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Intervista a Roberto Roversi. La poesia è una risposta alla realtà
“Che cos’è la letteratura, non lo so. Direi proprio senza nessuna ambiguità, senza nessuna ironia. Però so che cos’è la letteratura per me. La letteratura per me è il solo modo, mentre per altri è uno dei tanti modi per rispondere, o corrispondere, alle provocazioni della realtà. Alle provocazioni quotidiane che noi subiamo, che vediamo, che seminiamo, che partecipiamo dalla e nella società. Quindi non si dà letteratura, secondo me, se non si è ben dentro, con piedi, mani, braccia, naso, occhi e orecchie, nella società. Nel quotidiano, per la strada, anziché dentro alle stanze con le finestre chiuse. Poi ciascuno sceglie a suo modo le soluzioni precise”.
Con queste parole Roberto Roversi mi accolse nella sua biblioteca antiquaria di via dei Poeti numero 4, a Bologna. Due stanzoni polverosi, pieni zeppi di volumi antichi ammonticchiati alla rinfusa, insieme a locandine sgualcite e paccottiglia di ogni genere. Era il 2005, ed era la terza volta che lo incontravo, l’ultima. Se ne stava seduto in un angolo. Era un uomo piccolo e fragile, pieno di rughe e con una bella barba bianca ad incorniciare un sorriso mite. Era diverso da come me l’ero immaginato leggendo le sue poesie, piene di sdegno e di vigore. Eppure quei suoi occhi liquidi, guizzanti e mai in pace, lo lasciavano trapelare quel vigore. E poi c’era la forza delle sue parole, anche se erano soffiate via leggere, spinte solo da un filo di voce. Questa intervista faceva parte del lavoro preparatorio per un film documentario che non vide mai la luce. È rimasta chiusa in un cassetto per anni. Oggi, il giorno dopo la sua morte, l’ho tirata fuori. Forse per ringraziarlo.
Da dove nasce la sua poesia?
Roversi: Il mio lavoro nasce dalle esperienze. Dall’aver attraversato e per l’aver attraversato come generazione, e come privato dentro a una generazione, un periodo della storia assolutamente drammatico. Un periodo della storia che nei suoi dettagli mi ha insegnato, anche letterariamente, più dei libri che andavo via via leggendo. Quindi ho sempre avuto per i libri una sorta di amore, ma ho sempre suddiviso i libri, e quindi la letteratura in quanto tale, tra i libri che contengono opere che si possono leggere in combattimento, e quelli che invece si possono leggere, non si possono non leggere che a tavolino. Rispettabilissime entrambe, ma io preferisco quelle che si possono mettere in un taschino della giberna e poi cavare fuori anche quando si è seduti nel fango. Così, per avere un minuto, un minimo di conforto. Ci sono tutta una serie di grandi letterati, di grandi scrittori, di grandi poeti, che letti nel momento di quiete sociale, anche se non di una quiete personale, esaltano e risaltano ma che non funzionerebbero nella fattispecie da me indicata. Quindi lo scaffale mio prediletto è non dico di scrittori di guerra, ma di scrittori per la guerra. Non è vero che tutti i grandi classici siano per la guerra.
Scrivere è quindi un atto politico?
Roversi: Il termine “politica” adesso fa rabbrividire, quindi eviterei di usare delle terminologie estremamente pericolose. Direi che è un atto che non ti sottrae mai dal dover fare i conti con la realtà, la realtà fuori e dentro la società, cioè fuori da te stesso. È uno dei modi di intendere la letteratura. Senza voler codificare nulla, ma partecipando di una scelta che ti mette sempre in continua e drammatica discussione con la giornata che vivi. È una chiave di lettura, un’indicazione metodologica molto poco condivisa, ma per me funziona ancora. E mi dà buoni aiuti anche a livello di comportamento generale. Mi aiuta intellettualmente, sentimentalmente e operativamente, direi. Quindi, si potrebbe dire che la letteratura è intesa da me come un fischio che viene fatto a chi rimane un po’ indietro sul viottolo che si sta percorrendo, per avvertire i compagni che si sta arrivando o che ti aspettino. È un invito ad una partecipazione, ad una attesa, ad una non liberazione di partecipazione.
La letteratura, però, è stata anche un lavoro. Per una vita ha fatto il libraio.
Roversi: Il fatto di esser diventato libraio e libraio antiquario è stata un’occasione abbastanza improvvisa, improvvisata, raccolta rapidamente con una sorta di entusiasmo giovanile ma senza le previsioni di farla durare. Invece, purtroppo, o per fortuna, è durata. E quindi è servita da supporto, da sostegno, è servita da esperienza via via quotidiana, che veniva rovesciata da una parte dentro al lavoro librario e dall’altra dentro al lavoro di scrittura. Tanto è vero che da molti anni ho sempre accompagnato i libri che venivano venduti dalla libreria e spediti all’estero, in Giappone, in America, in tutta Europa, qualche volta anche in Australia e in Sudafrica, ecc…, con una poesia. Li salutavo. Infatti ne ho scritte moltissime di poesie. Certi libri che partivano, ad esempio, per il Giappone e che avevano qualche caratteristica per l’edizione particolare, per la legatura o perché portavano alcune note manoscritte o qualche dedica dell’autore, non sarebbero mai più tornati in Italia. Lasciavano la Patria, lasciavano il luogo della loro infanzia, dove erano nati, in cui si erano formati. E quindi vibravano. Li ho sempre sentiti come contenitori di qualche vibrazione anche fisica, i libri. E allora li salutavo e per non farli soffrire troppo nel viaggio, per fargli sentire una voce amica. Li accompagnavo con un bigliettino in cui scrivevo una poesia, di commiato, di saluto, di ringraziamento. Se il libro l’avevo letto, se il libro mi era stato caro, se mi era servito o anche se non mi era stato utile in qualche modo, però mi aveva accompagnato, avendolo visto per vario tempo negli scaffali della libreria. Quindi avendolo avuto sotto gli occhi come un gatto, un cane amabile, come una persona anche viva, spesse volte.
Ad un certo momento il libro è diventato qualcosa di più di un puro tramite di commercio, di lavoro. È diventato qualcosa di ondivago, non si capisce bene, fra ciò che veniva venduto, ciò che veniva compatito, ciò che veniva salutato, ciò che veniva rimpianto. Era immerso in una sorta di melassa sentimentale che è tuttora in atto. Io li vedo ancora in questo modo, i libri . Mi è accaduto di scrivere anche, in alcune occasioni, che mi piacerebbe, e non mi è mai capitato, non restare chiuso, ma farmi rinchiudere consapevolmente in uno dei grandi saloni di una grande biblioteca. All’inverno e di notte, in quel buio freddo dei grandi stanzoni in cui i libri sono depositati. Io penso, ne sono convinto, che non sono lì inerti, inermi, taciturni, dormenti, ma sono vivi, conflittuano fra di loro, parlano, vibrano come degli uccelli che non trovano requie. Litigano un libro contro l’altro, oppure si abbracciano, si tendono le mani. Allo stesso modo, adesso non vorrei esagerare e farneticare, ma questa è un po’ la mia convinzione, quasi così come Tommaso Campanella, il frate nelle prigioni terribili del Sant’Uffizio, che tendeva dalle grate le mani all’altro frate giovane di cui era innamorato e che era in una cella quasi di fronte a lui, invocandolo amorosamente in questo turpe cielo delle prigioni papali. I libri, in questo senso, non mancano di un loro destino vitale che va aldilà della loro confezione pratica.
Lei non ha scritto molto sulla seconda guerra mondiale e sulla Resistenza, anche se ha partecipato direttamente a quegli avvenimenti.
Roversi: Io ho scritto Dopo Campoformio proprio legato a quel periodo. E Il tedesco Imperatore, per esempio, è in breve, dal mio punto di vista, una registrazione di una vicenda e di un passaggio attraverso mesi ed anni drammatici. E anche Caccia all’uomo, come è detto anche nel risvolto del libro, è proprio il mio progetto, magari mal disposto, poco convincente, che doveva documentare dal mio punto di vista le vicende della Resistenza. Però non passate attraverso una scrittura neorealistica, cioè che ancorasse il discorso direttamente alle cose accadute, ma ponesse l’interspazio in mezzo di un po’ di tempo, che le coprisse un pochettino, appena appena di polvere, per renderle meno assillanti e per renderle più determinate in profondità.
Una delle indicazioni che spesse volte do, e che mi sono portato come esperienza precisa, come insegnamento di base lo collegherei a quello che mi disse un operaio. Eravamo seduti in alta montagna su due massi, e semplicemente mi disse: “Questa cosa non finisce qui”. Ora, “questa cosa non finisce qui” poteva essere in un primo momento intesa “questa lotta armata” deve continuare, e quindi dare retta a quelli che pensavano che occorreva prendere le armi per conquistare il potere in Italia. In realtà non era questo che intendeva. Con “non finisce qui”, voleva dire che in certi settori, soprattutto dell’Italia settentrionale, la classe di base, la classe contadina e operaia, quella sempre un po’ prevaricata e sottoposta agli arbitrii, poteva gestire il proprio destino. Aveva preso le armi e combatteva per cercare di ottenere dei risultati positivi per se stessa, superando le contraddizioni in atto, proprio perché aveva combattuto per ottenerli. Questo mi accompagno subito, anche dopo, cercando di intendere che il portato della resistenza non era solamente un fatto da leggersi in chiave armata.
Era un dato che ci doveva accompagnare a leggere via via la realtà che avevamo di fronte, pure scontrandosi con le contraddizioni che d’altra parte venivano proposte nello svolgimento del dopoguerra. Io credo tuttora che la Resistenza sia stata un momento molto esaltante, e anche molto terrificante di scontro come lotta civile, come contrasti di parte, come tensioni che venivano conquistate attraverso fatiche, sangue, lotte a non finire, tragedie a non finire. Ma che sia stata anche promotrice di questi dati che hanno accompagnato varie generazioni dopo e che non sono consumati. Quindi non sono stati consumati dalle parti che emergevano, poi che si contraddicevano, oppure scomparivano. Quindi sono un lievito da utilizzare tuttora come chiave di lettura della realtà, come stimolo. Sono piccoli massi, però abbastanza numerosi, che rotolano dentro alla realtà della nostra società e della nostra cultura.
Questo era proprio l’obiettivo di «Officina»: capire cosa stava succedendo.
Roversi: In modo ancora più preciso: cos’era successo. Questa era la domanda. Magari limitata, magari collocata in un contesto meno attivo, meno in movimento. Ma per me abbastanza importante e impellente per riordinare le idee per partire da un punto concreto. Dovessi dare, non dico un giudizio, ma una conclusione dal mio punto di vista, la rivista ha operato anche abbastanza utilmente per far capire cos’era successo. Ma poi, a un certo momento, quando era già venuto il tempo per passare a spiegare “cosa sta succedendo”, anche se aveva cominciato a formulare qualche cosa, si è bloccata, si è fermata. Quindi è rimasta una operazione a metà.
L’avvio è stato abbastanza inquieto. Tornato sotto gli occhi, dentro i nostri pensieri. Dico nostri, miei e di Leonetti a cui in quel momento ero abbastanza vicino, perché abitava a Bologna. Ebbe una partenza incerta. Basti dire, mi sembra di non averlo mai detto, che proprio mentre cercavamo di raccogliere le idee operative, una sera Giuseppe Guglielmi con cui ero in rapporto venne e accompagnò a casa mia una sera Luciano Anceschi, quando ancora non aveva avviato «Il Verri», per parlare. Accadde che dopo 10 minuti di colloquio questa possibilità di collegarci in maniera operativa insieme era caduta. Dopo non ci vedemmo più. Il secondo rapporto lo avemmo con Ricciardi, che è stato dopo insigne cattedratico all’Università di Bologna, italianista, uno dei primi traduttori di Ezra Pound e di tanti altri. Lui era con noi nei primi colloqui, dopo questo incontro con Anceschi. Dopo venne l’idea, e fu un’idea di Leonetti, di rivolgerci o avvertire Pasolini, col quale, quando ancora eravamo al liceo negli anni ’40, avevamo avuto il progetto di fare una rivista il cui nome doveva essere «Eredi». Leonetti avvertì Pasolini di questo nostro progetto, e Pasolini venne immediatamente a Bologna, aderendo… E da lì siamo partiti.
La sua ricerca di nuovi temi e nuovi strumenti comunicazione poi ebbe un’improvvisa accelerazione col movimento studentesco.
Roversi: Sì, tanto è vero che fui perfettamente vicino a loro. Ho diretto sia pur brevemente «Lotta continua», nel momento abbastanza cruciale del delitto Calabresi, dopo che l’aveva diretto in precedenza Panella e dopo Pasolini, visto che in quel momento non riuscivano ad ottenere nessun intellettuale che si arrischiasse a diventare responsabile di una pubblicazione così immersa in un mare in tempesta. Lo feci semplicemente per confermare la necessità della libertà di stampa, e assunsi questo incarico senza condividerne in pieno le motivazioni tattiche. Perché le motivazioni da cui si muoveva il movimento studentesco e poi via via le frange più violente erano fondamentalmente da condividere. Direi senza nessuna correzione. Quello che invece era assolutamente pericoloso e addirittura vistosamente, drammaticamente pericoloso era la metodologia seguita per esercitare in chiave politica questa lotta.
La violenza che diventava sempre più esplicita era un modo per uccidere il movimento, anziché per farlo progredire. La violenza dell’estrema sinistra, dei gruppi, giustificava, poi si è visto, la violenza del Potere. E la violenza del Potere, quando è organizzata, è sicuramente molto più prepotente e determinata di quella dei gruppi sciolti, liberi, che hanno poca possibilità di avventarsi in modo molto determinante contro il Potere. Cercare di metterli in guardia per evitare questa sorta di suicidio e per dirottarle verso la direzione della gestione della comunicazione, dei linguaggi, altrettanto drammatica, altrettanto complicata, altrettanto pericolosa, ma altrettanto nuova, è stato un impegno quasi nevrotico. Un impegno che come tanti altri non ha dato nessun risultato, perché poi confluì nella violenza indiscriminata che servì a poco, se non a niente nella sostanza. Se non a creare dei guasti.
Questa ricerca la portò poi a scrivere testi per musica leggera, con i tre album con Lucio Dalla. Qual era l’obiettivo?
Roversi: Era un passaggio della mia ricerca. Non è che fossi andato giù di testa. La comunicazione diventava a mio parere estremamente importante. La gestione diventava comunemente importante, l’utilizzazione e la verifica dei nuovi linguaggi era altrettanto importante. Quindi il linguaggio della canzone diventava importantissimo. A quei tempi le canzoni erano canzonette. Quando facemmo il primo disco e Dalla cantava di fronte a 200 persone, scrissi: “Con la canzone si può rifare il mondo”. Fecero dei pernacchi, sghignazzavano. Tutti i cantanti importanti, anche della cultura ufficiale, sghignazzavano come dei matti. In effetti ero convinto che si potesse intervenire a concorrere, nell’ambito di una canzone ovviamente, a cambiare il mondo. Perché la classe operaia quando cantava nelle sue manifestazioni cantava mettendo delle parole molto approssimate sulla musica di Sanremo. Mentre i contadini, quando erano ancora in atto, una cultura sbriciolata proprio nei decenni precedenti, avevano le proprie favole, avevano le proprie canzoni, avevano una autonomia culturale assoluta, quindi erano autonomi rispetto al potere. Cantavano magari dentro le stalle, però cantavano. Cantavano nelle loro adunate, però cantavano. Con le loro parole, quando dicevano “Boia dei padroni, boia dei signori”, dicevano con le loro parole.
Gli operai invece no. Mettevano delle parole inventate, un po’ approssimate sulle musiche di Sanremo. Allora mi sembrava fosse necessario recuperare anche la canzone nella direzione di una lotta di classe. E quindi fare un disco, come fu fatto. Abbiamo fatto 30 canzoni, tre dischi con 30 canzoni che fossero organiche. Non un insieme di canzonette ma che fossero collegate. Abbiamo cantato per la prima volta lo smog, l’inquinamento dell’aria. Abbiamo cantato l’inquinamento e l’affollamento, gli ingorghi nelle autostrade. Abbiamo cantato tutte queste cose. E bisogna dire la verità: Dalla è stato estremamente bravo e impegnato nel vincere le contraddizioni di queste aziende di produzione che erano internazionali e che non ne volevano sapere. Infatti vendevamo pochissimi dischi. Però l’abbiamo fatto. A un certo momento, però, le difficoltà diventavano sempre più impellenti e credo che ebbe delle aggressioni varie volte sui palchi mentre cantava in diretta. Allora disse: “Vogliamo continuare, allora vieni anche tu a cantare sul palco insieme a me”. Siccome non sapevo assolutamente cantare, non era il caso. Non per paura, intendiamoci, ma era l’incapacità tecnica, lasciamo perdere. Subito dopo col nuovo disco Dalla passò dalle 1.000 copie a 100.000.
La sua poesia, però, continua ancora oggi ad essere uno specchio della realtà.
Roversi: La poesia che rappresenta la realtà mi sembra un po’ troppo vanitoso. Non sono così presuntuoso. La poesia cerca con le sue possibilità, coi suoi strumenti, coi propri mezzi di immergersi dentro la realtà e di cogliere quel tanto che sa, quel tanto può, quel tanto che è dovuto. Tanto da poter dire a un certo momento: si è fatto quel che si doveva coi mezzi che si aveva in mano e con le forze che si aveva in testa, nel cuore. Quel che si doveva come si poteva, senza presunzione, con la convinzione, però, di non aver cambiato campo tanto facilmente. Di aver mutato, di aver aggiornato ciò che si pensava, di aver modificato giustamente, o aver cercato di modificare, i propri numerosi errori, ma di non esser venuti meno ad una continuità di direzione riflessiva, che ci ha accompagnato per tutta la vita e che non mi sembra sia tuttora degna di venir meno. Detto tra parentesi, credo anche che sia, ma questo lo dico sussurrandomelo nell’orecchio, che sia ancora necessaria. O almeno è questo che mi sostiene nel mandar avanti la mia scrittura a penna o a matita.
Michelina e il telefono
Elenco dei personaggi
Michelina (86 anni)
Adalberto Cerni (suo figlio, 55 anni)
Lia (moglie del figlio, 45 anni)
Marco (nipote di Adalberto e Lia, 6 anni)
Una gatta di nome Italia
Tempo dell’azione: oggi.
Luogo dell’azione: Vignola.
Parte prima
1. P.P. di Michelina alla finestra.
Seduta su una seggiola alta che le permette di guardare la strada, deve apparire immediatamente dolce e disarmata.
È una donna di ottantasei anni, bianca come una candela, minuta, un poco rassegnata; basterebbe niente per spegnerla come una candela.
2. I suoi occhi. Girano inquieti mossi da una curiosità astuta; e osservano le immagini, le ammucchiano nel ricordo.
Michelina aspetta la morte senza paura. Sente che viene ma l’ascolta con pazienza, quasi le piacerebbe giocarci, appena un poco.
3. Dopo gli occhi, le mani.
Le mani appoggiate al davanzale sono esauste, pallide; sembrano fatte di pane; senza vene. Si muovono adagio ma aderendo alla pietra, nell’atto quasi di graffiarla per riuscire a sollevarsi.
4. Il vestito non è nero ma chiaro, sobrio ma abbastanza colorato. Potrebbe dopotutto essere anche un vestito della Standa o dell’Upim.
5. In basso, sotto casa, scendono da una 126 il figlio cinquantacinquenne con la moglie Lia, di circa dieci anni più giovane. Li accompagna un nipote di sei o sette anni, Marco, che ha un po’ di naturale malagrazia addosso.
6. Saluti dal basso e dall’alto.
7. P.P. di Michelina che guarda entrare il figlio con un pacco sotto braccio; seguito dalla moglie e dal nipote.
8. L’appartamento è composto da una camera da letto, una cucina nella quale si trova Michelina e un cesso. È al terzo e ultimo piano di una vecchia casa, in una vecchia via di una vecchia città o cittadina di provincia; verso la periferia, dato che intorno si vedono campi e prati maltenuti e pronti per l’edilizia.
9. MICHELINA: Siete puntuali.
LIA (a Marco): Saluta la bisnonna.
MARCO: Lasciami andare giù.
LIA: Giù non c’è nessuno… e poi sei appena arrivato… Sta buono, fra poco andiamo via… Saluta la bisnonna, oggi compie gli anni.
MARCO (a Michelina): Quanti anni hai? Hai cento anni?
MICHELINA: Sì, ne ho proprio cento.
MARCO: Allora ti mettono sul giornale.
FIGLIO: Piantala… Ne ha ottantasei, non cento… Su, dalle un bacio.
MARCO: È vecchia… sembra una biscia (si avvicina al tavolo e strisciando il palmo della mano sul bordo finge un treno o un’auto in corsa; intanto sibila)… bis… nonna… bis… nonna (così gira un paio di volte intorno).
10. Intanto il figlio, che ha preso un bicchiere dal lavello, lascia scorrere l’acqua dal rubinetto perché si raffreddi, quindi beve con avidità. Fa una smorfia.
FIGLIO: È sempre più cattiva.
LIA: Perché, la nostra è buona?
FIGLIO: Già, fa schifo… Dicono che questa sbobba fa venire i calcoli.
MICHELINA: Ai miei tempi…
FIGLIO: Lo sappiamo… lo sappiamo… ai tuoi tempi c’era l’acqua del pozzo.
MICHELINA: Era fresca… fresca… toglieva la sete.
MARCO: Voglio andare giù.
FIGLIO (a Lia): Lascialo andare… Lo guardiamo dalla finestra.
11. Marco apre la porta e scompare. Dalla porta mal chiusa entra un gatto che subito va in grembo a Michelina.
MICHELINA (accarezzandolo): E tu dov’eri andato?
FIGLIO: Hai un gatto?
MICHELINA: Ce l’ho… Me l’ha dato l’Argira… Mi fa compagnia.
LIA: I gatti sporcano.
MICHELINA: Questo è un buon gatto.
12. Il figlio prende il pacco che aveva lasciato sul tavolo e scompare nella camera accanto.
La nuora osserva dalla finestra il nipote che pencola sul prato, dove non c’è nessuno.
Michelina è persa dietro un pensiero mentre continua ad accarezzare il gatto che forse si è addormentato.
Dalla camera accanto si sente la voce del figlio (che evidentemente sta provando il telefono):
FIGLIO: Va bene, va bene… Fra mezz’ora siamo lì.
13. Il figlio ritorna in cucina e va a bere un altro bicchiere d’acqua.
LIA: Non bere tanto… che poi ti gonfi e cominci a sudare.
FIGLIO: Ho l’arsura.
LIA: Macché arsura… è il fumo.
MICHELINA (riscuotendosi): il fumo fa male.
LIA: Glielo dica anche lei… io mi sono stancata… Lo guardi, accende una sigaretta dietro l’altra.
Il figlio si è accesa una sigaretta e fuma con manifesto piacere.
FIGLIO: Ci hanno cavato via tutto… Per vivere ci restano poche cose.
LIA (che ha continuato a tenere d’occhio Marco dalla finestra): Ma cosa fa quello scemo… (si sporge e grida) Marco, torna indietro… sei tutto sudato… Adesso scendo io… (prende la borsa che aveva appoggiata in un angolo e rivolgendosi a Michelina) Mi fa ammattire… devo andare giù… cento di questi giorni… Torneremo appena ho un minuto tranquillo… (apre la porta e scompare).
14. Il figlio spegne la cicca sotto l’acqua del rubinetto, la butta dalla finestra; poi guarda verso la madre.
FIGLIO: Ti ho portato un regalo… anzi, è una sorpresa.
MICHELINA (ha un gesto infantile d’ansia): Una sorpresa?
FIGLIO: Proprio una sorpresa… Con Lia abbiamo pensato che era meglio di una torta o di un golfino… Il golfino te l’abbiamo regalato per Natale, te lo ricordi?
MICHELINA: Non l’ho mai messo… Dove vuoi che vada?
FIGLIO: Vieni di là… Dammi il gatto.
MICHELINA: No, lascia… lo sveglio io.
15. Con un dito vellica il collo del gatto che si sveglia. Dopo averlo fatto scivolare in terra, Michelina s’alza e si avvia.
Ha un passo non affaticato ma lento. Soprattutto cammina con cautela; con la persistente e acuta paura di cadere che stringe sempre i vecchi.
Cerca l’appoggio del muro o del tavolo o dello schienale di una sedia.
Arriva nell’altra camera, arredata con un letto di ferro, una tenda di cotone ricamato alla finestra, un armadio con specchio, un comò, un comodino su cui c’è una lampada.
È roba dell’Ottocento, ereditata e ancora ben conservata; dentro a un lindore tenero, ordinato, appena un poco disfatto da un’aria irreparabile di vecchio.
16. Il gatto, che li ha seguiti, salta sul letto.
FIGLIO: Pussa via!
MICHELINA: Lascialo, non fa male… È molto paziente… No, no, lascialo (intanto guarda per cercare la sorpresa).
FIGLIO: La vedi?
MICHELINA: No… non la trovo… non la vedo… ah, la vecchiaia è brutta.
FIGLIO: Vieni qua (sorreggendola per un braccio la guida verso il comodino)… Eccola (è molto compiaciuto nell’indicare un apparecchio telefonico rosso, a pulsanti, modernissimo; che in quella camera sembra un oggetto in mostra)… Guarda… il telefono, per te… È l’ultimo modello… Così non sei più sola… così non hai più paura di morire da sola.
17. Michelina appare visibilmente frastornata, sorpresa. È compiaciuta ma nello stesso tempo intimorita. Insomma ha piacere e paura, contemporaneamente, per questa cosa tutta nuova e tutta lustra che spicca nel suo rosso vivo vivo.
FIGLIO: Vieni vicino… vieni a vedere… è un telefono coi bottoni… è il più moderno… Sai quanto costa? Costa centottantamila lire… Così non devi nemmeno girare la ruota… Basta spingere il pulsante e subito si fa il numero… guarda, così… adesso telefono a casa mia (si sente il suono)… Nessuno risponde perché io e Lia siamo qua da te… ma domani, se chiami, ti rispondo io o ti risponde Lia e parliamo insieme, come in questa cucina (abbassa il microfono e prende un foglio dalla tasca)… Qua sopra ho scritto ben chiari i numeri di casa mia e dell’ufficio… In ufficio però telefona proprio se non puoi farne a meno… Sei contenta?
MICHELINA: Ma come hai fatto?
FIGLIO: Per l’impianto? Guarda, è a spina (si china, la stacca, la mostra alla madre, la riattacca)… puoi portare il telefono anche nell’altra stanza, vicino alla finestra… Come ho fatto per fare il lavoro? È stato tre mesi fa, quando sei andata al mare con la vacanza del Comune.
MICHELINA: Il telefono!… ma costa! (lo tocca, tenta di alzare il telefono, lo riabbassa in fretta).
FIGLIO: Fa il mio numero di casa… Su, prova…
Michelina guarda il figlio con un misto di desiderio sorridente e di intima preoccupazione.
FIGLIO: Ti conduco la mano… così (prende la mano alla madre)… il bottone numero otto, il bottone numero tre, il bottone numero uno, il bottone numero nove, il bottone numero due, il bottone numero zero… Senti che il telefono suona? È facile… Basta premere anche adagio… Adesso prova da sola… Prima alza il microfono e aspetta che faccia il suono… che vuol dire che la via è libera… poi premi i numeri, uno dietro all’altro… senza paura… su, prova.
Michelina comincia a sciogliersi. È ancora preoccupata ma non più così contratta.
FIGLIO: Quando ti chiamo, appena senti suonare, basta alzare il microfono… e io sono lì che ti parlo.
MICHELINA: È bello.
FIGLIO: Prova da sola, una volta… perché devo andare via (si sente la voce della moglie che chiama)… Mi chiamano (va alla finestra di cucina; sentiamo che dice)… Aspetta un minuto… adesso arrivo (ritorna dalla madre).
18. Michelina è vicino al letto col microfono in mano; lo sta avvicinando all’orecchio; ascolta il suono che dà via libera.
FIGLIO: Guarda… c’è anche l’elenco… l’avevo nascosto qua sotto (solleva il cuscino del letto, prende l’elenco e lo mette sul comò)… La prossima volta ti insegno a leggerlo… Ma adesso devo andare… tu prova da sola… vedrai che non è difficile… Sei contenta?
MICHELINA: Sono contenta… Tu sei buono.
FIGLIO: Ancora tanti auguri.
MICHELINA: Sta’ attento che il gatto non scappi fuori.
19. Il figlio esce, Michelina è vicino al letto col microfono ancora in mano. Lo depone con cautela. Poi si rivolge al gatto.
MICHELINA: Vieni, Italia.
Il gatto, che era ancora sdraiato sul letto, s’alza e Michelina lo prende fra le braccia.
Parte seconda
20. P.P. su Michelina a letto, parecchie ore dopo.
È notte fonda.
Il gatto dorme ai suoi piedi. La luce sul comodino è accesa.
Michelina ha gli occhi aperti e tiene appoggiato sul grembo l’elenco del telefono
Fissa la tenda contro la finestra e sta pensando a qualcosa. Sospira.
Vorrebbe muovere le gambe ma teme di svegliare il gatto.
Un poco imbambolata, si gratta un ginocchio sopra le coperte.
Poi sembra scuotersi, volta la testa, guarda il telefono e intanto allunga una mano per trascinare adagio l’elenco verso il petto.
Comincia a sfogliarlo quasi senza guardare, quindi comincia ad osservare le pagine e alla fine si ferma su una.
Comincia a leggere con facilità ma molto adagio.
MICHELINA: Cesari Antonio… Cesari Antonio… Cesari Antonio… Cesari Antonio… Cesari Antonio… Cesari Antonio… Cesari Antonio… Cesari Antonio… (sposta a sinistra il dito con cui si aiutava a leggere)…
Cervellati Giuseppe… Cervellati Giuseppe… Cervellati Giuseppe… Tanti nomi uguali… Come fanno a distinguersi?… Ecco il mio Albertino… Adalberto Cerni, via Cellini 87… telefono 8… 3… 1… 9… 2… 0… Sta diventando vecchio anche lui… Provo a chiamarlo, adesso? Posso?
21. Allontana l’elenco, si alza con cautela per non svegliare il gatto, si mette in piedi davanti al telefono.
Allunga la mano, prende il microfono, subito il suono di via libera.
Il gatto alza la testa.
Michelina riabbassa il microfono.
Parla fra sé e sé.
MICHELINA: Me l’ha detto lui… gli farà piacere (prende il foglio lasciatole dal figlio, lo appoggia contro il piede del lume sul comodino, alza il microfono, cerca di fare il numero)… Otto, tre, uno, nove, due, zero… (il telefono comincia a suonare; visibilmente spaventata aspetta un attimo poi riabbassa in fretta)… Dio mio… chissà che ora è… chiamo domani… sarà contento.
22. Il gatto si è rimesso a dormire sul letto.
Michelina prende di nuovo in mano l’elenco; cerca di sfogliarlo ma le cade in terra.
Si china e lo raccoglie, con fatica.
Il botto ha risvegliato il gatto che adesso cammina sul letto.
MICHELINA: Non andare sul cuscino.
Il gatto si ferma e la guarda.
MICHELINA: Vedi che non so cosa fare… Non so fare più niente.
23. Quasi per una decisione improvvisa rialza il microfono, china la testa per osservare bene i tasti e preme tre numeri.
MICHELINA (mormorando): Uno… uno… tre.
Risponde una voce giovane e decisa, dall’accento piemontese.
VOCE: Qui pronto intervento… parli pure…
Michelina resta incantata.
VOCE: Allora?… Vuol parlare?… Qui è la squadra di pronto intervento.
MICHELINA (con un filo di voce ma sollevata): Sono Michelina e sono sola.
VOCE: Cosa?
MICHELINA: Sono sola.
VOCE: Mi dia il suo nome e il suo indirizzo.
MICHELINA: Ho il telefono nuovo.
VOCE: Ha qualche bisogno?
MICHELINA: È una notte lunga.
VOCE: Lo so anch’io… Per favore non occupi la linea.
MICHELINA: Posso chiamarla ancora?
VOCE: Solo se c’è un’urgenza… Buonanotte.
La comunicazione è interrotta, poi il suono della linea di nuovo libera.
24. Michelina si rimette a letto, si stende, spegne la luce.
Sentiamo il suo respiro un poco affaticato.
25. Riaccende la luce, si mette seduta.
Guarda il gatto che dorme.
Da sotto le coperte, muovendo un piede, a piccoli colpi cerca di svegliarlo. Lo sveglia.
Il gatto assonnato alza la testa, la guarda.
MICHELINA: Vieni, Italia… vieni qua.
Il gatto si muove quasi strisciando sul letto e si avvicina.
Michelina lo accarezza.
MICHELINA: Adesso ti faccio sentire… qualcosa.
Si volta con una certa fatica, prende il microfono e lo avvicina all’orecchio del gatto, il quale ha un piccolo gesto di fastidio; ma poi si quieta.
MICHELINA: Ti piace?… Non sembra il treno?… Tuuu, tuuu…
26. Il gatto si scuote e torna ad accucciarsi ai piedi del letto.
Michelina si volta per appoggiare il microfono ma è ormai molto stanca; improvvisamente non ha più la forza di distendersi e lo lascia scivolare accanto all’apparecchio.
Appoggia la testa sul cuscino e quasi subito si addormenta mentre il suono dell’apparecchio continua monotono e insistente a riempire la stanza che resta illuminata.
27. È mattino presto.
Michelina è sul punto di svegliarsi nella camera dove c’è ancora la luce accesa.
La prima luce filtra dalle persiane socchiuse.
Il gatto cammina per terra e dopo qualche giro se ne va in cucina.
Il rumore di un camion che passa giù nella strada e quello continuo che viene dal microfono appoggiato sul comodino.
Ritorna il gatto e salta sul letto, si avvicina al comodino, gira intorno al microfono finché, muovendosi, lo fa scivolare fin quasi a terra.
Michelina apre gli occhi, si mette seduta, guarda intorno e si accorge del microfono che dondola adagio.
MICHELINA: Dio mio!
28. Si alza, raccoglie il microfono, lo avvicina all’orecchio poi lo depone con cura sull’apparecchio.
Spegne la luce.
La camera resta per un momento dentro a un chiarore molto sottile, polveroso, che sfuma ogni cosa; come dentro alla prima nebbia di settembre.
Poi va alla finestra, apre i vetri, spalanca le persiane.
29. Ritorna verso il letto, guarda l’apparecchio, alza il microfono, lo avvicina all’orecchio, ascolta per qualche istante il suono poi, guardando il foglietto che è rimasto appoggiato alla base del lume sul comodino, preme i tasti corrispondenti al numero del figlio.
Si sente suonare a lungo; alla fine lo stacco e la voce assonnata e irritata della nuora, di Lia.
LIA: Ma chi è quest’ora?… Chi parla?
Michelina resta impalata col microfono all’orecchio.
LIA: Chi parla? (e rivolgendosi al marito che dorme lì vicino)… Sarà mica un matto? Ehi, chi parla?… Ma ti dico!
Ritorna il suono della via libera.
30. È il mattino avanzato.
Michelina riassettata e vestita è vicino al davanzale. Guarda fuori.
Sulla strada, nei campi vicini non c’è che il gatto che cammina annusando ma annoiato.
Si sente una campana lontana.
Michelina si alza e ritorna in camera da letto.
Accende la lampada sul comodino, prende il foglietto, lo legge, alza il microfono e compitando forma il numero dell’ufficio del figlio.
VOCE D’UOMO: Qui ditta Quaranta, chi parla?
MICHELINA: Adalberto Cerni.
VOCE D’UOMO: Chi?… Ah; lei vuol parlare con Cerni? Mi dispiace ma oggi è fuori per servizio… Provi domani (e il ciac del microfono abbassato).
31. Michelina prende sul comò l’elenco telefonico, lo appoggia sul letto, l’apre, lo sfoglia, cerca qualcosa. Finalmente si vede che ha trovato.
MICHELINA: Ecco Cesari… Cesari Antonio… e poi Cesari Antonio… e Cesari Antonio… Ce ne sono tanti… Vediamo se almeno uno risponde.
Compone il numero, suono prolungato, nessuno risponde. Michelina riabbassa il telefono, delusa.
MICHELINA: Anche questo è andato via… chissà dove.
32. Riprende in mano il microfono e questa volta con appena più sicurezza compone il numero di casa del figlio. Risponde Lia, con la voce di chi ha fretta o è irritata, in quel momento.
LIA: Pronto!
Michelina è colpita dal tono duro della voce e tace.
LIA: Ma insomma!… Chi parla?
Michelina si decide a parlare.
MICHELINA: Michelina.
LIA: Ah, è lei… Ero sulla porta per uscire… La chiamo io stasera o domani… va bene?
Il microfono è abbassato.
33. Michelina adesso è seduta in cucina vicino alla finestra.
Sta caricando la sveglia e vediamo che sono le 14.
Sul tavolo ancora apparecchiato una tovaglia bianca, un piatto con la buccia di una mezza mela, mentre l’altra metà è vicino al piatto con una pagnottina intatta e con un tegamino coperto da un tovagliolo di carta.
Il gatto sta mangiando da un piattino in un angolo.
Il rumore di un aereo militare che sfreccia nel cielo.
Un’auto che arriva e si ferma sottocasa.
34. Michelina si alza e con calma minuziosa riassetta la tavola, lava il piatto, ripone pane e frutta e con la scopa pulisce sotto il tavolo.
Poi va verso la camera da letto, prende l’elenco del telefono e ritorna a sedersi in cucina vicino alla finestra.
Dapprima resta un po’ assorta quindi comincia a sfogliare le pagine; va avanti; torna indietro; finisce per fermarsi sulle prime, dove sono indicati i numeri dei servizi telefonici.
Legge con attenzione.
35. Dopo qualche esitazione si alza con l’elenco in mano e ritorna in camera da letto.
Appoggia l’elenco aperto sul letto, torna in cucina e trascina una seggiola vicino al telefono.
Siede quasi a riprendere fiato.
Si alza ancora una volta, si china sull’elenco, controlla la pagina con l’indicazione del numero per l’ora esatta.
Torna a sedere, alza il microfono, lo riabbassa, si alza in piedi, riprende il microfono in mano e con attenzione preme i tre tasti.
Un momento di pausa poi una voce femminile.
VOCE: Ore tredici e ventidue minuti… ore tredici e ventidue minuti… ore tredici e ventidue minuti…
Dopo un po’ Michelina depone il microfono sul comodino. La voce continua monotona e inflessibile la sua recita del tempo.
Adagio Michelina chiude gli occhi, li riapre; poi finisce quietamente per addormentarsi.
Ultima nota
Apologia delle piccole, anzi delle piccolissime cose (scelte, azioni, fatti) che si debbono fare, si dovrebbero fare. Subito. Picchio sopra lo stesso chiodo, quasi un’idea fissa, perché ben convinto che il tempo, e la situazione, con forza lo richiedono. Lo esigono.
Per riagganciare l’opera quotidiana di ciascuno di noi a una speranza di vita perduta e ritrovata.
Le piccole cose, dicevo; i piccoli atti, le giuste minute modeste ma necessarie conclusioni. Urgenti. A immediata disposizione della gente. Il complesso di queste ordinarie necessità, contrassegnate dall’urgenza, può in dettaglio essere esaminato con diretta esattezza nello specifico di una comunità delineata, delimitata e non sfuggente quale questa nostra bolognese. Realtà oggi molto stravolta e diversificata anche al confronto dei decenni trascorsi, così da disporsi come una cartina di tornasole per annotare le varie contrapposizioni. Di queste, con la presente nota, ne segnalo, cerco di segnalarne alcune.
È appena da ricordare che una città come Milano – che, dicono in ripetizione, è già in Europa – non ha depuratori per l’acqua potabile, è in questi giorni sommersa dai rifiuti sulle strade, eppure si era candidata per ospitare le prime olimpiadi del duemila. Anche Roma, con i terribili problemi di ogni genere, in ordine al traffico e all’inquinamento si è riproposta, senza tener conto che fra cinque anni sarà coinvolta nel terremoto dell’anno giubilare. Qua a Bologna si parla da mesi e mesi, si tratta e si opera accanendosi, sulla variante di valico, sull’alta velocità, sull’allargamento dell’aeroporto, sul trasferimento della stazione centrale; e si parla di migliaia di miliardi come noccioline. Senza tener conto che ognuno di questi progetti, a ognuno di questi progetti è sotteso un imponente problema cultura; una fondamentale scelta di prossima vita. La variante di valico è nient’altro, a parte il ciarpame delle vuote parole, che la scelta definitiva fra traffico stradale e traffico ferroviario, con la vittoria senza margine del primo. Le quattro ruote tempesteranno totalmente cielo e cuore d’Italia, nell’incubo dei cittadini; ma poco conta; ecco lì già pronte le imponenti tecnologie dei grandi costruttori per realizzare lo scempio definitivo dei progetti di tutela e di decoro esistenziale di una società che non vorrebbe perdere l’anima, oltre che la vita.
Ma Bologna, traboccante di denaro liquido, sembra oggi pervasa da una sorta di febbre quartana; suda ed è gelida; proferisce ogni giorno il programma imminente di progetti faraonici; intanto inzeppa problemi che non riesce più a tollerare, a sopportare.
L’università è come un corpo enorme nel ventre della città; ne snatura i problemi; ne esalta, ne stravolge le difficoltà. Camere d’affitto al minimo di cinquecentomila lire; centomila studenti, la dilatazione dei vari istituti a macchia d’olio nel centro storico. Lo scontro per le nuove sistemazioni alla manifattura tabacchi in via Riva Reno è la conferma di questa voracità, che non lascia scampo.
Intanto, le strade cittadine ridotte una gruviera; i vigili esistenti-inesistenti, fuori comunque di un servizio, quotidiano e puntuale, per i cittadini. Per il traffico, riscontriamo l’approssimazione delle varie soluzioni, sempre alla fine contraddette. Per i mezzi di trasporto pubblico, basterebbe una verifica reale sui nuovi mezzi, per avere la conferma della scarsa funzionalità di vetture pensate e realizzate a tavolino. Spazi ristrettissimi, porte che si aprono con violenza all’interno ecc. Stesso discorso per i nuovi cassoni ad uso della raccolta della carta. Per esempio: in via Marconi, prossimo al n. 11, uno è collocato vicinissimo alla fermata degli autobus, con l’imboccatura rivolta verso la strada, in modo che la persona scrupolosa rischia d’essere di continuo speronata; non solo, lo sportello che difende l’imboccatura, è durissimo e ha uno scatto violento, tanto da rendersi pericoloso per le mani.
Ma basti dire che il cittadino, in ogni occasione di pubblico servizio, è denominato, con burocratica indifferenza e spregio, utente.
Siamo a questo punto, di minutissimi sfracelli. E tanti altri potrebbero essere citati. Ma dicono: la città è già in Europa, nel mondo, è nel Duemila, è nel Tremila, perché perdersi dietro le inezie? Non da utenti, ma da cittadini, non ci perdiamo tuttavia d’animo. Restiamo con gli occhi aperti, in una Italia in cui non si governa ma ci si disperde a rendere primari sulla scena politica – è cosa di questi giorni – Bossi e Di Pietro.
Chi vivrà, vedrà. Senza rassegnarsi. Mai.
Carte d’Arte, anno VIII, dicembre 1995.
Venduta chiavi in mano
Parole se ne sentono tante; girano anche intorno alle parole, tenendosi per mano, che è un bel segno d’amicizia e di sani proponimenti. Ma detto questo, ed eletto un bravo autore di cinema ad esplicitatore delle carenze e delle necessità di questa parte, cerco di vedere le cose in dettaglio, nella pratica; per essere propositivo e fuori da ogni malessere dei sentimenti.
Ci rappresentano un mondo globalizzato, il che vorrebbe dire che dagli iceberg alle sabbie ardenti tutti devono ormai bere la stessa bevanda, sollecitati tutti dagli stessi identici bisogni. Invece no, un miliardo di prepotenti premono per portare al loro servizio come consumatori abituali sei miliardi di dannati della terra. Ora, essere ben mescolati fra costoro e schierati con loro, è il primo impegno di necessità, di rigore e di verità. Possono dunque frastornarci giorno e notte, ma noi siamo già organizzati per non ascoltarli, o almeno per non essere asserviti e costretti a bere per scelta irreparabile l’infernale intruglio. Guardateli infatti costoro, e i politici loro sodali, impegnati esclusivamente in una girandola quotidiana e infernale di viaggi banchetti pranzi convegni conferenze, in un interminabile parlottio senza peso e misura, senza un briciolo di verità e di partecipata passione e attenzione.
In una società che da anni parla di finanza e soltanto di finanza, di tasse e soltanto di tasse, di aggravi fiscali e di sgravi fiscali, in cui si è passati da un partigiano per presidente a un banchiere per presidente; in questa società, da tempo, non si sente proporre una diminuzione nelle spese militari. Tagli alle pensioni, sì; tagli all’assistenza medica, sì; tagli laceranti allo stato sociale, sì; mai all’acquisto di un carro armato, di un solo schioppo, di una pallottola. Ebbene, questo mondo si può concretamente combattere, cominciando a disprezzarlo: indecoroso, offensivo, irrespirabile; poi affermando di volerlo altro, diverso e precisando da che parte volerlo vivere.
Accanirsi contro Berlusconi serve a poco; poiché sappiamo e vediamo che procede come un elefante, trasportando ogni peso e offrendo, di volta in volta, qualche sorpresa. Blair a Roma, ad esempio, che gli stringe forte la mano. Chi l’avrebbe detto? Mentre la sinistra per scuotersi ha bisogno delle urla di Nanni Moretti. E di votare compatta (quasi) per il ritorno del rimasuglio dei Savoia.
La sinistra al potere, in verità, poco aveva fatto, pomiciando con l’avversario, per assestare un colpo definitivo al castello bene armato del potere comunicativo berlusconiano; mentre vilipendeva con micidiale incoscienza (o leggerezza) il proprio di strutture comunicative sui singoli territori.
Perciò batto e ribatto, da anni, su un punto: che Bologna è stata persa (direi regalata) non qua a Bologna ma là a Roma. Dove non hanno più neanche una matita o un giornale o una rivista su cui scrivere anche solo la nota della spesa.
La vicenda di Bologna è ancora fertile di insegnamenti se non stiamo qui a rimpiangere qualcosa, ma a interrogarci su qualcosa, in ogni senso, con una certa urgenza, molte acute perplessità, alcune radicate convinzioni.
Se ripenso a quei giorni del giugno 99, ripenso alle telefonate degli amici lontani che dicevano ho pianto. A che serve sopportare troppo a lungo il sentimento amaro di perdita per qualcosa che era del singolo e di tutti? Di ognuno, secondo la propria storia, la propria avventura, la propria generazione?
Dopo la sconfitta, i responsabili ci hanno detto: dobbiamo tornare a parlare. Ma di cosa? E come ci si può sentire compagni di viaggio di persone che il recente potere ha limato distratto omologato. E che senza linguaggio, hanno affidato ogni comunicazione al comodo rapido e gratificante canale televisivo – che, fra l’altro, neanche gli appartiene. Credo fermamente che per cominciare a scuoterci dalle fondamenta dopo il collasso epocale che ci ha travolti, occorra rifondare per intero il nostro sistema di comunicazione, deflagrato. Ad esempio (e non è una battuta): una colletta nazionale – come un prestito di guerra negli anni 15-18, perché questa è una guerra – per avviare o acquistare una televisione (quante occasioni perdute finora) e poi un nuovo giornale. Sarebbe già un modo pratico concreto per riconoscersi, per contarsi, per essere sul serio partecipi e presenti. Riprendere fra le mani, per pubblica utilità, un capitale di strumenti di comunicazione che un tempo c’erano e che gli eredi sciagurati hanno dilapidato al casinò della storia, precipitandoci in tristi eventi.
D’Alema, sul quotidiano fondato da Antonio Gramsci, il 5 luglio 1999, affermava categorico: Non abbiamo smarrito le nostre radici. No! Radici e intero tronco sono stati buttati alle ortiche, accatastando sul carro del robivecchi tutto il mobilio dei piani nobili e della cantina. Le elezioni di Bologna si sono trovate nel bel mezzo di quella rottura dei vincoli tradizionali, storici, di riferimento sociale. Tanti si sono sentiti sperduti. E tante domande, sulle tappe che hanno portato a perdere questa città, non hanno mai trovato una risposta chiara: 1) perché l’unico, autorevole candidato a sostituire il sindaco uscente, aprì all’improvviso la porta trasferendosi altrove? Come se il cardinale di Milano, senza preavviso, poco prima di un conclave fosse passato ai Valdesi; 2) perché la successiva caotica ricerca di un candidato ha affastellato nomi sfuggenti, come se la più grande federazione rossa d’Europa stentasse a rintracciare uno straccio di nome presentabile?; 3) perché il sindaco uscente, mentre ancora i numeri saltavano a notte fonda, e noi incollati al televisore, teorizzava con tranquillità l’utile evento dell’alternanza, senza manifestare il minimo tremore? Eppure si stava non solo chiudendo un lungo ciclo, ma trasferendo su piatti d’argento (appena un poco appannati) la città capitale europea della cultura per l’anno Duemila, in attesa di ricevere ospiti, giornalisti, televisioni di mezzo mondo. Era già così profondamente congelata la rassegnazione?
Di domande ce ne sarebbero altre, molte altre, ma una prima verità è che la parte rossa o rosea di Bologna era già rimasta senza bocche e senza mani. Muta e cieca. E che a quell’appuntamento elettorale ci si era presentati disarmati, con un programma in cui brillavano le solite promesse generiche.
Tale marasma frastornante proviene in primissima istanza dalla perdita di un linguaggio che non è più stato restaurato da decenni, e che come una vecchia pergamena raggrinzita si è coperto di polvere. È ridicolo pensare che basti soffiarci sopra. Le parole della nostra parte non sono più pietre, su cui scrivere frammenti di storia che le stagioni non levigano, ma smozzicati frammenti di vetro affumicato; neppure tagliente.
Parleremo ai giovani, ho sentito promettere; parleremo con i giovani. Ma come? Allestendo l’ennesimo concerto rock? Senza veri strumenti di comunicazione allargata e costante, come riuscire a coordinare e ad avvincere la terribile solitudine e la drammatica indifferenza dei giovani?
Se i giovani ci smentiscono, se non sanno le cose, è sempre colpa dei giovani, che sono svogliati cinici ignoranti possibili delinquenti. Così affermano spesso gli anziani, i vecchi, che sono invece ben invogliati, pieni di premure, mariti fedeli, padri esemplari, lettori di giornali e di libri, tutelatori della privata e pubblica morale, cittadini attenti, politici incorruttibili, amministratori che non intascano una lira… Noi vecchi siamo ignobili e disperanti, nella nostra impietosa arroganza; e ogni colpa, anche la più minuta, dovremmo addossarcela sulle spalle. Sarebbe un primo attimo di respiro e di autentica pulizia.
Abbiamo commesso degli errori ma votateci lo stesso. Ecco la proposta boomerang, ai tempi delle elezioni bolognesi. E non sono io a dirlo, ma i torquemada scesi da Roma dopo il voto, a seppellire e sancire il suicidio diessino sotto le Torri. Si sono accomodati a spiegare che era stato un errore aver avuto la puzza sotto il naso, per quello che pensavano gli altri. Ma quali altri, dico io? Vorrebbe dire che si era avuto qualche pensiero proprio, mentre era già tutto un rincorrere, un ricalcare, un proporre, un offrire, un chiedere. Come chi, per non lasciarsi inzuppare fino al collo, ha bisogno di un ombrello altrui, e di buone parole.
Sentendosi le gambe di gesso, qui a Bologna, era tutto un tremolare di pelle aspettandosi il peggio. La debolezza e l’equivoco bolognese sembra a me il calco di una terrificante debolezza generale, non si dimentichi che quella sconfitta è venuta con la sinistra al governo, a Roma. Dove la sconfitta (ripeto) è nata.
A che serve il governo se non si sa indicare una rotta, che mondo voglio avere, in che mondo desidero vivere adesso, quale mondo per i miei figli domani? Il semplice cittadino, dopo avere ascoltato (se l’ha ascoltato) il dalema-pensiero, appoggiato per intero a un ottimismo inconcludente, il semplice cittadino finiva per incontrare una realtà cruda e violenta, il libero mercato forsennato, la foresta sociale libera arena per scontri dopo i quali sopravvivono solo i più forti o i più furbi; una realtà angosciosa, cinica e avara. È a Roma il cuore del problema. Di questo problema. Che, temo, con quegli uomini, irrisolvibile. Non c’è fra questi un Di Vittorio, un personaggio di riferimento immediato, di affidabilità senza ombre
Abbiamo assistito sgomenti a una pratica autodistruttiva esercitata con ossessiva voluttà, molto simile a scene di opere wagneriane: una fame di scancellazione, di annichilimento, di rigetto infuocato di ogni memoria e di ogni correlato legame con il futuro. Il più grande partito della sinistra, dopo la sconfitta di Bologna ha celebrato un congresso vuoto di passato e di futuro, con un gran ciancicare di libertà. A costoro manca il nerbo, la forza morale e intellettuale di un Di Vittorio, la convinzione profonda e drammatica insita nelle idee e nel sangue, che il comunismo è libertà. Che la sola libertà è non in questa decrepita democrazia sopravvissuta per il giuoco della sorte alle sue stesse vergogne, ma nel lavoro politico per liberare il mondo dalle catene della povertà più nera e ridare a ogni individuo la dignità del proprio destino – e questo, questo solo, corrisponde alla vera unica reale libertà. Bene struggente e infinito. Così che agli eredi di quello che era il più grande partito popolare d’Europa, si deve obiettare che il comunismo è vera libertà, se comunismo è inteso, come va inteso, sentimento e opera di vicinanza partecipata con chi ha bisogno, con chi ci chiede aiuto, con chi non vuol restare solo e sperduto, con chi vuole uscire dal fango della miseria.
Il vecchio PCI è scomparso nei gorghi di un ciclone patito con ossessionato timore, con viscerale paura tanto da esserne travolto. Oggi sembra di essere surfisti sciabordanti sulle onde di un oceano infuriato; anche il più abile campione ha bisogno di avere sotto i piedi una tavola che lo possa trascinare adattandosi all’ordine perentorio dei piedi. Ai surfisti della politica italiana mancano appunto le tavole sotto i piedi, così devono cercare di scivolare a pelle viva, affannando prima di essere risucchiati dall’onda. La tavola, in questo caso, dovrebbe essere dentro la testa, a sostenere una visione personale del mondo, una scelta di vita, il modo di poter entrare con convinzione nel prossimo futuro dicendo: le strade sono molteplici e caotiche, io perseguo questa e a questa mi attengo. Con determinazione. Tutto il contrario della smania di adeguamento, dell’impegno inesausto a rincorrere l’avversario.
Io non credo, non lo credo davvero, che altri Paesi siano migliori del nostro; ma hanno maggiore compostezza nel capire l’ordine delle normali magagne, più rispettosa convinzione nelle strutture sociali di base, e una memoria storica non ancora completamente usurata, livellata dallo sfascio dell’indifferenza, della trasandatezza, della strafottente ignoranza generale.
La democrazia è un gran brutto affare e per esercitarla, tutta intera sul campo, essa è costretta a sopportare e costringe noi a sopportare una fatica del diavolo; essa richiede partecipazione e sofferenza; dedizione e convinzione. Quella che vediamo girarci fra le gambe è invece una vecchia cavalla azzoppata, carica di zecche, febbricitante scatarrante e avvilente. Solo i politici senza estro ma dai mille interessi possono sguazzarci dentro, ammonendo profetando inquisendo promettendo, in una sorta di frastornante vaneggiamento. Invero, il sistema oggi in atto è scopiazzatura quasi scolastica (da sbirciatina furtiva oltre la spalla del compagno) del gran rombo americano, in cui c’è dentro tutto e il contrario di tutto. Bologna era una cosa diversa. L’Europa era una cosa diversa. Ma oggi l’Europa segue a ruota ciò che l’America comanda. Come stupirsi che le sinistre, in tutta Europa, perdano colpi, perdano voti?
La sinistra, oggi, è nuda e cruda, non per il rigore di scelte difficili compiute per la giustizia, ma per avere dilapidato tutto un patrimonio radunato sudore con sudore, da generazioni di donne e uomini che credevano di ottenere con la lotta e la partecipazione e il sacrificio una vita di libertà dignitosa. Lottavano per la dignità delle persone. E non per essere intruppate in una società globale che lascia aperto, per la speranza, solo il listino di Borsa proiettato sul video.
Per alcuni decenni, la buona società umana ha agito e sperato di riuscire a ripianare i dislivelli vergognosi fra ricchi e poveri, e a rilasciare il beneficio della dignità e della buona speranza anche ai miliardi di essere umani abbandonati da sempre all’inferno. Ma oggi, ieri, domani, con un fiato luciferino sopra le spalle, abbiamo capito che tutto quel fermento è stata una particolare struggente utopia; e che solo il regno della turpe avidità ha trionfato. Rubano i bambini per venderne gli organi, lucrano migliaia di miliardi con il traffico dei rifiuti, mari e fiumi ridotti a cloache, le città lustrate come meretrici in certe zone affondano nella melma appena svoltato l’angolo. E tutto il mondo è sulla strada di diventare un solo collegato tappeto mobile su cui doversi attestare e correre per tentare di allontanarsi, senza speranza, dalle sconfitte brucianti.
Migliaia di bolognesi, milioni di italiani stentano e non hanno più alcuna copertura politica, perché sono stati dimenticati rifiutati mal sopportati. Nel mare senza scialuppe dell’emarginazione, si affanna una umanità sempre più numerosa che è senza lavoro, senza presente, senza futuro, e addenta il mondo come si addenta un osso.
È proprio tutto nero e perduto? Tutto negativo, da scancellare, con fastidio, nella parte convulsa e iraconda contrapposta (che vorrebbe contrapporsi, mescolandosi e sbriciolandosi) al macigno di destra, che meriterebbe ben più durezza e profondità e novità riflessiva e argomentativa, superando le pagliacciate dei comici dozzinali e dei conduttori tv buoni per tutte le stagioni? Tutto è dunque nero, sporco di acredine e secchezza, rannuvolato e accidioso? E se sì, allora che fare? Dove stare?
Ancora una volta dobbiamo guardare i cassetti completamente vuoti, pensare e decidere che quel che conta, specialmente in questo momento, è il rispetto mantenuto e difeso per noi stessi e per la memoria di quanti (oggi dimenticati o solo rimemorati nella retorica di qualche interessata celebrazione), giovani e anziani, uomini e donne, con uno straordinario atto d’amore consegnarono la propria vita e il proprio sangue al vento della libertà e della vera giustizia e del vero futuro. Continuiamo ad arrovellarci non in semplice attesa, anche se pochi abbandonati e disperati. Disperazione della ragione adirata, si intende. Perché la rabbia della vita e delle idee ancora ci assiste e non la smetteremo fino all’ultimo giorno.
Bologna, oggi, chi è? Dov’è? Nel carnevale solo squallido e neppure irritante da quarta quinta repubblica, annegata in una prosopopea e in uno sfarzo da decadenza bizantina, la insigne città di Bologna è mescolata, con una maschera in viso, a cento altre a lei simili e si è spersa; senza un numero sulla schiena non la sapremmo riconoscere. È questa? È quella? Piroetta o si è assisa?
I poveri restavano poveri
Secondo me il neorealismo è segnato da questa contraddizione e da questo limite: assunse le masse popolari non come protagoniste di storia o della storia (quella che raccoglieva il carico grande degli anni di guerra e di resistenza) ma come ancora legate, nella realtà dura, alla trafila delle rivendicazioni tradizionali, cioè a una sorta di orgasmo sociale molto caratterizzato ma sempre all’interno delle determinate strutture. In altre parole: il neorealismo vide i poveri come categoria non come classe (o la classe) e intese rappresentare la povertà come istituzione non come cultura – non con la sua forza nuova ma con la sua disperazione vecchia. Da ciò lo sforzo e la fatica (che magari erano di un impegno fervido e sincero, come si diceva) nel ricuperare a questa descrizione ornata la gente minuta e la necessità della fame. E tuttavia il neorealismo, sempre a mio parere, proponeva un discorso non per spiegare i poveri (o la povertà) ai poveri ma per rappresentarla e raccontarla a noi, agli altri, alla borghesia che stava ricomponendo o sciupando le nuove occasioni. Era dunque una ennesima estrapolazione di determinati elementi narrativi da un contesto sociale invece che il tentativo di una partecipazione e di una interpretazione globali con tutti i rischi relativi e le relative conseguenti tensioni. Spiegando i poveri a noi, cioè a questa borghesia, ci si rassegnava a lasciare intanto che i poveri restassero poveri e si conferiva soltanto il discorso illustrativo, o il soccorso, di una parziale e sia pure meditata commiserazione. Esportando questa iconografia dei nostri mali si riuscì a strabiliare il mondo con la novità di un linguaggio, certamente (ed era quel mondo che stava riorganizzando, con cura, nuove e più lucide aggressioni), mentre da noi, ascoltando sia pure in forma concitata questi fiati simili a prolungati sospiri, la classe di potere si avviava con premeditazione e con una solerzia organizzativa (da lasciare di stucco, a distanza di anni, chi ne esamini gli schemi) a eseguire il genocidio della cultura contadina, la soppressione a ferro e fuoco, sì a ferro e fuoco, della sola cultura alternativa realmente in movimento e carica di un potenziale di lotta che si esprimeva ogni giorno in scelte e azioni. Genocidio perpetrato sotto gli occhi di tutti in una indifferenza – tranne pochi casi – pianificata (la chiamerei: gelida e astrale). I massacri dei sindacalisti siciliani a colpi di lupara, i massacri dei braccianti occupatori di terre venivano recepiti come echi sbiaditi, echi di una vicenda marginale; era ancora una volta il nord delle grandi sacche e delle grandi città che privilegiava lo sdegno pubblico. L’equivoco del centro-sinistra è stato la conclusione di tutta l’operazione e di questo lungo periodo; la chiusura di un cardine, mentre ci si preparava a riaprirne un altro, contemporaneamente al momento della seconda ristrutturazione del capitalismo, o del neocapitalismo, in questo dopoguerra. Questo momento coincide col passaggio del testimonio, come in una corsa di velocità, dal neorealismo alla neoavanguardia; mentre nel periodo che è oggetto del discorso la nostra cultura si dedicava a indagare sul proletariato o sottoproletariato urbano, sui circondari ancora abbastanza spogli e magari ancora abbastanza verdi ma in via di consunzione, delle grandi città del nord; ed era sorda, e sorda rimaneva, al galoppo cupo dei bisonti che cominciavano a scatenarsi nelle praterie del sud risalendo il paese. Questo esodo biblico (e centrale nella storia d’Italia) non è stato neppure registrato; è stato (con un’arida parola) disatteso.
Certamente il neorealismo che è nei libri o nelle cineteche è un cesto dorato (e molto onesto) di buonissimi sentimenti, di tenerissime lacrime e di qualche legittima e acuta durezza. Non lo discuto. Eppure a me sembra che l’errore di quegli autori di opere sia stato di non aver mai messo in discussione le strutture e di aver cercato soltanto di scuotere le sovrastrutture così come si scuote un albero. Non un’operazione di scavo profondo, quindi, ma di disturbo, o di sorpresa. Era utile certamente anche questo, e poi in quel modo sorprendente (qualche volta); ma il popolo non era protagonista e autore, era solo il personaggio, era documento, era magari «cuore». Le sue pene erano «quelle» pene, il suo soffrire era quel suo magro soffrire. La società che raccoglieva questi mali esemplari ricominciava a covare la sua nuova e tetra reazione. Io non rivedo volentieri i film di quegli anni e ricordo soltanto, per me, il gran vento gramsciano (autentico, nazional-popolare) di Paisà. Mi pare questo il solo momento in cui il popolo è autore. Tutto il resto è dramma serio, non è tragedia nuova.
Bianco e Nero. Quadrimestrale del Centro Sperimentale di Cinematografia, n. 9-12, sett.-dic. 1975.
Se uomini
Naturalmente ci si rallegra quando si supera, con buon margine di consensi, un ostacolo. Ma subito dopo, passata la prima euforia, è necessario calcolare il tipo, il genere, lo spessore dell’ostacolo appena superato. Ed è da dire, allora, che l’ostacolo che si opponeva qua a Bologna non era poi tale da far tremare vene e polsi, anche se una sottile gelida vena di preoccupazione poteva essere suggerita e alimentata da inquiete incertezze e contraddizioni all’interno della sinistra.
Queste incerte inquietudini e le latenti contraddizioni a mio parere permangono; e – come inciso – si trasformeranno in un serio malanno al momento delle elezioni politiche, viste o intese come un ferro rovente che brucia le mani. Ma aspettiamo.
Qua a Bologna, dicevo, il dissesto politico è serio ma non è ancora il marasma generalizzato e angosciante che inquina la politica di Roma – dove assestamenti pericolosi e vergognosi sono già in atto – ed il prossimo risultato, a mio parere, sarà il ricompattamento dei vari tronconi della vecchia opprimente DC; ora in peregrinazioni svariate su onde di fiumi.
È tuttavia serio, qua a Bologna. In quanto sembra che preminente sia l’euforia programmatica per i prossimi obiettivi che se realizzati incideranno sull’assesto territoriale ulteriormente e terrificatamente deturpandolo; insieme, disponendosi come una ennesima ma macroscopica contraddizione in essere. In quanto «Variante di valico» e «Alta velocità» significano scelte programmatiche che confermano determinate e profonde sconnessioni culturali nel rapporto con le esigenze del territorio e della società, che sono ad esse in precisa e netta opposizione.
Vale a dire, non una scelta sia pure discutibile ma precisa che privilegia la ferrovia sulla strada o la strada sulla ferrovia; invece una scelta che tende a privilegiare entrambe, contribuendo a intorbidare in misura ancora più sconvolgente il nostro sistema di comunicazione stradale e ferroviario; già condizionato – con disastro non più rimediabile – da previsioni e scelte legate a interessi finanziari ben precisi, in collegamento con la insipienza di tante piccole amministrazioni, anche solo scollate dalle sollecitazioni di fondo delle nuove convinzioni culturali.
Cercare di riuscire a tirar fuori da questa pratica argomentativa di cemento, disboscamento e bombardamento ecologico la nuova amministrazione che abbiamo concorso col voto ad eleggere e prevalere, sembra il primo compito di ogni buon cittadino. In quanto la sinfonia del mattone trionfante è stata per cinquant’anni la musica di fondo di tutti i governi nazionali precedenti; e lo sbocco conclusivo di ogni carnevale elettorale. Sicché, non dimentichiamolo mai, l’Italia oggi è decapitata e stuprata in mezzo alla maggior indifferenza e a una continua rapina.
Gli eroici difensori ambientali, comunque collocati, sono una minoranza, nell’impegno di gridare per svegliare i dormenti; mentre i predatori scannano e devastano.
Puntare su opere faraoniche, mentre dovrebbero essere affrontati problemi evidentissimi di sollievo immediato, sarebbe la conferma di una sottomissione alla sorridente astuzia di una speculazione che aspetta solo il fischio per scattare. Sotto lo sventolio della bandiera, o delle bandiere, di Bologna per il Duemila o del Duemila, si nascondono – ma neanche troppo – le stesse mani che hanno annientato città e periferie italiane nel corso degli anni.
Ci avvertono ancora: via la stazione, lì nuova edificazione, la metropolitana, là un eliporto; buchiamo, mangiamo spazio, stravolgiamo la città. Perché questa nuova aggressione? Non basta che le strade cittadine siano tutte un cantiere e le gru, ammassate, più numerose delle torri dell’anno milleduecento? Ma le torri si bruciavano, via via, ripulendo rinnovando la città mentre le gru di oggi tendono a seppellirla per sempre. Non più rossa ma bianca di piccola vergogna. Se queste scelte verranno consumate.
Si può dire adesso che siamo e stiamo in attesa; anche in merito al terzo dei grandi problemi in atto; cioè all’alternativa fra pubblico e privato. Le risposte sono davvero determinanti; perché si rivolgono a noi, precisando cosa vogliamo essere nella realtà «effettuale» dei prossimi decenni, nel prossimo secolo. Se uomini oppure piccole belve intruppate.
Carte d’Arte, anno VIII, giugno 1995.
Commento per Arlecchino. Anzi, per Pulcinella
A proposito della dolorosa vicenda degli scolari bolognesi intossicati con i cibi elargiti dalle mense comunali, un quotidiano importante intitolava la pagina: «Vitali in salmonella»; così esplicitando in diretta l’appiattimento generalizzato di un giornalismo, quale è quello vociferante in Italia, che ha perso ogni contatto con il rigore degli avvenimenti della nostra società, e si è diluito e disperso dietro un formalismo polemico sempre più acido ma sempre più sciatto e meno mordente; smarrendo l’efficacia sostanziale del linguaggio, la giusta severità che è al seguito della chiarezza e dell’esattezza dei dati, allo scopo finale di arrivare ai responsabili, se ci sono, per evitare che situazioni infauste possano poi ripetersi. Così, invece, si scaraventa tutto con precipitosa indifferenza nel calderone della quotidianità più rissosa o più perversa, aspettando che il giorno seguente aggiunga nuovo fiele, altro livore, stravolga magari di nuovo le prospettive, oppure proponga nuovi disastri o altri episodi da perseguire gridando urlando intitolando, in totale dimenticanza dei precedenti episodi subito archiviati.
La verità è che in questo imperversare di grandi pulizie avviate da tempo e sempre più inesauste e proliferanti, tanto da sembrare senza fine, fra i grossi implacabili poteri che ci sovrastano, il regno dei giornalisti si è trovato protagonista, fustigatore a più mazze e mai toccato, neppure sfiorato da occasioni di scandalo e quindi si sente autorizzato a legiferare liberamente in materia di morale e a distribuire ogni giorno gran quantità di scrittura ammaestrevole, per ripulire i cuori dei lettori e rifornirne la mente.
Sia come sia, la mia impressione di lettore assiduo in varie direzioni e insoddisfatto in varie direzioni, anzi sospettoso in tutte le direzioni, è che nella foresta della stampa sia tuttavia in corso una lotta fra bande, oscuramente svolta e di cui noi ignoranti percepiamo solo ogni tanto il baluginio delle alabarde; e che in sostanza ci sia poco da fidarsi di tutti, in questo momento. Leggere molto si deve, ma dimenticare molto è un altro susseguente impegno. Nella questione molto dolorosa, anche politicamente, della salmonella, il sindaco di Bologna è stato dunque tirato in ballo, come il primo responsabile. Mentre è il meno responsabile di tutti. Non si dimentichi che sono già cominciate le vischiose diatribe, incongrue e poco decifrabili per il momento, collegate alle elezioni comunali di primavera. È vero, invece, che la Giunta della città, da decenni è uscita indenne da ogni recriminazione almeno, e intanto, per il campo dell’assistenza pubblica pianificata, e scolastica in particolare; avendo allestito strutture operative d’appoggio di indiscutibile modernità e correttezza.
Anche se esposto come personaggio, primo fra tutti e immediatamente identificabile, da colpire, il sindaco non può avere responsabilità diretta né può essere chiamato in correità sia pure dietro la spinta di un’emozione pubblica non più controllata per la vicenda esplosa.
In causa immediata, sempre a mio parere, e per questa vicenda deve essere richiamato l’assessorato responsabile del servizio; e l’assessore in carica, avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni. Almeno per sancire senza un attimo di incertezza la presa di responsabilità dell’amministrazione, confermandone nel contempo la preoccupata partecipazione. Ho letto che sono stati inviati, da questa parte, solo auguri vivi a studenti e genitori.
È un bene che la vicenda si vada ricomponendo nell’attenta normalità del buon governo di questa città tormentata, difficile ma anche sempre attenta – buon governo riconosciuto, al fondo, anche in mezzo alle polemiche, dalla maggioranza dei cittadini coinvolti nell’episodio – ma è giusto sottoscrivere l’impressione che sarebbe stato un gran bene, se quanto è accaduto non fosse mai avvenuto.
Le cicatrici, con rapporto del giornalismo elucubrante retorico acido e sparagnino, sparpagliato nell’inseguimento non dell’ordine giusto e della verità da rispettare ma della confusione dissacrante per mescolare tutte le carte; le cicatrici, dicevo, tarderanno a ricucirsi e arriveranno fastidiose fino all’impatto delle scadenze elettorali prossime. Come si voleva.
Sta nella buona intenzione e disposizione di chi non intende sottostare ancora una volta ai giochetti allestiti dalla politica invelenita anche sulla pelle della gente, cercare di trovare e difendere un giusto atteggiamento di fronte alle cose che dovranno accadere e dovranno trovarci protagonisti; scegliendo nella pazienza operativa (che non sia travolta dall’orgasmo di raggiungere o mantenere i risultati ad ogni costo) i rapporti utili e durevoli; evitando le giravolte estemporanee, che si consumano in un baleno; anche se sembrerebbero le più adatte e confacenti a questo periodo degno di Pulcinella. Sciocco e approssimativo a vederlo in faccia e a sentirlo gridare; ma ferocemente umano e consapevole a sentirlo commentare a bassa voce; a giudicare le cose.
Fossero eguali, a questa parte buona e reale non della maschera ma degli uomini inchiodati nella realtà, anche i politici, anche i giornali. Guadagneremmo in tempo e in fiducia.
Ma quando mai?
Carte d’arte, anno VII, novembre 1994.
Ripartire dalle città
Per due volte abbiamo visto negli ultimi tempi un gruppo di sindaci di citta italiane alla televisione (in dibattiti televisivi), e una volta erano tutte donne appena elette in sedi grandi e piccole della Sicilia, e la seconda volta erano tutti uomini eletti in città molto grandi o medie dell’Italia settentrionale; e queste due volte; direi, anzi, queste uniche volte, il dibattito è risultato finalmente in profondità stravolto e diverso dall’orrido indecifrabile, odioso, squallido, ripetitivo, aggressivo interloquire dei politicanti in funzione attiva. Un esempio utilissimo di serietà operativa, di chiarezza esplicativa, di realismo collocato dentro alle cose; ben dentro alle necessità immediate dei cittadini di ogni colore.
È stata una concreta meraviglia, che mi ha fatto ricuperare un po’ di fiducia nel prossimo futuro, schiarendolo da quel grigiore assoluto.
Ripartire dalle città, dalla città, era uno dei principali punti di riferimento metodologico nelle discussioni. E partendo da lì, o da qui, puntare con le buone opere (che convincono molto più delle buone parole) ad allargare con meditata costante fiducia e attività la coalizione democratica che deve andare oltre l’unione dei progressisti; dovendosi porre e proporre il risultato finale di governare anche a livello nazionale.
Ma intanto «la Città» deve diventare il contenitore definitivo e direttamente visibile non di esperimenti ma di quotidiane soluzioni e realizzazioni. Soprattutto, intanto, in merito ai temi e
ai problemi della solidarietà. Cioè la socializzazione orizzontale, che si allarga e propaga ad agganciare ogni soggetto in difficoltà e in legittimo bisogno; come un obbligo e un impegno di tutti, per riconoscersi nelle scelte totali di vita, e non come elargizione pietosa per distogliere dagli occhi, e dalla coscienza, un soggetto lacrimoso, una fastidiosa inquietudine.
Questo programma, o queste varie parti di un programma davvero implicante e complesso, erano formulate e identificate, in contemporanea, anche con il vigore di una partecipazione emozionale dei singoli molto decisa. Avevo avuto il beneficio di una identica impressione anche durante l’incontro dei sindaci siciliani. Dieci, per lo più donne giovani, aggraziate e di un eloquio esemplare. Subito attente, per abitudine si vedeva, ad andare al cuore dei vari problemi urgenti e, per tutte, quasi comuni.
Da ciò, per l’attento e inquieto cittadino, troppo spesso tartassato da un qualunquismo operativo banale e da una violenza amministrativa dello Stato grossolana ma implacabile che lo travalicano e lo sommergono senza nemmeno considerarlo; per questo cittadino, ripeto, che intanto potrei essere proprio io, e poi un altro e un altro ancora, si ricava una buona speranza non amara. Certo che tutti dobbiamo collaborare senza sosta, perché se è giusto ribadire con fermezza i buoni diritti è altrettanto impellente esercitare i buoni, ancorché pesanti, doveri.
P.S. Ecco dunque una precisazione in riferimento alla città, oggi: essere cioè il contenitore non eludibile delle nostre immediate e vitali necessità; e l’unica possibile, fruibile porta aperta per il nostro futuro. O, più direttamente, per quello dei nostri figli, nipoti, pronipoti. Non essendo più il tempo per ciarlare e per rimandare.
Carte d’Arte, anno VII, maggio 1994.
A Roberto Roversi, amico de “ilfilorosso”
Roberto Roversi ci ha lasciati. Come era nel suo stile – di combattente ostinato, quasi timido, senz’altro riservato – ci ha lasciati senza volere saluti, grazie, feste, pianti e commemorazioni di alcun genere. A differenza del suo vecchio amico Lucio Dalla, che ha riempito San Petronio e Piazza Maggiore, se ne è andato via dalla sua Bologna e dal nostro mondo senza clamori, arretrando solo per motivi di forza maggiore (età, malattie) dovendo centellinare col tempo le sue presenze.
Persona di altri tempi, gentilissima ed educata, avvezza a dare del lei anche a un giovane, viene ricordato di solito per la sua militanza in Officina assieme a Pasolini, per essere stato il direttore di Lotta Continua e, appunto, per i testi di alcuni tra i più fortunati dischi di Dalla. A noi piace ricordarlo anche per altre cose che lo hanno impegnato senz’altro per più tempo e più anni della sua lunghissima attività artistica e critica: la cinquantennale tenuta di una libreria antiquaria in Via dei Poeti, la partecipazione a un progetto editoriale alternativo fatto di ciclostili, di fax, di autoproduzioni, e la collaborazione quasi trentennale con il nostro filorosso.
A ilfilorosso, da quando vi si è avvicinato, non ha quasi mai saltato un numero, auspici i suoi amati numi calabresi Tommaso Campanella e Giordano Bruno; a ilfilorosso ha dato in anteprima la perla de L’Italia sepolta sotto la neve; ha contribuito in modo decisivo alla delicata esplosione della vena poetica di Francesco Graziano; ha fatto da riferimento continuo alla Rivista, fornendole sempre un contributo vigile, attento, critico, ma mai freddo, al contrario appassionato e quasi furente. Nell’anno della malattia di Francesco Graziano le sue telefonate a Francesco e a Gina erano pressoché quotidiane, ascoltava, confortava, suggeriva. Anche sull’ultimo numero della Rivista è stato presente e ci ha fatto dono di una lunga intervista, a mia firma e frutto della comune amicizia con Salvatore Jemma, altro grande amico de ilfilorosso e che gli è stato vicino fino alla fine. Con Roberto Roversi se ne va via un pezzo di Bologna, un pezzo della storia letteraria e politica d’Italia, un pezzo de ilfilorosso – si chiude veramente un periodo. Adesso, dal Cielo in cui non credeva, potrà osservare le nostre fatiche e i nostri sogni e cercherà di suscitare in noi quella costanza, quel coraggio, quello stare sul pezzo che gli ha permesso di non arrendersi mai e testimoniare sempre la fedeltà ai valori dell’intelligenza e della passione civile.
Mare forza nove
Questo è un momento brutto della storia del mondo; ma attenzione, mi dico, perché siamo in piena corsa verso qualche cosa di pessimo. Anzi, già ci siamo dentro, in questo paese di Pulcinella.
Un pessimo che si vede e non si vede, come il cadavere di un annegato, ma la cui vera sostanza ci viene ancora negata. Noi, adesso, dobbiamo solo intravedere e non ancora sapere; spaurirci insieme e molto indignarci, dato che chi amministra il mondo sa bene che l’indignazione pubblica è un cestone senza fondo e aiuta ad arrotare solo i denti, come fanno i cagnoni dei pastori.
La verità è che la destra è tornata alla grande in Europa e si sta squamando in cento in mille rivoletti, i quali via via si conformano, adattandosi per tattica ai vari casi. Qua da noi si copre ancora il volto con la maschera di personaggi abbastanza andanti e senza retorica, eppure anche costoro, in rari momenti di verità diretta, svelano gesti bruschi che fanno rabbrividire. Mentre la sinistra ancora una volta, come sempre càpita nei momenti di diretta ed esemplare necessità, è dispersa, oscillante, incapace di rassodarsi, anche solo per un momento.
Così che nessuno, credo nessuno con la testa sul collo, può avere e può fare oggi (contrassegno questa nota in data domenica 14 marzo) una qualche previsione del futuro, e sul futuro. Né, soprattutto, può farne una buona. Come se fossimo in guerra? Sì, come in una guerra; ma in una disposizione più ambigua e più difficile, più complessa, quindi anche più dolorosa in ordine ai sentimenti e alle speranze. In quanto in una guerra si presume, dopo lo scontro e i sacrifici spesso terribili, una qualche vittoria che sia conclusiva del male e non sfavorevole ai propositi enunciati.
Ma qui, da noi, nel correre di questi giorni, c’è poca gente affidabile, nessun carisma particolare, e idee di pratica politica e amministrativa che sembrano palloni tanto leggeri da scoppiare in mano ai bambini. Il nuovo oppure il meglio che dovrebbe sostituire lo stravacco ancora incombente dal passato, ha la faccia modesta irosa, surgelata di Bossi o del cavaliere di Segrate, pura periferia della storia (Bossi sta a Guglielmo Giannini dell’Uomo Qualunque, per esempio, come un saltimbanco di periferia in un paese d’Italia a Charlot). È aneddotica politica di passaggio; anche se impolvera e inzacchera.
Eppure questa volta, e dopo cinquant’anni, sento di essere seduto non vicino, non sul bordo ma sopra un vulcano che ha cominciato a soffiare, a bollire. A bruciare. E che tutto l’occidente è ben dentro a questo movimento. L’occidente ieratico, avviluppato nel panno ricamato della sua democrazia, ritenuta buona scorta e buona armatura contro i mali del mondo. Invece anche lei è ormai un’armatura consunta, sbrindellata. I padri della patria fanno tenerezza, commuovono sul serio quando a lei si riferiscono come al lucido unico campo della moderazione e della risoluzione di guerre, terremoti etnici, fazioni. Non possono sapere (non frequentando più le strade e i vicoli, gli stadi e le fabbriche, i campi e i boschi) che la moderazione, come la pietà, è morta. La moderazione oggi la propongono e la impongono come ostentazione i non moderati, nuovi gestori, nuovi protagonisti della cronaca (della realtà) politica. La moderazione (che è compromissione minuta, subdola, sottilmente vischiosa) è collegata in simbiosi all’istituzione ormai obsoleta della democrazia ottocentesca. La quale allora apriva le porte della storia e della società ai diritti degli uomini e, con un vergognoso ritardo non ancora riassorbito, ai diritti delle donne. Ma non ancora a quelli dei bambini e delle persone vecchie. Mentre oggi sarebbe urgente sottrarre all’imperiosa prevaricazione delle nuove destre la gestione e la premura necessaria e correlata dei doveri, entrati invece e dispersi in una nebbia indecifrabile. Solo una democrazia rinnovata implacabilmente, che proponga senza affanno e con il giusto rigore la mappa sempre più impegnativa dei doveri a cui ciascuno deve sentirsi vincolato, può avere la forza, il prestigio, la sostanza per contrastare l’invadenza progressiva delle destre.
Ma questo necessario riordino è legato stretto stretto a una vigorosa difesa della lingua – il grande affascinante mezzo di comunicazione che l’uomo conquista crescendo e che oggi, da noi, è abbandonato nell’indifferenza quasi generale in un vergognoso disordine. Così come è scompaginato il nostro patrimonio culturale-artistico; l’ultimo bene ancora posseduto (mal posseduto); dopo che abbiamo annientato la natura, con una incoscienza rabbiosa neppure riscontrabile nei secoli più neri.
Non dobbiamo inoltre mai dimenticare le promesse e le affermazioni dei sapienti e dei cervelloni degli anni passati, i quali – per esempio – garantivano che le guerre tradizionali con milioni di morti non ci sarebbero più state, sostituite dalle guerre tecnologiche, con soldati-ingegneri, soldati-scienziati e bombe bombette bombone intelligenti, sapienti, precise al millesimo. Invece assistiamo (patendo) al riproporsi delle guerre più tradizionalmente sanguinarie, spietate. La regressione in una neobarbarie sempre più feroce sembra il destino dei prossimi anni, per i nostri nipoti.
La fame di terra e l’odio razziale tornano come l’occasione prima dei conflitti; l’ipocrisia ufficiale e particolare torna a condire il corso delle nostre giornate rendendole tetre.
La verità di questo tempo è stata sintetizzata non dal blabla dei politici ridondanti e rissaioli, ma dal titolo di un settimanale (Cuore) a pagina intera: «Siete poveri? Cazzi vostri!». Andrò a votare con questo appunto in testa. Nient’altro, per il momento.
Carte d’Arte, anno VII, marzo 1994.


