
inseguiti ancora dal fuoco.
29
Ma chi se ne frega
se il fuoco mangia i libri
di una vecchia biblioteca?
Come dopo il lavoro della sega su un tronco
resta per terra cenere di legno
che il vento soffierà via prima di sera.
Le fiamme hanno i denti come il tarlo
e quando arrivano a masticare
i fogli del Cinquecento
c’è solo da filare.
Ma come può una biblioteca
di vecchi libri scappare?
Aggredita alle spalle dal fuoco è condannata
perché una biblioteca non è addestrata
a combattere contro il fuoco.
Occorre poco per farle male.
Essa crede che il fuoco sia un giuoco.
30
Come si chiude una libreria
quando il libraio vecchio stanco muore?
Bruciando i libri
vendendo i libri
mangiando i libri
strappando i libri
dimenticando i libri
nella polvere della lotta greco-romana per la vita
ascoltando i libri camminare per la strada
investendoli di male parole
plagiandoli con segni segreti
non concedendo nulla al caso
non lasciandosi intimorire dal loro vocìo
buttandoli in un campo per farli morire
poi via sgommando con l’automobile
perché il libro piangente
corre nella polvere
come fa il cane in una domenica d’agosto?
La libreria chiusa e venduta
non ha posto per la malinconia
è una caverna senza voli
e gli scaffali vuoti aspettano la spada
di un angelo vendicatore.
I libri ascoltano le ore passare
prima del delirio dell’alba.
31
Non la rovina della pietra
ma la cenere del libro –
il libro è corpo e anima che si consumano
e si estinguono
come il corpo dell’uomo lungamente
patito e desiderato –
il fuoco lo brucia cantando
perché la vittoria sopra il tarlo killer mistificatore
lo esalta.
L’uomo è il libro che si compone nel fuoco
l’uomo e il libro nel fuoco sono compagni
parlano della comune avventura
parlano prima del distacco
la cenere è leggera leggera nell’aria
l’occhio dell’uomo la raccoglie e si quieta
per un momento.
La parola del libro è divorata
da implacabili fiamme. Eppure
non sopravviene l’oblio
la memoria non si cancella
la storia delle cose incombe ancora
con l’elenco di nomi
e di fatti accaduti, delle piccole glorie
delle sconfitte terribili.
Questo fa fuggire gli spiriti del male
annidati fra le pieghe dei fogli
dentro le legature solenni
intenti a scalzare verbo dopo verbo
la verità delle parole.
Il fuoco dell’invettiva li stana li seduce li annienta.
Anch’io lettore sono nient’altro che un cavaliere
solitario in battaglia
contro il tarlo della tavola rotonda.
32
Cosa scrivi tarlo maledetto
seduto sopra il letto
cosa scrivi tarlo di poche canzoni?
Accovacciato al suolo scrivi
le tue memorie di mariuolo?
Memorie di stupratore
ladro di parole scrostate dal muro
mentre erano lacrime e sangue per lo stampatore
che ha vegliato alla notte?
Lacerare l’incubo insensato
riportare l’occhio all’occhio
la mente alla mente
non lasciare niente da parte niente di intentato
ma non mescolare le carte.
Lasciare libera la scrittura
finché dura il mondo.
Perché sia tempesta e assalto per ogni avventura.
33
Trascinerò nel fuoco i libri con me
trascinerò nel fuoco i miei libri?
Fra le fiamme trascinerò anche il tarlo maledetto
per consegnarlo pavido a secoli senza fine.
Chi avrà tenuto conto con rispetto
fra i libri
delle occasioni di domanda risposta
e di dare e avere
negli anni a venire sentirà qualcuno
dire grazie grazie per il salvataggio
di opere appena stampate o vive da secoli.
Immergersi nel mare delle pagine.
Le sale dei libri nelle notti d’inverno
nelle abbazie fra alti alberi di castagno
col vento amico al topo e al tarlo
e il vecchio frate al lume di candela
dice meglio bruciare insieme
che tremando di freddo essere dimenticato.
34
Nelle biblioteche le sere d’inverno
il deserto è un deserto
si sentono i topi ballare antiche canzoni
i tarli parlare quieti
mentre affondano i denti per arrivare al cuore
del sapere
nei libri esterrefatti
appena sfiorati dai secoli.
Per il tarlo il tempo non ha fretta, è scaltro il tarlo
la sua degustazione paziente
giorno per giorno lo fa diventare sapiente.
35
Mi offendi tarlo di poche parole
perché ferisci uccidi esplori il tomo
fermo da secoli vicino alla finestra
e da lì vede i coppi di Bologna coperti di neve
e sente piangere il topo che ha fame di vendetta
per l’assurda vicenda di questo silenzio
senza pace.
Hanno anche serrato il portone
se il libro vuol correre via
per cercare altro cielo
così non gli resta che aspettare
la mano del frate cercatore.
36
Tarlo devastatore
killer di periferia urbana
tieni lontana la tua mascella
da questa biblioteca emiliana
dove riposa in uno scaffale
un esemplare del primo Battaglini da me amato.
Non sfiorarlo nemmeno
con il veleno della tua mascella avida
io starò all’erta per incenerirti.
Pietà l’è morta e tu sarai dannato.
Non credere di irretirmi perché son vecchio
tarlo malcreato
tarlaccio zoppo d’un piede
ignorante di poesia, indifferente.
Ti annego come fosse niente
dentro all’acqua d’un secchio.
37
Libro fuggente per monti e foreste
libro che ansando ritorni siedi
a una finestra e guardi il mondo.
Invece io vedo un tarlo fuggito da un Calepino
strisciare per un gradino
mentre fuori nel giardino dove è sera è primavera.
Inutilmente corre via
lo inseguirò sempre anche
nascosto nel legno di una rilegatura
il suo destino è segnato
finirò per schiacciarlo col piede
come un verme appestato
anzi no farò in modo
che muoia di fame come il conte Ugolino.
38
Sul libro sto
lo consumo un po’ in silenzio
impallidisce all’empito dei miei occhi
chiede cauto pietà
vuole dormire riposare non parlare
è un giorno d’aprile
spegni la luce dei tuoi occhi dice
una pena per me oggetto disarmato
impolverato
ferito dal tarlo pellegrino
che si nasconde
fra la foresta di pagine dell’ultimo quartino.
39
Ma quante persone generose
scrivono libri generosi
leggono libri generosi;
e quanti viaggi su mari perigliosi
dette scritture o letture comportano
al fine di rendere la nostra vita meno amara
se non un giardino di delizie.
Ogni pagina un fulmine
ogni parola un lampo
le pagine frusciano per inseguire il vento di marzo
che non dà scampo
quando si risveglia fra gli orsi del nord
per passeggiare poi su un prato
di Atene o di Roma.
Via la neve e primavera risuona.
Il tarlo in tali occasioni è un pellegrino
mal sopportato
e con un nero destino.
40
Si sente i libri addosso lo studioso
solitario nel salone della biblioteca all’inverno
ma non li può allontanare non li può masticare
li deve solo ascoltare.
Non leggere.
Ascoltare.
E quando i libri parlano
volano come farfalle impaurite nelle stanze
e calano sulle spalle dell’uomo seduto
per riposare.
Per parlare e per chiedere aiuto.
Loro e lui. Nessun altro.
41
Il tarlo striscia, il tarlo dà battaglia
il tarlo si nasconde
il tarlo è un assassino di parole.
Gli voglio togliere il sole.
42
Notizie di un libro in 4° e carta forte
stato ferito a morte
da un chiodo malandrino
da un chiodo maledetto
nascosto come il destino
sotto il letto.
43
Puoi pure citofonare tarlo della malora
per salire a visitare i libri
della mia biblioteca
ancora una volta.
Ma anche oggi l’aggressione andrà perduta
perché i volumi sono all’erta
come una pattuglia seduta
sull’erba del campo di battaglia.
Anche lì muore chi sbaglia.
E tu tarlo ambiguo infame
resterai deserto di carta e di pane.
44
Il libro che parte sempre per le Americhe
saluta:
addio patria di polvere e di conventi
addio donzellette senza vizi
odore di pizza per le strade piene di curve
e voci alle finestre in sere profumate con malizia
parto e non torno ma conserverò
sempre memoria della patria.
45
Libri nessuno più li vuole
cadono i libri come foglie al sole
insieme agli uomini sperduti
da una guerra terribile delle parole.
Anche la città di Bologna si autodistrugge
rifugiandosi dentro un quadro antico
per cercare le origini e la fonte
ma nessuno vuole entrare nelle biblioteche severe,
restare a guardare la tivù dà più gusto
dicono.
46
Il tomo del Ramusio
dall’alto dello scaffale
occhieggia da molti giorni
russa di notte come un maiale
quando si sveglia vuole
balzarmi sulla schiena
precipitarmi addosso
fracassarmi anche un osso.
Il tomo mi vuole male
digrigna i denti sospira
impreca e si lamenta
perché non l’ho venduto in Giappone
o alla biblioteca di Argenta.
47
Cosa credi? Non vedi
il libro che beve il vino
il vino della tua cantina
mentre la nebbia dura
cala sulla pianura.
La pianura padana.
Invece ad acqua e polenta dovrebbe cenare
il libro maledetto
così annotato e sconnesso
dall’umido le pagine lordate
mentre nella cella un frate
ossessionato dalla solitudine
adagio getta nel fuoco
le pagine strappate.
48
Non sono più giovane e lo so
i libri non sono quei tali gattoni che
non bevendo non mangiando non dormendo
saggi tranquilli pazienti negli scaffali notturni
restando
elargiscono solo oneste emozioni e salutari
ammonizioni
ma sanno ferire a fondo con la spada
e non lasciare scampo.
È un lampo e il buon lettore resta fulminato.
49
Addio libro falco libro gazzella o aquila che voli
verso una terra lontana
con abito di Arlecchino e con una corda al collo
per impiccarti al primo albero se mai
appena arrivato ti prende nostalgia e non sai
come ritornare.
50
Ehi, ehi, come nasce il libro
come scompare un libro? Questo
è un assillo vero.
Addio, è notte. Non c’è risposta. Il cielo
è nero. La
notte è un mistero.
51
Affondare in un libro a cosa ti è servito
tarlo ballerino
vecchietto ottuso e sazio?
A quel bambino è servito
diventato poi maestro di scienza
o uomo di governo.
Tu non sei eterno
tarlo disadorno e oscuro,
anche se trituri le mille pagine del tomo
è come tu grattassi il muro del futuro.
52
Il libro rosso di sangue respira forte
il libro dice sono ferito a morte
ma non voglio morire
una città mi aspetta
perché vuole ascoltare la mia voce
nelle biblioteche severe o nelle strade d’asfalto.
Ho fretta di correre là, di parlare,
qua inchiodato a terra non voglio restare.
Aiutami – dice il libro – aiutami
e ti racconterò una storia mai ascoltata
con parole d’oro
che durano una giornata.
O una vita.
53
Il libro caduto lo raccolgo
sul palmo della mano
lo curo come un cane
lo accarezzo come un gatto
lo bacio sulle ali quasi fosse colomba
rinvenuta sul prato
o come fosse fatto
di pane.
54
Giuseppe Rossetti
entomologo di libri
li rincorre con la rete
li imprigiona come farfalle
è leggero leggero quando li tocca
soffia la polvere come un sospiro
con un chiodo li trafigge sopra il legno
accarezzandoli poi con parole d’amore.
Frammenti di un naufragio
restano fermi ad ascoltare
il furore del mondo
in silenzio.
55
Il libro è viaggiatore
sopra gli oceani profondi non si ferma mai
segue la luce dei pesci risale
fin dove un astronauta abbandonato impazzito
nel buio dell’infinito
straccia fogli bianchi li fa nevicare e
chiede aiuto.
Solo la voce di questo libro lo può salvare
la sua parola è una vela per non
farlo precipitare.
56
I libri pellegrini
viandanti nella foresta dei segni
li raccolgo per terra
fra le foglie.
Cadono dagli alberi anche gli uomini travolti
da una guerra senza parole
e Bologna città dalle molte vite
si rifugia fra le pagine rosseggianti
ricerca ancora le sue origini
ascolta il lamento delle parole.
57
I libri compagni del fuoco.
Tutti i libri sono scritti
per essere poi distrutti dal fuoco.
Ricordo l’alone della pagina che brucia
e come annera scompare urlando la
parola stampata
ricordare come diventa cenere bianca
l’urlo dell’uomo
che ha scritto pensieri con mano nervosa e poi
la discesa nel buio senza tempo
di una tomba etrusca e
quante voci risa prima del fuoco e scritture veloci
lasciando sul tavolo coperto di polvere
segni di mistero
che nessuno leggerà.
Silenzio.
Destino di questa età.
58
La luna era tra i libri adagiata
ripiena splendeva e sopita ristava
il libro librone quieto dormiva
– ronfava.
59
Il libro affranto
quello percorso da un grande dolore
buttato dal bibliofilo in un canto
perché era finito l’amore
è come un cane fedele
abbandonato di notte
sotto la pioggia cadente
in una strada deserta
di una città sperduta
che si aggira sperduto fra la gente.
60
Libraccio
non godere troppo della tua avventura
sei vanitoso
d’altro non hai cura
che di una fama improbabile futura.
Perché oggi ti spedisco lontano
in terre dove l’inverno dura un anno
primavera un sogno.
Ricoperto di gelo
sognerai spero il convento emiliano
in cui per secoli hai vissuto
senza bisogno di chiedere aiuto
anzi eri gratificato e custodito.
Così non muovo un dito
per trattenerti.
Va’ pure a brucare erba altrove.
Qua oggi piove.
61
La sedia è lì
lo scaffale pieno
la luce esalta
il rosso riverbero dell’attesa. E via
per sfogliare leggere imparare
fantasticare errare prorompere guardare
nel fondo delle riflessioni.
La terra è come
spaccata in due.
I libri sono nel mezzo.
62
Porto libri a mano
legati a pile con lo spago bianco
pacchi squadrati rifiniti con cura
pesano molto e sono stanco ma
non ho paura della mia età.
Elargiranno lo so consolazione
anche passando da questo a quello
come cani pazienti
che non hanno paura della pioggia.
I benefici al padrone
dureranno non un anno
ma per una strada infinita.
63
Addio libretto ilare e gaudente
giovinezza del mondo
trapassando onde di mare
arrivi a luci splendide e rare
e porti l’odore della neve
del tuo del mio paese.
Ma senza polvere addosso chi crederà
che vieni da così lontano?
Dal paese un tempo dei limoni?
Sei un viaggiatore strano.
64
Libro forte e gentile che parti,
addio, sul dorso dei delfini
arriverai a un porto di giovani uomini
e donne che
tregua non daranno per sete di sapere.
Ma sarai sfogliato con dolcezza cortese
al lume di candele nelle sere
d’inverno. Che è vicino.
65
Dal libro di memorie di uno straziato esilio
tenti di uscire tarlo luciferino
velocemente
ferito a morte dalla parola esubero
su cui come su un albero assestato
raspi la luce risucchi il suo incanto
polla ingrommata d’erbe aspre severe
fatica nelle celle di conventi
perduti su montagne senza nome.
Così i monaci presi da furori
sbarravano le porte
contro i tarli avidi divoratori.
66
Era così lindo il libro prima di essere letto,
bello a guardarlo, a toccarlo,
così liscio e puro;
dopo era come un cane assalito
aggredito dai lupi,
sanguinante, ansimante, ma ancora
ringhiante e ben ritto
sulle zampe. Sui piedi.
Pieno di segni (il libro) come di ferite (il cane)
come il soldato (l’uomo) sul campo di battaglia.
Un libro ancora vivo non sta zitto
anche se offeso
da cento fori di mitraglia.
O ferito a morte.
67
Una sola ragazza che studia
nella grande biblioteca deserta
un lume verde acceso
il silenzio è totale.
Un topo mingherlino
procede lentamente
in cerca di compagnia.
68
Sommersi dalla carta
sembra d’impazzire. Alle volte.
può succedere anche
di accendere il fuoco o di amare i libri di meno.
Le parole mosche si allontanano allora
come un veleno
lanciato via da un bicchiere di cristallo
volando negli occhi prima di diventare cenere
e spegnersi nell’acqua. Così, per sempre.
Assistevo di volta in volta al rito
e ho ancora la pazienza di aspettare.
69
Nessuno s’alzi se
il libro va lontano navigando
verso paesi ghiacciati oppure se
i delfini lo portano sul dorso
intonando brevi canzoni.
Parlano fra di loro i delfini e nuotano
i libri ascoltano infreddoliti
per l’acqua che s’alza e grida
con qualche preoccupazione
e chiede grazia agli dei.
Arrivati al porto prima dell’alba
i libri talvolta gocciano sangue
e temono per il futuro
mentre ansimando come pesci appena pescati
s’alzano e gridano e invocano pietà.
70
Adesso che vado a finire
vi saluto addio
libri libretti miei. Cari adorati. Io
non ho altri amici che voi
veri sinceri.
Quanti anni insieme
in un silenzio di opere garbate
bastava che allungassi la mano
e suoni s’alzavano di liete campane
nonché quel bisbigliare notturno
che da solo potevo ascoltare. Addio
per adesso non vi abbandono lo giuro
non vi abbandono affatto
sotto le unghie del gatto.
Il grande circo Barnum dell’informazione
Sono molto contento, perché all’incontro dichiarato e confermato delle grandi masse comuniste, socialiste e cattoliche si può realisticamente (cioè politicamente) aggiungere, dopo la valutazione di questa elezione, la conferma straordinaria della lunga marcia del Sud verso il socialismo; che sta travolgendo le sacche millenarie di arretratezza, parziale rassegnazione, grande miseria, corruzione ai vertici, che l’incatenavano. Con un risultato di eccezionale tensione per l’immediato futuro. Questo secondo elemento, di fondo non mi sembra sia stato sufficientemente annotato dai commentatori, preoccupati piuttosto di elargire diagnosi nevroticamente negative o umorali, inquiete o incerte. A dimostrazione di una certa “fragilità” emotiva, non sempre riconoscibile e non sempre utilizzabile, dell’intellighentia “radicale”, che dimentica a volte, a lume di candela di una sofisticazione troppo raffinata e notturna, che la politica – e l’azione politica – è fatta di conferme non di miracoli; né tantomeno dei sogni della ragione, che hanno prati diversi.
D’altro canto è appena il caso di dire che sono scontento perché è mancato il terzo obiettivo, che era quello di grattar via smalto all’arroganza democristiana e ai suoi onnivori e odiosi baroni; ma questo pachiderma, divincolandosi, ha compiuto l’ultimo atto di antropofagia politica; divorando freneticamente, per riprendere ancora un po’ di forza, la carne e il sangue residuo dei parenti più prossimi e coinvitando al banchetto branchi sparsi di corvi. Ma ormai nel frigo altra carne non c’è e dovrà d’ora innanzi accontentarsi dell’aria, o del grasso che ha addosso; e di fare i suoi canti allo specchio. Un primo rendiconto è compiuto, un altro è abbastanza vicino.
Esibito questo semplice sfogo, il mio parere è che abbiamo assistito, nella radiocronaca delle quarantotto ore dopo le elezioni, al più completo esempio, mai fin qui giostrato e gestito da noi, della utilizzazione manomessa della comunicazione (mentre in tante altre occasioni e situazioni si dà e si può dare una manomissione e basta). Ventiquattro ore su ventiquattro, nel grande circo della radiocronaca e della telecronaca allestito ad uso e consumo degli italiani come uno straordinario spettacolo della ideologia consumistica (vorrei dire meglio: della ideologia consumata), siamo stati aggrediti, frustati da una valanga di cifre, percentuali, schemi, schemini, schemoni, rimandi, anticipazioni, previsioni e altri elementi galoppanti da potersi paragonare sul piano psicologico a un autentico terremoto, a una sadica prevaricazione. Dove il gusto troppo sfacciato del giuoco e dello spettacolo era inquinato dal veleno dell’interesse dichiarato e dall’astuzia di una ragione di parte. Con una sovrapposizione dei due canali, in un’orgia univoca a cui mancava solo il colore (e poi si era difilati al Carnevale di Rio).
La difesa? Quella di spegnere il televisore e riaccenderlo alle ore 11 per ascoltare i quindici minuti essenziali, sintetici nella loro esemplarità e lineari, ma soprattutto completi, della televisione elvetica. Senza i fronzoli omeopatici della nostrana retorica statistica. Invece abbiamo avuto un ulteriore e finalmente macroscopico esempio non di una “totalità” informativa che serve, con lo scrupolo di una informazione “questa” veramente funzionale; ma di una ridda caotica e opprimente di interventi e dati ripetuti fino allo spasimo o alla noia. Ci siamo sorbiti l’esibizione ancora una volta arrogante di un efficientismo “faraonico” e di una “possibilità” (non dico nemmeno “capacità”) organizzativa tale da potere liberamente scegliere il come e il quando per sedurre (opprimendo) e soddisfare una richiesta di elementi che, al fondo, era genuina e legittima: ma che veniva distribuita nascondendo sempre il vecchio puzzo di comunicazione “corrotta”. Certamente; anche se rovesciava il suo abito da lavoro; infatti per l’occasione non selezionava censurando, ma filtrava aggiungendo, ed era come mettere acido in un pubblico acquedotto.
Non si potrà almeno dire (d’accordo o in disaccordo) che faccio il furbo dopo aver visto le cose. Con monotonia, in passato, ho più volte accennato alla comunicazione ingorgata o da ingorgo e mi riferivo appunto alle ultime scelte totalizzanti di questo tipo: alle novità esemplari come quelle messe in atto dal nostro Ente televisivo nei giorni 21 e 22 di giugno. Detto Ente fino a poco fa censurava, falsava, nascondeva, mescolava (tanto gli italiani sono coglioni, sosteneva pubblicamente il gran capo a mezzadria, di detta istituzione). Adesso l’Ente ha fatto le grandi pulizie col Lauril e sembra avere una faccia più sgrassata. Dico che a mio parere bisogna non crederci: che bisogna badare bene, invece, a cosa ascoltare, come ascoltare e anche quando ascoltare, soprattutto che non bisogna lasciarsi irretire o convincere dalle lucciole (false, in quanto quelle vere e magari rasserenanti, come affermava Pasolini, non ci sono già più). Oggi, mercoledì 23, dalla mattina alla sera, con intermezzi musicali, otto grossi e grandi dibattiti compiuti dai cervelli selezionati secondo competenze spiegheranno dunque il come, il quando e il perché. Vediamo dunque che tutti sono stati interpellati, tutti sono stati domandati, tutti sono stati richiesti; e che adesso ci vengono rovesciate addosso tonnellate di parole, parole, parole come fossero pop-corn; e frasi, frasi, frasi come gomma da masticare e da sputare: con contorno di altri giudizi e di mille malizie colorate. Affogheremo sul serio nell’apparente liberalismo dell’informazione, che si mostrerà soltanto alla fine un viscido terreno di sabbie mobili. L’eccesso di informazione rende i dati proposti assolutamente inutilizzabili se non da quelli stessi che propongono la comunicazione ingorgata; in quanto dispongono, loro soli, della tecnologia raffinata – e occorrente – per ogni possibile selezione e previsione. È il secondo o terzo momento della sudditanza “culturale”; cediamo alle sabbie mobili del troppo come ieri si gelava fra i ghiacci del poco. C’è una omologia pertinente, fra i due momenti, senza intersecazione. Dove sta la vera e giusta informazione? Rispondo per me: nel modo giusto della comunicazione; equilibrato, oggettivo, essenziale. Là dove c’è un frastuono decorativo l’inganno è imminente oppure già consumato.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 25 giugno 1976.
Gli ultimi cento metri
Siamo al “rush” finale, mancano cento metri al traguardo. Ma questa corsa non è come le altre, non è lineare; molti fantini, lo vediamo, anziché sferzare i cavalli (e neanche i cavalli si dovrebbero sferzare) usano la frusta addirittura per staffilare il volto e la schiena degli avversari. Sì, certamente il premio è importante; non è una coppa d’oro e nemmeno una grossa somma di denaro (perché il denaro qua in Italia lo si ruba; quasi sempre, ad ogni angolo con facilità; basta, quasi sempre, avere il potere ufficiale e il potere del sottogoverno aggressivo); oggi si corre per dare un governo che governi, un governo efficace efficiente e organico – cioè non solo con propositi “scritti” e con idee dichiarate ma con i fatti compiuti – a questa Italia che ha diritto a respirare e a lavorare, dopo aver retto un mare forza nove per anni e anni, dentro a una continua tempesta suscitata e alimentata dal disinteresse per il bene e l’utilità pubblica e al contrario dall’interesse privato di una manica di faccendieri della politica. Siamo tutti convinti che non basteranno i decenni a cancellare i guasti compiuti da codesti razziatori di pianura.
Poiché stiamo tirando le somme, ricapitoliamone in due parole alcuni – a perpetua memoria. Intere e nobili città sventrate e sconvolte, quasi bombardate per l’incuria dell’ignoranza e dell’interesse e poi coperte da una lava di cemento ad uso esclusivo degli speculatori; le banche pubbliche e ogni altro genere di finanziamento gestiti non come un servizio sociale ma come il vaso di Pandora al servizio di ogni corruzione, oppressione, intrigo; la scuola lasciata di proposito a macerarsi e a ricercarsi in mezzo a fili di cento contraddizioni, con una scelta di acuta perfidia tattica; e in generale mai una legge applicata con tempestività, mai una azione rinnovata o controllata secondo le richieste e le speranze, mai un’iniziativa di governo, una che una, studiata, discussa e realmente applicata e poi difesa per volontà di servire i cittadini.
Il giusto e il dovuto lo abbiamo sempre strappato, quando è stato possibile, a spizzichi e a bocconi; le pensioni al popolo assegnate con indifferenza offensiva dopo anni di attesa; le pratiche del pubblico inevase o addirittura smarrite nei menadri di una farraginoa burocrazia; gli ospedali mal gestiti, indebitati fino al collo, caotici, spesse volte nel nostro Mezzogiorno addirittura indecenti: infine, sull’onda, uomini che ci ossessionano da trenta anni, inamovibili sul cadreghino dei comandi; uomini per tutte le stagioni e per tutte le botteghe, ora saltabeccanti a destra, ora al centro, ora a sinistra, con una grossolana regia negli scambi di situazioni e di ruoli ma tutti con l’obiettivo univoco di confluire nel punto dovuto, al dovuto comando, per il comune impegno.
Prototipo di questa ubiquità e di questa ambiguità senza frontiere, a mio giudizio, Aldo Moro, che è un gran signore di ogni affossamento e il regista dei rapidi sonni, là dove sarebbe richiesta velocità di intendimento e volontà politica di fare e realizzare. Credere alla sua volontà riformatrice mi sembrerebbe volersi votare al definitivo sconforto.
Speriamo di spazzar via cose e persone, pensieri non compiuti e azioni sempre rimandate e ormai imputridite; di spazzarli con l’arma democratica del voto caricato di una straordinaria volontà popolare per una urgente e generale opera di ripulitura nazionale e d’avvio di una nuova epoca di gestione delle cose pubbliche.
Con la barba bianca, non ci aspettiamo certo miracoli dopo pochi giorni; o che si entri difilato nel paese di Bengodi o di Alice. O di Lenin. Sarà dura, comunque, e piena di difficoltà l’opera che ci attende. L’avversario è perfido, non cede il potere e tenterà di scaricare addosso alla sinistra storica tutti i suoi trentennali errori e le sue trentennali vergogne, ritenendosi pulito e pronto per passare anche a una opposizione ufficiale. Dovrà invece sudare le sette camicie; dovrà essere chiamato di volta in volta a render conto azione per azione, particolare per particolare; non dovrà neppure immaginare che si cancelli il suo obbligo di “pagare”, di fronte all’opinione pubblica, quale che sia il risultato.
Detto questo, per un dovere di riepilogo in queste ore, e nella fatica di un impegno che comunque tutti dovranno affrontare, quello che immediatamente ci aspetta è di buttare sul piatto la pronta decisione a fare, l’abitudine di operare in generale e in particolare con concreta insistenza e obiettività; di operare con intelligenza nuova e attenta (per rispondere all’ottusità greve e interessata degli altri); con onestà assoluta e militante (per rovesciare ogni immagine delle continue ribalderie compiute in ogni dove); con dedizione assoluta, con insistenza nei propositi e nelle idee, con il più assoluto disinteresse. Proprio come fosse ancora un tempo di lotta. Una lotta con mille sacrifici, con mille bisogni. Ma questa volta, a coronare un impegno reciproco durato oltre cento anni, ci saranno le grandi masse popolari unite (comuniste, socialiste, cattoliche), non più opposte dall’odio o dal sospetto teologico (secondo le spinte reazionarie dei gestori diretti del potere); invece unite nel proposito di raggiungere una giustizia sociale che ridia senso autentico alla vita e la rinnovi dall’interno. Più che si può, e per sempre.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 18 giugno 1976.
Prima e dopo
Una premessa che è necessario ripetere. In questi giorni ci troviamo nel mezzo degli ultimi atti di una strategia che ha sconvolto la faccia italiana dal ’69. La nostra democrazia sempre risicata, la nostra libertà di vivere e voler vivere liberi e onesti, la nostra libertà di pensare e di agire con tutti e per tutti (per quel vero progresso che coinvolga soprattutto i giovani) si giuocano in questa ultima settimana. Sappiamo da tempo che si vuole sradicare in ogni modo il progresso della sinistra storica, ricorrendo a qualsiasi atto di guerra. Dipenderà perciò soltanto da tutti i democratici autentici se lo schema torbido sarà spaccato per sempre; ma intanto occorre tenere i nervi saldi e mantenere immediatezza di convinzioni nell’esame spicciolo della realtà; e specialmente una responsabile convinta precisa dura unità di propositi e di obiettivi. Adesso vorrei far notare alcuni momenti “comunicativi” della propaganda politica in atto. E proprio perché è “infame” avvenimento politico di questi giorni, rimando alla esecuzione del magistrato genovese e dei due agenti che lo accompagnavano; rifacendomi ai giornali e ai telegiornali (sì, anche a una TV che in questi ultimi tempi abbiamo sentito definire riformata, con un giudizio precipitoso e interessato ma sempre scorretto).
Gioco sottile e allusioni
Due sono gli elementi che colpiscono, seguendo questa informazione: la sempre rinnovata e criminale accettazione, da parte di molti settori, dell’atto terroristico come di un atto che coinvolge tutta la sinistra, e questo in un gioco sottile di allusioni, rimandi, sottintesi (mentre tale ipotesi dovrebbe essere contraddetta da tutte le vicende che hanno tartassato l’Italia negli ultimi sette anni); e – secondo elemento – la massa, cioè la quantità delle notizie e delle informazioni buttate addosso al pubblico anche in merito a questo orribile episodio che ha turbato tutti.
Procedo con ordine, facendo riferimento al primo degli elementi sopraindicati. Una rigorosa pratica politica, l’impegno militante di ogni giorno e per tanti anni, le conclusioni di prolungati approfonditi dibattiti (sempre rese pubbliche, e nei luoghi di potere gestito anche realizzate) dovrebbero portare a considerare la sinistra storica – con un atto sia pure di semplice onestà intellettuale – contraria realisticamente e intellettualmente a pratiche che si possono considerare solo nel senso di una autentica provocazione. Eppure, ogni volta che si compiono queste orge di basso banditismo, ci si vede costretti a richiamare le situazioni e i contenuti reali dentro i quali si muove la azione della sinistra (un’azione coerente, faticosamente conquistata con l’impegno costante pratico e intellettuale) per ribadire l’autenticità delle scelte in ordine alla prassi che sono ormai norme metodologiche di comune riscontro. Perciò la scialba manfrina di coinvolgere la sinistra storica in ogni violenza ebbra è essa stessa atto deliberato di terrorismo politico; che non meriterebbe commento se non fosse che tanti, onestamente sbalestrati dalle contraddizioni, hanno la sola TV per informatrice diretta e magari un giornale di petroliere come tramite scritto dalla tragica realtà.
La realtà “inventata”
Sul punto secondo, cioè sulla cascata di notizie minute, di testimonianze stravolte, i dati buttati sopra dati, vorrei rifarmi a un discorso semplice ma generale e con un addentellato al passato. Magari parecchi queste cose le sanno e le ricordano; ma parlerei a quelli che non le sanno ancora, a quelli che le hanno dimenticate o che le ritengono inserite in un problema non così importante, o non più importante. È proprio la situazione attuale che ci offre gli elementi immediati e ci suggerisce di fare. Nazismo e fascismo (in generale, esemplificando) usarono due comunicazioni non complementari, non certamente univoche ma, al contrario, di piano e grado diversi. Il nazismo programmando una violenza pianificata e massificata senza scrupoli gestiva la comunicazione con “questa” stessa violenza; era indifferente a ogni verità; usava la falsificazione diretta come metodo e pressione, incurante delle contrapposizioni che d’altra parte non erano più possibili in quanto l’opposizione era stata annientata e pertanto non si richiederà o non si tollerava più, nello scontro terribile del potere, alcuna apertura o alcuna concessione. La realtà era semplicemente “inventata” secondo schemi e interessi: ricodificata e ridistribuita con brutalità: l’assimilazione di questa comunicazione avveniva in modo diretto, senza rigetto, senza traumi, con una indifferenza passiva. Come una doverosa accettazione. A parte naturalmente i casi atipici di una opposizione politica costretta alla clandestinità e sfuggita allo sterminio.
Il fascismo disponeva di una situazione diversa e usava una diversa metodologia. Usava non una comunicazione di contraddizione globale ma una comunicazione reticente (come ho annotato anche in altre occasioni); modificava la verità la alterava parzialmente lasciandone dentro un boccone. Operava una correzione all’interno o al margine delle notizie largite. Non usava come sistema prescelto il rovesciamento della verità, la sostituzione di una verità con l’altra; usava la sovrapposizione, in modo che la verità lasciata e il suo contrario tutto elaborato si annullassero vicendevolmente. La perfidia era maggiore in questa comunicazione e forse anche più astuta.
Il ricatto periodico
Dunque: negazione della verità e invenzione globale della falsa notizia nel primo caso; reticenza, manomissione greve o cauta o rabbiosa, sovrapposizione attenta nel caso secondo. E sono due antecedenti. Nell’età tragica e nuova che viviamo, in questi anni della comunicazione per immagini, annotiamo il terzo modo scelto da questo potere per comunicare. Intanto non sarebbe più possibile compiere la negazione della verità e neppure proporre come metodo la reticenza, e questo per ragioni obiettive (i canali d’informazione sono tanti che sarebbe sempre facile documentarsi e completarsi altrove, sia pure con ricerca e qualche fatica).
Il terzo modo che tutti conosciamo e “patiamo” con una ossessione traumatica, è l’ingorgo della comunicazione; è rappresentato dalla massa di dati e annotazioni su tutti gli avvenimenti, con una caterva di particolari, di contraddizioni fornite come ricerca del vero, di sovrapposizioni schematiche e di episodi eccentrici – che debbono produrre l’effetto e il solo effetto desiderato: il parossismo moralistico dell’ascoltatore, del lettore e del teleutente; il qualunquismo affrettato, la rilassatezza indifferente. A questo risultato tende la comunicazione del potere, o il potere della comunicazione – con il proliferante calderone delle conclamate libertà di stampa. Lo abbiamo visto nei giorni tragici del terremoto friulano, con le lacrime a fiumi, lacrime subito risicate o risecchite e ora accantonate. Parliamo descriviamo inseguiamo adesso la truce vicenda di tre uomini ammazzati ma con il rumoroso suono concertato di mille parole e di centomila immagini. Cosa capiamo fino in fondo della verità? I poveri corpi in terra li vediamo, con i fori dei proiettili speculati in ogni particolare, poi le armi e i bossoli le ascendenze e discendenze dei caduti e i loro collegamenti privati; un racimolo di tutto in una terrificante orgia di colore. Ma cosa sappiamo fino in fondo della verità? Basta però la manifestazione unitaria di piazza del popolo genovese a chiarire termini e ragioni. A proporre una verità autentica che nessuna carta stampata e nessuna immagine della TV ci avevano di proposito proposta, nella sua apparente e giusta semplicità. E la verità era ed è questa, io credo: ecco il ricatto periodico. prima dell’assassinio e poi della divulgazione del ciclostilato ormai scontato. Sappiamo di doverci aspettare queste vergogne fino a che un voto deciso e popolare non si assumerà l’impegno di ripulirci da questa trentennale pazzia. E noi sappiamo che è proprio questo che non si vuole, in ogni modo. Sappiamo inoltre che quel che accade oggi, contrabbandato sotto o dietro tante maschere, va considerato come una guerra aperta e dichiarata a tutto un popolo che lavora da un nemico che distrugge perché non vuol dare, non vuol cedere, non vuol perdere. Non vuol perdere nulla. Ma lo sta già perdendo. Perciò ricorre a ogni mezzo che distrugge la fatica del progresso e della lotta di ogni giorno. Rispondiamo a nervi saldi e con convinzioni sempre più chiare e profonde; e con la decisione nella libertà e con la forza e l’unità nella verità. Queste sono le sole forze rivoluzionarie che aprono (e non chiudono) il futuro.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 11 giugno 1976.
Un voto, cento, mille
Si può partire da una affermazione (qualunquistica) che si sentiva in passato e si sente anche oggi annunciata, da varie persone con tono di insofferenza e di risentimento: “Io proprio non voto”, oppure “cosa serve votare? tanto le cose restano come sono” o anche “la politica è una cosa sporca”, “i politici sono arruffoni o disonesti”, “non c’è più niente da fare”.
Sono alcune fra le lamentazioni che si distribuiscono in giro, appoggiandole a dure delusioni.
D’altra parte si può, anzi si deve ricordare come dai gruppi schierati all’estrema sinistra, nelle passate elezioni, denunciando inversioni, involuzioni o autentici tradimenti dei partiti della sinistra storica, si consigliava con decisioni e strenue argomentazioni, ai propri militanti o simpatizzanti di non votare: o nel caso non si volesse e non si potesse, di votare scheda bianca. L’esercizio del voto veniva svuotato ad atto desueto, privo di qualsiasi contenuto politico: di qualsiasi contenuto realisticamente politico.
Allora, questa volta, perché votare? (prima ancora di domandarsi per chi votare). Si deve credere che con questo esercizio “sociale”, che si ripete a scadenze, noi possiamo incidere sulle e nelle scelte ufficiali e così modificare l’apparato burocratico-politico che sta succhiando da decenni il nostro sangue? Dobbiamo e possiamo credere che si possano rimuovere, senza ulteriori inganni o perdita di tempo, i personaggi che hanno massacrato questo Paese? I gaglioffi che manomettono ogni cosa e la inaridiscono e quei tali che esercitano una arroganza criminale come unico supporto alle loro pubbliche imprese? Che si possano togliere da sotto i piedi dei baroni della burocrazia e del governo e degli enti di Stato (un coacervo di privilegi e prebende) le agevolazioni e le prevaricazioni che condiscono le giornate e scandiscono il ritmo dei loro affari e dei loro pensieri? Se ciò è in qualche modo possibile, è possibile che lo sia col mezzo organico e ordinato del voto, di un voto, di questo voto? Senza dover attingere al pozzo inestinguibile della rabbia come a una rivalsa? Siamo prossimi a una scadenza elettorale che ha di fronte problemi di enorme gravità. È dunque giusto presumere che con l’esercizio del voto si possa obiettivamente incidere (come dicevo) sulla realtà e spostare finalmente e in modo risolutivo la prospettiva deterrente della fanta-politica in atto? Che la banda degli alligatori che guazzano negli acquitrini italiani possa essere debellata? Che si possa voltare pagina ricominciando dal nuovo? Ecco un mucchio di domande ansiose ma realistiche, urgenti ma ancora abbastanza caotiche, in quanto dettate dalla ricognizione negativa di una realtà sociale che sconvolge e dunque dalla necessità, per sopravvivere, di cambiare le cose.
Eppure questa volta (lo indico come prima considerazione) anche i gruppi schierati all’estrema sinistra, teorizzatori – come ho ricordato – del non voto o della scheda bianca, oggi sono passati alla convinzione di accettare il giuoco delle parti politiche e di entrare in campo. Dicono: in questa occasione votate e votate per noi. Segno è che il voto assume (e per loro torna ad assumere) non solo un significato di rottura, ma di possibile modificazione della realtà e comunque un’incidenza determinante o notevolmente interessante. È segno che l’atto del voto e il voto in quanto tale hanno un peso che può e deve determinare una inversione di tendenza (come si dice), io direi un rovesciamento di questa tendenza, per modificare, spostare, allontanare, ribaltare, affossare la situazione in atto non più tollerabile. Quindi è segno che il voto, ancora una volta, è e può essere un atto politico, un atto determinante e anche rivoluzionario di politica. Un atto di politica diretta, non di delega. Un atto di gestione non di affidamento; una riappropriazione di potere reale, di potere autentico, di potere sovrano. Ma anche rileggendolo in questo modo, il voto può essere ulteriormente scomposto o “rivisitato” dall’analisi. Direi così: rassicurati che bisogna votare perché il voto conta e pesa, si può tuttavia concludere: io voto per, oppure io voto contro. Intendendo per questo verso: questa volta mi sposto non per convinzione dei miei nuovi amici ma esclusivamente per fastidio o stizza dei vecchi, per insoddisfazione contro di loro non per avere trovato un consenso o un approdo diverso, quindi modifico soltanto il tiro per ragioni contingenti, come un episodio circoscritto e mediato in quanto i vecchi amici mi sembrano soltanto intristiti e ingrigiti, magari impigriti; e io mi muovo e non attendo. Muovo solo la mano e intanto ci lascio il cuore o la mia memoria. Oppure, per un’altra aggiunta e per un altro piano di valutazione: è tanta la mia perplessità che questa volta ti voto contro, scelgo il tuo avversario, non m’importa altro che nuocerti o svergognarti. Vorrei insomma che tu, sul momento, ma per un solo momento, scomparissi. Sono queste le scelte d’istinto o umorali che non propongono in sostanza alcuna modificazione nella realtà.
Ricapitolando a questo punto, è perfino ovvio ribattere che si deve esercitare il voto come “uno” dei diritti democratici; che si deve scegliere “nel” voto di promuovere e avviare un rinnovamento o un capovolgimento di tendenza e di esercitare inoltre un “dovere” diretto (cioè immediato) che non si esaurisce nel compierlo ma che, al contrario, nel compierlo comincia e si avvia e si prolunga; un dovere dunque che esige, per rendersi valido e utile, la conseguente e persistente sorveglianza in ordine alla realizzazione dei mandati assegnati e una partecipazione assidua nel senso dello stimolo a che le cose non ancora decise siano finalmente discusse e programmate. In altre parole una gestione democratica, cioè diretta, al potere – nelle singole situazioni. Gestione, non partecipazione soltanto.
Cosa voglio concludere? Ripetere (riconoscendo che le affermazioni sembrerebbero ovvie se non si rendessero necessarie per il fatto molto semplice che vengono subito e sempre accantonate e disperse non appena esaurito il ritualismo della propaganda elettorale) che l’esercizio della democrazia è un impegno faticoso per tutti, che la libertà è difficile da ottenere ma anche da difendere e da preservare, e perciò esige sacrifici e anche autentico dolore; e richiede attenzione da tutti in riferimento ad ogni atto e fatto. Questa attenzione, che non si può rimandare, comporta la necessità faticosa (e anche dispendiosa) di non accontentarsi della distorsione o eccentrica informazione televisiva ma di cercare e seguire l’informazione giornalistica da più parti, per una verifica delle proprie idee e un confronto con gli altri. Un atto necessario, indispensabile per l’igiene mentale. Questa scelta comporta l’impegno di riappropriarsi della politica come di una necessità, che parte da un diritto e si traduce in un dovere; e non come un incubo, non come una fatica inutile o un impegno destinato a immancabili delusioni. Questo obbligo, questo impegno nella gestione diretta (e nell’attenzione critica) sono l’elemento di fondo per svelenire una situazione generale al limite del collasso.
Come ho detto e voglio ripetere: stiamo attenti a difendere con attenzione anche cattiva il bagaglio della nostra vitalità, che è progetto di fare il futuro e di compiere cose e cose; ed è bisogno di impegnarci e scegliere e scontrarci e rinnovarci nella ricerca della novità critica, del confronto preciso, delle scelte da compiere. Gli altri giochino pure sul fumo e sul grigio, sulla lacrima perduta: noi non cediamo al lassismo e al rimando isterico degli impegni.
Con questo voto, che è un voto “attivo” in una situazione sì d’emergenza ma straordinariamente aperta alla giustizia, alla novità, all’onestà e alla giovinezza, dobbiamo scegliere di cancellare subito le pubbliche vergogne, di togliere dalle mani dei capoccia ogni altra possibilità di lucro, di orrore o di sofisma e di consegnare alla gestione popolare il potere della cosa pubblica, perché sia scrostato e riproposto senza più ombre alla considerazione di tutti, soprattutto dei giovani. Ecco cosa si può fare con un voto, con cento voti: si può spazzare via una vergogna. E si può ripulire il prato di casa nostra.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 4 giugno 1976.
Cattolici e no…
Lasciamo da parte le reazioni squinternate di politici isterici o, soprattutto, scaltri e interessati. Andiamo al concreto delle cose e affidiamoci a discorsi responsabili. Mi riferisco alla decisione di un gruppo di intellettuali cattolici di accogliere l’invito a entrare come indipendenti nelle liste elettorali del PCI. Un fatto che non solo merita immediata attenzione ma che racchiude imprevedibili sviluppi per la situazione in generale. Ebbene, mentre non starei molto a meravigliarmi per gli “anatemi” proposti dalla gerarchia ecclesiastica (dandoli come un dato conseguente a un rapporto Stato-Chiesa anomalo, corroso, equivoco e insostenibile) cercherei di badare alla grossa novità di questa operazione in atto.
Ma è utile fare anche una seconda premessa, con considerazioni ovvie e tuttavia mai inutili a ripetere e a ricordare: 1) i trent’anni di governo democristiani sono da annoverare fra i più vergognosi della storia d’Italia; 2) quasi tutti gli uomini di questi governi sono da annoverare fra i più squallidi facitori di guai che abbiano infestato l’Italia: 3) anche i così detti cavalli di razza (come sono stati più volte definiti da una stampa servile o bietolona alcuni capi DC) non sono che ciucci di campagna inveleniti da odio settario e prepotenti; 4) se nonostante lo scempio compiuto l’Italia ha retto sia pure imbarcando acqua, è segno che il popolo ha vigore di propositi e forza nelle idee tali da reagire agli attacchi, alle delusioni, alle violenze programmate e criminali; 5) ne consegue che, quanto prima si riuscirà a scaraventare a mare la brodaglia dei faziosi senza dignità, dei mestatori, degli speculatori, degli arroganti che hanno massacrato l’Italia, tanto meglio sarà per la nostra vita di ogni giorno e per la sana e giusta gestione dello vita sociale. Sicché a chi lavora sia tolta un po’ della fatica e aggiunto finalmente il riscontro della pubblica onestà: e ai giovani che cominciano siano offerti esempi di serietà istituzionale e di dignità e correttezza amministrativa, in modo da essere sollecitati a entrare in campo, a collaborare e a battersi invece di vergognarsi di vivere a causa degli scempi “ufficiali” che accadono intorno.
Dunque: cattolici militanti e autorevoli che entrano nelle liste del PCI e d’altra parte la faccia che gronda morchia di una DC squalificata e degradata; da queste due constatazioni dobbiamo ricordare come sia “sostanziale” distinguere (in ogni modo, anche in ordine al dibattito politico) fra cattolici e Democrazia Cristiana. Questa è un polentone politico impigrito pletorico sconnesso, addentato da mille bocche affamate: i cattolici che dissentono dagli atti ufficiali della loro gerarchia e si inquietano, cercano, si battono sono una parte viva e attiva della nostra società e un elemento insostituibile di progresso. Chi ha seguito i momenti e le varie vicende delle analisi cattoliche nel dopoguerra, i dibattiti, gli scontri teorici e pratici, le infinite amarezze e le autentiche persecuzioni di stampo medievale (quelle che incidono più sulle coscienze che sulla carne) non può non condividere la soddisfazione che è culturale ed è politica nel vedere compiersi questa confluenza che apre alla vita sociale italiana una prospettiva di interesse e di novità; e che comunque pone l’operazione in atto in una posizione originale e molto avanzata nel dibattito politico-culturale europeo.
Nella situazione francese, ingiallita nei fronzoli isterici di un nazionalismo senza prospettive e perciò assestato sul “futuribile” in apparenza tecnologico ma nella sostanza avventato, i cattolici sembrano dispersi in più fiati o in più voci, nonostante i riverberi di tensioni culturali tese e sofisticate ma che si alimentano soprattutto del “passato”. Nella situazione tedesca la grossolana e violenta ragion di stato senza fronzoli, propone modelli di soddisfazione sociale esclusivamente legati al vento di mercato – e i cattolici, per lo più, sembrano uomini di spada soddisfatti della spada. Nella situazione italiana, apparentemente caotica e contraddittoria (certo resa più caotica e contraddittoria dalle descrizioni interessate dei mass-media che in ogni modo diffondono e perpetuano il racconto interessato di un paese nel caos, sul baratro oppure vicino ad esso o prossimo a cadervi, ecc.); nella situazione italiana si aprono momenti o punti di innovazioni e verifiche faticose, dense nella problematicità ma tutte aperte a un futuro diverso che ci è vicino – se sapremo conquistarcelo con l’attenzione rigorosa alle cose, ai fatti e alle idee – e si propongono come un modello negli anni a venire.
Scrive COM-Nuovi Tempi, il giornale dei cristiani per il socialismo: Come voteranno i cattolici? 1. Dopo trent’anni la DC entra in una crisi di fondo: incapacità di governare, corruzione, incapacità di rinnovarsi, natura conservatrice della DC, crisi del mondo cattolico, in mancanza di controllo democratico e di apertura ai problemi della società sono innumerevoli gli abusi… Il “mondo cattolico” è da anni investito da una crisi profonda; dopo papa Giovanni e il Concilio si è sviluppata una coscienza più aperta e più libera della fede: bisogna continuare ad approfondire questo processo di rinnovamento.
Un processo che ha radici lontane e riempie di consenso per la durezza delle difficoltà incontrate e per la continuità nelle azioni e nelle riflessioni. Per una esemplificazione scelgo alcune righe a pag. 282 del libro di Pietro Scoppola su “Crisi modernista e rinnovamento cattolico in Italia” edito anni fa dal Mulino: “Perché siamo socialisti e cristiani” è il titolo significativo di un opuscolo uscito anonimo nel settembre del 1908 “a cura, si legge nel sottotitolo, dei socialisti cristiani di Roma” e a pag. 280: “…le aspirazioni di alcuni giovani che, nella Lega democratica nazionale, patrocinavano un più coraggioso orientamento socialista ed un più stretto legame tra il movimento di rinnovamento politico e di riforma religiosa ecc”.
Dunque in questi giorni non accadono episodi contingenti ma vengono a maturazione i semi sparsi anni addietro in situazioni difficili, tristissime, laceranti. Ha scritto Giuseppe Alberigo sul Corriere della Sera a proposito di queste candidature: “Occorre anche storicizzare queste candidature, situandole nel contesto degli anni che stiamo vivendo. Cioè esse non sono comprensibili se non alla luce di alcuni fatti nodali che le precedono e le preparano”. È verissimo. Così tornano le voci di tanti, soprattutto degli ultimi a noi più vicini: don Mazzolari e il suo giornaletto Adesso, la rivista Il Gallo, la rivista Testimonianze, don Milani, L’Isolotto, Don Franzoni, i gruppi romani che hanno operato fra i baraccati e poi l’ampio contesto dei cattolici di base. Ciascuno di questi procedeva e procede senza rinunciare ma senza rifiutare: e questa era (è) la novità – per la prima volta. La religione non diventava fazione ma una volontà di giustizia che operava; questa volontà di giustizia era ricerca della verità di questa giustizia quindi ricerca degli altri. È ovvio che permanevano le diversificazioni teoriche col materialismo e col laicismo; ma servivano per essere chiarite; servivano come stimolo di riflessione anche a noi. Appariva comunque come una conclusione da raggiungere quella della abolizione del settarismo tragico o acerbo – da sant’Uffizio, in ogni direzione. Questa confluenza chiude un lungo processo di avvicinamento e apre un momento di eccezionale interesse per la nostra società: preparato, anche con contrasti, dal dibattito interno del PCI. Lavorare e far politica insieme, in questo modo, significa mettere in moto l’attività e il rigore potenziale della base affossando le vecchie cariatidi di vertice che sono la vergogna italiana; significa sbloccare la situazione politica da ogni arcaica faziosità teologica (da ambo le parti); significa non discriminare ma partecipare. Lavorare è progettare, realizzare, alimentare i fatti con le idee; e sappiamo tutti quanto bisogno ci sia di questa responsabile unità di propositi e di sforzi. Per chi ha sul serio a cuore la verità delle cose e l’altro rovescio del mondo.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 28 maggio 1976.
Per terra e per acqua
Quando combatto in acqua sono ammiraglio, e quando combatto in terra sono generale.
Mi riferisco al libro di Antonio Meluschi: L’armata in barca, appena pubblicato dall’editore Vangelista di Milano. Sono 120 pagine e costano 2.000 lire. Tutti sappiamo e sentiamo che questo è un periodo serio, faticoso ma in movimento: vale a dire che, se sapremo gestire e anche sopportare con intelligenza dei fatti e delle idee (nonché degli inevitabili umori) la situazione, potremo rinnovare e migliorare le cose della nostra vita e collaborare alla crescita, finalmente autentica e determinante, della vera democrazia in Italia. La forza e la possibile chiarezza per questo proposito le caviamo e le possiamo cavare da più parti (anche dalla semplice occhiata di un amico); dunque anche da alcuni libri, che ci aiutano a pensare e a vedere.
Questi libri – o queste “opere”, in quanto scritte con partecipazione totale da parte dell’autore e non sollecitate da altra motivazione che non sia quella di un bisogno di verità – questi libri dobbiamo abituarci a scoprirli e a sceglierli fra la carta a stampa che l’industria editoriale sforna con la catena di montaggio. Scegliendo, ci difendiamo. Scoprendo, ci rifiutiamo di lasciarci suggestionare dal terrorismo dell’informazione. Ebbene, queste centoventi pagine di Meluschi si leggono con il piacere aspro e risentito che accompagna a volte le sorprese, a volte le conferme, comunque sempre lo stimolo della realtà non riinventata o ricreata ma neppure semplicemente riferita – ecco: come un resoconto di battaglia della vita. Anche narrata ma non cantata né trascritta, perché presuppone ad ogni pagina una scelta.
Non recensisco il libro né potrei sostituirmi ad altri; mi auguro che l’Unità dedichi a quest’opera una attenzione adeguata. Ne parlo invece come lettore di prima mano, come lettore attento in generale e come interessato al discorso in atto sulla letteratura o narrativa della resistenza; discorso rimesso in moto, e in modo organico, da due ottimi libri che è giusto almeno indicare: quello di Falaschi su “La resistenza armata nella narrativa italiana” a lire 2.400 e l’altro di Luti e Romagnoli su L’Italia partigiana, pubblicato da Longanesi a lire 5.000.
Ma mentre in questo Meluschi neppure è ricordato, nel primo c’è un riferimento semplice ma esplicito nel testo, a pagina 55 e nella nota corrispondente. Vediamo come. Scrive Falaschi nel terzo capitolo intitolato Il racconto (e il romanzo): Il racconto è il prodotto più tipico di tutta la letteratura partigiana. Compare a partire dal 1945 sui Quotidiani di sinistra a grande diffusione… Così i racconti migliori avevano una diffusione notevole… Gli scrittori più conosciuti erano Calvino… Marcello Venturi, Antonio Meluschi e Silvio Micheli… Meluschi, aggiungo io, era allora nel vivo dell’impegno politico e culturale, anche con quel libro pubblicato nel 1946 da Randa a Milano, La morte non costa niente, così violentemente “diverso” e “avanzato” da avere avuto vita grama, diffusione contrastata e quasi clandestina ma tuttavia in profondità. Un libro su cui occorrerà ritornare. E sempre in quel periodo Meluschi propose anche, come autore ed editore, quella Epopea partigiana che resta un contributo fondamentale alla storiografia resistenziale e che dovrebbe essere subito riproposta in una tiratura popolare.
Quindi le ragioni obiettive per compiere un’ampia ricognizione intorno e dentro l’opera e la personalità di un autore che ad ogni impatto produce scintille sono molteplici, tutte interessanti e sarebbe complessivamente urgente la sistemazione di questo (importante) tassello nella mappa accidentata, frastagliata e caotica degli autori di libri di questi ultimi trent’anni.
Ma qua, l’ho detto, mi riferisco a L’armata in barca; che è, con acutissima semplicità e con una insinuazione “struggente” all’interno delle singole situazioni, la storia (proprio “storia” non cronaca) della lotta armata in valle, a Comacchio. E tuttavia, con una novità che prende, è la storia di una lotta armata sostenuta con accanimento non da fazioni ma da uomini. Una storia di figure vive. Altri libri ci hanno procurato momenti di lettura e di introspezione indimenticabili (Levi, i due Levi, Vittorini, molte memorie nel vivo della carne) eppure in pochi si era raggiunta quella “profonda tranquillità” che trasferisce in ironia della ragione e in profondo sommovimento dei sentimenti tutte le storie e ogni vicenda; e che in conclusione porta a identificarsi, o a concludere, nella pietà dura dei vincitori verso i vinti; nella pietà verso il nemico. Pietà non cattolica ma, latina (l’autentica pietas); pietà che non limita il coraggio e la violenza nella lotta ma che aggiunge qualcosa d’altro e di più alla lotta stessa; per renderla più totale, più giusta, più utile, più prolungata nel tempo.
A conferma del riferimento a Falaschi e delle righe sopraindicate, anche questa opera di Meluschi. articolata in quindici capitoli, è in realtà un solo racconto con venti figure (tutte esemplari): un racconto centrato su personaggi completi: Braciola, sua figlia Genoeffa, Gelindo – di cui basta ricordare quella morte: “e a strappi il corpo di Gelindo saliva e si abbassava, finché si arrestò, si mise a dondolare. Aveva un solo pensiero, sua madre… Passò una compagnia di tedeschi che aveva saccheggiato un frutteto, fecero a gara nel tirargli contro delle pesche, e ad ogni colpo il suo corpo tremava come se fosse ancora vivo” (pagina 102).
Per me l’episodio, esemplare, ha immediati rimandi ad altri racconti, di cose e fatti avvenuti dentro alla lotta, in una forma apparentemente “irrispettosa” per la morte che è invece il modo più virile non tanto di commemorare i morti e di lacrimare sui morti quanto di usarli ancora, di stringerli, sentirli. Infatti mi viene in mente La morte di Dolguscjòv ne L’armata a cavallo di Babel. Anche lì la scena è senza apparente violenza ma come se fosse in atto sopra a un vulcano; ed è conclusa anch’essa da un gesto straordinariamente rituale, l’offerta di una mela da un amico a un amico, da un combattente a un combattente: “Mangia – mi disse – mangia, fammi il piacere. Ed io accettati l’elemosina di Grisciùk, e mangiai la sua mela con angoscia e devozione”. Così Gelindo, il ragazzo, nel suo pianto molto prima di morire impiccato è consolato da un vecchio combattente con una carezza sui capelli. Questa omerica tenerezza di soldati presuppone a monte una cultura contadina: la steppa, la pianura, o magari i pescatori di frodo. Una astuzia dolente da Bertoldo, che non scherza mai anche quando è sguaiato, perché pensa alla morte della sua gente anche quando è sguaiato. Una rabbia fantasiosa e fantastica da Picaro, che lotta e lotta e si batte per avere il diritto a un giorno, un giorno solo di libertà e di amore. Ho parlato di Meluschi con un consenso preciso e con riferimento indiretto a Babel (un esempio); ricorderei intanto un altro racconto in questa chiave ed è di Fenoglio: “I ventitré giorni della città di Alba”. Più indietro, per identica tenerezza non disfatta ma virile e per profondità di cose inseguite e fermate, mi fermerei sulle Noterelle di Abba. Tali libri non sono molti. Ancora? La buffa di Barni e Caporetto 1917 in dialetto milanese dell’eccezionale e misconosciuto Tessa.
Quanto ordine c’è ancora da fare e quanti vasi autentici da portare alla luce. Ma intanto questi libri sono da tenere stretti, da leggere e rileggere, per imparare, per vivere.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, martedì 25 maggio 1976.
Friulani e siciliani
Periodicamente, con un’inevitabilità che si può ormai calcolare nelle sue scadenze, accadono e si compiono in Italia disastri naturali apocalittici: alluvioni, terremoti, smottamenti di montagne. Il fatto è che nessuna precauzione è mai stata messa in atto, nonostante i possibili avvertimenti; e che non si è mai neppure avviata l’organizzazione di una struttura scientifica che permettesse di prevedere o almeno di intervenire con tempestività. Queste lamentele si leggono ovunque, e con una ironia incattivita dal ripetersi degli errori, soprattutto nei giornali stranieri. Noi invece, che abbiamo visto tante volte di questi strazi e di queste tragedie con relative conclusioni, partecipiamo agli avvenimenti con un senso di autentico sgomento che diventa ancora una volta volontà politica di spazzare via definitivamente la gestione di un potere che con la sua forsennata cialtroneria perpetua le contraddizioni e impedisce di fatto di affrontare sul serio i problemi di fondo.
Ma a me in questa nota preme soprattutto additare il rituale che consegue e che accompagna queste catastrofi, le quali travolgono sempre e solo migliaia di lavoratori; un rituale da sempre vergognosamente uguale. Così: le notizie cominciano a filtrare con estrema lentezza e i dati e i riferimenti non sono sicuri, in quanto non è mai in atto ad alcun livello anche il più modesto strumento o apparato di prevenzione e di allarme. Per esempio domenica scorsa il ministro degli Interni ha documentato con queste parole la funzionalità e la rapidità d’intervento degli organi burocratici: “Il disastro si è appalesato nelle sue reali dimensioni in progressione” (vale a dire che si sono accorti o convinti solo un po’ per volta che c’era stato un tale terremoto). Roma è Roma e il linguaggio delle eccellentissime eccellenze è purtroppo lo specchio di altre magagne.
Ma noi dobbiamo ricordare che il Friuli è stato stretto da sempre nella morsa della servitù militare, poiché è zona strategica di frontiera; e che nel Friuli non si muove foglia che l’autorità militare non voglia. Non s’alza una casa né un rustico può essere restaurato. Eppure, con mezzo esercito lì acquartierato con tutti gli strumenti tecnologici e di terra, nelle ore seguenti alla tragedia sono stati i radioamatori a tenere le fila dell’informazione e a diffondere notizie e richieste di pronto impiego e d’aiuto. Ribadendo ancora una volta il distacco che esiste da noi fra gerarchie militari e popolazione. Sono stati i soldati come popolo a mescolarsi alla gente del luogo e a prodigarsi come sappiamo. Dunque dal basso ancora una volta è partita la spinta immediata e determinante per aiutarsi a soccorrersi. Poi di seguito è cominciata la trafila delle invocazioni, nelle dichiarazioni col contorno dei burocratici e politici proponimenti che voglio qua esemplarmente indicare.
La vergogna del Belice è stata subito portata come cartina di tornasole; l’iterazione è stata immediata: il Belice non si deve ripetere. L’hanno stabilito con “orgoglio” le autorità – che sono tutte corresponsabili del Belice. Sovrapponendo a quella “vergogna” l’impegno di una funzionalità operativa immediata e senza rallentamenti si avviava un’operazione politica scaltra: esautorando quella realtà negativa dal ruolo centrale e relegandola al margine, l’esemplarità si riduceva ad un errore sia pure macroscopico ma in sostanza non ripetibile; quindi già superato. Un’occasione non una abitudine della norma. Anche perché… e qui scatta il secondo momento della calcolata modificazione di una situazione reale attraverso l’uso manipolato o strumentalizzato dalla comunicazione… non si ripeterà il Belice perché la popolazione friulana è eroica, è abituata al duro lavoro e al duro faticare, al sacrificio e alla rinuncia, non piange non si dispera ma ha subito deciso di aiutarsi da sola, non aspetta la manna ma usa le mani e il piccone e subito ha deciso d’aiutarsi da sola. Dunque in un’Italia sconvolta dalla violenza l’esempio del Friuli è un incitamento alla speranza, ha sospirato Gustavo Selva sulla rete due radiofonica. Così, con una contrapposizione non esplicita ma insinuata e di rimando fino alla monotonia, i friulani che si autogestivano dando esempio di concretezza, di civismo, di grande dignità, di orgoglio, non chiuso ma operante venivano opposti ai siciliani del Belice fatalisti, sentimentali fino alle lacrime, attenti a leccarsi le ferite e incapaci di muovere un passo autonomo e in continua attesa degli aiuti da fuorivia; perciò sono, dunque, ancora costretti a pernottare in baracche. Le colpe del loro essere attuale dipendevano da non aver avuto ingegno a programmare, a scegliere e a volere; da aver voluto affidarsi a urbanisti, sociologi, architetti, pianificatori in genere e non al pronto uso delle braccia; infine da aver rinunciato a imporre loro scelte autonome e culturali.
Diciamo in modo chiaro e una volta per tutte: non uno sciacallo ha detto o scritto o insinuato queste atroci volgarità ma la calcolala e attenta astuzia del potere che non concede nulla a vuoto e bada bene a correggere le proprie magagne e la propria vergogna sulla pelle del popolo. Inserendo senza scoprirsi questa contrapposizione nel contesto di una tragedia appena accaduta intendeva assolvere se stesso svilendo e mortificando la dignità autentica, il coraggio e la pazienza mai rassegnata di una comunità che dal potere centrale non ha mai ricevuto altro che cartoline precetto, ingiunzioni di tasse, sfratti e violenza di fuoco.
Ribadendo queste convinzioni, occorre ripetere che le macerie di Gemona e degli altri centri devastati friulani sono cadute una seconda volta addosso agli abitanti della Sicilia, di Longarone, del Salento, di Firenze, del Delta padano; ancora una volta addosso a questo straordinario popolo che ha in ogni luogo tanta dignità e tanto coraggio quanto obbligo di rispetto.
Ma si badi: c’è una seconda (o terza) solfa della comunicazione a cui badare; il pianto ufficiale dura poco poco da noi e le notizie fanno presto a scomparire dalla prima pagina. È sempre accaduto e temo accada presto anche questa volta, quando anziché “Friuli” cominceranno a dire “zone terremotate”. L’indicazione generica sarà lì a testimoniare che comincerà il vero calvario, di isolamento e di lotta, per i superstiti – che dovranno organizzarsi. A Longarone volò il capo del governo del tempo vale a dire Leone, girò in elicottero, pianse coi superstiti e pregò coi superstiti e ripartì promettendo giustizia ai superstiti. Passò il tempo e i sopravvissuti se lo trovarono di fronte, non più al governo ma in tribunale, a difendere contro di loro uno dei responsabili del disastro. Questo è un pezzo d’Italia da ricordare, il 20 giugno 1976.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 14 maggio 1976.


