Super User
La cronaca come racconto non solo di cose accadute
Caro Soglia,
sono molto contento della replica a una mia nota precedente e ringrazio. E vorrei aggiungere: finalmente sono riuscito a ottenere quei rilievi che Cicchetti in una lettera da voi pubblicata sollecitava come provocazione perché questo discorso sulla comunicazione non restasse stagnante o un poco marginale come tenevo e ancora temo.
Allora, per progredire anche solo un poco nella direzione del mio programma, vorrei estrapolare due punti dal tuo intervento e ribatterli se mi riesce e argomentarli per chiarirmi meglio. Capovolgo l’ordine di comparizione e chiamo per primo in aula Il Resto del Carlino.
Confesso che di tale giornale so poco o niente; da trent’anni non lo leggo né lo sfoglio; ho soltanto esaminato in gennaio la pagina di cronaca, per una settimana, allo scopo di compiere quel semplice (attento) rilevamento. Tu che da tanto ci racconti e contrasti le artificiali falsificazioni, le manipolazioni violente, le interferenze subdole del foglio in oggetto sai molto meglio di me che faccia abbia nella realtà dei giorni e quale maschera di volta in volta si adatti per esercitare i pubblici soprusi; ad ogni modo non ho mai inteso di proporlo come “nostro” esemplare.
Ho ribadito la seguente convinzione: dal suo particulare, che è di vendere vendere vendere se è possibile di più per guadagnare di più o comunque per avere (se possibile) più potere ed esercitare di conseguenza una pressione ancora più greve sulla pubblica credulità. Il Resto del Carlino ha adattato strumenti aggiornati di comunicazione, ha cercato e selezionato neologismi, nuovi segni, il fumetto, una utilizzazione stravolta (piuttosto cinematografica e narrata) della fotografia ecc. con questo non volevo sostenere che perciò solo quel giornale è esemplare e che conviene inseguirlo e imitarlo.
Il Carlino lucra nel suo campo e parla nel suo gergo, perché si propone di racimolare un consenso che si tramuti in pratici vantaggi o in un’aggiunta di potere (o di pressione) che aiuti a difendere i privilegi di papaveri farneticanti e della classe al vertice che abbiamo sotto gli occhi. Sostenevo (magari con beneficio d’inventario) che l’adozione di un nuovo linguaggio – più esattamente: il proponimento di rinnovare il linguaggio adattandolo alle nuove situazioni in movimento, tremendamente caotiche eppure sottoposte a uno straordinario anche se disordinato sforzo di rinnovamento – questa adozione è ormai un impegno urgente per allargare l’area della comunicazione; e che è necessario sottoporsi a questo aggiornamento con la stessa (e capovolta) astuzia della ragione, messa in atto dagli avversi facitori di scandali, per mutare la secca pelle.
Facevo anche un riferimento, per la verità, a una certa piattezza risentita, un poco contrastata, che mi pareva spolverasse la nostra superficie.
È vero che le intitolazioni del Carlino le proponevo in un certo modo come efficaci (ma per l’uso richiesto dall’ideologia che illustravano e almeno nelle esemplificazioni che avevo sotto il naso); è vero che riscontravo un particolare controllo nella aggettivazione che mi sembrava non più tanto “consumata” (sempre per l’uso strumentale a cui dette notizie venivano destinate); però ai fini di una disinformazione smontata spolverata rimontata in cui queste intitolazioni acquistavano la funzionalità programmata.
Concludevo sulla necessità generale (quindi per tutti, in ogni settore) di impegnarsi a inventare (mettendo in modo la fantasia linguistica) nuove parole, o le nuove parole; ma soltanto per dare e avere il modo di inseguire e raccontare o contestare la novità dei termini e dei modi di una vita che si va facendo e scomponendo sotto i nostri occhi soprattutto per la travolgente e faticata spinta popolare.
Cogliere questi contrasti e questi scatti – che a me sembrano respiri della società e nei fatti soltanto – è l’impegno di una registrazione che non li intenda più come cronaca nera; ma li raccolga, dicevo, per selezionarli disporli commentarli inventarli (reinventarli) in un grande affresco delle passioni e delle mancanze; e con insoddisfazione; per spezzare e travolgere, con questa persistenza e violenza dell’attenzione, lo specchio di miserie individuali che sembrerebbero senza sbocco e senza storia. Dico miserie private, scatti orribili della coscienza. So che il discorso è complesso e dopotutto farlo nemmeno mi compete. O forse non mi compete se è inteso solo come un proposito o un impegno stravagante; peggio, come una contestazione o un consiglio. Mi può competere come lettore (assiduo) – e il discorso si fa generale – se rifiutiamo la definizione paralizzante della cronaca come cronaca nera.
Ecco il secondo punto della mia replica. Anche il Carlino legge, non può non leggere, la cronaca in controluce: ma la legge con i propri sofisticati vetri antiabbaglianti; mentre chi è ucciso in una periferia anche da moglie o da amico sono convinto che non è diverso da chi è ucciso in un atroce combattimento. Su questo punto non cambio parere. Se Bologna ha meno cronaca di sangue di altre città (di tutte le altre città) sono contento, con la convinzione della ragione; ma purtroppo anche a Bologna in qualche modo si muore, e chi muore per lo più in un certo modo sono i meridionali, quando esplode una loro terribile violenza: in altre parole sono i marocchini, come li definisce il tranquillo, ma nell’antica sostanza perfido, razzismo petroniano.
Dunque se c’è premura di riconoscerlo, ecco che la trascrizione di una cronaca dovrebbe in continuo mordere il braccio sacrificato della emarginazione o della cultura emarginata. Questo intendevo a mio modo; come una richiesta eventuale.
L’Unità, che mi ospita, comporta ad ogni lettura – perché così è il taglio a cui dispone – il coinvolgimento “con” o “nei” cento atti collaterali che si compiono quotidianamente e che anch’io, lo ripeto instancabilmente, ho compiuto con gli altri (perciò sentendomi diretto responsabile) questo è un punto di discussione e non da poco; sarebbe stimolante ascoltare altre voci. Su questa conclusione: la cronaca che viene registrata sul foglio è sempre un racconto non solo di cose accadute ma di ragioni occorrenti e di errori riparati; o da riparare.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 27 febbraio 1976.
Gli specialisti della coscienza
Il resoconto “fantastico” di questa utopia contemporanea che è la rivoluzione tende a diventare, oggi, più affascinante della rivoluzione stessa. Più affascinante e più vera del suo realizzarsi sul campo. Poiché è sognata nella volontà di farla, la rivoluzione intesa come pratica smarrisce l’ordine dei suoi contorni e si perde nell’ingorgo del traffico ideologico, perciò diventa obiettivamente improponibile nelle scadenze immediate prefissate da ogni estremismo. Un sogno della cosa. Comincia dunque a configurarsi come una possibile verità la seguente conclusione: oggi è più efficace, in ogni senso, raccontare “la volontà” della rivoluzione invece di perseguirla; proporla come annuncio di un progetto piuttosto che come un atto che si sta realizzando o si va a realizzare; e questo non per viltà o per pigrizia ma, piuttosto, per una intuizione generalizzata e rinnovata.
È più efficace annunciarla che realizzarla in quanto il linguaggio – nella ricerca di una espressione diversa – è sostitutivo della forza tradizionale, già identificata e così monotona nella sua struttura. Una travolgente retorica dei sentimenti (politici) sta emergendo come un dato determinante sul riflusso delle ultime delusioni e delle recenti contraddizioni.
Si può dire che nella pratica rivoluzionaria lo stile dell’enunciato va sostituendosi alla forza della fede e alla pratica delle armi; e sembra vero che l’utopia della rivoluzione, che si potrebbe altrimenti definire la narrativa delle ipotesi, ha già stabilito una nuova e sperimentata ideologia che consiste nel combattere mantenendo l’impegno di colpire ma usando l’arma della comunicazione – con intero il fascino che esprime la descrizione di un progetto e la suggestione sottile della sua immaginazione. Tuttavia perché questo sia possibile senza ironia, perché possa prolungarsi con una carica sempre rinnovata, occorrono i protagonisti, i personaggi esemplari, i sorprendenti e formidabili “narratori delle cose occorrenti”, quelli che indossano, con una autorità che non esclude la sofferenza, l’abito tragico e mortificante ma sempre disinteressato del moralista. Quelli che Franco Fortini nel suo articolo su Il Corriere della Sera del 2 gennaio ha chiamato: gli specialisti della coscienza.
Dunque: la rivoluzione non e più commentata perché viene fatta o mentre è fatta, ma è raccontata perché è immaginata, con l’intensità di una volontà “fantastica”; è definita con l’arma dello stile; è proposta in anticipo come un progetto delle cose corretto dai sentimenti, come comunicazione delle sue intatte possibilità anziché del suo corrompersi in una realtà improvvisata o stracciata da cento delusioni.
Emerge da questo contesto la figura del protagonista come quella di uno straordinario narratore di miti o come uno specialista straordinario del gioco alto della lingua. Come il nuovo enunciatore, o denunciatore, da una foresta di segni. Il racconto di queste favole utopiche in cui la società è protagonista diretta scopre la realtà e ce la rivela con una immediatezza concreta neppure sfiorata dalle sottili indagini sociologiche o dallo snobismo della cultura sofisticata. Di fronte al sillogizzare incruento delle anime morte, questa rigogliosa utopia insofferente di vincoli è una dinamo che illumina, alimentata da acque misteriose. Allora sì che l’enunciato è già una definizione e la rivoluzione va intesa ancora una volta come una inebriante ricerca di libertà.
Queste brevi considerazioni sono sollecitate dalla lettura del libro appena tradotto per Einaudi Ribellarsi è giusto in cui Sartre è uno dei tre interlocutori di un dialogo prolungato ma in realtà è il protagonista indiscusso in mezzo al crudo bla bla dei rumorosi e generosi compagni di strada – con la sua folgorante memoria storica, la straordinaria tristezza e una giovinezza intellettuale altrettanto straordinaria, in mezzo a grigie nubi.
Inoltre dalla lettura dell’intervista di Noam Chomsky che la rivista Il Ponte ripropone come analisi di un ingegno rigoroso fino allo spasimo e teso a raccogliere e proporre una globalità di giudizio che spalanca le finestre sul mondo e non resta legato a quattro pietre. Infine, dallo scritto citato e da altri scritti di Franco Fortini.
Con una obiezione, o con questa obiezione: procedendo così avanti c’è il rischio di perdere il rapporto con “questa” realtà che è la nostra e di scindere i collegamenti ricominciando ad aggregare al rammarico autopunitivo la giustificazione degli errori – come spesso è accaduto –; dato che chi ha il potere effettivo gestisce in modo autonomo e sovrano anche la maschera di una irritata insofferenza. Insomma c’è e rimane il pericolo di perdere l’identificazione dell’oggetto contro cui rivoltarsi e finire a concludere con il personaggio brechtiano: “Si sta bene, da soli. Il caos è finito. È stato il tempo migliore”.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 6 febbraio 1976.
Un pomeriggio in città
Continuo il tentativo di controllo “fisico”, tattile, dell’uso della città; di questa città. Il controllo ad ogni modo non è specifico né approfondito e quindi può essere generalizzato. Preciso che i riferimenti, fatti per scrupolo d’esattezza, debbono ritenersi dei pretesti e ciascun lettore, se crede, può sostituirli o completarli con dati personali, magari diversi. L’importante è arrivare a qualche conclusione, nella lettura particolare che propongo.
Dunque: la volta passata alludevo al pomeriggio passato al cinema Roma per vedere il film sovietico “Rubliov”. Il locale è gestito dalla cineteca comunale ad uso e servizio del film d’essai. Il primo spettacolo comincia alle 15,30 e il cinema apre alle 15,30 perché a quell’ora arrivano gli incaricati. C’è gente in attesa per la strada e sotto il portico. Si forma una fila nell’atrio mentre si svolgono le operazioni di sistemazione della cassa, dell’illuminazione, ecc.
Quando appare la cassiera sentiamo che nella sala, quindi in una sala ancora vuota, comincia la proiezione. È una piccola fortuna che i titoli di testa siano prolungati sicché quando entro (conto sette persone sedute) riesco a cogliere l’inizio esatto del film. Gli altri sono ancora, impegnati nell’atrio. Scelgo l’ultima fila di poltrone: dopo poco, alle mie spalle, per le finestrelle della stanza dell’operatore mi arrivano voci e suoni di un’opera lirica pucciniana (evidentemente il tecnico per vincere tedio e attesa ascolta qualche transistor). Il suono smorzato ma chiaro e irritante mi perseguiterà per tutto il primo tempo.
Quando lo spettacolo finisce il pomeriggio è passato. Questa saga narrativa ci ha interessati e decidiamo di tornare a rivederla per cavare, da una lettura ancora controllata, un giudizio più fermo; ma dopo alcuni giorni il film non è più in programmazione.
Cosa voglio concludere, a parte l’aneddotica privata? Questo: che il servizio pubblico, molto importante, è stato svolto sul piano tecnico-pratico in un modo spiccio e approssimativo (almeno in questa occasione); e che questa volta il “servizio” culturale è stato solo in piccola parte concludente, avendo accontentato una fascia limitata di spettatori e non avendo invece ottemperato a una promozione e a una divulgazione, meglio se gratuita, verso scuole superiori, gruppi universitari, ecc.; e infine che l’operazione complessiva non è stata confortata dalla necessaria pazienza (anche questa, pazienza politica) di volere aspettare che tutti (tutti quelli che sapevano e potevano), vedessero il film.
Potrei aggiungere che questa volta, in un caso importante, il servizio pubblico si è mostrato approssimativo e anche un po’ precipitoso; più di un servizio privato. Non dovrebbe accadere; mentre invece dovrebbe essere controllata, riesaminata, la distribuzione della comunicazione cinematografica, che è alterna nella varietà, nel peso delle proposte e risulta scollata, ad esempio, da quel grosso serbatoio specifico che è il corso Dams dell’università. Ma ho un’altra e diversa considerazione, faccio dunque un secondo esempio.
Uscito dal cinema, all’altezza delle Torri ho incontrato un amico straniero che mi propone di fermarci da qualche parte per parlare, tranquilli un momento. Ma dove? È allora che mi sono accorto in dettaglio che nel pugno di metri compresi fra via Rizzoli, via Indipendenza (inizio) e via Ugo Bassi, sono 15 (dico quindici) le sedi o le grandi agenzie bancarie raggruppate come un alveare formicolante. E che al contrario, un solo luogo che consenta o concili un incontro, un rapporto non c’è. Si può allora concludere ancora una volta che l’emarginazione della “presenza” contadina dal centro della città (addirittura dalla città), presenza che si proponeva anche negli incontri settimanali del venerdì – e vorrei aggiungere: dai quali conseguiva per la stessa città una serie di stimoli che solo la malizia del potere ufficiale poteva definire regressivi – ha creato un vuoto culturale “lacerante”; mentre si è fatta intollerante l’aggressione possessiva (e suadente) di gruppi di potere.
L’emarginazione definitiva della cultura contadina dalla città e la sua relegazione nei centri museografici (i quali raccolgono i reperti di una lunga storia, numerati e schedati come brandelli di anfore spicconate fra la sabbia), se è ormai un dato di fatto che bisogna purtroppo soltanto registrare, propone però come urgente la riappropriazione della città e del suo centro alla vita “quotidiana” dell’uomo, ai suoi sentimenti oltre che alle sue scadenze bancarie.
Anche in uno scontro così impostato, si accende la carica alternativa di una cultura e la posizione di una comunità.
Chi comunica che cosa e come, l’Unità, 16 gennaio 1976.
Come uso la mia città
Riprendo gli interventi dopo una interruzione per il periodo delle lunghe feste; durante il quale, e fuori collana, ho pubblicato alcune considerazioni su “Bologna d’inverno” con le quali intendevo proporre, si pure con la dovuta semplicità e da un’angolazione specifica, un problema che a mio parere va sviluppato e approfondito.
Questo: se è giusto ritenere che Bologna, amministrativamente (e anche l’Emilia intera, nella sua connotazione), è una città “campione”, è anche giusto concludere che come tale ha dubbi, pericoli, impegni fuori della norma; e naturalmente ha anche ingranditi e sotto il riflettore i successi e tutto l’impeto delle provocazioni problematiche e delle innovazioni. In altre parole, essendo o avendo scelto di essere città “campione”, Bologna è anche, o deve essere, una città “pilota”.
Non può consumarsi in restrizioni; deve procedere svelta e proporre con cautela, ma sempre con intensa curiosità e tensione, soluzioni nuove e diverse che possono servire da riscontro per gli altri; gli sbagli che ci sono, e sono inevitabili, deve raccoglierli da terra correndo. Può permettersi molto questa città, tranne di sbadigliare. La noia, in questo caso, sarebbe un segno d’impatto; così come un altro segno indicatore di rallentamento e di stasi sarebbe la manovra di routine, l’imbarazzo ad agire o la soddisfazione del consenso istituzionalizzato; oppure una soddisfazione inquieta ma in apparenza impercettibile e rimossa. In tale caso simile alla rassegnazione.
Se si accetta questo punto di vista, sia pure nella situazione attuale così grave di impegni terribili che coinvolgono la vita di centinaia di migliaia di lavoratori, Bologna (e dunque l’Emilia) deve muoversi tenendo l’occhio ad obiettivi più avanzati; anche se all’apparenza, ma solo all’apparenza, non così impellenti da richiedere di doverli subito affrontare. Invece ecco un’altra constatazione: questa città non può rimandare; non può esimersi neppure di affrontare e discutere i dettagli. Né d’altra parte può essere coinvolta nella preoccupazione generalizzante che contraddistingue l’impegno di tante altre città italiane passate solo dopo il 15 giugno nelle mani di una amministrazione sana e responsabile; le quali città, trovandosi di fronte il proprio volto devastato o comunque manipolato, devono ordinare con scrupoloso criterio l’ordine privilegiato degli interventi e dei guasti da riparare o a cui provvedere. Certo non è concesso neppure a Bologna, o proprio a Bologna, di spendere per sperpero o per sperimentazioni generiche; ma per ricerche di laboratorio, che siano indispensabili, sì; credo di sì. Non solo è concesso ma è necessario, né più né meno di un grande complesso tecnologico che affida al suo centro di ricerca, continuamente alimentato, le programmazioni future, il suo stesso futuro.
Questa è una premessa che vuol valere per il discorso da fare e che vuole intanto completata da brevi considerazioni meno generali. Com’è stato più volte ripetuto, ciascuno di noi ha il suo modo, cioè il suo bisogno, di consumare la città in cui vive; di usarla mentalmente o praticamente. Dunque ciascuno ha il suo modo privato di adattarsi alla città, di conoscerla; c’è l’amatore delle vecchie pietre, l’erudito delle antiche storie, il giovane che vuole andarsene, l’operaio che la conosce solo di domenica, l’immigrato che la intravede come un alone di luce, giallo e lontano. Ma tutti, o quasi tutti, hanno la necessità e il modo dell’uso continuo, dalla mattina alla sera, come utenti paganti dei vari servizi; dell’uso quotidiano della città nella sua integrità e senza privilegi; cioè senza la gamma delle agevolazioni borboniche che servono la boria del potere e che fanno di un cittadino un parassita. Quindi, con i lettori che mi leggono, posso anch’io parlare delle cose che tocco con le mani, o dei relativi problemi che saltano via.
Se è giusto fare così, e mi pare sia giusto, ho dispiacere adesso che lo spazio sia finito. Comincerò dunque la prossima volta a raccontare, in due parole, le mie tre ore al cinema Roma per vedere Rubliov. Come un esempio che può forse essere generalizzato partendo proprio da riferimenti particolari e locali.
Chi comunica che cosa e come, l’Unità, venerdì 9 gennaio 1976.
Bologna d’inverno
Le sere d’inverno. Le lunghe sere d’inverno a Bologna. Si dice: Bologna è Bologna. Oppure: Bologna la grassa, Bologna la turrita, Bologna la dotta. E ancora: i bolognesi sono “cordiali”, sono propensi al buon mangiare, al buon bere, al buon fare l’amore; in una parola: al buon vivere. O in altre parole: sono goderecci – con simpatia. Così le donne bolognesi devono essere, secondo l’ovvietà della tradizione, “prosperose”, calde, pronte al riso ma non all’invettiva (come le romane o le fiorentine); casalinghe ma non troppo, buone madri ma senza la sdolcinata tenerezza, buone lavoratrici per lo più attente ai fatti politici o dentro a questi fatti con dedizione.
E poi: Bologna ha i portici, ha le torri, ha il fascino segreto di una dispersa corruzione pontificia che scivola ancora come uno spiffero per le strade; e per “corruzione” intendo l’abitudine (tutta ovattata) a una certa quantità di cinismo che non è poi un veleno ma un correttivo forse giusto all’ottimismo che sostiene la nostra vita. Questo “ottimismo” non è una felicità senza problemi o una indifferenza stravagante o una disposizione sentimentale e acritica ma la propensione a fare, nonostante tutto; lo scegliere “sempre” di procedere; il cercare con una curiosità che si rinnova, che è sempre giovane. Volevo intanto arrivare a questo: quando dico che Bologna è Bologna intendo dire che Bologna è una città giovane; che i “miei” bolognesi sono giovani.
Ma gioventù è movimento, è cercare, e andare-venire con una giusta insoddisfazione, con curiosità, impazienza (l’ho appena detto); allora, scendendo nel particolare di questa nota, vediamo “come” la città consenta o come cerchi di mantenere sempre attiva questa “comunicazione” di raccordo, cioè come distribuisca il proprio sangue e i propri umori e come consenta di utilizzare ogni proposta culturale; come riesca a collegare un punto a un altro dei suoi centri culturali (in determinati momenti) e, soprattutto, come abbia inteso collegare il suo cuore con i nuovi polmoni dei quartieri. Cioè il servizio pubblico come offerta immediata e continua di un mezzo che mi trasferisca al luogo designato – e che proprio per la tempestività dell’offerta ripetuta riesca a vincere anche una giustificata pigrizia. Dunque l’autobus soprattutto, e per esempio. Ho l’impressione che si possano muovere alcune precise obiezioni, per questo verso.
Io adesso guardo la città sotto la galaverna delle sere d’inverno, solcata dai micidiali spifferi che corrono lungo i cento portici e le cento strade e centrano il cuore. È allora che questa amabile città diventa perfida come un gatto arrabbiato e ti pianta una lama gelata nella schiena. In queste sere sembra (o sembrerebbe) giusto chiudersi in casa – e così risolvere ogni problema. Ma se è così, o se fosse così, sarebbe anche giusto che la città spegnesse tutte le luci, chiudesse i cancelli come si fa alla Certosa o ai Giardini Margherita e si disponesse a dormire fino a domani, restando inerme a lasciarsi divorare e abbandonando i suoi bolognesi schierati davanti alla tivù a inalare il veleno del messaggio calcolato.
Così facendo la città – la città come cultura, la città come lingua, la città come ideologia – sarebbe persa o alle corde e Bologna non apparirebbe diversa da tante altre. Bologna invece non s’addormenta né spegne le luci: anche nelle sere d’inverno propone incontri e scontri, invita al colloquio nelle sale aperte, invita a partecipare, dibattere, intervenire. È a questo punto che riscontro la mancanza di un raccordo “viabile” immediatamente funzionante tra le varie membra della città. Infatti dopo le ore venti, e per quanto si riferisce al suo sistema di trasporto pubblico – che è di fondamentale importanza anche ai fini culturali – la città entra in un sopore statico; i vari quartieri sono automaticamente emarginati con la soppressione di parecchi “percorsi” e col rallentamento “costante e pesante” dei passaggi nei percorsi che vengono mantenuti.
In conclusione questo servizio pubblico diventa abbastanza precario e approssimativo. In queste condizioni la scelta, per chi deve muoversi, è fra restare in casa o usare l’auto. Anzi sembra scontato che si debba avere l’auto; per gli altri, il letto. Ma per quanti non hanno la macchina, anche per avere accettato come giusto il discorso sull’uso autonomo del trasporto pubblico come servizio primario? Per questi non c’è nemmeno il dubbio di una scelta.
Questa diminuzione calcolala di viabilità che contrassegna la vita notturna della città corrisponde al gesto di chi dormendo spegne la luce ma non cessa tuttavia di respirare (non si dimentica di farlo). Così la città amputa di proposito una fetta della propria “carica” comunicativa rilasciando mandati autonomi per i tronconi dei quartieri, che anziché essere e continuare a essere settori pulsanti e intercomunicanti, si riducono a essere dei deliziosi ghetti, isolati gli uni agli altri, dei paesi vicino a dei paesi, ma senza interferenze legittime e concrete.
Invece il “dopocena” è da considerare non come un più o un soprappiù della vita di una città ma come una parte integrata e forse più caratteristica, interessante e aperta; che bisogna sempre e senza soste, nell’organizzazione della cultura, riempire di giusti propositi e di utili, programmi; col conseguente impegno di predisporre i necessari raccordi perché questi programmi vengano fruiti non dalla solita minoranza di attenti o di addetti ai lavori ma da quanto più pubblico, sempre, è possibile.
Di sera le luci non si dovrebbero abbassare ma accendere; e non per bandire una scriteriata licenza ma per convalidare l’attento fervore di operazioni culturali incrociate, al cui stimolo e alla cui fruizione – dunque – deve sovraintendere in modo determinante la nuova e organica agibilità dei servizi di trasporto urbano. Di notte si deve sempre dormire? o restringersi in casa come all’ovile? certo, se non facciamo in modo di predisporre con un’offerta attenta del mezzo di trasporto quanta più gente è possibile a intervenire, a scelta, a uno dei vari programmi culturali proposti.
Certo, a monte, sta un ben più ampio discorso generale sulla programmazione completa di una comunicazione alternativa che la città, per proprio vantaggio, deve decidersi a fare (e non come una astuzia politica ma come scelta globale, all’interno del proprio futuro). Ma intanto permane l’impegno di riempire sempre, e utilmente, le sere dei bolognesi. Dunque senza lasciarli a piedi. Dunque senza abbassare le saracinesche e attenuare e luci. Se no – e non vogliamo – con la nebbia a Bologna scenderebbe la noia.
L’Unità, martedì 24 dicembre 1975.
La “cultura” e il “potere”
Premetto subito che è un semplice cenno in riferimento a un fatto editoriale; e ne parlo qui – mentre intanto stanno entrando in campo i grossi calibri della critica – autorizzato dalla ristampa antologica della rivista di Vittorini “Il Politecnico” pubblicata da Rizzoli. In una prima edizione l’antologia curata da Forti e Pautasso era stata edita dall’editore Lerici nel 1960 e allora l’opera tardò a esaurirsi ed ebbe un’accoglienza onesta e seria (certamente) ma nell’ambito degli addetti ai lavori; in questa nuova edizione riveduta si trascina dietro o fa aprire un “nuovo” dibattito che a me sembra stia, almeno fino ad ora, fra il sorpreso, il regressivo, l’ossessivo (nell’iterazione) e l’ammirazione mossa dal fiato delle memorie.
La posizione “sentimentale” di partenza per avviare il giudizio è la seguente: ecco cosa si faceva, si voleva fare, ci si proponeva allora, in quel fervore di nuovo e diverso che premeva, e con l’entusiasmo ancora giovane e autentico che agitava le vele della nostra società (si tenga presente che “Il Politecnico” è uscito dalla fine del 1945 alla fine del 1947); ed ecco quanta delusione presente e quanti errori, con conseguenti smacchi, possiamo esibire fino ad oggi; cerchiamo dunque – dicono – di riprendere il problema, di svilupparlo e intanto sforziamoci di ricuperare non diciamo la “felice” disposizione di allora, che non si potrebbe, ma almeno le sollecitazioni di un fervore onesto, di un terrore che dovrebbe portarci avanti, dopo le ultime vittorie.
Questo è un cenno semplificato al massimo che indica, contro sole, i termini del problema, mentre si sente per l’aria il suono del galoppo di chi accorre allo scontro-dibattito che dà i primi suoni.
Il centro di tutto pare resti la polemica ormai istituzionalizzata Togliatti-Vittorini o Vittorini-Togliatti; ancora una volta fra il politico e il direttore di una rivista (che era anche uno stupendo provocatore culturale, in ogni situazione, quale non c’è più stato). Diceva Togliatti: la politica ha le sue “richieste” e a queste, entro i modi o i nodi, la cultura deve “rispondere”. Rispondeva Vittorini: la cultura non può non svolgersi all’infuori da ogni legge di tattica e di strategia, sul piano diretto della storia; la cultura non può né deve suonare il piffero per la rivoluzione, la libertà deve essere libera e ognuno deve poter fare e scegliere (scrivere, dipingere, poetare, partecipare, obiettare) come crede, secondo coscienza.
La polemica non fu sforzata, fu a medio termine, contenuta all’interno di scontri freddi che lasciavano però un segno profondo, molto più di grida lanciate sulla piazza. I contendenti erano importanti e avevano le carte in regola per misurarsi in onesto modo. Finì che la rivista “chiuse”. Quell’impeto, condiviso da uomini nuovi e intelligenti, sfuocò e ciascuno prese una strada. “Il Politecnico” restò per molti a documentare una grande speranza di fare, un inizio. Ma solo oggi o soprattutto oggi sappiamo, per via di tante prove e vicende passate, che da trenta anni la cultura italiana ha delle estati brevi e dei lunghissimi inverni; che al rapido entusiasmo succedono i riti dei silenzi improvvisi o dei rapidi disamoramenti o smarrimenti.
Tuttavia non è mio compito approfondire questo e in questo scritto. M’importa invece documentare che un nuovo dibattito si va proponendo sull’onda di questa ristampa, e ritenere con convinzione turbata che tornerà in atto una delle solite scadenze irta di discorsi e discorsi (il chiacchiericcio saputo) che ci dovrebbe un poco sommergere e distrarre se non avremo l’accortezza di svicolare ed esimerci consapevolmente; e dato che il problema “vecchio” non ha avuto alcun sostanziale aggiornamento se non di date si può prevedere che tutto finirà in una rissa da polli. In quanto – è questo che credo e l’ho appena indicato – il problema così posto è un vecchio problema o un problema falso e non per niente è promosso con il consenso univoco di tante parti in causa.
Perché vecchio o falso? Perché l’intellettuale è, secondo la norma esemplificata, colui che fa politica ma riservandosi qualche privilegio – e badiamo, non dico affatto privilegio pratico o volgare (anche se qualche volta si dà) ma privilegi culturali, insomma quel margine di sicurezza un po’ aulico, un po’ paternalistico, un po’ tattico che ciascuno ritiene essenziale di doversi preservare. Quel margine che non presuppone né chiede libertà autentica (che è sempre una fatica disperata) ma rispetto per le proprie consuetudini e per qualche abitudine; e in cui ci aggiungerei la convinzione di essere autorizzato a dare più che a ricevere; così che una addolorata permalosità è per lo più il condimento di un rapporto che è stato spesso segnato da troppi risentimenti. Inoltre è un vecchio o falso problema perché, così riimpostato, porta di filato a quella conclusione (che si aspetta) che fra politica e cultura margine non c’è, che l’una tenta d’arraffare e strumentalizzare l’altra sicché alla fine si ottengono soliti traumi, solite delusioni, solite perplessità.
A mio parere oggi, dopo tanto cammino percorso, questo scambio artificiale di argomenti dorrebbe essere semplicemente rifiutato. Il problema non si dà più così, non si deve più dare; oggi, per via di ciò che si è fatto e pensato in questi anni, soprattutto dai giovani, sappiamo tutti (oramai come un’ovvia verità) che la cultura è politica e la politica è cultura. Politica è un fare pratico ed è l’organizzazione del fare e del pensare ma è anche la fantasia di questo fare e pensare ed è la loro previsione – che è direttamente immaginazione. Non è più “utile” tollerare alcuna influenza argomentativa che tenda ancora una volta a interferire e a scindere questa sovrapposizione. Politica dunque è scelta, è operare, è aggiunta di qualcosa, è rinuncia a qualsiasi forma di autoritarismo ma in forma di consapevolezza critica non di consapevolezza sentimentale, quindi non come “concessione” ma come “convinzione”.
Il discorso richiederebbe adesso non più questo cenno ma un’indagine approfondita che altri potranno anche fare. A me importava avvertire che si preparano alcuni ludi schermati, per i prossimi turni della cultura ufficiale, i quali preludono all’avvio di una precipitosa foga oratoria sul tema della libertà della cultura, di questa cultura. Noi invece affermiamo la cultura della libertà, per cui ci aspettiamo progressi magari più limitati ma certamente più approfonditi; con l’uso politico della leniniana pazienza.
Chi comunica cosa e come, l’Unità, venerdì 12 dicembre 1975.
Siamo noiosi?
La rivista mensile dei fumetti e dell’informazione “Linus”, diretta da Oreste Del Buono, ha aperto un dibattito molto interessante sull’uso della satira politica; se non sia ormai urgente, muovendo sempre da sinistra e tenuto conto dei grandi sommovimenti elettorali di questo ultimo anno, rettificare il tiro e coinvolgere nella critica della satira anche gli amici, quelli della “nostra” parte, oltre naturalmente tutti gli altri che purtroppo da sempre si identificano con le stesse ingualcibili facce di creta. O in altre parole: il dibattito è sull’uso della satira, sui nuovi contenuti da assumere e sulla necessità di questi, sull’utilità veramente politica di ricuperare alla satira queste più allargate prospettive. In realtà è ormai tempo di proporsi il problema, impostato da Del Buono e ripreso in altra sede da Attilio Mangano in questi termini: “Se la satira politica non arriva a cogliere il quadro delle novità che sullo stesso terreno ideologico e di costume una vittoria elettorale delle sinistre ha provocato, sussiste il rischio di un suo relativo inaridimento ecc.”.
Come si vede il problema offre dunque più d’una posizione d’approccio e sollecita valutazioni molto attente; così un artista come Chiappori, con tutte le carte in regola, può intervenire nel fascicolo di novembre sostenendo che conta non tanto “rettificare” ma “alzare” il tiro e colpire più duro e più forte. Tuttavia in quella sede il dibattito è appena avviato.
Ripeto che l’argomento è di grande importanza, perché consente un aggancio in profondità con un linguaggio che dal perbenismo borghese è stato sempre considerato stravagante, o appena volgare, o gestito da oscuri interessi; comunque “minore” se confrontato con la serietà rilevante dei linguaggi ufficiali (epico-seriosi, sclerotico-sentimentali, o lardellati dall’impegno di procedere in grigio per non offendere il riposo ronfante del potere).
Si è scritto spesso che la satira politica in Italia non c’è; o non c’era fino a pochi anni fa, tranne casi noti come il “Fortebraccio” dell’Unità: mentre prima del fascismo era presente sui giornali con una violenza critica spietata ed esemplare. E l’appunto era magari vero fino al ’68; dopo, specie su alcuni fogli minori, sono cominciati ad apparire i fumetti politici – e di questi alcuni con poche zampate hanno certamente lasciato un segno. L’identificazione del lettore giovane con il soggetto ideologico è stata immediata, l’esplosione del rapporto rapida; molti delle nuove generazioni si sono educati alla politica e all’impegno dell’ideologia attraverso questi messaggi; partendo da questi messaggi. Eppure solo da poco la satira politica, e soprattutto la satira proposta dal fumetto, ha avuto riconosciuto il diritto di una dignità “militante” senza riserve. Ma fin dal mio titoletto iniziale volevo annotare una convinzione, che è questa: “Siamo ancora noiosi”, i nostri discorsi sono sempre (e anche giustamente) seri, polverosi (un poco), moralistici (alquanto), con una patina magari leggera ma persistente di opacità che ne attenua il rigore – o soltanto lo rallenta; discorsi molto previdenti e anche accattivanti, certo, ma in cui i neologismi faticano a collocarsi e in cui i nuovi segni linguistici trovano persistenti resistenze. Se questo è vero allora è altrettanto vera una seconda convinzione, cioè che sia ormai tempo di allargare la nostra area linguistica e il campo dei nostri interventi per ricuperare rodare e immettervi questi nuovi linguaggi. Mi pare che sia urgente ricostruire una più completa o addirittura una nuova mappa di segni che riconducano all’uomo, o permettano di ricondurre all’uomo, tanti temi che non sono entrati o sono stati elusi o accantonati nel dibattito culturale della sinistra di questi anni. Abbiamo bisogno, direi con una “certa urgenza”, di ridefinire linguaggi, modi e toni per “l’amore”, per “il sentimento” (di cui non bisogna più aver paura), per “la morte”, per “il riso” e per la diversa e nuova “felicità” – che è una conquista strappata (dunque politica) e non un regalo frivolo o innaturale; e anche per la nostra “rabbia” che si può e si deve fare immagine veduta e concreta.
Con questi “diversi” linguaggi ci possono essere consentite le più imprevedibili esemplificazioni e interferenze, per trasformare “l’orrore” della storia dell’uomo nella “nuova” ricognizione che l’uomo deve compiere in se stesso per ridefinirsi. E un momento, molto importante, di questa operazione è certamente quello di vincere la noia con il riso – che è una forza più forte e una novità esaltante e non una diversità o una limitazione che irrita. Ridere non vuol dire (sempre) divertirsi: spesso significa ferirsi, soffrire, mortificarsi con violenza o ridere verde; essere costretti a guardarsi mani e faccia in uno specchio appena deformato. Ridere in questo modo, come igiene mentale, porta però a conoscersi, riconoscersi, punirsi, correggersi; a scollarsi dall’uso dei buoni principi, che sembrano sempre intoccabili. Inoltre il riso “volgare” della satira porta a contrastare l’adattamento alla disperazione, che è una generale degradazione, così bene proposto dal sistema.
Il potere gestisce e diffonde “l’uso” della disperazione come stato attitudinale generalizzato per mantenersi, sull’onda di questo riflusso, nel suo rabbioso equilibrio. La satira e il riso, che è un colpo, gli lacerano le uova in mano, gli rovesciano l’abito e gli ribaltano le ossa. Opponiamo dunque la violenza colorata e popolare, magnifica, di un discorso satirico organizzato per soffiar via il grigiore che i mass media diffondono con ostentazione e per conoscersi meglio, meglio vedere, meglio intendere, meglio lottare.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 28 novembre 1975.
Alè alè Bologna
Campionato di calcio serie B, dodicesima giornata
A Udine: Udinese batte Bologna 4-0
A lezione dal Professore
Sono le ore 14,30 di domenica 1 novembre dell’anno 1991, nello stadio di Udine. Udinese contro Bologna. Palla centro, fischia l’arbitro Bettin, via. La palla arriva a Mandorlini, che ha una grave indecisione; quindi fallo laterale che verrà battuto dalla parte dei distinti. (La Coop. Emilia Veneto è la più grande rete di vendita della regione). Due minuti e mezzo del primo tempo ancora 0-0. Mandorlini di nuovo a List, indietro a Baroni, Incocciati, arriva di testa Detari, passaggio sbagliato, l’arbitro Bettin assegna un calcio di punizione per i padroni di casa. Contratto a Sensini, la difesa dell’Udinese ha una incertezza, deve uscire dall’area il portiere Giuliani e respingere con i piedi.Su Balbo va a chiudere Baroni, List scatta lungo l’out di sinistra, lancio in profondità per Mariani, da questi a Incocciati che tenta di calciare ma (Sinudyne è un optional) Dell’Anno allunga all’indietro. Cinque minuti del primo tempo e il Bologna è andato all’attacco con buona continuità; c’è un pressing di buona insistenza e questo spiega che cosa vuole Sonetti. Detari di prima a Evangelisti, Marronaro lo precede ma il guardalinee sbandiera il fuorigioco. Pazzagli ha avuto e ancora ha un torcicollo abbastanza pesante. Nove minuti del primo tempo, ancora 0-0. L’Udinese è in avanti con Balbo contrastato da Villa. Oh, oh, Sensini apre sulla destra per l’inserimento di Mattei che colpisce di esterno destro ma il pallone è fuori. Per la difesa del Bologna la tattica del fuorigioco applicata fino a ora sta dando un buon risultato. Mariani attacca come una furia Sensini. Dell’Anno è contrastato da Negro (vieni all’ippodromo Arcoveggio, scommetti che ti diverti?), Di Già è a terra, l’arbitro blocca il gioco. Mariani è attaccato da Marronaro. Contratto rimette a Marronaro che però è messo a terra da Negro. List sembra muoversi bene sulla sinistra, visto che fino a ieri Maifredi lo metteva sempre sulla destra. Sono molto confusionarie le azioni delle due squadre. Il mitico Villa arriva a gamba tesa. È abbastanza chiaro il proposito di non correre troppi pericoli. Mariani è il giocatore che più gode della nuova disposizione del Bologna. È un Bologna che giuoca in maniera spigliata e vivace ma non si è fatto mai troppo pericoloso. Marronaro, giocatore molto mobile d’attacco, opera prevalentemente come mezz’ala.
Ahi, ahi, ahi! È scattato Marronaro, Negro lo trattiene per la maglia ed è espulso. È il 23° minuto del primo tempo, Dell’Anno a Mattei, a Sensini, a Renalo Villa,a Mariani, a Di Già, a Detari, a Evangelisti, a List, a Di Già, a Mariani, a Balbo,a Marronaro, a Baroni, esce Pazzagli, a Detari, a Incocciati che non ce la fa, non è mai stato un fulmine di guerra, è sbilanciatissima la difesa del Bologna. Villa fa un fallo su Dell’Anno. Incocciati è ammonito per proteste. Ahi, ahi, ahi! Sensini a Contratto, i due si intendono a meraviglia, a Balbo, interviene Detari e compie uno svarione, Balbo dal dischetto del rigore insacca in rete. È 1-0. Il Bologna è in balia dell’Udinese. Mancano nove minuti alla fine del tempo. Mancano due minuti e mezzo. Mancano 30 secondi. È il 48° minuto, l’arbitro ferma il giuoco. Va elogiata la tenacia degli uomini di Sonetti.Due grandi parate di Giuliani. Secondo tempo, nessuna sostituzione. Villa a Pazzagli, a Turkyilmaz, a Contratto, a Mandorlini, a Marronaro, ma la palla è fuori. Marronaro apre a Mattei ma esce Pazzagli. Grande parata di Giuliani su punizione di Incocciati. Quinto calcio d’angolo a favore del Bologna. Marronaro è anticipato, Mariani tergiversa. Oddi si propone come laterale fluidificante. Oh, arriva Marronaro di testa e spedisce dentro la porta di Pazzagli. I quattro panchinari del Bologna si stanno preparando. No, non ha segnato Marronaro ma Balbo. Solite ingenuità difensive dei giocatori bolognesi. Altra grande parata di Giuliani. Esce Di Già ed entra Anaclerio. Colpo di testa di Calori, parata di Pazzagli. Nessuno si propone in avanti per aiutare Incocciati.Squadra dunque stanca, magari per la preparazione di questi giorni. Marronaro in avanti, Sensini, Baroni, Balbo solo davanti al portiere, un tiro debole e a lato. Ahi, ahi, ahi! Oddi, Sensini, Manicone, Marronaro che con abile finta giuoca Pazzagli e fa gol. 34° minuto del secondo tempo, 3-0. (Questo gol vi è offerto dalla pizzeria Fuorigrotta). Il Bologna disposto in linea si dimostra impreparato a questo tipo di giuoco. 8° calcio d’angolo per il Bologna. Partita ormai finita. Ahi, ahi, ahi! Detari, Evangelisti, Campione, Dell’Anno, Marronaro solo davanti al portiere, lo guarda negli occhi, lo sbilancia, 4-0. Al 47° minuto del secondo tempo, fine della partita. Tolleranza per questo Bologna disastrato e applausi veri, a Udine, per Scoglio e Marronaro. Un tempo del Bologna e allontanati. Scoglio, poi, anche con l’appoggio di una campagna di stampa ingiudicabile. Lui, lucido e loico come un Vailati o un Peano. Veramente tecnico nuovo. Sonetti, qua a Bologna, aveva cercato di gassare i ragazzi al grido ricorrente di “Roma o morte”, ma si sono azzoppati i piedi e tutti camminano a fatica. Domenica altra tempesta, con Bologna-Pescara. Speriamo.
Mongolfiera – Bologna, serie II, n. 2, 22-28 novembre 1991.
Notizia
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.20
il cielo è un forno di pane pronto per la cottura
scappare sul mare di questa pianura e poi
approdare a isole azzurre felici ma tu
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.21
dicevi dicevi tu dicevi che hai bisogno di riflettere
se in questi giorni le parole hanno un senso
anche fra noi
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.22
d’accordo, non si può buttare via niente
d’altra parte non è possibile conservare tutto negli angoli della
memoria
salvare l’indispensabile
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.23
lo so che non sono migliore o peggiore di tanti
cerco con gli anni di diventare diverso
ho fatto errori tremendi
ma non mi sono mai consolato
la vita non è una prova di formula uno
per guadagnare la prima griglia in partenza
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.24
dammi la tua mano
vivere una volta per tutte definitivamente
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.25
senza un fiato di vento il cielo ha buttato
un grido tremendo
un sole nero corre per le strade
io voglio provare i miei sentimenti come su una lastra di fuoco
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.26
ahi il cuore
piange piange adesso piange come un sasso che ha vita
chiamano contiamo i morti
la libertà è lì a terra ferita
non possiamo più dare
soltanto pietà
questa estate è finita
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.27
ma dammi la tua mano
io non mi rassegno non mi voglio rassegnare
Paese Sera, anno XXXI, n. 206, mercoledì 6 agosto 1980.
L’eco dei giorni
Si rimanda tutto a monte e ogni cosa, atto o parola, deve ricominciare da capo. Mi riferisco al processo e alle conclusioni di secondo grado relative al processo per la strage alla stazione di Bologna di dodici anni fa. È dunque il trionfo della giustizia su un grave ma comprensibile errore precedente, oppure si tratta di un capovolgimento di una precedente ingiustizia al seguito di nuove prove, nuove valutazioni? La tormentata e tormentosa storia di questo lungo processo esemplare a me sembra possa collegarsi in diretta e strettamente alla altrettanto tormentata e tormentosa storia della tragedia di Ustica, comportando entrambe una analoga conclusione. E cioè, che niente si sarebbe fatto, niente di niente si sarebbe ottenuto e tutto sarebbe ancora una volta confluito nella palude melmosa in cui senza quasi speranza affondano le tante speranze di giustizia inevase di questa Italia ufficiale assatanata e oscura, se non ci fosse stato costante e implacabile l’occhio e poi la voce e la mano e la disperata costanza dei famigliari delle vittime; a incalzare giorno dopo giorno l’inedia dei politici, la disaffezione dei politici, l’arroganza dei politici; e di conseguenza la disastrata e per tanti versi appannata magistratura italiana. Senza i famigliari, si sarebbe mantenuta attiva, sul palcoscenico di questa Italia di fine millennio, la giostra delle parole al vento, delle lacrime al vento, delle promesse al vento, delle notizie al vento…
Mongolfiera – Bologna, n. 14, 21-27 febbraio 1992.


