Una storia emiliana

Ho fra le mani il libro appena pubblicato di Giacomo Fontana (Nazzareno. Una storia emiliana) e lo sfoglio con emozione. Fontana morì a quarantatré anni nel 1972 e in clinica teneva il dattiloscritto di questo romanzo sotto il cuscino – quasi a custodirlo, a difenderlo, in quell’ultima spiaggia sulla quale lotta, va da solo. Intorno ci aveva lavorato a lungo e, specie negli ultimi tempi, con accanimento poi con furia poi con rabbia, infine con una rassegnazione molto tesa (un’autentica sofferenza) a seguito delle delusioni ricavate dai sondaggi editoriali (nei quali anch’io mi impegnai e fui complice convinto anche se non autorevole e quindi alla fine sconfitto). Ma oggi, dopo quattro anni, il romanzo – con una bellissima ed essenziale prefazione di Renata Viganò – è pubblicato da un editore coraggioso e intelligente (si deve aggiungere): costa 4000 lire; ha 336 pagine; è accompagnato da fotografie che non hanno la funzione esterna dell’illustrazione, ma che invece commentano e aggiungono alcuni importanti elementi di riflessione o di sorpresa “giusta”; e io, per quanto posso, lo proporrei per una lettura che non può deludere; anzi, e almeno per la prima parte, credo che sia di straordinario vigore.

Intanto: chi era Fontana? Molti lo conoscevano, ma per gli altri, soprattutto per i più giovani, trascrivo la scheda autobiografica inserita nel volume: “Sono nato in provincia di Como a Valmorea, il 29 marzo 1929. L’infanzia l’ho passata all’estero, nel Belgio. Poi storie, beghe di famiglia. Troppo lunghe da contare. Insomma, infanzia disordinata; di nuovo in Italia, da parenti, il collegio, la guerra di Liberazione. Da partigiano, non ancora sedicenne, sono rimasto mutilato. Gamba destra. Ero nella 121.a brig. W. Marcobi divisione Garibaldi. L’ospedale, poi, dopo la Liberazione, tre anni alla scuola convitto ex partigiani a Milano, a Torino e a Bologna. Ancora un girovagare all’estero e infine qui. Mi è poi venuta questa mania di scrivere… Ora lavoro all’azienda del gas di Bologna: fatturista stampatore. Sono un comunista, e se mi muore un’ambizione è di servire al mio partito. Piuttosto mi preme una domanda: se non sono capace. Dico per lo scrivere. Per il resto faccio tutto quello che posso”.

Anche Renata Viganò, che lo conosceva bene e da tempo parla “del suo carattere insieme entusiasta ed ispirato, ma pronto a cadere in crisi di sfiducia improvvisa che lo allontanava dalla voglia di scrivere”; eppure quest’opera ha una organicità e un intarsio narrativo (nel senso di una molteplicità di piani) che confermano l’attenzione minuziosa applicata nella stesura; non solo, ma anche la partecipazione “totale” – senza sovrapposizioni o freddi ricuperi culturali – agli elementi precisi di una cultura diversa ancora in atto. Una cultura alternativa (quella contadina) tragica, tartassata di durezza, di sconfitte, ma ancora all’erta, pronta, inesausta, inesauribile, disponibile per tutte le opere.

Nel libro le persone i fatti gli episodi sono messi in moto e sviscerati con un ritmo sostenuto da un vigore e da un fervore autenticamente “popolari” nella volontà di raccontare in quel modo; e di raccontare non le cose (in generale) ma proprio quelle cose (disposte in dettaglio o raccolte nel cavo della mano).

Io spero che il giornale vorrà parlare ancora di quest’opera, che merita un’attenta considerazione; a me, per il merito della presente nota, basta accennare che la figura di questo Nazzareno – il quale avrà dodici figli e una vita impegnata nel lavoro di canapino contro le ingiustizie – è tipicamente emiliana, con le splendide connotazioni relative; e che attraverso la sua storia e la storia della sua famiglia si percorre, sempre impantanandosi i piedi nella polvere del reale, la storia di cinquant’anni della nostra terra. Quasi mezzo secolo di vita italiana raccolto nell’angolo, acuminato ed esemplare, di questa straordinaria terra bolognese.

Un solo esempio, a pagina 13, per come si presenta il protagonista: “Nazzareno in bicicletta sullo stradone faceva parte del paesaggio. Si vedeva fin da lontano venire avanti la sua grossa figura. Pigiando pigro coi tacchi sui pedali, una mano al manubrio, l’altra a premere su una coscia, gilè sbottonato, proprio nel centro della strada dove sì allungava l’ombra dei pioppi. Lui e il paesaggio: tutta la mollezza di un pomeriggio di mezzo agosto, l’occhio pieno di campi, fasci di canapa ammucchiati e appena un po’ d’aria che chiacchierava nelle foglie”. Oppure il capitolo IX sui fatti del novembre 1920:

“Piazza Maggiore era interamente stipata, bandiere e bandiere, rosse e tricolori, sventolavano sulla folla”, ecc.

Di questo libro, calato nelle cose che si fanno e negli uomini che trascinano i fatti o ci sono dentro, si arriva alla fine in un baleno; e inoltre è particolare l’emozione autentica che si riceve da un’opera così poco sofisticata, ma così vera nella sua volontà di raccontare. Tuttavia non si può chiudere questo accenno senza un rammarico, che tocca la sostanza di una situazione: è pur vero che grossi editori italiani rifiutarono il libro (con una pittoresca sventagliata di giudizi definitivi da relegare nel museo del piccolo terrorismo culturale), ma gli editori come sappiamo cercano il loro tornaconto e credono di trovarlo in tali scelte: è affare loro. Invece è irritante e incongruo che questo romanzo abbia dovuto correre a Napoli per trovare l’editore e non l’abbia trovato qua, a Bologna, in Emilia, dove era giusto e necessario che fosse.

Questa pericolosa indifferenza è segno certamente e in qualche modo di un vuoto culturale e di programmazione della cultura; tale che io credo debba indurre a una meditata riflessione quanti hanno il potere e il dovere di scegliere e di realizzare. Perché di parole belle in generale ne abbiamo come il vento, ma è il particolare, il dettaglio, la realtà dei singoli fatti minuti e precisi della cultura, che è fatta e non comandata, a confortare e in conclusione a contare. In opposizione alle centomila tavole rotonde di questo paese che è scriteriato in cima e ha tanto vigore e tanto amore e tanto coraggio, oltre a tanta novità e intelligenza, alla base. Fontana era uno di questi.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 2 aprile 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 2 aprile 1976
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