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La gentile signora (III)
soldato soldato grida la gentile signora mio sol-
datino soldato
quanto ti amo grida la gentile signora soldato ti prego
volta la testa bionda mostra il tuo petto bianco
lo voglio colpire come un’onda leggera che appena ti sfiora
un’onda lunga di mare che arriva alla spiaggia e ti fa sognare.
Addio addio.
Fiore rosso rosso fuoco rosso rosso sul petto bianco
com’è giovane il pelo del coniglio sul prato
soldato soldato mio soldatino soldato sbarbato
perché ti chini perché cadi perché
guardi nuvole che non hanno strada
non hanno occhi non orecchi non le mani
alzati balla con me ridi ancora mentre ti divoro il cuore
balla sul prato fino a domani
quando il cielo sarà spezzato
dal calcio di un soldato come te spaventato
la gentile signora
si lava i piedi alla fontana
acqua fredda fra mattoni sgranati
puzzano già di morto la primavera è lontana
ride la sua bocca nel sonno degli uomini condannati
mentre la luna grida
sul torrente pieno di rospi –
la solitudine è signora della notte
il silenzio accende
candele fra i rami
in onore dei soldati che sono entrati nell’ombra fatale.
Il volo di grigi uccelli stridenti
mentre braccia mani teste mozzate senza un grido
volano fra le foglie da cui sangue piove
il mondo la gran parte del mondo si
dibatteva in catene strisciava i piedi per terra quali
orme lasciava?
La gentile signora taceva sorrideva
colpiva qua e là inviava fuochi
sottraeva le giovani vite alla vita
a caso né lacrimava scendendo a
calpestare l’acqua
di un fiume di ossa
urlante infuriato
è il fiume dei soldati che scorre lontano
cavalca nuvole di fumo nero sull’orlo delle strade.
Chiamava chiamava chiamava il soldato
la mano sul petto
nessuno gli badava nessuno ascoltava
quattro solitari cavalli trottavano
cercando erba non ancora coperta di fango
il cielo bombarda il soldato nudo
non lo lascia quieto
le formiche in fila
si nascondono nella canna del mitra
e lì creano il loro regno –
caramba muciaci grida il colonnello
la città conquistata è tutta da divorare
vestite la divisa della domenica
per partecipare al banchetto degli uomini
sgozzati
non c’è più dolore in giro questa mattina
possiamo contare in un giorno da signori
e da baldoria
bussando a ogni portone
o suonando il fucile come una fisarmonica.
Sì c’era molta acqua quel giorno
e giù che pioveva
poi viene il sereno
che nessuno aspettava.
L’uomo della providena.
Sbaciucchiavo la ragazza sopra
un letto di toglie che odoravano forte
foglie di castagno.
All’improvviso laggiù nel piano
cominciò un mortaio
intorno sul prato
arrivò di nuovo a galoppare la morte
con il vestito di gala e
prese tutti alla gola o per mano
fucile al sole che è rosa sulla canna del fucile
ah che giornata da non dire
si fatica anche a morire
ma per il momento
sono più leggero della formica
schiacciata dalla ruota del cannone
che muore senza far rumore
anch’io sarò nel vento con poca fatica
condizione di paradiso imminente e gracchiante è la mia.
Era così bella che mi innamorava.
Bene a lei, ma io?
Ero disteso a mormorare parole d’amore. D’amore?
No perdio la guerra era feroce.
Non calzava sandali da mare la gentile signora
non concedeva ristoro. Era un fiume di spavento
alla foce. Poi
l’alloro sul cranio del soldato
il nitrito del cavallo
crollava nel fuoco del sangue
niente capitava per caso, quel giorno.
Intorno l’estate si sbriciolava fra le mani.
Una pattuglia non aveva fatto ritorno.
Lì restavo ascoltando fra una morte e l’altra
poche parole e la musica registrata,
lei è poi stata pensata
per un bacio leggero
così mi ricordo
capitano mio capitano
inutile stringersi la mano
non c’è molto da dire
oggi è giorno d’assalto forse no forse sì andiamo a morire
addio cara mia città nido d’amore addio
è guerra
addio alle torri ai viali
ma ormai la notte è passata
qua sotto la pioggia di terra infangata
la baionetta è innestata
mia terra addio
non mi lasciare solo
impreca il sergente
il re pipino e quelli
sono scappati
d’accordo con l’invasore
mentre italia bruciava
povero cuore di paglia
maiale macellato
hanno sconsacrato il sangue dei nostri figli
così restiamo popolo diruto
destinato sempre al sacrificio
in solitudine senz’aiuto
la patria è sempre ok la patria è bella
la patria è sempre patria diobonino
la patria non ci lascia mai soli
la patria è di sicuro madre padre
così canta il plotone a perdifiato
marciando in riga verso una buona morte –
la patria è l’orecchino del mondo
è l’orecchino all’orecchio del sordo
benedico la patria anche quando mi fa secco
canta tutto giocondo il caporale –
ben detto bravi soldati grida il tenente la patria
vi fa regali ogn’ora
a tutti ha regalato un fucile per l’assalto
una buona baionetta ha regalato
due gallette e scarpe di cuoio vi ha donato
che crocchiano come tamburi
cosa volete ancora dalla patria soldati affamati?
siete tutti lavati e siete vivi per niente
e se morite per vostra ignoranza la patria la patria
vi fa il funerale in un campo arato di fresco da bombe
con l’elmetto sopra la croce di legno
e adesso che avete elencato i vostri regali, all’assalto
all’assalto soldati all’assalto se non vi tremano i polsi
entrate in battaglia
gentaglia che ha troppo mangiato e troppo bevuto
sempre affamati di donne e con poca allegria
soldati che vi crocchiano i piedi soldati
di fanteria
ilfilorosso, anno XVII, n. 33, luglio-dicembre 2002.
La gentile signora (II)
condizione di paradiso imminente e gracchiante è la mia.
era così bella che mi innamorava.
bene a lei, ma io?
ero disteso a mormorare parole, d’amore?
no perdio la guerra era feroce.
non calzava sandali da mare la gentile signora
non concedeva ristoro, era un fiume di spavento
alla foce, poi
l’alloro sul cranio del soldato
il nitrito del cavallo
crollava nel fuoco del sangue
niente capitava per caso, quel giorno.
intorno l’estate si sbriciolava fra le mani.
una pattuglia non aveva fatto ritorno.
lì restavo ascoltando fra una morte e l’altra
poche rapide parole d’amore e la musica registrata.
lei è ritornata, ritornata davvero.
un bacio leggero
quando il cannone taceva
che pace che si vedeva
che pace c’era
nel cielo azzurro azzurro
come il mare quando è addormentato
e sbadiglia e non fa sussurro.
anche il soldato la stava a guardare
fumando ammirato
ferito ammazzato
quaranta sogni e quaranta notti
ombre di mani controsole
la strada si inerpica fra boschi
un silenzio che non dà fantasie – senza parole.
il battaglione va via
le case diroccate
una suora fra le macerie
cerca gli occhiali e piange
il caporale suona la tromba
gli uomini imprecano volano i piccioni
nessuno sa niente di domani
ieri l’hanno dimenticato
oggi è inquieto perché la razione è stata scarsa
nessuno intona canzoni ma
fumano come turchi e si preparano
anche se navigo sul mio corpo
con la neve che mi insegue
vedo i vetri del mondo percorsi da brividi
foglie con un urlo (ferite)
ali aperte al primo pianto di una bambina –
sto pensando di partire
ma è tempo di tempesta pesante e di ghiaccio
non mi tenta la ventura
metà mondo l’ho già calpestato
mi resta poca erba da tagliare
non vorrei ancora morire –
ho freddo incubi impossibili
sulla branda senza sonno sono affondato
contro il muro un fucile come l’ombrello è appoggiato
si cammina sotto la pioggia
non dormiamo non si dorme
è la vita del soldato
per morire basta un giorno e un’ape.
all’alba è sveglio sera non arriva.
lascio il fucile per terra
le scarpe le regalo al compagno
lui non mi abbandona
mi guardava negli occhi
prima di morire mi ha tenuto la mano
piovono bombe sui sassi nel cielo turchino
masticano gomma con allegria gli americani
confetti sulla città tranquilla
s’incantano a guardare dall’alto il rigore rosso dei tetti –
fumo fumo nero ferite di nebbia lanci perfetti
case dirute antiche torri spazzate via
nessun morto sull’asfalto canta –
gli americani scivolano sul vetro e via lontani
non fanno elemosine
servono il dio della guerra insieme al tacchino per natale
il soldato dimorava
al calduccio del fango calduccio di neve
gelo siberiano strizza la mano
fragile vetro.
accendeva il suo fuoco
riscaldava il suo brodo
olio per il fucile
si contenta di poco
il soldato freddo per il vento di gelo
sta alla porta dell’inferno
natale e pasqua insieme
mare di boschi e mirtilli –
si diverte con poco il soldato – a contare le ore
prima del sonno lungo
della probabile morte.
che sorte ingrata.
così è la sua giornata
ogni soldato ha tagliato
la corda con il passato
non dice più ieri non dice neanche domani
stringe solo le mani intorno al fucile
lontano c’è rumore di battaglia
un cavallo al galoppo fra il grano maturo
in quel momento a una donna nuda pensa il soldato
su paglia fracida sdraiato
in attesa dell’assalto –
guarda anche senza invidia nuvole nuvole
anch’esse aspettano lo spettacolo del destino
ferme lassù in alto
tu mi hai puntato al cuore
il fucile
amico che vieni da
lontano
mi guardi con occhi feroci
dove la pietà è morta –
anch’io sparo con parole d’amore
d’amore
forse ti ucciderò
forse tu uccidi me
forse resto morto
sulla sterpaglia
dove i topi intanto mi ballano sul cuore
o su una spalla
ilfilorosso, anno XVII, n. 32, gennaio-giugno 2002.
La gentile signora (I)
La gentile signora1 (brogliaccio di appunti non di guerra ma sulla guerra)
oh il bellissimo ombrello
bianco che la
bomba Enola Gay
disegna
nell’azzurro senza fine
cadono bruciando inebriati
di luce gli uccelli
freddo cala di sera
il dio della morte scalzo
comincia a danzare
tuonando
la GUERRA è un inferno buono
per chi non ha paura d’arrostire –
non conosce sole o inverno
regala piume tiepide
nel vento si avvolge appena
e il soldato può se vuole
invitare a un pranzo o a una cena
perfino il colonnello, il generale –
cosa c’è nella vita di più bello?
cosa di meno male?
mai si rischia in GUERRA di morire
e se una volta è capitato
mai più potrà avvenire
è il dieci d’aprile serrare le file
si va all’assalto con la paura
che puzza in gola come pelle di vacca –
il fiume della vita si è seccato –
forse fra pietra e pietra
un pezzo di terra raccoglierà
il nostro corpo sbracato
anche il mortaio è una buona cosa
lucido leggero spara e non fa quasi rumore
il colpo non si vede
dove è andato è un mistero –
forse in un cimitero di povere ossa
su un cespuglio di rose vicino a una ragazza
sulla schiena di un cavallo albino
sull’elmetto di un soldato che corre –
la gentile signora non fa distinzione
fra rose cavalli ossa soldato o
un intero plotone
tombe di vecchi soldati –
ammantato di stelle dell’Orsa un cielo notturno
è notte
il signore della malasorte luci
e farfalle inghiotte
senza torcere le labbra
i suoi silenzi di rabbia
lasciano peste nera sulla spalla
del soldato
morto o addormentato
fiumi gialli di miele
lasciati cadere da api pazze d’amore
che nessuno riesce a fuorviare
scorrono sul cuore del soldato
nudo defunto
nel campo arato dalle unghie dei cinghiali
la mia domanda è questa:
la GUERRA è un bene o un male?
oggi una granata al caporale
ha portato via piede e mano scagliandole lontano –
per lui una giornata disgraziata –
sanguinava come un maiale appeso a un chiodo –
cristo che magone –
non era bello da vedere –
perché chiudete gli occhi ha urlato il capitano
ha perduto solo un piede una mano
domani può capitare a noi
imparate a guardare il mondo che è rotondo
nel bene e nel male
per non trovarvi abbandonati il giorno del giudizio –
eh sì dico io una giornata storta
oramai ci capita sovente –
ma questa volta è toccata al caporale
urla il signor ufficiale
mica è toccata a me a voi tenetelo a mente
attraversiamo un bosco con chiodi di croci –
là dove un giovane cervo pascolava lento
oggi noi stiamo –
nessuno è scontento alla domenica di
dormire troppo a lungo
se lunedì lavora –
e lunedì per noi
è un giorno di gran combattimento –
bravo buono generoso valente guerriero
che di fronte mi stai e sei nemico altero
non mirare stringendo l’occhio non
puntare il fucile con l’alzo a zero
lascia che la nuvola mi copra d’ombra per terra
vorrei vivere fino a domani
vedere calare la sera fra l’abbaiare dei cani
ma si può in GUERRA dimenticare la GUERRA?
Nota
1 La gentile signora è la morte in combattimento.
ilfilorosso, anno XVI, n. 31, luglio-dicembre 2001.
Quali e quante simmetrie per i nuovi padroni
Non posso parlare dei giovani perché non so
ma posso cercare di capire
per capirli
perché la mia giornata ormai sull’orlo
non si consumi soltanto in piccoli fuochi
“Il sorgere della cattiva luna”
porta a cattivi pensieri
ma il giorno di sole brucia (brucia, ragazzo, brucia)
non dormire, ti rubano il futuro
le gole d’oro le mani di neve e alla notte
corrono a frugare cancellano gli anni
ti preparano ai capelli bianchi ai cavalli azzoppati
VOGLIONO LISCIARE LA TERRA LASCIARLA DESERTA
ma tu cresci sulle onde alzati leggero e tocca i fumi
con gli occhi si può ferire il nemico
la ribellione del cuore si presta a cento travestimenti
contro
i falsi gabbadei i colli torti
i cagasotto della nostra età.
I CHIODI ARRUGGINITI
GLI ULTIMI ALBERI
le fabbriche come cattedrali spiritate
senza rumore suono senza voce
l’uomo lì muore come nella foresta
Lo spartivento, n. 9, maggio 1988.
Addio addio addio non ti dico addio
Addio addio addio non ti dico addio
e ricordati di me.
Ti regalo questa pomata che puoi stendere
sopra le ferite.
Senti? la terra trema.
E nevica nevica nevica continua a nevicare.
Oggi sento che i profeti
per un momento fanno silenzio.
Il mese d’aprile viaggia su strani arcobaleni
ma la prima rivoluzione è finita nella torta
di mele.
Muoio dalla voglia di fare qualcosa.
Si stracciano carte. Piovono fuochi.
Piovono diavoli uccisi
che segnano di sangue il cielo.
Io insisto a non volermi consolare.
A quarant’anni lui non era più quello di
venti. A sessanta a sessanta a
sessanta un uomo torna uguale all’agnello che canta
dentro la nebbia d’agosto
mentre la città grida di solitudine.
Fra cento anni diranno poveri terrestri
non erano fortunati.
Che cosa resterà?
In quel preciso momento ha fatto una neve alta tre metri.
Vediamo cosa mi manca per essere felice.
Lo spartivento, n. 5, gennaio 1988.
La raccolta del fieno
Quarantasei poesie di Roberto Roversi
«Was sich überhaupt sagen lässt, lässt sich klar
sagen; und wovon man nicht reden kann, darüber
muss man schweigen».
(Ciò che si può dire può dirsi con chiarezza;
e di ciò di cui non si può parlare si deve tacere).
Ludwig Wittgenstein
RITORNO
I
S’appagano gli astiosi sogni
sbocciati in cattività
di poche consolazioni. Come
una cagna decrepita, solitaria,
mugolando lambisce la mano
con lingua rosata,
essi ritornano
sulla porta di casa
appena sbarrato l’uscio
dopo il mio ritorno.
Una vecchia sulla cassapanca
guarda smarrita e ride,
sussulta un’altra ignota e gorgheggia
strana voce d’augurio,
poi madre e padre felicemente vivi.
Si riesamina il legno
dopo tormentosi anni e
i colpi cadono sul chiodo
ad aggiustare casa mia, la tavola,
il letto, lo scrittoio coi segni,
mentre un mondo s’accalca sulla porta
a guardare il reduce redivivo.
II
Fermi sulla porta
chiedono notizie della casa.
Lunghi sguardi seguono questi uomini
ripartire con un cenno e basta:
le vesti odorano
di pioggia e strame.
Sono topi i ricordi
dalla zappa inseguiti
e morsi dalla fame:
anch’io ero un’ombra ieri da inchiodare
al muro lercio e nero
del cimitero.
Con tutto il fiele salgo
da un abisso di secca tristezza,
mentre nel cielo cauto
s’apre l’arcobaleno a rischiarare
questa terra, le travi, i fili spenti,
le conchiglie dei palazzi, le noci
delle baracche,
i tronchi anneriti delle verdi
arpe dei viali,
e polvere sui capelli di una madre
che fruga nella cenere.
III
Dentro la città nereggia qualcosa;
labili ombre, desolati fossati,
o sono i picchi di un campanile crollato,
forse sono le ceneri di un povero soldato.
I superstiti afferrano la pace
correndo sui binari della vita
come rinati ancora
dal solco della terra;
insieme a loro trovo
una sconsolata felicità.
Se i caduti mancano
alle nostre giornate,
alle vie accidentate, ai letti nuovi,
alla tavola con il lino steso
salvato nella madia –
seduti, per un attimo, noi vivi
fingiamo di compiangerli:
perirono i più saggi, noi restiamo
con questa gioia magra.
(Ma veramente: quante voci mancano,
quante seggiole vuote nella casa).
Poi, oplà, ancora rotti
per la vecchia paura,
ci contiamo sedendo a banchetto:
vino per la nuova libertà
e fine del martirio.
IL TEDESCO IMPERATORE
Quando venni in Lombardia
ero giovane, allora.
Per strade ròse
dai fischi dei vapori
il pianto di un ragazzo
migrò libero verso la frontiera;
l’ombra dei montanari
saliva verso il cielo
e in tiepidi restaurants i camerieri
scoprivano agli ufficiali
distratti da un occhio adolescente
fragili zuppiere.
Nel rifugio della stazione,
mentre i treni bruciavano
bianchi neri contro le vetrate,
la donna appoggiò i chiari
capelli sul mio zaino.
Terra per eserciti
in fuga verso i monti.
Tremano al lume di luna le giovani foglie.
Austria, Svizzera, Francia alla frontiera.
In due giorni di cammino
sui laghi volarono,
col balzo delle trote, le speranze.
A Novara, a Novara…
oh a Novara, in un’osteria
avvinghiata da caserme bruciate;
un uomo grida sul prato
della periferia,
al mattino era morto.
Ivrea, Aosta…
su quelle strade marciavo e per i monti
frustato da tristezza, da ricordi.
Ai quadrivi immobili
tedeschi in tuta,
donne esultanti per gioia sventura.
“La guerra è finita.
Incomincia la guerra.
Mio figlio è in Russia.
A Cipro è mio figlio.
Mio figlio è in Africa.
In Sicilia è mio figlio.
L’America a Genova tempesta.
I cinghiali fuggono, i tedeschi
lasciano Roma…”
Uccelli caduti nella polvere
le gelide mitragliatrici.
“Scheise Mensch!” ci odiano, guardando
le vie battute da uomini disfatti,
le donne sull’uscio delle case;
ogni fosso custodisce un sonno,
i casolari offrono acqua, pane.
Fuggiamo simili a formiche
lungo i muri, picchiati dalla fame;
s’accascia l’Italia
muggendo di dolore.
Quel tempo, rosso
sangue di bue appena macellato.
Fuoco sui paesi
della collina o persi dentro al mare,
su chiese, monasteri,
là dove Appennino torce il corso,
fra le canne delle paludi,
dovunque Italia spinge
la sua chioma azzurra.
Gettavamo lo zaino contro l’uscio.
Il riso dei tedeschi
era furioso, biondo.
Senza più sonno, agnelli al sacrificio,
i cittadini alle finestre a spiare
il passo della ronda.
Buttato riverso
ascoltando la terra sospirare.
La guerra sembra lontana,
così l’immagine dell’impiccato,
la sua ombra profonda nella polvere.
In un giorno d’aprile.
Sul lungomare fiori acerbi, duri,
il filo spinato arrugginito.
Una madre tiene sui ginocchi
il ritratto del figlio.
Poi nell’aria l’odore
degli ulivi che bruciano.
L’uomo salito sul palo
per tendere i fili della luce,
con il ferro e il cuoio alla cintura,
è un partigiano
dal viso magro di antico italiano.
Mi innamorai di Haabiorg,
caddi fra i suoi lacci di perle.
Nel castello a Camogli il sergente Leone
(pecorella di dio)
beve sciampagna
nudo sdraiato sul letto
di una contessa fuggita.
Dalla finestra entra
il volo fresco del mare.
Il sergente Leone
sfonda porta, lucchetto
e arriva alla cantina.
Mi innamorai di Haabiorg.
Guardandola bruciavo;
ma essa correva nel bosco
col biondo Cornino, l’arcangelo.
I giorni passarono, Haabiorg
nel bosco correva al tramonto
“Fra poco avrà gonfia la pancia”
ghignano i maledetti soldati.
Al lume di candela
la giornata finiva.
Partimmo: “Addio, addio
– cantarono i soldati – addio
mia bella”.
Haabiorg, dopo tanti anni
la tua giovinezza
è ancora su quel mare.
Disse Marco: “Il paese è bruciato.
Guarda le case, tronchi senza vita,
macerie, polvere.
La forte gioventù morta, fuggita”.
Il sole indora la campagna,
cadeva dai nevai;
odore di fuoco era al vento.
La gente sulla piazza.
M’azzannava il cuore
una vespa infuriata. Ecco, diceva:
“I mongoli affamati
dànno alla nostra carne questi morsi.
I tedeschi li armano e li avventano
ubriacandoli; bruciati cadono
urlando sulla strada,
prendono le donne come cani.
Pecore siamo nell’Italia morta”.
M’avvio nella valle solcata
da un fiume, con cime fuggenti,
stormire d’alberi,
castelli persi fra ombre.
Case incendiate specchiano le nubi;
dentro ai paesi, occhi e ossa, uomini
stendono la mano, pellegrini
vinti da una sciagura.
Pendono le travi delle case.
“Le donne morte – dicono – o scampate
al massacro, spente
giacciono nel buio delle stalle.
Da uscio a uscio, per fienili e case
i mongoli cercarono;
bruciò il paese, fuggono le donne
sfatte per il terrore”.
I vigorosi uomini lontani.
Pagarono le donne con la vita
la breve età felice
e i neri capelli.
Tornano adesso i giovani strisciando
lungo le siepi della Val Varàita.
Nelle luride stalle di Romagna
il nome è bisbigliato
mentre una candela brucia
le foglie del dolore.
Trasformato in vecchietto questuò
sul sagrato, ridendo
al nemico in agguato
e lo infuriò, poi,
terribilmente vivo.
Era un ragazzo dall’ala lucente.
Solo, o con pochi, rapidi disfarono
il nemico sul ponte,
prima con scherno poi con rabbia e fuoco:
liberi nell’arena
lo colpirono alla fronte.
Per te era viva la Romagna.
Questo giuoco di morte e vino
iniziò sui tavoli
della tua terra,
calpestata da chiodi
e da giovani fosse;
era lui il pellegrino
che guarda la divisa del nemico
nera contro la torre del Comune
e vuota lento un bicchiere di vino.
Per prati e campi verso Modigliana
intorno è tutto un cimitero;
gli uomini sono sepolti nella spagna.
Passano i tedeschi nelle Langhe,
strisciano i piedi sull’asfalto.
Stridono ruote, battono i fucili
contro gli elmetti vuoti,
dinanzi all’osteria
sporca di mosche, ancora insanguinata
per la morte di un uomo fulminato
con bicicletta e pane
accartocciato, insalata, sale,
da un colpo di pistola.
Un cavallo al galoppo, ombre
correnti lungo l’argine.
Al mattino le Langhe sono azzurre
nell’abbraccio delle Alpi deserte.
Carri armati posano
sotto gli alberi, i negri
ridono, stendono le mani,
la gente nelle vie,
tutte le finestre al sole.
Giorno sacro d’aprile. Alti vocianti
feroci uomini nuovi.
“È finita la guerra”, questo
il popolo grida;
gli anni si frantumano,
un mondo nuovo affiora ribollendo
dalla schiuma aspra del dolore.
La piazza di calce,
bianca nell’aria d’aprile,
tacque; un uomo
apparvesul palco,
parlò poche parole aprendo
la nuova storia.
LA TRACCIA DEI FARI
L’uomo dice un’odissea di mali:
la figlia impazzita
con un coltello rincorre la madre
poi spalanca la finestra e ride.
Strette le mani, è conturbato, scosso
nella fredda violenza da un affanno
acido, incredibile, ossessivo:
«Bella era un tempo, fiore
di lillà, sentimentale, ilare;
la guerra mortificò la sua speranza.
Nelle notti gelate,
quando fuggiva alla traccia dei fari
e sopra tutto la morte sfuriava,
la mia povera figlia incupì.
Il ramo si seccò nella bufera…
Meglio, meglio, con gli altri morisse».
Un flauto suona, fatica, risale,
la sinfonia del Barbiere
ride su antiche botteghe,
in nuvole sparse, sui fuochi serali
fra case e vetrate di chiese.
LA CUFFIA DI PIZZO
Distrutta la casa
dove una vecchia signora nella veranda di fiori
da marzo a ottobre filava sul tombolo il rosso
ricamo d’amore:
erba e sterpi ci sono, oscura torba
e fra pietre e calce le cicale
con un salto cancellano il passato.
Bianchi i capelli, la figura magra,
vestito nero,
mentre il sole volava
l’esile dama era sui vetri
nei baleni dei lampi del tramonto.
Il giorno si chiudeva al grido
della finestra, al canto
di una civetta,
nella candela spenta con un soffio
esalato in preghiera,
mentre per la strada andava
da cuore a cuore
polveroso di sera
il canto di un muratore.
(Cadono le foglie d’una estate
ormai lontana,
sfiorano le spalle, nella polvere).
PETER FELLOW
Nel mattino bagnato di guazza
tonfi di secchie buttate nel pozzo,
il cielo invita a una gioia sfrenata;
Peter trotta sulla pista, solo.
Venuto dalle praterie d’America,
nero di pelo, con la fronte bianca,
volge gli occhi in cui trema,
fra nubi e sole, furore, nostalgia.
Stende il corpo, le cosce come ali;
per lui uomini esultano
e il vecchio crucciato
da incubi, da improvvise stanchezze,
alza la fronte e intatta dentro il pugno
scopre ancora la vita.
Terra di castelli abbandonati,
di fortezze distrutte.
Sulle strade emiliane,
al margine dei canali,
nubi, pecore, lana, il cane cieco
a un fischio alza il muso nel sole.
Carlo è sepolto coperto dall’ombra;
a molti insegnò i nomi
degli astri, i fuochi fatui,
a non temere i morti:
indicò gli amori silenziosi
fra le agnelle e i montoni.
Ora con le ossa in un solco
ascolta i bisbigli dell’acque.
La gioconda voce in un lamento,
pregava un bicchiere di vino
per le aie deserte spazzate dal vento;
rovesciando il quartino ormai scolato
con un bacio invitava le spose
sopra il fieno seccato.
Udivano il suo canto
perdersi per chilometri sul fiume.
Stringono i pugni nelle tasche rotte,
nel buio, questi uomini, nel buio
della notte. Con furia a volte,
a volte con tristezza,
seduti sulla ghiaia,
cantano le battaglie nella sabbia
in terra d’Africa.
Dicono dei viaggiatori per i laghi
misteriosi, dentro alle boscaglie:
degli uomini ai corvi abbandonati;
nel deserto seccati.
Tace la voce; sulla ghiaia gli uomini
sono naufraghi in mezzo alla tempesta.
Gli occhi hanno fissi nel ricordo.
Vincenzo, Rizzi, Stefano, Marcello,
Dante e l’uomo con la giubba nera.
«Oh Baldissera…» e un vento di foreste,
enorme, freddo, carico di segni
ammonitori divampa.
Rizzi, Vincenzo, Stefano, Marcello,
Dante abbandonano i gradini,
affondano le spalle nelle case.
Nel silenzio dei campi
in un colore di rose
s’appanna il cielo, vetro
al fiato di un bambino.
Calmi buoi arano la terra,
le albe fioriscono dalla nebbia,
fragore di cascate, rapide
nostalgie; a notte
volano a frotte gli uccelli.
Arde nel camino
un fuoco d’altri tempi,
cadono i pensieri
fragili bicchieri e si spezzano;
ogni cuore è carico d’autunno,
col rumore del vento fra le rame
basse sul fango della strada.
Per sentieri, tra siepi
colme di lumache desolate
le foglie scendono dall’aria
nude in un soffio.
E la gente che amo ora è dispersa.
Li strappò poi la raffica, l’infranse
contro i muri, sbriciolò
la loro bella vanità ridente.
La terra era un covone in mezzo al campo
azzannato dal fuoco.
Quando tacque l’incendio
Luca inseguiva il sole con le mani;
Dante, in agguato, storto, sfigurato
al lume delle torce;
in lontane pianure sotterrati
Rizzi, Marcello.
Pochi trovarono
il vicolo di casa
a raccontarsi gli anni
seduti sulla ghiaia.
Peter razziato sparve
simile all’uccello invernale
lasciando orme sui prati di neve;
adunerà forse sue gemme in altra terra,
illuminando il giocondo
ventre delle puledre.
LUNGO LA RIVA DEL MARE
(Ricordo una sposa coi rossi capelli;
il mare sfiora il suo fiato
come un sospiro, e ancora ancora
quando uniti vanno
lei giovane all’amante
con bisbigli, baci furtivi vani,
occhi splendenti, aperti
sulla luce del mondo:
veramente credo, io con altri
affascinati da questa felicità,
che poco basti per schiarire il torbido
dal cuore, bruciare
il legno freddo degli anni).
Corrono sulla riva
gridando vittoria sul mare.
Dalle case le donne fra i garofani
ridono additandoli, poi filano
con quella luce negli occhi
davanti al fuoco di torba.
Un maggio lontano, appena spenta
la brace della guerra.
Da un remoto paese erano scesi.
Gli uomini parlavano di lei
come di un fiore uscito
miracolosamente dalla terra.
Reca la notizia un viaggiatore:
la giovane sposa dai rossi capelli
morta, non può ritornare.
Ma resterà quella gioia a ricordare,
a noi, negli anni, la sua corsa breve
lungo la riva del mare.
UN’ESTATE LONTANA
Col cappello di paglia passa lento
strisciando l’ombra sul ciglio del fosso;
entra fra la canapa che trasale,
palpa le foglie odorose
di cicale e di polvere.
In quell’ultima estate rovesciò
dal cuore al tramonto
un cumulo di affanni
come sassi da un carro.
Ora è da tutti dimenticato.
Giù nella terra.
Anche dal cuore caldo degli amici
che sopravvivono.
Freddo masso sul viale,
io solo, ritornato, guardo
le macerie dell’antica casa
e una cappella con la croce storta,
arrugginita, con gli sterpi in cima;
volgo l’occhio alla voce.
Odo ancora il vecchio raccontare
le passate avventure:
fiumi, mari, anni
aprono con impeto il futuro,
fuochi accendono il suo orecchio
e la gente che amo
neri ha i capelli, un viso forte, fiero.
Col suo passo andava
fra la pianura e il cielo.
Lasciò rami, radici, foglie all’acquazzone.
GIORNO QUALUNQUE
Di questa giornata segno il rancore
della vita che rigurgitava
come l’acqua dal fondo di una stiva;
l’indimenticabile nero,
le parole inutili, bizzose
ironie patite, scoppio d’impulsi
calpestati in un riso da scheletro.
Costa vivere nell’ordine
col colletto e il gomito non liso,
poca speranza spezzare
alla fame di gioia.
Costa guadagnare il pane
per bocche che l’aspettano,
e non rubare, non tradire,
non strisciare per vicoli
come i cani ansimanti.
Infine non gonfiarsi di vanità.
La sera è profonda:
camini, tegole schiacciate,
una voce si perde nell’ombra
sulla torre guerriera.
Anche oggi non fui sommerso.
LONTANO DALLE PIAZZE
Lontano dalla piazza in cui mercanti
contrattano con agitati gesti
la loro merce di un giorno;
in silenzio e lontano
dai tavoli del bar
dove cade soffiando
la tristezza d’ottobre:
segni il tuo nome
e subito dal vento è cancellato.
Il giovane che un tempo
mi tendeva la mano?
stesi insieme, sul fieno,
correva il sogno con vele.
Oggi, grigio avvizzito,
è foglia calpestata dal cavallo
e dal soldato, dimenticata
dall’autunno. La verde età lontana.
Grido nel silenzio e la mia voce
si ripercuote, cade
sulla gelida terra;
o fra suoni di trombe si confonde.
A PUGNI CHIUSI
Sento la stagione
cadere nei vicoli, annerire
con le bucce d’arancio;
stride adagio come un gatto ferito.
Non fui mai tanto solo
nella sera di un grigio, freddo inverno:
ascolta i battiti del mio cuore,
le mie segrete voci
(arrossisco a nominarle).
So che ad altri
la fortuna docile ha riso;
a volo, in un prato, con ali
gialle, l’afferrarono,
solitaria farfalla
inebriata di sole.
Sul mio libro non ho
che poche cifre e scarso guadagno,
né gazzetta che lecchi
con una grossa lingua di vitello
il mio volto in fiore.
Sgrondano bianche foglie sulla strada;
io mi torco e contrasto
mentre penso agli anni che non tornano.
Quand’ero giovane e forte
non m’accorgevo
che l’inverno era sui tetti.
IL FISCHIO DEL TRENO
Cade l’autunno nell’acqua del bacino,
le trote scese nel fondo
imbiancano di malinconia.
Un operaio, solo, in questo primo
risentirsi dell’aria,
al brivido di foglie risvegliate
guarda l’acqua che arruga.
Andare col treno verso il sud.
Sotto una tettoia
biciclette da uncini
pendono come vitelli macellati.
La pioggia batte contro la lamiera.
Passano le macchine straniere,
dalle nuvole spinte
corrono ai valichi nebbiosi.
Lasciano mare, risa, cielo, frutti,
l’Italia forsennata
con giostre e grida.
Sulle città del nord cade la neve
sfiorata da un lume che s’accende
nei muti vicoli.
Gli stranieri dalle grosse scarpe
nascondono la tristezza in un bicchiere:
«ach, Italien!», il fuoco canta
sapientemente acceso.
Le donne come
sobriamente impudiche
passeggiano. L’una
ha il viso nel sole, reduce
dai campi di gloria del mare, gli occhi
furoreggiano fra il corvo dei capelli
e il collo scuro del leone.
L’altra è più fragile ma
egualmente tentatrice.
Palpita (sfiorata foglia)
sotto il vestito fiorito di macchie,
di pazzi colori felici,
libero il seno:
fragola da sorbire, coppa
per brindare al destino che sia
meno cane.
Questo tramonto brucia
le glorie del passato, i monumenti;
libera grandi malinconie.
Intanto si popola la piazza
di giovinezza, rallegrata
da un riso che ignoriamo
noi fatti vecchi anzi tempo.
Alzo a queste fuggevoli nubi
i miei occhi di ragno
e stendo la tela da raggio a raggio,
da palpito a fulgore.
Splendono i giardini
degli antichi palazzi di rena.
Come uno zigolo che
trascina un canto a fil di gola
nel cielo di settembre,
potessi migrare verso sud,
ancora giovane, col cuore
dei miei anni lasciati
su un campo di battaglia.
Potessi, nel treno caldo di valige e di uomini,
scegliere il mio cantuccio accanto a un vetro
e andare, andare:
pali nudi, licheni grondanti,
brina splendente, pecore nei pascoli,
bianchi paesi, città, pianori, case,
sera, giorno e sigarette accese,
commiati, incontri: infine il mare,
un mare immenso, nudo, disadorno,
infuriato, lurido, pauroso,
immacolato, immobile.
Ma questa è grigia città di pianura.
Ah, le donne; incedono
molli sui fianchi,
sono giovani, odorano
di fieno, vento.
Stese dunque su un prato…
PANDEMONIO
I ghirigori del vento,
le trame sottili del mio sentimento
disegno contro i vetri.
Si sfalda il tempo in tedio domenicale
e in un’effimera quiete sprofonda
la strada più affollata, baraonda
altrimenti di veicoli e cuori.
Moglie e figlio lontani, vuota
conchiglia nel fondo di un mare
è la casa che s’aggrappa
per sopravvivere
con scarne dita all’ultimo sole d’aprile.
Ed io, su me stesso chinato,
cerco scavando nella tomba del cuore
di ascoltare la notturna upupa
che ha terrore del sonno
e s’affatica a cantare.
Invecchio contro un muro
di venti contrari.
Quanto di me esiste ancora,
che misera parte di me,
di me, che triste meschina parvenza
d’ossa grigie, di polvere
esiste nel chiuso del petto
dove sprofondo la mia pena del mondo
e la copro di un masso sepolcrale?
Dover scegliere, cercare,
durare a vivere sulle ali
che trascinano, anche se ogni giorno si scade,
pur se la fatica più lieve
a sera, al ritorno,
sopravvanza la più grande speranza,
anche se a volte il petto dell’uomo
è gonfio come un burrascoso mare
d’alghe e di strani relitti sperduti.
ROSSO NERO
Viene il giorno dei neri pensieri,
soffrendo sotto una gronda
la prima pioggia d’autunno;
o contro i vetri affiorano
dall’anima che si torce
sugheri fradici, rami fra il bitume,
bucce di pallidi meloni
– adolescenza forsennata;
affiorano i ricordi.
E il tempo di contare
sul tavolo di cucina
il denaro da rendere con l’usura,
le mani strisciano sulla carta
che odora di lana e non si strappa
mentre il figlio osserva
la faccia dello sconosciuto.
E il giorno d’incontrare
un miserabile passato,
brucerà nello specchio
il mio viso di vecchio.
Poi il tempo d’alzarsi al primo raggio di
sole sul petto e ascoltare voci d’amore
lontane; dietro un tronco ascoltare
crescere il maggio.
Avrò palpitanti albe nel pugno, adagio
intorno al mio miele api d’oro.
Dentro un sacco di juta, in fondo al fiume,
con un tonfo annegherò il rimorso
e il fiele degli anni persi
fra meschini contrasti
e poco nobili amicizie.
Non spartirò in quel giorno
cibo denaro gioia con alcuno.
FINE D’ANNO
Liberato dall’inquieta coscienza,
dal rancore torbido, accidia
di ore buttate riverso
sulla spalliera del letto,
mentre ho contro il petto i capelli
di una donna in vestaglia;
poi il mento ai vetri,
rotolo i minuti nell’armadio
come chicchi di grano o melograno
– la pioggia si rivolta, balza, fugge
seguendo una nuvola indorata.
Morte frenetica dell’anno.
Serpe mi squamo al riparo
dell’edera tra i fiori dell’acanto,
o come un merlo mi spenno sul melo.
Rivivo col mio corpo fatto nuovo,
spenta la nausea degli antichi mali,
ingordo del domani, ancora forte
(se è possibile dire) e chiaro quanto
basta per non crollare vinto
al sorgere di ogni sole nuovo;
altro non chiedo al tempo
che si scioglie in moto vorticoso
simile a lamiera
leggera, sibilante nel suo cànapo.
Se fummo nel giusto corso del fiume,
guadando i vorticosi sbalzi
con la canoa indiana
della nostra scarsa sapienza…
Infine: appoggiato a una rete, solo,
ascolto, anch’io, la voce
brindare nelle sale di un palazzo.
A me prometto
rabbiosamente splendida fortuna.
La città è un’oasi di conforto
sotto il lume materno della luna.
UNA TERRA
Un bioccolo di lana,
nel tramonto, frusta alberi, fiori,
muove il trotto dell’onda.
I ragazzi inarcano la schiena,
puntano i piedi, magri artigli, in terra;
“dài pa’ssì, oh… ooh!” lo scafo stride
sulle palanche nere, Antonio padre
sfiora l’acqua, è nel mare.
Apre cigno le ali. Le lampare,
anatrelle, l’avvincono con corde
e la flottiglia corre in alto mare.
Nella notte, chini sul fondo, gli uomini
pescano se non c’è la luna piena
o la corrente non spinge in Dalmazia
il cefalo che ha carne leggera
e volge ogni guizzo in oro.
Un lume è acceso
laggiù oltre il mio dito:
Antonio padre al palpito
del primo fiore in cielo tornerà.
Lungo è l’inverno, stretto a un mare
pauroso; quando giugno allora
brucia il dorso ai delfini
i marinai avventano nei solchi
sonno, fatica, reti rammendate.
È morto il capitano. Cade
in mare ogni luce di festa
dai giovani cuori; a riva
donne ammucchiate attendono.
Un marinaio è al timone:
così gli uomini antichi veleggiando
approdavano a isole felici.
Vira, si torce, si china la barca;
s’alza il superbo lamento. Le donne:
“Tu, tesoro di mamma…”
e la perla bruciata
dal fuoco dei vulcani,
steso su un sacco
trascinato a terra
lasciato sulla sabbia,
scuro uccello in riposo.
Donne in tumulto con le ali aperte.
Quell’uomo! i fortunali cadevano
al colpo della sua frusta.
Steso sul sacco è un tronco incenerito,
i calzoni al ginocchio accartocciato.
Vita, mia vita come
sei terribile e amata:
il tuo rimpianto è ancora viva luce
negli occhi del morto che ieri
correva il mare.
Il venditore di pesce per strade
e sentieri, fu in America un tempo.
“Sempre fumo nel cielo;
pane, carbone, nel vino polvere;
tristi le donne, negli occhi polvere;
chiamavano i ricordi da lontano.
Oggi mio figlio è in mare
quella è la mia casa. Addio America”.
Ferma sul prato è la sua casa.
Spinge la bicicletta, grida il pesce
oro sul ghiaccio e viole:
“pesce, pesce di mare”
e va, scalzo e lieve sul viottolo,
sfiorato dall’ombra dei tronchi,
da siepi a filo del mare.
Un vagabondo canta, ruvidi
marinai ascoltano a un fanale.
Sulla strada appassiscono i gerani
bucati dai fari delle macchine,
gli autotreni scuotono l’asfalto
sibilando, salici curvi coprono
l’agonia di un gatto schiantato.
“A Senarica, amica di Venezia…”
fuochi verdi aprono la gola
ai cani sulle aie dei monti.
Il vecchio con le vene gonfie
alza teneramente un canto triste.
Tremano i fiori, cadono,
muoiono nella polvere.
Erba gialla, pietre; il cimitero
con gli ulivi e i cipressi sbiaditi.
Anche nella pace i morti
non hanno tregua,
dal profondo si stringono le mani
rotte dalla fatica.
Madri stroncate dalle gravidanze,
sulle reti invecchiate,
uomini stanchi più dell’aria d’autunno:
con il viso inchiodato fra due date
sanno che non c’è pianto non gridato
né un giorno senza male:
fu il dolore già tutto patito.
Rimpiangono l’oblio dei vivi,
d’essere così dimenticati.
I ricchi almeno
hanno il nome dipinto nelle prore;
rossi e gialli sul lido
gli alberi con le vele ammainate
attendono la piena primavera
per gettarsi nel mare, al pesce: i branchi
morbidi e azzurri nuotano
sulle calme correnti verso l’Africa.
La rocca incombe ancora a precipizio.
Sulle alture un tempo
noci contorti strisciavano a terra
foglie di quattrocento anni,
oggi il silenzio è favola
per i vecchi che muoiono nel sole.
Le case all’ombra delle tamerici,
fra le siepi, case di girovaghi
e pescatori, pittate di bianco
formaggio fresco su una foglia
di fico, sono cadute;
scompare adagio la gente
che non trema alle nevi dell’inverno.
Crescono giovani aspri, amare mandorle
in un tempo di lampi
e sorprese telluriche,
arde il sangue nei cuori straziati
dall’unghia dei mostri che si torcono.
Ma quale mondo apparirà
dopo la pena necessaria!
Là il monte, laggiù il mare:
il mare con i sogni.
Sui chioschi di benzina
cantano i tordi e volano
Nelle vallate ragazze dal petto tremante,
oh così dolcemente.
Quelle del mare, ardite fiere
contrastano, sono restie agli sguardi
maliziosi e azzannano
come i lupi di selva.
(Pace con voi, ragazze dell’Abruzzo:
una è sangue al mio cuore).
A Corropoli fumano i camini,
gli alberi difendono le case
screpolate, luride di secoli,
dove i topi imperversano e la razza
degli uomini passati consumò
nel rancore una vita vile.
Case per amori di monache,
per grida soffocate, per pugnali
cavati al frusciare di un uscio.
Ma strappa la tenda dal cielo
una donna accosciata nel vento:
con le mani in cui traluce l’osso
sceglie e vaglia il frumento;
palpita l’aria fatta azzurra
al lume dei suoi occhi.
Buon popolo, fra luci semispente
t’attardi, stupendamente docile.
Le ragazze adornate di coralli
rosseggiano come il tramonto
o impallidiscono allo scherzo
di un giovanotto ardito:
“Vedeste comare Splendore?”
Aspettano i fuochi d’artificio
rovesciate sull’erba,
i premi favolosi della tombola,
e l’amore, colomba del diluvio.
Cade felicità da scrigni aperti,
le luci della festa aprono piume;
scese dal monte con le scarpe in mano
bagnano nell’aria la speranza.
Fasciati in maglie rosse i marinai,
stretti i calzoni sulle cosce,
toccano il gomito alle ragazze;
trillano le argentine passere
e s’offrono, quasi
da un albero protese.
Terra addormentata per secoli
dai frati astuti, dalle processioni
fra gli uliveti e i campi…
Buttate le barche sulla riva
oggi trema all’ansia del petrolio
nero come un nembo dalla Marca.
I vigneti abbattuti;
solcato il mare dalle petroliere:
nell’acqua grassa i pesci imputriditi
galleggiano con il ventre scoppiato;
rombi di scavatrici, grida, fuochi,
martelli, tonfi fondi nella terra.
Un fumo di vulcani
copre la pietra del gran sasso.
Dall’alto mare fischiano di notte
navi cisterne lunghe, basse, stese
come un morto sull’acqua;
su spettrali oleodotti
splende la luna nuova.
INTERNO BORGHESE
Godete lo spettacolo di questa casa,
l’abito sinistro
della vicenda appena cominciata.
Donna con occhiaie di volpe,
magra, curva nella giovane età,
forte voce senza carità,
sempre inveisce (il bistro agli occhi).
Se tace, salta nel circo il figlio
con le sue voglie matte, con gli scoppi
strazianti d’allegria,
l’insana avidità senza misura,
noioso, cupo in viso,
infido anche nel più tenero riso.
Il cuore si dibatte
nel terrore, per le persone che
non riesco a perdonare
né a soccorrere riesco. Oggi è domenica.
Il figlio è alla partita,
tornerà vivo e roco
(in cuore sempre lo preservo dal fuoco)
e la moglie in cucina
al freddo e nel silenzio
parlando ai fantasmi rammenda una camicia
(né cerca più il mio braccio
per stringersi come allora).
È solo un attimo, si sfioca
ogni rancore
nella sterpaglia di questa vita
buona e riverita.
FERIE D’AGOSTO
La polvere ristagna
le nuvole del cielo
si gonfiano terribili e scompaiono.
Sull’autostrada fiorita
di sangue e di limoni
– fra attoniti mendicanti –
con le vele per lidi lontani,
per amori improvvisi, vanno
su luminose ali d’acciaio
donne d’anfora e biondi lottatori.
Chi resta ascolta
il temporale d’estate
risalire l’arco del monte.
Avventurieri, giovani, ragazze
col vestito di fiori,
uomini con ombre sulla fronte
battono i piedi per sassi e sentieri;
l’ansia arde, chi non ha desidera,
e c’è chi uccide per avere ancora;
i visi aridi sono
come il garbino che rotola in mare.
UN BERSAGLIO
Sui volti oscillano le lampade,
le ragazze appoggiate ai baracconi
guardano oltre i vetri,
gonfie le labbra, i grandi occhi incerti.
Gli uomini sparano spavaldi;
fingono esse un entusiasmo
vecchio come il mondo,
applaudono con le mani
morsicate dal gelo.
Sulla giostra i bambini
girano con spavento,
non possono afferrare
la felicità che fugge.
Entro umide gabbie gli orsi, simili
a misteriosi uomini impazienti,
pregano nella notte
fiutando oscuri venti.
Una donna siede a un tavolino
con la pistola; il bersaglio
gira in eterno, pallido, graffiando:
scuote le chiome agli alberi.
FESTA DEL SANTO
Dopo giorni di sole e notti
con arco cadenti sul mare,
alla festa del santo
nudo con scarne candele,
per questa gente in attesa,
Signore di legno,
getti vento e la pioggia, freddo inverno,
fango nei viali, gronde vomitose,
infuriar di bandiere,
giornali spalancati nel fossato
dove si torcono e strisciano.
La banda con gli ottoni
ha il vestito di gala,
cerca scampo l’uomo dei palloni,
non suonano in bocca ai ragazzini
i fischietti bagnati.
Lungo i muri i cafòni
con gli occhi alla plaga sabbiosa
semplicemente pensano
alla brevità di vivere:
un anno è passato, e guardano
il fiato scomparire in fumo
sul muso della terra.
Domani, cane, tempestare e stridere;
domani, ancora tempestare o ardere
sul ventre abbronzato
delle ragazze verdeggianti
pigre, stese nel mare.
Ma oggi solo un lungo
silenzioso tramonto.
SERA D’AVVENTURA
Non puoi sempre cadere sul letto
come un animale abbattuto.
Questa sera camminerò lungo il fiume
dove l’aria è fresca
e il cipresso sbadiglia
accarezzando il cielo;
questa sera con Monica andrò
verso la città alta.
Là giunti, nel silenzio profondo,
rovesciata sul tenero boccio dell’erba,
io su lei riverso,
non ci sarà altro fuoco
che il fuoco del mio cuore
né altro cielo
che l’azzurro dei suoi occhi coperti di ombra.
Bianco corpo fra il verde.
Persi la memoria dei miei anni felici
e degli anni più tristi;
quiete tempesta lottavano
sopraffacendosi.
La nostra solitudine era meravigliosa.
Quando allentai le briglia
già un lungo cammino era percorso;
la creatura giaceva, fragile,
pallida
e nel suo labbro fioriva
un sorriso che non ho mai veduto.
L’alba avanzava
calpestando i fiori e le stelle del cielo;
io riemersi dai flutti
come l’eroe antico dopo la lotta col mare.
PASSEGGIO DI DONNE
La stagione stupenda delle viti
abbandonate, dei pampani avvampanti,
del solitario canto d’usignolo.
In ordinate file al sole
siedono i vecchi tanto sapienti
da apparire disfatti,
e giovani ignari, avidi, bugiardi,
con i corpi d’atleti simili
al profilo dei monti.
Spezzano sotto i piedi
i rami dell’età.
L’uomo è solo, dicono, nel giorno
che corre al suo tramonto,
ma strette insieme
vecchiezza e gioventù
questa si quieta e quella s’infervora
guardando con lieti motti
le donne passeggiare.
Ciascuna ha una segreta qualità.
Caviglia fine che l’ombra non piega,
il corpo affusolato onda di mare,
collo di spuma tenerezza viva…
Odorose di miele, astute, attente
passano per la strada deludendo
con un fruscio d’oro il desiderio.
Per una froderei, per questa ancora
ansimante, sfinito, con la rauca
stizza che mi morde il petto
tenterei la fortuna a carte e ai dadi.
Corre il male lontano,
esplodono applausi, furibonde
occhiate in pensieri di fuoco.
Il cielo è regalmente indifferente.
INCONTRO DI PUGILATO
Suonano grida, parole di sangue,
nella sala accesa di bandiere;
un pugile cerca la vendetta,
copre il suo labbro di miele.
Come un sasso dal monte
rotola sulle eriche di pietra,
scatta, per non fuggire, con un viso
esangue, mentre il nemico
palpita fradicio di pioggia.
Tra le foglie inquiete
dei riflettori, soli enormi, in rauca
danza perduti, un grido rompe
nera e compatta la selva degli occhi.
S’accalca nella rissa ogni furore,
un lampo scuote l’erba del quadrato,
l’uomo appeso col cuore
a un filo, china la testa intenta,
pare, a segreti strani.
La paura è confusa a una malvagia
avidità di morte,
l’ansia scuote le gole, la gente
fischia con delizioso fervore.
Si spezza sul marmo ogni timore
è uno zecchino il suono della sorte;
un anziano signore corrucciato,
bianco fantasma, lo grida vincitore
e gli alza la mano.
GIORNO DI MERCATO
I contadini scendono dalle corriere.
Nei vecchi dagli occhi sereni
vivono età di odi più guerrieri,
di lotte a viso aperto
come si addice a uomini.
Vanno con passo diritto,
arsi come la bambagia delle nuvole
dal tramonto, nei capelli di ghiaccio
nascondono la paglia.
Dentro le case, tra i filari
e i canali bianchi di vele,
le donne accendono il fuoco,
le figlio ancora calde d’amore
gridano ai vitelli,
immergono le secchie dentro i pozzi.
Mentre la città carica
di notte, di noia,
appena si risente a un sole
sfuocato dalla nebbia,
i campi vivono con voce di tuono.
Questi vecchi indugiano
sul marmo della piazza,
parlano in un dialetto
che dice parole meravigliose.
L’Italia è scesa
con essi dalla corriera
e la razza dei buoi dalle lunate corna che strappano
l’aratro dal cuore della pianura.
La terra custodisce anfore, tazze,
tombe, dita, scheletri di guerrieri
con elmo verderame sulle ossa;
tazze sfiorate da un segno che indugia
sul viso di una donna adagiata
o sul collo di un ragazzo in lotta.
Gli uomini affondano la mano
nell’onda della terra,
alzano i misteriosi vasi
e splendono ancora.
Oggi, appena scesi dalle corriere.
Gli abiti odorano
di legno, resina.
Dicono che il grano darà
buona resa, che è annata da fieno:
raccontano guardandosi negli occhi.
IPPODROMO
Aiuole di nuvole
nel verde di un ippodromo,
le donne sono anfore segnate
appena da una esile incrinatura.
Sgambano i cavalli formidabili,
giubbe di seta fasciano i fantini,
nella sabbia le ruote,
simili al vento che s’arrischia a un volo,
tracciano solchi in questa primavera
che brucia la tristezza.
La partenza è un sibilo, il fragore
d’alberi in una furia di tempesta,
cumulo d’ombre gli uomini dormenti
sulla coda di luna che s’affanna;
poi risorgono al filo del traguardo
sciabolando le fruste a briglie tese,
le criniere sono
timoni affondati in grigi flutti.
Gli spettatori fissano la pista,
dicono cifre, sorti favolose
e con sospetto guardano
la scommessa caduta.
Come torba fumano le bestie
tra le querce accigliate
di un parco devastato,
contro il ghiaccio violetto del tramonto
la folla s’allontana e intanto cadono
lacrimose palpebre di noia.
Nella solitudine festiva
tutti patiamo i pugni
di un destino farnetico.
UNA DELIZIOSA MERETRICE
A Torino, in una sera sfatta
di dolcezza viola,
fra gli alberi dei viali.
La bruma autunnale aduna
mesto rancore nel petto dei ragazzi
dall’ossuta faccia:
le mani in tasca,
fischiano contro il cielo
forsennati di miseria e ardore;
i pensionati immobili
siedono sulle panchine della riva.
Trascino una quieta solitudine
fra le clessidre d’oro di Torino
che ha così dignitosa bellezza.
Poi una delle sue donne, la più ardita,
esile di membra come foglia
appena caduta, un soffio di dolcezza,
con palpitanti ciglia mi sorride,
striscia la mia mano.
S’accendono con un tocco per viali
e sui tetti, nei vicoli
e sulle grandi piazze della storia,
le luci dei fanali;
gli ultimi cavalli
piegano il collo sul selciato.
Col passo del bersagliere
sulla cartolina militare
seguo la foglia che mi guida.
Non fu, come si dice, una notte
simile alle altre, da gettare
fra i mille ricordi.
La donna: intanto era diversa,
si muoveva con classica misura,
un corpo magro, adolescente, osseo
e incerto; l’ammiravo senza desiderio.
I seni erano un fiore
sul petto, immacolato
marmo d’altare.
Ebbi di me pietà; pesante, stolto,
carico di carne e di pelo, arrancavo
come una vecchia per sentieri alpestri
col suo fascio di sterpi;
non seguivo la piuma nel volo,
nel lieve ondeggiare.
Mi sperdevo al profondo
rammarico delle ciglia bistrate,
al barbaglio delle unghie laccate
e fredde, da statua divina.
Le dissi, caricando il mio cuore
di coraggio quasi orologio
abbandonato sul nero canterano:
“L’alba aspettiamo
a goccia a goccia dai monti d’Ivrea.
Splendi in chiaroscuri che impauriscono,
mentitrice scaltra, adorabile.
Hai la grazia sdegnosa
del ramo, ultimo, rimasto
all’albero; al suo fiato d’inverno”.
Chiuse gli occhi e un velo
di magico furore la coprì.
Già Torino albeggiava, verde
nell’arco delle terre protese
e orizzonti lontani si stendevano
esultando.
Fu la ragazza
così soavemente saggia a prevalere,
il suo candore unito alla dolcezza
tolsero ogni rancore alla mia
primitiva selvatichezza…
e corse il sole nel cielo,
scese ridendo nel mare,
ancora fu notte fonda,
molte lune cavalcarono i monti:
non lasciai la fresca adolescente
dagli occhi di seta azzurra d’Oriente.
Prese da me la mia forza,
io un periplo affascinante dovrei cantare.
IL MARINAIO
Impallidisce il cielo verso oriente
e l’onda si fa verde,
il cielo è senza nubi,
senza vento è la terra;
l’aria odora di erbe e d’amaro.
Mentre il sole si inalbera nel cielo
lente le barche escono con grandi
vele, nel mare
splende il guizzo improvviso del delfino;
il giorno appare e palpita sull’acqua,
le barche vanno con le reti stese,
dall’una all’altra passano i richiami.
Un vecchio ascolta e lo riafferra il male
della vita trascorsa.
Quanti anni! Stefano gettò
in altra terra, magro e disperato,
la miseria del petto bacato;
Turi dileguò nella bufera;
il capitano
morì sul ponte in una sera
colma d’autunno.
Addio! Il grido che dai flutti
saluta la terra si è perduto.
Pesano gli anni;
più non s’alza l’aria di settembre
a gonfiare le vele, a inseguire
il volo bianco calmo dei gabbiani.
Dov’è la voce
forte, sul mare, che chiama la terra?
il vigoroso strappo sul timone?
la mia forza a sciogliere le vele?
Ogni nave è sommersa, ogni speranza.
Sole, all’opposto argine del molo,
due grandi barche, fradice di mare,
quiete accolgono l’onda e la rovina.
IL CARRETTIERE
Disteso sul carro senza vita
rotto dalla fatica,
sognando al passo lento del cavallo
mentre le stelle cadono
sopra l’ombrello verde,
o schioccando la frusta
per ferire le nuvole che vanno
dove non si può andare,
oltre la pianura
dove tutti sognano di arrivare
– grandi strade corrono la pianura,
le città aspettano,
gli aceri quieti all’orizzonte
accolgono il riposo del sole –
o caricando col triste badile la ghiaia del fiume,
la sabbia grigia
come la chioma di uomini non ancora morti,
o ascoltando nel pieno meriggio
la campana, col cuore in tempesta:
questa è la vita del carrettiere,
nero cavallo e rosso carro.
“Spalanca la chiesa, campanaro,
accendi i ceri, brucia incenso
sotto il quadro di Cristo:
solo vecchie donne corrono
a pregare per i loro morti.
Ma per la gola arsa, il cuore scuro,
per gli occhi di un peccatore,
per le labbra che hanno imprecato,
un bicchiere colmo fino all’orlo
di vino, bianco
come il viso di colei che amo.
Morto, ogni pena finirà.
Non fiume da guadare,
sassi da raccogliere,
vie senza fine da percorrere,
frusta da schioccare
sulla schiena del cavallo ferito dalle mosche.
Dimmi: là, dove tutto è ombra
e gli uomini aspettano distesi,
ha termine il dolore,
il paradiso splende,
la fatica finisce e gli angeli cantano?
Questo è certo: né osteria e ragazza,
né cavallo che beve alla fontana.
Getta il battacchio nel fiume, spegni i ceri,
perché tormenti gli uccelli appisolati?
la tua chiesa è deserta.
Nella taverna affollata
io posso ricordare la ragazza
che ha tenere le ciglia
quando sorride e guarda.
MURATORI
Steli d’oro salgono
a imprevedibili altezze
trascinati da un vento misterioso;
col polpaccio di marmo donne lievi
sciacquano sul margine del Reno.
Sale il mattone, una rondine l’alza
col becco al muratore;
gronda acqua e calce
lassù nel cielo
la sua anima azzurra.
Mattone con mattone, ombra con ombra,
nel sudore dell’uomo che si china;
muro con muro, nembi rossi, calce;
su tegole leggere la bandiera
irride alle battaglie.
Sale il palazzo dal prato, dove fioriva
l’erba meschina, dove gemeva il topo.
Vena gonfia di fremiti si tende
la strada, illuminata
da magre lampade.
E chi stanco riposa, chi s’agita
incalzato dagli incubi, un uomo
con la testa sul braccio,
l’allegria di un ragazzo,
la voce di un vecchio che ricorda.
Il silenzio tremendo della notte.
Ma in quest’ora esulta la bandiera
alta fra nubi e foglie,
barbaglia il muro intonacato
gioiosamente, una carrucola stride
a gara con la rondine africana.
LA GRU
Felice, libera, s’alza
nel cielo, addenta
le nuvole che vanno;
furtiva cala, si volge, affloscia
il muso sulla terra.
Rianimata s’impenna e sale
toccata dai veli dell’alba.
Lenta sui tetti sfiora nembi, torri;
mossa da un ignoto spirito,
fra case e uomini dormenti
con il solido ferro è viva, freme;
squilla nel primo mattino.
Forma possente armonica distende
sull’attesa del giorno
manna giuliva, d’oro.
Voci, fresche voci ridono
alla sua danza.
Mi dà forza e speranza.
***
PER UNA DONNA CHE MI INVECCHIÒ
ACCANTO, IN ANNI LONTANI, QUESTO FIORE.
Sopravvengono i mali, la vita
m’addenta ai fianchi,
resto solo a grondare
pioggia, silenzio.
L’ira gonfia il mio petto,
nubi corrono le giornate,
dissolvono amicizie antiche,
volti amati scompaiono o diventano
musi di gufi.
Quando lo sconforto
battendo sui vetri di novembre
riempie la notte d’attesa
– e gli occhi sono feriti dai baleni
e i colpi delle ore sopra i tetti
si rivoltano in cuore –
tu sei la primavera
per la terra bruciata dall’inverno,
antica di dolore:
dài forza nuova, giovinezza ancora.
E in questo muori.
PRESENZA REALE
Tenerezza, mia primitiva tenerezza
selvatica e sconsiderata,
non per l’albero in fiore
o per un improvviso nuovo amore
(occhi bruni, occhi azzurri),
ma al fine di una giornata
sporca di melma, eterna,
le voci che escon da finestre spalancate,
le umili case prostrate
nell’ombra quieta serale,
la corsa di una misteriosa luce astrale,
il grido di una bimba con la sua palla,
l’acqua che gorgoglia da una chiusa,
il respiro dei giovani innamorati
che s’inseguono con gli occhi,
la stanchezza di un operaio che si lava alla fontana
mentre nei fossi
le tremule larve riposano a galla;
con ali spalancate, uccisa, per terra è la noia.
Il cervello in fiamme
e la valigia delle occasioni perdute,
qualche desiderio ancora da spartire,
la giornata illuminata
da questa esplosione di gioia
di vita, furibonda,
che sopravvanza la morte
di tutte le cose avviate al declino e al sonno,
vado per l’erta salita dell’Osservanza
dove gaglioffi intrepidi a braccio di ferro
sudati ridono sfidando la sorte,
in questo giorno dell’anno
con molta pace intorno,
mentre le motociclette stridono
arditamente verso San Michele,
fra il verde si perdono
con un sorriso.
Prima che vespro cali e si distenda la notte
e rotte cadano anche le ultime ore.
MARA
Mara vive come la farfalla
candida, fra un volo
e lunghi indugi sui calici dondolanti.
Il suo viso è nei campi
quando ancora la luce dorme
nell’acqua del canale
e sulla torre riposano
bisbigliando gli storni;
Mara cammina staccando
una foglia dal tralcio o un pampano
a cui succhia l’umore.
Poi dilegua la nebbia
nel maestoso canto del sole,
la campana scende sul focolare del povero
e Mara ritorna.
Sulla parete occhi di antichi guerrieri,
il martirio di un santo
dalle frecce trafitto
e l’ansia celeste
di Giuseppe e Maria fuggitivi.
Trascorrono le ore,
ombre cadono dagli alberi,
nuvole d’oro coprono il declino del giorno.
Ascolta la luce morire
e il suo male salire,
un tarlo le rode il petto,
è ghiaccio il sangue nelle vene;
Mara si oppone al male
disperata, impotente.
“Tu sei il grillo – dice Celeste
e impasta sul bianco tagliere –
tu sei il grillo che attende
la buona ventura”.
Nella sera d’estate la campagna
palpita, sul fieno
cadono i pipistrelli
e Vincenzo e Celeste ricordano
gli anni trascorsi, le grandi calure
che bruciavano il grano.
Vincenzo dice: “Mara
è la regina di Saba,
avrà mille servi, mille specchi
per la sua giovinezza; allora
sarò lontano per un suo sorriso”.
Oh estati di fuoco e di ricordi!
Lentamente Vincenzo fu portato
lungo la vigna e il rigido novembre
spegneva i ceri;
Celeste si avviò verso il compagno
pallida e stanca, nell’autunno; neri
i cipressi strisciavano nel cielo.
Mara fu sola; crebbero i languori,
le smanie, il dolore del sangue,
un male improvviso
l’abbatté al tramonto,
la flagellò fino all’alba.
Silenziosa e stupita patì
sola, come un passo
che nella notte cerca il paese.
Ora anche Mara è morta.
RACCONTO
“Sul prato che ottobre rallegra
lasciatemi riposare”.
“Racconta” gridano i bambini;
a uno sul ginocchio il sangue raggrumato
arde come la ferita di un santo.
“Il vecchio è stanco” – dicono le donne
andando alla fontana.
La campagna era in fuoco:
così l’autunno derideva l’inverno.
“Non ho casa, né legna che bruci
chiamando le ombre sul muro,
non ho figli che piangano
al lume di una candela
e vengo da lontano”.
Il vecchio tace, ascolta
la luce chiamare fra le vigne
gli uccelli della sera.
“Anch’io per strade polverose
vado a terre lontane”.
“Vedesti gli indiani?
e i negri della foresta
che divorano il cuore dei nemici?
udisti le imprese dei pirati?”.
“Ecco, vedete queste mani, dure
come l’ulivo quando il vento soffia,
strinsero una spada a Roncisvalle.
Ascoltai il terribile lamento
di Orlando e l’urlo del suo corno
che picchiava sul monte”.
Gli sguardi si inchinano
riverenti alla voce.
“Ascoltai la preghiera di Turpino
sul guerriero caduto; Durlindana
all’ombra della notte impallidiva”.
Il lamento di Orlando a Roncisvalle!
ai ragazzi stupiti
il cuore si affievolisce.
“Una grande pianura è Roncisvalle,
con pochi alberi e triste silenzio;
il grido dei feriti
lo disperdeva il vento”.
Il sole discende
oltre il canale, i campi
e fa d’oro le foglie.
“Il pianto di Turpino?” chiede
timorosa una voce.
“Turpino pregò impietrito
per i guerrieri morti a Roncisvalle…
Ma tornate alle case,
al fuoco che riscalda,
alla voce soave che vi chiama
e lasciate il viandante a questo masso”.
“Sei un guerriero antico,
i tuoi occhi ardono di fuoco,
resta ancora con i tuoi ricordi
vecchi come la tua mano”.
“Ritornerò, con il primo volo
che aprile alza dal prato”.
RITRATTO DEL VECCHIO GELSO
Il suo viso è di bronzo
come i vasi cavati dalle tombe.
Dicono che Celso è avido, spietato
ma io lo vidi piangere una sera
all’urlo di mio figlio
trafitto dalla vespa.
So che di notte sale per il viottolo
e si getta nell’orto a rubare
i meloni ormai gialli;
all’alba spaventa l’usignolo con la sua voce secca:
“Il ladro è venuto, il figlio di puttana
ha rubato cipolle, pomidori
e l’orto è devastato”.
Chi vide il corpo inchinarsi
fra i tralicci dell’orto
e l’ombra sfiorata dal lume della luna
sa che a Celso si deve perdonare.
Nelle sere d’estate
siede sull’erba, immobile, a guardare
il cielo. Dice: “Sono disgraziato”
e nella voce trema una terribile
malinconia. Dice: “Sono vecchio,
morirò quando la terra grida
al passo di lupo dell’inverno.
All’inverno non voglio morire,
solo come un agnello nella stalla”.
È un vecchio per racconti di mare;
ha gli occhi grandi neri da pirata;
la sua pelle è secca per le ingiurie patite.
Dice: “Chi mi amava, un tempo, ora è partito”
e sembra ascolti un prossimo uragano.
DOMENICA SUL PO
Deserti campi nella sera estiva
verso il Po che sospira;
la canapa si tinge
di malinconica polvere.
La luna siede con gli uomini all’osteria.
Sul volto di questi eroi
c’è una forza antica.
Pace sui casolari;
il fumo stringe la terra
a un cielo rosso, sconfinato.
Speranze volano
da campanili e tetti;
a occhi socchiusi, con le mani
piegate sui ginocchi come foglie,
quante speranze da questi
duri sedenti sui legni dell’osteria
col vuoto bicchiere toccato
dal fremito di una campana.
Silenziosi sedenti in questa
fra il verde, unico sole,
osteria di campagna,
scoperta col suo gregge
in una sera di festa
verso il Po che sospira.
UN LUME A PETROLIO
Rancori, dolori di oggi,
paura del futuro,
incidono nella fronte solchi
che non si cancellano.
Non li spiana un sorriso o la speranza.
Chini nei fossi in file sterminate,
né un albero né un volo.
Su biciclette, in mucchio,
al tramonto, ritornano alle case
e ai figli sfrenati
sulla piazza sassosa del comune.
Sconfinati orizzonti di campagna:
gli alberi si perdono
verso la foce ardita dei torrenti,
ridono i filari delle case.
Gli uomini disperdono il dolore
cantando sui campi
in sere fosche di pensieri di donne.
Nessuno è tanto misero da morire,
né lieto è alcuno,
nessuno è così forte da arricchire.
Raccontano di briganti a far giustizia,
quando le gramadore sopra gli argini
mostrarono la conchiglia
ai seminaristi allibiti
e l’invitarono con livore.
Al lume di petrolio nelle stalle
o in piccole osterie, avventano
l’animo alla politica.
L’Italia è vecchia. Sognano rivolte,
il giorno del giudizio.
Parlano fino a domani.
CONTADINO EMILIANO
Sulla spalla di amici
che amarono la sua pazienza;
lieve il rumore dei passi sulla terra.
Questo contadino nella paglia
coi baffi arrugginiti,
le mani sul petto come arbusti:
il sole per la stanza,
sul gradino caute le galline.
Senza campana, senza il nero
prete vociante, scendono
per pendii fra l’aroma
dell’erba, dei lecci,
costeggiano il fiume.
L’acqua s’avventa al sasso bianco e ride.
Gli uomini col legno sulle spalle
sudano nel silenzio
e intanto cercano
con l’occhio l’allodola felice.
Poi quattro pietre, un muro fra gli abeti,
dove riposerà addormentato
da aeree voci
questo contadino per campi
come un sapiente trasportato
da giovani guerrieri.
IL RAZZIATORE DI ANATRE
Il razziatore di anatre appostate
fra i canneti gelati,
il ladro di carne selvatica,
bandito di brughiera,
vive col fiato appeso alla criniera
del giorno.
Si perdono i richiami della sera
sul canale ghiacciato,
le anatre tentennano la testa di morte
mentre un’ira medievale le scuote;
al passo dei mendicanti
lungo le strade vuote
il gelo si screpola,
le prime ombre stridono tra le foglie,
case in lontananza
terribilmente tristi
si sfiocano nella danza
della nebbia sugli alberi.
All’attimo propizio
con le magre mani
getta l’esca, in un tonfo
le smemorate ali si pèrdono.
Rabbrividendo ai fischi
dei treni, il sacco
di piuma prigioniera sulle spalle,
s’allontana
per le rive che già l’inverno bagna.
Nuda semplice notte sulla campagna,
si dibatte nel viottolo
poi fra siepi e giardini
ormai della città
il triste carico di spenta libertà.
RABBIA IN CORPO
Non fosse mai spuntato
con le ali aperte
un giorno tanto triste.
Sopra un tappeto d’erbe
offri tutte le sue sconfitte a me.
Cominciò una ladra a rubarmi il cuore,
lo mordicchiò come una pesca agra
buttandolo sdegnosa, ardita, in fretta
al mio richiamo, mentre filava via;
le cosce nude, sulla bicicletta,
nel vento i capelli di vent’anni.
Mai più la rivedrò
e passeranno gli anni.
Chissà dove riposerà stasera.
Poi il tedio del lavoro;
conficco nel legno lo scalpello,
al mio compagno allungo una lima,
fischio leggero, guardo sulla scarpa
la polvere. Presto sarà inverno.
Entra tra i muri il sole.
Questa sera, ancora,
dovrò vivere solo,
camminare nei lampioni e al vento
mentre cadono foglie e auto sfrecciano,
buttare nel canale il mozzicone
di sigaretta, stringere le mani
sulla ringhiera, mentre l’acqua scorre
fra le griglie e sprofonda.
Meravigliosi amici avevo un tempo:
oggi la solitudine d’ognuno
casca in tempesta, le grinte sono dure
e ciascuno s’arraffa sospettoso
e atrocemente solo.
Alla sete non dànno parole.
Stasera, al fresco, l’ultimo saluto,
l’ultimo ballo,
poi l’autunno con i viola lunghi.
Al suono della sirena, sul piazzale
m’avventai contro Stefano –
scosso dalla tristezza,
dall’odio della vita, arido ero:
perché non m’ha abbracciato?
Vidi nel suo occhio
dubbio, dispetto, orrore.
Quell’amico ho stracciato
come un foglio rosa di giornale.
Nessuno m’aiuta se brucia
come una nausea lo zolfo del dubbio.
Per finire una giornata perfida
ancora solo ballerò stasera,
strisciando i piedi sulla pista ruvida;
le biciclette in mucchio nella siepe.
NON CAMBIANO I VENTI
Gli irrequieti girini danzano
intorno a una pietra.
È domenica nei paesi del delta,
gli uomini con la giubba di cuoio
dimenticano i pensieri di sei giorni
appesi ad un uncino
– come nido di rondine a una gronda
vicino alla porta della casa.
Al grido di un bambino
le foglie dei cespugli, i canneti,
le stoppie spalmate di limo
si chinano nella terra
mentre il sole colora
alle ragazze il rossore
– e un uomo cerca con lo sguardo, fino
al cielo più lontano,
tutte le cose che conosce già:
è un’illusione sperare
dentro al fango del cuore,
almeno per un’ora,
qualche gioia o l’amore.
Vecchie donne corrono a fiorire
a un lume, a giacere
in crocchi immobili,
sbattono poi le porte e intirizzite
s’intanano sul braciere.
Tutti annegano la vita all’osteria.
Non resta neanche un’ombra per la via.
Sognano le gambe delle attrici,
docili mosse, calde, da puttane,
dopo bicchieri di vino spezzati col pane
la tristezza morde il labbro,
frusta e ferisce il cuore,
senza conoscere il mondo
crepano in questo rancore.
MONOLOGO AL MARGINE DI UN CAMPO
Meglio dar fuoco al cumulo di fieno
che l’acqua gonfia e il sole non asciuga.
Lo stendo, lo raduno: nebbia, caldo
ci cadono all’estate
come giovani amanti.
Molto galante è il sole nell’amore.
La mia schiena si squama poi s’incurva.
Ricordo il gelo dell’89.
L’Ersilia è morta. Le fragole maturano
mentre vespe affondano nei fiori.
Non le raccolgo, lasciale appassire;
chi mangia più le dolci
fragole primaticce,
così stupide, soffici?
decrepiti, affondiamo nella terra,
stringiamo i lombrichi con le dita.
Sono stanco di stendere, adunare,
guardare in alto al gelo e all’acqua intento.
Fugge il sole? non lo chiamerò;
marcisce l’erba? anch’io cadrò
così, fra pochi mesi.
Un mare di pena è la mia carne.
Le fragole anneriscono sul campo,
gli anni frustano le spalle,
sporchi uccelli volano i ricordi.
Ombra di un’ala sopra l’acqua scende
adagio questa voce
nel pomeriggio fantastico.
CANTO DI UN TERRONE NEL NORD
Vengo da lontano.
Nel paese madre mia alleva
le capre (per il latte)
e il padre viaggia
con valige disfatte per il peso
a vendere alla valle
gli angeli scolpiti quando nevica
– nelle sere d’inverno, nelle stalle.
Scalza il legno al lume di candela
senza che un colpo cada più profondo
(un occhio è presto fatto, e tutto il viso
e quell’aria da santo
che ritorna nel mondo
dopo avere goduto il paradiso:
la mano aperta con le cinque dita
sopra il cuore).
Ci contiamo e siamo tanti, come
erba sul prato
o sulla siepe le more;
per non marcire allora nell’usura
cerchiamo il mondo buttati all’avventura.
La fame ci conduce
a battere a una porta fortunata
o nemica, chissà,
di qua, di là,
dove c’è la miseria
come da noi, ma più fredda è la nebbia.
Povera terra questa, ferita
da ladri e baroni; non può
migliorare per noi, questa è la vita;
rubata da tutte le dita, morsa da guai,
inutile scuoterla per giuoco
come un albero in fiore,
sperando il frutto che non viene mai.
UNA VITA
L’Ersilia morta. Il sale della terra
che consuma queste poche ossa
si rivolge in calore
alla pianta che tremola vicino,
così la poca vita della donna
faticata con lungo dolore
ricresce in forza e in tenera ebbrezza
a questo fiore.
Sempre credendo a un cielo che l’offese
fu serva e padrona crudele,
si mortificò, pianse
soffrendo i lampi freddi della vita
passata in una palude di fango:
battere dei remi sopra l’acqua,
i baffi gialli di Celso,
il suo dialetto incredibile.
Non poté figliare come quella capra
che addenta i tralci immersi nella vigna
e avventandosi sfascia
i tralicci e le canne;
consumò in silenzio i lunghi giorni.
Non un uomo apparve sulla strada
per ritornare,
nessun galante l’invitò a ballare,
nessuno prese l’ascia
per crescere la casa, nessuno
rivoltò per lei una brace d’amore.
Gli inverni
ferirono il cuore con un diamante di gelo,
piegando le spalle;
morì al lume della lampada
acetilene; la guardava ansimare
un medico ottuagenario,
scuotendo la testa
incombeva sul seno di legno.
Di così squallida fine,
di così acerbo sdegno
raccolgo dal prato il crudo lacrimare;
un colpo sulla cervice
e fu cenere bianca,
stanca creatura umana
subito dimenticata e più compianta.
DEPOSITO DI SCORIE IN UNA GRANDE FONDERIA
Verso i bastioni della città
ruderi e fossi piangono
una favolosa civiltà;
cresce l’onda dei tetti, delle balze,
i fili della metropoli sprofondano
nelle anse del fiume
e l’autostrada selvatica
urla con rabbia alla felicità.
Oltre il ponte, per traverse vie,
giacciono le scorie del carbone
con le vene spaccate:
il furore succhiato poi gettate
nei cumuli, con sdegno.
Fra cataste di legno,
lungo i viottoli storti,
solo la decauville leggera
ha le ali di farfalla.
Lì conobbi Aurelio, uomo stempiato,
con l’onestà sull’unghie delle dita,
forte a ogni malanno,
diritto alla fatica;
estate e inverno lo sopraggiungevano
con la sua ombra curva alla fatica.
“Anche noi, appena
febbre umida nera
la vecchiaia ci prende,
buttati alle scorie senza sangue”.
I palazzi salgono
come navi improvvise dal mattino;
si affacciano gli uccelli
dentro la foschia del deposito
nelle fauci del mostro,
poi rivolano con un gemito via.
Rincorriamo con l’arco della mente
la scia delle piume.
Crescono intorno dune di scorie,
sugli argani i tralicci vanno via;
il vetro della baracca è un lume
che annerisce ogni sera di più,
solo il ragno infuocato del tramonto
lo colpisce eccitandolo.
Aurelio asciuga il secco tronco nudo,
guarda l’aria dispersa nel silenzio.
“Quando muoio un altro correrà.
Chissà se fra un anno, ragazzo, anche tu
ricorderai Aurelio”.
Vecchio da buttare col badile.
Solo un vecchio, donare non può
ricchezza, né sapienza insegnare.
Poche cose ha imparato,
a prezzo di grande dolore.
PIANURA PADANA
Nel fremito delle sue dieci penne
il Po nasce da una costola
del Monviso incoronato dai venti.
Il bigio monte sassoso
scarse vene possiede, ha un arido cuore,
ma sotto un’ombra sperduta
cresce la polla che fugge
col giovane viso teso, ridente, alla valle.
Acqua e luce intrecciano
una leggenda e il giovane scontroso
morde la spalla all’orizzonte;
navigatore dei campi, audace nell’avventura
con quanta impreveduta alterezza
ara con la sua fronte la pianura:
risveglia gli occhi ai ragazzi
seduti annoiati sulla riva,
smuove con una tenera corda
il sogno degli uomini, la viva
freschezza del tramonto,
segue i ponti di cemento, barche
ancorate, incerte, per traghetti
da meandri oscuri a canali
di misero contrabbando.
Dal silenzio e nell’oro
con un gemito a tutti sconosciuto
balza ogni giorno con testa di toro
e tocca le gazzelle ciminiere,
le baracche, le grotte,
i valloni delle tristi periferie
impalliditi all’ombra di alte
eriche quiete.
E incontra altri fiumi, aggrovigliate
acque, piume di falchi
rovinanti fra i sassi
nelle caverne; o cagne intisichite
dal freddo, a contendere
sotto i pilastri, in mezzo alle lamiere,
fra scorie di carbone e tra i rottami.
Altre con passi lieti, pallide di sole
rubato, nel tonfo di castagne
che incrinano un silenzio da convento,
salutano il gelo delle fonti,
le nebbie, gli schianti
dei rami calpestati, lo sgomento
della brughiera nella galaverna
(così in un limbo di foglie
respira il Mincio:
sulla sua polvere antica
scendono i fagiani
con la nebbia d’autunno).
Fra queste schiere, opposte
acque furenti,
il grande fiume va:
nate dai laghi, sciabordanti tese
o sporche di melma, coi relitti
precipiti dai colli d’appennino,
nel silenzio di terre desolate
dove la gente italiana stenta.
Mela spaccata, la pianura
da monte a mare è preda del fiume
che ronfa nella spenta
bellezza della notte,
o simile alla vipera s’acquieta.
Mormora, racconta
stupefacenti nomi… poi livido d’orrore,
con la bava alla bocca,
strappa, s’avventa
verso il suo delta inquieto;
si carica di forza e vendemmia
pianto da altri cuori;
sempre più immenso, sempre più terribile
o splendido d’amore.
Strisciano le chiatte appesantite,
frugano con le eliche il fondale.
Il sambuco riposa
sull’ala dei pavoni,
a lume dei pioppi
un cane abbaia da una capanna
verso il fumo di pece;
dalle prode si diparte
una distesa, poche forme
di vita: l’asino
stanco di mietere indulgenza
appisolato, i rapidi ristori
dei mignattini sui rami;
barche marce di brina
da riva a riva stentano, vuote
o domestiche, con qualche verdura
o un pescatore addormentato.
Sorpresi da un inverno straziante
fra i casolari, abituri
bui di canne e piante,
gridano i ragazzi agitati
dalla fame e da tanta libertà;
le donne cariche di estati
imprecano ai vecchi tremolanti
nel sole, a vivere ostinati.
Scema la terra, l’acqua arriccia il pelo
in un brivido pieno di sterpaglia
mentre nubi s’ammassano al riparo
di cancellate e di torri;
sospesi ai fili lucidi, i carrelli
con le scorie volano di bietole
gocciando miele.
L’ora dei fumi dritti dalle altane.
Le case basse, simili alla stiva
di un barcone in riposo,
con gli steccati gialli di meloni,
si disfanno in dolcezza.
I campi raccolgono il respiro
della sera, i suoni
di festa, bambini saltare
– contrabbandieri di piazze.
La pianura è dimessa, esuberante,
con i capelli immersi
nella foschia fluviale;
s’infiamma la polvere sulla coda
degli insetti, le ali aperte
al volo della notte:
accompagnano una voce d’uomo
il tuono di un cuore,
rotte calde parole d’amore
“farò tutto el poder mio
per cavarti fuor di stento”.
La brezza copre incerta pioppi e pioppi,
cade dentro i salici frustati,
i groppi della terra, i beati
avvallamenti, tiepidi meandri
di oscurità celestiale;
sul fiume scosso dalla risacca
serba un ultimo guizzo Venere
prima di morire.
È indice dei tempi
che le ragazze alzino un poco
la sottana e ridano negli occhi
con tanto candore d’angelo;
cadono sul prato
ansimando dopo corsa e fuga
per le ripe alberate,
la bicicletta a pezzi
buttata nella polvere;
e che l’innamorato dentro al fieno
bagni la febbre d’amore
stringendo una ladra che dibatte
le ali rondinelle.
Così passano gli anni.
Dura un giorno il furore.
Poi le care ragazze
sbiadiscono nelle case,
appassiscono il cuore,
accanto alla fontana delle piazze
coprono il bucato con la cenere.
Adagio alzano il collo a guardare
nelle sere tranquille
il ritorno degli uomini
per gli argini, le scintille
delle sigarette accese.
Steso nell’abbraccio del campo
il contadino, a piedi nudi,
i gomiti puntati a spaventare
i voli dell’averla,
segue i suoi sogni e sognando sospira.
Abbandonata, l’acqua piove
sugli argini, tormenta, li ferisce,
gridano trascinate dal libeccio
le quaglie che fuggivano sul mare.
Per le radure una dolcezza squallida;
il vibrare monotono s’accorda
alle ore arrossate in mezzo all’aria:
galli sui rami del noce stormire,
vitelli pezzati intenti a bere,
il cane abbaia ai teneri zoccoli ancora…
Sugli argini accosciati posano,
guardando acqua e terra contendere,
uomini, il fiume che fa paura
dire il suo vecchio pianto.
Si confortano in questa vecchia sventura,
insieme uniscono la voce al patire.
Li morde una volontà di restare
non di fuggire,
mortificata la violenza
nella pazienza adunano la speranza
per i giorni a venire.
Sparpagliati sul greto
come in un deserto di neve
i camion raccolgono la sabbia
battuti dal barbaglio che li fiocina
e un passeggero sul treno
volge gli occhi a guardare
quelle teste di vecchi in acque amare.
I campi sfiorire dentro il mare,
le onde strappare i rami
dei cedui, case crollare,
i visi attorno ai tronchi
infuriati di schiuma,
le grida perdersi sulla duna,
cadere il fondo cielo
come una piuma.
Gli uomini con la giacchetta scura
e il bavero rialzato,
la cicca sul labbro paonazzo
seduti sulla ghiaia;
e donne ad amare le case
perse nei gorghi,
poca roba raccolta ad asciugare,
rubato l’ordine misero alla giornata,
perduta la pace guadagnata,
anche il pianto ora è vecchio, inutile;
tutto da incominciare.
Gridano gli altoparlanti
nomi sull’erbe affogate.
La sera è ingorda, bagnata, bastarda;
scoppiano scintille, i fuochi stentano,
affidati ai bastoni
pastori dalla secca faccia
fischiano in delirio alla pianura.
Tutto intorno è mare.
Se parlo, guardando l’acqua decrescere
sotto un cielo di ferro,
compatite il mio povero italiano,
la voce che sa di pane e sale
e dice male parole troppo vere.
Finito il diluvio per il piano
restano soli nelle piazze
e le pompe travolgono
dal lago di melma foglie morte,
sterpi, rami, biade marce, piume.
Mentre si sciolgono le dune
fra gli alberi che sono un pugno d’ossa,
viene il tempo delle vacche magre:
accade allora che la gioventù
grida dai campi ai poliziotti in nero.
L’umore della terra si diffonde
per le rive al calmo orizzonte
ma la bigoncia rossa della vita
è aceto d’odio, pianto in gola, ira
infinita, meschino abbandono.
I giorni si susseguono
in ore precipitose.
Piogge d’autunno con fumate nebbiose
sulla strada, fra i ciottoli bruciati
e cespi d’erba secca;
notti d’oscurità irose,
col gelo della sponda
sull’ultima propaggine di terra
prima del mare, dell’onda.
E argini sbilenchi, desolati,
vuoti di vita, macerati, spinti
dalla forza dell’acqua a contrastare
in gemiti continui, spaventosa-
mente umani la corrente.
L’onda s’infrange
con la sua chioma sparsa e piange.
Mena sempre una vita da cane
il bracciante sfortunato,
il pescatore di frodo,
il contrabbandiere braccato
– sopra un’asse scivola per i canali.
Ma dentro la pianura
la terra è più ricca, esuberante,
se affondi la mano si dichiara
il suo mistero nella perla rara
che sfiora le tue dita
– e nessun inverno o fiume fa paura.
Non c’è il silenzio triste, si discute
di leghe socialiste, di Miglioli che dice
con parole di miele le sue favole,
il fiele delle antiche lotte e Grieco.
I giovani che filano su Gilera
nel vespero accecato,
– la camicia è una vela alle ragazze –
brillarono sulle piazze
per lo sciopero del quarantanove:
allora i bergamini sotto i noci
piangevano all’urlo delle manze,
gli occhi erano scuri
più dell’acqua per le impolverate lande.
La speranza trascinava ridendoli in cielo
i sogni patiti nel corso degli anni,
una nuova tenerezza per la vita,
dolce furore e le prime parole.
Questo tempo è già naufragato,
rotto come un barattolo lasciato
in un prato della periferia,
scalciato, frantumato,
e come un legno
va alla deriva buttato alla corrente,
rotola via.
Il grande fiume si rivolge al mare,
con un guizzo va dentro al cuore del mare.
Si disperde, vi affonda,
nessuno lacrima un saluto.
L’erbe gialle aspettano altro furore,
un pugno d’amore aspettano
i casolari africani col fumo sospeso.
Sulla pianura
splende una luce che chiama la notte,
un disteso abbandono.
Spengo la voce
e: addio a Polesine dei Sospiri
dove nei mattini ventosi,
fra gli acquitrini spenti,
riposano uccelli teneramente vivi
nell’incertezza e nel terrore,
perché pace non c’è né sicurezza
per loro se non nella fuga.
Là sarò cenere un giorno.
Mi aspetta l’anfora greca funeraria
dove confitti gli iracondi relitti
della mia gente dormono
come prue conficcate nella melma,
tutti, uomini e donne, insieme.
Morirono vecchi, litigiosi e alteri.
Il mare a volte li copre
in sere di fosca amarezza
quando è un brivido desolato la pianura
e cresce l’onda e brucia la terra.
Là dunque anch’io
avrò il mio fuoco e la mia fine.
I VICINI DI CASA
Chiudono la giornata con un tonfo
freddo delle serrande
e per le piazze vuote
restano solo donne
felicemente vive
(sciabordano sull’acqua di fontane
come su un mare e accendono
scurrili bandiere con gli sguardi).
Ma sul riposo dei vivi
quanta caligine è sparsa intorno ai letti.
Ho molto sofferto per l’incomprensione
e il silenzio, in questi anni
ho patito in silenzio,
rinuncia e non accordate speranze
bruciarono talvolta il panno
dei miei vestiti. Ho anche aspettato invano.
Qualche amore, fuggitivo amore,
ma rapido e disfatto
per la furia di subito nascondermi;
ho perso amici, la bottega è in fiamme.
Veglio in questa notte, è l’alba,
le mie vicende, le vicende, vedo
un futuro che è cane.
Tenero respiro di rossore
accende una persiana,
guardo la festa dopo anni, calmo
in questa pace e tanta libertà.
Le finestre dei viali
sono occhi chiusi, labbra chiuse, bocche,
e nel fondo dei petti aprono ingiurie
da rompere sul viso.
Miseria, ardito zelo, lealtà,
inganno, fraudolenza, spento riso,
tutto riposa e piange.
Un lume acceso
improvviso illumina la strada:
ombra amica che a me si riannoda,
schioda l’ascia del giorno,
sciacqua un panno, accende il caffè
mentre affacciata guarda il nuovo giorno
e si accomuna a me
(la certezza subito di creta,
ogni giorno una nuova domanda).
Esce il primo viandante dal portone,
accesa sigaretta per la via
dilegua in giovanile sarabanda;
ascolto l’odore del fieno salire dai fossi,
i singhiozzi delle ultime rane
nella foresta. Oh luce, oh viso
della donna nel bagno in sottoveste,
bianca farina, latte, paradiso
mite e leggero canta;
e i ciclisti passare,
il giorno sfolgorare,
voci di bimbi col pianto nella gola,
e i cavalli trottare,
uomini giovani liberi fischiare,
campanelle di vetro di una scuola;
scendono le ore dall’oriolo.
Tutto è misurato e giusto,
lecito ogni gesto, la parola
in un forbito accento risuona
come moneta vera,
e lontana appare la sera
con la sua sventura, l’usura
del cuore, la stanchezza attorcigliata
alle gambe, il mare della notte
che inghiotte le parole e le voci
mentre veglio dall’insonnia macchiato.
Mi affido felice all’affanno del giorno
(al suo morbido cuore)
splendente già di cento frecce ferite,
mentre dall’alveare delle case vicine
rissosi scontri e canti,
baci, speranze (stormi divaganti)
si sparpagliano, volano, ritornano
in branco, sui muri, dove l’erba è nuova.
Nota.
Delle poesie qui pubblicate – molte inedite, altre apparse in riviste, sparsamente – alcune risalgono al ’49, poi ce ne sono del ’51, infine degli anni ’54-55. Poche sono recenti; tutte entreranno in un volume che sarà pubblicato dall’editore Feltrinelli.
Vorrei solo aggiungere:
Il tedesco imperatore.
“Il nome è bisbigliato”: Silvio Corbari, leggendaria figura di partigiano, in Romagna. Fu preso e impiccato, nel 1944, sulla piazza di Forlì.
“Un uomo – apparve sul palco”: è Ferruccio Parri, a Cuneo, nei giorni dell’aprile-maggio ’45, che sono soltanto un ricordo oramai.
Peter Fellow.
Cavallo trottatore, nato in America nel 1920 da Peter the Great e Nell Fellow; con un record di 2.04.1/2 (1.17.2 al km) su 1609 m a Toledo (Ohio) nel 1925. Importato nello stesso anno, azzoppatosi improvvisamente, passò alla monta. Ebbe figli egregi, morì in vecchiezza. Dunque non fu razziato, ma ho voluto assegnargli la fine di Bellini – un grande galoppatore scomparso, dicono in Polonia, durante l’ultima guerra.
Ippodromo.
“E con sospetto guardano – la scommessa caduta”: il tagliando della scommessa al totalizzatore o al bookmaker, gettato via con rabbia, alla fine della corsa, come sempre accade.
Un lume a petrolio.
“Quando le gramadore sopra gli argini”: quando le gramolatrici mostravano il sesso, con parole di vituperio e di beffa, sollevando la sottana, ai seminaristi, durante la settimana rossa in Emilia, negli anni dopo la prima guerra mondiale.
Monologo al margine di un campo.
Il monologo agro-dolce (con punte di autentica cattiveria) è del marito dell’Ersilia, un uomo bruciato dai campi. Invecchiando diventa sempre più acerbo e triste. Solo con me si apre a volte; ma quel giorno quasi inveiva.
il menabò di letteratura, 2, Giulio Einaudi editore, 1960.
Notizia su Roberto Roversi
Ne ho molte, di “notizie”, intorno a questo scrittore bolognese oggi trentacinquenne; da varie lettere sue, e dell’amico suo Francesco Leonetti; e io all’importanza delle “notizie” ci credo come quasi a quella delle “idee” (tanto da non poter soffrire chi le falsifica anche se solo dicendosi fiorentino mentre è nato a Pontassieve); e le molte o poche che ho inclino sempre a darle tutte.
Roversi mi ha informato della sua famiglia prima che di se stesso. Mi ha scritto al riguardo:
Mio padre medico radiologo, estroverso, pieno di temperamento, fantastico, impulsivo. Mia madre affettuosa, calma, riflessiva, tiene i crucci segreti; aveva silenzi che duravano mesi; suo padre era lombardo. Entrambi appartenevano a una borghesia non ricca, appena benestante, ma provincialmente ambiziosa, e con “qualche dovere”. L’altro mio nonno, che ho conosciuto, invecchiò e morì seduto davanti al portone di casa, sotto il portico, nella via principale di Pieve di Cento: circondata, un tempo, dal verde della canapa, verso Ferrara…
Ma i “personaggi” della nostra famiglia, i favolosi gentlemen, coloro che passarono lasciando (ancora) tutti sbigottiti, furono i due fratelli Smeraldi. Io conobbi Rigo, zio a mio padre. Fece fortuna nelle miniere di diamante del Transvaal, fu molto “amico” dei boeri, sfuggì agli inglesi dentro un sacco di carbone, con un pugno di sudate gemme nella tasca dei calzoni. Commerciò in canapa con l’Ammiragliato inglese, rappresentò in Italia le prime automobili Ford, poi la Lancia, importò cavalli trottatori dall’America (Peter Fellow, Olly Boy (anche Naomi Guy madre a Mistero). Durante le settimane “rosse” del ’21, in Emilia, quando i ricchi svendevano e fuggivano, comprò con quell’oro una villa vicino a Bologna con grande parco (c’era un lago nel mezzo); molta terra, molta canapa, molta uva, e alberi centenari. Fu lui a regalarmi il primo denaro perché “lo facessi fruttare”, a insegnarmi che time is money, che occorre agire, dedicarsi ai business, “e non stare a padrone”. Ma fu anche lui a pagarmi la stampa del primo fascicolo di versi (arrossendo di piacere), a regalarmi i primi libri. Morì all’improvviso, un pomeriggio dell’aprile ’42…
Qui conviene, venendo a lui stesso, che sentiamo anzitutto il Leonetti, questo discendente un po’ carducciano di Tommaso Campanella che non può mai parlare di qualcuno o qualcosa se non per darne la “posizione”, e in congiuntura, o in contrasto, con la sua propria. Così abbiamo subito una certa prospettiva intellettuale di quello che è Roversi.
Le vicende della sua vita pratica, – Leonetti dice – hanno un po’ complicato la natura di Roversi; o è stato, piuttosto, il bisogno, in recenti anni, di fronteggiare duramente in se stesso le delusioni storiche, pubbliche. I più lo conoscono di una energia e tolleranza gradita; cioè pare oggettivo verso altrui. È condiscendenza esterna, con chi non gli interessa. In cuor suo è, per temperamento, per ideologia assai ferma, chiuso a relazioni, solitario e legato a pochi. Con le persone che gli interessano, in fondo, è irto di difficoltà, e di misuratissimi interventi. Questo carattere difficile, per dir così, non ansioso di comunicazione, ma di scelta, si connette alla ragione prima del suo lavoro di scrittore. Ha stabilito di non esprimere, o dichiarare, l’angoscia o la sensibilità tormentata; si è avviato a una nuova poesia contando che fosse già reale, in lui stesso, il suo ideale morale dove non c’è posto per quegli “stati” che pure contagiano le sue emozioni come quelle di altrui: ha inteso insomma di instaurare altro, invece che governare i suoi modi di essere. Era lecito, in anni più bui del nostro lavoro, il sospetto privato di Pasolini che Roversi e io, i distaccati di tutta la giovane letteratura che egli conosceva già bene, fossimo due decadenti “réfoulés”. In realtà era lui Pasolini che una trasformazione spirituale rispetto al Novecento la compiva con una esasperazione dei motivi del decadentismo (unita a una volontà di partecipazione agli eventi storici)… Noi eravamo impegnati in modo più sotterraneo. Io dichiaravo l’angoscia e cercavo di farmene sciolto, saldo, con istituzionalismo e storicità contro resistenza; e a tali stati angosciosi o semplicemente faticosi trovai riparo, molto tempo, nell’amicizia di Roversi fermo come una torre, tanto che mi poté poi sembrare esser stato psicologicamente uno stalinista…
Ma non è dai passanti della specie di Leonetti che si può riuscire a sapere come si sia svolto un “incidente”. Non serve cercare l’evidenza di un fatto nelle parole dei Groethuysen; bisogna cercarla in quelle dei Michelet. E il Roversi, tra tanto calpestio alla Groethuysen di cui oggi rimbomba il terreno della nostra cultura, è uno dei pochissimi giovani che abbiano le utili capacità sbrigative (e insomma la razionalità visiva) di un Michelet. Torniamo a lui.
La guerra mi portò, rovinosamente, lontano, – racconta. – Ero senza idee e senza forza; solo, senza “maestri” e ignorante; ignorante con disperazione, e consapevole. Seguendo con rassegnazione i bandi dell’otto settembre fui in Germania con la Monterosa; poi, in Italia, finalmente, coi partigiani piemontesi. Non feci nulla; patii soltanto con tutte le forze, ma non più con rassegnazione. Ero a Savigliano, appostato col mitra, nella notte d’aprile, ed ascoltavo il passo dei tedeschi in ritirata, e il canto da cruco, duro, triste, che l’accompagnava; poi a Cuneo a sfilare davanti a Parri, con tutta la gente felice, in quei giorni che sono il più bel ricordo della mia vita…
A proposito, qui vorrei notare come proprio i più preoccupati di storia e storicità, questi Roversi, o questi Leonetti, non abbiano ancora osato scriver nulla del nodo di storia (la guerra, la resistenza, il dopoguerra) in cui si son trovati legati con tutti. È per il fatto che ne hanno dei “ricordi”, e non vogliono correre alcun rischio di vedersi intrise di “memoria” (dell’umidità crepuscolare della memoria) le parole delle loro “sperimentazioni”? Certo che il rischio dell’evocativo-storico e dei più ripugnanti, e non so dar loro completamente torto… Ma portiamo a termine questa raccolta di notizie.
Aggiungo da Roversi, in linea diretta:
Per cinque anni fui contabile in una piccola fabbrica di schermi per raggi X, lasciando un ricordo non felice, d’umore scontroso e chiuso; in seguito, lavorando con altra insegnante, e io con pseudonimo, compilai parecchie antologie scolastiche per un ottimo editore (ebbero successo). Infine, un lavoro iniziato per caso cominciò a interessarmi, a prender forma, a mostrarsi vitale e libero… Mi piacque improvvisamente ed eccomi qui. Adesso mi permette di vivere con quel povero decoro che mi è essenziale, e d’essere libero; di rigirare le mie carte senza che un muso di cane mi fissi con occhio risentito e mi allunghi la paga, con un sospiro, alla fine di ogni mese.
E da Leonetti che, tangenzialmente, può anche fornire, alle volte, delle precisazioni non speculative:
In modo deciso e scontroso, che lo definisce, Roversi ha risolto, appena uscito dall’Università, il problema pratico: né l’insegnamento né l’impiego, né già un decoro borghese di libero professionista che lo avrebbe incastrato in qualche albo della buona società. E anzi, per reazione all’immagine del poeta inetto ai negozi, fece con se stesso la scommessa di combinare affari. Aprì una bottega di libri, e così volle guadagnarsi il pane; con l’intento anche (assurdo e bello in un mondo di giovani arrivisti del dopoguerra) di scrivere senza chiedere a nessuno, anzi stampandosi da sé… Ma né lui né io abbiamo, purtroppo, imparato a scrivere come Rétif de la Bretonne che in una piccola tipografia propria componeva direttamente i suoi racconti con le pinzette da pigliare i caratteri, sicuro e paziente, e senza intoppi…
Quella bottega di libri, oggi con vetrine su una stradetta satellite di via Rizzoli, dopo anni e anni che si nascose in un ammezzato, ha un’importanza che va oltre il sodalizio Roversi-Leonetti, perché ha dato vita, dal 1954, alla rivista “Officina”, e in vita l’ha tenuta, come base anche di Pasolini e Romanò, fino al ’58. Roversi sorvola, al riguardo. E così sorvola sulle poesie ch’è andato scrivendo. Sorvola sul romanzo Caccia all’uomo (storico, intorno al regno del giacobino Murat nell’Italia borbonica) che Mondadori gli ha pubblicato quest’anno. Egli insiste invece a dire che sa di “non aver dietro niente” di cui vantarsi; e che ha avuto e continua ad avere solo “pazienza”.
Conosco i pericoli di una simile disposizione, – dice in più – ma preferisco pagarli e “far ridere gli amici” piuttosto che essere altro e sforzarmi a cercare una diversa misura entro cui placare i timori… Uso la povera, buona, vecchia lingua italiana, con la quale “credo” si possa ancora dire tutto, semplicemente. Sono un borghese “consapevole” della fine di un mondo e di tutta una spietata ideologia; ma appunto per questo convinto che oggi sia tutto da fare, da “rifare”… lavoro che ci aspetta al di là di personali ambizioni, lavoro di fatica, di molto sacrificio: mentre tanta verità manca ancora al nostro calendario…
Vi sono dei vuoti evidenti tra queste sue righe. Ma nessuno che abbia addosso da molto tempo l’occhio arguto di un amico può essere sicuro delle proprie reticenze. Leonetti riempie:
Si è dato in Roversi come aggravante il fatto che una zona anteriore della sua attività letteraria è rimasta sotto il segno di un equivoco, di una incomprensione altrui dell’intenzione, e di una propria non abbastanza lucida prospettiva. Le sue prime poesie note mostravano una composizione espressiva delle sue ragioni ed emozioni che si poneva, per il lettore che non vi sentisse tuttavia altra dinamica, in toni e termini di idillio, e con un esercizio di finezza sulla paratassi e sulla metafora. Bisognava conoscere le precedenti fatiche, insoddisfatte, per intendere questo momento come una pausa, un’acquisizione formale che interrompeva il meglio in corso di esperimento; o anche un suo parziale cedimento nella tensione della volontà e della mente con la sensibilità che non poteva non essere anche “novecentescamente” sottile, e che nella poesia non può tacere. Qualcosa di simile accadeva a me col puntare sui modi estrosi e satirici. E del resto amici eccellenti consigliavano quelle vie; come tu, Vittorini, hai detto a me, all’incirca, che mordo le cose quando scherzo o schernisco e invece risulto flaccido addirittura quando vorrei essere completo. Giudizio alla mia presunzione dispettosissimo, e si può capire: noi, senza poter aderire alla società conformista, né all’opposizione solo stoica, ci sforzavamo per un verso o per l’altro a un istituzionalismo, a una razionalità presente, dove gli stretti valori esistenziali, intesi come i soli “autentici” e condotti già nella via centrale della lirica della parola del Novecento, fossero superati e compresi, senza però star paghi alle soluzioni marginali…
Riempi e riempi (mentre Roversi non parla più d’altro che di letture, dei discorsi di Cavour, di Čechov, di Hölderlin e di Goethe, di cui dice che lo sbalordisce la modernità e l’adorabile indifferenza, da uomo che “sa”, non decadente, non stanca) e Leonetti che si trova a poter tirare, finora, le somme. Lasciamo dunque che concluda lui:
Certo che mentre non c’è alle viste di meglio, possiamo restare sotto diverse accuse, quali ci professa anche in loco (in Bologna) l’amico Scalia, sociologo, possibile teorizzatore principe della significazione nelle lettere, e insieme così nemico dell’idealismo da tacciare dubbiosamente di idealistico tutto ciò che si cerca dentro l’attività dell’arte e non della sociologia: per un pulcellaggio della letteratura, ancora, forse necessario ancora perché la letteratura poetica si faccia veramente significazione, invece che evasività introspettiva o realismo superficiale.
E. V.
il menabò di letteratura, 2, Giulio Einaudi editore, 1960.
Il «lavoro» della canzone
Credo che ciascuno di noi cammini sempre dentro la storia; e che passo dietro passo si avvii verso la propria morte, termine già stabilito. E così proceda, sia che ci vada con facilità; sia con rassegnazione; oppure contrastando come se la morte non fosse sua e si potesse (solo volendo) allontanare.
Voglio dire che in questo moto ciascuno ha una sua speranza, che non è mai uguale alla speranza di un altro. Questa speranza è un sentimento delle idee e del cuore, che appartiene ugualmente al guerriero Orlando nel giorno di Roncisvalle o a Mauthausen, reduce della Cuneense, il povero folle di guerra di cui parla Nuto Revelli in uno di suoi quattro libri stupendi e tremendi. E allora la canzone d’autore? cosa c’entra con questa premessa-discorso? Io dico che c’entra, io dico così: la canzone è dentro fino al collo a questo mare grosso della storia e voglia o non voglia deve starci dentro.
È dentro, cioè, ai fatti che accadono, alle contraddizioni, alle miserie morali che si inseguono e fanno scintille. La canzone d’autore va, come l’autore uomo o donna, dove va la storia.
La canzone d’autore sarà dunque la canzone che noi vorremo o tollereremo che sia. Se avremo qualche idea al proposito e saremo decisi a sciogliere i primi o gli ultimi dubbi sopravvenienti; se saremo tanto bravi da reagire alle bizze, alle approssimazioni, alle bieche promesse e alle istigazioni di tutti i detentori di un qualche potere ufficiale (di tutti che sembrano colombe o falchi e sono topi); allora è sperabile che la canzone d’autore possa suonare alla porta giusta, riempiendosi di segni e anche di segnali nuovi per comunicare che è cominciato l’anno duemila.
Perché non credo che la canzone d’autore oggi debba essere una canzone «direttamente» politica – come noi la conosciamo; in quanto una canzone come «Contessa» ad esempio oggi a mio parere non potrebbe più essere scritta (strutturalmente, intendo) né trovare agganci o riferimenti immediati; mentre funzionava allora (dieci anni fa) in quel modo allargato e coinvolgente che conosciamo; e che continua nell’uso.
Oggi i termini del dibattito generale sono saltati non perché in una crisi ma perché addirittura bruciati e travolti nella trasmigrazione (direi nella trasgressione) dei problemi e di tutti i rapporti in atto. Quindi è urgente buttarsi a cercare i nuovi rapporti e le strutture diverse che con una lentezza quasi segreta si stanno formando. Ho detto formando; non ho detto ricostituendo. Perché tutto è stravolto rispetto al passato anche prossimo e le cose sapute da sempre non ci servono più. Nemmeno in piccola parte.
Tanto meno serve in questa occasione l’esperienza degli stupidi vecchi (fra i quali mi metto). E allora vorrei dire subito che è da curare come una piaga e da ribattere (potendo) la disperazione, la nostra disperazione, come metro di giudizio esistenziale sulle cose e sugli uomini. Credo di potere ripetere anche in questa occasione che la disperazione è l’arma segreta, il vero strumento di lotta politica nelle mani del padrone. Se ci disperiamo, serviamo il desiderio selvaggio del Potere che ci trova inermi e disuniti. E così lo aiutiamo a prosperare mentre noi ci consumiamo.
Riferendomi al presente Convegno è appena il caso che avverta che non essendo uno specialista né comunque un addetto ai lavori sto rispondendo come so e come posso; quindi con incertezza e approssimazione per i particolari e per la specificità della domanda ma almeno con una attenzione non improvvisata per i problemi generali.
Senza rifarmi per una ennesima citazione a Marx, vorrei togliere una breve citazione (che è anche una straordinaria esortazione) da un saggio di Benjamin Péret: «il poeta, e non parlo qui dei ciarlatani di ogni risma, non è più poeta se non si oppone con un non-conformismo totale al mondo in cui vive».
Ideologia a parte, l’autore di una canzone è sempre un partecipante diretto al blocco contro, o alla adesione con l’ufficialità del sistema. Mi fanno sorridere e mi fanno anche tenerezza (per modo di dire) i teorizzatori della canzone come canzone soltanto, come suono e canto che non hanno altro mandato se non di essere suono e canto; se non di intrattenere divertendo e rasserenando; come un gioco semplice (mentre sappiamo quanto sia complicato e carico di significati un gioco).
Invece la canzone – uno dei mezzi di comunicazione diretta più folgoranti oggi in atto – è in ogni modo e forma, quindi inevitabilmente, una comunicazione «politica», «ideologica». E tanto più lo è quando a più voci e da molte parti (interessate) questa sua carica dirompente, questa sua inesauribile potenzialità di impatto non soltanto vengono contestate ma noiosamente ricusate.
Sarebbe certo più tranquillo, in un momento storico segnato da cento saette, che ciascuno potesse essere lasciato a coltivare il privato orticello canoro, senza altri intrusi.
Invece i problemi continuano a sovrapporsi e tutti sono tremendi, e tutti sono nuovi mentre sembrano vecchi, e tutti sembrano vecchi mentre sono nuovissimi e non hanno un respiro conosciuto; e tutti sono problemi che non solo si possono ma si debbono anche cantare; piaccia o no alla grande corte itinerante della canzone.
Perciò la canzone d’autore, oggi, serve la propria timidezza, la propria esiguità, la propria paura; ma contemporaneamente ascolta (almeno così mi sembra) il soffio pieno di una rabbia attiva del nostro tempo e cerca di decifrarlo, decisa ad ascoltarlo e a proseguire. Lo ascolta come i marinai di Melville ascoltavano miglia e miglia lontano il soffio di Moby Dick che pascolava nel mare.
Certo, viviamo in un’età senza quiete; ma è certo che viviamo anche in una età che prepara un futuro tutto nuovo per il mondo. Quindi in un momento di rivoluzione profonda nelle idee comuni, nella vita dell’uomo, e nelle metodologie che fino a ieri mattina servivano per affrontare il gran gioco del tempo e del futuro.
Dentro a questi atti e dentro a questi fatti (tutti frantumati e poi di nuovo in moto) – anche la canzone non è più un piatto (o un pianto) privato, il respiro di un uomo solo – a meno che non si decida a chinare la schiena.
La canzone serve ancora (e tanto più) a battersi, a contraddirsi, a vestirsi-svestirsi per provocare, smuovere, risvegliare. Ma adesso ha anche la nuova necessità di affrontare l’incontro-scontro col tempo non più in una presa diretta, immediatamente politica e quindi rassicurante.
Adesso la sua voce deve essere più astuta, più intelligente e sottile, più mediata e ubiqua. Perché più ubiquo nella sostanza, più intelligente e sottile, più parcellizzato e astuto si è fatto il discorso di questi giorni, che ad ogni ora ha una nuova maschera sul viso. Molti argini sono saltati, città assediate hanno aperto le porte, si sono mescolati guerrieri, soldati, cavalli; tutta la terra tribolata e magnifica è in movimento.
No, non credo proprio che ci si possa pacificare né che si possa abbassare il tiro in nessun campo. È abbastanza se la canzone d’autore sfoglia giorno per giorno il libro del nostro mondo, badando a riscontrarlo.
Gli antichi erano più quieti e tranquilli? Sì, gli antichi erano forse più quieti e tranquilli. E noi non potremo essere che inquieti e vivere sempre nel disordine di chi cerca ed è costretto a cercare? Sì, nel disordine-ordinato di chi cerca ed è costretto a cercare. Magari poi concluderanno altri. Noi dobbiamo badare a comunicare in ogni maniera. Anche con la canzone; perché, ripeto, in questo momento è uno dei mezzi decisivi e corrosivi per comunicare. Porta a porta. Non mettendo un manoscritto nella bottiglia.
Il Cantautore, 1977.
Prefazione
Con Picchi eravamo amici. Io ero un amico di Picchi, Arnaldo era amico mio. Lo conoscevo dai tempi della prima giovinezza, prima che facesse il soldato, prima che diventasse quel che era diventato. Vale a dire, lo conoscevo per un giovane attivo, di ingegno fertile, produttivo. Poi nel corso degli anni, aggredendo la realtà della cultura con un’insistenza che direi luminosa, si era formato come studente, poi come docente e studioso con una furia, un’insistenza e un’intensità che non esito a definire esemplari. Era dunque fra i migliori e io l’ho avuto come lettore e come integratore dei miei testi, con una continuità e, appunto, un rigore, una costanza e una miracolosa voglia di comprendere, di capire, di riesumare, di contrastare, di verificare e di richiamare che anche come autore, anzi soprattutto come autore, io ho finito di ritenere indispensabile.
Ha curato in principio e alla fine vari miei testi. Intendo dire: in principio quando venivano concepiti, alla fine quando per qualche ragione era scattata la possibilità di rappresentazione o di pubblicazione. L’ultimo, il Morandi-Arcangeli, gli era venuto a piena simpatia culturale e lo aveva curato con il solito scrupolo prezioso e accentuato. Ma c’è soprattutto un manifesto, usato, se ricordo bene, per la rappresentazione di Enzo re, che stabilisce il tipo e la qualità dei rapporti intercorsi fra noi. Non l’ho sotto gli occhi in questo momento perché tutto il mio archivio è stato depositato presso il comune di Pieve di Cento, ma ricordo bene che riproduceva una fotografia, sbalzata e leggermente elaborata ma perfettamente comprensibile e riferibile, della spiaggia di Omaha, durante lo sbarco americano e delle altre truppe nella Seconda guerra mondiale.
Questa convinzione di battaglia, una battaglia non ancora combattuta ma da combattere, per la quale impegnarsi con tutte le forze, con tutte le possibilità di aggressione, con il conforto di avere un riferimento concreto e un obiettivo espugnabile (doverosamente espugnabile per necessità, per dovere e per impeto delle proprie convinzioni), era sostanzialmente al fondo di tutta l’attenzione critica di Arnaldo Picchi che con me ha concluso, con il sopraccitato Morandi-Arcangeli, una collaborazione iniziata a metà degli anni Settanta con il lavoro complesso su Enzo re, con la regia di Squarzina e al quale Arnaldo era assistente. Assistente indispensabile e attivissimo e, in precedenza, autore di tentativi più militanti e di acre avanguardia, dedicati a testi meno complessi ma ugualmente, almeno per il mio proposito, impegnati per la realtà dei tempi (anche se, come argomento, taluni di questi lavori sembravano abbastanza lontani dalle furie eccessive contemporanee).
Potrei dire mille cose ma vorrei semplicemente celebrare Picchi col cuore e con la mente, e non con il ricordo. Riferendomi alla rappresentazione Enzo re alla fine degli anni Novanta, egli l’ha triturato, sconvolto, ricomposto con una passione, con un’intelligenza e un’acutezza che sembravano un vento benefico che rivoltava le singole pagine. Non lo ha adattato, lo ha conquistato, vincendo infinite ritrosie e opponendo la propria convinzione a tante ironie di supponenti che lo ritenevano un testo, anzi un copione, per una soap-opera televisiva. E invece rappresentava il risultato di un’analisi critica, professionale, da docente formidabile.
Prescindendo dal testo nel dire questo, voglio solo “glorificare” in qualche modo e ricordare, a chi non l’ha conosciuto, la sua capacità, la sua volontà, il suo proposito, di calarsi sempre dentro al testo, annegando nel testo, per conquistarlo con uno sforzo definitivo finale da morte in combattimento. Basterebbe vedere la sua analisi di Enrico IV di Pirandello, che tutti i teatranti dovrebbero mandare a memoria.
Potrei continuare ma sento che Picchi non ha bisogno di parole aggiuntive. Egli è stato un grande lettore di teatro e ci ha lasciato luminose tratte per camminarci dietro. Era un critico verticale, duro, insistente, implacabile, e non un critico orizzontale che intende il testo come uno specchio per le proprie fattezze e per la propria vanità. Grazie.
[Arnaldo Picchi, Enzo Re. Diario di regia per la presentazione del testo teatrale di Roberto Roversi a Bologna, I Quaderni del Battello Ebbro, 2012].
La storia noiosa e inconcludente di un uomo che deve morire
Lavoro ai fianchi di Marco Lombardo-Radice e Luigi Manconi. Un non-giallo letto da uno che i gialli li comincia dalla fine.
Anche come lettore di libri gialli riconosco d’essere una frana; dato che sono abbastanza assiduo, generalmente abbastanza insoddisfatto ma soprattutto abbastanza sregolato. Soprattutto sregolato, poiché comincio sempre dall’ultimo capitolo. Gli svantaggi di un tale modo di lettura, che fa rabbrividire gli addetti ai lavori, sono evidenti; si perde la gioia della conoscenza progressiva e non si cresce col brivido: in altre parole, si rinuncia per scelta banale o schizofrenica a un giuoco che si può definire sublime. E gli eventuali vantaggi? Sono del tutto personali e sono pochi; ma sicuri, convincenti; e stanno nel piacere magari gretto ma violento, possessivo di conoscere l’intera storia subito e di non lasciarsi incantare dai dettagli disposti come piccole trappole nelle pagine, quasi fossero un canticchiare di sirene.
Lo sappiamo bene che uno scrittore di gialli tanto più è abile (bravo) tanto più tira a fregare il lettore con poco o niente ma disposto con arte. Egli ammicca, fa cenni furbeschi poi fila via spedito senza voltarsi indietro, sicuro che lo stai seguendo come un cane; mentre io credo, ecco, che non si debba andargli dietro così alla carlona ma attenderlo a un angolo della strada, lì dove lui neanche se l’aspetta e magari spaventarlo facendogli «bù!». Così, starei per dire, che il vero vantaggio di leggere partendo dalla fine non è quello di rassegnarsi a trasferire tutto sull’azione brividosa (il peso del racconto, la sua probabile verità – o amenità – insomma la sua realtà); e neanche sull’investigatore pubblico o privato, che è sempre (in conclusione) un figlio di buona donna mitizzato per necessità e destinato a sopravvivere anche dentro le situazioni più feroci proprio perché non può morire – e noi lo sappiamo.
Il vero vantaggio, almeno quello che mi serve e mi sta bene, consiste nel seguire in una posizione un poco defilata ma tale da consentire il massimo di attenzione e di ascolto (ad esempio, come una telecamera piazzata sul pulmino che gira nella pista interna durante un gran premio al trotto) in che modo, attraverso quali congegni già riconosciuti e identificati, acquistano un rilievo più preciso e doloroso, più accentuato nei contorni e secondo la necessità (accompagnato da cauti affondi psicologici, tenuti fuori da ogni schematismo, in un autentico sussurro di dettagli e grida) i personaggi della storia e soprattutto l’ucciso o l’uccisa; che altrimenti annegherebbero dentro alla convenzione dei segni o travolti dal flusso dei fatti e degli indizi.
Ma lasciamo le premesse per entrare nel libro di Marco Lombardo Radice e Luigi Manconi Lavoro ai fianchi (Mondadori). Che giallo non è (naturalmente a mio giudizio).
Del giallo gli manca il ritmo serrato suonato e cantato; e anche la grande occasione d’avvio, cioè la grande idea di partenza. Gli mancano anche quei legamenti (di cinismo psicologico e di tecnica narrativa) elargiti con minuzia scrupolosa e invidiabile dai professionisti di questo genere di libri. Tali legamenti consentono alla struttura del racconto di protendersi in una quantità di piccolissimi lacerti, quasi sempre indispensabili, e quindi di proporre una solidità di impianto ripresa e controllata ad ogni capitolo del racconto. In questo libro i vuoti d’aria con relativa scivolata in basso (però subito recuperata) non sono infrequenti e scuotono il lettore con distrazioni o soprassalti non sempre necessari; tanto più che spesso accadono cose di un «banale» molto feroce ma irritante e quasi mortificante ma mai terrorizzante o sorprendente. Così si può constatare ancora una volta che il vero romanzo giallo, confezionato con tutti i sapori e gli odori, è sempre o quasi sempre l’epopea di un grande sogno distrutto e di un grande dolore che sta arrivando come una tempesta – preannunciata da magici o tragici segnali; una epopea conclusa dentro alla solitudine. L’ucciso (o l’uccisa) è l’eroe subito dato alla morte, in un rito sacrificale a cui nessuno può sottrarsi; come accade nelle religioni misteriche. E il sangue del morto non è dedicato a divertire, a spaventare o ad ammonire gli uomini che vivono premono leggono inseguono e poi dormono, ma è come offerto a una qualche divinità feroce e oscura. Infatti il giallo è la sola lettura che si deve fare con gli occhi e consumarsi in un silenzio interiore, come in preghiera.
«Ho bisogno, sento il bisogno a questo punto; anzi, ho una grande nostalgia in questo momento per un bel caso di omicidio chiaro semplice, senza complicazioni, con tutte le cose al loro posto: avidità, gelosia, denaro, odio eccetera».
È la confessione, che convalida l’ufficialità del ruolo di un commissario di polizia in uno sceneggiato televisivo (certamente non italiano) visto ieri sera. Invece il commissario Luigi Longo, che si muove, vive un poco e poi si uccide nel libro di Manconi e Lombardo Radice non ha di questi rimpianti o di queste impennate del sentimento. Egli è subito volgare, di una volgarità mediana, scontornata, meschina. Alla fine del libro è tale e quale che al principio. La sua inconcludenza è assoluta; privo di sentimenti, contemporaneamente è privo di ogni professionalità. Boccheggia come un pesce fuor d’acqua. Ha solo pochi conati di sopravvivenza o per la sopravvivenza. Per l’intera vicenda si muove a vuoto, secondo un disordine d’atti e gesti senza logica, fino a confluire, a concludere nell’omicidio gratuito, inutile, inverecondo e irritante della prostituta fra i barattoli di marmellata (e più che un omicidio sembra un balletto fra i cristalli).
Allora, che cos’è o cosa vuol sembrare quest’uomo-commissario se non è un personaggio ufficiale o un personaggio esemplare? Risponderei che è, semplicemente, una piccola tragedia d’uomo stretta dentro a un fatto che è presto consumato. È come una notizia d’agenzia che butta un po’ di sangue prima d’essere archiviata. È la storia, come al solito noiosa e inconcludente, di un uomo che deve morire; una storia di pochi giorni, di alcune ore, collocata sotto il segno o sotto il fuoco della morte che viene. La verità (la novità e l’interesse) di questo libro, apparentemente di puro intrattenimento, per me sta nel senso subito recepito di una tragedia personale in agguato; e checi devono essere subito dei morti, ma morti sconclusionati, non catalogabili come tasselli dentro alla storia che si va a narrare. Infatti in tutti i libri gialli la morte, quella morte, è in funzione di un qualche corrispettivo che si inserisce nel congegno del racconto. Invece qua dentro c’è una piattezza o una evidenza che calca subito la mano addosso a chi legge e scuotendolo in modo uniforme lo rende partecipe di un certo affanno che nasce dall’irrequietezza e da qualche dubbio; e che non si calma e non si riesce a definire, a circoscrivere. «Che cosa sto leggendo?» – si chiede il lettore – «là Longo non ci doveva andare; lo so anch’io, prima che mi sia detto, che era inutile; e prima anche che lui stesso se ne accorga. E poi: ci imbattiamo in un’ombra di morto che morto non è eppure sembra un morto morto, un morto importante; subito dopo ecco un altro morto ancora che appare e scompare dentro all’acqua di una fontana.
È tutto un gioco? Appiccicoso e condensato?». Per me, chi ha scritto il libro (Manconi mettendo roba dentro, Lombardo Radice togliendo roba fuori) non ha predisposto alcun congegno, ma proprio per la casualità dell’operazione si è trovato via via a scaricarci dentro simboli cavati fuori dalla propria memoria storica, dalla testa o dal sentimento della realtà ancora surriscaldato; e così di un libro d’occasione hanno fatto l’occasione di libro. Un libro diverso anche disturbante. Legato a un filo come durante una ascensione in ghiacciaio il commissario Longo Luigi nel suo avanzare o procedere verso la conclusione della vita fa franare ad ogni passo frammenti appuntiti di roccia e alza polvere, lamento. E propone un ritratto d’uomo, drammatico nella sua verità; molto caratterizzato nella sua disarmante solitudine. Povero, mal ridotto anzi sbrindellato, pieno di cavillose ossessioni, subito ladro (lui, uomo di legge); indagatore malaccorto, approssimativo quindi assassino scimunito, infine suicida; e dentro a questo mare di ghiaccio un sonno o una sonnolenza continua, uno sbadiglio prolungato, una stanchezza feroce (tutta dentro le ossa): si addormenta perfino in chiesa, questo pastore della legge, mentre è all’agguato. Non sprigiona un solo palpito di simpatia. Sorride poche volte, come in una fotografia per la patente. Butta fuori, proprio come una seppia infastidita, una brodaglia nera che impiastriccia l’aria; impedendo a tutti di percepire i dettagli che lo coinvolgono. Ma dentro a quel buio si sente il battere grosso del suo fiato, il gemito del cuore appesantito per la fatica. In un libro d’occasione è un personaggio ferocemente nuovo, immerso in una poltiglia che bolle; un personaggio che scompare presto senza lasciare traccia. Semplicemente: all’ultima pagina non c’è più. Non è un grande personaggio ma è un personaggio vero. Un uomo probabile del nostro tempo. A cui è destinata una morte possibile del nostro tempo. Con una conclusione che ha molta verità, non c’è dubbio.
Marco Lombardo Radice e Luigi Manconi, Lavoro ai fianchi. Alcuni giorni nella vita del commissario Luigi Longo, pp. 210, Mondadori 1980, Milano, L. 7000.
il manifesto, 6 agosto 1980.


