La comunicazione negli occhi

La prima domanda è questa: come si viaggia in autobus a Bologna? Bene, direi, ma con alcuni rilievi che sottopongo. E intanto avverto di parlare come abbonato di vecchia data titolare – in questo mese d’aprile – della tessera impersonale di libera circolazione n. 17136 acquistata per lire 3.000 in una tabaccheria in via Marconi. Aggiungo che non avendo più l’auto da parecchi anni, io e mia moglie usiamo il mezzo pubblico almeno quattro volte al giorno; ma spesso anche di più.

Da casa e per arrivare alla nostra bottega di libri posso salire sui seguenti autobus: 12, 31, 16, 20, 19, 25, dato che scendo in centro. La scelta come si vede è ampia. Però se pesco il 12, anche nel breve viaggio mi accorgo che il mezzo è sempre abbastanza squinternato; vibra, sussulta, a ogni fermata trascina lo stomaco in bocca – come ha appena esclamato una vecchietta. Certamente è più scomodo degli altri, che sono nuovi e sono rossi e gialli ma hanno anch’essi almeno due difetti subito da indicare: una aerazione irregolare o inesistente, quindi affidata gli spifferi dei finestrini aperti all’estate; e all’inverno mancorrenti di metallo che “bruciano” le mani per il gelo (mentre in passato, sul vecchio tram, si disponevano maniglie di cuoio per rispetto alle difficoltà e alle necessità dei cittadini ecc. ecc.). Ma continuiamo sul 12, che da via di Roncrio arriva a Dozza con un lungo percorso passando per il centro: ogni accelerazione è uno strappo “cattivo”, specialmente per chi è in piedi e per gli anziani.

Perché dunque non far ruotare queste vecchie macchine – che è pur giusto che servano fino alla fine – su varie linee in modo da non punire sempre gli stessi utenti ma da distribuire il piccolo fastidio fra tutti? Ho parlato di accelerazioni; ebbene (per un discorso più generale) se è vero come è vero che negli autisti c’è una educazione e una abitudine di guida COSTANTE, UNIFORME, DOLCE o MORBIDA (come si dice) è anche vero che alcune volte la guida è NERVOSA, a strappi, precipitosa – con improvvise impennate di velocità che frastornano il pubblico che viaggia in piedi. Verrebbe da domandarsi scherzando: Bologna come Monza? Bologna come Indianapolis? Invece l’educazione “equilibrata” nella guida deve essere già un obbligo e non una scelta privata; e a questo punto vorrei fare la seguente domanda: non ho più occasione di incontrare donne al volante degli autobus; è perché sono dislocate su alcune linee specifiche o hanno turni particolari nella giornata? Non si sono fatte più assunzioni? Sono state tutte concentrate negli uffici? La loro guida era precisa e costante, e occorre appena dire che l’uniformità è segno non solo di attenzione “sociale” e civile alle necessità degli utenti, ma anche di un professionismo responsabile.

Sugli autobus (non solo sul 12) mi imbatto spesso – sì, anche mi scontro – con i cartoncini pubblicitari e informativi penzolanti da mancorrenti, ad altezza di naso. È una vera comunicazione dentro agli occhi. Questi cartoncini sbattono in faccia a chi viaggia in piedi, sicché spesso bisogna ripararsi con le mani e magari vincere il desiderio di strapparli. Questo modo di proporre la comunicazione sugli autobus mi sembra non solo fastidiosa ma controproducente.

Perché, mi chiedo, non usare un mezzo di comunicazione altrettanto diretto ma più sicuro, anche più piacevole e che possa diventare tramite – uno dei tramiti – d’informazione delle notizie cittadine, dei problemi locali oppure per sollecitare, proporre, ribadire curiosità culturali nuove o per il tempo libero; collocandolo in una disposizione tale che ogni viaggiatore volendo possa leggere facilmente anche in movimento? In altre parole: abolendo questi cartoncini, che definisco orribili, perché non cercare proprio in questo luogo così frequentato un modo ancora più diretto e ancora diverso per socializzare la comunicazione? Il Comune dovrebbe promuoverla e gestirla, oppure essere “anche” il Comune.

L’autobus può diventare un interessante problematico contenitore – non noioso, ma vario e anche illustrato – di messaggi, notizie, informazioni, gestite dalla comunità e fuori dalla norma. Divertendo e interessando. Sulle pareti laterali sono disponibili spazi che aspettano d’essere riempiti da questo nuovo quantitativo di comunicazione socializzata, da questa informazione in attesa di essere utilmente distribuita. Informazioni da giornali, oppure di una certa cronaca completa di dettagli locali, a cui aggiungerei inviti, precisazioni, riepiloghi di fatti e di operazioni promosse ecc. Un altro modo, un modo diverso, di stringere i rapporti con la gente che si muove.

Il primo passo sarebbe di rendersi conto della contraddizione espressa dal sopraindicato cartoncino che propone un modo vecchio e senza fantasia di messaggio diretto; un modo trasandato, autoritario (“Io te lo sbatto lì e tu leggi e bevi”). Difendendosi e castigandolo non leggendolo, poi rimuovendolo e sostituendolo CON ALTRO (magari nel senso appena detto) sarebbero due atti che spaccano una piccola situazione di stallo. Sarebbero dunque due buoni atti; e due atti utili.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 23 aprile 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 23 aprile 1976
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