Un congresso alla tivù

Il recente congresso dc darà ai politologi argomenti di discussione e riflessione e ai politici la convenienza per tirare ancora altri dati; intanto ha offerto un esempio magari piccolo ma già significativo di lettura diretta da parte della tivù e ha riservato allo sguardo dell’uomo della strada uno spettacolo politico finalmente pittoresco; pittoresco nel senso di coinvolgimento completo in un’azione che era teatrale (perché mediato per la prima volta in modo cosi diretto dalla comunicazione visiva, o dalle cronache dei giornali con un linguaggio brutalmente coinvolgente).

Dentro al Palazzo dello Sport questo congresso, che voleva offrirsi per un consenso magari faticato ma a scanso di equivoci si è trasformato prima in uno scontro violento e poi in quel giuoco al massacro che sbriciola davvero facce e miti. Protagonisti non erano tanto le idee, i progetti, i programmi ma gli uomini, cioè quell’uomo – questo o quello – con la sua storia fatta nell’arrampicare: pertanto sul podio si esibivano visi stravolti rigati da grumi di sudore che si scioglievano sul collo; visi che si rimpallavano frecciate di rancore mortificandosi con i sorrisi, le occhiate o anche con un gesto di mano (a Colombo gridano “Crociani” e lui fa un gesto secco verso Forlani). Intanto una base come dire: frastornata? insofferente? sorpresa? disgustata? andava ricuperando un’improvvisa indipendenza almeno dall’incastro delle insidie precostituite e dal ricatto dei buoni proponimenti. Assistevamo allo spettacolo (colto in presa diretta per il pubblico lontano e scomposto finalmente nei suoi attori e nelle varie articolazioni) di uno smottamento anche drammatico, perché le immagini erano precise e per fortuna, questa volta, immediate.

Credo che secondo l’opinione dei capi questo congresso “voleva farsi vedere” usando estro e tattica e la consumata abilità a manipolare; invece, sorprendentemente, è stato subito costretto a “lasciarsi vedere tutto”, a lasciarsi esaminare sotto pelle, nei risvolti insoliti, nei dettagli (se non in tutti, intanto in alcuni); una smorfia, un’occhiata, una mano, un cenno, il gesto di scherno o di irritazione, la panoramica in un momento atipico sono risultati più impressionanti (subito) delle cento ovvietà verbali. Da corpo colorato e preparato per un’azione, quasi come la vestizione di un torero, questo congresso – per violenza di mass media non più tanto orchestrati – è stato disposto sul lettino per essere spolpato; per la prima volta, sia pure con i limiti evidenti, si sono cercate le nervature invece di fermarsi a osservare i quattro peli in testa, troppe volte ossigenati.

Così la maschera padronale dapprima contro voglia e poi con orgasmo si è accorta che mai era stata così sviscerata; senza pregiudizi ma senza particolare misericordia, senza offesa ma anche senza rispetto; anzi con una insolenza un po’ sfacciata, perché così meritava. E l’atto di dissacrazione si compiva, semplicemente, trasmettendo “in dettaglio”. Una certa forma di potere consegnava la propria scheda che sanciva un collasso, un declino. Attraverso l’inserimento delle telecamere nelle nervature sottocutanee noi, per la prima volta così in diretta, coglievamo non le sue contraddizioni esemplificate ma la sua corruzione culturale, la sua politica, la voracità ancora rinnovata di benefici pratici e di gestione diretta, ecc. In altre parole: di fronte alla richiesta di rappresentarsi come un sistema di segni (o di presentarsi) il gruppo di notabili dc si è sbriciolato e si è frantumato e proprio nella occasione più drammatica ha confermato di non avere che il linguaggio dell’ovvietà retorica: di non avere o gestire una nuova o diversa comunicazione; e di subire un vuoto linguistico riempito solo “dal pallore dei segni”.

La retorica ancora una volta veniva rovesciata come una pressione approssimativa, anche se calcolata, sul sentimentalismo politico (“Le mie mani sono pulite” ha gridato Forlani mostrando le sue dieci dita); o veniva dirottata su un tecnicismo sempre approssimativo e improvvisato (Rumor “rosso bandiera” in viso parla di spesa pubblica, di crisi cicliche dell’economia mondiale, di ottica congiunturale, di dinamismo sociale e il congresso non lo ascolta. Il congresso, vale a dire la platea, gli urla: “Traditore… vattene… torna a Vicenza… venduto… pensione pensione…”).

Il racconto, non letto ma visto, di questo congresso ha permesso anche di rovesciare il rapporto di forza rendendo protagonista delle immagini la platea, luogo di raccolta dei delegati. Sicché il fischio, l’urlo, l’invettiva sono stati i segni tipici di questa assise democristiana; e hanno dissipato la cipria della noia dalle guance dei notabili fino ad oggi poco contestati. Oramai anche da noi è da sperare che la presenza (non più ignobilmente censurata) dell’occhio televisivo sconvolga i vecchi ritmi e i vecchi decrepiti rituali e cominci a cavare dalle varie situazioni “ufficiali” una realtà diversa e una diversa verità da trascrivere in un linguaggio che non sia più quello della norma. Ci prepariamo ad abituarci anche nei fatti della politica (direi: soprattutto in questi) all’uso e al bisogno del dettaglio e dell’esattezza articolata, che coglie cento misteri; e al disprezzo motivato e ribadito per un potere che sia arrogante e poco decifrato, cioè solo potente, nascosto e vile.

Nel congresso di cui parliamo il linguaggio dell’oratore (per lo più ufficiale) veniva stravolto dal lazzo della platea: riaffiorava l’estro feroce popolare: le volgarità fulminanti da commedia dell’arte spaccavano la cristalleria che anni e anni di silenziosa protervia avevano radunato nelle bacheche dc. Gli spettatori hanno potuto intanto ascoltare questo botto. Il primo. Un botto politico; finalmente teletrasmesso.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 26 marzo 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 26 marzo 1976
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