Super User
Dario Fo. Gli oggetti dell’invenzione
Comincio da quando trovai in una libreria di Stoccarda un libretto del Settecento sulla cui antiporta era stampata questa epigrafe:
IO APPLAUDO.
E IO FISCHIO.
Sono certo che indicasse la straordinaria libertà di cui gode il teatro. Di cui deve godere il teatro. Che il teatro deve esigere. Infatti non c’è luogo in terra dove la libertà reale alberghi con più vigore e con più rigore, non difendendosi dal mondo ma incalzandolo col suo ritmo tremendo (quando c’è).
Goldoni in teatro vale Napoleone in battaglia. Una entrata in scena, nella trilogia della villeggiatura, equivale pari pari e forse supera l’intuizione del generale che ad Austerlitz, sono le ore dieci del mattino, ordina: a questo punto, sul lato destro, attacca la cavalleria.
Il palcoscenico è proprio questo campo di mischie feroci, di verità terribili, di sfrenate fantasie, di sorprendenti viltà. È però il solo posto in cui, in ogni caso, non si può barare. Dato che tutti ti guardano con gli occhi negli occhi.
Come per la poesia (alla quale non è neanche concesso di leccarsi le labbra).
Bene.
Dario Fo è Dario Fo. Lui è Goldoni a teatro, è Napoleone in battaglia. È stato a Marengo e a Waterloo, a Mosca poi di nuovo a Parigi.
Il suo mistero buffo in disco lo ascolto e lo leggo almeno una volta all’anno, per intero. Insieme a Moby Dick. Ad almeno due romanzi di Hammet. Alle liriche di Hoelderlin. E alle Legazioni di Machiavelli.
Chiedo scusa. Comincio da lontano. Proprio da quell’applauso o da quel fischio scovati a Stoccarda fra le carte e la polvere. E chiedo:
si deve essere incantati sempre di tutto? applaudire fino a spellarsi le mani? fischiare fino ad avere gli occhi rossi?
Rispondo di sì.
Che bisogna continuare a partecipare dividersi sciogliersi rifiutarsi; che dobbiamo ogni volta, ogni giorno, per ogni gesto ricominciare. Da capo.
Sempre, sempre, sempre.
Non avere paura di niente. Tantomeno di parlare.
Perché il silenzio è la morte.
Così mi pare che fra i pochi, e per fortuna, che Dario Fo (teatrante lucido e arlecchino terribilmente amaro del mondo odierno) parla parla parla. E ci aiuta a parlare.
Questo mi basta.
Allora il quadro che mi piace di più è uno, colorato in verde azzurro rosso nero con quattro figure
una sdraiata una
chinata due in piedi che
lanciano palle rosse – giocano con esse. La figura chinata
a sinistra sembra che pur giocando stia cercando qualcosa.
La altre guardano si sorvegliano mentre continuano il grande gioco del mondo. A me sembra che lo sfondo sia una foresta con dentro la tempesta di Shakespeare.
Nei quadri grandi(acquarello pastello tempera) la figura è protagonista. Non la figura manichino in cerca di un vestito ma una figura figura, una figura vera, una figura turbata
quella che ha tre ombre sulla spalla e succhia da terra tutto il sole possibile con una lingua da formichiere.
In altri quadri
c’è uno che si precipita dal cielo
rovesciandosi sul dorso di un animale in agguato. È come passare dalla pace alla guerra. La pelliccia dell’animale è calda come il bacio della morte. Tutto è macerato da un grande giallo di Van Gogh.
In altri casi ancora ho l’incubo di un piccolo inferno minuto ridotto abbastanza gelido come se fosse rimirato al videotape e per noi che guardiamo si trattasse di un viaggio in comitiva, dal 10 al 20 agosto, essendo le Maldive già fuori moda.
Una vacanza negli antri infernali.
Camminiamo davanti a queste figurelle lievitate a mezz’aria che stanno soffrendo insieme con una discrezione ubbidiente; e sembrano manichini in vetrina in un qualche angiporto del nord. Tuttavia ci danno il sentimento di qualcosa di profondo, di abbastanza tremendo.
Ho detto che stanno col piede alzato.
Questo stacco da terra è l’atto in musica o in movimento che cerca di ricomporre uno strazio o un dubbio della mente e di ricondurlo alla tenerezza della vita. Né più né meno come si riconsegna al suo volo un uccello ferito dopo che è stato curato e salvato. Addio.
Ho guardato con minuzia ma nella battaglia sono soldato semplice, non posso mettere in moto la cavalleria. Posso solo imbracciare lo schioppo. Allora dico che questa mostra di disegni in teatro la chiamerei GLI OGGETTI DELL’INVENZIONE.
E lascerei tempo al tempo.
Comunque lì dentro c’è movimento c’è musica c’è colore. Figure che sono figurazioni della mente. Ombra delle idee. Segni che stanno lievitando per ricomporsi. Parole che soffiano e respirano aprendosi il cammino verso la comunicazione. Un fermento straordinario.
Come una foresta che si sveglia ancora bagnata di guazza.
Tutto sembra non concludere ma cominciare qualcosa.
Infatti tutto è ancora da dire, da fare, da immaginare.
Dario Fo è generale nella pattuglia dei non dormenti.
Foglio notizie stamparte, anno II, n. 1, 1982
La vita e le parole
Leggendo questo breve ma grande racconto di storie private che diventano, progredendo in successione, un unico e solido filo rosso per capire e interpretare una generazione, in una regione italiana modello di parecchie buone virtù e di parecchie utili contraddizioni, ci è consentito un bagno che direi terapeutico nella realtà effettiva del nostro mondo sociale. Sono infatti cento secche, vibranti, assolutamente precise ed essenziali interviste senza sbavature, che Garuti ha trascritto fidandosi di accogliere la sostanza del quadro esistenziale attraverso la verità delle parole.
Così che queste pagine, credo, non possono non essere di interesse immediato per il sociologo, che può indagare con utilità dentro i meandri di esistenze ricapitolate in tante personali sfumature ma attestate anche su alcuni punti di riferimento che si possono appuntare come costanti.
E sono convinto che possono essere anche di autentico interesse per il comune lettore, però abituato alle letture integrali e pazienti, il quale cerchi non qualche enunciazione sommaria o qualche rapida emozione del ricordo, ma un approdo riflessivo immediatamente coinvolgente con queste vite che escono fuori autentiche da queste pagine; e anche come aiuto alla comprensione del proprio tempo e delle persone che circolano intorno e si muovono per le strade e che, qui, ricevono un nuovo volto; gli sguardi; dei nomi che si possono ripetere come di persone già conosciute.
E in più, credo di poter aggiungere la convinta affermazione, si ha anche una riprova del perché e come questa Italia ripetutamente trafitta e tormentata, e ai livelli ufficiali eternamente verbosa e troppe volte incomprensibile, riesca tutt’ora a reggersi in piedi – e continui a farlo – opponendosi all’onda d’urto di quotidiane magagne, essendo alimentata dalla vitalità incontestabile e dalla solida saggezza (che è resistenza nella vita e contro la non/vita) del suo popolo; nel nostro caso popolo emiliano, popolo bolognese, di residenti comunque nei nostri quartieri ma magari di provenienza lontana: dato che, per la qualità di fondo del suo popolo, l’Italia è certamente una, uguale, indivisa.
Molti, fra quelli che parlano da queste pagine, confessano di avere dato, di essere riusciti a dare conferma operativa a un sogno della prima giovinezza, con la tenerezza gioiosa del ricordo: “Ho sempre sognato di fare la parrucchiera, fin da bambina”; Fin da ragazzo, quando vedevo questi camion belli, forti, lunghi che non finivano più, mi dicevo…”.
Molti, quasi tutti, riconoscono di avere sempre avuto davanti, dopo l’avvio di un lavoro, come primario il problema della casa, un tetto sicuro, la sottrazione da un vincolo estenuante.
Poi per tutti, come onde che incalzano, il matrimonio, i figli e il lavoro (parecchi con il racconto del passaggio duro ma esaltante da quello subalterno a quello autonomo, con una sostanziale soddisfazione dopo l’estenuante impegno e i sacrifici).
E ancora; il proponimento di una saggezza, paziente e attenta, acquisita e maturata nell’incontro e nello scontro con le cose, nel corso di una prima parte della vita (tutti sono sui quarant’anni) impegnata senza troppe dispersioni ad aprirsi quasi con il machete un passaggio nell’intricato groviglio di questi anni.
Da questa parte ho sottolineato tante affermazioni di contenuta immediata efficacia, ma almeno due ne ho subito da ricordare: “Se hai nuove idee, i giovani tornano” e “La vita è varia, si vede anche stando al tornio”.
Ad aiutarci a ben sperare, devo aggiungere che nessuno si dice deluso, di dichiara sconfitto; magari amareggiato sul momento, scontroso alla vita; ma il futuro è ancora aperto; ancora nostro.
Queste voci non hanno un muro davanti contro cui rimbalzano.
S’aprono sul campo della vita.
E donne e uomini, nonostante tutto, continuano a camminare.
Questi almeno che parlano. C’è invece chi ha avuto più doloroso destino.
Dire in movimento
È ovvio che non posso, perché non so, scrivere da critico: ma da spettatore disinibito sì che posso scrivere un poco, facendo contenere nella scrittura qualche riflessione sul posto. Perché sarei per l’occasione, esemplarmente, colui (o costui) che insieme ad altri siede e si è seduto con il biglietto in mano; e perciò stesso è deputato (direi, meglio, libero) ad esibire per concatenata conclusione il consenso oppure la più sfrontata disamina. Questa libertà dello spettatore, nell’ambito abbastanza angusto e tradizionale della nostra società culturale, così come è organizzata, neanche viene illustrata di straforo, neanche viene proposta come una delle necessità, neanche viene utilizzata a supporto dei discorsi più alti e conclamanti. Il pubblico o è bue – dicono – oppure è colui che accorre dietro il campano dei recensori ufficiali; che distribuiscono o scudisciate o caldi abbracci ma sempre, come i giudici della nostra giustizia, in una indipendenza assoluta (che pare assoluta), nell’assoluta astinenza di rapporti contaminati, di umanissime voglie (e anche questa astinenza pare, ripeto pare, assoluta; poi vediamo in realtà come vanno le cose). E invece, dico a mio modo, non dovrebbe esserci una maggiore libertà (autentica libertà) consentita nell’uso delle conclusioni, in altra parte o in altro androne, che non sia di rigore l’ostello teatrale che accoglie soltanto gli illustri addetti ai lavori? Ostello, in quanto ricettacolo o radunata severa dei buoni e affaticati pellegrini dell’arte del dire in movimento; cioè, dell’arte teatrale. Da quanto sopra schematicamente trascritto, deve almeno risultare che non ho con il teatro un rapporto amabile o tranquillo; ma, al contrario, abbastanza conflittuale. Poco mi appago, poco deglutisco, poco mi lascio comprimere dai minuti artifici, dalle cento novità ripetitive, dalle mille filastrocche americane.
Ma a proposito dell’arte del dire in movimento – o, se si vuole, dell’arte rigorosa del movimento che si muove dicendo quale a me sembra con intima convinzione risultare essere il teatro, mi sento proprio di appigliarmi al capo di questo filo per entrare nel merito della presente scrittura; che vuole riferirsi al teatro di Luigi Gozzi; oppure al Teatro delle Moline, che s’affida e si appoggia a Luigi Gozzi come scrittore di scena, ricercatore delle problematiche dure, e come regista assoluto degli allestimenti conseguenti. Proposta teatrale, scandita negli anni, che come spettatore mi ha coinvolto fin dall’inizio e che dunque ho voluto seguire via via senza quasi omissioni. E so bene, lo capisco, che parlare di movimento, a questo proposito, potrebbe essere (sembrare) non una esagerazione ma un determinante stravolgimento critico; dato che è proprio nell’univoca e cadenzata fedeltà alla scansione linguistica, quasi bloccata nella sua mente essenzialità, lo specifico dei testi conclusivi di Gozzi. Così a me pare. Il quale non si pone sulla linea di un Goldoni – che conclude, operando con assatanata costanza, dentro alla straziante ritmicità propulsiva e convulsiva dei suoi testi certo inimitabili – ma sceglie, con un rigore lucido a cui non si è più sottratto, di intraprendere, con il cumulo di un materiale verbale raccolto in mano, stretto in mano, il suo viaggio di ricerca, la sua avventura fra i problemi e le idee che si scontrano; e fra i sentimenti perseguitati con inesorabile durezza o, talvolta, con ironia. Il periplo, a seguire, dei testi di Gozzi non ci porta in campo o in spazi diversificati e qua e là magari seminati di piccole mine (come per lo più è in uso tutt’ora); ma sempre contro una prima ampia solida porta che il testo, all’inizio, con la fatica dovuta ci spalanca per aiutarci a inoltrarci su una scalinata in discesa, in continua discesa, che tende a portarci in un cuore cupo della terra, in una zona rossa di fuoco dove si muovono i primi diavoli. E la luce dell’onesto mondo lasciato alle spalle è scomparsa. Questa progressione è compiuta dentro a, una controllata concatenazione di referenze culturali, di elementi fortemente ritmici, di allestimenti linguistici; sicché noi (o almeno io, intanto) avviamo una costante partecipazione a questo moto, a questo invito, a questa comunicazione che coinvolgendoci non ci lascia. Non riteniamo alcun momento di distacco dalla o nella ricezione, proprio perché la coordinazione fra i tre elementi sopra indicati è sempre non solo cercata ma mantenuta con rigore. La porta aperta (o la porta che si apre), la discesa per questa scala che può dare le vertigini ma è esclusiva, e non può essere altro che scelta e subito scelta; e infine, quel precipita antro alimentato di voci, di suoni, di fuochi appena accesi o intravisti e di figure recise o decise, in piedi (erte) o sedute, spesso accasciate ma mai cedute via per sempre (semmai sul punto di esserlo), sono – a me così risultano – in un concentrato esemplificato, come un viaggio angoscioso ma anche esaltante dentro all’avventura della mente dell’uomo e della donna; e da questo versante, un conseguente collegamento a verificare densità sostanza tenuta renitenza di alcuni sentimenti di base – incollati sull’uomo e sulla donna come una ancestrale ferita, una possibile dannazione. Omerica dannazione, cioè, con un respiro teso di salvezza possibile che sottostà ad ogni azione, solo che l’uomo (o la donna) lo voglia e non si lasci travolgere. Solo nell’ultimo testo, e nell’ultima per me emozionante rappresentazione, questa grande porta si apriva, questa vertiginosa scala c’era nell’aria e si percepiva (si presentava) ma anziché sprofondare si inerpicava verso l’alto; saliva, saliva. Assumeva un respiro bianco di luce. Ne acquietavo in essa quasi cominciassi ad ascoltare suoni e voci dimenticati e ripresi. Non più il fuoco friggeva in lontananza, ma presagio il ricomponimento di una qualche consumata tempesta. E tuttavia non ricavavo pace (una qualche pace) ma il sentimento del ricomponimento straziante e faticoso di un ordine che sembrava perduto. E nero e il bianco delle figure ecclesiali; la gestualità esemplare delle stesse figure in piedi o sedute o recline; la virtuale presenza di una parola che doveva essere detta e si aspettava che si dicesse e che alla fine, dopo tanto attesa, era detta. Concludeva. È la voce del teatro che vedo con l’emozione dei sentimenti e ascolto con gli occhi. Non altro.
(in Attraverso il teatro. Scritture per Luigi Gozzi, Parol. Quaderni d’arte e di epistemologia, n. 9, 1993)
Pivaza!
…Oh mi Pivaza!
Che sangu’el mai qual ch’boj in t’i tù fiua?
Pinsand cus t’er la mi anma se sguaza
E la scosa la polver di tarua…”
Al Dottour Zàss
Mi sembrano passati cento anni; però Pieve di Cento è un luogo preciso della mia memoria. Persone, cose, frammenti di vedute, particolari di pietre o di nuvole. Tutto in quel tempo lontano. E allora, proprio per questa ragione, e per questa occasione che mi spinge a scuotere le idee, potrei cominciare un racconto breve come si comincia una favola, nel mondo degli uomini bambini; una vecchia favola contadina: c’era una volta…
Una volta, indietro negli anni e almeno fino al decennio del ’50; fino cioè allo scontro frontale e decisivo fra industria e campagna e al conseguente genocidio contro la vita, la società e la cultura contadina che duravano con drammatico vigore e altrettanto tormentato rigore da migliaia di anni; una volta, la campagna emiliana era una vera campagna; con alberi, che adesso sono scomparsi; con case, che aderivano al panorama circostante ed erano collocate a giusta misura sulla pelle distesa della pianura – come pietre lasciate cadere una per una dalle spalle di uomini sapienti. Ciascuna, poi, con un grande noce vicino.
Oggi, le vecchie case sono o in rovina (abbandonate; anzi, trascurate, squarciate, manomesse come i dispersi caselli ferroviari fra le macchie degli alberi); o sono ristrutturate leziosamente e frettolosamente; o addirittura sono state piallate con le ruspe per rendere più lucido e liscio il terreno e offrirlo all’aratro meccanico e alle altre cento meraviglie che hanno sostituito la mano il braccio e il cuore dell’uomo. Per la stessa ragione, si sono salvati pochi fra i noci che davano ombra alle case e sull’aia; spianati segati e trascinati via a pezzi sui camion verso le segherie.
Prima dello stravolgimento epocale – e lo annoto solo per contrassegnare la realtà delle cose passate presenti e future – la campagna, anche se diseguale e inquieta e troppo spesso certamente non felice, era una vera campagna; con una successione di oggetti, collocati secondo misure tradizionali, che confermavano il costante collegamento di una cultura di vita nei secoli. Passata avida e dura nei millenni, fra tempeste di cielo e di terra, sferragliare di carri e cavalli al galoppo e voci straniere e alabarde e aggressioni e stupri.
Una campagna solcata dall’acqua dei canali, umida nei novembri arcigni; e con un fiume Reno turbinoso e infido. Una terra, fra Bologna e Ferrara, che raccontava parlava cantava gridava piangeva imprecava ma non risultava mai rassegnata. Io me la vedo, per un momento, tutta distesa e per un momento anche appagata sotto il sole d’agosto; irrorata dall’odore indicibile della canapa; talvolta ripugnante, talvolta denso come un fumo di rose.
Adesso queste voci sono almeno per me una eco che accompagna la vicenda degli anni; e anni ormai definitivamente conclusi con una morale corale. Quella drammatica odissea di riso pianto e fatica è ormai trasferita negli album di fotografie familiari; oppure come freddi reperti è custodita in pezzi, in frammenti nei musei della civiltà contadina, modesti sarcofagi della cattiva coscienza collettiva; per suggerire moderate o indifferenti sorprese agli occhi dei giovani di un altro mondo e di un’altra storia.
Io invece, che non sono giovane, stringo in pugno buoni ricordi personali sulla Pieve; e posso anche disporre di collegate divagazioni per la campagna circostante. Per questo non mi sento un intruso in mezzo a queste pagine e a queste struggenti documentazioni fotografiche, dato che ho le carte in regola per elargire alcuni dati della memoria diretta; magari pochi e di minuta rilevanza ma desunti sul posto, nel progredire di anni e in rapporto stretto con le persone.
Sì, è vero; può darsi che siano piccoli i miei ricordi; troppo modesti per suscitare una qualche emozione nel lettore; eppure per me sono restati molto vivi nel tempo – e tanto ne è passato – e trascinano vicino con estrema dolcezza persone ormai passate. Mi provo, in ogni modo, ad andare avanti. Per annotare subito che, se non sbaglio, la Pieve è un paese che c’era una volta e adesso non c’è più. Il paese adesso è tutto cambiato; almeno da come l’ho incontrato per la prima volta circa sessanta anni fa; da come l’ho potuto frequentare in seguito; e al confronto del paese grosso e disteso che ho rivisto in questi ultimi anni. Direi che non c’è proprio più alcun collegamento con il passato, a parte la venatura delle strade e il nucleo stretto stretto del centro. Il resto ha un’altra faccia e un altro suono. È bene dentro a questo tempo infuriato.
Invece negli anni a cui mi riferisco, Pieve era lì in piedi da secoli e secoli; battuta ma resistente alla rabbia della storia e delle stagioni; un vero piccolo paese della pianura padana, agricolo e brutalmente calmo (perché l’apparente quietezza ricopriva una sommersa violenza dietro e dentro i muri delle piccole vecchissime case); acquattato fra l’odore fitto fitto della canapa quando era il tempo della canapa e il lezzo che si alzava dai maceri nel mese d’agosto. Il brulicare degli insetti; le rane che gracidavano quando calava la sera, e allora la pianura sembrava un telo afflosciato su campi finalmente appagati e dormenti.
Oggi la Pieve è un bel paese lindo dell’Emilia fino a ieri rigogliosa; con i muri non più umidi e scrostati ma di nuovo intonacati e ridipinti; con le persiane non leccate dal tempo e squinternate ma riconsegnate all’uso senza più ruggine. Insomma, Pieve partecipa del lucido adeguamento alle giuste convenzioni attuali; le quali, là dove è in atto buona cultura attiva, onestà di intenti e correttezza sincera di pubblica amministrazione, si impegnano almeno a ripulire lavare sciacquare il vecchiume persistente e nocivo che insiste sulle pietre dei muri; o a ricuperare e restaurare per quello che vale tutto ciò che è memoria del passato e deve dunque continuare a smuovere ricordi e sentimenti o a suscitare sorpresa e ammirazione (anche se, alle volte, lucidare la pietra è come soffiare la polvere adagiata per anni sulla schiena di una bottiglia di vino nero; una di quelle bottiglie di vetro pesante che un tempo si preparavano e si disponevano nelle cantine private perché invecchiassero seguendo la luna).
La Pieve è dunque un paese molto cresciuto e forse anche amabile da abitare, oggi. Non so dirlo, lo spero. Amabile magari per certe garbate referenze, che potranno essere catalogate da chi ci abita, e spesso viene da lontano. Si potrà vederle; ma io parlo del mio tempo. Allora, ai miei occhi, appariva molto conturbato e anche aggredito dall’invadenza dei secoli (mai contrastata e mortificata da costanti pulizie o restauri); logorato dalla fatica di vivere; ma che tuttavia serbava ed esibiva qualcosa di solido, di resistente che poggiava sul ceppo duro e un po’ risentito o scontroso della sua gente contadina, la quale, dentro ad ogni violenza e ad ogni fatica, sapeva comunque difendere e perfino proporre in attivo un proprio privilegio di civiltà e una propria autonomia di vita.
In questi giorni, definitivamente scomparsi questi riferimenti circostanziati, è inutile ogni residuo rammarico, sia pure privato. Qua siamo e qua restiamo. Alle tagliatelle della nonna si sono sostituite le taglioline a quattro colori dell’industria, durata della cottura quattro minuti. E vediamo la Pieve rammodernata anch’essa; e anch’essa uguale ad altre piazze e ad altre strade, dove c’è un po’ di arte scampata e molta gastronomia. Però ha perduto cose e cose, piccoli benefizi; il pane, per esempio. Perfino il suo pane; l’odore di quel pane a croce, bianco dentro come un fiore e all’esterno appena rosato dal forno; crocchiava leggero leggero e si masticava odorandolo.
Ho detto che io, per questa parte, posso solo cominciare da lontano. Con scrupolo, cerco di trascrivere soltanto dati di cose e persone con cui ho avuto a che fare, con cui ho partecipato. E ad esibire, in quattro parole, le mie semplici credenziali. Mio padre nacque a Pieve, lì stava la sua famiglia. Lì c’è ancora la casa che era di mio nonno e poi di mio padre, fino a trent’anni fa, nella strada ora via Gramsci che dalla piazza arriva a porta d’Asia; a sinistra, sotto il portico. Davanti al portone mio nonno Umberto sedeva appoggiato al bastone, e sulla testa calva aveva un bozzo molto rilevato che ogni volta mi meravigliava; già da lontano, quando arrivavo, lo speculavo come uno spettacolo in preparazione e nei primi tempi credevo anche di poterlo vedere crescere; alzarsi, appunto. Non lo toccavo, quel nonno Umberto, neanche con la mano; un poco mi intimoriva, perché dava del voi alla moglie, alla nonna Enrica. Per me, lui era soltanto quella sedia sopra i sassi del portico, quel bastone pieno di nodi e un poco annerito, e la cosa strana sulla testa, che sembrava ammonirmi.
La nonna Enrica era un donnone con una larga faccia emiliana; di pelle bianca e leggera; sorridente, almeno quando io la incontravo e spesso era seduta vicino al camino acceso o spento – un grande focolare, con uno strato di polvere morbida e chiara fra alare e alare – con i ferri da calza in mano. Li muoveva in fretta ma neanche li guardava mentre continuava ad ascoltare o a parlare. Attraverso una finestrella che era a metà del camino, si vedeva un cortiletto con un albero sulla sinistra e un fico in fondo (che dava frutti dalla goccia d’oro); sulla destra, un recinto con quattro fagiani. Venivano sostituiti ma erano sempre quattro, e alle volte avevano piume splendenti.
Quell’ambito così accogliente, ristretto e tranquillo – tale pareva anche a me molto giovane, ma erano tempi in cui si poteva e si sapeva riconoscere ancora la qualità di un silenzio, nel ricordo è rapportabile ad altri interni familiari, sempre alla Pieve, qualche volta intravisti o frequentati.
Il pavimento, in cucina, di legno grezzo rialzato; la legna tagliata e ammassata in un angolo; qualche odore, come quello delle mele sul fuoco; i fichi in un piatto e la vespa paziente che gira e annusa, il ronzio che scivola su silenzio; il rumore morbido dei passi, simile a una piccola prua che si apre la strada in un laghetto d’acqua immobile. Il rumore di un tappo di bottiglia che salta; l’albana frizzante, con quel colore che hanno a volte i capelli dei bambini nati da pochi mesi; la schiuma spessa del lambrusco, da ammirare contro luce, felice come il sangue giovane.
Dopo mia nonna Enrica (con la sua faccia ottocentesca, che ritrovo in tante altre fotografie di donne anziane dell’epoca riprodotte nei libri e su giornali); donne del nord e del sud; a conferma di una identità abbastanza stretta o ravvicinata delle varie regioni italiane, tanto da poter fare di mille paesi un solo paese, il quale può avere la forza di non disunirsi sia pure dietro ai continui dolori), devo ricordare bene il canonico don Luigi Roversi, lo zio Gigio, zio di mio padre.
Questo personaggio, nato alla Pieve il 28 dicembre 1869, i giornali nel 1972 lo illustravano così: “Compie oggi 103 anni il prete più vecchio d’Italia. Non ha più la vista di un falco l’udito di una guida indiana, il canonico Roversi, ma conserva una memoria e una lucidità da fare invidia a Pico della Mirandola. Questo ci ha permesso ieri – quando siamo andati a trovarlo all’Opera Pia Galuppi ove risiede e ove ha svolto il suo ministero fino a pochissimi anni fa – di allacciare una conversazione simpatica e rievocativa… A Pieve di Cento il canonico centenario ha prestato la sua opera di sacerdote come cappellano presso la parrocchia e l’ospedale, come economo, come predicatore”.
Di lui ho sempre osservato con un senso di ammirata attenzione la magrezza del viso che disegnava armonicamente le ossa, su cui la pelle tesa e bianchissima si depositava come un velo di polvere. Temevo che soffiando – ma io sapevo soltanto baciargli la mano – la polvere si sollevasse e quel volto con denti lucentissimi scomparisse; lasciando un’ombra.
Era lui che nella cucina della casa di famiglia, dove viveva in una bella stanza con uno scrittoio che adesso è qua e sul quale sto scrivendo questa ripresa di piccole memorie mai scadute, sturava la bottiglia di lambrusco prima del pranzo. Questo del vino – acquistato in una mezza castellata, pigiato nel tino conservato in cantina e lasciato fermentare quindi imbottigliato secondo i cicli lunari – per questo prete alto e magro, sempre silenzioso e con un sorriso tenue di meditata accondiscendenza sulle labbra, era quasi un rito che riconduceva esclusivamente al buon ordine, nei singoli dettagli, di una famiglia composta allora da persone non più giovani. Ogni gesto doveva contare. Perché mio nonno, mia nonna, lo zio Gigio erano invecchiati modesti, con la quieta costanza dei tempi antichi, che riusciva a ricucire anche i continui dolori.
Il vino nel bicchiere frizzava a lungo, come ho detto; poi si adagiava come una crema, senza spegnersi. Potevo berne un sorso alla fine del pranzo del giovedì, quando dalla credenza era portata in tavola la torta margherita, che potevo inzuppare. Quello era un buon momento, il momento finale, del pranzo. Il vino entrava e risaliva veloce nella pasta leggera e intanto riprendeva a vibrare saltare splendere come un diavolo nel bicchiere. I miei occhi voraci di bambino ci vedevano un giuoco di fuochi d’artificio.
Ma adesso che sono di nuovo in quella cucina, vicino a quel fuoco e risento le voci e i passi quindi il sopravveniente momento di silenzio mentre si comincia a mangiare e tutti sorbiscono il brodo, aggiungo un altro odore e un altro sapore, direi anche un altro colore; vale a dire, quelli della zucca al forno. Le fette caldissime ricurve o contorte come un sasso o un legno colpito dal fulmine; il colore ambrato che sembrava impallidire quando il cucchiaio o la forchetta entravano nella polpa, il sapore morbido che si scioglieva deglutendo, una completezza fra odore e sapore e colore che si riusciva davvero a godere mangiando adagio senza distogliere gli occhi dal piatto e dal lento scomparire delle forme. Si grattava perfino il fondo, lasciando appena appena la buccia (che altri, invece, suggeriscono di mangiare). Una fetta sola bastava; e mai zucca e torta margherita insieme. L’una o l’altra; ciascuna con il privilegio di chiudere la partita.
Alle volte in tavola venivano i ranocchi in umido. “Li mangiamo tutti, dunque anche tu; e guarda come si fa” mi aveva suggerito mio padre la prima volta, e così mi ero adattato ad affrontare questa situazione nuova. “Li pescano di notte, qua intorno, con le lampade” dicevano e io immaginavo un mondo di avventure, di pericoli; e quel piatto un’offerta per crescere in fretta e forte. Questo mi fa ritornare alla campagna circostante la Pieve, a quel mondo indicibile e straordinario per i miei occhi, che osservano ogni volta con il timore e l’entusiasmo del viaggio e della sorpresa. Specialmente all’inverno e nel tempo della grande neve e delle grandi gelate, quando mio padre, medico radiologo, mi portava con sé in auto a Cento e alla Pieve dove andava nei due ospedali civili.
Nebbie densissime sulla campagna, dentro alle quali si entrava come nelle nuvole. Gelate simili le ho ritrovate in annotazioni di Salimbeni de Adam, ricalcando quasi esattamente questi luoghi: “Nell’anno del Signore 1234 le nevi e la ghiacciaia furono sì grandi per l’intero mese di gennaio, che le vigne e tutti gli alberi da frutta gelarono. E le bestie selvatiche morirono dal freddo. E i lupi penetravano entro le città di notte e molti ne furono presi durante il giorno e uccisi e impiccati per la gola nelle piazze. E gli alberi si spaccavano lungo il tronco per le grandi gelate dall’alto fino a terra; e molte piante persero tutto il loro verdore e si distaccarono”.
Io non ho visto i lupi, ma gli alberi spaccati e uccelli morti, tutti neri nella neve bianca. Gli alberi di cristallo. Un luccicore che leggermente fumava mentre i vetri dell’auto si appannavano. Con la mano cercavo di ripulirli per continuare a guardare, fuori, la campagna con i campi che sembravano sterminati e gli alberi dalle forme umane che, in fila, reggevano le viti al bordo delle tornature. Sembrava di andare verso la fine del mondo e nella strada vuota solo, ogni tanto, un contadino in bicicletta intabarrato nella capparella.
Ma ancora due brevi stralci da Salimbeni, il grande, il saggio, il paziente; così dentro alla sua terra, alla nostra terra. Il primo: “Nell’anno del Signore 1235, un mercoledì, tredici giorni avanti la fine d’aprile, ci fu un vento rigido e venne giù una neve freddissima. E la notte seguente venne una gran brinata che guastò le vigne; parevano secche”. È vero. Anch’io guardavo quel paesaggio con gli occhi insaziabili e mi sembrava tutto vetro e che stesse per rompersi. La stupefazione per quel miracolo che rendeva più umano il mondo si univa alla preoccupazione che poco bastasse perché ogni cosa crollasse a terra in mille pezzi, come un piatto o un bicchiere; e che non restassero che cocci.
Il secondo e ultimo stralcio annota: “E il 23 aprile scese altra neve e ci fu brina ancora e le vigne andarono completamente distrutte. E nel medesimo anno ci fu gelata nel Po che la gente passava da una riva all’altra, in sui cavalli e a piedi”.
Questi paesaggi così totali, vere realtà naturali, sono scomparsi; non si vedono più. Tutto sembra ridursi a una minuta misura tecnologica, senza troppe concessioni alla stupefazione disinteressata, neppure per i bambini, credo.
I bambini. Io mi sono perso, e forse disperso, dietro queste tenere scaglie di ricordi. Non c’è alcuna avventura dentro, se non la suggestione a percepire qualche suono, qualche passo, qualche voce, qualche odore. Non grandi disegni di cose, non avventure. Un percorso privato dentro un tempo determinato e in un paese chiamato Pieve; Pieve di Cento, perché il fiume è nel mezzo e di qua è Bologna di là Ferrara. Un ponte li separa.
Non ho voluto, o saputo, ancora ricordare il funerale dello zio Gigio, nella Collegiata, quando morì a 105 anni. Non ero più un bambino, allora; e fu un giorno di grande sorpresa. Veramente ho sentito, per un momento ma mai così intenso, che il passato si univa al presente per aprire il futuro. Quel giorno, a Pieve di Cento, vicino al fiume Reno.
Una nota
Non è una meraviglia, alcuna meraviglia, per me, che una raccolta come questa sia pubblicata dopo quasi sessant’anni; e che biglietti, lettere, cartoline, documenti siano rimasti accatastati in uno scatolone, appuntati con graffette arrugginite, impolverati in qualche piccolo sgabuzzino d’archivio di un piccolo comune. Non fa meraviglia, perché questo nostro paese, di facile commozione e di rapidissimo oblio, ha sempre riservato una indifferenza quasi generale per tutto ciò che proveniente dal popolo lo richiamava, o avrebbe dovuto e potuto richiamarlo alle sue autentiche tragedie. Scancellare, rimuovere, presto dimenticare, questa è la pratica, la prassi, l’abitudine che inviluppa la nostra società come una liana malefica. Cosa si insegna di storia reale nelle nostre scuole? Nelle nostre università? E se esce a stampa qualche buona opera scivola via, appena accennata come un dovere annoiato, frettoloso. Perciò noi, che non possiamo dimenticare, ci teniamo ben stretti, come bibbie emozionanti e inesauribili, come riferimenti preclari, le poche opere che squarciano la cappa di silenzio e buttano sul tavolo della nostra vita, sotto i nostri occhi, non i frammenti ma la mostruosità integra, intatta delle tragedie che ci hanno colpito, che ci hanno travolto e che di certo non ci hanno ancora fatto migliori, avendo poi, di seguito, chiusi occhi e orecchi. E cuore.
La strada del Davai e L’ultimo fronte di Nuto Revelli sono, come una bibbia, un’odissea, una iliade delle nostre suaccennate tragedie, un riferimento assoluto. Quanti le rileggono come una necessità? La scuola, dov’è? Ebbene, nella prefazione, Revelli scrive: «La bibliografia della seconda guerra mondiale comprende centinaia di memorie, diari, racconti di ufficiali: i nostri generali hanno scritto dozzine di memoriali sovente ricchi di miserabili denunce postume, sovente aridi come gli specchi delle “manovre con i quadri”. Mancava la guerra del contadino, del montanaro, del manovale, la guerra del povero cristo tubercolotico, malarico, nefritico, la guerra che non finisce mai. La mia ambizione divenne una sola: che finalmente anche il soldato “scrivesse” la sua guerra».
La guerra che non finisce mai. Al di fuori di una retorica patriottarda opprimente nella sua genericità senza autentica passione (partecipazione) la guerra del soldato italiano è sempre stato un lungo momento di oppressione, di incomprensione mortificante solitudine e privato dolore. Durante la prima guerra mondiale, dove un capo «infame» come Cadorna disprezzava i suoi soldati come contadini senza fegato e quindi da riciclare attraverso una costante disciplina feroce, ai nostri prigionieri il governo impediva o contrastava che venissero inviati pacchi di qualsiasi genere, tanto che gli italiani furono gli unici – fra gli eserciti combattenti – a morire di stenti in quella situazione. E questo, perché ogni prigioniero veniva ritenuto o disertore o vile. Per la seconda guerra mondiale, dove un capo altrettanto infame come Mussolini riteneva, stravolto da un delirio di onnipotenza, che la razza italiana fosse sciapa e molle e dovesse essere restaurata e rinnovata attraverso il benefico esercizio della guerra – come se il campo di battaglia fosse una palestra con sauna – la stessa ignobile indifferenza accompagnò il nostro soldato nel suo peregrinare per l’Europa, a sparare contro avversari che lo attendevano in casa e perseguitato da una sorta di codificata indifferenza da parte della burocrazia istituzionale prima durante e dopo. «La burocrazia delle pensioni di guerra è un mostro; non pochi ingranaggi della macchina burocratica sono più nefasti del tifo petecchiale» (Revelli). E ancora: «Ho fatto la domanda per la pensione, ma non ho ottenuto nulla» (un alpino, dei tanti).
Questi milioni di uomini soldati mandati allo sbaraglio e alla morte, sono per il nostro mondo italiano, al di fuori delle singole famiglie addolorate, un mare di ombre. Un riferimento: i morti per malattia. Scriveva nel 1922 un medico: «Molti pensano che la morte dei feriti è più eroica; ma noi diciamo che la morte dei malati è più umana, più umana sempre, e non sempre meno eroica… In tempo di guerra il numero dei malati supera di molto quello dei feriti. Eppure si osserva questo contrasto, che cioè i primi generalmente non sono quasi contati, e vengono per così dire considerati come deboli e come imbelli che hanno piegato sotto l’urto della lotta, mentre i secondi sono tutti forti ed eroi…». Ma poi, con altro riferimento, non possiamo non annotare che nelle lettere o nei biglietti raccolti in questo volume, quasi tutti, o addirittura tutti, fanno riferimento con costante insistenza sulla propria buona salute, nello stesso tempo chiedendo notizie della salute dei familiari. La salute come autentico capitale di fondo a cui riferirsi, su cui contare, da poter esibire per rassicurare e rassicurarsi. Ed è allora il libro molto importante di Antonio Gibelli (L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale) che ci offre altra e tanta documentazione aggiuntiva come tavolo di riflessione.
La citazione da un diario di guerra a pagina 45: «Che cos’è il passato? Niente, cosa perduta che più non ci appartiene – il passato vuoi dire essere stati». Questi archivi della memoria con le correlate considerazioni legano le due grandi terrificanti guerre mondiali del secolo scorso (il più micidiale secolo di tutta la storia dell’Umanità) in una successione proliferante e integrante di complessità tecnologiche, psicologiche e umane. Eppure dentro o in mezzo a questo rovinoso deflagrare del mondo, il nostro paese ha partecipato al disastro sempre con una approssimazione allucinante, una inadeguatezza di vertice da ritenersi criminale. Da guerra di trincea (la Prima) a guerra di movimento (la Seconda), combattuta sulle nostre alpi la prima, combattuta in mezza Europa la seconda; e sempre tutta la violenza si è scaricata sulla pelle, sulle spalle di ogni singolo soldato italiano, alpino della Carnia o di Cuneo oppure fante di Calabria o di Sicilia; o emiliano, come queste lettere espongono. Morti, morti, feriti, vite stravolte famiglie decimate, spezzate. Può restare un momento solo celebrativo questo, con questo libro? Oppure una tragica rinnovata occasione di vergogna per tutti noi, che lasciamo al fondo di arrugginiti scatoloni le voci strazianti della nostra storia più vera? Credo sul serio che non solo per il sentimento commosso delle famiglie coinvolte direttamente per queste pagine, pur sincero e dovuto, ma per tutti noi, per rinfrancare la nostra scarsa o stanca memoria, questo libro sia indispensabile; per noi che barattiamo ogni giorno ciarle fuggenti tralasciando le emozioni più vere; per noi che non abbiamo più neanche rispetto dei nostri morti; di coloro che furono travolti e sacrificati per l’avidità malsana, l’ignoranza e la grettezza dei poteri che non si riesce mai a sconfiggere. E che tutt’ora spargono sangue, di giovani esistenze. In ogni parte della terra.
La gentile signora
Con la nebbia mi acconcio
con la nebbia mi devo sposare
quando la nebbia cala
le bocche smettono di sparare –
così la guerra mi ha preso
la guerra giuro è un brutto affare –
con la guerra gli uomini
cadono sono foglie
al lume di una luna
resta solo la moglie
nella casa sul fiume
senza più l’occasione d’aspettare
il male è male
la morte arriva in carrozza
una volta e da sola –
apre una porta niente accade più
che non doveva accadere
i cannoni sono ceri appena accesi
la vita è la serpe nel paniere
il destino è ancora tutto da vedere
plotone grida il capitano
primo plotone all’assalto
con un balzo il plotone son io
cavalco la paura
tremano le mani
i piedi sono calce dura
dico alla vita addio
è sudato il fucile
il giorno è d’aprile –
nell’aria azzurrissima buona
la voce risuona
grido spavaldo
che ci manda all’assalto
la guerra è un inferno buono
per chi non ha paura d’arrostire –
non conosce inverno
vento si muove appena
soldato può se vuole
invitare a pranzo o a cena
perfino il colonnello –
cosa di più bello della guerra?
lì non si rischia mai di morire
e se una volta è capitato
mai più potrà avvenire
tempo della guerra
la primavera sta lontana
i fiori sono scomparsi
anche l’acqua della fontana
con il colore del sangue
ha sapore di fango
non toglie la sete
neanche al soldato impigliato
nella rete di un destino
da cane
come conseguenza dell’azione
venti soldati
sono rimasti in mezzo al campo
in tutto sono uguali
ai tronchi di pioppo
della pianura
scuri nudi fiammanti
scaraventati al destino
da un fulmine di guerra pellegrino
la giornata non era buona
anzi era nata male
fino dalle prime ore
prometteva temporale –
per la sorte del plotone
il destino si stravolgeva
pochi minuti ancora
poi per sorte quasi certa
lì spaccati in mezzo all’erba
nessuno che li piangeva –
l’emozione era forte
perché si andava alla morte
il capitano dice soldati
là ci sono indica con la mano i nemici
là soldati voi dovete andare –
ma io fra l’erba
vedo solo pecore pascolare –
c’è una luce in cielo
che sembra polvere di pane
in giro non passa nessuno
neanche un aeroplano –
un soldato con la mano
saluta una nuvola bianca
con la faccia del generale –
all’improvviso sputa il cannone
la mitraglia si è messa a parlare
la mano vola lontano
prima che la bocca
cominciasse a urlare
oggi la morte non è più morte
non ha niente da fare
la puttana ballando
alza la sottana
sulla spagna che odora
col diavolo si mette a rotolare –
per un giorno almeno
arrivata alla stazione
è scesa dal treno
non tormenta più il soldato
che resta a fumare sdraiato
sopra la tomba un fucile
sopra il fucile un elmetto
sopra l’elmetto ci metto una frase
che chiude la partita
la giornata è finita –
ogni soldato crepato
come un gesù cristo sbarbato
nel legno conficcato –
volevo fare il corridore in motocicletta
il cecchino mi ha centrato sulla fronte sul
cuore
a vent’anni era meglio morire d’amore
la voglia del mondo scende in cantina
il sole sembra un occhio bruciato
partenza con il treno
almeno siamo morti tutti insieme
chissà dove finiremo
[1945]
Intervista a Roberto Roversi
A partire dagli anni Sessanta, con il romanzo Registrazione di eventi, e fino agli anni Duemila, con la raccolta di poesie che va sotto il titolo de L’Italia sepolta sotto la neve, lei ha mantenuto un rapporto costante con Brecht. Mi può chiarire l’importanza di Brecht nell’elaborazione dei suoi testi teatrali?
È vero, molto vero per Brecht. E, d’altra parte, aggiungo, anche un gruppetto indispensabile di tedeschi, a me graditi: Lessing, Goethe, Schiller, Hoelderlin, Wachenroder, Novalis, Buchner. Hoelderlin soprattutto (le sue grandi poesie sono un formidabile teatro dell’anima). Li dico senza disporli. Poi Brecht; mi prese, mi conquistò, sono ancora suo suddito dichiarato e ben disposto… Tutto il mio teatro… dico meglio, con la dovuta misura, tutti i miei testi teatrali, subiscono a fondo, e vogliono subire, questo fascino che li pervade… Si può vedere, potendo e volendo, come riferimento, la pagina da me dedicata a Brecht in una collaborazione sul quotidiano “L’Avanti”, supplemento della domenica, 30 gennaio 1966, e adesso parzialmente ripubblicato, da pagina 417 nel volume appena pubblicato a Roma con il titolo Tre poesie e alcune prose… Che cosa prendevo, pretendevo prendere da Brecht? Che cosa mi suggestionava e mi cattura tuttora? Posso dirlo in due parole e poi magari spiegarlo meglio in seguito. Questo: l’essere conficcato fino in fondo nella storia, la storia che gli scorreva sotto i piedi e gli bruciava le suole… il suo ansimare cupo, il suo ansimo inarrestabile… Gli avvenimenti tragici o drammatici o spaventosi di quegli anni, prima di cadere per terra come uccelli voraci feriti a morte da un cacciatore, transitavano sopra le sue spalle (o sotto i suoi piedi, come ho detto), gli attraversavano la testa colma di pensieri drammaticamente turbati e gli risuonavano a stormo poi nella testa così come in quegli anni le campane delle chiese di campagna suonavano a stormo per gridare ai contadini l’annuncio di un temporale… Lo sentivo fremere e reagire e la sua pagina in ogni istante vibrava quasi fosse sul punto di prendere il volo e cominciasse a bruciare. Provo anche ora, oggi, lo stesso sentimento… di dover stare all’erta, per la sopravvenienza di avvenimenti feroci, di occasioni che non danno scampo e devono essere contrastate stando in piedi ovunque e comunque… Una sua frase detta e scritta: “Tutto dipende dalla vicenda, essa è il cuore della manifestazione teatrale”.
Il teatro, sebbene l’abbia più volte vissuto attraverso rapporti conflittuali, è stato presente in tutto il suo percorso culturale. Beffandosi di mode e tendenze, ha seguito una via del tutto personale. Mi può indicare il valore che assume per lei il teatro nell’elaborazione della sua poetica?
Rispondo a modo mio, consapevole di trascrivere conclusioni approssimative e affatto condivisibili (anche solo in parte) dagli addetti ai lavori.
Parto dicendo che non sento né provo alcuna differenza. La poesia, è mia privata convinzione, è linguaggio e sentimento (straziato) fra le cose e nelle cose, cioè dentro alla storia, conficcata lì dentro; il teatro (credo io) è linguaggio e movimento, (grida: rivoluzione!) stando con i piedi ficcati sul legno del palcoscenico inondato da cento luci e cento frangenti. Goldoni rende o renderebbe teatrale ogni cosa, anche se mettesse sulla scena un bastone che si muove, che cade per terra. Il linguaggio di Goldoni (sovrano padrone della scena) è sinuoso, di una leggerissima rugosità emozionale, ilare e pieno di una luce soffusa che sembra sempre sul punto di esplodere (anche se, alle volte, luce di candele), anche quando si dispone a far muovere le sue persone (dico persone non personaggi) sempre apparentemente ovvie, anche di notte. E così diventano elfi, fantasmi di idee, ombre vorticanti di suoni. Non c’è mai una battuta a vuoto… una battuta che non sia danzata, nei tracciati emozionali di Goldoni. (Ripeto, per me).
E, ancora per me, un altro grande, Pirandello (per restare fra noi) è ascoltabile solo se il suo testo è rovesciato, cioè se è, come deve essere, eccezionale movimento del linguaggio. Ogni parola cala a terra proprio come un bastone che cade… come un colpo di bastone fra i pensieri. Sul palcoscenico, ecco, si alza un vento che scompiglia e poi altrimenti raduna le foglie delle parole, squassate prima e staccate poi dall’albero (dalla pagina scritta e poi detta). Le sue scene sussistono (sempre, si intende, a mio parere) solo se noi lettori ci soffiamo sopra o se i teatranti le prendono per i capelli e le trascinano sul palco, là dove il testo si divincola, striscia la lingua sul legno (come un corpo quasi inerte, trascinato per i piedi sul campo), si ferisce le mani, stride, non si placa. Sussurra parole di ghiaccio. Una trivella che perfora il legno, la pagina e il cuore degli altri, che così anche loro devono recitare, entrare in scena, muoversi ed esistere con e fra gli attori. Per me… e sia detto con la dovuta umiltà e privatezza, il teatro che prediligo e che ho cercato di perseguire (senza il conforto di alcuna attenzione) ha il linguaggio in movimento come protagonista (non come quello declamatorio e riflessivo di Pasolini, ad esempio). Un linguaggio medio-epico, come una bandiera che, sventolandoci sopra, lo commuove e lo induce a battersi per conquistarsi attenzione attraverso l’emozione, il brivido delle parole. Brecht mi appassiona e mi insegna anche ora, anche in questo momento, perché non ha vincoli, è tremendamente libero e si getta dentro la storia che lo sta sbriciolando tutto intero, con i suoi testi, come se dovesse vincere ogni volta una battaglia.
Il poemetto, la forma che più ha utilizzato nella sua poesia, contiene al suo interno una parola che si potrebbe dire dialogata e che lascia presumere uno sviluppo naturale verso la forma drammatica. Mi può indicare gli elementi caratteristici di questa parola-azione?
Quello che tento di fare, che mi piace fare, che mi interessa fortemente di fare. Il testo lo scrivo e per me scriverlo è tutto. Non lo vedo mai, immaginandolo sulla scena, lo vedo lì, sul tavolo, vicino, da toccare… sfiorare con un dito, appena appena. Compio scorrettezze una dietro l’altra, lo so bene, ma mi rifugio in un angolo sobbalzando sulla sedia. Per questo, messo in scena, come si dice, ha interessato in qualche modo non quattro ma solo tre gatti… però senza nessuna personale delusione… Ho continuato a comportarmi in tal modo, testardo nell’inseguire le mie personali convinzioni… o illusioni, con il soffio brechtiano dietro il collo… Adesso posso ripetere il già detto e cioè che i non personaggi, nelle mie pagine appuntate, sono sempre delle idee arrabbiate con i calzoni e i calzini, per lo più scamiciate; e delle rabbie con la sottana… Sono sempre… cercano sempre di essere, più sangue che polpa… ecc. ecc.
Dagli anni Settanta il sodalizio artistico e umano con Arnaldo Picchi si è fatto stringente. Mi può indicare come nasce questo rapporto e come si consolida negli anni?
L’ho conosciuto quasi cinquanta anni fa, all’inizio con incontri dapprima saltuari poi sempre più ravvicinati, discorsivi, poi sempre più insistiti sui problemi culturali e politici a cui entrambi… ciascuno per suo conto e per sua norma, era interessato. Poi gli incontri diventarono una forma costante di amicale sodalizio, più direttamente sui testi che andavo pensando e scrivendo a partire dalla metà degli anni Settanta e in riferimento primario per l’Enzo Re e poi per La macchia di inchiostro. Entrò fin dal principio come attentissimo lettore partecipante… nel senso della convinzione… e poi per la pubblicazione Pendragon di tutti gli altri, voluti seguiti, annotati uno per uno con uno scrupolo critico eccezionale. Lucido, rispettoso, intransigente. Un compagno di strada inimitabile, necessario. Si muoveva all’interno del testo… direi di ogni testo, ma intanto nei miei. Nell’occasione delle prime prove per l’allestimento in Piazza Maggiore dell’Enzo Re con la regia di Raul Grassilli… occasione abbastanza complessa e complicata, avviata, ma poi non portata a termine… fu subito apprezzabile, come assistente, per il rigore quasi maniacale per l’esattezza, il rispetto e l’attenzione nella lettura del testo, e per la lucidità critica che si muoveva dentro alle varie difficoltà testuali… come un fare dentro a una caverna buia. Si appropriava dei personaggi diventando loro, rivestendoli quasi dei suoi panni. Ecco, questo era Picchi, in pochi anni diventato un maestro per tanti.
Mi è sembrato di capire che il rammarico maggiore verso il fallimento del progetto politico-culturale di “Officina” sia stato quello di non aver saputo o voluto agganciarsi alla realtà del tempo, lasciando il campo alla neoavanguardia, che sarebbe diventata forza egemone in campo culturale. Mi può fornire dettagli a tal proposito?
Altri lo pensano o potrebbero pensarlo, ecc. ecc. Liberi, come è naturale, di concludere a loro modo. Io penso diversamente, per la sostanza dei fatti, e siglo questo punto con una conclusione abbastanza semplice, come ho detto altre volte. Non c’era certamente un progetto politico-culturale nell’avviare la nostra rivista… riflessione politica culturale… questo lo so bene. Ma l’impegno di convinzione, questo sì, che nasceva non da una giovinezza ancora immatura come quella che ci accompagnava ancora nel 1942 progettando “Eredi”… Veda anche la pagina di Pasolini in merito… Ma qualcosa, direi, di più grosso e di più personale (ciascuno secondo le proprie esigenze e i propri umori) legato all’esperienza tragica drammatica degli anni di guerra che ci avevano travolti in un baleno. Due anni come quasi due secoli, per noi… Noi tre, dico, come per un verso o l’altro tutti quelli della nostra… delle nostre generazioni, magari ancora più travolti di noi. Insomma, detto in breve, volevamo prendere atto delle macerie letterarie che giacevano lì, conseguenti alle macerie di terre e pietre contro cui sentivamo di inciampare… e dare conforto al nostro sentimento di dovere ricominciare il nostro percorso prima appena individuato, proprio da questo minuto indagare, sentendoci sulle spalle, per scrollarlo, il peso di un passato letterario dentro al quale eravamo cresciuti e che non sentivamo più minimamente attivo, non più nostro neppure in parte, non più utile in qualche modo per aiutarci a capire le cose dolorosamente presenti e il nostro futuro prossimo e per farci riprendere il fervore delle nostre letture, della lettura… e scuotere la nostra scrittura. Non era un sentimento, era un bisogno non da poco per ciascuno di noi; e avevamo cominciato a darci da fare. Questo da fare, questo cosafare è la parte buona, utile, intanto per noi, di “Officina”, del breve lavoro di “Officina”… che, senza starnazzare o pontificare, qualcosa ha compiuto, in un periodo di gravi emergenze e di facili entusiasmi… qualcosa di utile, briciole, non solo per noi, di cui non dobbiamo vergognarci.
Gli scrittori e i poeti hanno sempre mantenuto nei confronti del teatro un atteggiamento abbastanza contraddittorio. Se da un lato hanno marcato la distanza, considerandolo quasi un figlio minore delle discipline artistiche, dall’altro hanno provato un senso di apertura alla scena. Lei come considera gli allestimenti delle sue opere teatrali?
A questa domanda rispondo così: mi hanno indotto a scappare via e a promettere a me stesso di non avere più niente a che fare in quella direzione. La serata per me abbastanza tragica de Il crack al Piccolo di Milano! Vidi sulla scena muoversi impacciati, quasi travestiti da antichi egiziani, i personaggi marcusiani da me almeno calibrati secondo la misura del nostro tempo… e collocati dal regista famoso fra le strutture di un antico castello quasi fossero, gli attori, cavalieri di Malta. Gelo ancor oggi a ripensarci… Gli attori recitavano con sbadata indifferenza… lontani mille miglia dal testo… senza alcuna affabulazione, partecipazione anche minimale… Insomma, uno sconquasso, che turbò molto anche Paolo Grassi, persona eccellente.
Spesse volte, attraverso i suoi interventi critici e le sue opere, è riuscito a prevedere fenomeni e tendenze che si andavano consolidando nel Paese. Mi può indicare come vede il futuro del teatro in un momento in cui gli spazi creativi si restringono sempre di più? E come valuta il fatto che il lavoro del drammaturgo all’interno delle discipline teatrali assuma contorni e caratteristiche diverse da quelle che siamo abituati ad attribuirgli?
È una domanda alla quale, pur cortesemente esposta, non dovrei rispondere, perché è, almeno per me, complessa e richiede una esperienza diretta e pratica, all’interno del complesso fare teatrale, continua, che naturalmente mi manca. Mi manca, dico, del tutto. Ma così secca e precisa, quasi come un colpo di fucile, tuttavia in qualche modo mi stimola a riflettere. Come ripeto, una rapida e personale riflessione che cerco di esporre. La mia posizione è quella di spettatore, di curioso, di lettore testuale attento, solo questo. Mi pare che il campo teatrale oggi sia molto e bene frequentato, giovani e anziani, giovanissimi e vecchi addirittura… Ma che il teatro, in Italia, oggi, sia spappolato in cento rivoli che non arrivano al mare… Lo Stato butta soldi a vanvera, quando li ha, ma senza una programmazione seria e argomentata… Il teatro è scomparso dalla tivù a seguito dei più sciocchi e banali motivi, non c’è un centro nazionale goldoniano, non c’è un centro nazionale pirandelliano… Goldoni e Pirandello, per esempio, sono ripetuti confusi e sovrapposti, ciascun teatrante allestisce il proprio con una ripetitività esasperante. E poi sempre soltanto teatro americano o di fuorivia… Non c’è spazio, non c’è spazio, non c’è spazio, mentre personalità non frustrate, non ancora mortificate dall’abitudine sono… sarebbero ben disponibili… Secondo me, una situazione da profondo malumore in generale. Poi, dato che, come ho detto, i talenti ci sono sortiscono ogni tanto miracolosamente spettacoli eccellenti che ci onorano…ma sono sforzi di singoli, che smuovono. Le politiche culturali e quindi anche teatrali degli ultimi governi nostrani sono state protese con fredda indifferenza a strozzare le oche invece di friggere le uova… Chiedo scusa di questa piccola esemplificazione dettata da cattivo umore. Insomma, il momento, nonostante il valore dei singoli, è vergognosamente negletto dalle alte e medie istituzioni, mentre torno a ripetere, concludendo, che il teatro italiano oggi come ieri meriterebbe più generoso, attento e partecipato, con convinzione, destino.
Francesco Caponegro, Intervista a Roberto Roversi, Bologna, 12 gennaio 2009 (poi in Istànti, n. 3, maggio 2012).
Padre, madre, figlio (o figlia o figli)
Il padre dice (o ordina): “Alzati, è l’alba”.
Il figlio risponde: “Lasciami ancora dormire”.
Il padre dice (o ordina): “Alzati. I tuoi fratelli sono già al lavoro”. Il figlio risponde ancora, immerso nel letto: “Ho sonno. Ho letto, ho studiato a lungo stanotte, fino a nottefonda”.
Il padre ordina (o dice): “In piedi. Prima il lavoro poi lo studio. Il lavoro è un dovere, lo studio solo un tuo privilegio. Il dovere è per noi, tua famiglia; il privilegio è per te, solo per te. Un piacere”.
Il padre s’arresta. Ha un sentimento profondo di riflessione; indugia con sé. Poi procede: “Non è un altro lavoro; aggiuntivo, se vuoi. Il privilegio devi strapparlo al tempo, come fanno le rose; e rose non ne vedo, qua, in questa stanza. Alzati, dunque, oppure uso la frusta. I tuoi dieci fratelli sono già nei campi. Nei campi”.
In quale tempo sussisteva un’organizzazione sociale con questi minuti e ordinati centri di potere familiare?
Potrei rispondere: fino a cinquant’anni fa, fine della seconda guerra mondiale; ed era durata per anni mille e mille. Ma oggi non più. Via via, sempre più celermente, oggi non più.
Bombe città sventrate paesi incendiati uomini donne in fuga bambini e vecchi uccisi uomini e donne uccise bambini e vecchi in fuga. Fino ad allora era durata la premura greve dei padri sui figli. Oggi è finita. Oggi tutti i padri sono figli, tutti i figli sono padri, tutte le madri sono figlie, tutte le figlie sono madri ‒ nell’indifferenza e nell’intolleranza. Qualche fredda statistica, qualche episodica recriminazione, qualche cronaca in giornali.
Padri, madri, figli.
Quella guerra e quel tempo hanno messo al rogo la cultura contadina ‒ la sola che consentiva con verità il canto della culla ‒ e le consuetudini strutturali ma artificiose di una società (italiana) basata sulla rigida conservazione, sulla rigida ipocrisia, sul rigido moralismo. Ma anche, appunto, su rigide consuetudini. E aggiungerei: sulle rigide necessità.
Conservazione, per le classi alte; ipocrisia, per la borghesia ascendente e prepotente; rigida necessità, per le classi popolari. Le. quali avevano scarso margine, inoltre, per scherzare o per innovare. Dovendo badare al giorno, non alla settimana o ai mesi (figuriamoci agli anni!).
E lì, un figlio nato era una bocca che si voleva, presto, diventasse una mano. Anzi, due mani. Anzi, due braccia intere.
Da bocca a mano, questa era la giovinezza, un tempo. Padri padroni, figli prigionieri con la cappa e la spada.
E così, una figlia. O monaca o ventre concepente.
Sempre una gerarchia, e una volontà, e una imposizione erano in atto. Non lasciavano spazio di scelta, non davano respiro.
Per un esempio, anche uno solo, basterebbe una lettura non superficiale (o rilettura, nel caso) della poesia italiana del Settecento, per percepire come un brivido freddo il vento proveniente dalle migliaia di sonetti per “monacazione” (la giovinetta tale, la nobile donzella tal altra) e immaginare la continua quotidiana guerra fra deboli e inermi e i signori delle spade; e la continua quotidiana espulsione dal contesto familiare di tutto il materiale umano eccedente (come tronchi malati di albero) o interferente nella trafila delle disposte rigidissime successioni.
Allora. Ma oggi?
Vincoli di rigore non ne vedo, non li sento. Padri e madri, senza alcuna spada, non hanno voce (così a me sembra); se non una voce querula, incerta, vagante, incespicante. Oppure proponente in controluce un liberalismo esibitorio, pilatesco, spesso sforzato, spesso affrettato, spesso di adeguamento non faticato non riflessivo a certi schemi massmediologici imperanti.
E i figli? I figli, io li vedo che sono anch’essi (o restano) senza voci (voci, più ancora che voce).
I rapporti restano quasi sempre inchiodati su contrasti inquieti (quando non sono violenti), su un’acredine umorosa perseguitata dalla mancanza di dialogo, dall’insofferenza dell’ascolto (farsi ascoltare è quasi impossibile), oppure dall’ovvietà fragile e saccente, il più delle volte riducibile alla dichiarazione: più che padre e figlio siamo fratello e fratello; oppure, per madre e figlia, sorella e sorella.
Affermazione, sempre a mio parere, che poco o niente vuoi dire ‒ e forse intende dire. Coprendo piuttosto le magagne.
Perché, insomma, l’ordinato sistema familiare ‒ come una piccola repubblica indiretta ‒ (e uso di proposito una definizione, direi una fabulazione, approssimata e oggi solo retorica e senza contenuti) dovrebbe, deve inglobare una onesta dose di riconquistata violenza pedagogica, di violenza ragionata e non di violenza mortificante. Tanto da riconquistare anche, come autentica vitalità di rapporto e di insegnamento, lo spazio del parlato non episodico ma costante, del parlato come indispensabile necessità. E quindi del correlato obbligo d’ascolto. Obbligo convinto.
Il parlato, come una componente pedagogica determinante, in ogni senso e in ogni direzione.
Se non parli, non insegni. Se non parli, e non risvegli e scuoti, non ami. Ma soprattutto, se non ascolti non insegni, non ami. Le parole devono cercare il tuo orecchio pronto all’impollinazione.
Al caos “stradale” dei discorsi distribuiti dai tanti poteri e dai modestissimi protagonisti di questo momento ufficiale di vicende opponiamo, con l’ironia bevuta come una medicina, la docilissima pazienza dell’attesa delle parole giuste, che devono pure ogni giorno venire. Partire e arrivare; da padre a figlio, da figlia a madre. Parlare fra le mura, per abbattere i muri.
Padre, madre, figlio eccetera
I figli dei figli sono la corona dei vecchi
e i padri sono la gloria dei figli.
Proverbi 17,6
Disidirà li fiji, eh sora Ghita?
Sì, pe le belle gioje che ve danno!
Prima, portalli in corpo quasi un anno:
poi, partorilli a risico de vita:
allattalli, smerdalli: a ’gni malanno
sentisse cascà a terra stramortita:
e quanno che sò granni, oh allora è ita:
pijeno su er cappello, e se ne vanno.
Giuseppe Gioacchino Belli, Sonetti
“Franti, tu uccidi tua madre!”.
Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell’infame sorrise.
Edmondo De Amicis, Cuore
La madre è sempre sicura, il padre mai.
Qualis pater, talis filius.
(Quale il padre, tale il figlio).
Detti popolari
I fanciulli fanno i popoli.
Fanciullo carezzato, bizzoso e maleducato.
Fanciullo, bocca della verità.
Pazzi e fanciulli dicono tutto quello che pensano.
Madre folle, fanciulli miseri.
Proverbi
La buona o cattiva condotta futura di un figlio
dipende in assoluto dalla madre.
Napoleone I, Massime
Il mondo non si mantiene che per il fiato dei bambini.
Talmud
Madri, siete voi che avete in mano la salvezza del mondo.
Leone Tolstoj
Chi è buono in famiglia, è anche buon cittadino.
Sofocle
Fondamento di tutte le virtù è l’amore
per il padre e per la madre.
Cicerone
Si potrebbero generare dei fanciulli educati,
se i genitori fossero educati.
Johann Wolfgang Goethe
Circa i genitori portati in quel modo appunto
come tu vorresti che i tuoi figliuoli si portassero con te.
Giacomo Leopardi
La natura ha affidato all’amar materno la conservazione di tutti gli esseri, e per assicurarne la ricompensa alle madri, ha riposto questa nelle gioie e nelle pene annesse a quel delizioso sentimento.
Nicolas de Chamfort
E i nostri bambini vagheranno nudi
attraverso le città dell’Universo.
Paul Kantner, 1970
Sei troppo giovane per votare
ma abbastanza vecchio per uccidere.
P.F. Sloan, 1965
Come vi sentite ad abbattere vostro figlio, ora,
e a lasciarlo morire nell’erba, al sole?
Cosa vedete quando vi guardate l’un l’altro?
Dimmi, vecchio, dimmi, dove correrai?
Paul Kantner, 1970
Tu che sei sulla strada
devi avere un codice secondo cui vivere
e così diventar te stesso
perché il passato è proprio un addio.
Insegna bene ai tuoi figli
che l’inferno dei loro padri
lentamente svanirà e nutriti dei tuoi sogni,
l’unica cosa da raccogliere,
l’unica cosa da apprendere.
Non chieder loro mai perché,
se lo domandassero a te urleresti,
ma dunque guardali e sospira
e sappi che ti amano.
E tu di tenera età,
non puoi sapere le paure
con cui sono cresciuti quelli prima di te
e così aiutali con la tua giovinezza.
Cercano la verità anch’essi,
prima di morire.
Graham Nash, 1970
La porta si aprì lentamente,
mio padre entrò,
avevo nove anni.
Si fermò, tanto alto nei miei confronti,
con gli occhi blu che luccicavano
e la voce molto fredda.
Disse…
Leonard Cohen, 1969
La fine delle risate e delle morbide menzogne,
la fine delle notti in cui abbiamo cercato di morire.
Questa è la fine.
…
Giunse a una porta e guardò dentro.
“Padre?”. “Sì, figlio”. “Io voglio ucciderti…”. “Madre, io voglio…”.
Jim Morrison, 1967
EnnErre, n. 7, II, 1997 (poi in Il timone 2, 2008).
Lontani nipoti
Amico carissimo, da Bologna il giorno 6 di maggio del 2002.
Ho ricevuto la tua buona lettera del 18 aprile ma la leggo solo oggi, appena ritornato da un piccolo viaggio in Abruzzo. Lì sono rimasto per almeno una settimana, fuori da Teramo, bella e antica città romana, per riscontrare una biblioteca privata di nobile famiglia, messa in vendita; tanti e solidi e pregiati volumi custoditi in una villa un po’ isolata fra alberi pieni di foglie e di vento. Spalancate due ampie finestre in una sala tutta scaffalata ma senza altri mobili, è entrata subito una luce calda e calma, e anche qualche buon rumore dei campi, che hanno presto fugato almeno in parte il brivido strisciante che si muove come una rapida lucertola sul piancito piastrellato, con il riverbero dei libri. Ma intanto scusami subito, volevo e dovevo dirti che ti potrò mandare fra pochi giorni i fascicoli della rivista di cui mi trascrivi con tanta esattezza i dati. Sono contento di essere così pronto per farti questo buon servizio.
Potrei concludere qui, con i saluti sinceri, se non avessi, anzi, se non sentissi il bisogno di raccontarti una mia privata vicenda, un sogno, che proprio in quel luogo e in quei giorni mi ha non poco turbato, anche se potrà sembrarti di scarso rilievo; ma tu sai bene che ho per natura il riparo per non lasciarmi mai cadere in braccio alle smanie dei sentimenti. Così te lo racconto, con semplicità immediata, in modo diretto, perché varie volte sui sogni e sulla sostanza dei sogni, nonché sulle loro conseguenze, abbiamo parlato, non voglio dire discusso.
La biblioteca non era stata scremata, ampia com’era e ben fornita di volumi ancora d’uso buono, di opere non ancora da negligere e edizioni antiche; e io fra la polvere e la luce ho dovuto sfogliare dunque volumi e volumi. È il mio lavoro, di libraio antiquario, ma ogni volta mi sento attratto e coinvolto come dentro a una novità e a una sorpresa, fra la foresta delle pagine e il limpido ruscello delle righe a stampa che vibra mentre i fogli sono rapidamente sfogliati. Mi fermai per caso, un momento, su un libretto mezzo anonimo ‒ il nome dell’autore infatti era stato cancellato sulla copertina e sul frontespizio dove, a penna, era indicata la data del 1817. Scritto in italiano, non sembrava tradotto. Aprendolo a pagina 31 lessi queste righe che ho poi trascritto: “e così, signor mio, dopo cento anni di vita, raggiunta una giusta morte, saremo consumati dalla noia dell’indifferenza dei posteri; saremo negletti in ogni forma e modo e poi gettati, anzi consegnati all’oscurità più completa, al buio. I lontani nipoti non sapranno mai che siamo in qualche modo transitati per i viali alberati, ignorando in ogni modo effigie e anche il nostro nome. A meno che, signor mio, la luce di una qualche bella impresa da noi compiuta in fatti o in scrittura o in pennello non venga a dare qualche colpo di vanga ristorativo al campicello della nostra vita, facendolo in qualche modo rifiorire. Ma per noi che siamo solo colpi di vento, che così in fretta dileguiamo…”. Mentre procedevo nella lettura, tali righe non so come si deposero cautamente al fondo dei miei pensieri e lì si adagiarono; tanto che alla sera, dormendo in una stanzetta sullo stesso piano della biblioteca, subito trascorsi in un sonno e poi in un sogno abbastanza convulsi, che qui voglio annotare. Mi giravano in mente, già con gli occhi chiusi, questi due versicoli carpiti più avanti fra quelle righe: “Dal fondo del tempo ‒ mio lontano parente” e li sentivo, percepivo riferiti a un mio giovane parente di cento anni a venire; e aggiungevo fra me anche questo commento, quasi sprofondando: “non mi rammarico di niente, non della vita ormai perduta, non delle residue speranze oramai dileguate, ma mi rammarico di non sapere né vedere, tampoco prevedere e immaginare, il mondo che sarà, forse o certamente non ancora buono ma diverso, questo sì; ed è la sua diversità a venire che adesso mi commuove e mi smaga, e per non conoscerla mi fa dolorare”.
Mentre il mio sonno (sogno) pensava questo, una giovane ombra dai capelli lucidi come il dorso di un cavallo di pregio appena strigliato, ma dal passo leggero, prendendomi la mano. mi ha portato, non dico trascinato, oltre la finestra, fuori sui campi e via che si andava come per un viaggio ma appena sfiorando la terra e poi innalzandosi sopra. Così mi mescolavo a un grande movimento nell’aria di cose e persone, mentre sulle strade di terra poca gente vedevo e non c’era rumore ma soffi che sembravano suoni frusciami; e la città che vedevo si era distesa nella pianura e da vecchia o antica che era con case e palazzotti di bassa statura, immolandoli si era eretta superba con grattacieli di vetro, su cui la luce si rifletteva con riverberi feroci. Il fiume era pieno di piccole navi che andavano e venivano; uomini e donne sembravano tutti pensierosi ma non accigliati, piuttosto come protesi a qualche lavoro da fare con premura. Si udivano anche ogni tanto suoni armonici e voci di bambine su prati ben curati. All’orizzonte fuochi di esplosioni senza rimbombi. Il quadro era affollato ma lucido e dentro mancava assolutamente il sentimento di furia e l’ossessione d’affanno dei giorni nostri. Tutti sembravano ligi ma dispersi. Ascoltai le parole di una mia domanda rivolta alla giovane ombra accompagnatrice: “Ma sono felici?”. Rallentò il moto: “Se siamo felici? Perché mai dovremmo essere felici? Come non conosciamo il silenzio neanche lei conosciamo… felicità, silenzio, boh!”. Ho detto: “Parlate ancora italiano?”. Ho sentito rispondere: “Noi ci parliamo e ascoltiamo, la lingua non so, i segni sono tanti”. Dico: “Siete dunque più liberi?”. Gli sono alle spalle, risponde: “Liberi? Liberi da che?… In questo piccolo chicco di riso che è il nostro mondo noi ci siamo liberati dell’egoismo e aspettiamo che altro popolo arrivi da luoghi lontani dello spazio, dove non ci sono confini, per celebrare insieme, con fuochi notturni, la primavera dell’universo. Lo aspettiamo, questo, sinceramente. Un evento vicino. Noi siamo, guarda in giro come si muove la gente, siamo accompagnati da una speranza che ci alimenta come acqua che cala dai monti… anzi, da buone ma tante speranze collegato, per ogni momento della vita… e le speranze ci danno buoni segni. Buoni segni”. Guardo e dico, così, a mezza voce: “Il vostro futuro è migliore del nostro passato”. Si volta: “Meglio? È più ragionevole. E più cauto nel rifiutare l’impazienza infastidita… La nostra pazienza è lieta dentro alla fatica… è la pazienza di chi si aspetta ogni giorno non il nero di una morte ma l’accendersi sempre di una buona luce… Ripeto, non siamo fortunati, noi di questi anni, siamo più ragionevoli… Voi avete avuto delle illuminazioni, noi solo un fervore quieto ma costante, che ci permette di ben guardare, e anche, se vuoi, di ben ascoltare. Dopo tanto faticare del popolo, il mondo è riapparso placato come emerso dal mare. Un mondo che era ferito, che era un dovere curare”. “Ai miei tempi…” dico. “Lascia perdere i tempi, quei tempi, si legge che ci fossero vetrine splendenti e atroce fame, che siano stati portati alla luce le onde di Marconi, gli aeroplani, la televisione in lungo e in largo, treni veloci, le lampadine, i piccoli telefoni e città devastate con milioni e milioni di morti, pile alte come le piramidi d’Egitto che ancora fanno paura a guardarle di notte… Né meglio né peggio, più giusto. E questa è libertà vera”. Si volta, mi accarezza una spalla, dice ma adesso vado, devo andare. Scompare. Resto lì nel mio sonno e poi mi sciolgo e mi sveglio.
È tornato il mattino, ho concluso l’acquisto, i libri ancora incassati sono di là nella stanza, qua a Bologna, in attesa.
Scusami questa tiritera di sogno e nipoti, ma mi ha tolto un piccolo chiodo dal petto poterla raccontare a te, attento e riservato come ti conosco.
Fra i volumi ho trovato le opere pariniane curate dal Reina, che tu cercavi e che vorrò donarti, anche per la pazienza nell’avermi ascoltato. Un saluto, a presto.
Tuo R.R.
EnnErre, n. 17, II, 2002 (poi in Il timone 2, 2008).
Non la pungono le api?
Giorno d’estate, non propriamente il 21 giugno. È luglio, è agosto.
Il 1997, lo annunciano le trombe del cielo, è un anno strizzato come il budello di un porco appena macellato ma è un anno che non si è dimenticato di lasciare cantare la gente, almeno un poco, afferrandola in gola. Le ore dieci di un mattino.
Forse le ore undici di un mattino di questo giorno d’estate.
Davvero si può cantare nell’anno Novantasette?
Come, chi, dove, perché?
La ragazza esce dalla villa.
Qualcuno può sentire il fischio sui cardini del cancello, un’opera artigiana lavorata fitta fitta a fuoco lento e oggi da oliare.
Ma dove si trovano in giro persone che sanno dare olio ai cancelli, in questi tempi?
Olio ai congegni arrugginiti, olio alle vecchie maniglie, olio alle giunture contorte?
Dove le persone per un libero lavoro di oliatura dei congegni che stridono?
E si può, anzi si deve aggiungere: dove si vedono prati belli liberi naturali e bene oliati dal cielo per nostro conforto?
Questi prati bisogna cercarli con la pazienza del tempo, perché non si possono mettere nel mazzo delle carte buone quei praticelli lustrati con la zappetta, larghi appena una mano, che sembrano poltiglia di plastica e si sciolgono e dispaiono al primo colpo dell’inverno… la ragazza si ferma vicino a un cespo di rose selvatiche… inoltre i pochi prati superstiti, scampati al pranzo dei magnaccia edilizi (massacro di ossa e di foglie) anche se incerottati da sembrare soldati appena sfuggiti a una micidiale imboscata, bene, questi prati che si contano sulle dita sono corruschi.
La ragazza regge in mano qualcosa. E cammina. Corruschi?
Corruschi, corruschi. Un prato corrusco è fosco, è brusco. Come questo che la ragazza ha davanti agli occhi, da cima a fondo.
Ma corrusco, cioè splendente, non è lo scudo che Achille sbandierava sotto le mura di Troia, per incutere affanno al solo annunciarsi?
È forse uno spiedo di fulgore il prato qui presente?
Non lo è. Non si può affermarlo.
È fosco, sì. È brusco, sì. Ma certo non è corrusco. Con fiori gialli che si agitano tarantolati e le quattro farfalle indispettite che sono pronte a scappare via dalla collina, verso la pianura. Verso la città dai tetti d’oro.
Il prato non splende, non è corrusco. È un prato dimenticato, su cui va a rintanarsi il sole quando ha il fiato corto per la corsa e sta ansimando.
Perché il sole, anche lui, è vecchio.
Sopra al prato ronzano nuvole leggere che alle volte si aprono e lo coprono, questo sole, mentre disarmato riposa; lasciandolo freddo.
Ma il sole, sempre all’erta nonostante il sonno, apre un occhio e zac! sforbicia via le nuvole maldestre e torna a ricaricarsi di luce, come libero esercizio contro l’infame violenza della vita.
Anche il prato si danna per tenersi vivo succhiando aria dal cielo e dalle nubi. Perché ha bisogno di progredire e salvarsi, ogni ora del giorno e della notte. E di mantenere il suo ruolo.
Infatti declina dall’alto al basso, avendo, davanti, la pianura, rosso ventre di una balena squarciata; sul lato destro, un bosco che va a perdersi lontano, sovrastato da uccelli d’argento in un volo senza grida; e sul lato sinistro, fra gli alberi, tre case sporche di bianco, con i mattoni e l’intonaco dei muri crepati.
Sulla parte alta, oltre il filo impolverato di una strada, sta la villa da cui è appena uscita la ragazza.
La ragazza, in vacanza, è libera e in questo momento, felice.
Al di là del cancello si sentono voci, liberi suoni. Nessun cane, a testimoniare di una vita sicura.
La ragazza scende leggera sul prato.
Gli occhi del cielo seguono cauti le sue orme.
Did diceva… diceva… ah, sì! Did, il favoloso Did ha fatto esclamare al suo Jacques, fatalista arlecchino, che tutto quello che capita quaggiù è scritto lassù; inteso non come un dio imbronciato che se ne sta seduto per dannarci, in qualche modo; ma come un destino dai mille colori che ci riempie di penne e di pene.
Così, se lo ha scritto Denis bisogna credergli e stare attenti, molto attenti a quel che si scrive.
A quello che si legge.
A quello che si dice.
Mentre la ragazza che ha un nome gentile continua ad avanzare sul prato, dalla seconda casa bianca, a destra, fra gli alberi, esce un ragazzo che inforca la bicicletta appoggiata al muro si avvicina al prato è già sul prato.
La ragazza ha una valigetta stretta in mano.
Il ragazzo la vede, sta per fermarsi, poi si allontana.
Lei sceglie un posto sull’erba fra alcuni fiori.
Il ragazzo, affondato nell’inchiostro del bosco, non è mai esistito. Lei l’ha appena sfiorato.
Si accovaccia, sistema sopra l’erba piatta la valigetta rosso sangue di un vecchio grammofono trovato in un granaio coperto di polvere insieme a un mucchietto di dischi con la targhetta della Voce del Padrone e l’immagine di un cane bianco seduto ad ascoltare.
La ragazza ha tutto ripulito, ha anche lucidato.
Fa caldo. Alcune nuvole sporche si affacciano sopra la pianura.
I fiori si scuotono. Altri fiori dormono. L’erba intera riposa.
La ragazza alza il coperchio della valigetta gira la manovella per caricare il congegno appoggia sul piatto un disco e si alza un suono si alza un canto:
Sulla radura quaranta sorelle
facevano quiete la loro merenda,
i candidi veli si alzavano al vento
scherzando con l’erba felice del gioco.
Poco distanti quaranta soldati
pulivano assorti i loro fucili,
con gesto preciso tendevano il braccio
stringendo le dita sul collo dell’arma.
Un cacciatore ansioso di preda
esplose uno sparo mettendoli in fuga,
cambiando il destino a ottanta infelici,
quaranta soldati, quaranta sorelle.
Sulla radura giacciono infatti
quaranta fucili e poche ciliegie:
quaranta soldati, quaranta sorelle
fuggirono insieme cercando fortuna.
Dal bosco riaffiora il ragazzo come dal mare, il ragazzo che ancora pedala.
Si ferma in mezzo al prato.
Ascolta.
Alla fine della canzone lascia cadere la bicicletta sull’erba.
Si avvicina.
“È bella ‒ dice ‒ cos’era?”.
“Una canzone” risponde la ragazza senza guardarlo.
Il ragazzo siede davanti a lei.
In mezzo, tra loro, il grammofono rosso.
“Lo so che era una canzone, ma cosa?”.
La ragazza solleva il disco dal piatto e lo allunga: “Leggilo tu, se vuoi”.
Il ragazzo rigira il disco fra le mani e lo restituisce sgarbatamente: “Devi dirmelo tu… io non capisco… io leggo male”.
Nel cielo passa un aliante azzurro, così leggero che non scuote neanche un fiore.
“Suonane un’altra, di canzone”. La voce del ragazzo si è incupita.
“Dai! Un’altra canzone”.
La ragazza indecisa sceglie adagio un disco.
Prima di appoggiarlo sul piatto lo accarezza con la mano per togliere la polvere. Si accende il suono, s’alza una voce:
Ci piggiaru ’a fimminedda
drittu drittu ’ntra lu cori
e chiancia di duluri
aya, aya, aya, ya!
Il ragazzo balza in piedi, come sorpreso da un pensiero. Poi torna a sedere.
Dice: “Questa canzone non mi piace, è da buttare”; agita la mano e tocca senza volere la puntina che scivola sul disco tracciando un solco.
Il suono si ingarbuglia, si arresta.
Il ragazzo non sa cosa fare, cosa dire.
La ragazza, bloccato il movimento, osserva il guasto.
“E un disco rovinato” dice.
“Lo ripago io” afferma il ragazzo, per un momento mortificato ma adesso irritato.
“Era vecchio, un altro non si trova, come puoi ripagarlo?”.
“Lo ripago e basta”. Il ragazzo ha un brivido caldo nel pensiero, perché diverse risposte si stanno scontrando nella sua testa.
Infine sembra tornato deciso.
“Alzati e vieni con me. Per poco tempo”.
La ragazza resta seduta, lo guarda.
Lui insiste: “Entriamo e usciamo dal bosco. È un momento”.
“No, non vengo nel bosco. Neanche ti conosco”.
“Sto nella casa bianca, fra gli alberi. Adesso mi conosci”. Un momento di indecisione poi: “Ti faccio vedere una cosa. Una cosa che neanche ci pensi. Sei la prima ma te lo voglio dire, a te posso dirlo. Dopo, forse sei contenta e capisci come posso pagare. Devi avere fiducia”.
La ragazza alzandosi si scrolla la gonna. “Puoi venire sicura”. La voce è più tranquilla, morbida. Non ordina ma semplicemente invita. Quasi una preghiera. La ragazza si sente rassicurata, dice: “Ma solo per un minuto. Il bosco non mi piace”.
“Il bosco è vero che è scuro ‒ dice il ragazzo mentre si avviano ‒ ma per me è soltanto un’ombra che cammina. Non sei mai solo, sei sempre in compagnia. Le cose girano lì dentro, tanti animali, voci, tutto si muove. Anche una foglia per terra fa rumore. Lo so bene, perché nel bosco ci vado ogni giorno, quasi ci vivo. Quando poi c’è la neve, allora il bosco è come sognarlo”.
Sono entrati in mezzo al disordinato ordine degli alberi. Un bosco è sempre in attesa dell’ultima folgore, dell’ultimo incendio, dell’ultimo grido o dell’ultimo sole. Gli alberi sono lì senza lacrime, pronti a rientrare, risucchiati, nel grembo della terra che non ha pace; e non ha ancora amore.
Camminano in mezzo alle saette spettacolose del sole che riesce ad aprirsi piccole finestre nell’ombra.
Alle volte, il rumore degli uccelli che balzano in volo strappandosi le penne è così forte e improvviso, da fare paura.
Il ragazzo alza la mano, parla a voce bassa, un bisbiglio: “Fermati”. Poi ordina: “Non muoverti”. Si allontana. Arriva laggiù a un cumulo di sterpi, di rovi; si protende e si vede che parla con qualcuno.
Si volta e adagio ritorna.
“Hai visto?”.
“Cosa?”. La ragazza è sospesa in una curiosa incertezza.
“Che parlavo con uno… anzi, con una”.
“Una donna dietro gli sterpi?”.
“Sotto, devi dire. Una donna, una vecchia”.
“In quel posto? Perché?”.
“È dentro una buca e lì deve restare”.
“Perché?”.
Il giovane s’avvia, la ragazza lo segue guardando per terra, indecisa.
“Perché deve restare dentro quella buca?”.
“Perché è vecchia”.
“Solo perché è vecchia?”.
“Perché è ricca. Tanto ricca. Così l’hanno rubata”.
“Tu?”.
Il ragazzo ride. “Io devo fare poco, solo andare due volte al giorno a vedere se respira ancora, se non è morta. A mezzogiorno uno porta il pane”.
“Solo pane?”.
“Forse pane, forse formaggio. Non sono il suo cameriere. Vuoi vederla?”.
“Ho paura”.
“È legata. È dentro una buca. È coperta di stecchi, di foglie. Una donna vecchia. Puoi toccarla, se vuoi”.
“Ho paura”.
“In mezzo ai topi non è stare bene. Hai ragione. Io non resisterei”.
Escono dal bosco.
Il cielo, all’improvviso, è oscurato da nuvole che sono arrivate spinte da un vento caldo della pianura.
Il ragazzo si mette a cantare, urla come se volesse liberarsi: “In una buca in mezzo al mar, vecchia vecchiaccia devi restar”.
Intanto risalgono il prato.
Si rivolge alla ragazza toccandole un braccio per tenerla vicino: “Adesso hai capito perché posso pagarti il disco, cento dischi? Mille dischi? È un lavoro che mi dà dei soldi, un sacco. È vivere da signori… Mi dai un bacio?”.
Lei non risponde, cammina. Forse pioverà. Vuole tornare a casa. Si china, chiude la valigetta, prende i dischi, si rimette in moto.
Il ragazzo la segue.
Cadono alcune gocce.
La ragazza chiede: “E quella là non vai a coprirla, se piove?”.
Il ragazzo fa un gesto vago: “È coperta, è coperta. E poi, non ci devo pensare io. La vecchia è all’addiaccio ma io nel letto giaccio”.
Affrettano il passo.
Il ragazzo, all’improvviso, stringendo il filo di un pensiero: “Forse si bagna, ma è in compagnia, non è mica sola. Girano tante cose nel bosco, e anche dentro la buca”.
Ormai sono vicini al cancello della villa.
Lui chiede: “Ci vediamo, domani?”.
“Non lo so, non posso saperlo”.
“Se vieni, facciamo sentire la musica alla vecchia. Andiamo più vicini, così accontentiamo anche lei”.
“Forse devo andare in città”.
“Domani, mi dai un bacio?”.
La ragazza apre il cancello che stride sulle giunture come un vecchio soldato appena ferito a morte.
Ma chi olia più i cardini ai nostri giorni?
Fatti alcuni passi, lei volta la testa: “Laggiù in basso, sotto quelle erbacce, non la pungono le api?”.
Si avvia, comincia a piovere.
Il ragazzo, con la faccia appoggiata alle sbarre, sembra un prigioniero che guarda il sole allontanarsi mentre il mondo si scompagna e la notte è senza un vero tramonto. Intanto si bagna, si bagna, si bagna.
EnnErre, n. 10, I, 1999 (poi in Il timone 2, 2008).


