Super User

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Giovedì, 31 Ottobre 2013 15:52

Il pesce e il pescatore

In un volume dedicato a Lucio Dalla (uno dei tanti volumi) pubblicato nel lontano 1977 dall’editore Savelli nella collana «La chitarra, il pianoforte e il potere» e che raccoglie interventi di vari «così detti intellettuali», ma anche di Dario Fo e di Giovanna Marini, si leggono quattro paginette finali, anzi conclusive, di un Dalla sbrigativo annoiato irritato e pungentissimo; tali che restano ancora, a mio parere, molto interessanti, a distanza di un quarto di secolo, per approfondire (per quanto è mai possibile, mentre il tempo passa via rapido) psicologia, sostanza operativa, direzione riflessiva, fame di sapere e potere, di un protagonista, certamente, dello spettacolo musicale italiano, e non solo; di un protagonista, aggiungerei, non limitato o confinato esclusivamente nel campo della musica leggera; della canzonetta. Dato che Dalla è persona complessa più che complicata; meritevole, aggiungo, di essere seguita, in parole dette e fatti musicali conclusi, nel corso ormai di tanti decenni operativi.

Diceva, o scriveva, dunque Dalla in quelle pagine, ripeto, del 1977:

 

A differenza di un libro, la canzone (qualsiasi canzone) è come un sasso: la getti, non nascondi la mano e, se l’ami, le corri subito dietro. Correrle dietro significa cantarla e ancora cantarla, ma anche andare a vedere chi, tra il tuo pubblico, la canta, e perché la canta o – se è muto di cuore e di occhi (poverino) – perché la canta ascoltandola (c’è chi fa così e anche così può essere bello). È proprio nell’essere solo a correre dietro alle mie canzoni che per strada è nata la mia solitudine professionale, ed è sempre per strada che ho scoperto da tempo che a parlare, discutere e pontificare sulle canzoni sono sempre quelli che meno le usano e meno se le scambiano, che meno se le mettono in testa al posto del cappello e ai piedi al posto delle scarpe; insomma, sono quelli che non le ascoltano o comunque non ne sentono il bisogno.

 

Ben detto, ma certamente non vero, oppure vero solo in parte o non vero fino in fondo; ma anche in questa replica conclusiva, ripeto, impera una ironia irritata, direi anche impietosa, che è una dura costante, dietro il sorriso amabile, di questo interessantissimo artista.

Il quale continuava, poi concludo, dicendo (o scrivendo) che invece lui di canzoni ne aveva estremo bisogno, e non solo perché le canzoni sono il suo lavoro e di queste vive, ma anche perché le usa e usa quelle degli altri, senza ragionarci troppo sopra, prendendo quel tanto o quel poco che c’è in una canzone; e senza per questo sentirsi un ritardato. L’argomento canzone essendo diventato una palestra per diverse categorie di persone, dai mitomani agli artisti delusi agli intellettuali sottoccupati ai politici deliranti che parlano con la mano sinistra chiusa a pugno e la destra con la spada della verità. Prova ne è che in molti interventi, eccettuati Fo e la Marini (addetti ai lavori, compagni e militanti da anni), è costante, e politicamente inquinante, la grave disinformazione sull’argomento canzone, sui suoi spazi reali, sulla sua storia e sul suo peso politico all’interno della nostra società; società che tra cambiamenti e mutazioni sta trasformando anche la canzone.

Certamente; ma riconoscimento, dovuto, di una esplosione in corso di tutti gli strumenti tecnologici e linguistici della comunicazione, e la cui prepotenza si cercava da più parti (anche da parte dei così detti e maledetti intellettuali) con stimolante partecipazione di intendere, decifrare, ridefinire e ricollocare; fino ad arrivare da parte di qualcuno alla utopica ma provocatoria convinzione e affermazione che anche con una canzone si poteva cercare di partecipare alla giusta ed equa trasformazione del mondo; con giusta necessaria ironia ma anche con giusta necessaria e motivata insistenza (il processo faticoso e denso in atto, richiedeva anche, fra tantissime cose, canzoni buone giuste e vere).

Proprio come il sasso nella metafora di Dalla, ma immaginandolo da Intifada e non già da solitario scorridore sull’acqua, o fra le braccia di un pubblico pagante. Ma, ecco, sono beghe che sembrano, e tanti sentono, lontanissime; anche se tuttora volano in aria sassi per cercare di rifare questo orribile, o indecente per avidità e supponenza, mondo occidentale.

 

Dalla si può intanto, e subito, riconoscere come detentore di una grande vibralità mentale, culturalmente molto coinvolgente; una rara sensibilità per fiutare e catturare le innovazioni, che il nostro tempo ossessivamente propone, e per inserirle nella propria trama operativa; per comunicare tutto al pubblico non passivo a cui si rivolge; a cui intende rivolgersi. Non passivo, perché si aspetta da Dalla non tanto qualcosa di nuovo ma qualche non banale sorpresa. Un pubblico che si compone e si scompone a ogni occasione; un pubblico svariato. Non è il pubblico di Vasco Rossi, non quello di Gianni Morandi, ma le frange articolate dell’uno e dell’altro magari, poi altri provenienti da tante direzioni diverse. Un richiamo che si distende sulla pianura. Infatti Dalla, ripeto, è quasi inesorabilmente fornitore, in ogni occasione, di meraviglie; come un vorticoso Fregoli della canzone. Ballicchia con un cappello in testa e scuotendosi un poco ed è subito credibile, riesce godibile; canta sommesso o canta spiegato, con acuti tenorili («Con la voce posso fare ciò che voglio», ha appena detto in questi giorni, «la voce per me è veramente uno strumento»), suona il clarino («Con Chet Baker, per esempio, feci un tour di un anno… Suonai con Danny Richmond, il batterista di Mingus, suonai con Eric Dolphy, suonai con Mingus stesso. Ho anche avuto modo di suonare con Bud Powell; non dormivo mai, in quel periodo. Il mio mito in assoluto è Keith Jarrett, poi Coltrane e Davis. Ho suonato anche con Petrucciani, mi sono molto divertito… Il jazz mi ha molto influenzato. Essendo io musicista e non solo cantante, il mio canto è molto legato alla strumentalità»).

Dov’è dunque mediocre, o anche solo normale, Dalla; che essendo umano avrà pure qualche momento, qualche zona d’ombra; qualche trapasso di scontatissimo disorientamento? Fra ormai quasi quotidiane celebrazioni?

 

Ora, a proposito del suo rapporto col pubblico, ha appena detto che poco dopo gli inizi della sua «carriera», per una serie di diverse circostanze, scoprì l’aspetto divertente, ludico e anche appagante del grande pubblico. Ludico, dunque; divertimento reciproco, beneficio da dare e da ricevere, un simposio di simpatia; che gli consentono, o gli suggeriscono, ogni genere, ogni modalità di legittime o improvvisate sconsacrazioni.

 

Poi per me non esiste una musica esclusiva. Io credo in una musica totale dove tutto viene rappresentato all’interno di sé. Non sarò mai un integralista.

 

Questo, fuori di dubbio, è il momento dei grandi rumori, direi dei rumori totali (quelli che non concedono tregua, che bombardano); e il proliferare dei suoni tumultuosi ha derattizzato il silenzio e ha detronizzato l’orecchio per ascoltare; il quale dunque, per ascoltare, deve essere anche suonato. In altre parole, non può restare passivo ma invece in ogni modo partecipe. Deducendo quindi con lucidità, anche al seguito ormai di una lunga esperienza e di un lungo esercizio di lavoro, Dalla non si nega più ad alcuna esperienza nuova, pesante e pensante. A Verona, il 24 giugno 2001 «con Franco D’Andrea torno al jazz, il pop è solo lavoro».

Non dico la mutevolezza o l’incostanza di Dalla, ma l’ubiquità intelligente e fuori da ogni linea d’ombra; un’aggressività attenta che gli consente ogni consecutiva e rapida, alle volte molto rapida, mutazione. Mutazione, non trasformazione. Passaggi rinnovati, come salire su gradini freschi di marmo. E questo si può andare a riscontrare, credo bene, esaminando la progressione del suo lavoro discografico e del suo lavoro testuale, il Dalla autore. Il Dalla superatore, vincitore direi, dei traumi magari anche segreti della «solitudine professionale» (1977).

 

Dal 1964 (anno della prima canzone) al 1977, Dalla lavora e conclude prevalentemente in compagnia, in una collaborazione diretta; ed è poi soprattutto cantante. Il 1964 è quindi il momento dell’esordio ufficiale, con una canzone conclusa insieme a Gino Paoli.

Non è una canzone, subito, da poco. Amore e morte, dentro un episodio che arriva al dramma trascinandosi dietro una sorta di tenerezza risentita e quasi una sbalordita incertezza. Mi arrischio a stendere queste poche precise parole riassuntive e specifiche, pur temendo i riscontri magari amabilmente irritati dell’autore che, come ha più volte detto o scritto, non ama, non desidera proprio, non ha interesse a essere frastornato da intemperanze riassuntive, le quali alla fine risultano essere solo fuorvianti sofisticherie. Ma ecco l’avvio della canzone appena citata, Non sono matto o la capra Elisabetta:

 

Fu di maggio su quel ponte

il fiume aveva i tuoi occhi c’era Luigi

c’erano i miei guai

allora presi un sasso e in due ore lo ammazzai.

 

È una canzone collocata sulla porta d’avvio, ma ha già il segno della movimentata insofferenza umana e artistica di Dalla, sempre proteso in dinamica tensione a fare e disfare, ascoltare e anticipare.

Dopo e nel complesso di quell’ampio arco di tempo, a mio parere, Dalla centra tre canzoni esemplari, direi pietre miliari iniziali del suo lungo cammino, con la collaborazione di Baldazzi, Bardotti, Reverberi per Il cielo; della Pallottino per 4/3/1943; e di Baldazzi e Bardotti per Itaca.

Fin da adesso, all’inizio, poi quasi sempre per la lunga serie delle sue canzoni, per Dalla ogni avvio stabilisce precisa tende a chiarire e dà un supporto strutturale di saldezza allo svolgimento testuale. E se vogliamo, per un momento, questi inizi possiamo anche avvicinarli e confrontarli, per avere, se possibile, una conferma a questa convinzione.

 

Il cielo.

Il cielo

la terra finisce e là comincia il cielo

lo guardo

ed anche stasera fa pensare a te.

 

Una concretezza visiva; leggendo (o ascoltando) sono già (subito) coinvolto da una minuta proliferazione di dati narrativi che inducono immediatamente a una aspettazione. Come se l’artista, cantando, narrasse; oppure, se vogliamo rovesciare il lemma, narrasse cantando; promettendo o annunciando qualcosa ancora a seguire. Intanto, suggerisce solo dei dati iniziali e lì li dispone.

4/3/1943. Questa canzone, con gli otto versi di avvio che sono subito una emozionante enunciazione di dati, è di certo un capolavoro, una storia di verità struggente e reale narrata con epica semplicità; e per me, con Caruso, uno dei due piloni portanti del grande cavalcavia che collega tutto il lavoro di Dalla fino a oggi.

 

Dice che era un bell’uomo

e veniva veniva dal mare

parlava un’altra lingua

però sapeva amare

e quel giorno lui prese a una madre,

sopra un bel prato,

l’ora più dolce

prima di essere ammazzato.

 

Il testo, asciutto ed esemplare, sussiste anche in piena autonomia, ma rovesciato dentro il tremito musicale, poi, ricuperato dalla voce (la voce di Dalla), emoziona ancora con la sua inesorabile progressione – specie se presentato al di fuori di sagre e sagrette o sagrettone televisive – dicendo una storia che sembra (che può) risalire alle origini del mondo e quindi non avere confini né di luoghi né di tempo né di cuori. La data è come fosse stampata non su un marmo ma sulla pelle, per non essere più dimenticata.

Fu questa canzone, se non sbaglio, il primo grande e giusto successo di Dalla, il quale così si apriva a spallate e con fatica la strada nell’universo dei suoni (dei sogni).

Itaca, infine.

 

Capitano

che hai negli occhi

il tuo nobile destino

pensi mai al marinaio

a cui manca pane e vino?

Capitano

che hai trovato

principesse in ogni porto

pensi mai al rematore

che sua moglie crede morto?

 

Noto che l’aggettivazione, all’inizio di queste tre canzoni, è di una sobrietà rigorosa, essendo tutti e tre i testi accentrati e disposti a stabilire l’ordine e il rigore di una narrazione profonda. La prima canzone, nei versi indicati, non ha aggettivi; tre ne ha la seconda, di una semplicità appena sfiorante (bell’, bel, dolce); uno ne ha la terza (nobile) e non è elencato certo per indorare. La sostanza del racconto, prima di tutto, deve incontrare o deve scontrarsi con la realtà che è in atto; realtà di persone, di passioni mal trattenute, di addolorate nostalgie e, altrove, risate severe.

Comunque, come già detto, in questo periodo prima del suo lavoro direttamente «operativo», Dalla ha già consegnato alla comunicazione cantata il resoconto calibrato e sottile di un percorso narrativo che sarà approfondito, variamente stravolto ma mai contraddetto; ha consegnato la traccia ormai rilevante dei propri pensieri, dei proponimenti e, direi, delle «qualificazioni», cioè il probabile tracciare dei prossimi impegni che, ripeto, fin da ora e con costanza in seguito, saranno sfiorati o contrassegnati da una inquietudine non provocata dall’incertezza nel fare ma da una contratta, direi avida insaziabilità di ricerca, di viaggio, di ritorno o partenza – che gli è amica indivisibile.

 

Continuando a sottolineare leggendo o ascoltando (e lo so bene, con annotazioni naturalmente discutibili), a conclusione di un impegno ultradecennale di un lavoro che gli aveva proposto varie fatiche ma anche, come ho detto, validi risarcimenti, Dalla – fuoriuscendo anche nelle canzoni dal periplo della maledetta ideologia – sentiva ormai l’obbligo, oltre che il forte bisogno, di cominciare a riflettere (a pensare sulle cose e sulle occasioni delle cose da narrare o da afferrare) direttamente. Come uscire dal pozzo di una infastidita minuta insistente angoscia; da un antro di ombre da cui allontanarsi; a quel punto, e nonostante l’approdo di svariati successi (ora non più bastevoli), come una liberazione.

Ed è lì, a spalancare la porta sull’orizzonte del proprio mondo interamente conquistato, Come è profondo il mare.

La canzone è un respiro prolungato buttato fuori dal petto, non per assaporare l’aria che sfugge ma per aprire il cuore; uno scuotimento di tutte le membra, come (lo dico con rispetto) il giovane cane appena bagnato dalla pioggia (un temporale estivo), che entrato in casa, quasi ancora sull’uscio, tutto si scuote con forza gioiosa. È la libertà di dire quel che contava dire, tutto enumerando; in una enunciazione precipitosa, quasi affannosa; di cantare quel che, senza dover niente a nessuno, si aveva cuore e voglia di cantare. Un gioioso vomito esistenziale, quasi feroce; una bandiera sventolata; tanto che la canzone, si vede leggendo, si ascolta nel canto, è interminabile; perché è come la spiegata sottoscrizione della nuova via intrapresa e di ciò che non si doveva, non si poteva più fare.

D’altra parte la canzone – se è corretto intenderla nel modo temporale e approfondito qua indicato – non poteva proprio concludersi rapida e sciolta, ma stretta e avvinta come un appiglio cercato e trovato; da non più abbandonare. E proponendosi come lo spartiacque determinante fra il lavoro già fatto e il lavoro da fare. Un orizzonte aperto. Lo spartiacque? Direi, lì a indicare e segnare, con quel rifluire di lemmi agglutinati, quasi da canto gregoriano, la ritrovata spinta e la rinnovata voglia di mettersi in marcia dopo una sosta inquieta.

Gli anni, basti qua appena un rapidissimo cenno, erano quelli inquieti, e anche inquinati, da ferro e fuoco; e ognuno era giusto che si presentasse, agendo e quindi anche cantando nello specifico, secondo il proprio proposito di mordere o di subire il mondo (quindi vitalità e resistenza, lucida follia esistenziale o savia e cauta aspettazione).

 

Come è profondo il mare, ripeto, è un testo importante, decisivo per Dalla e per la canzone italiana (come Piazza grande, ad esempio).

È un testo importante e di forte «scuotimento» emozionale tuttora; dice tante cose (forse, per la concitazione incalzante, anche troppe) ma le dice rovesciandole su un tavolo o all’aria aperta, per cantarle – e per enumerarle. Sono le cose, in quel periodo che era ancora – ripeto – di ferro e di fuoco, temute osservate patite ma un po’ da lontano, non sulla e dalla strada ma quasi da una finestra, con la curiosità inquieta di poterle osservare ed enumerare con animo più selettivo e rigoroso, invece di essere coinvolti in una partecipazione più complicata e violenta. Per me, al fondo, c’è anche il brivido enunciativo di una tormentata ironia.

Dice forse meglio, contraddicendomi, Baldazzi quando scrive: «Il primo dato che si desume da questi versi è proprio la naturalezza, la felicità dell’invenzione» che a mio parere, invece, assumerei per le canzoni subito seguenti: Treno a vela, Il cucciolo Alfredo, Corso Buenos Aires, nelle quali è già esplicita, già aperta la via di scorrimento verso approdi più aperti, più in luce, raggiunti quasi zufolando (in sottofondo).

Però, ritorno sopra; Come è profondo il mare è una somma di emozioni, anzi è il borderò di tante private e profonde emozioni di Dalla; e comunque oggi si voglia ascoltare e interpretare la canzone, il risultato è fuori dalla norma. Un empito di suoni voce parole che si trasferisce, senza altre mediazioni, all’ascoltatore, al partecipe; all’altro.

 

«Siamo noi, siamo tanti, ci nascondiamo di notte…»

«Siamo galli neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri…»

«Babbo, caccia via queste mosche che non mi fanno dormire…»

«Con la forza di un riscatto l’uomo diventò qualcuno…»

«Poi da solo l’urlo diventò un tamburo…»

«Poi una storia di catene, bastonate, chirurgia sperimentale…»

«Poi non si sa come qualcuno, un mistico, forse un aviatore…»

«Frattanto i pesci, dai quali discendiamo tutti…»

«È chiaro che il pensiero fa paura e dà fastidio…»

«Certo chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche…»

Così stanno bruciando uccidendo umiliando piegando il mare.

 

In quello stesso periodo, in una intervista, Dalla ha detto:

Io amo la realtà anche quando è orribile. Amare la realtà significa presentarla attraverso meccanismi accessibili. Significa trovare in ogni momento quel barlume di ottimismo che ti aiuta ad andare avanti pur continuando a osservare, a tenere gli occhi bene aperti sul mondo. Vedere il lato buono in ogni cosa è una conquista che costa fatica.

 

È proprio divincolandosi dalle varie e opposte necessità che coesistono nella preparazione, nella invenzione, nella riflessione e nella conclusione operativa di una canzone, che Dalla (a mio parere) avvia allestimento e definizione, su basi molto rassodate, del proprio futuro. In una successione di opere apprezzate, molto apprezzate, applaudite, applauditissime. Fino al 1986, l’anno del secondo capolavoro, Caruso; una canzone che contiene la forza travolgente, l’intima contenuta violenza mescolate con una tenerezza indicibile (altrimenti) alla nostalgia del ricordo; di un ricordo.

 

Dal 1977 al 1986; dieci anni di canzoni (e di testi) che si possono raccogliere in una fitta catalogazione, e in una progressiva trama di consensi, spesso di autentici successi e pubbliche celebrazioni. Tanto da adombrare questo lungo periodo esistenziale e di lavoro come un percorso fascinoso e interminabile ma in pianura, senza più ardui intoppi.

Nel 1984, in un articolo su «Il Corriere della Sera», parlando di Dylan, Dalla concludeva:

Ha fatto altri dischi bellissimi, ma privi di quella lucida lama di coltello che è l’inquietudine. Si ha l’impressione, ascoltandolo, che possa fare tutto, che sappia fare tutto, che ormai riesca con la malizia dell’intelligenza a prevedere tutto. La guerra, il mondo, la fine del mondo… Io una volta di più dico a me stesso che, pur non essendo niente, senza rimpianti e senza voltarmi, io vedo un mondo dove il giorno e la notte, l’acqua e il fuoco, vivono insieme, dove l’inevitabile può essere evitato e l’impossibile vicino è a portata di mano come il campanello di una delle nostre case… Immaginavo le canzoni scivolare dentro e fuori la radio… Mi divertiva pensare che le mie canzoni capitavano in mani così diverse, magari di gente di Bolzano e di Crotone… Per far questo ho cercato di annientarmi, di decodificare quel poco d’ufficiale che m’era rimasto… Per esser come loro, per capire le loro felicità e le loro delusioni…

 

Poi nel 1999, alla fine, con riferimento all’uscita del nuovo album Ciao, ha detto:

 

Io non so più qual è il mio lavoro: sicuramente non è quello di fare il cantante e basta, anche se sono orgoglioso di fare il cantante…

 

A questo punto, verso la conclusione e per non fermarsi su altre considerazioni, che in ogni modo non verrebbero aggiunte per modificare la lettura fin qui proposta; e dato atto a Dalla dei grandi successi e di alcune riflessioni fra le tante da lui enunciate negli anni (oltre all’insistenza, più recente, sulla volontà, sul bisogno di rinnovarsi e di confrontarsi con le infinite realtà della strada e degli uomini); a questo punto, verrebbe solo da sottolineare che sembra abbia perso la dimestichezza, o anche solo un qualche rapporto, con il brivido dell’errore. Non il timore per l’errore ma l’errore reale, che per un momento ferisce, che immette per un rapido passaggio il veleno nel sangue. Detto più semplicemente: per un momento, e adesso, gli manca addosso, nel fare, l’ombra o il gelo millimetrato di un rigore, un calcio di rigore, mancato. Ad esempio, come il rigore di Baggio, nella finale del campionato del mondo. Era sotto gli occhi di tutti, campione acclamato, ed è franato sui carboni di fuoco di un calcio di rigore. Poi tutto passa, si scorda e quel che più conta, quell’uomo con la maglia azzurra è tornato uomo fra uomini, non è più un dio alto sulla luce. Non è più il transatlantico che procede con le luci accese sul mare notturno. Sbagliare un rigore non è la fine del mondo; Baggio, con gli occhi umidi, è tornato più bravo di prima. Occorre, ogni tanto, stringere di nuovo e più forte, nella mano che si era allentata, la diversa verità che avanza, la vita che avanza, che vuol procedere inquieta.

Dopo, o insieme, ancora cinquant’anni di applausi, consensi, a non finire. Anzi, cento anni. Dopo quel rigore, quella palla all’incrocio dei pali, quel soffio che appena li sfiora.

 

P.S. Aggiungo in calce, dopo avere ascoltato qualcosa del suo prossimo lavoro:

 

Poi, vedilo lì Dalla, che più che calciatore si fa pesce; il Dalla che guizza in acqua, che balza sulla riva e sembra neanche appeso a un filo, che boccheggia e ansima cercando con gli occhi, avido di vedere il mondo… pesce di mare o di lago che anche sull’erba non sta tranquillo un momento… guarda, dice «Ti amo, pesciolino» e rivola nei flutti, ricordando bene tutto quello che ha visto nel rapido tragitto…

Ecco perché spesso si ha l’impressione che piuttosto sia lui, pesce, a pescare il pescatore. Approda, si ributta, mai stanco, mai stanco, mai stanco. Questo si!

 

 

 

 

 

Martedì, 22 Ottobre 2013 14:20

Prova scritta d’italiano

Mi provo. Non a fare commenti o chiose ma a fare sul serio uno svolgimento cadauno dato che l’esame di maturità non l’ho dato perché c’era la guerra. Allora noi abbiamo avuto un calcio e via. Ma adesso?

Per il terna numero uno, di Calamandrei, vien subito da dire che Calamandrei era un uomo esemplare e che anche questo suo pensiero non fa una grinza. Sicché lo svolgimento sarebbe secco e breve: sta bene! È vero! E poi? Mi sbrigherei con due affermazioni e una interrogativa diretta. Quest’ultima ingloberebbe una riflessione: il sottoscritto studente ritiene che le frasi esemplari dei grandi e giusti uomini del passato finiscano nei cioccolatini o nei compiti in classe: ivi comprese quelle di Cartesio o di Kant. Figuriamoci le frasi sulla democrazia! Però Calamandrei diceva ma faceva. Adesso ci sarebbe bisogno di altre voci in altre stanze che dicano e facciano. Senza tanti arzigogoli.

Per il tema numero due la partenza è analoga. De Sanctis non si discute, è un uomo che diceva e faceva. A leggerlo viene il brivido. Ma bisogna avere molto più di vent’anni per capirlo. Come Calamandrei, De Sanctis è scrittore anzi è autore per letterati, per soldati all’addiaccio intorno al fuoco, per gente che ha le mani strette a un fucile: o lo ha appena appoggiato sul tavolo. Calamandrei è lì dentro la Resistenza; De Sanctis è lì dentro al meridione mentre questa povera Italia smilza smilza qualcosa faceva per ricucire la pelle. A parte Pellico che mi sta antipatico, nessuna obiezione che Foscolo, Parini e Manzoni stiano nelle mani splendendo come Napoleoni d’oro (o sovrani di Francia). Però nel senso del tema credo di capire che si vuole insinuare il seguente, estrapolando dalla pagina desanctisiana ben più raffinata e irta: che uno può essere sotto mille stelle diverse ma purché scriva cose importanti la differenza non conta. Decidiamo pure che non conta essere di scuola romantica come di scuola classicistica, come non dovrebbe contare oggi essere dell’avanguardia più spinta, della mezza avanguardia o di nessuna avanguardia; oppure della parola innamorato o della parola recalcitrante; dell’impegno disimpegnato o del riflusso impegnato; oppure alla ricerca degli scorfani del passato seguendo la fame che contorna la pagina di valorosi autori dell’anno Ottanta. Ma su tutto insiste la seguente domanda che non è stata fatta: perché Manzoni Parini Foscolo erano moderni! Cosa facevano e brigavano! Le Grazie non rompono? I Sepolcri non rompono? I Promessi Sposi non sono una lagna quando si è giovani giovani? Non è meglio Lou Reed o Bob Marley o l’ultimo libretto di Bucowski? Foscolo, Parini, Manzoni dovrebbero per legge essere letti nella loro straordinaria attualità in età più matura. Quindi concluderei, mi sta bene per i tre grandi e per il piccolo con gli occhiali ma quel che moderno non è, in mezzo ai tre, è la scuola italiana vecchia e sbrodolosa.

Passiamo al tema numero tre per il quale presto detto: l’interventismo è nel senso risaputo di “diamoci dentro a questa guerra che ci farà grandi”; il neutralismo nel senso di “ragazzi badiamo al sodo non siamo mica micchi, se c’entriamo non batteremo un chiodo”. La cosa fu poi dimostrata, ancora una volta in una terza maniera col teorema che ogni guerra, in qualunque stato, è sempre e solo immonda; che i morti sul campo non sono coperti di gloria ma solo di una rabbia tetra e di lacrime dure che passano di filato dentro la terra. Il tema si poteva svolgere in poche parole, dicendo che da qualunque parte guardi la guerra, la parola è una sola: merda. Per due volte in questo secolo ci hanno fregati. La terza non sarà più possibile perché stiamo non con gli occhi aperti ma sbarrati. Per il quarto tema me la sarei cavata in poesia: Borromini architetto / Bernini scultore / Ma su tutti Marietta Masi / che si è uccisa per amore.

Il quinto dovrebbe avere una risposta concitata e declamatoria: i fattori che incidono sono quelli dello stipendio. Se è pagato, l’insegnante viene a scuola altrimenti si dà ammalato. D’altra parte l’alunno, anche se l’insegnante si impegna, finge di dormire: perché le parole, li dentro all’aula, volano come calabroni e sbattono contro i vetri.

Il tema sesto sembra bandito da Giscard d’Estaing per una infornata nella burocrazia francese che andava a fare pratica con i negri in Africa fino a vent’anni fa. Ma quale professionalità, se la scuola non condisce nulla. Se lo specialismo si è rifugiato nelle scuole private e sofisticate nascoste dentro parchi antichi e difese dal numero chiuso e dai cani lupo? Per le arti applicate, al tema settimo, c’è l’argomento dei centri storici. Sono lì a fare che? Lavati col sapone di Marsiglia, tutti in mano alle consorterie varie, banche immobiliari industrie. Alla sera ogni finestra si chiude e il centro sembra la Certosa comunale; con qualche lumino sulle tombe più importanti. Cosa avranno scritto i bravi giovani? Consegnato il tema, i ragazzi rientreranno nella vita, ben più varia, mortificante, straziante o esaltante di quanto le omelie proposte all’esame possono suggerire. Uscendo dalla scuola, infatti, si deve prendere sul serio a fare i conti il reale. Lo stesso accadeva ai miei tempi.

 

 

 

il manifesto, 4 luglio 1980.

 

 

 

Giovedì, 17 Ottobre 2013 12:35

Le duemila parole

Vi decido a scrivere un’annotazione semplice semplice; però il lettore, anche amico può benissimo saltare il presente articoletto che è poco importante; anzi, pregherei che lo facesse, questo salto; lasciandomi solo dentro ai miei piccoli umori. Almeno una volta credo che a chiunque sia permesso parlare di una faccenda privata; d’altra parte riconosco che il discorso viene svolto in pubblico, in un angoletto di questo giornale caro carissimo, quindi è giusto dichiarare, in aggiunta, che l’atto è compiuto per una necessaria anzi inevitabile pubblica mortificazione. Così dopo non ci penso più. Mi scuso inoltre con chi potrà giustamente ribattere che in tempi difficili non ci dovrebbe essere spazio per le beghe private di un vecchio matto.

Ecco come stanno le cose (d’altra parte delucidate da me medesimo ogniqualvolta si è dato il caso di ricordarle): i miei libri a stampa, tutti sono andati di filato al macero, trascinati via come le carcasse delle auto nei grandi parcheggi degli sfascia carrozze di periferia; e nel macero andavano a impiombarsi dopo che ne erano stati ceduti sempre e soltanto non più di un centinaio, compresi nel numero anche quelli per il babbo, la mamma, il fratello, le sorelle Franca e Rita, mia moglie, mio figlio. Non più di cento, mondo cane. Pochini insomma, anche nel peggiore dei casi; tanto da convincermi che un po’ di gente intorno non sapevo ramazzarla e che il pubblico non c’era perché non sapevo e non trovavo il modo di interessarlo, quindi non si concludeva nulla. Ne deducevo che il mio messaggio (come si dice) fatto di parole scritte non arrivava alla gente per la ragione che io ero involuto, noioso e ciuccio. Stop. Naturalmente, abbastanza autoironico e credo abbastanza vitale dentro alla vita che fugge, mica ci morivo dietro a questa conclusione. Mi rassegnavo a scarabocchiare i miei quaderni in santa pace quando è uscito un libro dalle cui pagine ho creduto possibile si potesse capire qualcosa di più critico e specifico sul mio ansimare in salita e sul conseguente scivolare sui sassi; mentre gli altri diobono li vedo sforbiciare via senza sudore in fronte, lindi e pinti che fanno invidia.

Il libro, nuovo ma non recentissimo, è quello di De Mauro, pubblicato dagli Editori riuniti nella collana “Libri di base” con il titolo Guida all’uso delle parole e con un sottotitolo molto ghiotto: Come parlare e scrivere semplice e preciso. Uno stile italiano per capire e farsi capire. Era ciò che mi serviva e l’ho letto subito; soprattutto ho spulciato e controllato il vocabolario fondamentale di 2000 parole compilato sulla schedatura del Centro universitario di calcolo elettronico dell’università di Pisa. Sono, queste, le parole che risultano più usate e frequentate nello scrivere e nel parlare; quindi nel testo di De Mauro, insieme ad altre 3690 parole meno frequenti e riportate in corsivo, sono stampate in un neretto che incanta. Beccaci, sembrano voler dire; serviti pure e scrivi come dio comanda, se hai voglia di aumentare la pattuglia itinerante dei tuoi quattro lettori. Per cominciare a imparare, tenendo questo libro aperto sul tavolo, ho preso la copia dei miei I diecimila cavalli – un romanzaccio faticoso e stralunato che mi è caro – l’ho aperto a caso, ho messo un dito su alcune righe e ho cominciato a compitare; leggevo e controllavo parola per parola. Nel confronto, mi aspettavo di trovare che la mia pagina fosse fuori uso per oscurità peso o doppiezza, così che in seguito mi sarebbe bastato badare alle tabelle per registrarmi e per sperare una sorte migliore. Se niente coincideva fra le parole che usavo e quelle segnate in neretto nel libro, i conti tornavano; bastava cambiare cavallo. Invece l’esempio mi ha buttato a terra e mi ha cavato il fiato. Testo del sottoscritto: Marcho Marcho e Fraulissa si rimettono in marcia per la strada, una delle tante (il mondo è grande) che salgono scendono con giravolte verso il paesotto lassù (siamo nel paese del limoni) che è in sfacelo, tutto segnato sulla pelle dalle rughe del tempo. Sulla base del vocabolario fondamentale riportato da De Mauro avrei dovuto scrivere: Marcho Marcho e Fraulissa si rimettono in moto per la strada, una delle tante (il mondo è grande) che salgono scendono verso il paese lassù (siamo nel paese dei limoni) che è mezzo crollato, tutto ferito sulla pelle dalle rughe del tempo. (Le parole evidenziate in queste ultime righe rientrano fra le 3690 segnate da De inauro).

La differenza è poca, è appena un soffio; non cambia niente. Credevo di essere astruso e invece sono chiaro chiaro come un pulcino. Concludo che il difetto è nel manico. Nel manico. Se potevo sperare di migliorare un poco e progredire solo cambiando registro (nonostante l’età), partendo dal controllo attento di questo aureo libretto, adesso mi tolgo le residue illusioni e mi decido a spezzare la biro sul ginocchio. Ritornerò dentro a più modesti mestieri (sentieri). “Nessuna perdita per la letteratura” sento già qualcuno che mi alita sul collo. Pazienza. Ma dovevo dire la cosa e l’ho detta. Grazie.

 

 

 

il manifesto, 31 ottobre 1980.

 

 

 

 

Si prepara a Bologna un meeting politico in piazza Santo Stefano per il pomeriggio del giorno 4 giugno. I lettori de il manifesto sono stati informati da una notizia abbastanza dettagliata. Adesso, e nei prossimi giorni, i termini di questa azione andranno stabiliti e controllati al fine di raggiungere una conclusione con qualche utile risultato. Ma in questa sede mi preme soprattutto discutere ancora un po’ i termini generali di questo progetto, che è appoggiato da molti ma da parecchi è anche criticato.

Vediamo in due parole, per l’esattezza, di calcolare i consensi. Ritengono giusto, anzi ritengono tempestivo questo proposito se si considera la noiosità e l’ovvietà di tanti, di troppi comizi; di tante, di troppe, tavole rotonde a più voci; di tanti, di troppi incontri televisivi con o senza le gazzette preopinanti. Di tante parole al vento. Badando anche alla patologica mancanza di un linguaggio politico aggiornato; e alla assegnazione senza grinta stampata sulla faccia di quasi tutti i candidati. Dicono: adesso è giusto, anzi necessario, mettere in moto qualche forma diversa di incontro, che permetta non tanto di parlare ma di discutere gli uni con gli altri e che metta a contatto diretto, senza altre interferenze, quelli che fanno politica con i cittadini che la subiscono; e che dia finalmente non solo la prima ma anche l’ultima parola alla gente comune, costringendo il personaggio ufficiale, se è presente, a tacere o a difendersi o a prendere non tanto appunti ma impegni precisi su domande precise. Però non solo questo, aggiungono. È altrettanto importante che fianco a fianco sulla stessa pedana rialzata, e in mezzo alla gente, ci stiano la sinistra storica (i rappresentanti della sinistra storica), e i gruppi della sinistra extraparlamentare. Così gli uni potranno – se ci riescono – e col conforto di una udienza allargata, rovesciare tutte le possibili obiezioni appoggiandole a ogni genere di argomentazione – purché restino sulle cose; gli altri dovranno aggiungere altri elementi alte linee del programmi concreti e completi già esibiti, allargandoli magari o modificandoli con altri problemi che premono. Droga, sesso, casa, università, anziani: nessuno potrà scherzare né eludere la sostanza, se pungolati dalla necessità della gente partecipante, che ha bisogno di ascoltare verità vera avendo delle necessità urgenti; spesso terribili.

Ma, come no detto, c’è chi è contrario; e niente gli va bene. Alcuni dicono così: io non voto proprio, sono schifato di tutto, non vedo perché adesso dovrei lasciarmi coinvolgere da questa manfrina solo spettacolare. Gente o non gente, saranno i partiti tradizionali alla fine a ricucirsi addosso la stoffa migliore e in vista proprio delle imminenti elezioni; agli altri resterà il regalo di un fazzoletto che basta per soffiarsi il naso. E poi: sarà naturale che il Pci si mangi la torta più grossa visto che c’è in mezzo. Sono marpioni furbissimi; e sentono sul collo il fiato delle elezioni: gruppi di opinione, centri culturali, raggruppamenti politici minoritari; capiterà come sempre; gli prestano un orecchio il giorno prima del voto e chiudono ogni pertugio il giorno seguente, quando i giuochi sono stati fatti. E vanno avanti a modo loro con un arrivederci al prossimo quadriennio.

A questo punto io vorrei ribattere che il gruppo di queste obiezioni anche se ha qualche ragione di vero è troppo parcellizzato e non concede realisticamente alcun aggancio colle necessità urgenti della gente. Mi sembra un poco più «utile» l’altra obiezione formulata così; ci pare che un incontro di questo tipo, tre giorni avanti l’8 giugno non debba restare limitato in se stesso, e non abbia speranza di crescere, di servire, di ribaltare le trentennali esperienze di un potere che non vuole cedere il campo ed è abituato a concedersi e a prestarsi solo in certe occasioni e a determinate condizioni. A noi, alla fine, che cosa resterebbe di diverso del solito?

Tuttavia dal mio punto di vista c’è un errore da una parte di queste obiezioni e dall’altra. A mio parere una verità che sia utile sta nel mezzo e sarebbe quella che dice all’incirca così: smettiamola per il momento di scendere in campo per attribuire in giro fra noi solo e soltanto insolenze o insoddisfazioni, cerchiamo invece di rendere utili noi stessi, per il rispetto che si deve alla gente, definendo meglio le cose e aggredendo i problemi specifici da più parti per arrivare a soluzioni una volta tanto di fondo. Cerchiamo di usare finalmente in un modo attivo anche questa scadenza col proposito fermo che questo modo di incontrarsi non resti un episodio ma diventi una necessità periodica, per tutti. Che ci sia, insomma, dopo una prima (elezione) anche un dopo. Sappiamo bene che l’Italia è sepolta sotto la neve: ma proprio nel radunare i problemi, nell’avvicinarli alla gente e nel discuterli con la gente si concorre al rafforzamento della democrazia. Oggi abbiamo bisogno di tutto e di tutti; questa è dunque una buona ragione e una buona occasione per cercare obiettivamente di aggiungere qualche stimolo nuovo e mordente all’aggregazione invece di concorrere a produrre un dissenso male organizzato, che è vuota lacerazione.

 

 

 

il manifesto, 30 maggio 1980.

 

 

 

Vent’anni fa, anzi, più precisamente, il 1961, feci il mio primo e modesto commento al documentario di un amico e regista esordiente, Carlo Di Carlo, intitolato la menzogna di Marzabotto. Questo cortometraggio, che mi commosse profondamente mentre si faceva, era stato voluto e promosso dallo stesso comune di Marzabotto, dal suo sindaco, dalla sua giunta, come una prima risposta, intanto, a un libro dello scrittore Lothar Greil, appena pubblicato inGermania con il titolo «Die Lüge von Marzabotto»: la bugia, la menzogna di Marzabotto. In quelle pagine, che adesso dovrei andare a cercare, si sosteneva in generale che gli orrori e le stragi accadute a Marzabotto erano una invenzione della resistenza e della sinistra italiana; e che lì (ripeto: in quei luoghi stupendi del primo appennino bolognese, popolati da gente libera e fiera), lì era avvenuta una normale azione di guerra, con normali conseguenze di guerra; e che la tragedia intorno era una aggiunta inventata a cui non si doveva prestare fede. Non si doveva prestare una fede storica, una fede basata sui dati e sui fatti – che sono quelli che contano. Ricordando questo voglio solo far notare, se mai fossenecessario, che periodicamente il problema di cancellare Marzabotto non come sacrario di memorie atroci (però solo di memorie) ma come luogo urlante e perciò sempre vivo di fatti che un popolo intero si porta addosso e dentro al sonno più duro; il problema di cancellare Marzabotto come vergogna e inferno per delegarlo semplicemente a un luogo di domenicale rimembranza era già in atto da allora – e si stava sdipanando con paziente perizia. Fu la replica della comunità compatta che bloccò e continuò a bloccare una conclusioneche era non di pietà e di giustizia ma solo politica e di una squallida pratica politica di alleanze e confronti. Oggi la questione torna a bruciare nelle ferite aperte e piene di sangue. Un tribunale senza faccia, senza nerbo, senza voce, e solo con pochi e rapidi segni d’oro sulla manica stabilisce in una stanza non di dare verità, non di dare o fare giustizia, ma soltanto di legittimare una prevaricazione indotta dal potere ufficiale. Il quale aspettava da anni – dietro anche a interessate premure – l’ora il giorno il minuto dichiudere per sempre una questione che scottava e scotta. Ripeto: in questo atto non c’è giustizia. Anchese ciascuno di noisabene, sulla pelle viva, che non è l’odio che può accontentare i morti. Non l’odio prolungato, non la prolungata persecuzione.

Ma non è di questo sentimento o di altri sentimenti che si tratta nella occasione presente. In queste ore, quello che si deve fare e seguire è capire lo stato d’animo della gente di Marzabotto e accogliere senza ombra di dubbio l’obiezione prima che, a nome di tutti, ha espresso il sindaco, cioè che solo deputato a stabilire clemenza o inclemenza, perdono opena, libertà o detenzione è il popolo; e che a lui solo, radunato e interpellato nella piazza del paese, spetta decidere. Reder è un uomo grasso e vecchio più dentro a una tomba che dentro la vita, ma il suo sedicesimo battaglione SS in tre giorni, dal 29 settembre all’1 ottobre dell’anno di guerra l944, da Pioppe a Creda, Roncadelle, Castellino, Cerpiano, Caprara, San Martino, Cadotto, Colulla, Apelle, Sperticano, Ca’ Peguzzi, Steccola, Tagliadazza, San Giovanni Prunaro, spazzando via col fuoco paesi interi, si è lasciato alle spalle 1830 morti. Sabbioni Otello, anni tredici; Sabbioni Adriano, anni dieci; Sabbioni Giovanni, anni sette; Sabbioni Irene, anni cinque; Sabbioni Bruna, anni due; Sabbioni Desiderio, anni settantatré; Sabbioni Gaetano, anni trentotto… per me, nessuno può giudicare del dolore di un popolo se non il popolo stesso.

 

 

 

il manifesto, 17 luglio 1980.

 

 

 

C’è obiettivamente questo stato (e questo sentimento) di blocco e di sconfitta nei fatti e nelle cose – dunque, fuori e dentro la gente – come conseguenza di tutta una serie prolungata di errori e di ritardi; come conseguenza di una mancanza di agilità, di comprensione, di intelligenza politica e metodologica. Quindi che a sinistra la critica sia necessaria, urgente, indispensabile; e che sia indispensabile l’autocritica in atto dura e possibilmente aggiornata alle attuali necessità, mi pare non si possa contestare; se mai alimentare. D’altra parte, l’arroccamento a difesa è nient’altro che una risoluzione disperata e cretina; se è vero è vero che il mondo cambia ad ogni ora. Ma l’autocritica (lavaggio mentale da compiersi sempre non solo per il politico ma anche per il privato) non deve significare il lancio della spugna; né dovrebbe convalidare l’interessato e frenetico gioco al massacro che da varie parti è messo in atto per contribuire allo spappolamento di tante utili e giuste speranze politiche, di tanti gruppi di opinione, di tanti militanti e per concludere alla precipitosa liquidazione di una generazione, di una stagione della nostra vita.

L’autocritica non deve portare a partecipare alla distruzione progressiva degli atti e dei fatti recenti, a partire dal Sessantotto. Dato che è a partire da lì che comincia l’operazione di scalzamento messa in atto dai principi della penna di ogni risma; i quali dicono il Sessantotto progenitore di ogni violenza e dell’attuale violenza e cominciano a dire la classe operaia ricettacolo contaminato da tale lebbra eccetera. Parte da qui la torrentizia pubblicistica autodistruttiva di molti piccoli giovani di allora che sono diventati piccoli uomini di oggi. Con buona pace dei commentatori apocalittici ristabiliamo che l’ultimo decennio ha portato sì lacrime e sangue, ma ha prodotto – dentro un mondo che consumava il vecchio e partoriva il nuovo – straordinarie novità e progetti che portano difilato al nuovo millennio. Su quelle rive, fuori dal blabla lamentoso degli sconfitti della terza Caporetto, si conteranno i reduci e si faranno i conti sul nuovo modo occorrente per cominciare a ribaltare le cose. Se è vero che la rivoluzione è sempre un punto di partenza e mai un punto di arrivo, e se è vero che questa è la tremenda bellezza della vita.

 

 

 

il manifesto, 29 aprile 1980.

 

 

 

Giovedì, 10 Ottobre 2013 11:48

Il cane davanti al fuoco

Leggendo i fondi di prima pagina di questo nostro giornale nei tempi recenti ho l’impressione non tanto implicita ma molto esplicita che gli dei sono stanchi (ed è forse umano che lo siano), ma soprattutto che a questa stanchezza, che può sembrare anche una usura profonda, consegua una sorta di faticoso aspro scetticismo circa la situazione in generale e circa le “sorti progressive” non solo del giornale ma della nostra vita.

Dentro a certi interventi ci sento un livore introiettato che si va disponendo in autoironia, la quale poi altro non è se non il modo – forse il solo modo, per l’occasione – di impacchettare la stanchezza della fantasia politica, delle relative necessarie invenzioni; insomma, della speranza di fare e di riuscire a fare le cose, quelle che si possono fare, quelle che si debbono fare; speranza che dovrebbe essere il lievito, credo che siamo d’accordo, anche nei momenti politicamente tremendi.

Certamente più pieno di interventi, di annotazioni, di articoli specie a firma di nuovi collaboratori giovani, il giornale da mesi – a me che lo leggo – sembra che abbia disperso un bel po’ della sua caratteristica tensione, della sua provocazione minuta tanto stimolante; in quanto adesso le constatazioni tendono a sovrapporsi alle argomentazioni e il malanno di ogni singolo giorno è privilegiato come linea conduttrice nella previsione argomentata del futuro. Che così appare sempre più inquieto, sempre più acerbo e grigio. E sempre più lontano. Noto insomma non tanto irrequietezza, quanto un poco di confusa incertezza.

Pintor, in un suo intervento che rientra nel segno del negativo a cui mi sono riferito più sopra, il giorno 8 aprile scriveva che i traguardi recenti propostisi dal giornale suscitano in giro più solidarietà che partecipazione (in parole povere: più pacche sulle spalle che quattrini); e ricorda che il giornale non vende non solo a tutta la sinistra ma neanche alla sinistra vicina e amica, e che non riesce a superare il tetto patologico nella sua esiguità delle 18000 copie; le quali, come sappiamo, consentono poco o nulla e non rassicurano. Allora? tacere? cambiare registro? ristrutturarsi ancora e ancora? Insomma che fare?

Per continuare almeno a dire o a proporsi la verità in merito al problema, come suggerisce Pintor chiudendo il suo articolo, converrebbe fare un discorso più dettagliato, più realistico, meno inquinato da una insoddisfazione, da una incertezza lacrimosa. Perché il grido periodico, “oh dio affogo tiratemi una corda” noi l’abbiamo nell’orecchio si può dire da sempre e quasi per una scarica della coscienza tendiamo ormai, tutti ormai tendono quasi inconsciamente a rimuoverlo come il grido fra fasullo e scherzoso di “al lupo a1 lupo”. Siamo cioè da una parte sdegnati e dall’altra parte un poco affaticati. Infatti troppo spesso ci viene segnalato che se Il manifesto o Lotta Continua o Il Quotidiano dei Lavoratori sono messi a tacere o devono trasferire la periodicità, la colpa prevalente è di coloro – singoli o partiti – che allungano la resa dei conti della legge sulla stampa, sulla editoria. Insomma, ci hanno insegnato o insinuato che la colpa è sempre degli altri; mai è colpa nostra e solo nostra.

Mentre io credo, al contrario, che se per una volta almeno rivolgessimo gli occhi nelle nostre tasche, rimireremmo proprio un bello spettacolino. Che ci farebbe accorgere intanto che ci sono perfino dei collaboratori de Il manifesto che non comperano Il manifesto. Ma se, lasciando da parte questo dettaglio comunque abbastanza traumatizzante, allarghiamo lo sguardo al panorama generale, un’altra conclusione sarebbe la seguente: non solo l’arco istituzionale della sinistra storica (per lo più) non legge la stampa di sinistra, ma non la legge neanche il gruppo più ristretto e più attivo della nuova sinistra. Dunque i nostri giornali non possono neppure contare sui lettori sicuri, vale a dire su quelli che dovrebbero avere gli stessi fini del giornale. Solo diciottomila acquirenti giornalieri de Il manifesto sono una vergogna non per il giornale ma per la sinistra tutta intera italiana. E questo, senza peli in bocca, dovrebbe essere un primo punto fisso su cui fermarsi. Il quotidiano della città da cui scrivo è Il Resto del Carlino (è detto tutto); bene, i militanti di sinistra comperano e leggono per lo più come abitudine quotidiana questa gazzetta, mentre non leggono, o non comperano, altro.

Per restare sul concreto concluderei dicendo che se non vogliamo trovarci sempre nella peste, ad ogni scadenza, è tempo di rivedere le toppe delle nostre braghe e non stare tanto a sfrugugliare arrotando i denti contro le istituzioni ufficiali. Le quali, come è naturale, smuovono soltanto il loro gioco.

Per me, in questo momento soprattutto, il problema di fondo per un quotidiano di sinistra non è il contributo statale ma è il suo lettore. Il quale lettore manca, latita come si dice; non c’è proprio, nella misura che è necessaria al giornale e nella misura che sarebbe pure necessaria allo stesso lettore. Questo bel tipo di lettore auspicabile ma non in atto è un bischero che ogni mattina s’alza imprecando contro il mondo che è cane e contro tutti i relativi dettagli, poi esce sbattendo la porta e all’edicola si impunta e compera o il quotidiano locale o il foglio sofisticato e rosato. Vedere per credere come se lo legge attento, con gli occhi infossati! È su questo bastardo che, a mio parere, bisognerebbe mettere e mantenere gli occhi addosso e cominciare a lavorare. Cosa vuole? È lì, lo conosciamo, ma cosa vuole, cosa chiede, cosa cerca? E cosa possiamo fare per insinuargli addosso nuovi dubbi precoci e nuove curiosità che lo invitino a partecipare?

Domande gravi e semplici come il mondo; che riconducono al nocciolo del problema; e a cui non si può rispondere solo smuovendo la fantasia per necessità. E il problema generale, molto complesso e urgente, si riferisce e deve riferirsi alla nuova organizzazione della comunicazione. Dopotutto stiamo facendo giornali troppo vecchi; alle volte, anche terribilmente vecchi. Perciò credo, non da oggi, che sia inevitabile interrogarsi in fretta (e poi provvedere in merito) sullo stato della comunicazione nelle nostre file; dato che il tempo delle carrozze verbali o scritte è finito. E qui, o ci si impegna con le nuove tecniche e i nuovi linguaggi, sopportando responsabilmente uno sforzo tremendo, oppure è meglio chiudere bottega piuttosto che continuare a vivere come mendicanti trasandati.

Nel frattempo, ricominciamo per favore a leggere in prima pagina “fondi” meno sul drammatico e più, invece, su una rinnovata o ritrovata linea di battaglia; vale a dire sulla voglia di vivere, di durare, di cercare, di discutere, di progredire (magari anche solo un poco, un poco). Affidandosi, per questo, alle ultime cose superstiti. Perché il mondo, da qualche parte, bisogna pure pigliarlo – in attesa di tempi migliori. Ma tali tempi spettano solo a noi, alla nostra volontà e alla nostra nuova attenzione. E non verranno, almeno non così presto, se prenderemo per norma il borbottare, il lamentarsi, il frignare; questo coacervo di suoni di torbido dolore che immiserisce anche le nostre parole. Che devono invece, come si spera, rinnovarsi del tutto.

 

 

 

il manifesto, 28 aprile 1981.

 

 

 

Lunedì, 07 Ottobre 2013 12:15

Sanremo, e poi e poi e poi

Una risata lo seppellirà. Sì, certo. Solo una risata come quella di Gargantua oggi potrebbe uccidere Sanremo, la canzone di Sanremo, il festival di Sanremo; ormai è disteso sul bagnasciuga con la noia in bikini. E così festival non ne ascolto da dieci anni (cioè dall’inizio degli anni ’70) mentre prima li ho snocciolati tutti, uno dietro l’altro, a partire dal Primo (le ragioni dell’incontro e i motivi della prosecuzione non interessano e non li sto a riferire).

Ma non credo vero, affatto vero, almeno per il periodo dal ’51 al ’70, cioè da Grazie dei fior a Chi non lavora non fa l’amore che – come vogliono i notisti con la puzza sotto il naso – Sanremo sia stata un a polpetta solo per la piccola borghesia rincoglionita (chissà mai perché) e non un fatto, nel piccolo bene e nel piccolo male, popolare.

Lo è stato invece, per un periodo non breve, un fatto popolare. Sanremo molti la vedevano in Tivù ma tanti e tanti la ascoltavano, ancora, con l’orecchio al transistor. E non soltanto i camionisti. Così una più onesta decenza nel valutare tutte le cose nel loro insieme, e anche questa in particolare, non stonerebbe proprio. Come ho più volte cercato di sostenere venendo zittito.

Sanremo è ormai inascoltabile, perché è sfuggita a ogni rapporto (linguistico? sentimentale?) con la gente, dato che è manipolata da una industria rigorosa e tracotante; ma come vediamo, continua tuttavia a strisciare il suo corpo con l’invadenza di un personaggio disegnato da Grosz. Questo spettacolo/incontro non è più dentro le cose e non è neanche completamente fuori dalle cose; non ha la novità dell’astrattezza né il peso della reltà cercata sia pure solo per cantarla. È un magma che prolifera e striscia per la strada. Dunque solo una ghignata torbida e sublime potrebbe annichilirlo, distruggerlo, perchè dalle sue ceneri qualcosa d’altro, meno ufficiale e più attuale, potesse uscire e comporsi.

In quanto c’è bisogno di nuove canzoni, per dire ancora le cose. Di un nuovo linguaggio, di un nuovo suono. Mentre attualmente suono e voce sono inscatolati come la carne, cioè mescolati con una infinità di nitriti e nitrati che tengono a bada i microbi. Sarà Benigni il Rabelais che aspettiamo? Oppure anche lui filerà tranquillo, e rassicurato nella sua verità, come Nunzio Filogamo? Dicono che daranno un premio anche a Cinico Angelini, il patron della musichetta italiana per trent’anni. Dicono che canteranno anche Morandi, e poi Bobby Solo e poi e poi e poi. In quelle sere sarà meglio – ad esempio – riascoltare le poche cose di Ciampi che si trovano in giro (tanto per dare una indicazione con il dito rivolto a casa nostra verso uno molto bravo che è appena scomparso).

 

 

 

il manifesto, 8 febbraio 1980.

 

 

 

Giovedì, 03 Ottobre 2013 16:25

Che Scandalo lo scandalo

Lo scandalo del giorno è forse quello dei tre fratelli Caltagirone? O dei cinque morti a Napoli per l’auto travolta da un convoglio della “Circumvesuviana”? O di Fioroni che smentisce i documenti di Lc? O dei due giovani feriti gravemente perché fuggivano su di un’auto rubata? O perché il ministro D’Arezzo a causa della nebbia ha avuto un incidente sull’autostrada Milano-Genova? O perché a Preganziol in provincia di Treviso il presidente delta Cassa rurale va in carcere per un peculato di 875 milioni? O perché l’intellettuale cerca maggior autonomia come si evince dal convegno di Venezia? O perché ci vogliono anni di battaglie giudiziarie per adottare un bambino senza famiglia? O perché terroristi ormai impazziti sparano ad un dirigente industriale e militante di sinistra nel letto di casa sua?

Sono tutti titoli del Corrierone di oggidì, 11 febbraio 1980. No, lo scandalo è accaduto a Sanremo e il colpevole è Benigni, comico toscano, che presentava le canzoni; e c’è scandalo perché ha scherzato dicendo alla tivù in diretta “Cossigone” e “Wojtylaccio”. A sentire il giornale tutto ciò ha suscitato stupore, proteste, sdegno, schifo. “La ruvida esibizione di Benigni” l’ha definita un alto dirigente televisivo. Il presentatore Baudo ha sentenziato che “l’umorismo è bello quando è universale”. Il giornalista in questione annota che “il linguaggio non deve passare determinati limiti”. Un altro capotivù a Roma afferma “ecco quali sono i pericoli di questi programmi che non vengono registrati”. La suora centralinista della Città del Vaticano esclama “Oh, che vergogna!”.

Insomma, reazioni pubbliche, magari anche controllate o sollecitate, che si potevano ritenere ormai impossibili dentro e da una società come la nostra, al limite del Duemila, spellata da vicende di ogni genere e con tante terribili gatte da pelare. Mi sembra di essere ritornato agli innocui (a sentire tanti) anni Cinquanta, quando il moralista di turno (l’allora ministro o sottosegretario dc Scalfaro, non certo un terrone annegato dentro la ovvietà, la gelosia e a chissà quante altre remore; ma un piemontese tutto arzillo azzimato tirato spregiudicato acculturato) mollava sberle, dentro a un ristorante, a una gentile signora che, con marito e ospiti, era un poco scollata e si arrischiava a mostrare un dito di tette.

Le reazioni di oggi ci spiegano e ci aiutano con un poco di terrore a capire perché non passa il sindacato di polizia, non si fa la riforma della scuola, della sanità, della casa, della magistratura; in una parola, perché non si riforma niente di niente in questa dannata impecorita e cartaimpecorita società provinciale. Che ha nel Corrierone il registratore puntuale delle sue idiosincrasie; e nel clima generale di spari, morti, ruberie infami lo specchio del suo ritorto moralismo. Il quale trova fiato e spinta solo per volgersi contro un maledetto toscano, il quale magari ha il difetto di fare ridere cercando con fatica di essere libero.

 

 

 

Il manifesto, 12 febbraio 1980.

 

 

 

Farei altrettanta attenzione alla differenza che c’è

fra partecipare o dimenticare.

Anche queste cose suggerisce l’esperienza.

O l’amore

 

uccide la speranza per il futuro

chi non si ricorda di un amico

o colui che non ascolta.

Specie quando è chiamato.

 

Grida la carne (come avverte il filosofo

greco al numero 33)

grida la carne: non aver fame

non aver sete non aver freddo.

Ma spera di gareggiare per la felicità.

 

Molte sono le cause per cui un giovane

può voler partire.

Le cause non previste sono quelle

che colpiscono anche l’attesa degli amici.

Noi non siamo qui per ricordare.

Ci prepariamo a partecipare.

 

E dopo, la vibrazione del suono filtrerà dritta

nel cuore della terra

sveglierà antiche avventure

grandi avventure avventure dimenticate

e una improvvisa battaglia fra i giganti

e gli gnomi si scatena sull’orlo dei vulcani.

Non vince il più forte.

Ma chi ha la pazienza di aspettare.

 

Un cavallo di fuoco corre ridendo sulla terra

si bagna nel fiume vola alto nella foresta

dice: preparatevi a vedere cose meravigliose.

I giovani che non sono invecchiati

camminano di nuovo tra noi.

Dispongono le opere.

Tutto deve ricominciare.

Niente è andato perduto.

 

 

 

Omaggio a Demetrio Stratos, La Città Futura, 22 giugno 1979.