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Lunedì, 18 Novembre 2013 17:16

La gentile signora (III)

soldato soldato grida la gentile signora mio sol-

datino soldato

quanto ti amo grida la gentile signora soldato ti prego

volta la testa bionda mostra il tuo petto bianco

lo voglio colpire come un’onda leggera che appena ti sfiora

un’onda lunga di mare che arriva alla spiaggia e ti fa sognare.

Addio addio.

Fiore rosso rosso fuoco rosso rosso sul petto bianco

com’è giovane il pelo del coniglio sul prato

soldato soldato mio soldatino soldato sbarbato

perché ti chini perché cadi perché

guardi nuvole che non hanno strada

non hanno occhi non orecchi non le mani

alzati balla con me ridi ancora mentre ti divoro il cuore

balla sul prato fino a domani

quando il cielo sarà spezzato

dal calcio di un soldato come te spaventato

 

la gentile signora

si lava i piedi alla fontana

acqua fredda fra mattoni sgranati

puzzano già di morto la primavera è lontana

ride la sua bocca nel sonno degli uomini condannati

mentre la luna grida

sul torrente pieno di rospi –

la solitudine è signora della notte

il silenzio accende

candele fra i rami

in onore dei soldati che sono entrati nell’ombra fatale.

Il volo di grigi uccelli stridenti

mentre braccia mani teste mozzate senza un grido

volano fra le foglie da cui sangue piove

 

il mondo la gran parte del mondo si

dibatteva in catene strisciava i piedi per terra quali

orme lasciava?

La gentile signora taceva sorrideva

colpiva qua e là inviava fuochi

sottraeva le giovani vite alla vita

a caso né lacrimava scendendo a

                                                  calpestare l’acqua

                                                  di un fiume di ossa

                                                  urlante infuriato

è il fiume dei soldati che scorre lontano

cavalca nuvole di fumo nero sull’orlo delle strade.

Chiamava chiamava chiamava il soldato

la mano sul petto

nessuno gli badava nessuno ascoltava

quattro solitari cavalli trottavano

cercando erba non ancora coperta di fango

 

il cielo bombarda il soldato nudo

non lo lascia quieto

le formiche in fila

si nascondono nella canna del mitra

e lì creano il loro regno –

caramba muciaci grida il colonnello

la città conquistata è tutta da divorare

vestite la divisa della domenica

per partecipare al banchetto degli uomini

sgozzati

non c’è più dolore in giro questa mattina

possiamo contare in un giorno da signori

e da baldoria

bussando a ogni portone

o suonando il fucile come una fisarmonica.

 

Sì c’era molta acqua quel giorno

e giù che pioveva

poi viene il sereno

che nessuno aspettava.

L’uomo della providena.

Sbaciucchiavo la ragazza sopra

un letto di toglie che odoravano forte

foglie di castagno.

All’improvviso laggiù nel piano

cominciò un mortaio

intorno sul prato

arrivò di nuovo a galoppare la morte

con il vestito di gala e

prese tutti alla gola o per mano

 

fucile al sole che è rosa sulla canna del fucile

ah che giornata da non dire

si fatica anche a morire

ma per il momento

sono più leggero della formica

schiacciata dalla ruota del cannone

che muore senza far rumore

anch’io sarò nel vento con poca fatica

 

condizione di paradiso imminente e gracchiante è la mia.

Era così bella che mi innamorava.

Bene a lei, ma io?

Ero disteso a mormorare parole d’amore. D’amore?

No perdio la guerra era feroce.

Non calzava sandali da mare la gentile signora

non concedeva ristoro. Era un fiume di spavento

alla foce. Poi

l’alloro sul cranio del soldato

il nitrito del cavallo

crollava nel fuoco del sangue

niente capitava per caso, quel giorno.

Intorno l’estate si sbriciolava fra le mani.

Una pattuglia non aveva fatto ritorno.

Lì restavo ascoltando fra una morte e l’altra

poche parole e la musica registrata,

lei è poi stata pensata

per un bacio leggero

così mi ricordo

 

capitano mio capitano

inutile stringersi la mano

non c’è molto da dire

oggi è giorno d’assalto forse no forse sì andiamo a morire

addio cara mia città nido d’amore addio

è guerra

addio alle torri ai viali

ma ormai la notte è passata

qua sotto la pioggia di terra infangata

la baionetta è innestata

mia terra addio

non mi lasciare solo

 

impreca il sergente

il re pipino e quelli

sono scappati

d’accordo con l’invasore

mentre italia bruciava

povero cuore di paglia

maiale macellato

hanno sconsacrato il sangue dei nostri figli

così restiamo popolo diruto

destinato sempre al sacrificio

in solitudine senz’aiuto

 

la patria è sempre ok la patria è bella

la patria è sempre patria diobonino

la patria non ci lascia mai soli

la patria è di sicuro madre padre

così canta il plotone a perdifiato

marciando in riga verso una buona morte –

la patria è l’orecchino del mondo

è l’orecchino all’orecchio del sordo

benedico la patria anche quando mi fa secco

canta tutto giocondo il caporale –

ben detto bravi soldati grida il tenente la patria

vi fa regali ogn’ora

a tutti ha regalato un fucile per l’assalto

una buona baionetta ha regalato

due gallette e scarpe di cuoio vi ha donato

che crocchiano come tamburi

cosa volete ancora dalla patria soldati affamati?

siete tutti lavati e siete vivi per niente

e se morite per vostra ignoranza la patria la patria

vi fa il funerale in un campo arato di fresco da bombe

con l’elmetto sopra la croce di legno

e adesso che avete elencato i vostri regali, all’assalto

all’assalto soldati all’assalto se non vi tremano i polsi

entrate in battaglia

gentaglia che ha troppo mangiato e troppo bevuto

sempre affamati di donne e con poca allegria

soldati che vi crocchiano i piedi soldati

di fanteria

 

 

 

ilfilorosso, anno XVII, n. 33, luglio-dicembre 2002.

 

 

 

 

Lunedì, 18 Novembre 2013 10:32

La gentile signora (II)

condizione di paradiso imminente e gracchiante è la mia.

era così bella che mi innamorava.

bene a lei, ma io?

ero disteso a mormorare parole, d’amore?

no perdio la guerra era feroce.

non calzava sandali da mare la gentile signora

non concedeva ristoro, era un fiume di spavento

alla foce, poi

l’alloro sul cranio del soldato

il nitrito del cavallo

crollava nel fuoco del sangue

niente capitava per caso, quel giorno.

intorno l’estate si sbriciolava fra le mani.

una pattuglia non aveva fatto ritorno.

lì restavo ascoltando fra una morte e l’altra

poche rapide parole d’amore e la musica registrata.

lei è ritornata, ritornata davvero.

un bacio leggero

 

quando il cannone taceva

che pace che si vedeva

che pace c’era

nel cielo azzurro azzurro

come il mare quando è addormentato

e sbadiglia e non fa sussurro.

anche il soldato la stava a guardare

fumando ammirato

ferito ammazzato

 

quaranta sogni e quaranta notti

ombre di mani controsole

la strada si inerpica fra boschi

un silenzio che non dà fantasie – senza parole.

il battaglione va via

le case diroccate

una suora fra le macerie

cerca gli occhiali e piange

il caporale suona la tromba

gli uomini imprecano volano i piccioni

nessuno sa niente di domani

ieri l’hanno dimenticato

oggi è inquieto perché la razione è stata scarsa

nessuno intona canzoni ma

fumano come turchi e si preparano

 

anche se navigo sul mio corpo

con la neve che mi insegue

vedo i vetri del mondo percorsi da brividi

foglie con un urlo (ferite)

ali aperte al primo pianto di una bambina –

sto pensando di partire

ma è tempo di tempesta pesante e di ghiaccio

non mi tenta la ventura

metà mondo l’ho già calpestato

mi resta poca erba da tagliare

non vorrei ancora morire –

ho freddo incubi impossibili

sulla branda senza sonno sono affondato

contro il muro un fucile come l’ombrello è appoggiato

 

si cammina sotto la pioggia

non dormiamo non si dorme

è la vita del soldato

per morire basta un giorno e un’ape.

all’alba è sveglio sera non arriva.

lascio il fucile per terra

le scarpe le regalo al compagno

lui non mi abbandona

mi guardava negli occhi

prima di morire mi ha tenuto la mano

 

piovono bombe sui sassi nel cielo turchino

masticano gomma con allegria gli americani

confetti sulla città tranquilla

s’incantano a guardare dall’alto il rigore rosso dei tetti –

fumo fumo nero ferite di nebbia lanci perfetti

case dirute antiche torri spazzate via

nessun morto sull’asfalto canta –

gli americani scivolano sul vetro e via lontani

non fanno elemosine

servono il dio della guerra insieme al tacchino per natale

 

il soldato dimorava

al calduccio del fango calduccio di neve

gelo siberiano strizza la mano

fragile vetro.

accendeva il suo fuoco

riscaldava il suo brodo

olio per il fucile

si contenta di poco

il soldato freddo per il vento di gelo

sta alla porta dell’inferno

natale e pasqua insieme

mare di boschi e mirtilli –

si diverte con poco il soldato – a contare le ore

prima del sonno lungo

della probabile morte.

che sorte ingrata.

così è la sua giornata

 

ogni soldato ha tagliato

la corda con il passato

non dice più ieri non dice neanche domani

stringe solo le mani intorno al fucile

lontano c’è rumore di battaglia

un cavallo al galoppo fra il grano maturo

in quel momento a una donna nuda pensa il soldato

su paglia fracida sdraiato

in attesa dell’assalto –

guarda anche senza invidia nuvole nuvole

anch’esse aspettano lo spettacolo del destino

ferme lassù in alto

 

tu mi hai puntato al cuore

                             il fucile

amico che vieni da

                              lontano

mi guardi con occhi feroci

dove la pietà è morta –

anch’io sparo con parole d’amore

                             d’amore

forse ti ucciderò

forse tu uccidi me

forse resto morto

sulla sterpaglia

dove i topi intanto mi ballano sul cuore

o su una spalla

 

 

 

ilfilorosso, anno XVII, n. 32, gennaio-giugno 2002.

 

Venerdì, 15 Novembre 2013 16:45

La gentile signora (I)

La gentile signora1 (brogliaccio di appunti non di guerra ma sulla guerra)

 

oh il bellissimo ombrello

bianco che la

bomba Enola Gay

disegna

nell’azzurro senza fine

 

cadono bruciando inebriati

di luce gli uccelli

 

freddo cala di sera

 

il dio della morte scalzo

comincia a danzare

tuonando

 

la GUERRA è un inferno buono

per chi non ha paura d’arrostire –

non conosce sole o inverno

regala piume tiepide

nel vento si avvolge appena

e il soldato può se vuole

invitare a un pranzo o a una cena

perfino il colonnello, il generale –

cosa c’è nella vita di più bello?

cosa di meno male?

mai si rischia in GUERRA di morire

e se una volta è capitato

mai più potrà avvenire

è il dieci d’aprile serrare le file

si va all’assalto con la paura

che puzza in gola come pelle di vacca –

il fiume della vita si è seccato –

forse fra pietra e pietra

un pezzo di terra raccoglierà

il nostro corpo sbracato

 

anche il mortaio è una buona cosa

lucido leggero spara e non fa quasi rumore

il colpo non si vede

dove è andato è un mistero –

forse in un cimitero di povere ossa

su un cespuglio di rose vicino a una ragazza

sulla schiena di un cavallo albino

sull’elmetto di un soldato che corre –

la gentile signora non fa distinzione

fra rose cavalli ossa soldato o

un intero plotone

 

tombe di vecchi soldati –

ammantato di stelle dell’Orsa un cielo notturno

è notte

il signore della malasorte luci

e farfalle inghiotte

senza torcere le labbra

i suoi silenzi di rabbia

lasciano peste nera sulla spalla

del soldato

morto o addormentato

 

fiumi gialli di miele

lasciati cadere da api pazze d’amore

che nessuno riesce a fuorviare

scorrono sul cuore del soldato

nudo defunto

nel campo arato dalle unghie dei cinghiali

 

la mia domanda è questa:

la GUERRA è un bene o un male?

oggi una granata al caporale

ha portato via piede e mano scagliandole lontano –

per lui una giornata disgraziata –

sanguinava come un maiale appeso a un chiodo –

cristo che magone –

non era bello da vedere –

perché chiudete gli occhi ha urlato il capitano

ha perduto solo un piede una mano

domani può capitare a noi

imparate a guardare il mondo che è rotondo

nel bene e nel male

per non trovarvi abbandonati il giorno del giudizio –

eh sì dico io una giornata storta

oramai ci capita sovente –

ma questa volta è toccata al caporale

urla il signor ufficiale

mica è toccata a me a voi tenetelo a mente

 

attraversiamo un bosco con chiodi di croci –

là dove un giovane cervo pascolava lento

oggi noi stiamo –

nessuno è scontento alla domenica di

dormire troppo a lungo

se lunedì lavora –

e lunedì per noi

è un giorno di gran combattimento –

bravo buono generoso valente guerriero

che di fronte mi stai e sei nemico altero

non mirare stringendo l’occhio non

puntare il fucile con l’alzo a zero

lascia che la nuvola mi copra d’ombra per terra

vorrei vivere fino a domani

vedere calare la sera fra l’abbaiare dei cani

ma si può in GUERRA dimenticare la GUERRA?

 

Nota

1          La gentile signora è la morte in combattimento.

 

 

 

ilfilorosso, anno XVI, n. 31, luglio-dicembre 2001.

 

 

 

Giovedì, 14 Novembre 2013 11:37

Quali e quante simmetrie per i nuovi padroni

Non posso parlare dei giovani perché non so

ma posso cercare di capire

per capirli

perché la mia giornata ormai sull’orlo

non si consumi soltanto in piccoli fuochi

“Il sorgere della cattiva luna”

porta a cattivi pensieri

ma il giorno di sole brucia (brucia, ragazzo, brucia)

non dormire, ti rubano il futuro

le gole d’oro le mani di neve e alla notte

corrono a frugare cancellano gli anni

ti preparano ai capelli bianchi ai cavalli azzoppati

VOGLIONO LISCIARE LA TERRA LASCIARLA DESERTA

ma tu cresci sulle onde alzati leggero e tocca i fumi

con gli occhi si può ferire il nemico

la ribellione del cuore si presta a cento travestimenti

contro

i falsi gabbadei i colli torti

i cagasotto della nostra età.

I CHIODI ARRUGGINITI

GLI ULTIMI ALBERI

le fabbriche come cattedrali spiritate

senza rumore suono senza voce

l’uomo lì muore come nella foresta

 

 

 

Lo spartivento, n. 9, maggio 1988.

Mercoledì, 13 Novembre 2013 15:06

Addio addio addio non ti dico addio

Addio addio addio non ti dico addio

e ricordati di me.

Ti regalo questa pomata che puoi stendere

sopra le ferite.

Senti? la terra trema.

E nevica nevica nevica continua a nevicare.

 

Oggi sento che i profeti

per un momento fanno silenzio.

Il mese d’aprile viaggia su strani arcobaleni

ma la prima rivoluzione è finita nella torta

di mele.

 

Muoio dalla voglia di fare qualcosa.

 

Si stracciano carte. Piovono fuochi.

Piovono diavoli uccisi

che segnano di sangue il cielo.

Io insisto a non volermi consolare.

 

A quarant’anni lui non era più quello di

venti. A sessanta a sessanta a

sessanta un uomo torna uguale all’agnello che canta

dentro la nebbia d’agosto

mentre la città grida di solitudine.

Fra cento anni diranno poveri terrestri

non erano fortunati.

Che cosa resterà?

In quel preciso momento ha fatto una neve alta tre metri.

Vediamo cosa mi manca per essere felice.

 

 

Lo spartivento, n. 5, gennaio 1988.

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì, 11 Novembre 2013 18:16

La raccolta del fieno

Quarantasei poesie di Roberto Roversi

 

«Was sich überhaupt sagen lässt, lässt sich klar

sagen; und wovon man nicht reden kann, darüber

muss man schweigen».

(Ciò che si può dire può dirsi con chiarezza;

e di ciò di cui non si può parlare si deve tacere).

Ludwig Wittgenstein

 

 

RITORNO

 

I

S’appagano gli astiosi sogni

sbocciati in cattività

di poche consolazioni. Come

una cagna decrepita, solitaria,

mugolando lambisce la mano

con lingua rosata,

essi ritornano

sulla porta di casa

appena sbarrato l’uscio

dopo il mio ritorno.

Una vecchia sulla cassapanca

guarda smarrita e ride,

sussulta un’altra ignota e gorgheggia

strana voce d’augurio,

poi madre e padre felicemente vivi.

Si riesamina il legno

dopo tormentosi anni e

i colpi cadono sul chiodo

ad aggiustare casa mia, la tavola,

il letto, lo scrittoio coi segni,

mentre un mondo s’accalca sulla porta

a guardare il reduce redivivo.

 

II

Fermi sulla porta

chiedono notizie della casa.

Lunghi sguardi seguono questi uomini

ripartire con un cenno e basta:

le vesti odorano

di pioggia e strame.

Sono topi i ricordi

dalla zappa inseguiti

e morsi dalla fame:

anch’io ero un’ombra ieri da inchiodare

al muro lercio e nero

del cimitero.

Con tutto il fiele salgo

da un abisso di secca tristezza,

mentre nel cielo cauto

s’apre l’arcobaleno a rischiarare

questa terra, le travi, i fili spenti,

le conchiglie dei palazzi, le noci

delle baracche,

i tronchi anneriti delle verdi

arpe dei viali,

e polvere sui capelli di una madre

che fruga nella cenere.

 

III

Dentro la città nereggia qualcosa;

labili ombre, desolati fossati,

o sono i picchi di un campanile crollato,

forse sono le ceneri di un povero soldato.

I superstiti afferrano la pace

correndo sui binari della vita

come rinati ancora

dal solco della terra;

insieme a loro trovo

una sconsolata felicità.

Se i caduti mancano

alle nostre giornate,

alle vie accidentate, ai letti nuovi,

alla tavola con il lino steso

salvato nella madia –

seduti, per un attimo, noi vivi

fingiamo di compiangerli:

perirono i più saggi, noi restiamo

con questa gioia magra.

(Ma veramente: quante voci mancano,

quante seggiole vuote nella casa).

Poi, oplà, ancora rotti

per la vecchia paura,

ci contiamo sedendo a banchetto:

vino per la nuova libertà

e fine del martirio.

 

 

IL TEDESCO IMPERATORE

 

Quando venni in Lombardia

ero giovane, allora.

Per strade ròse

dai fischi dei vapori

il pianto di un ragazzo

migrò libero verso la frontiera;

l’ombra dei montanari

saliva verso il cielo

e in tiepidi restaurants i camerieri

scoprivano agli ufficiali

distratti da un occhio adolescente

fragili zuppiere.

Nel rifugio della stazione,

mentre i treni bruciavano

bianchi neri contro le vetrate,

la donna appoggiò i chiari

capelli sul mio zaino.

Terra per eserciti

in fuga verso i monti.

Tremano al lume di luna le giovani foglie.

Austria, Svizzera, Francia alla frontiera.

 

In due giorni di cammino

sui laghi volarono,

col balzo delle trote, le speranze.

A Novara, a Novara…

oh a Novara, in un’osteria

avvinghiata da caserme bruciate;

un uomo grida sul prato

della periferia,

al mattino era morto.

Ivrea, Aosta…

su quelle strade marciavo e per i monti

frustato da tristezza, da ricordi.

 

Ai quadrivi immobili

tedeschi in tuta,

donne esultanti per gioia sventura.

“La guerra è finita.

Incomincia la guerra.

Mio figlio è in Russia.

A Cipro è mio figlio.

Mio figlio è in Africa.

In Sicilia è mio figlio.

L’America a Genova tempesta.

I cinghiali fuggono, i tedeschi

lasciano Roma…”

Uccelli caduti nella polvere

le gelide mitragliatrici.

“Scheise Mensch!” ci odiano, guardando

le vie battute da uomini disfatti,

le donne sull’uscio delle case;

ogni fosso custodisce un sonno,

i casolari offrono acqua, pane.

Fuggiamo simili a formiche

lungo i muri, picchiati dalla fame;

s’accascia l’Italia

muggendo di dolore.

 

Quel tempo, rosso

sangue di bue appena macellato.

Fuoco sui paesi

della collina o persi dentro al mare,

su chiese, monasteri,

là dove Appennino torce il corso,

fra le canne delle paludi,

dovunque Italia spinge

la sua chioma azzurra.

Gettavamo lo zaino contro l’uscio.

Il riso dei tedeschi

era furioso, biondo.

Senza più sonno, agnelli al sacrificio,

i cittadini alle finestre a spiare

il passo della ronda.

 

Buttato riverso

ascoltando la terra sospirare.

La guerra sembra lontana,

così l’immagine dell’impiccato,

la sua ombra profonda nella polvere.

In un giorno d’aprile.

Sul lungomare fiori acerbi, duri,

il filo spinato arrugginito.

Una madre tiene sui ginocchi

il ritratto del figlio.

Poi nell’aria l’odore

degli ulivi che bruciano.

L’uomo salito sul palo

per tendere i fili della luce,

con il ferro e il cuoio alla cintura,

è un partigiano

dal viso magro di antico italiano.

 

Mi innamorai di Haabiorg,

caddi fra i suoi lacci di perle.

Nel castello a Camogli il sergente Leone

(pecorella di dio)

beve sciampagna

nudo sdraiato sul letto

di una contessa fuggita.

Dalla finestra entra

il volo fresco del mare.

Il sergente Leone

sfonda porta, lucchetto

e arriva alla cantina.

Mi innamorai di Haabiorg.

Guardandola bruciavo;

ma essa correva nel bosco

col biondo Cornino, l’arcangelo.

I giorni passarono, Haabiorg

nel bosco correva al tramonto

“Fra poco avrà gonfia la pancia”

ghignano i maledetti soldati.

Al lume di candela

la giornata finiva.

Partimmo: “Addio, addio

– cantarono i soldati – addio

mia bella”.

Haabiorg, dopo tanti anni

la tua giovinezza

è ancora su quel mare.

 

Disse Marco: “Il paese è bruciato.

Guarda le case, tronchi senza vita,

macerie, polvere.

La forte gioventù morta, fuggita”.

Il sole indora la campagna,

cadeva dai nevai;

odore di fuoco era al vento.

La gente sulla piazza.

M’azzannava il cuore

una vespa infuriata. Ecco, diceva:

“I mongoli affamati

dànno alla nostra carne questi morsi.

I tedeschi li armano e li avventano

ubriacandoli; bruciati cadono

urlando sulla strada,

prendono le donne come cani.

Pecore siamo nell’Italia morta”.

M’avvio nella valle solcata

da un fiume, con cime fuggenti,

stormire d’alberi,

castelli persi fra ombre.

Case incendiate specchiano le nubi;

dentro ai paesi, occhi e ossa, uomini

stendono la mano, pellegrini

vinti da una sciagura.

Pendono le travi delle case.

“Le donne morte – dicono – o scampate

al massacro, spente

giacciono nel buio delle stalle.

Da uscio a uscio, per fienili e case

i mongoli cercarono;

bruciò il paese, fuggono le donne

sfatte per il terrore”.

I vigorosi uomini lontani.

Pagarono le donne con la vita

la breve età felice

e i neri capelli.

Tornano adesso i giovani strisciando

lungo le siepi della Val Varàita.

 

Nelle luride stalle di Romagna

il nome è bisbigliato

mentre una candela brucia

le foglie del dolore.

Trasformato in vecchietto questuò

sul sagrato, ridendo

al nemico in agguato

e lo infuriò, poi,

terribilmente vivo.

Era un ragazzo dall’ala lucente.

Solo, o con pochi, rapidi disfarono

il nemico sul ponte,

prima con scherno poi con rabbia e fuoco:

liberi nell’arena

lo colpirono alla fronte.

Per te era viva la Romagna.

Questo giuoco di morte e vino

iniziò sui tavoli

della tua terra,

calpestata da chiodi

e da giovani fosse;

era lui il pellegrino

che guarda la divisa del nemico

nera contro la torre del Comune

e vuota lento un bicchiere di vino.

Per prati e campi verso Modigliana

intorno è tutto un cimitero;

gli uomini sono sepolti nella spagna.

 

Passano i tedeschi nelle Langhe,

strisciano i piedi sull’asfalto.

Stridono ruote, battono i fucili

contro gli elmetti vuoti,

dinanzi all’osteria

sporca di mosche, ancora insanguinata

per la morte di un uomo fulminato

con bicicletta e pane

accartocciato, insalata, sale,

da un colpo di pistola.

Un cavallo al galoppo, ombre

correnti lungo l’argine.

Al mattino le Langhe sono azzurre

nell’abbraccio delle Alpi deserte.

 

Carri armati posano

sotto gli alberi, i negri

ridono, stendono le mani,

la gente nelle vie,

tutte le finestre al sole.

Giorno sacro d’aprile. Alti vocianti

feroci uomini nuovi.

“È finita la guerra”, questo

il popolo grida;

gli anni si frantumano,

un mondo nuovo affiora ribollendo

dalla schiuma aspra del dolore.

La piazza di calce,

bianca nell’aria d’aprile,

tacque; un uomo

apparvesul palco,

parlò poche parole aprendo

la nuova storia.

 

 

LA TRACCIA DEI FARI

 

L’uomo dice un’odissea di mali:

la figlia impazzita

con un coltello rincorre la madre

poi spalanca la finestra e ride.

Strette le mani, è conturbato, scosso

nella fredda violenza da un affanno

acido, incredibile, ossessivo:

«Bella era un tempo, fiore

di lillà, sentimentale, ilare;

la guerra mortificò la sua speranza.

Nelle notti gelate,

quando fuggiva alla traccia dei fari

e sopra tutto la morte sfuriava,

la mia povera figlia incupì.

Il ramo si seccò nella bufera…

Meglio, meglio, con gli altri morisse».

Un flauto suona, fatica, risale,

la sinfonia del Barbiere

ride su antiche botteghe,

in nuvole sparse, sui fuochi serali

fra case e vetrate di chiese.

 

 

LA CUFFIA DI PIZZO

 

Distrutta la casa

dove una vecchia signora nella veranda di fiori

da marzo a ottobre filava sul tombolo il rosso

ricamo d’amore:

erba e sterpi ci sono, oscura torba

e fra pietre e calce le cicale

con un salto cancellano il passato.

Bianchi i capelli, la figura magra,

vestito nero,

mentre il sole volava

l’esile dama era sui vetri

nei baleni dei lampi del tramonto.

Il giorno si chiudeva al grido

della finestra, al canto

di una civetta,

nella candela spenta con un soffio

esalato in preghiera,

mentre per la strada andava

da cuore a cuore

polveroso di sera

il canto di un muratore.

(Cadono le foglie d’una estate

ormai lontana,

sfiorano le spalle, nella polvere).

 

 

PETER FELLOW

 

Nel mattino bagnato di guazza

tonfi di secchie buttate nel pozzo,

il cielo invita a una gioia sfrenata;

Peter trotta sulla pista, solo.

Venuto dalle praterie d’America,

nero di pelo, con la fronte bianca,

volge gli occhi in cui trema,

fra nubi e sole, furore, nostalgia.

Stende il corpo, le cosce come ali;

per lui uomini esultano

e il vecchio crucciato

da incubi, da improvvise stanchezze,

alza la fronte e intatta dentro il pugno

scopre ancora la vita.

 

Terra di castelli abbandonati,

di fortezze distrutte.

Sulle strade emiliane,

al margine dei canali,

nubi, pecore, lana, il cane cieco

a un fischio alza il muso nel sole.

Carlo è sepolto coperto dall’ombra;

a molti insegnò i nomi

degli astri, i fuochi fatui,

a non temere i morti:

indicò gli amori silenziosi

fra le agnelle e i montoni.

Ora con le ossa in un solco

ascolta i bisbigli dell’acque.

La gioconda voce in un lamento,

pregava un bicchiere di vino

per le aie deserte spazzate dal vento;

rovesciando il quartino ormai scolato

con un bacio invitava le spose

sopra il fieno seccato.

Udivano il suo canto

perdersi per chilometri sul fiume.

 

Stringono i pugni nelle tasche rotte,

nel buio, questi uomini, nel buio

della notte. Con furia a volte,

a volte con tristezza,

seduti sulla ghiaia,

cantano le battaglie nella sabbia

in terra d’Africa.

Dicono dei viaggiatori per i laghi

misteriosi, dentro alle boscaglie:

degli uomini ai corvi abbandonati;

nel deserto seccati.

Tace la voce; sulla ghiaia gli uomini

sono naufraghi in mezzo alla tempesta.

Gli occhi hanno fissi nel ricordo.

Vincenzo, Rizzi, Stefano, Marcello,

Dante e l’uomo con la giubba nera.

«Oh Baldissera…» e un vento di foreste,

enorme, freddo, carico di segni

ammonitori divampa.

Rizzi, Vincenzo, Stefano, Marcello,

Dante abbandonano i gradini,

affondano le spalle nelle case.

Nel silenzio dei campi

in un colore di rose

s’appanna il cielo, vetro

al fiato di un bambino.

Calmi buoi arano la terra,

le albe fioriscono dalla nebbia,

fragore di cascate, rapide

nostalgie; a notte

volano a frotte gli uccelli.

Arde nel camino

un fuoco d’altri tempi,

cadono i pensieri

fragili bicchieri e si spezzano;

ogni cuore è carico d’autunno,

col rumore del vento fra le rame

basse sul fango della strada.

Per sentieri, tra siepi

colme di lumache desolate

le foglie scendono dall’aria

nude in un soffio.

E la gente che amo ora è dispersa.

 

Li strappò poi la raffica, l’infranse

contro i muri, sbriciolò

la loro bella vanità ridente.

La terra era un covone in mezzo al campo

azzannato dal fuoco.

Quando tacque l’incendio

Luca inseguiva il sole con le mani;

Dante, in agguato, storto, sfigurato

al lume delle torce;

in lontane pianure sotterrati

Rizzi, Marcello.

Pochi trovarono

il vicolo di casa

a raccontarsi gli anni

seduti sulla ghiaia.

Peter razziato sparve

simile all’uccello invernale

lasciando orme sui prati di neve;

adunerà forse sue gemme in altra terra,

illuminando il giocondo

ventre delle puledre.

 

 

LUNGO LA RIVA DEL MARE

 

(Ricordo una sposa coi rossi capelli;

il mare sfiora il suo fiato

come un sospiro, e ancora ancora

quando uniti vanno

lei giovane all’amante

con bisbigli, baci furtivi vani,

occhi splendenti, aperti

sulla luce del mondo:

veramente credo, io con altri

affascinati da questa felicità,

che poco basti per schiarire il torbido

dal cuore, bruciare

il legno freddo degli anni).

Corrono sulla riva

gridando vittoria sul mare.

Dalle case le donne fra i garofani

ridono additandoli, poi filano

con quella luce negli occhi

davanti al fuoco di torba.

Un maggio lontano, appena spenta

la brace della guerra.

Da un remoto paese erano scesi.

Gli uomini parlavano di lei

come di un fiore uscito

miracolosamente dalla terra.

 

Reca la notizia un viaggiatore:

la giovane sposa dai rossi capelli

morta, non può ritornare.

Ma resterà quella gioia a ricordare,

a noi, negli anni, la sua corsa breve

lungo la riva del mare.

 

 

UN’ESTATE LONTANA

 

Col cappello di paglia passa lento

strisciando l’ombra sul ciglio del fosso;

entra fra la canapa che trasale,

palpa le foglie odorose

di cicale e di polvere.

In quell’ultima estate rovesciò

dal cuore al tramonto

un cumulo di affanni

come sassi da un carro.

 

Ora è da tutti dimenticato.

Giù nella terra.

Anche dal cuore caldo degli amici

che sopravvivono.

Freddo masso sul viale,

io solo, ritornato, guardo

le macerie dell’antica casa

e una cappella con la croce storta,

arrugginita, con gli sterpi in cima;

volgo l’occhio alla voce.

Odo ancora il vecchio raccontare

le passate avventure:

fiumi, mari, anni

aprono con impeto il futuro,

fuochi accendono il suo orecchio

e la gente che amo

neri ha i capelli, un viso forte, fiero.

Col suo passo andava

fra la pianura e il cielo.

Lasciò rami, radici, foglie all’acquazzone.

 

 

GIORNO QUALUNQUE

 

Di questa giornata segno il rancore

della vita che rigurgitava

come l’acqua dal fondo di una stiva;

l’indimenticabile nero,

le parole inutili, bizzose

ironie patite, scoppio d’impulsi

calpestati in un riso da scheletro.

Costa vivere nell’ordine

col colletto e il gomito non liso,

poca speranza spezzare

alla fame di gioia.

Costa guadagnare il pane

per bocche che l’aspettano,

e non rubare, non tradire,

non strisciare per vicoli

come i cani ansimanti.

Infine non gonfiarsi di vanità.

La sera è profonda:

camini, tegole schiacciate,

una voce si perde nell’ombra

sulla torre guerriera.

Anche oggi non fui sommerso.

 

 

LONTANO DALLE PIAZZE

 

Lontano dalla piazza in cui mercanti

contrattano con agitati gesti

la loro merce di un giorno;

in silenzio e lontano

dai tavoli del bar

dove cade soffiando

la tristezza d’ottobre:

segni il tuo nome

e subito dal vento è cancellato.

Il giovane che un tempo

mi tendeva la mano?

stesi insieme, sul fieno,

correva il sogno con vele.

Oggi, grigio avvizzito,

è foglia calpestata dal cavallo

e dal soldato, dimenticata

dall’autunno. La verde età lontana.

Grido nel silenzio e la mia voce

si ripercuote, cade

sulla gelida terra;

o fra suoni di trombe si confonde.

 

 

A PUGNI CHIUSI

 

Sento la stagione

cadere nei vicoli, annerire

con le bucce d’arancio;

stride adagio come un gatto ferito.

Non fui mai tanto solo

nella sera di un grigio, freddo inverno:

ascolta i battiti del mio cuore,

le mie segrete voci

(arrossisco a nominarle).

So che ad altri

la fortuna docile ha riso;

a volo, in un prato, con ali

gialle, l’afferrarono,

solitaria farfalla

inebriata di sole.

Sul mio libro non ho

che poche cifre e scarso guadagno,

né gazzetta che lecchi

con una grossa lingua di vitello

il mio volto in fiore.

Sgrondano bianche foglie sulla strada;

io mi torco e contrasto

mentre penso agli anni che non tornano.

Quand’ero giovane e forte

non m’accorgevo

che l’inverno era sui tetti.

 

 

IL FISCHIO DEL TRENO

 

Cade l’autunno nell’acqua del bacino,

le trote scese nel fondo

imbiancano di malinconia.

Un operaio, solo, in questo primo

risentirsi dell’aria,

al brivido di foglie risvegliate

guarda l’acqua che arruga.

Andare col treno verso il sud.

Sotto una tettoia

biciclette da uncini

pendono come vitelli macellati.

La pioggia batte contro la lamiera.

 

Passano le macchine straniere,

dalle nuvole spinte

corrono ai valichi nebbiosi.

Lasciano mare, risa, cielo, frutti,

l’Italia forsennata

con giostre e grida.

Sulle città del nord cade la neve

sfiorata da un lume che s’accende

nei muti vicoli.

Gli stranieri dalle grosse scarpe

nascondono la tristezza in un bicchiere:

«ach, Italien!», il fuoco canta

sapientemente acceso.

 

Le donne come

sobriamente impudiche

passeggiano. L’una

ha il viso nel sole, reduce

dai campi di gloria del mare, gli occhi

furoreggiano fra il corvo dei capelli

e il collo scuro del leone.

 

L’altra è più fragile ma

egualmente tentatrice.

Palpita (sfiorata foglia)

sotto il vestito fiorito di macchie,

di pazzi colori felici,

libero il seno:

fragola da sorbire, coppa

per brindare al destino che sia

meno cane.

 

Questo tramonto brucia

le glorie del passato, i monumenti;

libera grandi malinconie.

Intanto si popola la piazza

di giovinezza, rallegrata

da un riso che ignoriamo

noi fatti vecchi anzi tempo.

Alzo a queste fuggevoli nubi

i miei occhi di ragno

e stendo la tela da raggio a raggio,

da palpito a fulgore.

Splendono i giardini

degli antichi palazzi di rena.

Come uno zigolo che

trascina un canto a fil di gola

nel cielo di settembre,

potessi migrare verso sud,

ancora giovane, col cuore

dei miei anni lasciati

su un campo di battaglia.

Potessi, nel treno caldo di valige e di uomini,

scegliere il mio cantuccio accanto a un vetro

e andare, andare:

pali nudi, licheni grondanti,

brina splendente, pecore nei pascoli,

bianchi paesi, città, pianori, case,

sera, giorno e sigarette accese,

commiati, incontri: infine il mare,

un mare immenso, nudo, disadorno,

infuriato, lurido, pauroso,

immacolato, immobile.

 

Ma questa è grigia città di pianura.

Ah, le donne; incedono

molli sui fianchi,

sono giovani, odorano

di fieno, vento.

Stese dunque su un prato…

 

 

PANDEMONIO

 

I ghirigori del vento,

le trame sottili del mio sentimento

disegno contro i vetri.

Si sfalda il tempo in tedio domenicale

e in un’effimera quiete sprofonda

la strada più affollata, baraonda

altrimenti di veicoli e cuori.

Moglie e figlio lontani, vuota

conchiglia nel fondo di un mare

è la casa che s’aggrappa

per sopravvivere

con scarne dita all’ultimo sole d’aprile.

Ed io, su me stesso chinato,

cerco scavando nella tomba del cuore

di ascoltare la notturna upupa

che ha terrore del sonno

e s’affatica a cantare.

Invecchio contro un muro

di venti contrari.

Quanto di me esiste ancora,

che misera parte di me,

di me, che triste meschina parvenza

d’ossa grigie, di polvere

esiste nel chiuso del petto

dove sprofondo la mia pena del mondo

e la copro di un masso sepolcrale?

Dover scegliere, cercare,

durare a vivere sulle ali

che trascinano, anche se ogni giorno si scade,

pur se la fatica più lieve

a sera, al ritorno,

sopravvanza la più grande speranza,

anche se a volte il petto dell’uomo

è gonfio come un burrascoso mare

d’alghe e di strani relitti sperduti.

 

 

ROSSO NERO

 

Viene il giorno dei neri pensieri,

soffrendo sotto una gronda

la prima pioggia d’autunno;

o contro i vetri affiorano

dall’anima che si torce

sugheri fradici, rami fra il bitume,

bucce di pallidi meloni

– adolescenza forsennata;

affiorano i ricordi.

 

E il tempo di contare

sul tavolo di cucina

il denaro da rendere con l’usura,

le mani strisciano sulla carta

che odora di lana e non si strappa

mentre il figlio osserva

la faccia dello sconosciuto.

E il giorno d’incontrare

un miserabile passato,

brucerà nello specchio

il mio viso di vecchio.

 

Poi il tempo d’alzarsi al primo raggio di

sole sul petto e ascoltare voci d’amore

lontane; dietro un tronco ascoltare

crescere il maggio.

Avrò palpitanti albe nel pugno, adagio

intorno al mio miele api d’oro.

Dentro un sacco di juta, in fondo al fiume,

con un tonfo annegherò il rimorso

e il fiele degli anni persi

fra meschini contrasti

e poco nobili amicizie.

Non spartirò in quel giorno

cibo denaro gioia con alcuno.

 

 

FINE D’ANNO

 

Liberato dall’inquieta coscienza,

dal rancore torbido, accidia

di ore buttate riverso

sulla spalliera del letto,

mentre ho contro il petto i capelli

di una donna in vestaglia;

poi il mento ai vetri,

rotolo i minuti nell’armadio

come chicchi di grano o melograno

– la pioggia si rivolta, balza, fugge

seguendo una nuvola indorata.

Morte frenetica dell’anno.

Serpe mi squamo al riparo

dell’edera tra i fiori dell’acanto,

o come un merlo mi spenno sul melo.

Rivivo col mio corpo fatto nuovo,

spenta la nausea degli antichi mali,

ingordo del domani, ancora forte

(se è possibile dire) e chiaro quanto

basta per non crollare vinto

al sorgere di ogni sole nuovo;

altro non chiedo al tempo

che si scioglie in moto vorticoso

simile a lamiera

leggera, sibilante nel suo cànapo.

Se fummo nel giusto corso del fiume,

guadando i vorticosi sbalzi

con la canoa indiana

della nostra scarsa sapienza…

Infine: appoggiato a una rete, solo,

ascolto, anch’io, la voce

brindare nelle sale di un palazzo.

A me prometto

rabbiosamente splendida fortuna.

La città è un’oasi di conforto

sotto il lume materno della luna.

 

 

UNA TERRA

 

Un bioccolo di lana,

nel tramonto, frusta alberi, fiori,

muove il trotto dell’onda.

I ragazzi inarcano la schiena,

puntano i piedi, magri artigli, in terra;

“dài pa’ssì, oh… ooh!” lo scafo stride

sulle palanche nere, Antonio padre

sfiora l’acqua, è nel mare.

Apre cigno le ali. Le lampare,

anatrelle, l’avvincono con corde

e la flottiglia corre in alto mare.

Nella notte, chini sul fondo, gli uomini

pescano se non c’è la luna piena

o la corrente non spinge in Dalmazia

il cefalo che ha carne leggera

e volge ogni guizzo in oro.

Un lume è acceso

laggiù oltre il mio dito:

Antonio padre al palpito

del primo fiore in cielo tornerà.

Lungo è l’inverno, stretto a un mare

pauroso; quando giugno allora

brucia il dorso ai delfini

i marinai avventano nei solchi

sonno, fatica, reti rammendate.

 

È morto il capitano. Cade

in mare ogni luce di festa

dai giovani cuori; a riva

donne ammucchiate attendono.

Un marinaio è al timone:

così gli uomini antichi veleggiando

approdavano a isole felici.

Vira, si torce, si china la barca;

s’alza il superbo lamento. Le donne:

“Tu, tesoro di mamma…”

e la perla bruciata

dal fuoco dei vulcani,

steso su un sacco

trascinato a terra

lasciato sulla sabbia,

scuro uccello in riposo.

Donne in tumulto con le ali aperte.

Quell’uomo! i fortunali cadevano

al colpo della sua frusta.

Steso sul sacco è un tronco incenerito,

i calzoni al ginocchio accartocciato.

Vita, mia vita come

sei terribile e amata:

il tuo rimpianto è ancora viva luce

negli occhi del morto che ieri

correva il mare.

 

Il venditore di pesce per strade

e sentieri, fu in America un tempo.

“Sempre fumo nel cielo;

pane, carbone, nel vino polvere;

tristi le donne, negli occhi polvere;

chiamavano i ricordi da lontano.

Oggi mio figlio è in mare

quella è la mia casa. Addio America”.

Ferma sul prato è la sua casa.

Spinge la bicicletta, grida il pesce

oro sul ghiaccio e viole:

“pesce, pesce di mare”

e va, scalzo e lieve sul viottolo,

sfiorato dall’ombra dei tronchi,

da siepi a filo del mare.

 

Un vagabondo canta, ruvidi

marinai ascoltano a un fanale.

Sulla strada appassiscono i gerani

bucati dai fari delle macchine,

gli autotreni scuotono l’asfalto

sibilando, salici curvi coprono

l’agonia di un gatto schiantato.

“A Senarica, amica di Venezia…”

fuochi verdi aprono la gola

ai cani sulle aie dei monti.

Il vecchio con le vene gonfie

alza teneramente un canto triste.

Tremano i fiori, cadono,

muoiono nella polvere.

 

Erba gialla, pietre; il cimitero

con gli ulivi e i cipressi sbiaditi.

Anche nella pace i morti

non hanno tregua,

dal profondo si stringono le mani

rotte dalla fatica.

Madri stroncate dalle gravidanze,

sulle reti invecchiate,

uomini stanchi più dell’aria d’autunno:

con il viso inchiodato fra due date

sanno che non c’è pianto non gridato

né un giorno senza male:

fu il dolore già tutto patito.

Rimpiangono l’oblio dei vivi,

d’essere così dimenticati.

I ricchi almeno

hanno il nome dipinto nelle prore;

rossi e gialli sul lido

gli alberi con le vele ammainate

attendono la piena primavera

per gettarsi nel  mare, al pesce: i branchi

morbidi e azzurri nuotano

sulle calme correnti verso l’Africa.

 

La rocca incombe ancora a precipizio.

Sulle alture un tempo

noci contorti strisciavano a terra

foglie di quattrocento anni,

oggi il silenzio è favola

per i vecchi che muoiono nel sole.

Le case all’ombra delle tamerici,

fra le siepi, case di girovaghi

e pescatori, pittate di bianco

formaggio fresco su una foglia

di fico, sono cadute;

scompare adagio la gente

che non trema alle nevi dell’inverno.

Crescono giovani aspri, amare mandorle

in un tempo di lampi

e sorprese telluriche,

arde il sangue nei cuori straziati

dall’unghia dei mostri che si torcono.

Ma quale mondo apparirà

dopo la pena necessaria!

 

Là il monte, laggiù il mare:

il mare con i sogni.

Sui chioschi di benzina

cantano i tordi e volano

Nelle vallate ragazze dal petto tremante,

oh così dolcemente.

Quelle del mare, ardite fiere

contrastano, sono restie agli sguardi

maliziosi e azzannano

come i lupi di selva.

(Pace con voi, ragazze dell’Abruzzo:

una è sangue al mio cuore).

A Corropoli fumano i camini,

gli alberi difendono le case

screpolate, luride di secoli,

dove i topi imperversano e la razza

degli uomini passati consumò

nel rancore una vita vile.

Case per amori di monache,

per grida soffocate, per pugnali

cavati al frusciare di un uscio.

Ma strappa la tenda dal cielo

una donna accosciata nel vento:

con le mani in cui traluce l’osso

sceglie e vaglia il frumento;

palpita l’aria fatta azzurra

al lume dei suoi occhi.

 

Buon popolo, fra luci semispente

t’attardi, stupendamente docile.

Le ragazze adornate di coralli

rosseggiano come il tramonto

o impallidiscono allo scherzo

di un giovanotto ardito:

“Vedeste comare Splendore?”

Aspettano i fuochi d’artificio

rovesciate sull’erba,

i premi favolosi della tombola,

e l’amore, colomba del diluvio.

Cade felicità da scrigni aperti,

le luci della festa aprono piume;

scese dal monte con le scarpe in mano

bagnano nell’aria la speranza.

Fasciati in maglie rosse i marinai,

stretti i calzoni sulle cosce,

toccano il gomito alle ragazze;

trillano le argentine passere

e s’offrono, quasi

da un albero protese.

 

Terra addormentata per secoli

dai frati astuti, dalle processioni

fra gli uliveti e i campi…

Buttate le barche sulla riva

oggi trema all’ansia del petrolio

nero come un nembo dalla Marca.

I vigneti abbattuti;

solcato il mare dalle petroliere:

nell’acqua grassa i pesci imputriditi

galleggiano con il ventre scoppiato;

rombi di scavatrici, grida, fuochi,

martelli, tonfi fondi nella terra.

Un fumo di vulcani

copre la pietra del gran sasso.

Dall’alto mare fischiano di notte

navi cisterne lunghe, basse, stese

come un morto sull’acqua;

su spettrali oleodotti

splende la luna nuova.

 

 

INTERNO BORGHESE

 

Godete lo spettacolo di questa casa,

l’abito sinistro

della vicenda appena cominciata.

Donna con occhiaie di volpe,

magra, curva nella giovane età,

forte voce senza carità,

sempre inveisce (il bistro agli occhi).

Se tace, salta nel circo il figlio

con le sue voglie matte, con gli scoppi

strazianti d’allegria,

l’insana avidità senza misura,

noioso, cupo in viso,

infido anche nel più tenero riso.

Il cuore si dibatte

nel terrore, per le persone che

non riesco a perdonare

né a soccorrere riesco. Oggi è domenica.

Il figlio è alla partita,

tornerà vivo e roco

(in cuore sempre lo preservo dal fuoco)

e la moglie in cucina

al freddo e nel silenzio

parlando ai fantasmi rammenda una camicia

(né cerca più il mio braccio

per stringersi come allora).

È solo un attimo, si sfioca

ogni rancore

nella sterpaglia di questa vita

buona e riverita.

 

 

FERIE D’AGOSTO

 

La polvere ristagna

le nuvole del cielo

si gonfiano terribili e scompaiono.

Sull’autostrada fiorita

di sangue e di limoni

– fra attoniti mendicanti –

con le vele per lidi lontani,

per amori improvvisi, vanno

su luminose ali d’acciaio

donne d’anfora e biondi lottatori.

Chi resta ascolta

il temporale d’estate

risalire l’arco del monte.

Avventurieri, giovani, ragazze

col vestito di fiori,

uomini con ombre sulla fronte

battono i piedi per sassi e sentieri;

l’ansia arde, chi non ha desidera,

e c’è chi uccide per avere ancora;

i visi aridi sono

come il garbino che rotola in mare.

 

 

UN BERSAGLIO

 

Sui volti oscillano le lampade,

le ragazze appoggiate ai baracconi

guardano oltre i vetri,

gonfie le labbra, i grandi occhi incerti.

Gli uomini sparano spavaldi;

fingono esse un entusiasmo

vecchio come il mondo,

applaudono con le mani

morsicate dal gelo.

Sulla giostra i bambini

girano con spavento,

non possono afferrare

la felicità che fugge.

Entro umide gabbie gli orsi, simili

a misteriosi uomini impazienti,

pregano nella notte

fiutando oscuri venti.

Una donna siede a un tavolino

con la pistola; il bersaglio

gira in eterno, pallido, graffiando:

scuote le chiome agli alberi.

 

 

FESTA DEL SANTO

 

Dopo giorni di sole e notti

con arco cadenti sul mare,

alla festa del santo

nudo con scarne candele,

per questa gente in attesa,

Signore di legno,

getti vento e la pioggia, freddo inverno,

fango nei viali, gronde vomitose,

infuriar di bandiere,

giornali spalancati nel fossato

dove si torcono e strisciano.

La banda con gli ottoni

ha il vestito di gala,

cerca scampo l’uomo dei palloni,

non suonano in bocca ai ragazzini

i fischietti bagnati.

Lungo i muri i cafòni

con gli occhi alla plaga sabbiosa

semplicemente pensano

alla brevità di vivere:

un anno è passato, e guardano

il fiato scomparire in fumo

sul muso della terra.

 

Domani, cane, tempestare e stridere;

domani, ancora tempestare o ardere

sul ventre abbronzato

delle ragazze verdeggianti

pigre, stese nel mare.

Ma oggi solo un lungo

silenzioso tramonto.

 

 

SERA D’AVVENTURA

 

Non puoi sempre cadere sul letto

come un animale abbattuto.

Questa sera camminerò lungo il fiume

dove l’aria è fresca

e il cipresso sbadiglia

accarezzando il cielo;

questa sera con Monica andrò

verso la città alta.

Là giunti, nel silenzio profondo,

rovesciata sul tenero boccio dell’erba,

io su lei riverso,

non ci sarà altro fuoco

che il fuoco del mio cuore

né altro cielo

che l’azzurro dei suoi occhi coperti di ombra.

 

Bianco corpo fra il verde.

Persi la memoria dei miei anni felici

e degli anni più tristi;

quiete tempesta lottavano

sopraffacendosi.

La nostra solitudine era meravigliosa.

Quando allentai le briglia

già un lungo cammino era percorso;

la creatura giaceva, fragile,

pallida

e nel suo labbro fioriva

un sorriso che non ho mai veduto.

L’alba avanzava

calpestando i fiori e le stelle del cielo;

io riemersi dai flutti

come l’eroe antico dopo la lotta col mare.

 

 

PASSEGGIO DI DONNE

 

La stagione stupenda delle viti

abbandonate, dei pampani avvampanti,

del solitario canto d’usignolo.

In ordinate file al sole

siedono i vecchi tanto sapienti

da apparire disfatti,

e giovani ignari, avidi, bugiardi,

con i corpi d’atleti simili

al profilo dei monti.

Spezzano sotto i piedi

i rami dell’età.

L’uomo è solo, dicono, nel giorno

che corre al suo tramonto,

ma strette insieme

vecchiezza e gioventù

questa si quieta e quella s’infervora

guardando con lieti motti

le donne passeggiare.

Ciascuna ha una segreta qualità.

Caviglia fine che l’ombra non piega,

il corpo affusolato onda di mare,

collo di spuma tenerezza viva…

Odorose di miele, astute, attente

passano per la strada deludendo

con un fruscio d’oro il desiderio.

Per una froderei, per questa ancora

ansimante, sfinito, con la rauca

stizza che mi morde il petto

tenterei la fortuna a carte e ai dadi.

Corre il male lontano,

esplodono applausi, furibonde

occhiate in pensieri di fuoco.

Il cielo è regalmente indifferente.

 

 

INCONTRO DI PUGILATO

 

Suonano grida, parole di sangue,

nella sala accesa di bandiere;

un pugile cerca la vendetta,

copre il suo labbro di miele.

Come un sasso dal monte

rotola sulle eriche di pietra,

scatta, per non fuggire, con un viso

esangue, mentre il nemico

palpita fradicio di pioggia.

Tra le foglie inquiete

dei riflettori, soli enormi, in rauca

danza perduti, un grido rompe

nera e compatta la selva degli occhi.

S’accalca nella rissa ogni furore,

un lampo scuote l’erba del quadrato,

l’uomo appeso col cuore

a un filo, china la testa intenta,

pare, a segreti strani.

La paura è confusa a una malvagia

avidità di morte,

l’ansia scuote le gole, la gente

fischia con delizioso fervore.

Si spezza sul marmo ogni timore

è uno zecchino il suono della sorte;

un anziano signore corrucciato,

bianco fantasma, lo grida vincitore

e gli alza la mano.

 

 

GIORNO DI MERCATO

 

I contadini scendono dalle corriere.

Nei vecchi dagli occhi sereni

vivono età di odi più guerrieri,

di lotte a viso aperto

come si addice a uomini.

Vanno con passo diritto,

arsi come la bambagia delle nuvole

dal tramonto, nei capelli di ghiaccio

nascondono la paglia.

Dentro le case, tra i filari

e i canali bianchi di vele,

le donne accendono il fuoco,

le figlio ancora calde d’amore

gridano ai vitelli,

immergono le secchie dentro i pozzi.

Mentre la città carica

di notte, di noia,

appena si risente a un sole

sfuocato dalla nebbia,

i campi vivono con voce di tuono.

Questi vecchi indugiano

sul marmo della piazza,

parlano in un dialetto

che dice parole meravigliose.

L’Italia è scesa

con essi dalla corriera

e la razza dei buoi dalle lunate corna che strappano

l’aratro dal cuore della pianura.

La terra custodisce anfore, tazze,

tombe, dita, scheletri di guerrieri

con elmo verderame sulle ossa;

tazze sfiorate da un segno che indugia

sul viso di una donna adagiata

o sul collo di un ragazzo in lotta.

Gli uomini affondano la mano

nell’onda della terra,

alzano i misteriosi vasi

e splendono ancora.

 

Oggi, appena scesi dalle corriere.

Gli abiti odorano

di legno, resina.

Dicono che il grano darà

buona resa, che è annata da fieno:

raccontano guardandosi negli occhi.

 

 

IPPODROMO

 

Aiuole di nuvole

nel verde di un ippodromo,

le donne sono anfore segnate

appena da una esile incrinatura.

Sgambano i cavalli formidabili,

giubbe di seta fasciano i fantini,

nella sabbia le ruote,

simili al vento che s’arrischia a un volo,

tracciano solchi in questa primavera

che brucia la tristezza.

La partenza è un sibilo, il fragore

d’alberi in una furia di tempesta,

cumulo d’ombre gli uomini dormenti

sulla coda di luna che s’affanna;

poi risorgono al filo del traguardo

sciabolando le fruste a briglie tese,

le criniere sono

timoni affondati in grigi flutti.

Gli spettatori fissano la pista,

dicono cifre, sorti favolose

e con sospetto guardano

la scommessa caduta.

Come torba fumano le bestie

tra le querce accigliate

di un parco devastato,

contro il ghiaccio violetto del tramonto

la folla s’allontana e intanto cadono

lacrimose palpebre di noia.

Nella solitudine festiva

tutti patiamo i pugni

di un destino farnetico.

 

 

UNA DELIZIOSA MERETRICE

 

A Torino, in una sera sfatta

di dolcezza viola,

fra gli alberi dei viali.

La bruma autunnale aduna

mesto rancore nel petto dei ragazzi

dall’ossuta faccia:

le mani in tasca,

fischiano contro il cielo

forsennati di miseria e ardore;

i pensionati immobili

siedono sulle panchine della riva.

Trascino una quieta solitudine

fra le clessidre d’oro di Torino

che ha così dignitosa bellezza.

Poi una delle sue donne, la più ardita,

esile di membra come foglia

appena caduta, un soffio di dolcezza,

con palpitanti ciglia mi sorride,

striscia la mia mano.

S’accendono con un tocco per viali

e sui tetti, nei vicoli

e sulle grandi piazze della storia,

le luci dei fanali;

gli ultimi cavalli

piegano il collo sul selciato.

Col passo del bersagliere

sulla cartolina militare

seguo la foglia che mi guida.

 

Non fu, come si dice, una notte

simile alle altre, da gettare

fra i mille ricordi.

La donna: intanto era diversa,

si muoveva con classica misura,

un corpo magro, adolescente, osseo

e incerto; l’ammiravo senza desiderio.

I seni erano un fiore

sul petto, immacolato

marmo d’altare.

Ebbi di me pietà; pesante, stolto,

carico di carne e di pelo, arrancavo

come una vecchia per sentieri alpestri

col suo fascio di sterpi;

non seguivo la piuma nel volo,

nel lieve ondeggiare.

Mi sperdevo al profondo

rammarico delle ciglia bistrate,

al barbaglio delle unghie laccate

e fredde, da statua divina.

 

Le dissi, caricando il mio cuore

di coraggio quasi orologio

abbandonato sul nero canterano:

“L’alba aspettiamo

a goccia a goccia dai monti d’Ivrea.

Splendi in chiaroscuri che impauriscono,

mentitrice scaltra, adorabile.

Hai la grazia sdegnosa

del ramo, ultimo, rimasto

all’albero; al suo fiato d’inverno”.

Chiuse gli occhi e un velo

di magico furore la coprì.

 

Già Torino albeggiava, verde

nell’arco delle terre protese

e orizzonti lontani si stendevano

esultando.

               Fu la ragazza

così soavemente saggia a prevalere,

il suo candore unito alla dolcezza

tolsero ogni rancore alla mia

primitiva selvatichezza…

e corse il sole nel cielo,

scese ridendo nel mare,

ancora fu notte fonda,

molte lune cavalcarono i monti:

non lasciai la fresca adolescente

dagli occhi di seta azzurra d’Oriente.

Prese da me la mia forza,

io un periplo affascinante dovrei cantare.

 

 

IL MARINAIO

 

Impallidisce il cielo verso oriente

e l’onda si fa verde,

il cielo è senza nubi,

senza vento è la terra;

l’aria odora di erbe e d’amaro.

Mentre il sole si inalbera nel cielo

lente le barche escono con grandi

vele, nel mare

splende il guizzo improvviso del delfino;

il giorno appare e palpita sull’acqua,

le barche vanno con le reti stese,

dall’una all’altra passano i richiami.

Un vecchio ascolta e lo riafferra il male

della vita trascorsa.

Quanti anni! Stefano gettò

in altra terra, magro e disperato,

la miseria del petto bacato;

Turi dileguò nella bufera;

il capitano

morì sul ponte in una sera

colma d’autunno.

Addio! Il grido che dai flutti

saluta la terra si è perduto.

Pesano gli anni;

più non s’alza l’aria di settembre

a gonfiare le vele, a inseguire

il volo bianco calmo dei gabbiani.

Dov’è la voce

forte, sul mare, che chiama la terra?

il vigoroso strappo sul timone?

la mia forza a sciogliere le vele?

Ogni nave è sommersa, ogni speranza.

Sole, all’opposto argine del molo,

due grandi barche, fradice di mare,

quiete accolgono l’onda e la rovina.

 

 

IL CARRETTIERE

 

Disteso sul carro senza vita

rotto dalla fatica,

sognando al passo lento del cavallo

mentre le stelle cadono

sopra l’ombrello verde,

o schioccando la frusta

per ferire le nuvole che vanno

dove non si può andare,

oltre la pianura

dove tutti sognano di arrivare

– grandi strade corrono la pianura,

le città aspettano,

gli aceri quieti all’orizzonte

accolgono il riposo del sole –

o caricando col triste badile la ghiaia del fiume,

la sabbia grigia

come la chioma di uomini non ancora morti,

o ascoltando nel pieno meriggio

la campana, col cuore in tempesta:

questa è la vita del carrettiere,

nero cavallo e rosso carro.

 

“Spalanca la chiesa, campanaro,

accendi i ceri, brucia incenso

sotto il quadro di Cristo:

solo vecchie donne corrono

a pregare per i loro morti.

Ma per la gola arsa, il cuore scuro,

per gli occhi di un peccatore,

per le labbra che hanno imprecato,

un bicchiere colmo fino all’orlo

di vino, bianco

come il viso di colei che amo.

Morto, ogni pena finirà.

Non fiume da guadare,

sassi da raccogliere,

vie senza fine da percorrere,

frusta da schioccare

sulla schiena del cavallo ferito dalle mosche.

Dimmi: là, dove tutto è ombra

e gli uomini aspettano distesi,

ha termine il dolore,

il paradiso splende,

la fatica finisce e gli angeli cantano?

Questo è certo: né osteria e ragazza,

né cavallo che beve alla fontana.

Getta il battacchio nel fiume, spegni i ceri,

perché tormenti gli uccelli appisolati?

la tua chiesa è deserta.

Nella taverna affollata

io posso ricordare la ragazza

che ha tenere le ciglia

quando sorride e guarda.

 

 

MURATORI

 

Steli d’oro salgono

a imprevedibili altezze

trascinati da un vento misterioso;

col polpaccio di marmo donne lievi

sciacquano sul margine del Reno.

Sale il mattone, una rondine l’alza

col becco al muratore;

gronda acqua e calce

lassù nel cielo

la sua anima azzurra.

Mattone con mattone, ombra con ombra,

nel sudore dell’uomo che si china;

muro con muro, nembi rossi, calce;

su tegole leggere la bandiera

irride alle battaglie.

Sale il palazzo dal prato, dove fioriva

l’erba meschina, dove gemeva il topo.

Vena gonfia di fremiti si tende

la strada, illuminata

da magre lampade.

E chi stanco riposa, chi s’agita

incalzato dagli incubi, un uomo

con la testa sul braccio,

l’allegria di un ragazzo,

la voce di un vecchio che ricorda.

Il silenzio tremendo della notte.

Ma in quest’ora esulta la bandiera

alta fra nubi e foglie,

barbaglia il muro intonacato

gioiosamente, una carrucola stride

a gara con la rondine africana.

 

 

LA GRU

 

Felice, libera, s’alza

nel cielo, addenta

le nuvole che vanno;

furtiva cala, si volge, affloscia

il muso sulla terra.

Rianimata s’impenna e sale

toccata dai veli dell’alba.

Lenta sui tetti sfiora nembi, torri;

mossa da un ignoto spirito,

fra case e uomini dormenti

con il solido ferro è viva, freme;

squilla nel primo mattino.

Forma possente armonica distende

sull’attesa del giorno

manna giuliva, d’oro.

Voci, fresche voci ridono

alla sua danza.

Mi dà forza e speranza.

 

 

***

 

PER UNA DONNA CHE MI INVECCHIÒ

ACCANTO, IN ANNI LONTANI, QUESTO FIORE.

Sopravvengono i mali, la vita

m’addenta ai fianchi,

resto solo a grondare

pioggia, silenzio.

L’ira gonfia il mio petto,

nubi corrono le giornate,

dissolvono amicizie antiche,

volti amati scompaiono o diventano

musi di gufi.

Quando lo sconforto

battendo sui vetri di novembre

riempie la notte d’attesa

– e gli occhi sono feriti dai baleni

e i colpi delle ore sopra i tetti

si rivoltano in cuore –

tu sei la primavera

per la terra bruciata dall’inverno,

antica di dolore:

dài forza nuova, giovinezza ancora.

E in questo muori.

 

 

PRESENZA REALE

 

Tenerezza, mia primitiva tenerezza

selvatica e sconsiderata,

non per l’albero in fiore

o per un improvviso nuovo amore

(occhi bruni, occhi azzurri),

ma al fine di una giornata

sporca di melma, eterna,

le voci che escon da finestre spalancate,

le umili case prostrate

nell’ombra quieta serale,

la corsa di una misteriosa luce astrale,

il grido di una bimba con la sua palla,

l’acqua che gorgoglia da una chiusa,

il respiro dei giovani innamorati

che s’inseguono con gli occhi,

la stanchezza di un operaio che si lava alla fontana

mentre nei fossi

le tremule larve riposano a galla;

con ali spalancate, uccisa, per terra è la noia.

Il cervello in fiamme

e la valigia delle occasioni perdute,

qualche desiderio ancora da spartire,

la giornata illuminata

da questa esplosione di gioia

di vita, furibonda,

che sopravvanza la morte

di tutte le cose avviate al declino e al sonno,

vado per l’erta salita dell’Osservanza

dove gaglioffi intrepidi a braccio di ferro

sudati ridono sfidando la sorte,

in questo giorno dell’anno

con molta pace intorno,

mentre le motociclette stridono

arditamente verso San Michele,

fra il verde si perdono

con un sorriso.

Prima che vespro cali e si distenda la notte

e rotte cadano anche le ultime ore.

 

 

MARA

 

Mara vive come la farfalla

candida, fra un volo

e lunghi indugi sui calici dondolanti.

Il suo viso è nei campi

quando ancora la luce dorme

nell’acqua del canale

e sulla torre riposano

bisbigliando gli storni;

Mara cammina staccando

una foglia dal tralcio o un pampano

a cui succhia l’umore.

Poi dilegua la nebbia

nel maestoso canto del sole,

la campana scende sul focolare del povero

e Mara ritorna.

Sulla parete occhi di antichi guerrieri,

il martirio di un santo

dalle frecce trafitto

e l’ansia celeste

di Giuseppe e Maria fuggitivi.

Trascorrono le ore,

ombre cadono dagli alberi,

nuvole d’oro coprono il declino del giorno.

Ascolta la luce morire

e il suo male salire,

un tarlo le rode il petto,

è ghiaccio il sangue nelle vene;

Mara si oppone al male

disperata, impotente.

 

“Tu sei il grillo – dice Celeste

e impasta sul bianco tagliere –

tu sei il grillo che attende

la buona ventura”.

 

Nella sera d’estate la campagna

palpita, sul fieno

cadono i pipistrelli

e Vincenzo e Celeste ricordano

gli anni trascorsi, le grandi calure

che bruciavano il grano.

Vincenzo dice: “Mara

è la regina di Saba,

avrà mille servi, mille specchi

per la sua giovinezza; allora

sarò lontano per un suo sorriso”.

Oh estati di fuoco e di ricordi!

Lentamente Vincenzo fu portato

lungo la vigna e il rigido novembre

spegneva i ceri;

Celeste si avviò verso il compagno

pallida e stanca, nell’autunno; neri

i cipressi strisciavano nel cielo.

Mara fu sola; crebbero i languori,

le smanie, il dolore del sangue,

un male improvviso

l’abbatté al tramonto,

la flagellò fino all’alba.

Silenziosa e stupita patì

sola, come un passo

che nella notte cerca il paese.

 

Ora anche Mara è morta.

 

 

RACCONTO

 

“Sul prato che ottobre rallegra

lasciatemi riposare”.

“Racconta” gridano i bambini;

a uno sul ginocchio il sangue raggrumato

arde come la ferita di un santo.

“Il vecchio è stanco” – dicono le donne

andando alla fontana.

La campagna era in fuoco:

così l’autunno derideva l’inverno.

“Non ho casa, né legna che bruci

chiamando le ombre sul muro,

non ho figli che piangano

al lume di una candela

e vengo da lontano”.

Il vecchio tace, ascolta

la luce chiamare fra le vigne

gli uccelli della sera.

“Anch’io per strade polverose

vado a terre lontane”.

“Vedesti gli indiani?

e i negri della foresta

che divorano il cuore dei nemici?

udisti le imprese dei pirati?”.

“Ecco, vedete queste mani, dure

come l’ulivo quando il vento soffia,

strinsero una spada a Roncisvalle.

Ascoltai il terribile lamento

di Orlando e l’urlo del suo corno

che picchiava sul monte”.

Gli sguardi si inchinano

riverenti alla voce.

“Ascoltai la preghiera di Turpino

sul guerriero caduto; Durlindana

all’ombra della notte impallidiva”.

Il lamento di Orlando a Roncisvalle!

ai ragazzi stupiti

il cuore si affievolisce.

“Una grande pianura è Roncisvalle,

con pochi alberi e triste silenzio;

il grido dei feriti

lo disperdeva il vento”.

Il sole discende

oltre il canale, i campi

e fa d’oro le foglie.

“Il pianto di Turpino?” chiede

timorosa una voce.

“Turpino pregò impietrito

per i guerrieri morti a Roncisvalle…

Ma tornate alle case,

al fuoco che riscalda,

alla voce soave che vi chiama

e lasciate il viandante a questo masso”.

“Sei un guerriero antico,

i tuoi occhi ardono di fuoco,

resta ancora con i tuoi ricordi

vecchi come la tua mano”.

“Ritornerò, con il primo volo

che aprile alza dal prato”.

 

 

RITRATTO DEL VECCHIO GELSO

 

Il suo viso è di bronzo

come i vasi cavati dalle tombe.

Dicono che Celso è avido, spietato

ma io lo vidi piangere una sera

all’urlo di mio figlio

trafitto dalla vespa.

So che di notte sale per il viottolo

e si getta nell’orto a rubare

i meloni ormai gialli;

all’alba spaventa l’usignolo con la sua voce secca:

“Il ladro è venuto, il figlio di puttana

ha rubato cipolle, pomidori

e l’orto è devastato”.

Chi vide il corpo inchinarsi

fra i tralicci dell’orto

e l’ombra sfiorata dal lume della luna

sa che a Celso si deve perdonare.

Nelle sere d’estate

siede sull’erba, immobile, a guardare

il cielo. Dice: “Sono disgraziato”

e nella voce trema una terribile

malinconia. Dice: “Sono vecchio,

morirò quando la terra grida

al passo di lupo dell’inverno.

All’inverno non voglio morire,

solo come un agnello nella stalla”.

È un vecchio per racconti di mare;

ha gli occhi grandi neri da pirata;

la sua pelle è secca per le ingiurie patite.

Dice: “Chi mi amava, un tempo, ora è partito”

e sembra ascolti un prossimo uragano.

 

 

DOMENICA SUL PO

 

Deserti campi nella sera estiva

verso il Po che sospira;

la canapa si tinge

di malinconica polvere.

La luna siede con gli uomini all’osteria.

Sul volto di questi eroi

c’è una forza antica.

Pace sui casolari;

il fumo stringe la terra

a un cielo rosso, sconfinato.

Speranze volano

da campanili e tetti;

a occhi socchiusi, con le mani

piegate sui ginocchi come foglie,

quante speranze da questi

duri sedenti sui legni dell’osteria

col vuoto bicchiere toccato

dal fremito di una campana.

Silenziosi sedenti in questa

fra il verde, unico sole,

osteria di campagna,

scoperta col suo gregge

in una sera di festa

verso il Po che sospira.

 

 

UN LUME A PETROLIO

 

Rancori, dolori di oggi,

paura del futuro,

incidono nella fronte solchi

che non si cancellano.

Non li spiana un sorriso o la speranza.

Chini nei fossi in file sterminate,

né un albero né un volo.

Su biciclette, in mucchio,

al tramonto, ritornano alle case

e ai figli sfrenati

sulla piazza sassosa del comune.

Sconfinati orizzonti di campagna:

gli alberi si perdono

verso la foce ardita dei torrenti,

ridono i filari delle case.

Gli uomini disperdono il dolore

cantando sui campi

in sere fosche di pensieri di donne.

Nessuno è tanto misero da morire,

né lieto è alcuno,

nessuno è così forte da arricchire.

Raccontano di briganti a far giustizia,

quando le gramadore sopra gli argini

mostrarono la conchiglia

ai seminaristi allibiti

e l’invitarono con livore.

Al lume di petrolio nelle stalle

o in piccole osterie, avventano

l’animo alla politica.

L’Italia è vecchia. Sognano rivolte,

il giorno del giudizio.

Parlano fino a domani.

 

 

CONTADINO EMILIANO

 

Sulla spalla di amici

che amarono la sua pazienza;

lieve il rumore dei passi sulla terra.

Questo contadino nella paglia

coi baffi arrugginiti,

le mani sul petto come arbusti:

il sole per la stanza,

sul gradino caute le galline.

Senza campana, senza il nero

prete vociante, scendono

per pendii fra l’aroma

dell’erba, dei lecci,

costeggiano il fiume.

L’acqua s’avventa al sasso bianco e ride.

Gli uomini col legno sulle spalle

sudano nel silenzio

e intanto cercano

con l’occhio l’allodola felice.

Poi quattro pietre, un muro fra gli abeti,

dove riposerà addormentato

da aeree voci

questo contadino per campi

come un sapiente trasportato

da giovani guerrieri.

 

 

IL RAZZIATORE DI ANATRE

 

Il razziatore di anatre appostate

fra i canneti gelati,

il ladro di carne selvatica,

bandito di brughiera,

vive col fiato appeso alla criniera

del giorno.

Si perdono i richiami della sera

sul canale ghiacciato,

le anatre tentennano la testa di morte

mentre un’ira medievale le scuote;

al passo dei mendicanti

lungo le strade vuote

il gelo si screpola,

le prime ombre stridono tra le foglie,

case in lontananza

terribilmente tristi

si sfiocano nella danza

della nebbia sugli alberi.

All’attimo propizio

con le magre mani

getta l’esca, in un tonfo

le smemorate ali si pèrdono.

Rabbrividendo ai fischi

dei treni, il sacco

di piuma prigioniera sulle spalle,

s’allontana

per le rive che già l’inverno bagna.

Nuda semplice notte sulla campagna,

si dibatte nel viottolo

poi fra siepi e giardini

ormai della città

il triste carico di spenta libertà.

 

 

RABBIA IN CORPO

 

Non fosse mai spuntato

con le ali aperte

un giorno tanto triste.

Sopra un tappeto d’erbe

offri tutte le sue sconfitte a me.

Cominciò una ladra a rubarmi il cuore,

lo mordicchiò come una pesca agra

buttandolo sdegnosa, ardita, in fretta

al mio richiamo, mentre filava via;

le cosce nude, sulla bicicletta,

nel vento i capelli di vent’anni.

Mai più la rivedrò

e passeranno gli anni.

Chissà dove riposerà stasera.

Poi il tedio del lavoro;

conficco nel legno lo scalpello,

al mio compagno allungo una lima,

fischio leggero, guardo sulla scarpa

la polvere. Presto sarà inverno.

Entra tra i muri il sole.

Questa sera, ancora,

dovrò vivere solo,

camminare nei lampioni e al vento

mentre cadono foglie e auto sfrecciano,

buttare nel canale il mozzicone

di sigaretta, stringere le mani

sulla ringhiera, mentre l’acqua scorre

fra le griglie e sprofonda.

Meravigliosi amici avevo un tempo:

oggi la solitudine d’ognuno

casca in tempesta, le grinte sono dure

e ciascuno s’arraffa sospettoso

e atrocemente solo.

Alla sete non dànno parole.

Stasera, al fresco, l’ultimo saluto,

l’ultimo ballo,

poi l’autunno con i viola lunghi.

Al suono della sirena, sul piazzale

m’avventai contro Stefano –

scosso dalla tristezza,

dall’odio della vita, arido ero:

perché non m’ha abbracciato?

Vidi nel suo occhio

dubbio, dispetto, orrore.

Quell’amico ho stracciato

come un foglio rosa di giornale.

Nessuno m’aiuta se brucia

come una nausea lo zolfo del dubbio.

Per finire una giornata perfida

ancora solo ballerò stasera,

strisciando i piedi sulla pista ruvida;

le biciclette in mucchio nella siepe.

 

 

NON CAMBIANO I VENTI

 

Gli irrequieti girini danzano

intorno a una pietra.

È domenica nei paesi del delta,

gli uomini con la giubba di cuoio

dimenticano i pensieri di sei giorni

appesi ad un uncino

– come nido di rondine a una gronda

vicino alla porta della casa.

Al grido di un bambino

le foglie dei cespugli, i canneti,

le stoppie spalmate di limo

si chinano nella terra

mentre il sole colora

alle ragazze il rossore

– e un uomo cerca con lo sguardo, fino

al cielo più lontano,

tutte le cose che conosce già:

è un’illusione sperare

dentro al fango del cuore,

almeno per un’ora,

qualche gioia o l’amore.

Vecchie donne corrono a fiorire

a un lume, a giacere

in crocchi immobili,

sbattono poi le porte e intirizzite

s’intanano sul braciere.

Tutti annegano la vita all’osteria.

Non resta neanche un’ombra per la via.

Sognano le gambe delle attrici,

docili mosse, calde, da puttane,

dopo bicchieri di vino spezzati col pane

la tristezza morde il labbro,

frusta e ferisce il cuore,

senza conoscere il mondo

crepano in questo rancore.

 

 

MONOLOGO AL MARGINE DI UN CAMPO

 

Meglio dar fuoco al cumulo di fieno

che l’acqua gonfia e il sole non asciuga.

Lo stendo, lo raduno: nebbia, caldo

ci cadono all’estate

come giovani amanti.

Molto galante è il sole nell’amore.

La mia schiena si squama poi s’incurva.

Ricordo il gelo dell’89.

L’Ersilia è morta. Le fragole maturano

mentre vespe affondano nei fiori.

Non le raccolgo, lasciale appassire;

chi mangia più le dolci

fragole primaticce,

così stupide, soffici?

decrepiti, affondiamo nella terra,

stringiamo i lombrichi con le dita.

Sono stanco di stendere, adunare,

guardare in alto al gelo e all’acqua intento.

Fugge il sole? non lo chiamerò;

marcisce l’erba? anch’io cadrò

così, fra pochi mesi.

Un mare di pena è la mia carne.

Le fragole anneriscono sul campo,

gli anni frustano le spalle,

sporchi uccelli volano i ricordi.

Ombra di un’ala sopra l’acqua scende

adagio questa voce

nel pomeriggio fantastico.

 

 

CANTO DI UN TERRONE NEL NORD

 

Vengo da lontano.

Nel paese madre mia alleva

le capre (per il latte)

e il padre viaggia

con valige disfatte per il peso

a vendere alla valle

gli angeli scolpiti quando nevica

– nelle sere d’inverno, nelle stalle.

Scalza il legno al lume di candela

senza che un colpo cada più profondo

(un occhio è presto fatto, e tutto il viso

e quell’aria da santo

che ritorna nel mondo

dopo avere goduto il paradiso:

la mano aperta con le cinque dita

sopra il cuore).

Ci contiamo e siamo tanti, come

erba sul prato

o sulla siepe le more;

per non marcire allora nell’usura

cerchiamo il mondo buttati all’avventura.

La fame ci conduce

a battere a una porta fortunata

o nemica, chissà,

di qua, di là,

dove c’è la miseria

come da noi, ma più fredda è la nebbia.

Povera terra questa, ferita

da ladri e baroni; non può

migliorare per noi, questa è la vita;

rubata da tutte le dita, morsa da guai,

inutile scuoterla per giuoco

come un albero in fiore,

sperando il frutto che non viene mai.

 

 

UNA VITA

 

L’Ersilia morta. Il sale della terra

che consuma queste poche ossa

si rivolge in calore

alla pianta che tremola vicino,

così la poca vita della donna

faticata con lungo dolore

ricresce in forza e in tenera ebbrezza

a questo fiore.

Sempre credendo a un cielo che l’offese

fu serva e padrona crudele,

si mortificò, pianse

soffrendo i lampi freddi della vita

passata in una palude di fango:

battere dei remi sopra l’acqua,

i baffi gialli di Celso,

il suo dialetto incredibile.

Non poté figliare come quella capra

che addenta i tralci immersi nella vigna

e avventandosi sfascia

i tralicci e le canne;

consumò in silenzio i lunghi giorni.

Non un uomo apparve sulla strada

per ritornare,

nessun galante l’invitò a ballare,

nessuno prese l’ascia

per crescere la casa, nessuno

rivoltò per lei una brace d’amore.

Gli inverni

ferirono il cuore con un diamante di gelo,

piegando le spalle;

morì al lume della lampada

acetilene; la guardava ansimare

un medico ottuagenario,

scuotendo la testa

incombeva sul seno di legno.

Di così squallida fine,

di così acerbo sdegno

raccolgo dal prato il crudo lacrimare;

un colpo sulla cervice

e fu cenere bianca,

stanca creatura umana

subito dimenticata e più compianta.

 

 

DEPOSITO DI SCORIE IN UNA GRANDE FONDERIA

 

Verso i bastioni della città

ruderi e fossi piangono

una favolosa civiltà;

cresce l’onda dei tetti, delle balze,

i fili della metropoli sprofondano

nelle anse del fiume

e l’autostrada selvatica

urla con rabbia alla felicità.

Oltre il ponte, per traverse vie,

giacciono le scorie del carbone

con le vene spaccate:

il furore succhiato poi gettate

nei cumuli, con sdegno.

Fra cataste di legno,

lungo i viottoli storti,

solo la decauville leggera

ha le ali di farfalla.

 

Lì conobbi Aurelio, uomo stempiato,

con l’onestà sull’unghie delle dita,

forte a ogni malanno,

diritto alla fatica;

estate e inverno lo sopraggiungevano

con la sua ombra curva alla fatica.

“Anche noi, appena

febbre umida nera

la vecchiaia ci prende,

buttati alle scorie senza sangue”.

I palazzi salgono

come navi improvvise dal mattino;

si affacciano gli uccelli

dentro la foschia del deposito

nelle fauci del mostro,

poi rivolano con un gemito via.

Rincorriamo con l’arco della mente

la scia delle piume.

Crescono intorno dune di scorie,

sugli argani i tralicci vanno via;

il vetro della baracca è un lume

che annerisce ogni sera di più,

solo il ragno infuocato del tramonto

lo colpisce eccitandolo.

 

Aurelio asciuga il secco tronco nudo,

guarda l’aria dispersa nel silenzio.

“Quando muoio un altro correrà.

Chissà se fra un anno, ragazzo, anche tu

ricorderai Aurelio”.

Vecchio da buttare col badile.

Solo un vecchio, donare non può

ricchezza, né sapienza insegnare.

Poche cose ha imparato,

a prezzo di grande dolore.

 

 

PIANURA PADANA

 

 

Nel fremito delle sue dieci penne

il Po nasce da una costola

del Monviso incoronato dai venti.

Il bigio monte sassoso

scarse vene possiede, ha un arido cuore,

ma sotto un’ombra sperduta

cresce la polla che fugge

col giovane viso teso, ridente, alla valle.

Acqua e luce intrecciano

una leggenda e il giovane scontroso

morde la spalla all’orizzonte;

navigatore dei campi, audace nell’avventura

con quanta impreveduta alterezza

ara con la sua fronte la pianura:

risveglia gli occhi ai ragazzi

seduti annoiati sulla riva,

smuove con una tenera corda

il sogno degli uomini, la viva

freschezza del tramonto,

segue i ponti di cemento, barche

ancorate, incerte, per traghetti

da meandri oscuri a canali

di misero contrabbando.

Dal silenzio e nell’oro

con un gemito a tutti sconosciuto

balza ogni giorno con testa di toro

e tocca le gazzelle ciminiere,

le baracche, le grotte,

i valloni delle tristi periferie

impalliditi all’ombra di alte

eriche quiete.

 

E incontra altri fiumi, aggrovigliate

acque, piume di falchi

rovinanti fra i sassi

nelle caverne; o cagne intisichite

dal freddo, a contendere

sotto i pilastri, in mezzo alle lamiere,

fra scorie di carbone e tra i rottami.

Altre con passi lieti, pallide di sole

rubato, nel tonfo di castagne

che incrinano un silenzio da convento,

salutano il gelo delle fonti,

le nebbie, gli schianti

dei rami calpestati, lo sgomento

della brughiera nella galaverna

(così in un limbo di foglie

respira il Mincio:

sulla sua polvere antica

scendono i fagiani

con la nebbia d’autunno).

Fra queste schiere, opposte

acque furenti,

il grande fiume va:

nate dai laghi, sciabordanti tese

o sporche di melma, coi relitti

precipiti dai colli d’appennino,

nel silenzio di terre desolate

dove la gente italiana stenta.

 

Mela spaccata, la pianura

da monte a mare è preda del fiume

che ronfa nella spenta

bellezza della notte,

o simile alla vipera s’acquieta.

Mormora, racconta

stupefacenti nomi… poi livido d’orrore,

con la bava alla bocca,

strappa, s’avventa

verso il suo delta inquieto;

si carica di forza e vendemmia

pianto da altri cuori;

sempre più immenso, sempre più terribile

o splendido d’amore.

 

Strisciano le chiatte appesantite,

frugano con le eliche il fondale.

Il sambuco riposa

sull’ala dei pavoni,

a lume dei pioppi

un cane abbaia da una capanna

verso il fumo di pece;

dalle prode si diparte

una distesa, poche forme

di vita: l’asino

stanco di mietere indulgenza

appisolato, i rapidi ristori

dei mignattini sui rami;

barche marce di brina

da riva a riva stentano, vuote

o domestiche, con qualche verdura

o un pescatore addormentato.

Sorpresi da un inverno straziante

fra i casolari, abituri

bui di canne e piante,

gridano i ragazzi agitati

dalla fame e da tanta libertà;

le donne cariche di estati

imprecano ai vecchi tremolanti

nel sole, a vivere ostinati.

Scema la terra, l’acqua arriccia il pelo

in un brivido pieno di sterpaglia

mentre nubi s’ammassano al riparo

di cancellate e di torri;

sospesi ai fili lucidi, i carrelli

con le scorie volano di bietole

gocciando miele.

 

L’ora dei fumi dritti dalle altane.

Le case basse, simili alla stiva

di un barcone in riposo,

con gli steccati gialli di meloni,

si disfanno in dolcezza.

I campi raccolgono il respiro

della sera, i suoni

di festa, bambini saltare

– contrabbandieri di piazze.

La pianura è dimessa, esuberante,

con i capelli immersi

nella foschia fluviale;

s’infiamma la polvere sulla coda

degli insetti, le ali aperte

al volo della notte:

accompagnano una voce d’uomo

il tuono di un cuore,

rotte calde parole d’amore

“farò tutto el poder mio

per cavarti fuor di stento”.

La brezza copre incerta pioppi e pioppi,

cade dentro i salici frustati,

i groppi della terra, i beati

avvallamenti, tiepidi meandri

di oscurità celestiale;

sul fiume scosso dalla risacca

serba un ultimo guizzo Venere

prima di morire.

 

È indice dei tempi

che le ragazze alzino un poco

la sottana e ridano negli occhi

con tanto candore d’angelo;

cadono sul prato

ansimando dopo corsa e fuga

per le ripe alberate,

la bicicletta a pezzi

buttata nella polvere;

e che l’innamorato dentro al fieno

bagni la febbre d’amore

stringendo una ladra che dibatte

le ali rondinelle.

Così passano gli anni.

Dura un giorno il furore.

Poi le care ragazze

sbiadiscono nelle case,

appassiscono il cuore,

accanto alla fontana delle piazze

coprono il bucato con la cenere.

Adagio alzano il collo a guardare

nelle sere tranquille

il ritorno degli uomini

per gli argini, le scintille

delle sigarette accese.

 

Steso nell’abbraccio del campo

il contadino, a piedi nudi,

i gomiti puntati a spaventare

i voli dell’averla,

segue i suoi sogni e sognando sospira.

Abbandonata, l’acqua piove

sugli argini, tormenta, li ferisce,

gridano trascinate dal libeccio

le quaglie che fuggivano sul mare.

Per le radure una dolcezza squallida;

il vibrare monotono s’accorda

alle ore arrossate in mezzo all’aria:

galli sui rami del noce stormire,

vitelli pezzati intenti a bere,

il cane abbaia ai teneri zoccoli ancora…

Sugli argini accosciati posano,

guardando acqua e terra contendere,

uomini, il fiume che fa paura

dire il suo vecchio pianto.

Si confortano in questa vecchia sventura,

insieme uniscono la voce al patire.

Li morde una volontà di restare

non di fuggire,

mortificata la violenza

nella pazienza adunano la speranza

per i giorni a venire.

Sparpagliati sul greto

come in un deserto di neve

i camion raccolgono la sabbia

battuti dal barbaglio che li fiocina

e un passeggero sul treno

volge gli occhi a guardare

quelle teste di vecchi in acque amare.

 

I campi sfiorire dentro il mare,

le onde strappare i rami

dei cedui, case crollare,

i visi attorno ai tronchi

infuriati di schiuma,

le grida perdersi sulla duna,

cadere il fondo cielo

come una piuma.

Gli uomini con la giacchetta scura

e il bavero rialzato,

la cicca sul labbro paonazzo

seduti sulla ghiaia;

e donne ad amare le case

perse nei gorghi,

poca roba raccolta ad asciugare,

rubato l’ordine misero alla giornata,

perduta la pace guadagnata,

anche il pianto ora è vecchio, inutile;

tutto da incominciare.

Gridano gli altoparlanti

nomi sull’erbe affogate.

La sera è ingorda, bagnata, bastarda;

scoppiano scintille, i fuochi stentano,

affidati ai bastoni

pastori dalla secca faccia

fischiano in delirio alla pianura.

Tutto intorno è mare.

 

Se parlo, guardando l’acqua decrescere

sotto un cielo di ferro,

compatite il mio povero italiano,

la voce che sa di pane e sale

e dice male parole troppo vere.

Finito il diluvio per il piano

restano soli nelle piazze

e le pompe travolgono

dal lago di melma foglie morte,

sterpi, rami, biade marce, piume.

Mentre si sciolgono le dune

fra gli alberi che sono un pugno d’ossa,

viene il tempo delle vacche magre:

accade allora che la gioventù

grida dai campi ai poliziotti in nero.

L’umore della terra si diffonde

per le rive al calmo orizzonte

ma la bigoncia rossa della vita

è aceto d’odio, pianto in gola, ira

infinita, meschino abbandono.

 

I giorni si susseguono

in ore precipitose.

Piogge d’autunno con fumate nebbiose

sulla strada, fra i ciottoli bruciati

e cespi d’erba secca;

notti d’oscurità irose,

col gelo della sponda

sull’ultima propaggine di terra

prima del mare, dell’onda.

E argini sbilenchi, desolati,

vuoti di vita, macerati, spinti

dalla forza dell’acqua a contrastare

in gemiti continui, spaventosa-

mente umani la corrente.

L’onda s’infrange

con la sua chioma sparsa e piange.

Mena sempre una vita da cane

il bracciante sfortunato,

il pescatore di frodo,

il contrabbandiere braccato

– sopra un’asse scivola per i canali.

Ma dentro la pianura

la terra è più ricca, esuberante,

se affondi la mano si dichiara

il suo mistero nella perla rara

che sfiora le tue dita

– e nessun inverno o fiume fa paura.

Non c’è il silenzio triste, si discute

di leghe socialiste, di Miglioli che dice

con parole di miele le sue favole,

il fiele delle antiche lotte e Grieco.

I giovani che filano su Gilera

nel vespero accecato,

– la camicia è una vela alle ragazze –

brillarono sulle piazze

per lo sciopero del quarantanove:

allora i bergamini sotto i noci

piangevano all’urlo delle manze,

gli occhi erano scuri

più dell’acqua per le impolverate lande.

La speranza trascinava ridendoli in cielo

i sogni patiti nel corso degli anni,

una nuova tenerezza per la vita,

dolce furore e le prime parole.

Questo tempo è già naufragato,

rotto come un barattolo lasciato

in un prato della periferia,

scalciato, frantumato,

e come un legno

va alla deriva buttato alla corrente,

rotola via.

 

Il grande fiume si rivolge al mare,

con un guizzo va dentro al cuore del mare.

Si disperde, vi affonda,

nessuno lacrima un saluto.

L’erbe gialle aspettano altro furore,

un pugno d’amore aspettano

i casolari africani col fumo sospeso.

Sulla pianura

splende una luce che chiama la notte,

un disteso abbandono.

Spengo la voce

e: addio a Polesine dei Sospiri

dove nei mattini ventosi,

fra gli acquitrini spenti,

riposano uccelli teneramente vivi

nell’incertezza e nel terrore,

perché pace non c’è né sicurezza

per loro se non nella fuga.

Là sarò cenere un giorno.

Mi aspetta l’anfora greca funeraria

dove confitti gli iracondi relitti

della mia gente dormono

come prue conficcate nella melma,

tutti, uomini e donne, insieme.

Morirono vecchi, litigiosi e alteri.

Il mare a volte li copre

in sere di fosca amarezza

quando è un brivido desolato la pianura

e cresce l’onda e brucia la terra.

Là dunque anch’io

avrò il mio fuoco e la mia fine.

 

 

I VICINI DI CASA

 

Chiudono la giornata con un tonfo

freddo delle serrande

e per le piazze vuote

restano solo donne

felicemente vive

(sciabordano sull’acqua di fontane

come su un mare e accendono

scurrili bandiere con gli sguardi).

Ma sul riposo dei vivi

quanta caligine è sparsa intorno ai letti.

Ho molto sofferto per l’incomprensione

e il silenzio, in questi anni

ho patito in silenzio,

rinuncia e non accordate speranze

bruciarono talvolta il panno

dei miei vestiti. Ho anche aspettato invano.

Qualche amore, fuggitivo amore,

ma rapido e disfatto

per la furia di subito nascondermi;

ho perso amici, la bottega è in fiamme.

Veglio in questa notte, è l’alba,

le mie vicende, le vicende, vedo

un futuro che è cane.

Tenero respiro di rossore

accende una persiana,

guardo la festa dopo anni, calmo

in questa pace e tanta libertà.

Le finestre dei viali

sono occhi chiusi, labbra chiuse, bocche,

e nel fondo dei petti aprono ingiurie

da rompere sul viso.

Miseria, ardito zelo, lealtà,

inganno, fraudolenza, spento riso,

tutto riposa e piange.

Un lume acceso

improvviso illumina la strada:

ombra amica che a me si riannoda,

schioda l’ascia del giorno,

sciacqua un panno, accende il caffè

mentre affacciata guarda il nuovo giorno

e si accomuna a me

(la certezza subito di creta,

ogni giorno una nuova domanda).

Esce il primo viandante dal portone,

accesa sigaretta per la via

dilegua in giovanile sarabanda;

ascolto l’odore del fieno salire dai fossi,

i singhiozzi delle ultime rane

nella foresta. Oh luce, oh viso

della donna nel bagno in sottoveste,

bianca farina, latte, paradiso

mite e leggero canta;

e i ciclisti passare,

il giorno sfolgorare,

voci di bimbi col pianto nella gola,

e i cavalli trottare,

uomini giovani liberi fischiare,

campanelle di vetro di una scuola;

scendono le ore dall’oriolo.

Tutto è misurato e giusto,

lecito ogni gesto, la parola

in un forbito accento risuona

come moneta vera,

e lontana appare la sera

con la sua sventura, l’usura

del cuore, la stanchezza attorcigliata

alle gambe, il mare della notte

che inghiotte le parole e le voci

mentre veglio dall’insonnia macchiato.

Mi affido felice all’affanno del giorno

(al suo morbido cuore)

splendente già di cento frecce ferite,

mentre dall’alveare delle case vicine

rissosi scontri e canti,

baci, speranze (stormi divaganti)

si sparpagliano, volano, ritornano

in branco, sui muri, dove l’erba è nuova.

 

 

Nota.

Delle poesie qui pubblicate – molte inedite, altre apparse in riviste, sparsamente – alcune risalgono al ’49, poi ce ne sono del ’51, infine degli anni ’54-55. Poche sono recenti; tutte entreranno in un volume che sarà pubblicato dall’editore Feltrinelli.

Vorrei solo aggiungere:

 

Il tedesco imperatore.

“Il nome è bisbigliato”: Silvio Corbari, leggendaria figura di partigiano, in Romagna. Fu preso e impiccato, nel 1944, sulla piazza di Forlì.

“Un uomo – apparve sul palco”: è Ferruccio Parri, a Cuneo, nei giorni dell’aprile-maggio ’45, che sono soltanto un ricordo oramai.

 

Peter Fellow.

Cavallo trottatore, nato in America nel 1920 da Peter the Great e Nell Fellow; con un record di 2.04.1/2 (1.17.2 al km) su 1609 m a Toledo (Ohio) nel 1925. Importato nello stesso anno, azzoppatosi improvvisamente, passò alla monta. Ebbe figli egregi, morì in vecchiezza. Dunque non fu razziato, ma ho voluto assegnargli la fine di Bellini – un grande galoppatore scomparso, dicono in Polonia, durante l’ultima guerra.

 

Ippodromo.

“E con sospetto guardano – la scommessa caduta”: il tagliando della scommessa al totalizzatore o al bookmaker, gettato via con rabbia, alla fine della corsa, come sempre accade.

 

Un lume a petrolio.

“Quando le gramadore sopra gli argini”: quando le gramolatrici mostravano il sesso, con parole di vituperio e di beffa, sollevando la sottana, ai seminaristi, durante la settimana rossa in Emilia, negli anni dopo la prima guerra mondiale.

 

Monologo al margine di un campo.

Il monologo agro-dolce (con punte di autentica cattiveria) è del marito dell’Ersilia, un uomo bruciato dai campi. Invecchiando diventa sempre più acerbo e triste. Solo con me si apre a volte; ma quel giorno quasi inveiva.

 

 

il menabò di letteratura, 2, Giulio Einaudi editore, 1960.

 

 

Lunedì, 11 Novembre 2013 17:15

Notizia su Roberto Roversi

Ne ho molte, di “notizie”, intorno a questo scrittore bolognese oggi trentacinquenne; da varie lettere sue, e dell’amico suo Francesco Leonetti; e io all’importanza delle “notizie” ci credo come quasi a quella delle “idee” (tanto da non poter soffrire chi le falsifica anche se solo dicendosi fiorentino mentre è nato a Pontassieve); e le molte o poche che ho inclino sempre a darle tutte.

Roversi mi ha informato della sua famiglia prima che di se stesso. Mi ha scritto al riguardo:

 

Mio padre medico radiologo, estroverso, pieno di temperamento, fantastico, impulsivo. Mia madre affettuosa, calma, riflessiva, tiene i crucci segreti; aveva silenzi che duravano mesi; suo padre era lombardo. Entrambi appartenevano a una borghesia non ricca, appena benestante, ma provincialmente ambiziosa, e con “qualche dovere”. L’altro mio nonno, che ho conosciuto, invecchiò e morì seduto davanti al portone di casa, sotto il portico, nella via principale di Pieve di Cento: circondata, un tempo, dal verde della canapa, verso Ferrara…

Ma i “personaggi” della nostra famiglia, i favolosi gentlemen, coloro che passarono lasciando (ancora) tutti sbigottiti, furono i due fratelli Smeraldi. Io conobbi Rigo, zio a mio padre. Fece fortuna nelle miniere di diamante del Transvaal, fu molto “amico” dei boeri, sfuggì agli inglesi dentro un sacco di carbone, con un pugno di sudate gemme nella tasca dei calzoni. Commerciò in canapa con l’Ammiragliato inglese, rappresentò in Italia le prime automobili Ford, poi la Lancia, importò cavalli trottatori dall’America (Peter Fellow, Olly Boy (anche Naomi Guy madre a Mistero). Durante le settimane “rosse” del ’21, in Emilia, quando i ricchi svendevano e fuggivano, comprò con quell’oro una villa vicino a Bologna con grande parco (c’era un lago nel mezzo); molta terra, molta canapa, molta uva, e alberi centenari. Fu lui a regalarmi il primo denaro perché “lo facessi fruttare”, a insegnarmi che time is money, che occorre agire, dedicarsi ai business, “e non stare a padrone”. Ma fu anche lui a pagarmi la stampa del primo fascicolo di versi (arrossendo di piacere), a regalarmi i primi libri. Morì all’improvviso, un pomeriggio dell’aprile ’42…

 

Qui conviene, venendo a lui stesso, che sentiamo anzitutto il Leonetti, questo discendente un po’ carducciano di Tommaso Campanella che non può mai parlare di qualcuno o qualcosa se non per darne la “posizione”, e in congiuntura, o in contrasto, con la sua propria. Così abbiamo subito una certa prospettiva intellettuale di quello che è Roversi.

 

Le vicende della sua vita pratica, – Leonetti dice – hanno un po’ complicato la natura di Roversi; o è stato, piuttosto, il bisogno, in recenti anni, di fronteggiare duramente in se stesso le delusioni storiche, pubbliche. I più lo conoscono di una energia e tolleranza gradita; cioè pare oggettivo verso altrui. È condiscendenza esterna, con chi non gli interessa. In cuor suo è, per temperamento, per ideologia assai ferma, chiuso a relazioni, solitario e legato a pochi. Con le persone che gli interessano, in fondo, è irto di difficoltà, e di misuratissimi interventi. Questo carattere difficile, per dir così, non ansioso di comunicazione, ma di scelta, si connette alla ragione prima del suo lavoro di scrittore. Ha stabilito di non esprimere, o dichiarare, l’angoscia o la sensibilità tormentata; si è avviato a una nuova poesia contando che fosse già reale, in lui stesso, il suo ideale morale dove non c’è posto per quegli “stati” che pure contagiano le sue emozioni come quelle di altrui: ha inteso insomma di instaurare altro, invece che governare i suoi modi di essere. Era lecito, in anni più bui del nostro lavoro, il sospetto privato di Pasolini che Roversi e io, i distaccati di tutta la giovane letteratura che egli conosceva già bene, fossimo due decadenti “réfoulés”. In realtà era lui Pasolini che una trasformazione spirituale rispetto al Novecento la compiva con una esasperazione dei motivi del decadentismo (unita a una volontà di partecipazione agli eventi storici)… Noi eravamo impegnati in modo più sotterraneo. Io dichiaravo l’angoscia e cercavo di farmene sciolto, saldo, con istituzionalismo e storicità contro resistenza; e a tali stati angosciosi o semplicemente faticosi trovai riparo, molto tempo, nell’amicizia di Roversi fermo come una torre, tanto che mi poté poi sembrare esser stato psicologicamente uno stalinista…

 

Ma non è dai passanti della specie di Leonetti che si può riuscire a sapere come si sia svolto un “incidente”. Non serve cercare l’evidenza di un fatto nelle parole dei Groethuysen; bisogna cercarla in quelle dei Michelet. E il Roversi, tra tanto calpestio alla Groethuysen di cui oggi rimbomba il terreno della nostra cultura, è uno dei pochissimi giovani che abbiano le utili capacità sbrigative (e insomma la razionalità visiva) di un Michelet. Torniamo a lui.

 

La guerra mi portò, rovinosamente, lontano, – racconta. – Ero senza idee e senza forza; solo, senza “maestri” e ignorante; ignorante con disperazione, e consapevole. Seguendo con rassegnazione i bandi dell’otto settembre fui in Germania con la Monterosa; poi, in Italia, finalmente, coi partigiani piemontesi. Non feci nulla; patii soltanto con tutte le forze, ma non più con rassegnazione. Ero a Savigliano, appostato col mitra, nella notte d’aprile, ed ascoltavo il passo dei tedeschi in ritirata, e il canto da cruco, duro, triste, che l’accompagnava; poi a Cuneo a sfilare davanti a Parri, con tutta la gente felice, in quei giorni che sono il più bel ricordo della mia vita…

 

A proposito, qui vorrei notare come proprio i più preoccupati di storia e storicità, questi Roversi, o questi Leonetti, non abbiano ancora osato scriver nulla del nodo di storia (la guerra, la resistenza, il dopoguerra) in cui si son trovati legati con tutti. È per il fatto che ne hanno dei “ricordi”, e non vogliono correre alcun rischio di vedersi intrise di “memoria” (dell’umidità crepuscolare della memoria) le parole delle loro “sperimentazioni”? Certo che il rischio dell’evocativo-storico e dei più ripugnanti, e non so dar loro completamente torto… Ma portiamo a termine questa raccolta di notizie.

Aggiungo da Roversi, in linea diretta:

 

Per cinque anni fui contabile in una piccola fabbrica di schermi per raggi X, lasciando un ricordo non felice, d’umore scontroso e chiuso; in seguito, lavorando con altra insegnante, e io con pseudonimo, compilai parecchie antologie scolastiche per un ottimo editore (ebbero successo). Infine, un lavoro iniziato per caso cominciò a interessarmi, a prender forma, a mostrarsi vitale e libero… Mi piacque improvvisamente ed eccomi qui. Adesso mi permette di vivere con quel povero decoro che mi è essenziale, e d’essere libero; di rigirare le mie carte senza che un muso di cane mi fissi con occhio risentito e mi allunghi la paga, con un sospiro, alla fine di ogni mese.

 

E da Leonetti che, tangenzialmente, può anche fornire, alle volte, delle precisazioni non speculative:

 

In modo deciso e scontroso, che lo definisce, Roversi ha risolto, appena uscito dall’Università, il problema pratico: né l’insegnamento né l’impiego, né già un decoro borghese di libero professionista che lo avrebbe incastrato in qualche albo della buona società. E anzi, per reazione all’immagine del poeta inetto ai negozi, fece con se stesso la scommessa di combinare affari. Aprì una bottega di libri, e così volle guadagnarsi il pane; con l’intento anche (assurdo e bello in un mondo di giovani arrivisti del dopoguerra) di scrivere senza chiedere a nessuno, anzi stampandosi da sé… Ma né lui né io abbiamo, purtroppo, imparato a scrivere come Rétif de la Bretonne che in una piccola tipografia propria componeva direttamente i suoi racconti con le pinzette da pigliare i caratteri, sicuro e paziente, e senza intoppi…

 

Quella bottega di libri, oggi con vetrine su una stradetta satellite di via Rizzoli, dopo anni e anni che si nascose in un ammezzato, ha un’importanza che va oltre il sodalizio Roversi-Leonetti, perché ha dato vita, dal 1954, alla rivista “Officina”, e in vita l’ha tenuta, come base anche di Pasolini e Romanò, fino al ’58. Roversi sorvola, al riguardo. E così sorvola sulle poesie ch’è andato scrivendo. Sorvola sul romanzo Caccia all’uomo (storico, intorno al regno del giacobino Murat nell’Italia borbonica) che Mondadori gli ha pubblicato quest’anno. Egli insiste invece a dire che sa di “non aver dietro niente” di cui vantarsi; e che ha avuto e continua ad avere solo “pazienza”.

 

Conosco i pericoli di una simile disposizione, – dice in più – ma preferisco pagarli e “far ridere gli amici” piuttosto che essere altro e sforzarmi a cercare una diversa misura entro cui placare i timori… Uso la povera, buona, vecchia lingua italiana, con la quale “credo” si possa ancora dire tutto, semplicemente. Sono un borghese “consapevole” della fine di un mondo e di tutta una spietata ideologia; ma appunto per questo convinto che oggi sia tutto da fare, da “rifare”… lavoro che ci aspetta al di là di personali ambizioni, lavoro di fatica, di molto sacrificio: mentre tanta verità manca ancora al nostro calendario…

 

Vi sono dei vuoti evidenti tra queste sue righe. Ma nessuno che abbia addosso da molto tempo l’occhio arguto di un amico può essere sicuro delle proprie reticenze. Leonetti riempie:

 

Si è dato in Roversi come aggravante il fatto che una zona anteriore della sua attività letteraria è rimasta sotto il segno di un equivoco, di una incomprensione altrui dell’intenzione, e di una propria non abbastanza lucida prospettiva. Le sue prime poesie note mostravano una composizione espressiva delle sue ragioni ed emozioni che si poneva, per il lettore che non vi sentisse tuttavia altra dinamica, in toni e termini di idillio, e con un esercizio di finezza sulla paratassi e sulla metafora. Bisognava conoscere le precedenti fatiche, insoddisfatte, per intendere questo momento come una pausa, un’acquisizione formale che interrompeva il meglio in corso di esperimento; o anche un suo parziale cedimento nella tensione della volontà e della mente con la sensibilità che non poteva non essere anche “novecentescamente” sottile, e che nella poesia non può tacere. Qualcosa di simile accadeva a me col puntare sui modi estrosi e satirici. E del resto amici eccellenti consigliavano quelle vie; come tu, Vittorini, hai detto a me, all’incirca, che mordo le cose quando scherzo o schernisco e invece risulto flaccido addirittura quando vorrei essere completo. Giudizio alla mia presunzione dispettosissimo, e si può capire: noi, senza poter aderire alla società conformista, né all’opposizione solo stoica, ci sforzavamo per un verso o per l’altro a un istituzionalismo, a una razionalità presente, dove gli stretti valori esistenziali, intesi come i soli “autentici” e condotti già nella via centrale della lirica della parola del Novecento, fossero superati e compresi, senza però star paghi alle soluzioni marginali…

 

Riempi e riempi (mentre Roversi non parla più d’altro che di letture, dei discorsi di Cavour, di Čechov, di Hölderlin e di Goethe, di cui dice che lo sbalordisce la modernità e l’adorabile indifferenza, da uomo che “sa”, non decadente, non stanca) e Leonetti che si trova a poter tirare, finora, le somme. Lasciamo dunque che concluda lui:

 

Certo che mentre non c’è alle viste di meglio, possiamo restare sotto diverse accuse, quali ci professa anche in loco (in Bologna) l’amico Scalia, sociologo, possibile teorizzatore principe della significazione nelle lettere, e insieme così nemico dell’idealismo da tacciare dubbiosamente di idealistico tutto ciò che si cerca dentro l’attività dell’arte e non della sociologia: per un pulcellaggio della letteratura, ancora, forse necessario ancora perché la letteratura poetica si faccia veramente significazione, invece che evasività introspettiva o realismo superficiale.

E. V.

 

 

il menabò di letteratura, 2, Giulio Einaudi editore, 1960.

 

 

 

 

Giovedì, 07 Novembre 2013 17:50

Il «lavoro» della canzone

Credo che ciascuno di noi cammini sempre dentro la storia; e che passo dietro passo si avvii verso la propria morte, termine già stabilito. E così proceda, sia che ci vada con facilità; sia con rassegnazione; oppure contrastando come se la morte non fosse sua e si potesse (solo volendo) allontanare.

Voglio dire che in questo moto ciascuno ha una sua speranza, che non è mai uguale alla speranza di un altro. Questa speranza è un sentimento delle idee e del cuore, che appartiene ugualmente al guerriero Orlando nel giorno di Roncisvalle o a Mauthausen, reduce della Cuneense, il povero folle di guerra di cui parla Nuto Revelli in uno di suoi quattro libri stupendi e tremendi. E allora la canzone d’autore? cosa c’entra con questa premessa-discorso? Io dico che c’entra, io dico così: la canzone è dentro fino al collo a questo mare grosso della storia e voglia o non voglia deve starci dentro.

È dentro, cioè, ai fatti che accadono, alle contraddizioni, alle miserie morali che si inseguono e fanno scintille. La canzone d’autore va, come l’autore uomo o donna, dove va la storia.

La canzone d’autore sarà dunque la canzone che noi vorremo o tollereremo che sia. Se avremo qualche idea al proposito e saremo decisi a sciogliere i primi o gli ultimi dubbi sopravvenienti; se saremo tanto bravi da reagire alle bizze, alle approssimazioni, alle bieche promesse e alle istigazioni di tutti i detentori di un qualche potere ufficiale (di tutti che sembrano colombe o falchi e sono topi); allora è sperabile che la canzone d’autore possa suonare alla porta giusta, riempiendosi di segni e anche di segnali nuovi per comunicare che è cominciato l’anno duemila.

Perché non credo che la canzone d’autore oggi debba essere una canzone «direttamente» politica – come noi la conosciamo; in quanto una canzone come «Contessa» ad esempio oggi a mio parere non potrebbe più essere scritta (strutturalmente, intendo) né trovare agganci o riferimenti immediati; mentre funzionava allora (dieci anni fa) in quel modo allargato e coinvolgente che conosciamo; e che continua nell’uso.

Oggi i termini del dibattito generale sono saltati non perché in una crisi ma perché addirittura bruciati e travolti nella trasmigrazione (direi nella trasgressione) dei problemi e di tutti i rapporti in atto. Quindi è urgente buttarsi a cercare i nuovi rapporti e le strutture diverse che con una lentezza quasi segreta si stanno formando. Ho detto formando; non ho detto ricostituendo. Perché tutto è stravolto rispetto al passato anche prossimo e le cose sapute da sempre non ci servono più. Nemmeno in piccola parte.

Tanto meno serve in questa occasione l’esperienza degli stupidi vecchi (fra i quali mi metto). E allora vorrei dire subito che è da curare come una piaga e da ribattere (potendo) la disperazione, la nostra disperazione, come metro di giudizio esistenziale sulle cose e sugli uomini. Credo di potere ripetere anche in questa occasione che la disperazione è l’arma segreta, il vero strumento di lotta politica nelle mani del padrone. Se ci disperiamo, serviamo il desiderio selvaggio del Potere che ci trova inermi e disuniti. E così lo aiutiamo a prosperare mentre noi ci consumiamo.

Riferendomi al presente Convegno è appena il caso che avverta che non essendo uno specialista né comunque un addetto ai lavori sto rispondendo come so e come posso; quindi con incertezza e approssimazione per i particolari e per la specificità della domanda ma almeno con una attenzione non improvvisata per i problemi generali.

Senza rifarmi per una ennesima citazione a Marx, vorrei togliere una breve citazione (che è anche una straordinaria esortazione) da un saggio di Benjamin Péret: «il poeta, e non parlo qui dei ciarlatani di ogni risma, non è più poeta se non si oppone con un non-conformismo totale al mondo in cui vive».

Ideologia a parte, l’autore di una canzone è sempre un partecipante diretto al blocco contro, o alla adesione con l’ufficialità del sistema. Mi fanno sorridere e mi fanno anche tenerezza (per modo di dire) i teorizzatori della canzone come canzone soltanto, come suono e canto che non hanno altro mandato se non di essere suono e canto; se non di intrattenere divertendo e rasserenando; come un gioco semplice (mentre sappiamo quanto sia complicato e carico di significati un gioco).

Invece la canzone – uno dei mezzi di comunicazione diretta più folgoranti oggi in atto – è in ogni modo e forma, quindi inevitabilmente, una comunicazione «politica», «ideologica». E tanto più lo è quando a più voci e da molte parti (interessate) questa sua carica dirompente, questa sua inesauribile potenzialità di impatto non soltanto vengono contestate ma noiosamente ricusate.

Sarebbe certo più tranquillo, in un momento storico segnato da cento saette, che ciascuno potesse essere lasciato a coltivare il privato orticello canoro, senza altri intrusi.

Invece i problemi continuano a sovrapporsi e tutti sono tremendi, e tutti sono nuovi mentre sembrano vecchi, e tutti sembrano vecchi mentre sono nuovissimi e non hanno un respiro conosciuto; e tutti sono problemi che non solo si possono ma si debbono anche cantare; piaccia o no alla grande corte itinerante della canzone.

Perciò la canzone d’autore, oggi, serve la propria timidezza, la propria esiguità, la propria paura; ma contemporaneamente ascolta (almeno così mi sembra) il soffio pieno di una rabbia attiva del nostro tempo e cerca di decifrarlo, decisa ad ascoltarlo e a proseguire. Lo ascolta come i marinai di Melville ascoltavano miglia e miglia lontano il soffio di Moby Dick che pascolava nel mare.

Certo, viviamo in un’età senza quiete; ma è certo che viviamo anche in una età che prepara un futuro tutto nuovo per il mondo. Quindi in un momento di rivoluzione profonda nelle idee comuni, nella vita dell’uomo, e nelle metodologie che fino a ieri mattina servivano per affrontare il gran gioco del tempo e del futuro.

Dentro a questi atti e dentro a questi fatti (tutti frantumati e poi di nuovo in moto) – anche la canzone non è più un piatto (o un pianto) privato, il respiro di un uomo solo – a meno che non si decida a chinare la schiena.

La canzone serve ancora (e tanto più) a battersi, a contraddirsi, a vestirsi-svestirsi per provocare, smuovere, risvegliare. Ma adesso ha anche la nuova necessità di affrontare l’incontro-scontro col tempo non più in una presa diretta, immediatamente politica e quindi rassicurante.

Adesso la sua voce deve essere più astuta, più intelligente e sottile, più mediata e ubiqua. Perché più ubiquo nella sostanza, più intelligente e sottile, più parcellizzato e astuto si è fatto il discorso di questi giorni, che ad ogni ora ha una nuova maschera sul viso. Molti argini sono saltati, città assediate hanno aperto le porte, si sono mescolati guerrieri, soldati, cavalli; tutta la terra tribolata e magnifica è in movimento.

No, non credo proprio che ci si possa pacificare né che si possa abbassare il tiro in nessun campo. È abbastanza se la canzone d’autore sfoglia giorno per giorno il libro del nostro mondo, badando a riscontrarlo.

Gli antichi erano più quieti e tranquilli? Sì, gli antichi erano forse più quieti e tranquilli. E noi non potremo essere che inquieti e vivere sempre nel disordine di chi cerca ed è costretto a cercare? Sì, nel disordine-ordinato di chi cerca ed è costretto a cercare. Magari poi concluderanno altri. Noi dobbiamo badare a comunicare in ogni maniera. Anche con la canzone; perché, ripeto, in questo momento è uno dei mezzi decisivi e corrosivi per comunicare. Porta a porta. Non mettendo un manoscritto nella bottiglia.

 

 

 

Il Cantautore, 1977.

 

 

 

 

Mercoledì, 06 Novembre 2013 16:56

Prefazione

Con Picchi eravamo amici. Io ero un amico di Picchi, Arnaldo era amico mio. Lo conoscevo dai tempi della prima giovinezza, prima che facesse il soldato, prima che diventasse quel che era diventato. Vale a dire, lo conoscevo per un giovane attivo, di ingegno fertile, produttivo. Poi nel corso degli anni, aggredendo la realtà della cultura con un’insistenza che direi luminosa, si era formato come studente, poi come docente e studioso con una furia, un’insistenza e un’intensità che non esito a definire esemplari. Era dunque fra i migliori e io l’ho avuto come lettore e come integratore dei miei testi, con una continuità e, appunto, un rigore, una costanza e una miracolosa voglia di comprendere, di capire, di riesumare, di contrastare, di verificare e di richiamare che anche come autore, anzi soprattutto come autore, io ho finito di ritenere indispensabile.

Ha curato in principio e alla fine vari miei testi. Intendo dire: in principio quando venivano concepiti, alla fine quando per qualche ragione era scattata la possibilità di rappresentazione o di pubblicazione. L’ultimo, il Morandi-Arcangeli, gli era venuto a piena simpatia culturale e lo aveva curato con il solito scrupolo prezioso e accentuato. Ma c’è soprattutto un manifesto, usato, se ricordo bene, per la rappresentazione di Enzo re, che stabilisce il tipo e la qualità dei rapporti intercorsi fra noi. Non l’ho sotto gli occhi in questo momento perché tutto il mio archivio è stato depositato presso il comune di Pieve di Cento, ma ricordo bene che riproduceva una fotografia, sbalzata e leggermente elaborata ma perfettamente comprensibile e riferibile, della spiaggia di Omaha, durante lo sbarco americano e delle altre truppe nella Seconda guerra mondiale.

Questa convinzione di battaglia, una battaglia non ancora combattuta ma da combattere, per la quale impegnarsi con tutte le forze, con tutte le possibilità di aggressione, con il conforto di avere un riferimento concreto e un obiettivo espugnabile (doverosamente espugnabile per necessità, per dovere e per impeto delle proprie convinzioni), era sostanzialmente al fondo di tutta l’attenzione critica di Arnaldo Picchi che con me ha concluso, con il sopraccitato Morandi-Arcangeli, una collaborazione iniziata a metà degli anni Settanta con il lavoro complesso su Enzo re, con la regia di Squarzina e al quale Arnaldo era assistente. Assistente indispensabile e attivissimo e, in precedenza, autore di tentativi più militanti e di acre avanguardia, dedicati a testi meno complessi ma ugualmente, almeno per il mio proposito, impegnati per la realtà dei tempi (anche se, come argomento, taluni di questi lavori sembravano abbastanza lontani dalle furie eccessive contempora­nee).

Potrei dire mille cose ma vorrei semplicemente celebrare Picchi col cuore e con la mente, e non con il ricordo. Riferendomi alla rappresentazione Enzo re alla fine degli anni Novanta, egli l’ha triturato, sconvolto, ricomposto con una passione, con un’intelligenza e un’acutezza che sembravano un vento benefico che rivoltava le singole pagine. Non lo ha adattato, lo ha conquistato, vincendo infinite ritrosie e opponendo la propria convinzione a tante ironie di supponenti che lo ritenevano un testo, anzi un copione, per una soap-opera televisiva. E invece rappresentava il risultato di un’analisi critica, professionale, da docente formidabile.

Prescindendo dal testo nel dire questo, voglio solo “glorificare” in qualche modo e ricordare, a chi non l’ha conosciuto, la sua capacità, la sua volontà, il suo proposito, di calarsi sempre dentro al testo, annegando nel testo, per conquistarlo con uno sforzo definitivo finale da morte in combattimento. Basterebbe vedere la sua analisi di Enrico IV di Pirandello, che tutti i teatranti dovrebbero mandare a memoria.

Potrei continuare ma sento che Picchi non ha bisogno di parole aggiuntive. Egli è stato un grande lettore di teatro e ci ha lasciato luminose tratte per camminarci dietro. Era un critico verticale, duro, insistente, implacabile, e non un critico orizzontale che intende il testo come uno specchio per le proprie fattezze e per la propria vanità. Grazie.

 

[Arnaldo Picchi, Enzo Re. Diario di regia per la presentazione del testo teatrale di Roberto Roversi a Bologna, I Quaderni del Battello Ebbro, 2012].

 

Lavoro ai fianchi di Marco Lombardo-Radice e Luigi Manconi. Un non-giallo letto da uno che i gialli li comincia dalla fine.

 

Anche come lettore di libri gialli riconosco d’essere una frana; dato che sono abbastanza assiduo, generalmente abbastanza insoddisfatto ma soprattutto abbastanza sregolato. Soprattutto sregolato, poiché comincio sempre dall’ultimo capitolo. Gli svantaggi di un tale modo di lettura, che fa rabbrividire gli addetti ai lavori, sono evidenti; si perde la gioia della conoscenza progressiva e non si cresce col brivido: in altre parole, si rinuncia per scelta banale o schizofrenica a un giuoco che si può definire sublime. E gli eventuali vantaggi? Sono del tutto personali e sono pochi; ma sicuri, convincenti; e stanno nel piacere magari gretto ma violento, possessivo di conoscere l’intera storia subito e di non lasciarsi incantare dai dettagli disposti come piccole trappole nelle pagine, quasi fossero un canticchiare di sirene.

Lo sappiamo bene che uno scrittore di gialli tanto più è abile (bravo) tanto più tira a fregare il lettore con poco o niente ma disposto con arte. Egli ammicca, fa cenni furbeschi poi fila via spedito senza voltarsi indietro, sicuro che lo stai seguendo come un cane; mentre io credo, ecco, che non si debba andargli dietro così alla carlona ma attenderlo a un angolo della strada, lì dove lui neanche se l’aspetta e magari spaventarlo facendogli «bù!». Così, starei per dire, che il vero vantaggio di leggere partendo dalla fine non è quello di rassegnarsi a trasferire tutto sull’azione brividosa (il peso del racconto, la sua probabile verità – o amenità – insomma la sua realtà); e neanche sull’investigatore pubblico o privato, che è sempre (in conclusione) un figlio di buona donna mitizzato per necessità e destinato a sopravvivere anche dentro le situazioni più feroci proprio perché non può morire e noi lo sappiamo.

Il vero vantaggio, almeno quello che mi serve e mi sta bene, consiste nel seguire in una posizione un poco defilata ma tale da consentire il massimo di attenzione e di ascolto (ad esempio, come una telecamera piazzata sul pulmino che gira nella pista interna durante un gran premio al trotto) in che modo, attraverso quali congegni già riconosciuti e identificati, acquistano un rilievo più preciso e doloroso, più accentuato nei contorni e secondo la necessità (accompagnato da cauti affondi psicologici, tenuti fuori da ogni schematismo, in un autentico sussurro di dettagli e grida) i personaggi della storia e soprattutto l’ucciso o l’uccisa; che altrimenti annegherebbero dentro alla convenzione dei segni o travolti dal flusso dei fatti e degli indizi.

Ma lasciamo le premesse per entrare nel libro di Marco Lombardo Radice e Luigi Manconi Lavoro ai fianchi (Mondadori). Che giallo non è (naturalmente a mio giudizio).

Del giallo gli manca il ritmo serrato suonato e cantato; e anche la grande occasione d’avvio, cioè la grande idea di partenza. Gli mancano anche quei legamenti (di cinismo psicologico e di tecnica narrativa) elargiti con minuzia scrupolosa e invidiabile dai professionisti di questo genere di libri. Tali legamenti consentono alla struttura del racconto di protendersi in una quantità di piccolissimi lacerti, quasi sempre indispensabili, e quindi di proporre una solidità di impianto ripresa e controllata ad ogni capitolo del racconto. In questo libro i vuoti d’aria con relativa scivolata in basso (però subito recuperata) non sono infrequenti e scuotono il lettore con distrazioni o soprassalti non sempre necessari; tanto più che spesso accadono cose di un «banale» molto feroce ma irritante e quasi mortificante ma mai terrorizzante o sorprendente. Così si può constatare ancora una volta che il vero romanzo giallo, confezionato con tutti i sapori e gli odori, è sempre o quasi sempre l’epopea di un grande sogno distrutto e di un grande dolore che sta arrivando come una tempesta – preannunciata da magici o tragici segnali; una epopea conclusa dentro alla solitudine. L’ucciso (o l’uccisa) è l’eroe subito dato alla morte, in un rito sacrificale a cui nessuno può sottrarsi; come accade nelle religioni misteriche. E il sangue del morto non è dedicato a divertire, a spaventare o ad ammonire gli uomini che vivono premono leggono inseguono e poi dormono, ma è come offerto a una qualche divinità feroce e oscura. Infatti il giallo è la sola lettura che si deve fare con gli occhi e consumarsi in un silenzio interiore, come in preghiera.

«Ho bisogno, sento il bisogno a questo punto; anzi, ho una grande nostalgia in questo momento per un bel caso di omicidio chiaro semplice, senza complicazioni, con tutte le cose al loro posto: avidità, gelosia, denaro, odio eccetera».

È la confessione, che convalida l’ufficialità del ruolo di un commissario di polizia in uno sceneggiato televisivo (certamente non italiano) visto ieri sera. Invece il commissario Luigi Longo, che si muove, vive un poco e poi si uccide nel libro di Manconi e Lombardo Radice non ha di questi rimpianti o di queste impennate del sentimento. Egli è subito volgare, di una volgarità mediana, scontornata, meschina. Alla fine del libro è tale e quale che al principio. La sua inconcludenza è assoluta; privo di sentimenti, contemporaneamente è privo di ogni professionalità. Boccheggia come un pesce fuor d’acqua. Ha solo pochi conati di sopravvivenza o per la sopravvivenza. Per l’intera vicenda si muove a vuoto, secondo un disordine d’atti e gesti senza logica, fino a confluire, a concludere nell’omicidio gratuito, inutile, inverecondo e irritante della prostituta fra i barattoli di marmellata (e più che un omicidio sembra un balletto fra i cristalli).

Allora, che cos’è o cosa vuol sembrare quest’uomo-commissario se non è un personaggio ufficiale o un personaggio esemplare? Risponderei che è, semplicemente, una piccola tragedia d’uomo stretta dentro a un fatto che è presto consumato. È come una notizia d’agenzia che butta un po’ di sangue prima d’essere archiviata. È la storia, come al solito noiosa e inconcludente, di un uomo che deve morire; una storia di pochi giorni, di alcune ore, collocata sotto il segno o sotto il fuoco della morte che viene. La verità (la novità e l’interesse) di questo libro, apparentemente di puro intrattenimento, per me sta nel senso subito recepito di una tragedia personale in agguato; e checi devono essere subito dei morti, ma morti sconclusionati, non catalogabili come tasselli dentro alla storia che si va a narrare. Infatti in tutti i libri gialli la morte, quella morte, è in funzione di un qualche corrispettivo che si inserisce nel congegno del racconto. Invece qua dentro c’è una piattezza o una evidenza che calca subito la mano addosso a chi legge e scuotendolo in modo uniforme lo rende partecipe di un certo affanno che nasce dall’irrequietezza e da qualche dubbio; e che non si calma e non si riesce a definire, a circoscrivere. «Che cosa sto leggendo?» – si chiede il lettore – «là Longo non ci doveva andare; lo so anch’io, prima che mi sia detto, che era inutile; e prima anche che lui stesso se ne accorga. E poi: ci imbattiamo in un’ombra di morto che morto non è eppure sembra un morto morto, un morto importante; subito dopo ecco un altro morto ancora che appare e scompare dentro all’acqua di una fontana.

È tutto un gioco? Appiccicoso e condensato?». Per me, chi ha scritto il libro (Manconi mettendo roba dentro, Lombardo Radice togliendo roba fuori) non ha predisposto alcun congegno, ma proprio per la casualità dell’operazione si è trovato via via a scaricarci dentro simboli cavati fuori dalla propria memoria storica, dalla testa o dal sentimento della realtà ancora surriscaldato; e così di un libro d’occasione hanno fatto l’occasione di libro. Un libro diverso anche disturbante. Legato a un filo come durante una ascensione in ghiacciaio il commissario Longo Luigi nel suo avanzare o procedere verso la conclusione della vita fa franare ad ogni passo frammenti appuntiti di roccia e alza polvere, lamento. E propone un ritratto d’uomo, drammatico nella sua verità; molto caratterizzato nella sua disarmante solitudine. Povero, mal ridotto anzi sbrindellato, pieno di cavillose ossessioni, subito ladro (lui, uomo di legge); indagatore malaccorto, approssimativo quindi assassino scimunito, infine suicida; e dentro a questo mare di ghiaccio un sonno o una sonnolenza continua, uno sbadiglio prolungato, una stanchezza feroce (tutta dentro le ossa): si addormenta perfino in chiesa, questo pastore della legge, mentre è all’agguato. Non sprigiona un solo palpito di simpatia. Sorride poche volte, come in una fotografia per la patente. Butta fuori, proprio come una seppia infastidita, una brodaglia nera che impiastriccia l’aria; impedendo a tutti di percepire i dettagli che lo coinvolgono. Ma dentro a quel buio si sente il battere grosso del suo fiato, il gemito del cuore appesantito per la fatica. In un libro d’occasione è un personaggio ferocemente nuovo, immerso in una poltiglia che bolle; un personaggio che scompare presto senza lasciare traccia. Semplicemente: all’ultima pagina non c’è più. Non è un grande personaggio ma è un personaggio vero. Un uomo probabile del nostro tempo. A cui è destinata una morte possibile del nostro tempo. Con una conclusione che ha molta verità, non c’è dubbio.

 

Marco Lombardo Radice e Luigi Manconi, Lavoro ai fianchi. Alcuni giorni nella vita del commissario Luigi Longo, pp. 210, Mondadori 1980, Milano, L. 7000.

 

 

 

il manifesto, 6 agosto 1980.