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Venerdì, 08 Febbraio 2013 15:11

Fra due mesi, Lugano bella…

Fra due mesi si vota. Una elezione drammatica oppure da operetta; la ripetizione di un rito senza novità e senza orgoglio o l’affannosa speranza di una piccola novità subito disattesa dalla lettura delle schede – che con monotonia calano il segno sullo sbracato ma implacabile squadrone di comando.

Dire del fastidio che ne viene giorno dopo giorno, ora dopo ora, a quella parte dei cittadini comuni non rassegnati a lasciarsi usurare fino all’osso dalla visione globale e dalla sperimen­tazione e verifica giornaliera della nostra vita, è soltanto una ripetizione, ormai quasi insensata; e in aggiunta, dire che ci avviamo alla scadenza del 5 aprile come a un inutile mattatoio di piccole o grandi speranze, e di mortificazioni di grandi o piccole (ma non più rimandabili) necessità politiche e sociali, è prendere atto della situazione che ci gira sotto gli occhi.

Vacuità (nella sostanza) operative, vacuità verbali, arroganze e presunzioni smaccate; affidamento ormai costante alla spettacolarità per movimentare in superficie, ad uso del popolo ritenuto bestia, la immobilità sostanziale circa i problemi di fondo, le oneste conclu­sioni, le autentiche voglie di fare e migliorare. Questo è il quadro del nostro paese, incatenato da improvvisazioni che si contraddicono giorno dopo giorno; da risoluzioni affannose; e, nell’insieme, da un autentico disinteresse per i problemi reali a vantaggio del calcolato perseguimento degli interessi privati, partitici o di banda.

Non ascoltiamo, non leggiamo da tempo una parola giusta; non una conclusione stimolante e promettente sulla situazione italiana. Solo aria e vento. La mediazione cartacea omologa ogni fatto e riferimento al seguito di scritture elementari, svuotate di rigore e vigore; anzi, troppo spesso inzeppate di rifusi, di errori, addirittura di qualche mendacio. La mediazione televisiva, prevaricante, trasforma ogni notizia in spettacolo e i politicanti in arlecchini ombrosi e patetici, fabulanti non sotto la luna ma al riparo delle mura consolidate dei vari palazzi espugnati nel dopoguerra.

Il nostro voto allora a chi darlo? Io non voto, dicono. Io voterò scheda bianca, dicono altri. Perché dovremmo votare e per chi, precisano altri ancora. Qual è la persona che ci garantisce sul serio, se eletta, un po’ di onorevole pragmatismo dentro alle cose urgenti, vale a dire un costante perseguimento politico delle nostre necessità? Avremmo questi giorni su Ustica, an­che solo questi giorni, se non ci fosse stata drammaticamente incombente e implacabile l’associazione dei familiari delle vittime, e se tutto invece fosse rimasto affidato ai parlamentari e ai politici? Se devo votare per uno solo, questo uno dov’è? Me lo chiedo anch’io, in questo momento, con grande chiarezza: dov’è? Se questo uno è disponibile e reale esca dal mucchio, si qualifichi con nome e cognome, prenda in pubblico, occhio contro occhio, i suoi impegni.

Chi ci amministra, infatti, ha via via accettato e confermato la logica ufficiale, ormai istituzionalizzata, che non si è più capaci di attendere all’esercizio amministrativo pubblico, tanto da teorizzare prima e applicare poi la conclusione che occorre in ogni caso affidarsi alla gestione privata per raddrizzare i conti, per rimettere ordine nel bailamme. Dispiace dirlo, anche a palazzo d’Accursio. Ma è il particolare in un quadro generale. Per le privatizzazioni i nostri politici sbavano, i nostri sindacalisti, per la maggior parte, stravedono; tanto da ambire in gruppi sempre più folti a trasferirsi nelle industrie private, esempio di saggia lungimirante intelligente conduzione gestionale, previsionale, amministrativa (vedi Pirelli, De Benedetti, Fiat e altre; mentre nella regione sono più di quattrocento le fabbriche/fabbrichette che i lungimiranti personaggi a cui dovremmo affidare i nostri pubblici destini hanno sbaraccato agli stranieri, dato che sono stati incapaci di controllare i ritmi di sviluppo, le novità tecnologiche).

Così chi governa ha stabilito di vendere i beni pubblici, nazionali o comunali; ultima spiaggia a sentire loro per alleggerire il deficit statale (ma per me, invece, un ennesimo artifizio per impapocchiare tangenti e interessi d’ogni risma); però non riesce, non avendo neppure la più piccola idea in proposito, non dico per risolvere ma almeno per impostare la situazione del traffico (in un paese in cui il traffico su ruote è tutto e il traffico ferroviario è niente; di proposito è niente; e niente resterà); e ai problemi sempre più gravi dell’immigrazione si provvede con palliativi da aspirina (con moralismi spiccioli, con la inutilità dei dibattiti sul razzismo, della domanda sul razzismo (no, non siamo razzisti; io non sono razzista però ecc. ecc.) senza proporsi l’approfondimento sulla cultura, sulla religione, sulle situazioni familiari delle persone – individuate appunto come persone e non come oggetti ambulanti di una immigrazione. Neppure ai problemi della criminalità dilagante riescono a dare una lettura che consenta di organizzare una lotta programmata, dato che la loro lettura della società è mezzo retorica, mezzo teorica, mezzo prevenuta; e mezzo astuta. Nel frattempo la criminalità organizzata sta compiendo la totale annessione del territorio e i roghi di fabbriche e di esercizio sono ormai dappertutto.

Così qua, fra queste quattro mura. Città ricca per sé, e nel modo di un sugo di polpette che trabocca dalla pignatta sopra i fornelli della cucina, Bologna è ormai a filo di essere defini­tivamente sconvolta dalle imminenti programmazioni espansioniste (naturalmente annunciate come inevitabili necessità di sviluppo e di progresso per renderla degna del Duemila – come se il Duemila ci aspettasse quasi fosse un corso infiorato e affascinante); con la conseguente suggestione di una pioggia di migliaia di miliardi per trasferire tutto il complesso della Fiera, per cominciare via via a masticare la collina, per espandere la città qua e là in un mare di calce e di cemento (cemento e calce che sono, dal dopo guerra la peste d’Italia; la pestilenza dei nostri anni. Perché è vero che in più parti dove c’è aggressione del mattone lì compare l’aggressione dello sparo, del morto ammazzato).

Così oggi leggo: «dopo un anno Pds in festa. E le liste…». Si può magari anche fare festa; ma che festa facciamo, fuori dalla stanza o dalla porta della festa? Per chi possiamo votare? Per quale uomo o per quale donna? Per quali parole, nuove davvero, che ci consegnino in breve un minimo di sicurezza? Che cosa ci dicono in concreto e non in politichese sui problemi urgenti della nostra vita?

La Rete, il Pds, Rifondazione, poi i segretari no, gli assessori no, gli esterni no, e chi allora?, sempre questo e quello; certamente bravissimi, sapientissimi, lucidissimi, ma perché allora le cose, prima, non sono cambiate almeno un poco? Adesso è la messa in mora di Cossiga il problema di fondo? Noi siamo qui a morderci le unghie ritenendo di avere di fronte dei problemi, ma di questi nessuno parla. Tutto cade nel mucchio ripetitivo, sempre più fermentante. Con i miei problemi, con le mie difficoltà reali, per chi voto in questo circo della sciatteria, della improvvisazione, della farneticazione, dell’inganno? Dove ciascuno pensa a sé o per la «famiglia» (magari sacra)? Scheda bianca. Non votare. Ma se decido di farlo, per chi? Non avremo sempre la solita tempesta soffiata dai soliti venti malvagi. Dov’è che possiamo ricominciare a sentire parlare sui bisogni della nostra vita non con le solite parole da topi ma con quelle del sangue e del cuore?

Questa piattezza, in un paese carico di tragedia continua, è ancora più ossessionante dei guasti manifesti che ci colpiscono. Dai quali vorremmo uscire fuori non solo con la rabbia del cuore ma con la realtà della politica e magari con l’aiuto di un voto. I giorni sinistri sembrano non avere più fine; eppure io vorrei votare. Troverò pure qualcuno, qualcuna, con nome e co­gnome. Lo cercherò, lo troverò.

 

 

 

Carte d’Arte, anno V, n. 1, gennaio 1992.

 

 

 

 

Venerdì, 08 Febbraio 2013 13:42

Piccolo dubbio di un viandante

Un prospetto, garbato, diffuso in ogni dove (come deve essere per la buona informazione), dà notizia che a Palazzo Pepoli Campogrande è aperta, dal 27 settembre al 10 novembre, una esposizione di oltre 240 opere del pittore Alberto Burri; eseguite tra il 1945 e il 1991. Burri è considerato dalla critica internazionale un grande pittore ed è appena il caso di annotare che questa esposizione, oltre onorare lui fa un po’ di onore anche a Bologna. Ma io posso solo guardare, ammirare e tacere; non avrei obiettivamente alcuna altra delega per prolungare il discorso. D’altra parte la spinta a queste poche righe è un’altra e deve, anzi vuole prescindere da Burri e da questa mostra importante.

Sul prospetto a cui ho fatto riferimento all’inizio, infatti, ho visto stampata l’indicazione che la mostra è stata realizzata – con il contributo, cioè con il contributo finanziario, di Unipol Assi­curazioni, Unipol Finanziaria, Unintesa Servizi Finanziari, Banec Banca dell’Economia Cooperativa – dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna. Ed è stato questo a sorprendermi (sor­prendere me, poco e male informato in queste questioni; ma come credo potranno esserlo altri cittadini o utenti del servizio, secondo la dizione sociologica in corso); perché Burri è autore tutt’ora per fortuna vivo e attivo; e perché a Bologna, con spese ed impegni, è in funzione una Galleria di Arte Moderna, che dovrebbe essere deputata a gestire e disbrigare con autorità tutto ciò che d’importante ha riferimento all’arte contemporanea.

La mia è soltanto una necessità di riordinare le idee; e mi proporrei lo stesso piccolo dubbio (che un esperto forse potrebbe chiarirmi in due parole) se per fare un esempio la Galleria di Arte Moderna avesse provveduto all’allestimento e alla gestione della mostra del Guercino.

Questi scambi di posto (di funzione) corrispondono a vincoli pratici reali, per le varie necessità degli sponsor? Sono loro a determinare scelte e collocazioni? Quindi le mostre importanti, non importa quali, si possono realizzare solo se si può contare su determinati canali finanziari e non di altri?

Il problema, comunque, non è da poco; perché, vista dal di fuori, sembra essere in atto una discreta confusione; dato che ormai è norma ineludibile la gestione della comunicazione artistica attraverso operazioni anche complesse collegate alla finanza; la quale nonostante i casti sorrisi non regala niente a nessuno e vuole sempre tutto e subito, come si sa; e se sostiene il proprio candido e culturale disinteresse mente fino all’osso. Dà, invece, a chi garantisce o può garantire il maggiore e più rapido rientro d’immagine; semmai, anche il più prolungato nel tempo. Ma la Galleria di Arte Moderna non può garantire anch’essa ciò?

Se questo è vero, i prossimi anni vedranno ancora una accentuata contaminazione e mescolanza delle istituzioni ufficiali? Rimescolamento di carte, per procedere a una più contorta o complicata o diversificata sistemazione degli apparati del potere di gestione e orga­nizzazione artistica nazionale?

Un cittadino, reso momentaneamente dubbioso da questa contraddizione che gli sembra non marginale (dubbio, ripeto, collegato alla propria inesperienza) se lo chiede. Non come fiato perso del pensiero ma come incertezza vera.

 

 

 

Carte d’Arte, anno IV, n. 7, settembre 1991.

 

 

 

 

Venerdì, 08 Febbraio 2013 11:33

Dopo il Golfo e con Solone

Ritornati dalle nostre guerre stellari alle più modeste stanzette di casa nostra, avendo cessato di fare gli strateghi e di immaginare l’impossibile, fra bombe tecnologiche, morti che non si vedevano e i terrificanti disastri ecologici subito dimenticati; credo che ci debba riprendere l’onesto obbligo di badare alle faccende di tutti i giorni, e di riannodare il bandolo delle private matasse. Che tuttavia non escludono di guardare in giro e di speculare i dettagli.

Uno dei quali è, almeno per quanto mi riguarda, un costante assillo sull’uso e l’abuso del piccolo o grande potere pubblico esercitati sulle nostre spalle. Così cruento e arrogante da non potersi più tollerare; e questo sì da ribattere con la guerra costante dell’attenzione e della denuncia. Una furfanteria organizzata, indifferente agli scrupoli e irridente ad ogni denuncia sembra presiedere in troppi centri di potere alle scelte che decidono e alle risoluzioni che programmano o concludono. È così da sempre? Forse è così da sempre; ma qua da noi con una impudenza, ormai, che ripugna. Tanto da domandarci: quale mondo passerà in mano ai nostri nipoti o pronipoti? Altri potranno dire: ai nostri figli? Mi viene in mente la reprimenda alta e angosciata del grande Solone, verso i renitenti e perfidi ateniesi. Vogliamo, per un conforto e per una ennesima rabbia, riscontrare insieme i suoi distici infuriati e nobilissimi? E, aggiungo, a noi così vicini, nella fattispecie? Li propongo in una semplice personale trascrizione: «È vero che la nostra città non morirà mai perché Giove lo vuole e perché così vogliono tutti gli dei Pallade Atena nobile figlia di un padre potente la custodisce la veglia la tiene difesa fra le sue mani. Però sono loro, i cittadini impazziti per la fame dell’oro, a distruggere pietra su pietra la forza della città e quelli che governano il popolo con in cuore grande malizia anche se presto pagheranno uno per uno i loro delitti che non hanno limiti ormai dentro a una grande arroganza perché sfrenati arraffano ammassano e non si contentano più – si fanno ricchi con truffe raggiri dato che sono sicuri… rubano nelle case nei templi non risparmiano niente buttando via i sacrosanti insegnamenti di Dike: essa in silenzio osserva le cose di oggi e di ieri avendo poi modo di tirare le fila e di esigere il conto… Così la città intera è in preda di un terribile male perde la libertà diventa una serva volgare aizza le fazioni scuote una violenza repressa porta a morire di spada il fiore dei giovani cuori. Per causa di queste carogne una città tanto ospitale degrada in conventicole dove trionfano i ladri. Tali disgrazie d’affanno corrono in mezzo alla gente e i poveri incatenati sono venduti lontano. Le disgrazie di tutti entrano nelle case di tutti non basta sprangare le porte per tenerle lontano balzano oltre il muro di cinta avide a scovare perfino chi per paura sotto il letto si rintana. Questo mi sento l’obbligo di ripetere ai miei ateniesi che il cattivo governo castiga con tanti mali la città mentre un governo giusto riesce a ordinare ogni cosa e punendoli impedisce ai disonesti di agire».

Mi fermo qua e ripeto che il quadro così enunciato vorrei riferirlo al potere generale di questo disastrato paese, l’Italia; pieno di secolari maledizioni. Per trasferirlo, e solo in parte, all’ambito specifico locale, vorrei precisare che non mi stanco di ripetere in ogni occasione di scrittura consentita, come sarebbe ora di rendere attiva la convinzione che Bologna è una residenza primaria e formidabile non solo di attività ma di organizzazione di mafia; che la città è ormai coinvolta in un magma di scelte, di programmi, di consuntivi, di preventivi direttamente collegati alla malavitosa capillare «società».

Mentre pare che per il solito scrupolo abbastanza meschino e poco generoso, tartufesco, di volere minimizzare i pericoli per la preoccupazione di doverli affrontare con una prontezza non rimandabile, si tenda a rappresentare come ancora marginale questa sanguinosa realtà.

Di fronte a un quadro così rigorosamente catastrofico (ho scritto catastrofico; nel senso che produrrà a non troppa distanza di tempo qualche irrimediabile catastrofe), si vorrebbe vedere e sentire che chi ha il potere reale stringe le fila e affronta con determinazione costante il problema. Invece che a risentirsi siano gli umori; e che la globalità della lettura sociale, con i correlati interventi, sia rimandata più avanti.

Non è vero? E allora: parla il papa e dice le sue cose da papa (così come aveva parlato l’arcivescovo e aveva detto le sue cose da arcivescovo). Il risultato? Risentimenti, moralismi, piccole schermaglie, obiezioni non approfondite.

Perché la scelta di campo è ormai specifica da tempo: l’occidente industrializzato, con intere le sue magagne di prevaricazione, di sfruttamento diretto e indiretto, di masticazione quotidiana e implacabile della natura, in un ritmo forsennato; con l’emarginazione di ogni altro problema di politica sociale diretta che non sia collegata a una troppo evidente necessità.

I poveri si devono adeguare perché la parte saggia della società, o del mondo prosperi e possa ingurgitare.

Questa metodologia operativa comporta gestori altrettanto implacabili indifferenti irridenti. Alle volte, per necessità, suadenti a parole ma gelidi nei fatti. Tanto che si ostenta come una vittoria dell’intelligenza politica portare un «manager» (è la definizione tecnica) a reggere le sorti amministrative e di organico di un apparato comunale. Che lo avrai a diventare come la Fininvest, legato al reddito di lucro e al lavoro tecnicizzato. Ma un Comune non è una sede societaria, e le sue spese non dovrebbero essere legate alla redditività diretta e contabilizzata: ma a sopperire con esatta e premurosa prontezza alle necessità di chi ha bisogni reali, malanni reali, angosce reali. E chiede aiuti reali. Il Comune è una autentica arca di Noè, non un salone di velluto per consigli di amministrazione in aria condizionata. Un Comune alza in fretta una casa da affidare a chi dorme sotto un ponte, senza pensare alla eventualità di un reddito di investimento. Un Comune ha la straordinaria facoltà, e deve avere la libertà convinta, di pensare in minuto,cioè in piccolo, cosa per cosa, giorno per giorno, atto per atto; invece di precipitarsi in braccio alla mitologia amministrativa occidentale; che, per fare un ovvio esempio, ha trasformato buona parte di New York in una selva disastrata con i leoni e non in un luogo onesto dove è accettabile vivere. La guerra del golfo ha aperto un contenzioso terribile fra due sistemi di vita che sembravano già stati giudicati: l’uno vincente l’altro perdente. A colpi di bombarde il vincente ha ancora una volta vinto; meglio, prevalso. Ma fino a quando? E in che modo? Non rivolgerei la domanda ai politici nazionali, dandoli ormai irricuperabili e fastidiosamente disutili; ma ai nostri locali, che si muovono in una realtà non del tutto collassata; per dire che qualche residua speranza ancora la conserviamo; e che vorremmo fossero le idee, e le giuste attenzioni e le giuste speranza, a condurre ancora il Comune; e non l’ideologia berlusconiana, o bocconiana, vincente (sul momento) perché arraffa tutto e non dà tregua a nessuno. Un Comune è l’esatto contrario: dà tregua, cerca di dare tregua a tutti e non arraffa niente. Esige soltanto le giuste tasse; a partire proprio da Berlusconi.

 

 

 

Carte d’Arte, anno IV, n. 3, marzo 1991.

 

 

 

Giovedì, 07 Febbraio 2013 17:35

Una società con il sasso in bocca

In ordine ai futuri adattamenti dei programmi culturali, a mio parere non è così generalizzato e approfondito l’impegno preliminare, se non sbaglio, di cercare di costituire o ridefinire l’ambito entro cui la società degli uomini dovrebbe assestarsi; dato che solo così, partendo da questo punto, sembrerebbe poi legittimo e concreto riflettere sul particolare e sui particolari, e programmare prevedere e provvedere, sia pure a non lunga scadenza – se si tien conto della rapida obsolescenza di ogni punto di riferimento acquisito, in questa società onnivora che mastica angeli e diavoli con una continuità inesorabile, quale nella storia non è dato in precedenza riscontrare.

Se si vuole trascrivere il precedente pensierino in termini meno arzigogolati, ecco che il succo della mia premessa potrei anche proporlo così: prima di rimettersi a operare, a pensare, a censurare e a censurarsi, a reprimere o insufflare al seguito dei tanti crolli concettuali e delle tante fragorose sorprese recenti, non sarebbe il caso di stabilire subito – o, se si vuole, di cercare di stabilire – in che modo e in che mondo intendiamo ancora vivere? In un mondo del tutto nuovo (cioè diverso, da quello che tocchiamo con mano e ci irrora, noi occidentali, i beati della terra, con continue colate di oro), quindi tutto da riscoprire, ritrovare, riconoscere, inventare? Oppure nell’attuale colabrodo gastronomico, schiacciapatate di ogni intemperanza, baraccone di innominabili sorprese, che serve a cento succhiando il sangue a mille?

A me pare che sarebbe il caso di sottoporre la sopraindicata domanda intanto agli illustri e sagaci e pertinaci commentatori ebdomadari della realtà italiana su quotidiani e settimanali, i quali invece propongono, magari senza volere, una ambigua disposizione e collocazione della loro ombra, in quanto dipingono il quadro con pennellate nere e lo contornano con una cornice tutta riboboli e oro zecchino. A dire: sì, il particolare è orrendo ma il generale è stupendo; ci sono i vandali ma la terra canta. Il fatto è che poco si riesce a capire e poco si riesce a concludere, tirando il filo di queste diramazioni e divagazioni sillogizzanti; tanto da ricavare, da chi presta orecchio disponendosi nel senso di una lettura critica e sospettosa, che ci sia poco di concreto, di sostanziale in questo incongruo o in sostanza innocuo moraleggiare a stampa. Senza che nulla venga neppure incrinato.

È ovvio che non ho tempo né voglia né interesse – soprattutto né voglia né interesse – per rivolgere l’appunto e la domanda in generale; premendomi, esclusivamente, di interferire come cittadino nella parte a me congeniale e con la parte (e la gente) che ritengo autorizzata a darmi semmai le risposte. O un riscontro. O l’inizio di una qualche risposta. Facendo le cose.

Così, per drammatico inventario, prendo le ultime stragi automobilistiche, le morti dei giovani, gli sconquassi di ferraglie ritorte come dopo un terremoto o una maledizione. I morti sono giovani e quindi la colpa è dei giovani. Meglio, per l’esattezza: il problema è dei giovani. Vivono troppo avanti nella notte (in quelle notti), quindi bisogna limitare gli orari delle discoteche che li richiamano, li coinvolgono e poi li risputano all’alba, intorpiditi; e nelle discoteche bisogna limitare la vendita degli alcoolici. Dicono così.

Intanto, in televisione, ogni tre passaggi pubblicitari due hanno riferimento diretto ai liquori e ad altre sbobbacce similari (strizzabudelle e fiammiferi dell’intestino, gabellate per deliziosi nettari scacciapensieri e socializzanti, marchio di promozione dentro la buona società). Aggiungo: e intanto, se appena guardi una delle tante piccole ciofeche made Usa che seralmente ci vengono ammanite, non c’è bel giovane in mutande prima dell’amore o quasi nudo dopo l’amore che sortendo dal letto non corra ad abbeverarsi all’intruglio con ghiaccio e soda; così come la sinforosa sdilinquita che gli è stesa a fianco e che attende il bicchiere quasi fosse acqua santa di Lourdes.

Siamo dunque circondati, in piena contraddizione con le necessità reali e i problemi reali della nostra società, da una pressione costrittiva verso l’uso degli alcoolici che non lascia tregua. E allora?

Se fosse vero, sul serio, che sono gli abusi di bevute a tirarsi appresso queste allucinanti tragedie, non sarebbe giusto impedire come primo atto concreto e responsabile il proliferare della pubblicità televisiva, cinematografica, grafica e giornalistica? No! Perché questo non si può fare, per evidenti ragioni di politica economica; quindi si svicola alla solita ricerca di meno impegnativi riferimenti punitivi.

La velocità? L’eccesso di velocità? È l’altra causa indicata. Ma anche in questa occasione si dovrebbe svolgere la stessa sconsolata argomentazione. Berline scattanti e lucenti, vere folgori del cielo, vengono proposte e vendute a condizioni stravaganti, stimolanti, coinvolgenti. La guida dinamica, con grinta, è sottosegnata in ogni risvolto come contrassegno di giovinezza esplodente, di virilità, di successo. Chi va per autostrade avrà, credo, percepito come un assillo diabolico il fiato oppressivo (ormai un dato pauroso) l’esplicita violenza che comprime e opprime quella fascia d’asfalto. L’affanno dei motori è simile al respiro inesorabile, implacabile di una mandria di animali scatenati in fuga. Bene; i limiti di velocità, ridicolmente proposti e ridicolmente legiferati non vengono osservati da alcuno; e non c’è nessuno, proprio nessuno, che li faccia osservare (ponendo così lo Stato tutore dei propri decreti). Le strade italiane sono oggi unicamente affidate alla nevrosi da traffico, alla nevrosi da velocità, alla nevrosi da impegni lavorativi e alla nevrosi da promozione pubblicitaria dei singoli cittadini. I tir-killer, i furgoni-bomba che imperversano in una sarabanda d’inferno su e giù per le autostrade da Milano a Napoli, da Milano a Taranto, da Milano a Palermo, perché mai dovrebbero fermarsi a riposare ogni tanti chilometri, e non superare nelle gallerie, e moderare comunque la velocità assatanata, se con un solo uomo al volante devono partire alle cinque dalla Sicilia per essere alle 14 a Milano, e da lì ripartire senza tirare il fiato per essere di nuovo a bàita, a carico sempre completo? Un pugno di agenti, qua e là come dispersi in un deserto, per mille e passa chilometri. E perché il giovane deve essere indotto ad acquistare a rate la berlina da 200 km all’ora per poi procedere per libera scelta e nei rettifili di pianura a 100 km all’ora? Per l’educazione sociale? Per la maturità sociale? Per il rispetto sociale?

Questi, che qua sommariamente esibisco, non sono problemi della cronaca, abituata a masticare ossa di morto. Questi non sono neanche, più in generale, problemi sia pure drammatici ma inevitabili di una società civile, ordinata e opulenta. Questi a mio parere sono i problemi di fondo di una società che ha perso il bandolo della matassa, sottraendosi culturalmente alle proprie specifiche responsabilità e avviando soltanto di volta in volta il contrassegno di un moralismo e di un perbenismo da strapazzo. Una società che, immiserita dentro a una opulenza da oro, si è messa volutamente allo sbando per non doversi confrontare sul serio davanti allo specchio inesorabile della realtà quotidiana; che ci macina inesorabile.

Non possiamo volere tutto e fingere poi, a parole, di condannare tutto. È ormai venuto il tempo di scegliere con qualche decisione e profondità, al seguito di una revisione culturale dei nostri problemi centrali che si è resa indispensabile – se non vogliamo naufragare impiastricciati nella mota delle nostre continue contraddizioni e delle nostre minute viltà, di comportamento e di riflessione.

In una annotazione recente il direttore de «La Repubblica» ricordava, senza sbagliare, con riferimento allo sfacelo in atto del nostro Mezzogiorno, che i giovani oggi non leggono più i grandi maestri del pensiero meridionale, da Villari a Rossi-Doria. Ma la colpa sarà ancora una volta di questa sciagurata gioventù? O non forse degli attuali trionfanti vezzeggiati profumati loro maestri? Che ormai di tante emarginazioni e omissioni, e di tante ironie, fanno una regola e un metodo culturale? Non è questo il nocciolo duro del problema? Non è da qui che bisogna cominciare?

Mi scuso per le innocue e ridondanti domandine.

 

 

 

Carte d’Arte, anno III, n. 3, aprile 1990.

 

 

 

Giovedì, 07 Febbraio 2013 17:31

Il futuro non è ancora cominciato

Ripetiamolo ancora una volta, come commento del buonsenso, che oggi non è certamente facile governare. Anzi, sbaglio: governare, nell’arrogante e ironica indifferenza costellata di parole dei politici che hanno il potere, governare dopotutto deve essere abbastanza facile, o facile addirittura. Volevo riferirmi ai politici amministrativi, ai politici degli enti locali del nord (in quanto, da quello che vediamo e leggiamo, al sud amministrazione più non c’è, di nessun genere, è solo un correre a prendere arraffare, distribuire, sottrarre, imbucare, sopraffare).

Non è facile perché amministrare, oggi (e preciso: amministrare bene, con correttezza) richiede o richiederebbe una sostanza di pensiero e di previsione generale teorica su cui assestarsi. C’è questa sostanza di pensiero e di previsione? Non c’è. Piuttosto c’è, in movimento confuso, la confusione. Allora, ciascuno pensa e prevede per sé, secondo giudizio cultura religione piacere e, aggiungiamolo senza alcuna malizia, interesse. Che potrà essere esclusivamente interesse di partito. La carta geografica d’Europa si sta squagliando in mano come un gelato alla crema; modificazioni terribili si stanno concludendo fra gazzarre ludiche, battimani, fuochi artificiali e sorrisi a denti spiegati dei personaggi potenti; ma la verità è che nessuno di noi, in alto e in basso, sa bene, sa sul serio, come sarà il futuro. Macché futuro, come sarà domani; addirittura come sarà stasera.

Questo diluvio politico che modifica e fa saltar via barriere e frontiere, come una delle tante e importanti novità e dei tanti e frastornanti problemi, porterà da noi, in Italia, il raddoppio o la triplicazione, nell’ipotesi meno catastrofiche, del traffico non solo turistico ma commerciale. Tre volte tanto; forse anche più. Non è un problema assillante per Bologna, che è dentro fino al collo, come snodo di traffico, a questo processo? Anche perché non sarà più possibile affrontare e risolvere questo problema nel modo con cui si è dato il placet al piano del centro storico, da portare ad esempio con l’accompagnamento della canzoncina di Salvi: porto via la macchina da qua e la metto là, la cavo da qui e la metto lì.

È solo una modesta esemplificazione di un problema cosmico. Ce ne sono naturalmente altri, come ho detto; almeno altri cento problemi così urgenti, assillanti e determinanti. Invece in questa bella Italia, terra dei cedri e dei limoni, siamo abituati da anni e anni, in tante parti, ad ascoltare i pifferi delle programmazioni megagalattiche, annunciate con conferenze stampa in sale vellutate dalla voce di politici amministrativi compiaciuti e rassicuranti. Non si pensa – perché è un proponimento da poco – di migliorare una stazione ferroviaria, ma di abbatterla; trasferirla altrove; e lì costruire non solo una stazione ma un aeroporto, un eliporto, un teatro per concerti rock, un teatro per spettacoli operistici, un cinema multisala, un ospedale, una piscina, una scuola di danza, un circo per elefanti, una pista per go-kart eccetera. Tutto, insomma, è in funzione di una esplosione immaginativa che sembra soltanto assatanata. Intanto la stazione resta lì, con i suoi cento difetti e le sue vecchie strutture di ferro, esemplarmente resistenti ma che rimandano all’ottocento.

È chiaro che non parlo solo della stazione di Bologna, ma di tante stazioni in Italia. Dove i treni, appena fuori dalle disastrate città vanno poi come vanno e come sappiamo – vergogna internazionale. A Bologna abbiamo l’esempio dell’Arena del Sole; che ha succhiato più soldi di Carlo Magno in Spagna ed è lì, imbellettata quasi fosse un cadavere da sotterrare.

Eppure l’Arena era, allora, solo un progetto isolato; adesso siamo messi di fronte, noi cittadini, al processo globale che investe la Bologna metropolitana, un elastico che si deve distendere di qua e di là, su e giù. Nelle ipotesi, e ascoltandole, sembra di leggere una favola delle mille e una notte. L’immaginazione ebbra e liricizzante impera: autostrade veloci, pulite, liscie contornate da alberi stupendi con foglie verdi che raccolgono gocce di rugiada e i nidi dei cardellini, spazi ampi per bambini pattinatori, per vecchietti arzilli con bicicletta, negozi splendidi, luci sempre vive, servizi pronti e attivi, suoni di musiche invitanti e per le strade spettacoli di giovani, aria pulita, traffico rarefatto (non si sa bene come e da chi o cosa deglutito); insomma, un futuro di vita sociale prevedibile e felice; soprattutto di prevedibile funzionalità.

A me sembra, su questa falsariga, che Bologna abbia perso quella parte di smalto che la tutelava da certe esercitazioni programmatiche esornative generiche (inattuabili, realisticamente, dentro all’ampollosità delle enunciazioni) e abbia imbucata la strada di un adeguamento e appiattimento sullo standard nazionale.

Deduco queste impressioni, ad esempio, dalla politica delle affrettate decisioni assunte di fronte al problema della nuova immigrazione; politica oscillante fra una quotidianità pragmatica di piccole risoluzioni e un moralismo generico, teorico; più deleterio che fattivo, in quanto abitua ciascuno fin dall’inizio ad ottenere gridando non a chiedere regolarmente per ottenere il dovuto, il lecito, il necessario – con buona previdenza già programmati.

Ma questo, ed è privata impressione che non mi interessa sia condivisa, è collegato alla precipitosa perdita di identità politica-operativa della città. Tutto è ormai il polpettone che riscontriamo a Roma o altrove; non si realizza ma si discute per giorni settimane mesi se e come realizzare; scambiando per democrazia la tramatura perversa del partitismo oramai debordato. Così anche noi, qua, stiamo per abituarci ai discorsi del bla bla; e, in quanto al fare, al privilegio dell’opera più generica ed eclatante sull’opera più utile.

Bologna è un cantiere e sembra di essere a Napoli, a Palermo. Tutte opere urgenti, necessarie? E il programma che dovrà essere avviato fra poco, spendendo miliardi a pioggia?

Non dimentichiamo che Palermo o Napoli non sono più sole. Dentro al guazzabuglio del «caso» italiano, caverna di un orrore autentico mai descritto, ci sono ormai le altre città, compresa Bologna. Da vent’anni la cintura periferica del nostro capoluogo si è vista recapitare in parte per autonomo trasferimento in parte in domicilio coatto, il fior fiore dell’esercito mafioso meridionale: e adesso siamo stati conquistati. Dicono che mafia e appalti edilizi sia una equazione istituzionalizzata: Allora, invece di buttarci a briglia sciolta, non dovremmo cominciare, o ricominciare, a fare conti più attenti, severi, coatti, più lentamente progressivi; senza precipitarsi in questo gran ballo delle pietre che saltano non a dare nuova felicità agli uomini, ma a sotterrare la loro vera speranza, la loro autentica dignità sociale?

 

 

 

Carte d’Arte, anno III, n. 7, ottobre 1990.

 

 

 

Tutto il mondo tende a radunarsi, a confluire. Anzi, sostengono che si è già tutto radunato e non troppo all’improvviso facendo di ogni erba un fascio. Anche se sono affermazioni ovvie (ma le cose accadute devono sempre essere indicate, per la necessaria chiarezza) voglio dire che adesso in un minuto sappiamo vita e miracoli dell’angolo più oscuro del mondo (naturalmente, se all’angolo più chiaro e luccicante del mondo questa conoscenza conviene che sia divulgata). Così è in corso una eccezionale, caotica sovrapposizione di messaggi che, nella conclamata libertà di informazione, producono il più ossessivo spaventoso ingorgo informativo nella storia dell’uomo; il quale si sente sommerso nel molliccio dei segnali senza neppure potere esercitare il diritto a una selettiva e sana ignoranza – che potrebbe essere un’estrema salutifera condizione di tutela e di difesa. Un cauto sonno della mente. Nella realtà i segni traboccano e vengono rovesciati come covoni di spagna appena falciata addirittura nell’interno delle case; noi dobbiamo solo pasturare in continuazione, in un ruminio che neppure il fondo della notte acquieta.

Tutto risaputo, lo so. Mali inveleniti che vengono di continuo indicati. Ma come un possibile consiglio di sopravvivenza, si potrebbe cogliere intanto quello che induce, o dovrebbe indurre, a restringere il campo della propria attenzione, della propria all’erta; non per selezionare le notizie da recepire ma per scegliere di recepire con costanza solo notizie da un ambito delimitato. Per esempio, quelle della propria regione o della propria città o del proprio quartiere o del proprio condominio. In questo modo, si fa per dire, le notizie ricevute e assimilate avrebbero il naturale necessario conforto di una ritrovata partecipazione sentimentale, della partecipazione della memoria – e di quella diretta e convinta della ragione. Una ragione turbata, inquieta ma non più alla deriva fra un mare di rifiuti.

Ecco perché è anche necessario rifarsi, credo, al disastroso, sciatto e ormai troppo generalizzato (nell’indifferenza) servilismo culturale a cui ci siamo rassegnati, adattati; servilismo confermato in ogni occasione e in ogni momento della nostra giornata: ad apertura di giornale, ad occhiata televisiva o in un angolo di strada cittadina. Anche solo per le insegne dei negozi, per i manifesti affissi contro i muri.

È facile aggiungere che non ci dovremmo invece troppo meravigliare, se è vero che il progetto più ridondante e frenetico che coinvolge le ipotesi di sviluppo (anche locale) è legato prevalentemente al turismo – che, delibato in questa ossessione, è da leggersi come l’ultima Thule di società e culture esanimi, senza più fiato.

Anche dentro a un tale contesto (da buoni cittadini attenti, ben disposti a valutarne soprattutto i risvolti meno sbrilluccicanti ma forse più decisivi e significativi) abbiamo cercato di seguire giorno per giorno il congresso/convegno della federazione locale del PCI; deducendone, in generale, un clima di ricerca, di dibattito.

Tuttavia ho avuto anche un’altra impressione. nel procedere dei giorni: e cioè, che il clima sopraindicato tendesse a sminuire di rigore per acquisire soltanto calore; alimentandosi via via di convinzioni non sempre verificabili in diretta sui fatti. Quasi che la drammaticità autentica dell’attuale momento del PCI si trasferisse, sciogliendosi, all’interno di un unanimismo applaudente e, alla fine, sorridente. Mentre questa drammaticità, che non va risentita come un incubo ossessivo o deludente, a mio parere è l’unico fiato vitale, l’unico vero fuoco culturale e riflessivo (alimentato dalla necessità reale di uomini vivi) che intacca in questo momento la merdaccia della società italiana.

Ho appena fatto cenno alla dilatazione disumana dell’informazione diretta, commentando che – a mio parere – la salvezza (se può darsi) da questa peste del secolo consiste in un codice rigoroso di autodisciplina nell’ascolto e soprattutto nel circoscrivere, per le generali, l’ambito di questo ascolto; cercando addirittura di stabilire i muri fra i quali collocarsi per potere continuare a gestire una possibile autonomia. E in questa logica da guerre stellari che non mi è parso di cogliere elementi sostanzialmente nuovi nelle giornate del congresso bolognese.

Invece dentro a queste problematiche, di assoluta prevalenza, si giocheranno le carte estreme nei prossimi decenni. Mentre è in riferimento ad esse che il PCI sembra in questo momento particolarmente scoperto. Basta valutare la perdita reale di «peso» giornalistico anche solo nell’ambito della distribuzione; e l’assoluta mancanza di «peso» televisivo. La carenza di elaborazione di linguaggi alternativi della comunicazione e un sostanziale adattamento alle norme istituzionali in atto. Anche sottostando al mito/ricatto/incubo dell’indice di ascolto; ennesimo inghippo inventato dal cane per tenere le pecore in branco.

Ci sarebbe insomma urgenza di fare e spazio per fare, senza aspettare le pacche dei padri/padroni dell’informazione sulla schiena. Mentre il solo entusiasmo, stando seduti in poltrona, non sempre foriero – come si dice – dei migliori e più urgenti consigli.

Aggiungo che, all’interno di questi problemi, appena esemplificati in breve ma che non sono da poco, l’arte (sia come produzione di merci che come distribuzione di segni, di nuovi segnali) entra con prepotente necessità, da protagonista. Non sempre da parte degli amministratori invece, se ne tiene il debito conto; accontentandosi dei bottoni che luccicano.

 

 

 

Carte d’Arte, anno I, n. 3/4, marzo-apr. 1989.

 

 

 

Giovedì, 07 Febbraio 2013 16:22

Cose e casi di casa nostra

Va bene Morandi a Mosca, per carità. Come va bene l’arte italiana del Novecento a Londra, per carità; anche con la viperosa maretta di picche e ripicche che ha suscitato – ma si sa che, ogni qualvolta uno è comandato o deputato a scegliere, trascegliere e segnalare, opera secondo piaceri e interessi critici o fredde convinzioni propri; e gli altri strillino pure, secondo puntuale scadenza.

Quindi nessuna meraviglia anche questa volta per Londra. E buon consenso per Morandi a Mosca; lui che da vivo appena appena arrivava a Grizzana, sull’Appennino bolognese, mica più in là; e adesso si muove e gira da una parte all’altra che neanche Marco Polo redivivo. Mi ammoniscono di essere serio e che se vengono aperte mostre in tante parti del mondo, dovrà pur essere perché la fama del Maestro è tanto consolidata da farne un classico del nostro secolo. E quando girava sotto i portici di Bologna e pochi lo filavano?

Ma neanche questo deve essere oggetto della presente breve scrittura. Piuttosto una domanda, affatto capziosa: bene Morandi a Mosca, ma non sarebbe meglio Morandi a Bologna? Chiedono: cosa vuol dire? Vuol dire questo: che in un momento così complesso e per molti aspetti forsennato (in rapidità e contraddizioni) per i mutamenti genetici della cultura – e per gli spostamenti degli assi di giudizio, rapporto, riferimento – una riconsiderazione complessiva della politica culturale ai livelli locali dovrebbe essere una necessità di fondo per le pubbliche amministrazioni. Per ricondurre la metodologia operativa a soddisfare piuttosto le reali e dirette urgenze del posto, o a suscitarne con sollecitudine costante di nuove: più che a divagare per i campi di ampia estensione e di cui neanche si scorgono i confini – così scambiando confusione per necessità.

C’è infatti, in colleganza con questi gemellaggi artistici, un gran apparecchio di tavole rotonde e un gran transito di personaggi; un via-vai di gente in fiera, che blablaggia divaga confabula sancisce ammonisce pasteggia e in breve scompare. L’abitudine tende a proliferare e a generalizzarsi, succhiando quattrini come il rosso da un uovo. Ma una ospitalità a spese comunali sembra non potersi negare ormai a nessuno, solo che esibisca minima veste ufficiale, o sia una voce in qualche elenco di persone notabili. È così che si deve gestire la cultura come momento inalienabile della vita sociale?

Si ha l’impressione verificabile in concreto che l’apparenza delle cose stia sopraffacendo la loro realtà; e così quella delle idee o dei progetti culturali. Una cultura che si disperde in giri forsennati qua e là, in continua attitudine di facciata; o che si accontenta di farsi vedere e di vedere tutto e in fretta, purché sia tutto e in fretta, sta sostituendo la cultura vera che si fa e si conduce con la rimozione lenta, con il meditato e paziente operare, con la continua ricerca e definizione dei particolari. Mi ridono sul muso che ciò è improponibile, data l’invadenza ormai generalizzata nel privato e nel sociale dell’informazione visualizzata: e che la pazienza, una certa intelligente riservatezza e altre consimili castronerie sarebbero soltanto contraddizione involuzione retrocessione; perdita di tempo e di fatica. E così sia. A me, con ostinazione, sembra risposta di comodo, troppo rapidamente istituzionalizzata.

Forse la verità è che noi siamo una modesta provincia dell’impero; senza più neanche dignità linguistica; una provincia, anche così, marginale (come tale, piena di riboboli e di protostorica presunzione); quindi avendo poco/pochissimo da proporre con le idee, appena si apre un varco lì ci precipitiamo battendo alla porta con la nostra mercanzia – e sempre accompagnati da un codazzo di autorità e parenti.

Sarebbe un altro discorso se almeno, in contemporanea, avendo cominciato a maturare il principio di una non sopportazione al servilismo culturale, ci premurassimo di avviare sul serio una attività di ricerca in più direzioni, e a mantenerla attiva con un appoggio e una attenzione costanti. Invece, per esempio, di aspettare la Biennale Giovani ’88 per scoprire l’obbligo di dare spazi alla ricerca giovanile, che non sia concepita solo come momento ludico da una mattina a una sera.

Però occorrerebbe, in questo caso, partire dalla convinzione che la nostra società, quindi la nostra città, è meno appagata e più inquieta e problematizzata di quanto rispettabili amministratori, anche del nostro Palazzo, vadano parlando.

 

 

 

Carte d’Arte, anno I, n. 1/2, genn.-febb. 1989.

 

 

 

F. Campione:

 

Il bel dialogo leopardiano di Emilio Speciale e gli altri interessanti saggi che precedono dimostrano la centralità della morte nell’opera di alcuni grandi e importanti poeti contemporanei. Centralità che certamente si confermerebbe se si prendessero in considerazione altri poeti. Ciò giustifica l’interesse della Tanatologia per il rapporto tra poesia e morte, ma non impedisce di constatare che, a parte la potenza espressiva, si ritrovano nell’opera dei poeti concezioni e atteggiamenti (dall’associazione del dopo-morte all’idea di infinito, alla paura-desiderio di morire) universalmente presenti in tutti. Insomma, a parte le parole per dirlo, i poeti non sembrano avere da dire sulla morte quasi niente di nuovo.

Le vorrei chiedere se condivide, in quanto poeta, questa considerazione oppure se pensa che la poesia possa andare oltrel’espressione della morte verso quella “verità della morte” che l’uomo sembra cercare da sempre.

A meno che non si possa sostenere che la poesia sia uno dei “poteri” che l’uomo può opporre alla morte, proprio rendendo esprimibile quella dimensione dell’ineffabile che è l’invivibile nulla di vita che la morte lascia dopo il suo passaggio.

 

R. Roversi:

La morte ha verità perché ha e dà certezza. E dà certezza perché è un momento della vita. Né alto né basso, né lieto né terribile. Un momento. Neanche nel più grande dolore è una liberazione dalla vita, la sua sottrazione.

Credo (mia privatissima conclusione) che non si possa sentire la morte come una fine, una fuoriuscita dalla vita, ma piuttosto come, per esempio, il voltare le pagine di un libro infinito – e di questo sfogliare si ascolta il soffio inesprimibile, struggente. Come in certe sere d’inverno.

Non credo inoltre che della morte si possa parlare, neanche con paura. Anche il grande padre Dante ha fatto di inferno purgatorio paradiso la sede di uomini e donne vive, che cercano ancora la vita e non sono rassegnate alla morte.

 

F. Campione:

Si constata sempre più spesso che “non c’è più religione” così come sempre più flebile si fa la voce del poeta nell’assordante bailamme di ciò che è utile ma privo di ritmo. Mi chiedo, e Le chiedo, se la morte di Dio (o il suo assassinio) e la morte della poesia (o il suo assassinio) non siano aspetti di un medesimo processo: il dissolversi della spiritualità, delle sue metafore, delle sue credenze e dei suoi cantori.

Non sarà, in altri termini, che Dio, la Poesia e la Spiritualità come dimensione complessiva hanno bisogno per vivere di andare oltre ciò che c’è verso ciò che non c’è? Non sarà cioè che hanno bisogno della morte per esserci?

 

R. Roversi:

Per esserci, c’è bisogno urgente di speranza di vita. Altrimenti c’è un dio rassegnato, una poesia rassegnata, una spiritualità senza vigore. I grandi mistici medievali, che danno i brividi a frequentarli, si ferivano anche, per soffrire come carne umana, come uomini e come donne e cercavano dio per toccarlo, viverlo e non morirlo; avevano bisogno “ardente” di toccarlo. Anche le piaghe erano fiori. Così è vero che il dio (di qualsiasi parte) è sceso in terra, non è rimasto acquattato fra le nubi. È un guerriero ferito, non un sovrano terribile e vincitore un prepotente lontano, da sognare. Il nostro tempo è tale, che attende nell’inquietudine più nera, perché gli uomini e le donne non riconoscono più neanche la propria faccia. In tale tempo, anche la morte non ha più la faccia della vita ma ha indossato la maschera arcaica di occulti dubbi, di improvvisi desideri, di atroci inquietudini. Ma questa morte inquieta e nera passerà, ritornerà ad essere vita. Allora la vita tornerà ad accogliere la morte trionfante, con un fremito, fra le sue forti braccia.

 

F. Campione:

Tornando alla Poesia come “potere”, si intuisce spesso che chi assiste i morenti (il medico, lo psicologo, il volontario o la persona cara) avrebbe proprio bisogno di essere poeta per poter parlare a colui che muore in questa fase cruciale della sua vita; poiché non è vero che non si sappia cosa dirgli, è più vero che anche quando lo si sa se ne ignora il “come”.

Non crede che i poeti cantando “tematicamente” la morte potrebbero favorire una buona morte altrettanto e forse meglio dei medici e degli psicologi?

In altri termini, non è il bello, mediato dalla poesia, altrettanto importante perché la morte sia buona, delle giuste difese contro il dolore le paure e l’angoscia attuate dal medico, delle verità che solo il morente può dirsi facendo più autentico il suo morire, e delle libere scelte che egli può attuare tramite il rispetto che gli altri gli portano e la responsabilità che egli si assume nei loro confronti?

 

R. Roversi:

Frate Francesco da Assisi, morente (quasi morente) nella capannuccia che suor Chiara aveva alzata nella stanza del convento, sentendosi mancare gridava a voce alta i grandi versi del suo cantico mentre i topi gli passeggiavano sopra il corpo, indifferenti e alteri. Non credo che la poesia sia poi questa grande salvazione e aiuti chi muore a morire; anche se è libera indipendente e intrepida. Non può convincere a una rassegnazione silenziosa, né può in genere sottrarre qualcosa alla vita per cederla alla morte. Ma se intende davvero partecipare a un combattimento, può disporsi di proposito sulla riva del fiume e ingaggiare una lotta feroce e implacabile con Caronte, per sottrargli la morte e ricondurla alla vita. Solo così, scambiandosi i ruoli fra traghettatori, ruoli tremendi, la poesia da agnello si può fare leone.

 

F. Campione:

Le vorrei chiedere infine se, a Suo parere, c’è una morte più acconcia per un poeta, posto che anche i poeti muoiono come tutti, e cioè da eroi (come Byron), da vittime (come Pasolini), da malati di “peste” (come Bellezza), da borghesi (come Montale).

Naturalmente ciò che veramente le voglio chiedere è cos’è la morte per Lei, quanto peso ha nella Sua poesia e nella Sua vita.

 

R. Roversi:

Per me la morte ha il peso della morte del mondo (si badi: non dal mondo). La mia morte è col mondo che muore. Non ha alcun peso la mia piccola morte, meschina e appartata. La violenza totale del mondo è la mia morte, una violenza mai consumata. E questa morte nella vita, che è morte della vita, è un accompagnamento diuturno, avendo anch’io avuto per destino di vivere dentro i boschi bui di questi anni senza confine. E dentro a una morte infinita. Fin dal ’43 un mio libretto ha la morte del mondo che moriva in ogni pagina, in ogni verso. Perciò posso dire che la morte è il continuo annerimento di una speranza che ad ogni alba rinasce. Non si conclude con me. Io non conto. È una morte incalzante e inesorabile dentro a una vita, che è anche la mia vita incalzante e inesorabile. Sarò cremato, disperderò le ceneri, sarò un foglio voltato, un fruscio in quell’atto. Non c’è nulla che mi possa allontanare dalla mia vita, neanche la mia morte.

 

 

 

Zeta. Ricerche e documenti sulla morte e sul morire, n. 17-18, dicembre 1996.

 

 

 

Giovedì, 07 Febbraio 2013 14:32

Il dio del mare (continuazione)

Lo so che c’è il rischio di moraleggiare, se si toccano certi argomenti. In quanto – anche questo è risaputo da chi non si accontenta di borbottare per poi ritirarsi e farsi i fatti propri – amministrare una città è oggi impegno da far tremare.

Ma detto questo, sarà utile ripetere che lo stato del nostro patrimonio artistico/librario – così come appare a ogni cittadino attento – è disastrato. In molti casi, vergognoso. Mentre questo patrimonio che dovrebbe essere tutelato con la cura più minuziosa e costante, è il nostro bene più solido e rilevante; la nostra maggiore ricchezza; monetizzabile in concreto e rivalutabile in continuazione; determinante per il prestigio reale e duraturo della nostra società; squisitamente utile per sollecitare e guidare, dalle Alpi a Marsala, un turismo non cialtrone ma programmato e coinvolto.

Ma la speranza è poca. Infatti, cosa si può sperare da governanti che non hanno avuto interesse a darci schedature giornate e funzionali? Da un Ministero della Pubblica Istruzione il cui ultimo annuario risale a oltre dieci anni fa (a meno che non ne abbiano finalmente pubblicato uno in questi giorni)? Da un Paese in cui il più osannato riferimento statistico per la lettura di se stesso è l’annuale rapporto del Censis? Da un sistema di tutela del patrimonio librario, troppo spesso scoordinato, ottocentesco, sconvolto dentro la ragnatela di una legislazione caotica quindi inefficace?

Da lunedì 5 dicembre a mercoledì 7 è stata aperta a Bologna la «Seconda Conferenza Nazionale dei Beni Liberi» con la solita pomposità: arriva il Ministro dei Beni Culturali e Ambientali e più di trenta partecipanti «ufficiali», per 18 relazioni e due tavole rotonde. In contemporanea, sempre lunedì alle ora 18 è stata inaugurata all’Archiginnasio la mostra «Alma Mater Librorum» (nove secoli di editoria bolognese per l’università ecc.). Queste manifestazioni sono subito riprese dalla stampa quotidiana o patinata, che troppo spesso insegue il cammino dei potenti, mentre è indifferente alle ruberie forsennate del nostro patrimonio d’arte minuto; così continuate e perseguite che un altro paese avrebbe già provveduto a darsi una legislazione d’emergenza per provvedere in merito come in una situazione di pubblica calamità. E dato che solo i fatti restano, vorrei suffragare queste annotazioni con alcuni riferimenti degli ultimissimi accadimenti di furti, in una successione tremenda:

1) Biblioteca Marciana, Venezia (70 opere rubate);

2) Biblioteca Civica, Biella (11 opere rubate);

3) Biblioteca Comunale Ariostea, Ferrara (31 volumi rubati);

4) Biblioteca dell’Istituto Ortobotanico dell’Università, Genova (rubate 2 opere);

5) Biblioteca Ambrosiana, Milano (rubati 4 incunaboli);

6) Biblioteca dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria, Roma (rubati 24 volumi).

È come se, pari pari, depredassero gli Uffizi.

Potremmo aggiungere: lo Stato sparagnino compera piccoli archivi di letterati locali ma, ad esempio per il Novecento e in questi ultimi tempi, il grande archivio di Marinetti è andato in America, il grande archivio di Prezzolini è finito in Svizzera. D’altra parte troppo spesso da noi gli archivi importanti finiscono per lo più dilapidati, sconquassati, dispersi. Aggiungerei un episodio a certificazione della metodologia comportamentale degli amministratori culturali, con riferimento all’acquisto da parte del Comune di Bologna dell’archivio superstite del conte Aurelio Saffi, triumviro con Armellini e Mazzini della Repubblica Romana; Dal sottoscritto professionalmente riscontrato e valutato con ogni cura, affinché l’acquisto fosse compiuto nel rispetto delle parti e soprattutto del pubblico denaro. Poco dopo ed è storia recente – (il conte Saffi aveva archivio e villa a Forlì) – gli amministratori comunali di quella città. Indifferenti prima e per molto tempo in seguito, risvegliatisi quasi da un sonno della mente, cominciarono a berciare on Bologna per riavere indietro, in qualche modo, quei fogli. Improponibile presunzione, è facile capire. Comunque, ad essa si aggiunga la sciattezza dell’affermazione che il Comune di Bologna li avrebbe acquistati «per quattro soldi». Senza alcuna garanzia di verifica diretta, e solo per una presunzione affrettata, questi responsabili culturali concludevano in un giudizio che conferma, in troppi casi, l’indifferenza per l’uso del denaro pubblico – che come si sa va non sperperato ma attentamente conteggiato.

Così nonostante la lotta faticosa di responsabili intelligenti, il genocidio del nostro tesoro d’arte sembra senza fine; oggi tanto più, che gira la convinzione che il fumo della Fiat vale mille volte la polvere delle Biblioteche o l’aria dei musei. Pericolo di saccheggio ha intitolato L’Espresso un servizio del 20 novembre. Si potrebbe precisare che il saccheggio è cominciato da tempo; anzi, che si sta consumando. Anche nel particolare immediato della nostra città possiamo vedere aperto un contenzioso, sulla pelle del povero gigante disarcionato, fra amministrazione comunale e amministrazione industrialfinanziaria. A stabilire ancora una volta, se mai fosse necessario e come è possibile tornare ad annotare sulla base dei fatti, che c’è guerra anche intorno alle statue – e non pace.

Che l’arte pesa e non è mai più il libero ludico spazio della grande fantasia, che inebria lasciando liberi. Come sempre, chi ha il potere reale lo vuole gestire in concreto e in ogni occasione ricavandone scintille. E le parole sui reciproci disinteressi sono sabbia e vento. Quello che resta conficcato al fondo, come vero problema e come una inderogabile esigenza, è il problema di utilizzo e di gestione anche dei dettagli (dei particolari) man mano che l’operazione sulle cose d’arte procede, per arrivare alla conclusione che suscita applausi e massmediologico consenso. Per ottenere questo e questo solo risultato, trattasi di una tela, di un marmo, di un suono o di un fiore, non si bada a spese; anche se nel progresso del lavoro lievitano come una crostata e non si sa bene, alla fine, se non sarebbe stato meglio dirottarle in altre direzioni per sanare ferite più urgenti – ma di certo meno scenograficamente importanti; interessanti.

Quindi la metodologia operativa (e selettiva) copre o scopre – seconda dei casi – un problema che finisce quasi sempre ad essere unidirezionale, in quando ormai si scelgono «uni e trini» soltanto i riflettori. Che sono oggi l’incenso dell’arte.

Si potrebbe però aggiungere, per concludere questa semplificata annotazione, che può accadere che la troppa luce accechi. Essendo l’occhio organo per ben vedere, anche nei dettagli; non per lasciarsi sopraffare e infastidire troppo a lungo.

 

 

 

Carte d’Arte, anno I, n. 2, dicembre 1988.

 

 

 

 

Giovedì, 07 Febbraio 2013 14:22

Il dio del mare da qui a lì

Dal Nettuno malato al Nettuno risanato. Bene. Certamente la statua del Nettuno, definita «colossale» dal padre francese Labat nel 1706; con «veramente la maestà di un dio», secondo la forte impressione di un altro viaggiatore, sempre settecentesco, aveva bisogno e forse un bisogno urgente di una pulizia o di un restauro. Per guasti e offese inferti, è forse appena il caso di annotarlo, non tanto dai quattro secoli ma piuttosto dai quattro quinquenni recentissimi, che, per uno sviluppo industriale e produttivo scatenatosi senza più alcun controllo, senza alcuna programmazione che non fosse finalizzata al lucro più specifico, hanno portato più guasti in occidente nonché nelle nostre ubertose pianure, di quanti ne lasciassero dietro di sé i barbari un tempo, nel corso delle loro improvvise invasioni. Questo mondo così puro, casto, incontaminato che ci vediamo ruotare attorno lacerato da mille ferite, è il buon risultato della civiltà del profitto e della produzione senza respiro e senza sospiro, incessante, essendo la filosofia presente e prevalente legata a una competizione da selva, da bosco medievale, con l’obbligo conseguente di azzannarsi senza esclusione di colpi, e senza soste, al fine di fare poi prevalere il più furbo, il più forte, il più protetto, o il più spietato.

Così, primo appunto da precisare, i guasti sulle o delle opere d’arte, specie quelle a cielo aperto, sono in prevalenza da imputare a fumi, acque, laghi, monti, cieli, soli, orizzonti oramai imputriditi. E la nostra cara Emilia, in riferimento a scarichi industriali non protetti, in aria o per terra, non sembra essere indietro a nessuno, anzi, se le indicazioni che girano sono esatte, siede nelle primissime file.

Ad ogni modo la buona notizia è che il povero Nettuno, tartassato dalle piogge acide più che dai reumi dell’età, sarà rimesso in sesto a spese di un consorzio di industrie locali, appositamente allestito e di lunga, o abbastanza lunga, durata. Se ne prende atto, e basterebbe questo.

Ma, secondo ciclostilati mandati in giro, interviste a vari, referti di stampa e di cronaca, dovremmo pure esultare o esaltarci; e allora sembra troppo. Perché, facendo conti minuti, la spesa di un miliardo e mezzo per settantasette aziende – tante sono quelle consorziate – porta a una cifra per singolo forse più bassa, più ridotta (ma forse più remunerativa), della spesa sostenuta da ognuna per mandare panettone, mortadelle e sciampagna dentro i canestri intrecciati, o l’agenda di Missoni, per Natale ai clienti più attivi e ai fornitori più solerti.

L’operazione è comunque, come tutte le altre operazioni a maggiore livello e di più consistente impegno intrattenute in varie parti d’Italia nei tempi scorsi o da intrattenersi nei tempi prossimi, è di puro semplice reale impegno promozionale. In altra parola, pubblicitario. Attraverso i muscoli del Nettuno incrinati dallo smog, ci si inoltra in una trafila ormai convalidata e sperimentata che, nelle terapie sui prodotti artistici molto rilevanti, considera esclusivamente un ritorno promozionale, una lustrata d’immagine. Almeno a mio parere, credo che chiarire questo, con minuzia insistita, non sia affatto scorretto o polemico o scortese (da cuore ingrato); ma un modo di impostare non solo questo atto operativo-restaurativo, ma l’intero problema generale in una più corretta prospettiva.

Il collezionismo d’arte, in questi trent’anni, è stato spazzato via dalla violenta mercificazione di ogni prodotto artistico. Mercificazione che non ha salvato neppure le nuove avanguardie; tanto che verrebbe da dire che ogni giovane artista, già al primo quadro o alla prima scultura, è marchiato a fuoco da un segno di proprietà su una chiappa come un vitello di branco. Classificato, valutato – e di lì non si scappa. Può magari sottrarsi al mercante, ma non al mercato. Al posto del collezionismo è subentrato questo ius primae noctis della sponsorizzazione, per lo più siglata da un nome industriale conosciuto, che a scanso di equivoci per lo più mette gli occhi su pezzi pregiati, su carni scelte da brodo e rifugge dai pezzi meno nominati, più oscuri. Si deve poi aggiungere, per togliere qualche suono alla festa, che nel nostro paese è in atto – in opposizione al cauto e conclamato recupero di qualche capolavoro – la sottrazione sistematica e dolorosa – quindi forsennata e quotidiana – del nostro patrimonio d’arte più minuto (più prezioso e glorioso ma meno famoso, meno conclamato). E poi, che dalle nostre grandi o piccole biblioteche, libri rarissimi e stupendi, vere architetture grafiche, esaltanti campioni di cultura, sono sottratti a pile, giorno dopo giorno; tanto da far dolere che a questo ritmo (l’ho già scritto ma lo riscrivo) fra cinquant’anni le bibliote­che italiane custodiranno solo topi, tarli e la polvere degli scaffali vuoti. (Ma la biblioteca dell’Archiginnasio non è da un decennio senza direttore?).

E allora dovremmo esaltarci, esultare più che tanto per un «gigante» lustrato da una cura sbandierata da oltre due anni? Perché dovremmo tanto ammirare e ringraziare? Solo se fiutiamo l’aria con il naso o speculiamo il cielo intristito e ingrigito con gli occhi, ce ne passa la voglia. Le urgenze sono altre. Meno da prima pagina e più da cronaca minuta, da necessità caute e quo­tidiane, da urgenze che non portano applausi assordanti.

Forse più lodevole in profondo, e veramente onesto e leale al servizio della gente, sarebbe risultato un consorzio finalizzato ad allestire per obbligo, in ogni centro di produzione, discariche non inquinanti e tecnologicamente aggiornate.

Un vero balsamo per la comunità. E invece, con poche palanche e qualche ciclostilato si crede di esorcizzare il vero diavolo del nostro tempo – che non si annida fra le pieghe di una statua ma piuttosto fra i fumi ambigui che si aggirano sulla pianura. Per ciò è scossa la fiducia, da parte di molti cittadini, sull’esito di tante operazioni conclamate ma esornative. La sostanza dei mali di questi anni permane dura, non interferita, quasi ignorata. E non promette niente di buono. (Mi piace terminare con un «aneddoto» di Chamfort, appena riletto in una edizione che mi è cara: «Venivano citati degli esempi circa la ghiottoneria di parecchi sovrani. Cosa volete – disse il semplice signor di Brequigny – cosa volete mai che facciano questi poveri re? Dovranno pur mangiare».)

È giusto aggiungere, prima di concludere e per non lasciare l’impressione di una genericità soltanto irritata, che questo è solo l’avvio di un discorso argomentato che dovrebbe prolungarsi con lo scopo di precisarsi, offrendo alcuni spunti più suggestivi d’appiglio. E così, nei personaggi locali della finanza è lecito vedere una prima sommaria esemplificazione di protagonisti in scena altrove; è là, certo, molto più definiti, incisivi e aggressivi. Con le mani in pasta in situazioni e scene che l’opinione pubblica, se fosse davvero attenta, dovrebbe sempre più controllare e accompagnare (nel farsi), oppure ribattere, al fine di non soggiacere a risoluzioni che potrebbero anche dimostrarsi, liberate dagli orpelli in superficie, deleterie.

Manca poi ogni accenno ai politici amministrativi, che per mandato gestiscono la conduzione delle cose nella nostra città; e quindi anche in riferimento alle urgenze di rimpannuciamento dei vari oggetti d’arte aggrediti dagli elementi atmosferici, dal peso dei secoli o più semplicemente dall’incuria degli uomini. Perché anche in questo caso sembra, il riferimento vuole essere in generale, che il fare sia piuttosto legato alla spettacolarità dell’operazione che alla reale urgenza. E il cittadino che guarda e osserva teme che ormai non ci siano più limiti, in ogni direzione, all’ondata d’urto, terrificante come un maremoto, della vita (e perfino della morte) intesa come teatro in piazza, come luce di una qualche ribalta. E che si tenda ormai a ridurre ogni atto in una commedia. Tali sono le preoccupazioni non rinunciabili, enunciate con scarsa vena polemica ma con convinta preoccupazione, partecipazione. Sarebbe buona cosa non sentirsi di continuo circondati, nella vita d’ogni giorno, da monologhi d’autore, o da notizie di balene.

 

 

 

Carte d’Arte, anno I, n. 1, novembre 1988.