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Martedì, 29 Gennaio 2013 14:32

Piero Jahier

Barba Piero lo chiamavano i suoi alpini della prima e terrificante guerra mondiale. “Agente ottimo ma impromovibile” lo definivano i suoi capi nella Ferrovia e gli agenti della polizia durante il ventennio fascista. “Con che silenziosa ostilità”, confidava, “ho portato i miei ven-t’anni di miseria e di soprusi”. Infine, ancora: “Confino e prigione spirituale! La persecuzione Fascista mi ha privato dello scrivere, ma non mi ha impedito di pensare!”. E durante la seconda guerra mondiale, relegato (in effetti, confinato da Firenze) a Bologna, affermava con convinta durezza: “Ho solo il problema di conservarmi”.

 

Che uomo era, dunque, Piero Jahier? che scrittore, che poeta era, dunque, Piero Jahier? Ciascuno ha il suo giudizio, oggi; io seguo, direi insegno, il mio. Sia giusto o meno, e per le generali intanto, lo avvicino e lo raffronto, per segni continui e particolari, a Rebora e a Mandel’stam. A uno, per la costante tensione, che incrudeliva e poi finiva a sovrastare, per perdersi, dico meglio: immergersi negli altri come atto inevitabile necessario urgente di conoscenza di sé e del mondo, di cui tuttavia era, il prossimo, in ogni momento protagonista inesorabile.

Ricercare e avvicinarsi agli altri era come ferirsi di volta in volta per riconoscere il proprio sangue, assaporare quasi amaramente la propria vita già trascorsa, trasferirsi in una disposizione di quotidiana attesa. Era insomma una forma dura di donazione. All’altro, per questo impedimento esistenziale di trovare riposo, di rasserenare il cuore e soprattutto i pensieri; per questa continua, prolungata ambivalenza esistenziale fra la ricerca di un approdo dell’anima e la pulsione acuminata dell’esistenza quotidiana che non dava tregua: “Se l’anima indietreggia, indietreggia anche la poesia”. E invece, trascriviamolo una seconda volta: “Quattro anni di esilio a Bologna con la famiglia spezzata in due… Confino e prigionia spirituale!”.

Nato a Genova nell’aprile del 1884, morto nella cara e amata Firenze nel novembre del 1966. Di famiglia valdese, il padre era pastore nella chiesa, due anni di studi religiosi; poi l’entrata, dopo la morte tragica del padre, nell’amministrazione ferroviaria; avendo già presto imparato che “volere è una forza ed amare una potenza”. Ed è questo l’elemento primario, di fondo, della sua personalità, della sua umanità. Con me e con gli alpini ne è una costante verifica, e rende quest’opera, alta e insigne, oltre il suo valore, un unicum fra le opere e sono tante e un manipolo anche notevoli(ssime) scritte da artisti soldati in quella prima guerra infernale. “Criticano sempre / perché mi accompagno con gli inferiori. / Ma non mi accompagno con gli inferiori; / mi accompagno coi miei uguali. / Tu credi di essere più istruito perché hai fatto le scuole; / e che il soldato popolo ti sia inferiore. /

Credi che la saviezza dipenda dall’alfabeto. / E la nobiltà dal sartore. / Ma io tutte queste cose non le credo. /Tu, cos’è stata fin qui la tua vita? / Sei nato, ài empito pelle, vuotato pelle, fregato pelle. / Eppoi tuo zio Capo Divisione ti ha impiegato. / E da allora ài empito più pelle, vuotato più pelle, fregato meglio pelle. / E se mi parli, non mi sai parlar altro che di questo empir pelle e vuotar pelle e fregar pelle che ti è stata la vita. / E allora io mi accompagno col mio trombettiere contadino, invece. / Che à un’anima tanto ricca che trabocca in poesia, / quando mi racconta il combattimento contro la miseria ch’è stata la sua vita. / Viaggi e battaglie di un contadino italiano contro la miseria”.

E poi, altrove: “Ma tu, ricordati di FARE IL BENE CON DISPERAZIONE. / Se fosse con soddisfazione, chi non farebbe bene? / E bene perché fatto con disperazione; perché abbandonato a ogni costo a qualunque opinione. / E del resto, apri tranquillo il suo solco, e lascia cadere il tuo seme. / Tanto il vento e il sole sono di Dio”.

Si intende dunque, subito, il suo orecchio e il suo cuore per la voce di Claudel, ma intanto già il Rebora dei Frammenti gli era vicino, senza troppa letteratura e con le ferite reali della vita: “Con la falce nell’erba / frusciava il mio baleno”. E di Rebora così scriveva Giuseppe Raimondi, che nei primi anni gli era amico: “Il suo viso, affilato e avanzante, con qualcosa di ferreo e di fiero, perfino di guerriero, nelle ombre profonde, nelle parti oscure, di quel viso”.

Anche Jahier, come Rebora (a mio giudizio), sotto le vesti di guerriero (soldato in divisa) ha una intima voracità d’amore, una costante ebbrezza di dedizione, tale da bruciare la carta su cui scrive (rovesciandole sopra il fuoco interno).

Certo, Rebora, via via, come uno che cammina a piedi nudi entrando nel mare, si inabissa in dio, cercando di perderlo e ritrovarlo in una ricerca inesausta; Jahier “continua ad affrontare la vita, non per sé ma in mezzo agli uomini, con la stessa foga di quando va alla montagna”, però sa anche, per non perdersi, che una delle prime difese “sarà di non lasciarsi rubare la poesia dalle nuove abitudini della terra”. Non perdersi, non disperdersi dunque, ma restare partecipe della vita.

Nel 1912, insieme a Prezzolini, Jahier ottiene un mutuo trentennale per la costruzione in cooperativa di una piccola casa, che lui chiamerà, sempre amandola, la “casa rossa”, lì a Firenze; dov’è inoltre amministratore (meglio, gerente) de La Voce. Accanto, molti nomi che faranno la storia della cultura e della letteratura italiana del Ventesimo secolo.

Poi il fascismo; il lungo travagliato silenzio, il lungo faticato drammatico silenzio (quasi un rabbioso disamore per la scrittura, che non può avere spazio di vita). “Anni che ora contano doppi… è la caduta inesorabile di ogni illusione” dirà alla fine, sentendoli addosso come un peso non scaricato. E ancora: “È certo che la mia presenza in vita è un rimprovero a tanti letterati italiani i quali non mi perdoneranno mai di essere stato sotto il Fascismo quello che in fondo avrebbero voluto essere stati loro”. Negli anni ha fatto lavori di traduzione. A un amico (Romeo Forni), che visitava negli ultimi tempi l’uomo dai capelli di lana bianca, raccontava che “la domenica prima c’erano ottantamila sportivi allo Stadio, che si trova a un centinaio di metri in linea d’aria dalla ’casa rossa’. Lo stesso giorno, l’invecchiato e illuso Richicchi, mazziniano, inaugurava sul viale dei Mille la lapide a tre partigiani caduti, davanti a uno sparuto manipolo di curiosi”.

 

 

 

EnnErre, n. 18, I, 2003 (poi in Il timone 2, 2008).

 

 

 

 

Martedì, 29 Gennaio 2013 14:00

Sarà il vento, il vento, il vento?

Premessa allopuscolo Ad alta voce. Culture da condividere (poeti, scrittori e attori leggono in pubblico per tutta la città).

 

Ti lamenti?

No, non mi lamento.

Mi pareva di sentirti lamentare.

Sarà il vento, il vento, il vento, il vento.

Oppure posso aggiungere:

Cosa hai detto? Parla a voce alta, non ti sento.

Oppure, ancora:

Cosa c’è scritto su questo foglio? Ti prego, leggilo a voce alta, io non lo vedo bene.

Così è. A un certo momento della vita il mondo sembra che diventi, ogni giorno un poco più stretto, più avverso, più nemico. O, se non nemico, un avversario che ti contrasta o che si deve, con fatica, contrastare. O ascoltare, per potersi riparare dai danni. In anni di una comunicazione tecnologica che si esalta ed esulta – precipitando ilare o rumorosa o pericolosa dentro l’orecchio o l’occhio di ciascun viandante è, con sorpresa grande, nella realtà e per la verità, sempre più difficile, complicato, affannoso, sgradevole o pericoloso per tanti motivi, ricevere o darla questa comunicazione, interferita da cento saette di suoni.

Cosicché la tecnologia, e i progressi della tecnologia, sembrano privilegiare piuttosto i giovani prorompenti che i vecchi, o gli anziani compressi dagli anni, ai quali si addicono le gite in gruppo oppure il bastone.

Come fare (cercare di fare) se le cose sono così sistemate? Entrare nel vento del vento affidandosi alla sorte? O sopportare l’unica fiducia all’amico bastone, o al braccio della moglie o dell’amico?

Direi che soprattutto e prima di ogni altra cosa, occorre scambiarsi la voce, scambiarsi lo sguardo e a voce alta le parole. Aiutandosi. Ascoltare, guardare, promettere con volontà, parlare. Così i giovani che sono sulla porta possono sorridendo o quietamente imperiosi, con voce fresca e alta, parlare con te, richiamarti, ascoltarti, non lasciarti accasciare sui giorni che passano.

 

Martedì, 29 Gennaio 2013 13:09

Una nota

Questo è un testo che è detto a voce piana e tesa, non recitato, in un silenzio un po’ stravolto e in un luogo, in un ambiente vasto e quasi disadorno che tuttavia, al seguito della voce, si riempie di sbalzi di luce. Un primo immediato richiamo dopo l’inizio dell’ascolto (non ho detto della lettura) è stato all’Ulisse classico che seduto davanti al fuoco e talvolta lacrimando narra le sue vicende ai nobili Feaci e al loro re e alla loro regina; e così mentre procede a dire (e sembra, e forse è, che parli solo a se stesso) in un angolo, a parte, l’indovino cieco ascolta e in cuor suo dubita e commenta. Così è, per mia lettura (o ascolto).

C’è, qua dentro, qualcosa di lucido e riflettente, che si insinua a interferire, ma non a sovrapporsi, nel testo; come un mosaico disteso sul pavimento, su cui si può camminare ma con il rispetto della suggestione e senza mai distogliere lo sguardo; con l’impressione, che è un brivido, di vederci riflettere il proprio volto e forse anche un frammento della propria vita.

Sono coinvolto, da pagina a pagina, per ribadire il mio assunto, da questo costante rapporto, come un vincolo, fra frammenti di luce, palpiti di luce che si insinuano e s’arrotolano fra le righe o i versi (comunque fra quasi ogni singola parola, incastonata come un tassello) e la tensione costante della parola-voce, che dicendo procede in una solitudine che di continuo ricrea o coinvolge (talvolta volutamente) stravolge la vita.

E così, sembra a me di ascoltare (o di leggere) una lucente e alternativamente oscurante metafora di amore e morte; dell’amore e della morte; incastonata in un anello prezioso da portare al dito; a un dito; non per ricordo ma per (ripeto) riguardarlo con il cauto timore che perda la sua luce, che è per noi, e così ci è suggerito debba essere per ben capire, vincolante.

Ogni pagina, ancora, per sussistere e respirare (direi, impregnarsi d’aria oppure di luce) deve coprirsi come della nebbia leggera che si protende sulla terra, su certe terre, prima di sera, quando la luce del giorno è stanca di errare e tende a scendere sui prati per distendersi e riposare o dormire. Così, in questo arco che si completa, si ha conclusivamente il sentimento riflessivo che sia stato reso vero ciò che poteva (e non doveva) essere solo fantasia.

Altri leggeranno, come si deve, altrimenti, disponendo le pagine a parlare su diversi tracciati. Ma io aggiungo, appunto per disporre le pagine dopo averle ben considerate, che il testo è accompagnato, dalla prima all’ultima, dal fiato inenarrabile dell’oblio. Quella nebbia leggera, serale, quasi musicale, di rinnovate emozioni.

Quel fiato dei sentimenti che scende sulla pagina per quasi cibarsene e cancellarla al fine di dare nuova esaltazione e nuova luce alla pagina che segue. Sicché noi possiamo, ripeto, camminarci sopra, con sempre nuova meraviglia, ascoltando la voce che ci porta lontano.

 

e la terra una era con il cielo.

 

Congiungendosi

si respiravano

e tutto, pur senz’essere concluso in una cosa,

era.

 

 

 

Martedì, 29 Gennaio 2013 12:59

Il laico pensiero

1. Il laico pensiero è il pensiero che ha mille problemi, nessuna paura. È travolto, mai sommerso, da dubbi di ogni genere, ma mai dalla disperazione. È l’albero posto al confine di un bosco infuocato, ma per sé non ha confine.

2. Il pensiero laico crede al buon inesausto pensare, al buon e inesausto fare, al buon dialogare e a una libertà del fare pensare dialogare che non si arresta ai limiti delle convinzioni.

3. Il pensiero laico è quello che pensa (che crede) che le cose parlano sorgendo dalla terra, non precipitando paurose, ammonenti dall’alto dei cieli. E inoltre è quello che pensa, e ascolta, che gli oggetti intorno (il rassicurante beneficio della compagnia), le mille viventi realtà del creato, continuamente lo richiamano al suo leggendario dovere: “Qua siamo, con te; non ignorarci; non dimenticarci. Ascolta, ascolta, ascolta”.

4. Il pensiero laico è anche quello, dunque, che rifiuta il silenzio; e ha sempre come sottofondo lo scorrere dell’acqua del pensiero (tumultuoso rifluire di un fiume che fuoriesce da una caverna).

Come un invito stressante a non assopirsi, a non stupirsi; ad essere sempre inquieti. Ad essere sempre pronti alla vivificante, aspra schermaglia delle idee. Sicché il pensiero laico è un camminatore imperterrito fra gli sterpi (intriganti) del pensiero.

5. Il pensiero laico ha lo sguardo basso, striscia anche per terra, ed è impietoso; perché procede sui sassi a piedi nudi.

6. Il pensiero laico non ha, sul momento, illusioni (potremmo anche scrivere speranze) ma, nonostante gli aspri sentieri, è sempre pungolato ad avanzare; ha sempre lo stimolo di potersi accasare tra fratelli (compagni di viaggio, di vita). Non ha mai la luminosa sazietà di chi, nonostante le tempeste, è sempre convinto di essere prossimo alle porte del cielo e di potere, alla fine, partecipare alla gloria di un dio sovrano.

7. Il pensiero laico, infatti, è un pensiero senza dio. Un pensiero senza la ricerca di dio. Un pensiero pensato percorrendo un’autostrada veloce e farraginosa.

8. Nel pensiero laico non ci sono visioni ma eccitanti contraddizioni; rumore di vetri infranti; stridere sui cardini di finestre mezzo aperte. C’è insistente il rumore di un passo dietro a un altro passo, tanto che sembra di camminare fra i pensieri.

9. Il laico pensiero non dà emozioni, ma induce sempre a ricominciare, avendo fastidio dei nodi. L’altro diverso pensiero invece turba e spesso sconvolge, e disanima e trascina a fatica, e commuove ed esalta, puntando al porto di finali consolazioni. Almeno così sembra.

10. Il pensiero laico è il bue che ara la terra.

11. Il laico pensiero è quello che non ha paura di oltrepassare le Cicladi per andare a pescare. In cerca di balene.

 

Alcune voci del pensiero laico

 

Consulta in tempo la tua ragione: non dico che essa si mostrerà sempre una guida infallibile, dato che la ragione umana non è immune dall’errore; ma si mostrerà certamente la miglior guida che tu possa seguire. Da una lettera di Lord Chesterfield (1694-1773).

 

No, la filosofia non rimane estranea alle sorti del popolo fra cui vive. Se le trionfa intorno la libertà, ella può levarsi a investigazioni che eranle prima dal vigile sospetto contese e avareggiate.

C. Cattaneo, Prolusione a un corso di filosofia nel liceo ticinese, 1852.

 

Non soltanto la ricchezza, ma anche la povertà dell’uomo viene pienamente ad assumere, nell’ipotesi del socialismo, un significato umano, dunque sociale. Essa è il legame passivo che fa avvertire all’uomo il bisogno della ricchezza più grande, quella dell’altro uomo.

K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844.

 

Non c’è cosa più facile che dare una tinta socialisteggiante all’ascetismo cristiano. Il cristianesimo non se l’è presa forse, anch’esso, con la proprietà privata, con il matrimonio, con lo Stato? Non ha predicato, in loro sostituzione, la beneficenza, la mendicità, il celibato, la mortificazione della carne, la vita claustrale e la Chiesa? Il socialismo sacro è soltanto l’acquasanta con la quale il sacerdote benedice la rabbia degli aristocratici.

K. Marx-F. Engels, Manifesto del Partito comunista, 1848.

 

Niente è più facile che essere idealisti per conto d’altri. Un uomo satollo può facilmente farsi beffe del materialismo degli affamati, che chiedono un semplice pezzo di pane invece di idee sublimi. I triumviri della Repubblica romana del 1848, che lasciarono i contadini della campagna romana in uno stato di schiavitù più esasperante di quello dei loro antenati della Roma imperiale, non ci pensavano due volte quando si trattava di disquisire sul degrado della mentalità rurale.

K. Marx, «New York Daily Tribune», 11 maggio 1858.

 

Mi è avvenuto di cogliere a più riprese l’obiezione che il mio concetto della libertà sia antiquato e formale, e che bisogna ammodernarlo e dargli un contenuto con l’introdurvi il soddisfacimento delle richieste e dei bisogni di questa o quella classe o gruppo sociale.

Ma il concetto della libertà ha per contenuto unicamente la libertà, come quello della poesia unicamente la poesia; e si deve risvegliarlo negli animi nella sua purezza che è il suo vigore ideale, guardandosi dal contenderlo con bisogni e richieste di altri ordini, e altresì lasciando all’uomo di azione nel momento dell’azione di valersi, nei limiti che egli stesso dovrà porsi, delle forze che trova realmente disponibili e conducenti al suo fine, e sia pure di quella che Augusto Barbier e Giosuè Carducci salutavano “santa canaglia”.

L’infermità dei nostri tempi, l’infermità da risanare, è proprio questa: che non si riesce ad infiammarsi per le pure idee come in altri tempi per la redenzione cristiana, per la Ragione o per la Libertà; e perciò (né questo dico io solo) la crisi salutare della società moderna dovrà essere, presto o tardi, di carattere profondamente religioso.

B. Croce, Note autobiografiche, 5 ottobre 1934.

 

Tre passioni, semplici ma straordinariamente forti, hanno governato la mia vita: il desiderio dell’amore, la ricerca della conoscenza e una tremenda pietà per la sofferenza dell’umanità. Queste passioni, come venti forti, mi hanno sospinto di qua e di là, in un percorso singolare, sopra un oceano di angoscia, fino al margine estremo della disperazione. […]

L’amore e la conoscenza, per quanto sono stati possibili, mi hanno sollevato verso il cielo. Ma la pietà mi ha sempre riportato indietro sulla terra. L’eco del pianto di dolore di tante persone risuona nel mio cuore. Bambini che muoiono di fame, vittime torturate dai loro carnefici, gente anziana inerme diventata un fardello odioso per i propri figli, e tutto il mondo di solitudine, povertà e dolore, svuotano di significato ciò che la vita umana dovrebbe essere. Anelo ad alleviare il male, ma non posso, e anch’io soffro.

The Autobiography of Bertrand Russell, 1967-68.

 

Portare la cultura a contatto con la politica significa praticamente questo: trattare con larghezza, precisione e competenza quelle questioni politiche che rispondono a fondamentali interessi della nazione, anche se esse non costituiscono già gli argomenti della politica del giorno: trattarle chiamando persone ugualmente capaci, ma di diverse convinzioni, a far valere tesi opposte in modo da fornire alla “persona colta” che noi invitiamo ad occuparsi di politica tutti gli elementi necessari per la formazione di un giudizio proprio: trattarle, soprattutto, facendo valere quegli argomenti e quelle tesi da cui il sentimento pubblico più istintivamente rifugge: e ciò perché la funzione della cultura, nelle questioni pratiche consiste appunto nel fortificare la coscienza di fronte agli impulsi del sentimento, o al sottile contagio dei luoghi comuni e delle frasi fatte fortificazione di cui c’è speciale bisogno in Italia.

G. Prezzolini, «La Voce», 30 novembre 1911.

 

Il De Sanctis, nell’ultima fase della sua vita e della sua attività, rivolse la sua attenzione al romanzo “naturalista” o “verista” e questa forma di romanzo, nell’Europa occidentale, fu l’espressione “intellettualistica” del movimento più generale di “andare al popolo”, di un populismo di alcuni gruppi intellettuali sullo scorcio del secolo scorso, dopo il tramonto della democrazia quarantottesca e l’avvento di grandi masse operaie per lo sviluppo della grande industria urbana. Del De Sanctis è da ricordare il saggio Scienza e vita, il suo passaggio alla sinistra parlamentare, il suo timore di tentativi forcaioli velati da forme pompose ecc. Un giudizio del De Sanctis: “Manca la fibra perché manca la fede. E manca la fede perché manca la cultura”. Ma cosa significa “cultura” in questo caso? Significa indubbiamente una coerente, unitaria e di diffusione nazionale “concezione della vita e dell’uomo”, una “religione laica”, una filosofia che sia diventata appunto “cultura”, cioè abbia generato un’etica, un modo di vivere, una condotta civile e individuale.

Ciò domandava innanzi tutto l’unificazione della “classe colta”, e in tal senso lavorò il De Sanctis con la fondazione del “Circolo filologico” che avrebbe dovuto determinare “l’unione di tutti gli uomini colti e intelligenti” di Napoli, ma domandava specialmente un nuovo atteggiamento verso le classi popolari, un nuovo concetto di ciò che è “nazionale”, diverso da quello della destra storica, più ampio, meno esclusivista, meno “poliziesco” per così dire. È questo lato dell’attività del De Sanctis che occorrerebbe lumeggiare, questo elemento della sua attività che d’altronde non era nuovo ma rappresentava lo sviluppo di germi già esistenti in tutta la sua carriera di letterato e di uomo politico.

A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, 1975.

 

Non esiste una sola morale laica (forse non esiste neppure una sola morale religiosa, ma non è il caso di affrontare anche questo argomento). Leggiamo nelle storie della filosofia che gli antichi contrapponevano un’etica della virtù a un’etica della felicità. I moderni contrappongono un’etica del dovere a un’etica dell’utilità. Per non parlare della notissima distinzione weberiana tra etica della intensione pura ed etica della responsabilità. L’unico principio che si può considerare propriamente laico è quello della tolleranza, vale a dire il principio che dalla constatazione della molteplicità degli universi morali trae la conseguenza della necessità di una pacifica convivenza tra essi. Da questo punto di vista non ho alcun timore nell’affermare che il pensiero laico è un’espressione essenziale del mondo moderno e un effetto del processo di secolarizzazione in cui le stesse Chiese si sono riconosciute. Come si può leggere, tra l’altro, nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes: “Il rispetto e l’amore deve estendersi pure a coloro che pensano e operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, perché con quanta maggiore umanità e amore entreremo nei loro modi di sentire, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un colloquio”.

N. Bobbio, Capire prima di giudicare, 1989.

 

Questi potrebbero essere i miei ultimi giorni. Li centelliniamo uno ad uno. La paralisi che è insorta di recente è causata da un versamento ematico nel cervello. Vorrei che dopo la mia dipartita resti qualcosa di me non saggi, non dichiarazioni filosofiche definitive ma amore. Spero che sia questo che rimarrà e su di esso non pesi troppo il modo in cui me ne andrò, che vorrei lieve, come in un coma, senza una lotta contro la morte che lasci dietro di sé un brutto ricordo. Qualunque cosa accada, la nostra piccola famiglia può vivere per sempre. Grazina, io e il nostro amore. Ecco ciò che vorrei, che a sopravvivere non fosse niente di intellettuale, solo amore.

P.K. Feyerabend, Ammazzando il tempo. Un’autobiografia, 1994.

 

Vi dedicate alla conversione di qualcuno? Non sarà mai per operare in lui la salvezza, ma per obbligarlo a patire come voi, perché egli si esponga alle stesse prove e le attraversi con la stessa impazienza. Vegliate, pregate, vi tormentate? Faccia altrettanto anche quell’altro, sospiri, urli, si dibatta in mezzo alle stesse vostre torture. L’intolleranza è propria degli spiriti turbati, la cui fede si riduce a un supplizio più o meno voluto che essi desidererebbero fosse generale, istituzionale.

Dato che la felicità altrui non è mai stata né un movente né un principio d’azione, non la si invoca se non per mettersi la coscienza a posto o per trincerarsi dietro nobili pretesti: qualunque sia l’atto a cui ci si risolve, l’impulso che ad esso conduce e ne accelera l’esecuzione è quasi sempre inconfessabile. Nessuno salva nessuno: si salva solo se stessi, e non c’è modo migliore di riuscirci che ammantare di convinzioni l’infelicità che si vuole distribuire e prodigare.

Per quanto prestigiose ne siano le apparenze, il proselitismo deriva pur sempre da una generosità sospetta, peggiore nei suoi effetti di un’aggressione patente. Nessuno è disposto a sopportare da solo la disciplina che pure ha accettato, né il giogo che ha consentito a portare. Dietro l’esultanza del missionario e dell’apostolo spunta la vendetta.

Se ci si dedica all’opera di conversione non è per liberare, ma per incatenare. Non appena qualcuno si lascia irretire da una certezza, invidia le vostre opinioni fluttuanti, la vostra resistenza ai dogmi o agli slogan, la vostra beata incapacità di infeudarvi ad essi. Arrossendo segretamente di appartenere a una setta o a un partito, vergognandosi di possedere una verità e di esserne schiavo, non ne vorrà ai suoi amici dichiarati, a coloro che ne posseggono un’altra, ma a voi, all’Indifferente, reo di non perseguirne nessuna. Per sfuggire alla schiavitù in cui è caduto lui, cercate rifugio nel capriccio o nell’approssimazione? Farà di tutto per impedirvelo, per costringervi a una servitù analoga e, possibilmente, identica alla sua.

E. Cioran, La caduta nel tempo, 1964.

 

Perfino l’Inquisizione, la vecchia nemica dei “philosophes”, non bruciò più eretici in Europa dopo il 1781.

N. Hampson, Storia e cultura dell’Illuminismo, 1969.

 

Cosa ci resta realmente di Voltaire? L’esempio della sua militanza, quello che potremmo definire la sua vocazione intellettuale all’intervento. Descartes e più tardi Spinoza scrissero alfine di modificare i metodi intellettivi ancora predominanti nella loro epoca; Voltaire accettò e radicalizzò questa modifica, estendendola non solo al modo di comprendere, ma anche a ciò che era già stato compreso. A differenza dei primi razionalisti, Voltaire non pretendeva semplicemente di modificare la nostra comprensione del mondo, né la condotta individuale del saggio nel mondo, bensì il mondo stesso. La famosa tesi di Marx, secondo la quale è necessario passare dalla comprensione del mondo alla sua trasformazione, ha in Voltaire un esplicito precedente, mirabilmente brioso. Prima di lui nessuno aveva mai dato conto con precisione tanto netta della forza rigeneratrice che può essere esercitata per mezzo delle idee sulla struttura opaca e abitudinaria della società. Nella conoscenza e nel pensiero orientale nella giusta direzione (Voltaire chiama le due cose insieme “filosofia”) esiste un autentico potere, un potere benefico e terapeutico che può alleviarci da quello dispotico dei governanti e da quello oscurantista degli ecclesiastici. Tuttavia questo potere filosofico va mobilitato, va fatto uscire dai libri accademici e portato per strada, bisogna trasformarlo in ariete e in bandiera. A questo scopo è necessaria una serie di condizioni che fino a Voltaire nessuno aveva saputo riunire coscientemente: una determinata visione storica, una fede ragionale, una disciplina, uno strumento di propaganda e di polemica, un pubblico adeguato.

F. Savater, Dizionario filosofico, 1995.

 

 

EnnErre, n. 19, II, 2003 (poi in Il timone 2, 2008).

 

 

 

 

 

Martedì, 29 Gennaio 2013 12:09

Una specie da salvare

Per esempio: giovedì 18 gennaio 1996, a pagina 18 del quotidiano “La Stampa” con titolo a tre colonne e un testo a mezza pagina, è stato pubblicato un articolo a firma Bruno Ventavoli con il titolo “Libreria, chi comanda il mondo delle vetrine. Tariffe di migliaia di dollari per stare un mese nelle zone chiave dei megascaffali”. Posso stralciare un brano iniziale? “Hawthorne o Eco non sono scarpe da tennis. C’è una punta di malinconica polemica nel servizio della giornalista Mary B.W. Tabor del «New York Times» su vita, stile e affari delle grandi librerie americane. Le vetrine non sono più raffinate architetture costruite seguendo gusti letterari o talenti emergenti. Ma scaffali da supermercato, indifferentemente stipati di merce. Una magmatica abbuffata di carta, titoli e storie dove emerge il più ricco. L’editore che paga trova la posizione strategica migliore, vicino al banco, nelle zone dove l’occhio del cliente cade più naturalmente. Ovvero la spietata legge del marketing domina anche nei templi della cultura ecc.”.

La signora Zeudi Araya, che ha ereditato dopo la morte del marito la Vides e la Cristaldi film (due case di produzione cinematografica) in una intervista del 14 aprile 1996 dichiarava, riferendosi alla difficoltà di trovare canali di distribuzione per i film italiani in questo momento: “Le sale cinematografiche sono andate chiudendo negli anni, il cinema americano impone le sue pellicole ovunque, la distribuzione è in mano ormai a due o tre produttori, da Cecchi Gori a Berlusconi, che hanno anche le sale e le televisioni. Lo spazio per prodotti indipendenti s’è fatto strettissimo ecc.”.

Due riferimenti esemplari; e si potrebbe continuare, rivolgendosi ai problemi del piccolo commercio, dei piccoli negozi in confronto con la grande distribuzione, i megamercati, che disponendosi nelle periferie stanno circondando come truppe nemiche accompagnate da sfolgoranti bandiere le città pasciute e ignavi.

Perché oggi il piccolo è mangiato dal grosso. Non qualche volta, ma sempre. Sempre, se il piccolo continuando a questuare e a lamentarsi percorre viottoli strade e autostrade dove filano velocissime le cilindrate potenti. Inutile cercare di seguirle chiedendo che rallentino un poco. Sì, addio! Il potere ufficiale? Se è in buona, getterà tre ossa di bue, se distratto ne getterà uno, se intento a generali pataracchi neanche darà ascolto alle voci.

Le librerie comuni, le piccole librerie fra i cento e i centoventi metri quadri, in medie e piccole città, oppure in città grandi ma non confortate da collocazioni prestigiose, non sono più, anzi non possono più essere un referente privilegiato per i piccolissimi editori e soprattutto per le tante riviste che hanno diritto, direi: hanno il dovere di vivere comunicando.

Quindi è giustissimo, perché sembra (è) l’unica cosa da fare subito ‒ e parlo di riviste ‒, muoversi per ottenere finalmente, dopo tanti tentativi negli anni passati finiti senza esito, un centro, una coesione operativa (nella direzione della distribuzione) comune. Coesione operativa del tutto autogestita, nel senso che la distribuzione deve consentire un rapporto diretto con l’eventuale lettore, senza altre interferenze di mercato.

Ma è anche giusto impegnarsi per ottenere dai giornali e dai settimanali la segnalazione dei nuovi fascicoli in uscita, con il sommario, non più come un’inserzione a pagamento ma come una notizia culturale, come un dovere culturale; aggiungerei, come una necessità culturale. Come terzo impegno, realisticamente collegato alla situazione attuale, occorre operare per ottenere concreta attenzione ‒ mi riferisco agli abbonamenti ‒ nell’ambito delle biblioteche universitarie di Italianistica, delle biblioteche comunali dei centri con oltre quarantamila abitanti, delle istituzioni culturali pubbliche (che spendono e spandono in libroni traboccanti di immagini a colori), delle Casse di Risparmio e delle Banche Popolari. Non credo che ci siano al momento altre vie (all’interno di una gestione comune, aperta ma non subalterna e vile, della comunicazione a mezzo delle riviste). L’abbonamento medio annuale delle nostre riviste mi pare si possa fissare sulle trentamila lire; ebbene, cento abbonamenti portano a un totale di tre milioni di lire. Tre milioni per cento abbonamenti a cento riviste di dibattito culturale contemporaneo, per lo più nell’ambito giovanile. Non c’è invece a tutt’oggi alcun interesse, da parte della cultura ufficiale, per la conoscenza, e la documentazione di queste forme di ricerca sul campo. Indifferenza dovuta alla tradizionale e saccente arroganza di detta cultura.

Non si leggono, per esempio, con una continuità irritante, diatribe o anche solo cenni sprezzanti sull’attuale produzione scritta, per il novantanove per cento degna solo, dicono, del cassonetto del pattume, dell’inceneritore? E magari sono gli stessi che ogni sei mesi pubblicano un libro e riciclano fino all’osso ogni loro scrittura cavandola anche da bollettini di quartiere.

E vero allora ‒ per risalire al nodo ‒ che tutto parte e si muove dalla scuola. L’ho già detto ma lo ripeto: se la scuola non cambia strada e non forma buoni cittadini Informati bene su tutto ciò che li circonda e non li educa alla costanza della cultura e della lettura, ogni proponimento di sostanziale riforma o di aggiustamento dell’attuale mancanza di attenzione, di interesse, andrà deluso. intanto in attesa dei miracoli futuri che coinvolgano in pieno le nuove generazioni, adattiamo a risolvere con savio tatticismo le incombenze più urgenti, senza lasciarci sviare a percorrere viottoli che porterebbero ad ormai riconosciuti burroni.

 

 

Le rivistine (seguito dal n. 4)

La Rosa necessaria, Rivista di poesia. Comitato di redazione: Rossella Mazzeo, Giuseppe Nenna, Luca Rando, Vincenzo Pellegrini, Giovanni Rossetti, Nicola Sguera.

Benevento, Contrada S. Cumano 1, cap 82100. Tel. 0824/51483.

 

L’incantiere, giornale di poesia. Trimestrale del Laboratorio di Poesia, Università di Lecce. A cura di Giovanni Bernardini, Arrigo Colombo, Nicola G. De Donno, Walter Vergallo.

Lecce, via Fiascassoviti 51, cap 73100. Tel. 0832/305334.

 

Le Voci di dentro, bimestrale della CG1L. Camera del Lavoro Territoriale di Bologna. Collaborano: Casa Circondariale Bologna ‒ Sezione penale e sezione femminile ‒ Comitato Carcere Città (Bologna ‒ Centro Orientamento professionale e lavoro), c/o CG1L, Bologna, via Marconi 67/2, cap 40122. Tel. 051/249051/199; fax 051/251062.

 

Punti di vista, rassegna italiana di lettere ed arti. Trimestrale. Direttore responsabile: M. Rosa Ugento. Padova, via Maroncelli 123 ter, cap 35129. Tel. 049/8075286.

 

Frontiera, supplemento a Gli immediati dintorni. Direttore responsabile: Francesco Genitoni. Recapito redazionale: Salvatore Jemma, Bologna, via Mezzofanti 77, cap 40137. Stampato in proprio in 250 copie numerate.

 

Rendiconti, rivista quadrimestrale di ricerca letteraria, a cura di Roberto Roversi. Editore Pendragon, Bologna, via Artieri 2, cap 40125. Tel. 051/267869. Corrispondenza redazionale a Roberto Roversi, Casella Postale 388, 40100 Bologna.

 

 

 EnnErre, n. 5, II, 1996 (poi in Il timone 2, 2008).

Martedì, 29 Gennaio 2013 11:40

Il mercato dei libri

Quasi sempre in passato, nei secoli passati e fino al nostro secolo inoltrato, gli editori erano librai. Soprattutto i piccoli editori erano librai. Ho scritto erano librai, non ho scritto “erano anche librai”. Cosicché il libraio era uno dei centri, un perno autentico, del mondo culturale. Direi, anzi, che era il propulsore di questo mondo e ne organizzava, coordinando e sospingendo, la comunicazione. Lo era anche nell’Ottocento, lo è stato nei primi decenni del Novecento. Librai editori, editori librai, compatti in questa benefica unione, con cataloghi che duravano una vita.

Ora non più. Librai ed editori sono mondi staccati (nella maggior parte dei casi), per la verità spesso, purtroppo molto spesso, contrastanti, antagonisti. Il taglio di questo vitale cordone ombelicale ha snaturato il panorama editoriale tradizionale; direi meglio, ha sconvolto il commercio del libro inteso come produzione e vendita ‒, rendendolo irto e squilibrato, prepotente, incerto, violento, in un certo senso anche quotidianamente imprevedibile. Perché la situazione, ai giorni nostri, è tale che l’editore commerciale sembra non avere più bisogno, anzi non ha proprio più bisogno, del libraio come collaboratore e intermediatore di vendita, avendo allestito o individuato altri e diversi canali già pronti o da allestire rapidamente, molto più rassicuranti e proficui, comunque più aderenti alla nuova filosofia direi più esattamente, ai nuovi interessi economici, ormai egemonici anche nel campo dell’editoria industriale. Succede ormai di capire, per concludere questo cenno, che almeno da parte dei grandi editori, i librai come centro merceologico tradizionale siano ormai ritenuti un obsoleto ostacolo (o inciampo) nella forsennata gara di Formula 1 della vendita e della correlata promozione. Tanto da dovere intendere: facciamoormai tutto da noi.

È giusto? È ingiusto? È solo una ennesima prepotenza del più forte coi quattrini che schiaccia o comprime fino a soffocarlo il più debole? Oppure è la conclusione di una drammatica ma inevitabile, e in qualche misura necessaria, svolta della cultura e della comunicazione?

Terrei al centro di questa specifica riflessione, tutelata da una situazione di diretto coinvolgimento al problema, il dato seguente: per l’editore di peso un libro costa, a pubblicarlo materialmente, quasi niente; mentre il libraio, sempre per l’editore importante, è costosissimo. Ancora più in dettaglio: stampare costa sempre meno, distribuire costa sempre di più.

Vengono in mente, e le trascrivo, due considerazioni, due affermazioni di perentoria convinzione, inserite in discorsi pubblici di due editori molto importanti, tanti decenni fa. La prima è di Ulrico Hoepli: “La professione dell’editore è una professione povera e quella del libraio più povera ancora”. Si consideri fino infondo il termine “professione”, che stabilisce una intera civiltà di pensiero. La seconda appartiene a Gino Barbera: “Bisogna aver coraggio e considerare l’arte editoriale fra le arti belle piuttosto che un ramo di proficuo commercio”. Si consideri fino infondo il termine arte riferito all’editoria. Ma è utile una terza citazione, da un breve ricordo di Indro Montanelli collocato come premessa al libro di memorie di Cesarino Branduani, il leggendario libraio milanese: “da lui il pubblico non andava a comperare un libro, ma a farselo suggerire”. Oggi i suggerimenti prevaricano da ogni parte e i luoghi per appagarli sono i più disparati e diversificati.

Allora? Non mi fermo ancora, per puntellarmi nel mio peregrinare. Voglio, dopodiché mi fermo, riferirmi anche a Paolo Gaelati, un grande tipografo e anche grande editore romagnolo dell’Ottocento. In una conferenza tenuta nel 1901 disse: “Cosa potevano fare gli amanuensi, se cinquanta frati allestivano, per esempio, cinquanta esemplari di un’orazione di Cicerone in due giornate di lavoro? Oggi, con pochi operai, impiegando le stesse ore di lavoro non ne stampiamo forse cinquantamila? Se poi la stessa orazione venisse composta con una linotype e stampata con una rotativa ottupla su carta continua, non se ne riprodurrebbero oltre trecentomila… forse mezzo milione?”.

È vero dunque che oggi si può di nuovo affermare, o si può constatare di nuovo, che sia avvenuta un’esplosione cosmica nel mondo dell’editoria, cioè della pubblicazione dei libri, della distribuzione dei libri, della vendita dei libri. E che le stravolgenti necessità e novità in atto potrebbero, esemplarmente, essere rapportate, come riferimento minuto ma specifico e utile, a ciò che accadde a Milano, sempre per la produzione e la vendita dei libri, al tempo della Restaurazione ‒ dopo il 1815 ‒, coinvolgendo grandi e piccoli, sempre nella direzione di una completa modificazione strutturale. Allora, come oggi, chi aveva i capitali poteva avviarsi alla grande, ma poteva poi anche rapidamente naufragare; chi poco aveva, e s’avviava con stento, poteva prosperare con lentissimo progredire o rapidamente esaltarsi per l’esplosione di un’intuizione geniale. Occorreva precedere il mercato, intuire le nuove esigenze culturali, anzi prevenirle e sollecitarle (come ho già detto), e per questo puntare, in correlazione, ad allestire i centri di diffusione e di vendita, che già allora tendevano a dilatarsi enormemente. Rapporti con i librai? Anche con i librai, ma non solo; perché molto spesso, ripetiamolo, questi editori erano librai; la produzione dei libri e la conseguente distribuzione erano gestite da un unico centro editoriale molte volte consorziato, che coordinava e concludeva l’intero percorso ‒ dalla tipografia al cliente ‒ con riduzione dei costi e con più diretta incidenza e partecipazione anche nei canali minimali di informazione e di vendita.

Oggi, appunto, si è riaccesa la sinergia fra editore e libraio, ricompattando le due anime che erano andate disperse (o le due facce, sotto diverse lune); e l’assemblaggio è stridente, violento. Per avere un’idea precisa di quanto il panoroma sia in realtà specificatamente modificato, basterebbe indagare sul serio, fuori dei denti, lo stato della distribuzione libraria in Italia (per mettersi le mani nei capelli).

E il piccolo o piccolissimo editore, giovane volonteroso generoso entusiasta, in questo contesto di battaglia? Egli è, le più volte, pieno di scrupoli, di fervori, di impegni, di progetti, di quotidiani contraccolpi, di quotidiane ripulse che gli rendono la vita di lavoro ben dura, per non dire amara; ma se vuole durare non lottando contro il vento, egli ha davanti a sé, come un panorama compatto, gli stessi problemi e gli stessi obblighi della grande editoria. Consociazione e distribuzione. Distribuzione e consociazione. I grandi, che sono abili, hanno già provveduto. E allora è da provvedere anche da parte degli onesti e sinceri.

Su questo, naturalmente, ci sarà ancora molto da dire.

 

Alcuni riferimenti diretti o indiretti per questa nota.

A. Perugini, L’influenza dei libri nella formazione del carattere, Vallardi, Milano 1903.

I libri più letti dal popolo italiano. Primi risultati della inchiesta promossa dalla Società Bibliografica Italiana, Milano 1906.

A. Nardecchia, La libreria in Italia e mezzi per migliorarla. Lettera al prof. Vita Volterra, Roma 1916.

G. Barbera, Il libro, Barbera, Firenze 1926.

C. Branduani, Memorie di un libraio, Longanesi, Milano 1964.

P. Galeati, Dalla scrittura alla stampa, Galeati, Imola 1965.

M. Berengo, Intellettuali e librai nella Milano della Restaurazione, Einaudi, Torino 1980.

 

 

Le rivistine (seguito dal n. 3)

 

Origini, quadrimestrale di segno e poesia. Presso “La Scaletta”, San Paolo di Reggio Emilia, via San Matteo 27/4, cap 42020.

 

Pagine, quadrimestrale di poesia. Presso Vincenzo Anania, Roma, via Arnobio 11, cap 00136.

“La rivista è distribuita gratis a biblioteche, centri sociali, case di reclusione. Nelle librerie in omaggio per chi acquista libri di poesia”.

 

Idra, semestrale di letteratura. Direttore responsabile: Paolo Di Stefano. Massagno (Svizzera), via Ceresio 5, cap CH-6900.

 

Terminus, rivista amatoriale di letteratura fantastica. Redazione: presso Emiliano Farinello, Palermo, via A. Rallo 5, cap 90142.

 

Versodove, quadrimestrale di letteratura. Direttore responsabile: Stefano Semeraro. Presso Associazione Culturale “Versodove”, Bologna, via Andreini 2, cap 40127.

 

Il Grande Veltro, bimestrale di politica e cultura. Responsabile: Alberto Pozzolini. Presso “Il Circolo del Festival”, Santa Croce sull’Arno (Pisa), via Ferrer 1, cap 56029.

 

Rivista storica dell’Anarchismo, bimestrale. Direttore responsabile: Giorgio Sacchetti. Presso Biblioteca Serantini, Pisa, largo Concetto Marchesi, cap 56124.

 

Diverse Lingue, rivista semestrale delle letterature dialettali e delle lingue minori. Responsabile: Luciano Morandini. Presso Campanotto Editore, Udine, via Michelini, cap 33100.

 

Il Cantastorie, rivista semestrale di tradizioni popolari, a cura di Giorgio Vezzani, Reggio Emilia, via Manara 25, cap 42100.

 

 

  EnnErre, n. 4, I, 1996 (poi in Il timone 2, 2008).

 

 

 

Martedì, 29 Gennaio 2013 11:34

Le rivistine

Una domanda da farsi magari in privato è la seguente: lo sfaldamento, la mescolanza ibrida delle classi sociali popolari è davvero un fatto epocale stabilmente accaduto? Oppure è una conclusione data per definitiva da una sociologia per lo più impoverita di ogni stimolo di volontà partecipata per la ricerca, la lotta, gli interventi diretti nei riguardi delle precipitose e spesso oscure novità? Una sociologia coinvolta nella politica, indaffarata nel voler chiudere la partita con le divisioni, le rabbie, le speranze e le tensioni ad esse collegate?

Un tempo, ricordiamolo fra noi come davanti a un fuoco. e neanche troppo lontano, il sistema di riferimento immediato era la classe; oggi, con umori culturali mortificati o inquinati, è la povertà, è il povero (magari più nero e più lontano).

Se la classe consentiva subito il riferimento a un sistema vibratile e organizzato, teso ad esigere in una continua dura richiesta e in una continua attenzione e partecipazione, il povero, la povertà inducono alla metafora dell’accattonaggio senza voce, della questua paziente, del giorno senza ore.

La classe proponeva, anzi imponeva la quotidiana identificazione di precisi problemi e di precisi doveri ed esigeva, con una violenza non solo verbale, risultati concretamente verificabili e quantificabili sul campo; il povero non ha linguaggio né metodo per chiedere con voce forte ed è rassegnato a indossare come un’ombra cruda il segno stesso della sua condizione. La classe strappava progressi, qualche vantaggio, azzannandoli con i denti; il povero allunga una mano e resta in un’attesa che è micidiale silenziosa guerra contro il tempo.

Suicidatosi il comunismo reale, a ricoprire le problematiche dei bisogni è subentrata, come termine allargato indefinito ma generico e indolore (pr la società avanzata), la povertà, tanto generosa e ubbidiente da sapere sempre aspettare; la quale è uno stato permanente di patologia sociale, un malanno che indebolisce chi lo patisce ma non è un’ideologia da combattimento; non una organizzazione di dure necessità che abbia la forza di proporsi come antagonista impaziente alla parte più rapace del mondo ‒ che non tollera intrusioni se non programmate e concordate. Una “resistenza” operativa, sull’immediato, a questo stato di cose (situazione in movimento, molto entusiasmante, complessa e pericolosa) sembra doversi collocare, quasi con precedenza assoluta, nell’ambito dell’organizzazione aggiornata e convinta di una comunicazione direttamente gestita con il mezzo delle nuove tecnologie. Una comunicazione impegnata a contrapporsi al rastrellamento quotidiano dell’attenzione pubblica e del consenso pubblico lucrati con minuta pazienza e con scaltra insistenza; perciò da inoltrare in ogni direzione consentita, progressivamente cercando di fuoriuscire dal ghetto, con una costanza da cui deve e dovrà tenersi esclusa ogni possibile amarezza ‒ che ottunde i progetti del futuro ‒ constatando al presente l’esiguità, certo la povertà dei mezzi ancora disponibili ‒ che tuttavia sono, sul momento, indispensabili.

Comunque, questo intervento sulla pelle viva della comunicazione, che comincia ad essere in atto ricercando e riprendendo un vecchio vigore, non può esercitarsi a fondo, nel nostro tempo, se non principalmente nell’uso della lava del linguaggio e nella conseguente elaborazione di materiale riflessivo da trasferire in modo rapido, direttamente, agli altri; destinatari identificati e inseguiti; per la verifica di possibili nuove aggregazioni o anche per uso libero e privato.

Uno dei canali solo in apparenza più modesto e marginale, ma in realtà ‒ per verifica mai consumata ‒ corrosivo, tanto da confermare almeno una utilità dissacrante, è rappresentato dal borbottio fastidiosamente implacabile delle rivistine (la parte povera del mondo culturale), l’armata quasi invisibile delle formichine della parola, che non cessano di picchiare alle porte e presentarsi con dura tranquillità. Che ci siano, invece, e che si presentino non invitate e silenziose, con il proposito di non lasciarsi imbavagliare, sgomentare, disperdere, è un risultato di fervore mai spento e di resistente fiducia nei destini della cultura, in un mondo che non deve essere travolto dall’abuso informatico che lo rode tutt’ora.

Una buona conferma d’impegno è dunque verificabile nella realtà e nel numero dei messaggi periodicamente proposti ‒ attraverso la fatica di tanti.

 

Nota

È impossibile documentare in dettaglio titolo e funzione specifica delle testate oggi in corso nella direzione indicata. Se ne enumerano alcune, tra formichine e api e vespe, direttamente conosciute o partecipate, come prima indicazione del tutto lacunosa; riservandoci di aggiornare più avanti l’elenco, come contributo d’attenzione doverosa verso chi non chiede ma dà, sforzandosi di dare ‒ di sé ‒ il meglio e nella forma più generosamente compiuta.

 

Lacio Drom, rivista bimestrale di studi zingari. Direttore responsabile: Mirella Karpati. Roma, via dei Barbieri 22, cap 00186.

“Mentre il mondo arde dovunque / E uomini uccidono uomini / Gli zingari non colpiscono nessuno, / In nessun luogo hanno suscitato guerre” (Nadya Natasakiri).

 

G. Soravia-C. Folchi, Vocabolario sinottico delle lingue zingare parlate in Italia.

“Questo vocabolario può diventare un punto ulteriore di riferimento per la comunità zingara italiana per costruirvi il futuro della propria lingua”. Lire 30.000 + 12.500 per la spedizione a: Lacio Drom.

 

Piazza Grande, giornale dei senza fissa dimora. Pubblicazione periodica mensile. Bologna, via Palese 4/E. Tel. 051/264374.

“Bologna l’a/dotta. Campagna di solidarietà cittadina… Cittadini senza fissa dimora, tossicodipendenti, alcoolisti… Bologna è anche questa. Ricuci lo strappo”.

“I paria non hanno colore, ed è per questo che siamo al fianco dei lavoratori immigrati, i loro bisogni in parte sono anche i nostri”.

“Aiutaci ad aiutarci”.

“Se i muri di una città smettono di parlare, significa che un grande silenzio è sceso nelle teste e nei cuori dei suoi abitanti” (Pino Cacucci).

 

L’Ortica, pagine bimestrali di informazione culturale. Direttore: Davide Argnani. Forlì, via Paradiso 4, cap 47100.

“Ma invece ci piace pensare che tutto è sempre in movimento come la nostra vita e i nostri pensieri… Tutto si ripete ma sempre secondo i princìpi della dinamica del movimento” (Davide Argnani).

 

L’Immaginazione, mensile di letteratura. Direttore: Anna Grazia D’Orai. Lecce, via Braccio Martello 36, cap 73100.

 

Anterem, rivista di ricerca letteraria. Direttore: Flavio Ermini. Verona, via Cattaneo 6, cap 37121. “Proseguire nella ricerca di una nuova lingua significa allestire la scena che possa accogliere l’inquietudine e il dubbio. Il mutamento. Significa promuovere nell’evento linguistico le sue realtà fantasmatiche, l’inatteso. Unica tra le forme, la poesia parla di ciò che eccede la pura designazione delle cose”.

 

Il Filo rosso, semestrale di cultura. Diretto da: Francesco Graziano, Gina Guarasci, Enzo Stancati. Rogliano (Cosenza), via Mannello 4, cap 87054. Tel. 0984/961020.

 

L’Area di Broca Semestrale di letteratura e conoscenza. Direttore responsabile: Mariella Bettarini. Firenze, via Palazzuolo 20, cap 50123. Tel. 055/289569.

“Eppure un intellettuale, un letterato, dunque un niente, oggi è molto più fraterno a tutte quelle categorie di uomini e di donne che il Sistema vorrebbe far affogare definitivamente: i fuori-lista, i fuori-confine, i non-garantiti, i non-accettati” (Mariella Bettarini).

 

Issimo. I segni della poesia, mensile d’informazione letteraria. Direttore editoriale: Carmelo Pirrera, e/o Vertice/Libri, via Norvegia 2/A, Palermo, cap 90146.

“Se ti accade di avere avuto simpatia per i moti del ’68, se qualche volta hai fischiettato Bandiera rossa, se, insomma, qualche volta ti sei sentito, come si suol dire, un uomo di sinistra, pentiti: è di moda, ti concilia col nuovo corso che vede persino paladini del nuovo corso come Orlando regredire verso i sani e santi princìpi della conservazione (e meno male che non abbiamo vinto!)”.

 

il Majakovskij, rivista trimestrale di poesia scrittura e differenze. Direttore responsabile: Matteo Pergolari. Laveno Mombello (Varese), via Gorizia 38, cap 21014.

“Ma purtroppo dobbiamo avvertire il cliente del supermercato che la festa, gli sconti e le offerte speciali non dureranno a lungo. Tutto questo non durerà molto a lungo. Le profonde ingiustizie assumono dimensioni planetarie, si moltiplicano con il passare del tempo…” (Lorenzo Pompeo).

 

Manocomete, quadrimestrale di profondità e superficie. A cura di Gianmaria Battiato, Patrizia Burgatto, Giancarlo Majorino, Enrico Villain. Milano, via dei Giardini 16, cap 20121.

“Rientra nel programma della rivista un infittirsi di tali pluralità: e, non meno, un’esposizione sempre più svincolata a ciò che accade, all’informe ancora innominato o nominato fraudolentemente.

Occorre pazienza, l’impegno dovendosi caricare aggiuntivamente di lucidità individuante, di capacità stornanti, di trascuranze in progress” (Giancarlo Majorino).

 

EnnErre Le nostre ragioni, rivista semestrale. Direttore responsabile Alba Morino. Milano, via Leon Battista Alberti 10, cap 20149.

“Rischio culturale. Anni fa ci venne in mente di pensare a questa cifra per meglio definire un metodo di lavoro che è ricerca e sperimentazione. Forse l’unico che si oppone all’industria culturale che non demonizziamo ma che ha altri andamenti, altri fini…”.

 

 

 EnnErre, n. 3, II, 1995 (poi in Il timone 2, 2008).

 

 

 

Lunedì, 28 Gennaio 2013 15:25

Trenta poesie

1. Pollock.

2. Cummings che dice io porto il tuo cuore nel mio cuore.

3. Miles Davis settimane fa in un palazzetto dello sport.

4. Una canzone dei Beatles.

5. Tre testi di Brecht:

il primo In Polonia nel Trentanove una grande battaglia ci fu;

il secondo è questo Rispondendo a una domanda sulla patria K. aveva detto: Posso patire la fame dovunque;

il terzo infine: Mangia e bevi mi dicono

e sii contento d’averne.

6. I pensieri di alcuni bambini.

7. Il discorso di Fidel detto e ridetto

fino a che il disco invece di parlare dà un fischio.

8. L’ultima orazione di Castro sul Che.

9. Incollare le pagine o tagliare le pagine

spegnere il lume o abbassarlo e la notte può essere inverno

afferrato un fucile da caccia uccidere un ladro

seduti davanti alla porta vedere sgozzare il maiale.

10. Parlare a un sordo.

11. Le ultime poesie di Hoelderlin Scardanelli.

12. La ruota del mulino

la ruota del suo mulino

la pialla del suo falegname

la voce del suo mugnaio che batte il grembiale e guarda

[le anatre nuotare.

13. La pioggia taglia le mani e i capelli

io io io…

14. Il riso del padrone chiude con violenza una porta.

15. Le parole dei poveri.

Nascere e camminare.

Caro Certa scrivo da Bologna a te

che scrivi a Breznev dalla Sicilia

ma io ti chiedo:

Breznev, questo Breznev chi è?

16. Un altro farà una strada più breve

noi dobbiamo andare in salita.

17. Non dico le parole che amo

solo le parole che ricordo.

18. Con mio padre parlavo alla sera

quando tornavamo tutti e due dalla città.

19. Un manovale che si è impiccato in carcere

è seppellito per pubblica carità.

20. Dicono gli industriali giapponesi

la scelta è fra quantità e qualità,

correggono i tedeschi la scelta

è qualità e quantità.

21. Ma nelle città industriali i gatti impazziscono

i bimbi nascono deformi, i genitori

si vergognano dei figli, li nascondono ai vicini.

Caro Certa ci rivolgiamo entrambi a un mittente,

io da Bologna tu dalla Sicilia.

22. Siamo qua per mostrarvi

le terribili conseguenze di un inquinamento

per le acque di scarico della CISSO

una società che minacciò rivalse contro i pescatori.

23. La fabbrica dopo una lunga lotta fu trasferita

ma un bel giorno per vendicarsi si è ritirata

dall’industria del carbone.

24. Tutte le travature smantellate

quelli abbastanza giovani

sono andati lontano a cercare lavoro.

Partenza anche dell’ultima famiglia.

25. Uno fu ingaggiato come specialista di esplosivi

in una ditta che scava gallerie e strade

ma alla fine del primo giorno

si fece rapinatore

e dopo una settimana era morto.

26. Caro Certa il futuro si apre ogni giorno e ci brucia la mano

così un lebbroso appena guarito dal male

non può essere felice

come in un giorno di carnevale.

27. Né la poesia può parlare

può solo tacere in un grande silenzio

il potere è potere

la poesia che parla fa male.

28. La felicità è inutile

la libertà è verità

la verità è difficile.

Breznev chi è?

29. Mandel’stam, Pilniak, Olesa, Babel o la signora

Cvetàeva

parlano guardano in silenzio, camminano per la pianura.

Si avvicinano. Ascoltano. Discorrono con noi.

Raccolgono la neve.

30. Io qua guardo due capre che si dissanguano

dentro l’ombra degli elicotteri.

Siamo ormai nel duemila.

Spartire le cose pescate è un atto di giustizia

così come seppellire i morti.

Ma il potere è ancora potere soltanto.

 

 

 (Pubblicata successivamente in Le descrizioni in atto, I quaderni de Lo spartivento n. 1, 1 maggio 1990, come CINQUANTACINQUESIMA DESCRIZIONE IN ATTO)

Domenica, 27 Gennaio 2013 12:21

Dobbiamo avere la pazienza di decidere

Per cominciare chiaro dirò il seguente. Come tanti, che ne hanno per i fatti loro, anch’io (se è permesso) sussisto per alcuni loghi (principi, convinzioni) che non mi turbano ma al contrario mi aiutano a reggere il peso non effimero delle ormai troppo brevi giornate (di vita). Uno, che mi suscita in cuore e in testa forte rabbia emozionata, vedendolo anche contrassegnato a grandi lettere in nero in sedi istituzionali e negli almi tribunali, è il seguente: La legge è uguale per tutti. L’altro, luminosamente aureolato nelle pagine sode de Il capitale è il seguente (lo riassumo e semplifico senza defraudarlo): La ricchezza degli uni è fatta sulle spalle degli altri. Per dirla in breve, se noi europei siamo come siamo, è perché per secoli abbiamo delibato, con ferocia insaziata e implacabile, il sudore dell’Africa e degli altri continenti. Noi abbiamo l’acqua frizzante, loro devono fare dieci chilometri con un vaso, chinarsi fino a terra per riempirlo pazientemente, poi tornarsene alla capanna sotto il sole (africano). Voglio, insomma, ricordarmi ogni momento che noi, nella nostra supponenza becera, ammolliamo (e immoliamo) il nostro lucroso interesse nella ipocrisia più sfacciata e ridondante. “Democrazia” strilliamo ogni momento poi, se ci sfrugugliano, bombardiamo a destra e a manca, con bombe d’ogni genere che parlano venti lingue e, ci dicono, sanno dove e come scoppiare, e se sbagliano, chiediamo subito scusa, perché riteniamo di essere ben educati (da ragazzini e ragazzine avendo avuto l’assistenza e l’insegnamento di pedagoghi ferratissimi dottissimi moralissimi). Così non ci è mancato niente per crescere perfettamente educati e magistralmente attenti ai buoni comportamenti. Allora, perché siamo ridotti così squinternati e piagnucolosi? Partecipi di esaltazioni nevrotiche e piazziaiole, che durano una mezza giornata, poi sudditi delle più turbate inquietudini e dei risentimenti più aspri ma generici, raccattati?

Sì, perché?

Sì, perché da vent’anni c’è questo clima, c’è questa aria sul suolo italiano? È davvero colpa di un suolo uomo? Non lo credo. Credo invece che ciascuno di noi dovrebbe guardare nei cassetti di casa propria (o guardare dalla finestra di casa) e fare i conti personali, quindi tirare le somme del dare e dell’avere delle cose fatte, pensate, partecipate. In realtà, a livello pubblico esplicito abbiamo delegato la conduzione della partecipazione sociale attiva a un gruppo di comici slombati e usurati, ambigui e, al fondo, inaffidabili, in quanto il vero comico è colui che induce, riesce a indurre, chi vede e ascolta, a ridere sferzante di se stesso senza delega, a compiere cioè una operazione pedagogica; ecco perché il vero comico, e non quello fasullo avido grottesco, è un personaggio drammatico, acutamente insaziabile nella ricerca della realtà, e dopo aver fatto ridere non fa dimenticare e fa pensare, fa riflettere, e più che gli applausi merita gratitudine e il consenso del rispetto. Totò è un esempio preclaro di simile condizione, anche fino a diventare indispensabile.

Orbene! Se siamo nel grigiore completo, come società di gestione operativa, lo ripeto, non è colpa di uno solo, come ci incalzano a pensare, e a verificare le ombre, i signori politici grotteschi e inaffidabili che militano nell’opposizione, ma sono proprio loro, nel provinciale guazzabuglio di una dilacerata situazione storica, che hanno contribuito con le loro ciarle vanitose, arroganti e prive di Nutella, alla consistenza e resistenza in vetrina di una situazione di potere uninominale.

Adesso, dopo queste nuove elezioni, si canta vittoria adottando un frasario da terza armata dopo il Piave. Considerazioni, ripeto, squallide, risibili, senza realistica sostanza. Non sarà questa opposizione senza braghe che potrà o saprà sciogliere, o almeno allentare, i nodi delle supergrigia stagione politica.

Nelle prossime settimane qualche ventata che scompigli i capelli di questa Italia attualmente gestita in ogni suo androne, di vertice o di cantina, da una ratatuglia politica che mal ce ne incoglie; qualche ventata, dicevo, dovrà naturalmente alzarsi e soffiare. Vedremo in quale direzione, se in cielo o in terra. La verità è che, a considerare con pacata e curiosa pazienza, sembra di star cavalcando, con poche inevitabili diversità, gli identici tempi e malanni e feroci scontri ed esibizioni di malcostume e rapina, dei mesi, degli anni seguenti alla conclamata data del 1860, quando un’Italia si formò quasi intera incollata (come ho già scritto e detto altrove) dallo sputo di Garibaldi; ma subito dopo tartassata dall’avidità, dalla grezza presunzione, dall’ignoranza di una classe politica non di una sola parte, ma di tutte le parti. Proprio come ai giorni nostri. Che sono perciò giorni amari.

Non bisogna dunque smettere di provocare e di provocarsi.

Cominciando col togliersi dai piedi non uno ma tanti esimi lorsignori. E mandarli ad arare i campi.

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 15, 21 giugno 2011

Domenica, 27 Gennaio 2013 12:19

Nel bosco con il machete

Sì, certamente verranno tempi migliori, ma intanto questi sono i tempi peggiori. Un susseguirsi di tempi peggiori, fanno di questi tempi i tempi peggiori. Poi ne verranno di migliori, o che tali ci sembreranno (a noi, affaticati dal lungo aspettare). Peggiori, in riferimento alle speranze, che devono sempre albergare nell’uovo della nostra vita, e agli autentici bisogni, che ci feriscono sempre le mani (fino a farle sanguinare).

Fino ad ora, con il beneplacito di una opposizione autenticamente becera, composta da galline starnazzaznti e da capponi tromboni o da mezzecalzette dallo stinco bucato, abbiamo alleggerito le nostre singole o private coscienze (adornate dal narcisismo più squisito) e le nostre smanie quotidiane, delegando al cavaliere infame la causa, o le cause di questo non apparente ma reale e potente sfascio delle cose.

 

Ex-partecipanti della così detta ex-sinistra, noi tutti, molto convinti, siamo angelicati da una nascita fortunata di luce. Mai trafitti da errori vistosi. Sempre ben disposti anche se inquieti a risalire l’albero della verità cosparso di olio. Sicché siamo vittoriosamente pronti e disposti a coprire con lucida intelligenza i vistosi buchi neri scavati nel corso del malcelato governo del cavaliere infame e dalla sua così detta cricca. Mentre noi, perdio! cricca non siamo! Noi siamo candidi come il sapone di Marsiglia, come il latte appena munto, come il gelato di limone. E governeremo alla grande! Quando parliamo, cantiamo. Ma invece che opposizione abbiamo messo in atto? Grida smodate, inconsistenti, stolide nel loro complesso e nella profonda sostanza. Ad esempio: Berlusconi dimettiti! Il grido di battaglia elargito fino all’ossessione sulle piazze d’Italia (mi scuso: sulle piazze del Paese) per lucida intuizione di Bersani. Ci siamo reciprocamente assordati mentre i cavaliere è ancora lì. Da quasi vent’anni. Lo addentiamo e addentiamo, ma non gli mordiamo a sangue neppure una chiappa.

 

Guardare Bologna. Improponibile, quasi inguardabile. L’inclita austera città è affannata, greve. Cento candidati, se ne smarrisce perfino il nome. Cento programmi. Non c’è nulla che commuova le idee. Parole, parole, parole.

I tortuosi viscidi discorsi intorbidano fino alla nausea il nostro sistema di comunicazione e di conduzione politica e governativa. Di chi è mai la responsabilità diretta di tutto ciò? La nostra endemica carenza di lucido (e sano) realismo. L’ossessiva esasperazione verbale. La mancanza di lealtà nei sentimenti. La generica faciloneria vociante. La “porca” retorica, intessuta senza regole.

Vedere e controllare l’attuale vociferante percorso delle celebrazioni risorgimentali. Dati ed episodi, tutti desunti, a livello verticistico celebrativo, attraverso indicazioni di internet, perciò gelidi trasandati, quasi tutti uguali.

Nessuna emozione di scoperte, di riesame autentico, di ricerche di verità, di novità (ripeto) storiche.

I bischeri restano bischeri, i grandi uomini ampollosi di medaglie sferrazzanti sul petto restano lì nel marmo, neppure sfiorati dal tempo.

 

Finito il trambusto, i giovani non avranno capito ancora niente di utile e duraturo di quegli anni tremendi. Qualche dato labile, qualche ombra di volto.

 

Bologna, che lentamente sprofonda (un po’ come le sue due torri) è lì, anzi è qui, pronta e lacrimosa a testimoniare l’empia volgarità del momento. Passerà! Ma quando? E con chi? Con le ombre che sciorinano da Roma?

Siamo affannati (ripeto) e affamati di verità, di buona giustizia.

Di parole vere, che vanno mantenute.

La vanità impera.

Intanto Berlusconi, dentro questo mare di oppio, dura.

Chi lo sostituirà? Fini, Bocchino, Bersani, la Bindi?

Di Vaio, Valentino Rossi, Alonso? La banda Osiris? Celentano?

L’Italia s’è desta? Si desterà? Ma come, quando, dove?

Come utente di una libera scheda elettorale, ho un cumulo vistoso di anni sulle spalle, ma ho anche sulle spalle, ben stretto, il sacco delle speranze vitali. Delle attese vitali.

Il nuovo, il buono si devono aspettare, devono venire. Certo, devono venire! Se avremo l’impazienza di aspettare. Bisogna esercitare questa impazienza.

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 14, 11 maggio 2011