Prima dentro, poi vedremo

La presente è in riferimento ai fatti gravi di Parma e muove dal titolo su sei colonne nell’Unità di domenica 4 aprile (Parma: il PCI si interroga “Dove abbiamo sbagliato?”), nonché dal contesto dello stesso articolo; contemporaneamente tiene d’occhio un servizio, sempre di domenica 4, a firma Maurizio Chierici su Il Corriere della Sera: “Inquietudine e manovre politiche a Parma dopo lo scandalo per il Centro direzionale”. È evidente che quanto vado a dire è l’opinione personale di un lettore dell’Unità, sia pure di un lettore attento, che ha seguito in dettaglio tali fatti su un’ampia sventagliata di giornali ma che tuttavia non ha diretta esperienza di cose e persone locali. La mia è dunque un’opinione formata sulle notizie e per questo ne tratto in questa rubrica.

Con una premessa, che non raccolgo per carità di patria ma per obiettività necessaria e autentica: tutto si sta svolgendo sull’ipotesi di cose da fare ma non di cose fatte, cioè di fatti compiuti. E questo intanto è importante anche se nella sostanza l’eventuale dolo non muta faccia e peso. Dunque niente è stato fatto; invece si pensava o ci si proponeva di fare. In conseguenza, stupisce (ma solo il lettore che non sia ideologicamente smaliziato) la fretta di cappi e catene e quel buttar uomini in galera a carrettate. È uno spettacolo. È lo spettacolo del sistema che coglie finalmente l’occasione e l’addenta con una fame a lungo covata. Lo scrive anche Chierici nell’articolo citato: “Oggi il giudice va a parlare con i due in prigione. Perché l’arresto è stato folgorante. Senza neanche la solita comunicazione giudiziaria, né una sola domanda d’uso. Prima dentro, poi vediamo perché”. Naturalmente non si doveva dare agli avversari appigli di sorta, ma ciò che accade non meraviglia; l’arroganza del potere utilizza politicamente i fatti generali e i singoli dettagli, stravolgendoli in ogni senso anche quando essi sono assestati su una parte giusta, figuriamoci quando per qualche ragione offrono gli agganci opportuni per aggredire. Ma questa è una premessa, magari necessaria, perché come ho già scritto non si può usare il “moralismo” per considerare i fatti e condannare le persone (essendo esso l’applicazione di norme di perbenismo privato spesso inquinate dall’equivoco, dalla strafottenza e dalla noia, nonché da una facile superbia); semmai si deve usare un giudizio morale – che è tensione e ricerca della giusta verità – sempre con la determinazione.

Entrando nel merito ho tratto tre conclusioni (limitate alla conoscenza attuale dei fatti) che propongo per la discussione che è in atto. La prima: ciò che è accaduto e sta ancora accadendo è utile e forse si sta dimostrando necessario. Il giudizio sulla perfezione asettica e sull’efficientismo senza possibile macchia dell’Amministrazione delle sinistre, come giudizio globale e generalizzato, aveva finito per congelare in una specie di limbo refrigerato la sostanza autentica dei fatti singoli e delle persone; e mi rimandava all’esempio, non credo affatto sconveniente, di un portiere imbattuto da molte domeniche che si immagina sempre in attesa di prendere questo gol (essendo un uomo ed essendo un portiere), intanto nevrotico e un poco consumato in quella tensione straordinaria.

Insomma: il mio parere era non che non si dovesse sbagliare mai (essendo impossibile, scavando nella realtà delle cose), ma che si dovesse sempre sbagliare il meno possibile e soprattutto che errori e sbagli fossero giusti, necessari, motivati; e che potessero essere identificati e ripresi. Sbagli nella pratica e negli uomini.

Adesso, con Parma, sappiamo e vediamo in concreto che la questione del potere mette di fronte non solo ai problemi proposti ogni giorno ma anche all’equivoco disumano dei vantaggi che esso offre e perciò sappiamo come si possano inquinare anche gli uomini (alcuni uomini) in quanto si lasciano prendere dall’abitudine della sua gestione.

La seconda: affermato che questo episodio (che morde così dentro) a me sembra nonostante tutto molto “utile”, vorrei aggiungere come impressione generale che il Partito lo contrasta e ribatte (in una parola: lo gestisce) con orgasmo. L’onestà che contrassegna la pratica politica del Partito porta a considerare questo episodio come una “tragedia” mentre non può essere altro che un episodio, che deve essere circoscritto, riconosciuto, approfondito e discusso. Sorprende un certo smarrimento, un atteggiamento di inquieta difesa di fronte all’impudenza degli avversari che altro non possono esibire se non un corpo contaminato da mille piaghe. Invece è senz’altro utile e necessario cavare da questa vicenda il massimo vantaggio come autocritica collettiva.

La terza: Parma, come una cartina di tornasole, ha additato le contraddizioni e le parziali incongruenze di una gestione che è risultata, nonostante tutto, verticistica, elitaria, abbastanza autoritaria: e che nelle scelte specifiche ha mancato di lavorare in continuo rapporto con l’opinione e le richieste popolari. I ritardi culturali, di cui parla l’articolo dell’Unità, una troppo limitata partecipazione democratica non solo dei partiti ma della popolazione alle scelte che interessano il futuro della città, sono i segni di una progressiva perdita di rapporto diretto, di uno sganciamento dall’attenzione e dalla critica (continua, insistente e magari fastidiosa, ma quanto utilmente fastidiosa!) che una città può e vuole proporre: sono altresì i segni di un’abitudine al potere, che allontana e intestardisce anziché avvicinare e rendere attenti.

Non fu “una folcloristica lenzuolata” a portare clamorosamente alla luce la vicenda del centro direzionale ma una autentica insoddisfazione popolare di fronte a una palese ingiustizia e a una constatata irregolarità; insoddisfazione che non trovava o non aveva in quel momento altri canali (magari più burocratici), per precisarsi e rendersi politicamente incidente, se non quello che era molto diretto. Se l’attenzione non fosse stata appannata e l’abitudine alle scelte non si fosse ristretta al vertice, questa vicenda non sarebbe esplosa, perché avrebbe assunto da se stessa la propria giusta correzione.

I lenzuoli pittati in piazza hanno parlato sostituendosi ai prospetti patinati che uffici studi o stampa dispongono e propongono in ogni occasione; con gran spreco di carta, con tono per lo più trionfalistico, con un linguaggio ufficiale. Una conclusione generale questa: è giusto cercare sempre, come per fortuna accade in tutte le altre nostre situazioni, di restare a contatto, e a contatto stretto, con la grande intelligenza di vita del popolo: e con la sua straordinaria maturità.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 9 aprile 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 9 aprile 1976
Letto 2564 volte