Cose e casi di casa nostra

Va bene Morandi a Mosca, per carità. Come va bene l’arte italiana del Novecento a Londra, per carità; anche con la viperosa maretta di picche e ripicche che ha suscitato – ma si sa che, ogni qualvolta uno è comandato o deputato a scegliere, trascegliere e segnalare, opera secondo piaceri e interessi critici o fredde convinzioni propri; e gli altri strillino pure, secondo puntuale scadenza.

Quindi nessuna meraviglia anche questa volta per Londra. E buon consenso per Morandi a Mosca; lui che da vivo appena appena arrivava a Grizzana, sull’Appennino bolognese, mica più in là; e adesso si muove e gira da una parte all’altra che neanche Marco Polo redivivo. Mi ammoniscono di essere serio e che se vengono aperte mostre in tante parti del mondo, dovrà pur essere perché la fama del Maestro è tanto consolidata da farne un classico del nostro secolo. E quando girava sotto i portici di Bologna e pochi lo filavano?

Ma neanche questo deve essere oggetto della presente breve scrittura. Piuttosto una domanda, affatto capziosa: bene Morandi a Mosca, ma non sarebbe meglio Morandi a Bologna? Chiedono: cosa vuol dire? Vuol dire questo: che in un momento così complesso e per molti aspetti forsennato (in rapidità e contraddizioni) per i mutamenti genetici della cultura – e per gli spostamenti degli assi di giudizio, rapporto, riferimento – una riconsiderazione complessiva della politica culturale ai livelli locali dovrebbe essere una necessità di fondo per le pubbliche amministrazioni. Per ricondurre la metodologia operativa a soddisfare piuttosto le reali e dirette urgenze del posto, o a suscitarne con sollecitudine costante di nuove: più che a divagare per i campi di ampia estensione e di cui neanche si scorgono i confini – così scambiando confusione per necessità.

C’è infatti, in colleganza con questi gemellaggi artistici, un gran apparecchio di tavole rotonde e un gran transito di personaggi; un via-vai di gente in fiera, che blablaggia divaga confabula sancisce ammonisce pasteggia e in breve scompare. L’abitudine tende a proliferare e a generalizzarsi, succhiando quattrini come il rosso da un uovo. Ma una ospitalità a spese comunali sembra non potersi negare ormai a nessuno, solo che esibisca minima veste ufficiale, o sia una voce in qualche elenco di persone notabili. È così che si deve gestire la cultura come momento inalienabile della vita sociale?

Si ha l’impressione verificabile in concreto che l’apparenza delle cose stia sopraffacendo la loro realtà; e così quella delle idee o dei progetti culturali. Una cultura che si disperde in giri forsennati qua e là, in continua attitudine di facciata; o che si accontenta di farsi vedere e di vedere tutto e in fretta, purché sia tutto e in fretta, sta sostituendo la cultura vera che si fa e si conduce con la rimozione lenta, con il meditato e paziente operare, con la continua ricerca e definizione dei particolari. Mi ridono sul muso che ciò è improponibile, data l’invadenza ormai generalizzata nel privato e nel sociale dell’informazione visualizzata: e che la pazienza, una certa intelligente riservatezza e altre consimili castronerie sarebbero soltanto contraddizione involuzione retrocessione; perdita di tempo e di fatica. E così sia. A me, con ostinazione, sembra risposta di comodo, troppo rapidamente istituzionalizzata.

Forse la verità è che noi siamo una modesta provincia dell’impero; senza più neanche dignità linguistica; una provincia, anche così, marginale (come tale, piena di riboboli e di protostorica presunzione); quindi avendo poco/pochissimo da proporre con le idee, appena si apre un varco lì ci precipitiamo battendo alla porta con la nostra mercanzia – e sempre accompagnati da un codazzo di autorità e parenti.

Sarebbe un altro discorso se almeno, in contemporanea, avendo cominciato a maturare il principio di una non sopportazione al servilismo culturale, ci premurassimo di avviare sul serio una attività di ricerca in più direzioni, e a mantenerla attiva con un appoggio e una attenzione costanti. Invece, per esempio, di aspettare la Biennale Giovani ’88 per scoprire l’obbligo di dare spazi alla ricerca giovanile, che non sia concepita solo come momento ludico da una mattina a una sera.

Però occorrerebbe, in questo caso, partire dalla convinzione che la nostra società, quindi la nostra città, è meno appagata e più inquieta e problematizzata di quanto rispettabili amministratori, anche del nostro Palazzo, vadano parlando.

 

 

 

Carte d’Arte, anno I, n. 1/2, genn.-febb. 1989.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno II, n. 1/2, genn.-febb. 1989
Letto 2719 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Febbraio 2013 16:28