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Sondaggi editoriali o “manipolazione”? (II)
Per inciso: confermano subito questa conclusione (cioè che il popolo è sempre pronto e attento a rispondere alle sollecitazioni culturali, purché proposte nei modi, entro i termini e coi mezzi dovuti) alcuni altri dati che sunteggio questa volta dal Bollettino della Biblioteca nazionale centrale di Firenze. Il Bollettino porta l’elenco delle opere pubblicate nel 1900, in tutto 9975; ebbene fin da allora basta una indicazione a capovolgere subito l’opinione di inguaribile letterarietà della nostra cultura e della nostra società: le opere di medicina sono 1090 e le opere di agricoltura, industria e commercio sono 1251, mentre sono 698 le pubblicazioni religiose e solo 30 i volumi di romanzi e di racconti.
Ma, come dicevo, le notizie più interessanti si ricavano dal primo opuscolo già citato (I libri più letti dal popolo italiano ecc., pubblicato nel 1906) in riferimento alla tiratura e alla vendita dei volumi. Cuore è a parte con 330.000 copie oltre alle edizioni illustrate; ma la Vita militare di De Amicis ha venduto 60.000 copie; 40.000 Il padrone delle ferriere;44.000 Il piccolo mondo antico del Fogazzaro; e di questo autore molto noto anche Daniele Cortis ha 35 edizioni, Malombra ne ha 29. E poi nel corso dell’inchiesta un libraio di Milano affermava: “Buoni lettori sono invece gli operai, guidati per lo più da un senso pratico o razionale nella scelta dei libri e degli autori”. Seguiva a questo punto una tabella generale dalla quale risultava che essi leggevano soprattutto Zola, Hugo, Salgari, Tolstoj (con prevalenza degli opuscoli di carattere sociale), Verne, Sue, Guerrazzi, Ponson du Terrail, Sienkiewicz, ecc. Ma era interessante anche la conclusione dell’inchiesta, lasciata al direttore della Biblioteca del popolo di Verona: “Certo se i libri tecnici, veramente popolari, fossero in maggior numero, la rubrica Scienze applicate troverebbe maggiore fortuna. Gli operai richiedono assai manuali che li aiutino nella professione, manuali d’arte e di disegno, ma spesso li riportano senza frutto perché sono d’un grado troppo elevato per chi non ha fatto studi preparatori”. E allora per un altro riscontro pratico che possa affiancare ma purtroppo non ribattere una affermazione (questa affermazione) di settant’anni fa, apriamo per un momento il n. 2 del settimanale Tuttolibri. Ho ricordato la volta scorsa: 200 le note bibliografiche, di queste 11 dedicate ai “problemi della scuola” e 4 alle “professioni tecnologiche”; le prime per un prezzo medio di 3.250 lire a volume, le seconde di lire 7.250. Ebbene, nessuna sezione, nessun riferimento a opere di carattere popolare relative agli argomenti a cui ho appena accennato. Non Einaudi, non Laterza, non Feltrinelli, Mondadori, Garzanti, Editori Riuniti, Mazzotta, Savelli, Bertani, Guaraldi. Molte opere (lussuose e illustrate) su vini, bottiglie e liquori ma nessuna sulla tecnica di lavorazione; molte opere (lussuose e illustrate) su tutta la cucina della zia e della nonna per le gentili signore, ma nessuna opera sul modo di gestire, coltivare e produrre secondo tecniche nuove e nuovi esperimenti. Per questo verso l’editoria italiana è secca e vuota; veramente un campo abbandonato.
Eppure. Eppure anche questa breve e semplice incursione fra passato e presente in cerca di alcune cifre e diverse conferme non mi sembra infruttuosa; permette di cavare una prima deduzione (tornando con la dovuta monotonia a proporla) senza sottostare alle lacrime o ai sorrisi di un potere squallido nella sua ubiquità. E la conclusione è questa: là dove hanno operato in qualche modo istituzioni culturali adeguate la classe operaia ha sempre risposto con una partecipazione piena alle proposte; anzi, ne ha promosso altre ancora; là dove sono stati offerti sul mercato editoriale strumenti necessari di lavoro e di ricerca a prezzo adeguato, la classe operaia ha sempre risposto con uno slancio che si potrebbe definire unitario, secondo le specifiche esigenze di studio e di lavoro. Purtroppo è vero che, in generale, il gran mercato della comunicazione è gestito con formule di un rigido classismo e secondo una perfida discriminazione; per cui l’emarginazione culturale, se si accetta il gioco proposto, diventa inevitabile e improrogabile. Quanti editori impegnati a sinistra hanno programmato collane tecniche professionali, collane economiche di pratica agricola che, quando ci sono, non siano centoni retrodatati o traduzioni ormai scadute ma invece opere originali e organiche stese da specialisti responsabili? Una seconda domanda: quale collana editoriale oggi, negli anni Settanta, può rappresentare l’aggiornamento o il superamento e il seguito dei manuali dell’editore Hoepli? O della collana economica e popolare di Sonzogno? Questa collana non c’è ancora perché la logica economica della cultura ufficiale non vuole.
Piuttosto si propende per le enormi inutili vuote enciclopedie da vendersi porta a porta. E occorre appena ricordare che neppure la leggendaria “Cooperativa” del primo Feltrinelli aveva impostato qualcosa di simile. Credo che questo vuoto da riempire debba essere un nuovo impegno per l’editoria seriamente impegnata. I posti di vendita cooperativistici e aziendali sono aperti e disponibili per promuovere accettare e distribuire sul serio una editoria non soltanto ideologica o di storia dell’ideologia ma una editoria tecnica, agraria, professionale a basso prezzo e ad alto contenuto di novità; una editoria non più dedicata ai grandi viaggi, ai grandi vini, alle grandi cucine e ai grandi uomini; ma una editoria finalmente dedicata – secondo una definizione che mi sembra stimolante in assoluto e ancora tutta valida – alle arti e ai mestieri.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 21 novembre 1975.
Sondaggi editoriali o “manipolazione”? (I)
Il 1° novembre è uscito Tuttolibri che è, come dice il titolo, un settimanale d’informazione libraria, cioè delle novità librarie edito da La Stampa di Torino (e più avanti potremmo fare anche un raffronto con la Quinzaine litteraire che si stampa a Parigi). Già nel n. 1 sono pubblicate 21 recensioni, 200 note bibliografiche, 40 schede; nel secondo fascicolo, in edicola l’8 novembre, le recensioni sono 19, le note bibliografiche 200, le schede 56. Parleremo poi anche di questo, ma intanto, nell’editoriale d’apertura, a firma Arrigo Levi, è scritto: “Tuttolibri è un settimanale di tipo nuovo per un Paese che cambia. Vi sono in Italia masse crescenti di lettori di libri. Perfino in questo periodo di grave crisi è continuata la forte espansione nella vendita di opere di ogni genere. Gli italiani leggono sempre di più…”. Tre giorni dopo, l’11 novembre (martedì) a pagina 5 del quotidiano Il giorno, con un titolo su tre colonne e con la firma di Mario Guidotti, è pubblicato un articolo intitolato “I risultati di un sondaggio-inchiesta: perché leggiamo così poco (e male)”, nel quale fra l’altro si afferma: “Nel 50 per cento delle case italiane non esistono libri, nel 20 si possono trovare non più di 50 libri e soltanto nel restante 30 per cento più di 50 libri; a tutt’oggi soltanto 6 milioni di italiani comprano un giornale (e in Italia si pubblicano 88 quotidiani, 15 pomeridiani, 4 sportivi, 3 in lingua straniera; di questi 88, 49 nell’Italia settentrionale, 25 nell’Italia centrale, 7 nell’Italia meridionale e 7 nell’Italia insulare”. Prego di tenere a mente le cifre.
Per cercare altri appigli e nuove precisazioni in riferimento a una situazione in atto che appare subito così contrastante e contestata, continuo a riferirmi in breve a un’altra fonte; precisamente all’indagine ISEGI “Radiografia dell’Italia che legge” patrocinata da Il Corriere della sera su un campione di 26.397 persone e le cui conclusioni furono pubblicate il 26 giugno 1974 a pagina 4 dello stesso quotidiano. Ecco, sulla base di dati precisi in tabella, una prima conclusione cavata da un contesto molto più articolato, e che chiunque può andare a leggere: “Vediamoli da vicino questi dati e le loro implicazioni. In un giorno medio si stampano, in Italia, sei milioni e mezzo di copie di giornale che sono lette da sedici milioni di persone. Ma se si allarga il numero ad un concetto più lato di abituabilità di lettura, i lettori di uno o più quotidiani risultano essere ventiquattro milioni, cioè più della metà adulta considerata nell’inchiesta”. A questo punto per parte mia concludo a una maturata opinione più volte riaffermata, e cioè sul preciso e convinto uso mistificatorio (manipolazione) di ogni genere di indagine generica o specifica, o sondaggio d’opinione; sull’impegno responsabile delle parti in causa, vale a dire dei gestori del potere della comunicazione, di creare continuamente una confusione calcolata di deduzioni, obiettivi, programmi, in modo che essi possono secondo comodo gridare vittoria vittoria o altrimenti aiuto aiuto; tutto secondo l’utile.
Così ognuno ha ragione su tutto e tutti hanno ragione su niente. Dobbiamo accontentarci o rassegnarci, secondo la volontà del potere, a stagnare in questo continuo stato confusionale di cifre e somme. Il fatto è che la confusione, se non contraddetta, permette la più articolata delle manomissioni; sia nella direzione della cultura sia in quella economica.
Proprio in aggiunta alle varie notizie riportate, a questo vorrei per un momento tornare indietro e riferirmi a un interessante e poco conosciuto opuscolo stampato a Milano nel 1906 in trentotto pagine, dal titolo: “I libri più letti dal popolo italiano; primi risultati della inchiesta promossa dalla Società bibliografica italiana”. I gestori di questa organica indagine statistica sulla lettura in Italia dovevano intanto riconoscere ad apertura di pagina che il nostro Paese è “quasi alla coda di tutti per la mancanza di informazioni statistiche sicure sul movimento intellettuale”. Ma nonostante questa ormai incancrenita mancanza, determinata dalla ottusa inerzia burocratica e dall’indifferenza o vile della classe dirigente, di lì ricaviamo almeno alcuni dati che permettono di arrivare alla solita confortevole conclusione: che il popolo ha sempre risposto a ogni iniziativa editoriale quando l’interesse dell’opera e il prezzo dei volumi fossero a lui pertinenti.
(continua)
“Chi comunica che cosa”, l’Unità, venerdì 14 novembre 1975.
Forse che sì forse che no
A vederlo sul palcoscenico o con il microfono in mano sull’arena televisiva, così composto e a modo, mai completamente sciolto, Paoli può anche sembrare un funzionario di alto rango, per esempio il direttore di una agenzia centrale della Banca Commerciale Italiana, in gergo Comit. Compassato, lievemente sorridente, leggermente ironico, con una voce non alta attraversata da qualche arrochimento, suscita buone malinconie e predispone sia pure per due minuti al quieto sonno della ragione; cioè, a un ascolto disarmato, da consumarsi in buoni interni borghesi o al riparo di una natura assolata, ma senza prevaricazioni. La sua vera qualità è l’onesta misura. E con una linea musicale che è come il calco di un piede su una strada impolverata; resta subito impressa. Così che avrei qualche obiezione, anche se nelle promozioni dei concerti è normale sparare alto, leggendo nella biografia ciclostilata distribuita in questi giorni in giro, che Gino Paoli è l’uomo che ha scritto le più belle pagine della melodia italiana di questo secolo.
I suoi collegamenti di fondo, in ogni senso, sono con la canzone francese di questo secolo; cioè con un modello in prevalenza estenuatamente ripetitivo, ipotattico; in cui anche il grido è come risucchiato dal respiro del cantante. Il regno, insomma, della canzone orizzontale, quella che andrebbe ascoltata (e anche cantata) sdraiati, distesi, con la testa sul cuscino. Al contrario della canzone verticale (il vero rock degli anni duri, per esempio; oppure la canzone napoletana, tanto grande e irripetibile da sembrare una canzone d’amore mentre è una canzone di guerra. Non la piuma di un angelo ma la coda infuocata di un diavolo).
Fra l’altro è forse il caso di annotare che le sue canzoni migliori hanno avuto successo quando sono state cantate da donne. Più drammatico e vivo Paoli come uomo. Da un consenso ottenuto a fatica ma poi favoloso (“con le donne più belle, le macchine più belle, l’appartamento più bello di Genova”– lo ha appena ricordato lui stesso in un’intervista), al sodalizio con Tenco; al grave incidente stradale; al tentativo di suicidio con una rivoltellata al cuore; alla sua lunga eclisse negli anni Settanta e al progressivo riemergere, fino ai rinnovati entusiasmi di questi anni e l’elezione alla Camera.
È da aggiungere a queste brevi note che può ritenersi uno dei pochi cantanti italiani della sua generazione che si è tenuto lontano, non so se per indifferenza o insofferenza, dalle vicende degli anni fatali e terribili fra il Sessantotto e il Settanta.
Forse è per questo che Quattro amici o Matto e vigliacco risultano così gradevoli, giustamente equilibrate, correttamente cantate. Si possono ascoltare una giornata intera, senza sconcerto. Con immutata ammirazione; ma da un orecchio entrano, dall’altro escono. Come il discorso di un bravo deputato.
Mongolfiera – Bologna, serie II, n. 5, 13-19 dicembre 1991.
Roberto Roversi. Poesia al fuoco della storia
Parlando qualche numero fa della nuova prova di Cesare Viviani, La forma della vita, ho avuto modo di rilevare la tensione rinnovata – quasi un segno dei tempi – di poeti di diversa estrazione ed età verso la forma – poema, in cui sembra convogliarsi un desiderio di espressione totale e inclusiva. Ebbene, un autore che ha legato quasi tutto il suo percorso alla forma del poema e che ha contribuito fortemente all’affermarsi di questo genere dopo la metà del Novecento è senz’altro Roberto Roversi. Attraversando stagioni e temperie politiche dall’osservatorio quasi eremitico, eppure operante, della libreria antiquaria che da più di quarant’anni gestisce a Bologna, Roversi ha finito per tingere di leggenda la sua lunga militanza poetica. In parte per essersi fatto promotore ed editore, tra il 1955 e il 1959, della rivista “Officina”, assieme agli amici Leonetti e Pasolini, in cerca di uno sperimentalismo che non si risolvesse in accademia e in ludus verbale: una rivista e una proposta che sono rimaste come pietre d’angolo, sia pure magari nella sconfitta sostanziale (o apparente?) di quella linea, nella storia della poesia secondonovecentesca. Dall’altro lato, a renderlo uno scontroso, singolare uomo di lettere, quasi appunto un ritirato eremita, e dunque una figura intorno a cui fioriscono racconti e micro – leggende, è il suo costante rifiuto di accettare leggi e logiche dell’industria culturale, della comunicazione, del mercato. Il che, nel campo specifico della sua attività di poeta, lo ha portato in anni lontani, alla fine dei Sessanta, a una decisione a suo modo clamorosa: dopo aver stampato da Feltrinelli e poi da Einaudi la sua raccolta di poemi (Dopo Campoformio, 1962; 1965 in edizione rivista, con sottrazioni e aggiunte), Roversi decide di non affidare ad alcun editore il nuovo libro, Descrizioni in atto (1969), e lo tira in proprio, in tre successive edizioni, al ciclostile, per circa tremila copie, inviandolo a chi ne fosse realmente interessato.
C’è in questo episodio molto del Roversi poeta e ideologo: cioè la coltura di un disegno di opposizione totale rispetto all’esistente, una volontà quasi superstiziosa di non compromissione con qualsivoglia forma di potere. E anche, volendo, una dose di moralismo, che non manca di una sua austera verità morale. Lo scontro, su questo terreno, era evidentemente con il progetto di occupazione dei gangli del potere editoriale perseguito invece, sia pure con l’intento dichiarato di intopparli e stravolgerli, dagli invisi protagonisti del Gruppo 63. Due sinistre e due idee contrapposte del modo di fronteggiare il Moloc dell’industria culturale, della dissoluzione della letteratura. Da una parte l’attivismo e la ragnatela di potere, fondata però su prodotti pensati per inceppare la macchina, cioè libri tendenzialmente illeggibili, romanzi non – romanzi, arte museificata in partenza (per rispondere all’equivalenza di linguaggio costituito e ideologia oppressiva); dall’altra un pessimistico e scettico rifiuto di aver a che fare con le logiche mercantili e la ricerca, magari velleitaria e utopistica, di forme alternative di diffusione dell’espressione letteraria, sempre concepita come d’opposizione.
Si sa purtroppo come il primo indirizzo, una volta riassorbito, abbia dimostrato la sua inanità, conducendo al trionfo del meccanismo che voleva contraddire (il caso di Eco, ideologo del Gruppo 63 e poi autore di best seller costruiti in laboratorio, ne fa fede). Sull’opposizione pura e dura di Roversi si deve ancora esprimere una riflessione ponderata, ma certo il rischio di un’impostazione puramente morale o moralistica, che non arriva a incidere sui meccanismi dell’odiato potere culturale, che lo lascia insomma a se stesso e anzi magari lo priva di un possibile anticorpo (o virus, se si vuole), mi pare che continui ad aleggiare. Ma questo argomento ci porterebbe, inevitabilmente, troppo lontano.
È bene invece tornare a “Officina”, luogo di incubazione della poesia matura di Roversi, che, giovinetto (essendo nato nel 1923), aveva dato alle stampe due raccoltine di versi, ancora liricheggianti, Poesie (1942) e Rime (1943), e poi un’ulteriore silloge in cui il nuovo è ancora in via di definizione, Poesie per l’amatore di stampe (1954). Il lavoro della rivista, così come l’esempio del Pasolini delle Ceneri di Gramsci (1957), spingono Roversi a un tentativo di rappresentazione dell’Italia uscita dalla guerra e dalla Resistenza (a cui il giovanissimo poeta ebbe modo di partecipare), che non dissolvesse in lirica né in retorica il quadro della realtà. I poemi, in fondo unificabili in un disegno unitario come altrettanti episodi, di Dopo Campoformio (1962), cercano una via difficile e solitaria, sia pure nutrita in profondità di succhi condivisi e comuni. Al di qua e al di là di alcuni momenti di lirismo, un lirismo si direbbe fisiologico, il poeta cerca la costruzione di un ordito spesso, continuo, dalla tonalità spenta in cui anche le sigle liriche si sciolgono, per ritrovare la loro verità nel continuum: con questa lingua dimessa, prosastica eppure organizzata in lasse che tengono ben presente la misura di riferimento dell’endecasillabo, Roversi rappresenta un’Italia contraddittoria e irrisolta contadina e industriale, con una forte coloritura ideologica che più che stingere sulle cose deve, nelle intenzioni dell’autore, emergere dalle scene stesse (risorgente il motivo dell’ipocrisia religiosa).
I poemi muovono dall’avvenimento decisivo della Resistenza (“Il tedesco imperatore”), passano per l’alluvione del Polesine (“Pianura Padana”), la situazione politica italiana (“Lo stato della Chiesa”), la tragedia della bomba atomica (“La bomba di Hiroshima”). Nell’edizione rivista del 1965 si arriverà a un montaggio di spezzoni di articoli e reportages (anticipo di una nuova stagione poetica dell’autore) sulla tragedia del Vajont. C’è una volontà didattica permanente, occhiuta, calata tuttavia in forme e in calchi che hanno ancora un decoro e una tenuta letteraria singolari, unificati proprio da quella mano di grigio di cui si diceva. Il giro degli oggetti, delle scene e delle storie è tenuto insieme dal sentimento di una vitalità faticante, addolorata, dallo sfiorire degli anni dopo la giovinezza che fa tutt’uno, probabilmente, con l’ingiustizia sociale ed epocale. Un grigiore che opaca anche le abbaglianti e ritornanti apparizioni femminili, quasi epifanie di una illusoria giovinezza del sangue (in analogia con Caproni, con Giudici).
Fortini, in una celebre recensione a Dopo Campoformio del 1965, mise in rilievo quella che gli pareva una contraddizione di fondo: “Ma qual è il limite di questa poesia […]? È l’esitazione fra servitù volontaria alla letteratura, come schermo, maschera, punto d’appoggio convenzionale e libertà immediata, come espressività integrale, ‘sincerità’”. Un elemento di contraddizione simile, ma meno evidente, a quello che si riscontrava nei poemetti di Pasolini, tuttavia più visceralmente disponibile di quanto non fosse Roversi a cogliere i sintomi di una vitalità intollerante della stessa chiusura ideologica (mentre Roversi è appunto dedito a riassorbire ogni insorgenza in grigio e in epica corale). Nel risvolto di copertina del primo Dopo Campoformio, l’autore parlava chiaro, dicendo di un libro “monotono, con pagine di pietra”, “buttato in una oggettività disperata e dolente”, inteso a dare “il ritratto dell’Italia rotta e adirata che ancora insiste e resiste […] e non è splendente ma grigia, non celeste ma nera, struggente come una brace”. Precisando, prima di lanciare strali avvelenati contro la neoavanguardia (“il neofuturismo che s’affaccia con un plurilinguismo da crociera turistica”), che il suo “non è dunque, e non vuol essere di proposito, un libro tenero, ben fatto, o nuovo […], ma […] un libro d’opposizione, un libro di contrasto politico”.
Tuttavia c’era ancora un legame, in questo libro, con una possibilità di bellezza letteraria (qui negata, ma a un livello di smorzatura più che di dissoluzione), come in Pasolini, che in seguito verrà più sostanzialmente affossata. E sarà la stagione delle Descrizioni in atto. La trama contadina, la fabulosità sia pure illusoria del vivere biologico (l’accensione degli amori prima della monotonia della vita sfiorente) viene sempre più sfaldandosi (mentre in Dopo Campoformio agiva anche una sorta di koinè popolare, leggendaria, che nutriva in quegli anni in modi diversi anche il Volponi delle Porte dell’Appennino e il Bertolucci incubante la Camera da letto) e lascia il posto a un disegno di opposizione politica, per stare a un’espressione dell’autore, sempre meno disponibile alla letterarietà.
Curioso ma impossibile da passare sotto silenzio un sostanziale (chissà se cosciente) avvicinamento in questi nuovi testi a quel “plurilinguismo” così violentemente stigmatizzato nella nuova avanguardia, al sabotaggio insomma delle strutture solide del discorso letterario, che proprio i novatori del Gruppo stavano conducendo, sia pure in forme diversificate e spesso profondamente divaricate. Il fatto è che la forza rappresa delle immagini di Dopo Campoformio, “tese ognuna da scoppiare, al punto che stai per vedere saltare le cerniere sintattiche e logiche”, come diceva nella sua recensione – requisitoria Fortini, è ora esplosa e ha fatto davvero venir meno il contenimento del poema – elegia, per lasciar emergere i nodi, i nervi, gli spigoli del discorso ideologico ma anche semplicemente rappresentativo.
E qui davvero si coglie qualche baleno di prossimità soprattutto a Pagliarani, se si pensa all’esperienza insieme ragionativa, discettatrice e disgregante (montaggio di testi “altri”, citazioni extra – letterarie, opzione ideologica) delle Lezioni di fisica (poi Lezioni di fisica e Fecaloro: rispettivamente 1964 e 1968). Non è un caso che proprio a questa altezza si dia anche il gesto simbolico del rifiuto del veicolo tradizionale di diffusione della letteratura (quello editoriale), come a segnalare il punto più profondo e radicale di disagio nei confronti del proprio fare e la tensione a un discorso altrimenti orientato (proprio Fortini e la sua concezione della poesia come errore è in fondo decisivo per Roversi).
Quando torna al progetto di un poema sullo stato della Nazione, dopo essersi cimentato in tentativi prosastici e teatrali, il poeta ha ormai lasciato dietro le spalle la brace, il grigiore balenante di una vecchia, arcana, povera Italia, e anche tutto il fuoco d’artificio dello sperimentalismo. Sa che né la strada della rappresentazione oggettiva, epica, né quella della presa diretta plurilinguistica possono di per sé fare da sonda attendibile. Nasce il progetto dell’Italia sepolta sotto la neve, poema ancora in costruzione, in cui le forme solide, le immagini tese e a volte turgide (ma smorzate nella loro tensione) di Dopo Campoformio vengono liberate dalle guaine ma, per lo più, senza dar luogo a una contestazione formale del discorso letterario, piuttosto svolgendo una rappresentazione della crisi e dell’impasse in modi allegorici, cifrati. Del poema sono state fatte conoscere fin qui diverse parti, tutte in modi semiclandestini, da editori minori, al di fuori del circuito dell’industria culturale: L’Italia sepolta sotto la neve. Premessa (Nordsee, Roma 1984, poi Quaderni del Masaorita, Bologna 1995); Parte prima (Il Girasole, Valverde [Catania] 1989); Parte seconda (Pendragon, Bologna 1993); infine La partita di calcio (Pironti, Napoli 2001), costituita da novanta brani (i numeri 164-253 dell’intero progetto).
È chiaro che il poeta tenta una sorta di assemblaggio, nei brani del poema, del tutto della storia, della letteratura, del transito esistenziale (si veda il n. 10 [173]; della Partita), dove il nesso, il connettivo non è nella narratività dimessa di Dopo Campoformio né nel montaggio violento e polemico delle Descrizioni, ma in una giustapposizione e calibratura che mantiene un quoziente di enigmaticità. Insomma, è come se materiali reietti della vicenda storica e intellettuale si ricomponessero senza esser costretti nella sutura della sintassi, ma sospesi, allo stato gassoso, in una inquieta e non poco turbata sospensione aerea, come particelle di un universo in perenne scomposizione. È in questa sorta di deriva del senso e della tenuta d’insieme della Storia (avvertita, almeno a livello latente, dal Roversi poeta) che tali appuntiti ingredienti acquistano una loro vitalità non del tutto esplicita (stavolta l’energia delle sovrapposizioni e degli scarti fa piuttosto pensare a certo Porta). La scrittura della Partita, per esempio, è chiara, fruibile e insieme polisemica, anche se non oscura. E le figure che vi compaiono (Agrippa D’Aubigné, Achille Varzi, il giocatore di calcio, Che Guevara, Chet Baker, Glenn Gould…) sono come indicatrici di un sovra – o sotto – senso, emblemi, nomi simbolici di una storia che continua a fluire nel presente, a giocarsi, magari all’oscuro della coscienza dei tempi. La stessa partita di calcio è allegoria incerta e proteiforme. Forse il punto è che la battaglia si è spostata, impercettibilmente, fino a non coincidere più con alcuna contesa nota, analizzabile in termini strettamente ideologici. Forse per questo sono diffusi segnali e moniti di una definitiva sparizione, di un generale arresto: è il caso dei libri, incendiati, minacciati, posti sotto l’assedio di un pericolo incombente, che spesso compaiono nei testi della Partita (si legga da 87 [250]: “bruciano i vetri delle biblioteche / gli scaffali di legno odorano di onde di boschi / avvampano i libri chiedono pietà / o muoiono in silenzio o scendono in battaglia contro il tempo / che li tempesta. / Cenere nelle biblioteche con gli avidi pipistrelli / chini sopra gli ultimi fogli. Fumo”). Un mondo, quello umanistico, quello del discorso e della ragione opposti al divampare degli eventi ciechi, sembra entrato in crisi e pare costituire uno degli elementi della partita, più enigmatica, fonda, indecifrabile, che si va giocando sopra e sotto la nostra percezione: in una sorta di universo totale e totalizzante, in cui distinguere storia, cronaca, letteratura, politica sarebbe vano. In questo, forse, la ragione ultima del poema.
Poesia – Mensile internazionale di cultura poetica, anno XVIII, n. 198, ottobre 2005.
Il telefono
Un tempo era un lusso vero, adesso questo strumento è diventato di tutti – Impedire ogni intervento che comporti altri assillanti problemi agli utenti – Un servizio che dovrebbe essere garantito e gestito come “sociale”
Il telefono: questa “cosa” che in casa nostra è lì come un oggetto fra gli altri, qualche volta anche stilisticamente più bello degli altri; ebbene si può dire che il telefono oggi “è di moda”. Infatti, oltre a essere una necessità primaria per i nostri rapporti rapidi, sia familiari, personali o di lavoro, è anche argomento di un aspro dibattito e oggetto di violenti scontri politici; oltre a essere oggetto di premure attente e di manomissioni sapienti dei corpi separati e dei servizi segreti di ogni genere (abbiamo su ciò letto e riletto notizie per anni). E il telefono è tutte queste cose insieme in quanto è al centro e alla base della nostra comunicazione.
Un tempo, non troppo lontano, avere il telefono era un lusso vero, riservato ai ricchi; comunicare per telefono restava un fatto ancora sorprendente; e tale privilegio (l’uso di questo canale di comunicazione) rimaneva affidato al beneplacito di tutti coloro che avevano il potere. Il popolo non telefonava, oppure si avvicinava al telefono con circospezione, in occasioni estreme.
Oggi, la situazione è capovolta. Il telefono è (o era) diventato di tutti – o di quasi tutti –; è o era diventato una comunicazione sociale, dunque ormai una necessità per molti o per quasi tutti. Direi meglio: è o era diventato il canale più aperto semplificato direttamente gestibile e dunque più utilizzato di “distribuzione della comunicazione”: soprattutto perché lo hai subito sottomano, te lo trovi in casa, lo usi o lo usavi senza scrupolo di rapporti e interferenze intermedie (all’apparenza!), e perché il rapporto con l’altro che ascolta è immediato e riservato – o dovrebbe esserlo. Il telefono non è più un lusso, occorre ripeterlo bene – anche se come oggetto può diventare un lusso (c’è il falso antico o il modernissimo aerodinamico, adesso l’apparecchio a pulsanti, costosissimo e rapidissimo, che toglie la preoccupazione dell’errore perché non sbaglia mai. Ma anche questo gioiello tecnologico sarà presto superato da altre e diverse alchimie).
In questi giorni intorno al telefono c’è un rinnovato fermento e c’è scontro e un dibattito anche furioso; oltre a essere in atto, ricordiamo, la grossa novità dell’autoriduzione che ha convogliato nell’azione – è giusto riconoscerlo – molta più gente e gruppi familiari di quanto previsto. Ribadendo il dissenso da ogni forma di violenza che serve solo a suscitare l’isterica, rabbiosa, perfida, articolata e programmata violenza avversaria, è urgente ripetere che la lotta impegnata contro il calcolato rincaro della bolletta è strettamente opposta e legata alla violenza antioperaia, che i portatori di ogni privilegio intendono proseguire dilatando l’ombra di nuovi errori, nuove difficoltà e diverse e improvvise necessità.
Ma proprio perché il telefono soddisfa ormai a un bisogno sociale (a una richiesta sociale di comunicazione) occorre impegnarsi per impedire ogni intervento che comporti ancora ristrettezze altri assillanti problemi agli utenti (e sono tanti) ai quali il telefono presta l’unico legame con “il mondo”. Mi riferisco alle persone anziane e sole, ai pensionati, insomma a coloro i quali nel telefono hanno il solo collegamento che li rassicura di un eventuale pronto intervento, di un sollecito incontro o soccorso; e che li conforta con la voce ritrovata, sia pure breve sia pure saltuaria, di una persona amica. Per questi l’uso del telefono dovrebbe essere garantito e gestito come un servizio sociale di prima necessità, al pari di altri ritenuti indispensabili.
In diversa prospettiva (per chiudere questa nota) sottoposta a questo problema la preoccupazione, oramai ribadita e convalidata da prove che direi “orribili”, che proprio per la sua affermata priorità la comunicazione telefonica sia consegnata a ogni tipo e genere di interferenze spionistiche – vorrei dire “definitivamente”. Pare infatti che ci si debba rassegnare – in una società qual è questa – ad avere sempre un terzo incomodo, come ospite senza volto e senza respiro, nel corso delle nostre conversazioni con gli altri. Questo limita il campo della comunicazione (di questa comunicazione), induce a una reticenza calcolata; in altre parole, porta all’ipocrisia mascherata della comunicazione e questa ipocrisia può diventare norma, una pigra abitudine; una malattia viscida di cui non dobbiamo adattarci a essere portatori incolpevoli; o magari sapendolo e dunque già con l’abitudine a questo male. Bisogna lottare politicamente per rovesciare questa conclusione negativa.
“Chi comunica cosa e come”, l’Unità, venerdì 17 ottobre 1975.
I bolognesi con il naso in su
Il restauro di San Petronio – Guardiamo per capire – L’utilità sociale dell’operazione
Per aprire questa volta il discorso mi riferisco a un avvenimento che ha interessato e interessa tuttora i bolognesi; dopo di che, da alcune considerazioni in merito, passo ad altre più generali che interessano l’argomento di base di queste brevi note settimanali. L’avvenimento è la facciata di San Petronio fatta nuova; una parte della facciata intanto, ripulita come tutti hanno visto con scrupolo tecnologico e intelligenza delle scelte specifiche; in modo tale che adesso suscita a guardarla (direi a rimirarla) stupore e piacere – insomma quella particolare soddisfazione dell’occhio e dell’intelligenza sollecitata da ogni opera ben riuscita e conclusa (e nella fattispecie non c’è da aspettare che il completamento).
Ho detto riuscita, conclusa e vorrei aggiungere “consonante”. Intanto: consonante a che? Rispondo: al discorso più ampio e articolato sulla città e sull’uso della città che è stato impostato, avviato e tuttora tenuto in atto dalla sinistra; al discorso sull’uso degli spazi pubblici; a quello sull’utilizzazione dei comprensori storici; e più in dettaglio all’uso a cui debbono essere subito adibiti i singoli monumenti – che per molti, fino a ieri, erano soltanto vecchi monumenti predestinati alla negligenza annoiata e alla demolizione interessata.
Infatti è contrassegno spregevole di una classe dirigente inetta e corrotta qual è quella, nella gran parte, che ha pianificato lo sfacelo urbanistico italiano in questo dopoguerra non solo massacrando là dove si poteva costruire con il decoro della ragione (e con utilità vera senza contaminare), ma abbattendo, frantumando, distruggendo con una frenesia ipocrita e schizofrenica (quindi proprio con la furia di scancellare) là dove la costruzione antica nella sua struttura più corretta e lineare poteva essere ricondotta e integrata nella vita sociale, senza sperpero, anzi con beneficio economico e vantaggio per tutti; è contrassegno, dicevo di questa classe (la cui arretratezza culturale è stata ed è diabolica nel male come diabolica è stata la sua fame di lucro e di guadagno spicciolo) un entusiasmo fasullo e tattico e un rispetto volgarmente ironico per i monumenti, per l’arte e la cultura, per la nostra storia che si evidenzia in oggetti e cose, per il retaggio di “Roma” ecc., soltanto a parole e nei periodici appuntamenti con i centenari; e subito dopo riproporre i cavilli più assurdi o provinciali per gli scempi che vengono sempre giustificati con l’utilità pubblica, con il bisogno e la premura del progresso generale, con le urgenti necessità o le scadenze sociali non ulteriormente procrastinabili ecc. I valorosi, gli intelligenti, i coraggiosi (anche) che nel corso di questi anni si sono battuti contro questi barbari, testimoniano con cento ferite la durezza della battaglia e le sconfitte patite. Va a loro onore di non aver rinunciato, nonostante questo, a contrastare, additare, premere, pubblicizzare.
Ebbene che cosa significano (rappresentano) nella realtà della vita sociale, una facciata di chiesa “pulita” o ripulita; lo scrostamento attraverso mille difficoltà della morchia dei secoli; la ricerca e il ritrovamento della pietra originaria, dunque del colore originale e della collocazione originale di un monumento attraverso il ricupero e il riordino dei suoi componenti? A mio parere la risposta è questa: significa riorganizzare in tutti i dettagli il discorso della comunicazione; recuperare i momenti e i tempi semantici della piazza per un discorso organico, non più mistificato, falsificato, lacrimoso sul piano sentimentale e subdolo sul piano sociale; significa ricollocare l’antico o il cosiddetto antico nella sola prospettiva che lo renda ancora fruibile, sciogliendolo da un’ibernazione e da una falsa serietà che sembrano e sono senza storia e senza futuro.
La facciata di San Petronio quando era tutta nera (così vilipesa dal tempo) appariva staccata dal contesto della piazza, relegata e subalterna; un fondale di carta macchiata o un fondale scenografico rovinato dall’uso in un qualche teatro di provincia; ci strisciavamo contro senza emozione o con l’indifferenza dell’abitudine; mentre la facciata “ritrovata” o “rivisitata” è carne viva, dà voglia di palparla perché torna a premerci addosso, torna a comunicare; e a comunicare con noi attraverso lo stimolo di una sventagliata di sentimenti e sollecitazioni di volta in volta agitati da questa presenza “giusta”.
Sembra perfino che la facciata sia avanzata di qualche passo nella piazza ma senza invadenza; che si sia distesa e ampliata; in un certo modo anche che chiami avendo aperto un colloquio; dato che il colore ritrovato è sorprendente, molto “giovane” e distribuisce una luce che coinvolge gli altri edifici in giro. E in questa luce l’uomo entra con una sollecitazione più decisa, direi anche più convinta. L’occhio “guarda”, non corre via; l’adeguamento allo spazio generale, per ciascuno di noi, è diretto: s’avvia un rapporto che dispone all’ascolto o alla partecipazione.
Ascoltiamo le pietre? Ascoltiamo la voce di una storia? Direi che ascoltiamo noi stessi e gli altri; che riflettiamo e indugiamo; che finalmente in questa occasione guardiamo per capire, per capirci o per avere in quel momento una più profonda emozione con la città che è questa, al nostra. La facciata non è stata ripulita per noi (come fu sciacquata la Parigi di Malraux); è stata ricondotta a noi; cioè è stata ancora una volta “tradotta” da un linguaggio a un altro, da un linguaggio aulico e morto a un linguaggio dialettale e vivo, frastornato di vivi neologismi; ed è stata tradotta per essere riletta da tutti, senza una fatica particolare ma con particolare interesse o come una novità.
Ecco l’utilità sociale di questa operazione di lavaggio delle pietre (che rientra nel discorso all’avanguardia che la città fa su se stessa da tempo); non un’operazione clientelare, museografica, elitaria ma un atto (fra i tanti avviati da un’Amministrazione comunale che riesce a muovere e a smuover molte forze e porte) di utilità generale. Perché nulla dovrebbe andare disperso di ciò che l’uomo ha fatto per suo uso e consumo perché resista nel tempo, e che il tempo non ha consumato come inutile.
I bolognesi a testa in su, a guardare e a commentare, non stavano speculando una eclisse di luna, che capita ogni secolo, ma ricuperavano un altro momento (e di molto interesse) della loro comunicazione. Non c’era una sorpresa, che è solo di Bertoldo alla corte del re (e anche questa con malizia) ma la convinzione di riuscire a fare un altro passo avanti nella conoscenza reciproca e dei fatti comuni. La sorpresa serve soltanto al potere. I bolognesi sono da tempo abituati ad altro. A cose di volta in volta concrete. Per fortuna (come possiamo concludere).
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 10 ottobre 1975.
Un quotidiano nella tempesta
La vicenda de «Il foglio» – Lettori troppo “difficili” – Errori, pregi e novità
«Il foglio», un quotidiano nella tempesta. E quando un “quotidiano” si dibatte fa sempre l’effetto di qualcosa di misero, di perduto; qualcosa che sta al margine, che non riesce a inserirsi, che si sta sgretolando; che può perdersi, allora, perché non è necessario. E poi: di fronte alle grandi testate che mangiano miliardi e miliardi come uva, cosa conta, a che serve il piccolo quotidiano di provincia? Che cosa importa se esiste o se muore, se riesce a sopravvivere, tanto più se è un quotidiano nuovo, appena nato, a cui nessuno si è ancora abituato o affezionato, perciò molto debole e poco conosciuto?
Ecco, secondo me, la domanda più importante e “vera”, al di fuori della facile anche se giusta tensione sentimentale e della giusta, anche se facile, rabbia politica o sindacale: a che cosa è servito e a che cosa serve oggi «Il foglio»? È utile (dico utile con spregiudicatezza e non dico giusto, come sarebbe altrettanto normale); dunque: è utile che nonostante la sua intrinseca debolezza sopravviva? Che noi tutti procuriamo perché non solo continui ma “possa” continuare? In quattro parole farò la storia de «Il foglio»; non quella ufficiale o quella che attraverso varie azioni e documenti adesso passa sotto gli occhi di tutti; ma la storia di alcuni dati come l’ha potuta recepire un lettore normale, ma un lettore fin dal primo numero “attento”, come sono. Mi autorizza la mia fedeltà.
Per conferma di una adesione sostanziale ai programmi di lavoro e alle modalità con le quali il giornale si presentava, non volendo adattarmi a fingermi uno dei piccoli elargitori di modesti contributi strappati di volta in volta, ma volendo collocarmi nell’unica e vera veste di “lettore”, ho costantemente acquistato tre copie del giornale (due da proporre come offerta e suggerimento ad amici, a persone anche dubbiose o contrarie perché provassero a scontrarsi, ecc.), dato che credo, e lo ripeto, che la comunicazione si realizza soltanto nell’essere consumata.
Ogni altra forma di consenso e di sussidio è paternalistica, svincolante, tattica; comunque lontana dall’aderenza alla realtà dei fatti che si inseguono e si scontrano. E diciamolo subito: sarebbe bastato che gli amici, i cosiddetti amici de «Il foglio» avessero acquistato il giornale con regolarità, senza dimenticarsi di farlo pur commentandolo, perché le vendite si assestassero su quell’argine di sicurezza da cui nessun vento contrario avrebbe potuto smuoverle. Ma i conto confermano che neppure gli amici hanno acquistato con scrupolo il giornale, o hanno continuato ad acquistarlo.
Il fatto è che «Il foglio» si proponeva di rivolgersi fin dall’inizio a un pubblico di lettori da una parte estroso, umoroso, anche rancoroso, facile alle distrazioni e ai rapidi amori ma anche agli altrettanti rapidi disamoramenti, dall’altra parte un po’ fazioso, cavilloso, stretto alle proprie scelte una tantum come a un’ancora di sicurezza o di salvezza; dunque non duttile (nel senso voluto dall’iniziativa) e soprattutto non “nuovo” (ammesso che un lettore “nuovo” si dia ancora, in questo senso, e sul detto taglio si potrebbe disquisire fino a domani). «Il foglio» non avendo voluto o potuto o saputo fare i numeri zero (cioè numeri di prova e non di vendita), neppure è da pensare che abbia compiuto un sondaggio per identificare in anticipo e in termini realistici (cioè sul mercato delle idee e degli acquirenti delle idee in notizia) i propri lettori; il numero dei quali restava pertanto un’ipotesi.
Secondo le premesse generiche avrebbero dovuto essere: a) i buoni lettori del quotidiano montiano, dunque quel 10% dei 150.000 consumatori giornalieri dello smog locale che avrebbero assicurato 15.000 copie; queste aggiunte b) alle 3.000 copie dei soci sottoscrittori e c) alle 2.000 copie di lettori probabilmente interessati al giornale come seconda lettura (quindi lettori del PCI, del PSI, extraparlamentari, radicali) avrebbero assestato la vendita sul margine di 20.000 copie giornaliere; il resto sarebbe magari venuto, come si è detto.
È subito apparso che i 2 mila lettori del gruppo c) sono lettori troppo “difficili” da coinvolgere e soprattutto da trattenere: che il 10% dei lettori del R. d. C. non si riusciva a schiodarli o a persuaderli perché la partenza fu da “formula 1” (ruggente e frastornante ma che, se non affidata a campioni, per lo più nei primi 100 metri brucia la frizione; e si aggiunga insieme il fumo dei gas compressi e le debraiate rabbiose, ecc.); e che i 3.000 lettori del gruppo b) che dovevano essere arcisicuri poiché promotori, via via si intiepidivano fino al punto (molti di loro) di dimenticarsi di comperare, o di comperare con regolarità. Restano i fedeli: alcune migliaia di cani sciolti, pertinaci consumatori di notizie, fra i quali il sottoscritto. Quali dunque gli errori intrinseci? Quali i pregi? Le ovvietà? Le novità? Un errore di fondo come ho detto: la concitazione ideologica fin dal primo numero che tocca più di una volta la confusione per eccesso. A fianco a fianco nella stessa pagina coesistevano ideologie e tensioni sottilmente diverse (non dico contrastanti) che articolavano le notizie su molti piani; la pagina era spesso “turbolenta” e ansimava; questo poteva certo provocare e attrarre gli addetti ai lavori o lettori dall’orecchio esercitato ma certamente non il timido, scontroso e prevenuto lettore che ci proponeva con cautela e progressivamente di esorcizzare.
Le ovvietà? Una ridondanza di argomenti e di problemi che svettavano fra il locale e il nazionale non riuscendo spesso a coprire o a riempire in modo esauriente né l’uno né l’altro settore. L’aver voluto, nonostante le premesse, mettersi in qualche modo in corsa col «Carlino», volendo tutta la cronaca e non essersi subito decisi, con convinzione, a dare una cronaca più stringata, selettiva, immediatamente più socializzata, meno informativa nel senso del colore e più incidente nel corpo della città. I pregi? Intanto uno è di fondo; tale che a mio parere giustifica l’esperienza e la convalida; e rende desiderosi che continui. Il linguaggio; il modo di dire le cose, oppure la volontà (che è cultura) di dirle in certi modi; magari arrancare ma cercare, tentando un po’ per volta di selezionare semplificando l’informazione; e insieme una tensione dell’intelligenza che era cultura e che coinvolge il lettore come un invito fatto a voce alta, molto persuasivo.
Dunque un giornale pieno ancora di errori ma un giornale “diverso” nel senso sopradescritto. E questo è stato principalmente merito dei collaboratori tutti molto giovani (quindi impazienti e poco educati; alle volte vistosamente insofferenti), che offrivano al lettore un modo nuovo di vedere (cioè di leggere) il mondo molto stimolante.
Ma devo finire. In questi giorni «Il foglio» è ridotto a un pugno di parole; molti sono anche sbarcati. Io mi auguro che si trovi attraverso questo impegno faticoso, il modo di rimetterlo in onda; non perché prosegua un giornale, ma perché c’è bisogno di questo giornale. Aver ribadito in poco tempo e nonostante cento errori la necessità di una presenza mi pare possa essere un motivo di soddisfazione per chi ha fatto, e di spinta ad aiutare per chi ha letto, e vuol continuare a leggere.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 3 ottobre 1975.
Giornali nella neve e cani di S. Bernardo
La libertà dell’informazione – I casi di tre quotidiani
Credo che sia utile ripetere, in termini sempre più espliciti, che la libertà di stampa o della stampa rientra in quei discorsi che ogni persona in buona fede dovrebbe evitare o dovrebbe rifiutare in quanto fumosi e complicati da perfide astuzie, da cento corbellerie. Dico “dovrebbe” e intanto comincio io stesso a scantonare ritenendo di fermarmi ancora un poco su questo problema; pronto a ricredermi se ammonito che argomentando sbaglio.
Va benissimo affermare che la libertà dell’informazione è una libertà e il diritto all’informazione è un diritto. Ma se l’informazione è un diritto indiscutibile, la libertà dell’informazione appare allo stato dei fatti una libertà labile e condita dei più diversi ingredienti; in altre parole, direi: non c’è la libertà dell’informazione, questa libertà non c’è (mentre è vero che ciascuno può chiedere e cercare la “propria” libertà d’informazione – che è quella elargita dall’ideologia che si condivide). I mezzi di comunicazione sono condizionati con rigore scrupoloso e ogni altro discorso all’intorno e in merito riesce soltanto “buono” per la millesima tavola rotonda da consumare in qualche centro termale, come è ormai una abitudine italiana. Si può aggiungere che l’informazione, come diritto acquisito, è esercitato nei casi migliori con una cautela, nonostante le apparenze, che direi vertiginosa (da capogiro); negli altri casi con la più acerba malagrazia, con arroganza se non con irridente o indecente teppismo. I casi anomali e che meritavano rispetto non sono molti e tutti identificati.
Qualche particolare. In questo momento tre sono i quotidiani in secca, intorno a cui si spendono parole ancora parole e alcuni fatti concreti: «Bresciaoggi», «Il nuovo quotidiano», «Il foglio». Lasciando da parte questo ultimo giornale, che merita altro e diverso discorso da svolgere la prossima volta, ecco in breve e intanto le schedine anagrafiche relative ai due in questione. «Bresciaoggi» è avviato con il finanziamento di un gruppetto vicino a Lucchini, uno dei maggiori produttori di tondini di ferro. Le ragioni? Per un debito o per debiti di gratitudine intendevano appoggiare la candidatura – stavolta contestata dai nuovi notabili dc – del fanfaniano Boni, sindaco della città. Passate le elezioni, defenestrato il personaggio perché trasferito alla Provincia, il gruppo ritenuto esaurito l’impegno ha voluto chiudere la baracca senza rimetterci altri quattrini. Tutto dunque all’insegna di questioni personali fra pochi individui e all’interno di beghe di città.
Per «Il nuovo quotidiano» prendo da un articolo interessante di Soglia su “Prima”: “Non si può infatti confezionare… un prodotto… come un giornale… con l’improvvisazione e la fregola elettoralistica contingente. C’era nei promotori politici dell’iniziativa editoriale… la preoccupazione per l’annunciato quotidiano di Gorrieri… e Pedrazzi; c’era il disappunto per il cambio della guardia al Carlino e quindi la paura, da parte dei dorotei, di perdere presenza e spazio sul giornale del petroliere Monti, fanfaniano senza moderazione anche con l’arrivo di Pieroni”.
Ma c’è un passo più avanti nello stesso articolo che contiene un’affermazione che io contesto; questa: “Un accordo di massima per la prosecuzione delle pubblicazioni del Nuovo quotidiano è stato infatti raggiunto venerdì 29 agosto tra la proprietà e il Comitato di redazione del giornale, assistito dai rappresentanti sindacali dell’Associazione stampa. Consideriamo l’accordo un fatto positivo sotto il duplice profilo del risultato sindacale e del necessario pluralismo dell’informazione”.
Nessuna obiezione per “il profilo sindacale”, ciascuno avendo diritto alla tutela degli organi che si è apprestati e a cui aderisce; ma “il necessario pluralismo dell’informazione” a mio parere deve riferirsi esclusivamente all’urgenza e all’esigenza di un’informazione democratica a più voci; non invece a una informazione connotata da un avvilente rancore di gruppo; a una informazione non promozionale ma di retroguardia, alimentata da interessi partitici oscuri e gretti e da disastrosi interessi economici, contro i quali è andato (vincendo le dure barricate e le opposizioni più sconsiderate e avvilenti) proprio il voto popolare del 15 giugno.
Tale “informazione” infatti era stata promossa per bloccare attraverso l’uso manipolato dalla comunicazione ogni possibile e probabile progresso democratico, distorcendo e frastornando anche il più semplice inciso. Questo occorre dire per non dimenticarlo. Allora? Allora è vera democrazia popolare (cioè del popolo, che è sempre generoso, forte, acuto) lasciare vivere e anche prosperare queste iniziative di informazione, se esse hanno voglia e modo di vivere e di prosperare autonome; ma è anche vera democrazia, e a me sembra la più autentica, cercare di contenere e arginare questa comunicazione giustapponendo più libertà, più fantasia, più coraggio, più generosa invenzione e premura, più previdenza del futuro e più concreta aderenza alle necessità e alle richieste popolari.
Ne consegue che è democratico al modo sopraindicato augurarsi che via via vengano tolti a queste iniziative ogni spazio e consenso fino a convincerle che non hanno più ragione d’essere e che devono togliere il disturbo; sciogliersi e disperdersi. La democrazia non è un cane di San Bernardo che corre con la sua fiaschetta a soccorrere ogni acerbo alpinista in difficoltà. Vero è che ciascuno deve o dovrebbe avere diritto a pane e lavoro; ma non ad ogni pane che voglia o ad ogni lavoro che creda. A pane particolare c’è diritto particolare, vale a dire fuori di metafora non al consenso generale ma a quello più limitato e vicino di amici e di compagni di strada. Ciascuno cerchi i propri e si conti e stia quieto.
La vera libertà (è ancora la folgorante affermazione della Luxemburg) non è la mia libertà ma è la libertà del mio avversario. È da ricordarlo sempre, anche se non vale per sollecitare e giustificare un soccorso generale e indiscriminato per ogni occasione. Invece è giusto dire: ciascuno si abbia il proprio, secondo le modalità e le pratiche che si è meritato.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 26 settembre 1975.
Ritagliare le quattro piccole verità
Ritagliare le quattro piccole verità
a che serve?
Leggere il fuoco del mondo bruciando le ali.
Vedo nel volo degli uccelli
la mutazione del viaggio
e come la migrazione ricerca altri fini
e come raggiunge un approdo.
I poli sono aggrediti
le ultime selve foreste
da mondo a mondo un unico sole di fiamma.
Cresce la potenza delle tenebre ma
cresce la speranza
lascia tutti attoniti perché ha lunghe braccia.
Dispacci, 29 agosto-20 settembre 1987.
A Beethoven preferisco l’insalata
Riferendosi dieci anni fa a un album di Battiato appena uscito: L’Arca di Noè, un critico scriveva che questo era una raccolta di emozioni: «È un album che propone atmosfere da grande dramma, da vigilia dell’apocalisse. I testi sono ancora a mosaico, buffi mosaici, dove tutto si innesta e si scompone con grande piacevolezza d’ascolto. Lo sberleffo per la scrittura tradizionale è evidente, ma Battiato non poggia tutto su quello, quanto piuttosto sui corali “alla russa”, sulle continue citazioni di Tirana. Varsavia, i giochi di onde, le voci lontane…». Invece l’album da poco distribuito, oggetto di molta attenzione, direi che è tutto intero una raccolta di riflessioni: chiarissime, scandite, essenziali. Con un risultato complessivo che affascina, pure dentro alle riserve. Ad alcune riserve. Dove collochiamo il fascino e da dove deduciamo, da attenti ascoltatori, il manipoletto di riserve? Cominciamo da queste, annotando quasi una intercapedine, un sottile strato di fòrmica, fra il gruppo delle prime quattro canzoni con testo e musica di Battiato e il gruppo delle altre quattro canzoni di Wagner, Marlin, Brahms, Beethoven nelle quali Battiato ha solo messo le mani e ha prestato la voce. Un disco di Battiato, oggi, presuppone almeno (ma si può dire soprattutto) una struttura molto compatta, una organicità che sorregge il discorso argomentante con il massimo di rigore. Qua, a mio avviso, c’è una ascensione, o progressione, con cesure. La qualità timbrica della voce tende un poco a squilibrarsi: lo sforzo trattenuto della pronuncia appiattisce la tensione che in Battiato ha di solito la grande qualità di essere sempre molto interna e di suggerire emozioni soltanto a un ascolto non solo attento ma attentissimo. Dal cauto impaccio appena sfiorato del canto in francese, si passa a un testo tedesco e a un testo inglese (anzi, a due testi tedeschi) in dizione, come dire?, molto didascalica. Con la conseguenza che ci è proposta di volta in volta una piccola delizia che non riesce a liberarsi. Partecipiamo ma non siamo estraniati dal mondo. È una promessa, non un compimento. Altra riserva la rivolgo, vorrei rivolgerla, alla prima canzone Povera Patria, che tanto consenso ottiene ed è dunque così celebrata.
I segni scritti ricevono costanti incrinazioni da una costante piccola rabbia del sentimento che stenta a comporsi in dramma, ricalcando il terreno di una corretta ovvietà. Abusi del potere, gente infame, inutili buffoni, paese devastato dal dolore, le iene negli stadi, nel fango affonda lo stivale di maiali; possono sembrare conati di vomito per un carico di cibo eccessivo; mentre il lavoro “buono” di Battiato è sempre sotto il segno di un digiuno rigoroso; una scelta di ricerca e un’assenza di prevaricazione. Qua invece è come un’occhiata all’intemperanza. La resa è certamente immediata ma un poco squilibrante. Detto questo, torno a precisare che il risultato complessivo di questo ultimo impegno musicale di Battiato a me sembra notevole. Se non sbaglio troppo, il segno costante, coinvolgente e sconvolgente di questi testi così ravvicinati è la rottura continua, la rottura costante del silenzio. L’atto di sortire dall’ombra di un qualche purgatorio. Una rottura di vetri, via via, per ricomporre con gesti cautissimi, subito dopo, lo specchio che dovrebbe riflettere un cielo e invece riflette una tempesta – o il tormento dell’attesa di una tempesta immaginata e da cui si vuole o si vorrebbe fuggire. La rottura del silenzio è non la presunzione ma la convinzione di riuscire a comunicare, coinvolgendo qualche altro, con se stesso. Perciò anche il movimento, attuato solo per necessità, non comporta trapassi di sostanza ma è rottura, esclusiva rottura dell’immobilità; che va in fretta ricomposta. E la vita è speranza di essere un altro, e di diventare un altro; ed è certezza di essere già stato, partecipando; quindi di non appartenere più a un dubbio ma a una convinzione. Convinzione, non speranza. Questo sistema riflessivo, comunque venga interpretato o accettato dall’ascoltatore, suggerisce spesso una tenerezza vibratile dei sentimenti e una perfezione formale essenzializzata, da ritenersi unica in questo momento, nel nostro ambito. L’esattezza espressiva, accompagnata da suoni scabrissimi, consente di percepire e partecipare ogni minima vibrazione e indicazione; così che niente va perduto. Le sacre sinfonie del tempo e Come un cammello in una grondaia risultano essere, a mio parere, al centro di questo discorso cantato (un piccolo oratorio filosofico).
Mongolfiera – Bologna, n. 10, 24-30 gennaio 1992.


