Poesia e morte. Quattro domande al poeta Roberto Roversi

F. Campione:

 

Il bel dialogo leopardiano di Emilio Speciale e gli altri interessanti saggi che precedono dimostrano la centralità della morte nell’opera di alcuni grandi e importanti poeti contemporanei. Centralità che certamente si confermerebbe se si prendessero in considerazione altri poeti. Ciò giustifica l’interesse della Tanatologia per il rapporto tra poesia e morte, ma non impedisce di constatare che, a parte la potenza espressiva, si ritrovano nell’opera dei poeti concezioni e atteggiamenti (dall’associazione del dopo-morte all’idea di infinito, alla paura-desiderio di morire) universalmente presenti in tutti. Insomma, a parte le parole per dirlo, i poeti non sembrano avere da dire sulla morte quasi niente di nuovo.

Le vorrei chiedere se condivide, in quanto poeta, questa considerazione oppure se pensa che la poesia possa andare oltrel’espressione della morte verso quella “verità della morte” che l’uomo sembra cercare da sempre.

A meno che non si possa sostenere che la poesia sia uno dei “poteri” che l’uomo può opporre alla morte, proprio rendendo esprimibile quella dimensione dell’ineffabile che è l’invivibile nulla di vita che la morte lascia dopo il suo passaggio.

 

R. Roversi:

La morte ha verità perché ha e dà certezza. E dà certezza perché è un momento della vita. Né alto né basso, né lieto né terribile. Un momento. Neanche nel più grande dolore è una liberazione dalla vita, la sua sottrazione.

Credo (mia privatissima conclusione) che non si possa sentire la morte come una fine, una fuoriuscita dalla vita, ma piuttosto come, per esempio, il voltare le pagine di un libro infinito – e di questo sfogliare si ascolta il soffio inesprimibile, struggente. Come in certe sere d’inverno.

Non credo inoltre che della morte si possa parlare, neanche con paura. Anche il grande padre Dante ha fatto di inferno purgatorio paradiso la sede di uomini e donne vive, che cercano ancora la vita e non sono rassegnate alla morte.

 

F. Campione:

Si constata sempre più spesso che “non c’è più religione” così come sempre più flebile si fa la voce del poeta nell’assordante bailamme di ciò che è utile ma privo di ritmo. Mi chiedo, e Le chiedo, se la morte di Dio (o il suo assassinio) e la morte della poesia (o il suo assassinio) non siano aspetti di un medesimo processo: il dissolversi della spiritualità, delle sue metafore, delle sue credenze e dei suoi cantori.

Non sarà, in altri termini, che Dio, la Poesia e la Spiritualità come dimensione complessiva hanno bisogno per vivere di andare oltre ciò che c’è verso ciò che non c’è? Non sarà cioè che hanno bisogno della morte per esserci?

 

R. Roversi:

Per esserci, c’è bisogno urgente di speranza di vita. Altrimenti c’è un dio rassegnato, una poesia rassegnata, una spiritualità senza vigore. I grandi mistici medievali, che danno i brividi a frequentarli, si ferivano anche, per soffrire come carne umana, come uomini e come donne e cercavano dio per toccarlo, viverlo e non morirlo; avevano bisogno “ardente” di toccarlo. Anche le piaghe erano fiori. Così è vero che il dio (di qualsiasi parte) è sceso in terra, non è rimasto acquattato fra le nubi. È un guerriero ferito, non un sovrano terribile e vincitore un prepotente lontano, da sognare. Il nostro tempo è tale, che attende nell’inquietudine più nera, perché gli uomini e le donne non riconoscono più neanche la propria faccia. In tale tempo, anche la morte non ha più la faccia della vita ma ha indossato la maschera arcaica di occulti dubbi, di improvvisi desideri, di atroci inquietudini. Ma questa morte inquieta e nera passerà, ritornerà ad essere vita. Allora la vita tornerà ad accogliere la morte trionfante, con un fremito, fra le sue forti braccia.

 

F. Campione:

Tornando alla Poesia come “potere”, si intuisce spesso che chi assiste i morenti (il medico, lo psicologo, il volontario o la persona cara) avrebbe proprio bisogno di essere poeta per poter parlare a colui che muore in questa fase cruciale della sua vita; poiché non è vero che non si sappia cosa dirgli, è più vero che anche quando lo si sa se ne ignora il “come”.

Non crede che i poeti cantando “tematicamente” la morte potrebbero favorire una buona morte altrettanto e forse meglio dei medici e degli psicologi?

In altri termini, non è il bello, mediato dalla poesia, altrettanto importante perché la morte sia buona, delle giuste difese contro il dolore le paure e l’angoscia attuate dal medico, delle verità che solo il morente può dirsi facendo più autentico il suo morire, e delle libere scelte che egli può attuare tramite il rispetto che gli altri gli portano e la responsabilità che egli si assume nei loro confronti?

 

R. Roversi:

Frate Francesco da Assisi, morente (quasi morente) nella capannuccia che suor Chiara aveva alzata nella stanza del convento, sentendosi mancare gridava a voce alta i grandi versi del suo cantico mentre i topi gli passeggiavano sopra il corpo, indifferenti e alteri. Non credo che la poesia sia poi questa grande salvazione e aiuti chi muore a morire; anche se è libera indipendente e intrepida. Non può convincere a una rassegnazione silenziosa, né può in genere sottrarre qualcosa alla vita per cederla alla morte. Ma se intende davvero partecipare a un combattimento, può disporsi di proposito sulla riva del fiume e ingaggiare una lotta feroce e implacabile con Caronte, per sottrargli la morte e ricondurla alla vita. Solo così, scambiandosi i ruoli fra traghettatori, ruoli tremendi, la poesia da agnello si può fare leone.

 

F. Campione:

Le vorrei chiedere infine se, a Suo parere, c’è una morte più acconcia per un poeta, posto che anche i poeti muoiono come tutti, e cioè da eroi (come Byron), da vittime (come Pasolini), da malati di “peste” (come Bellezza), da borghesi (come Montale).

Naturalmente ciò che veramente le voglio chiedere è cos’è la morte per Lei, quanto peso ha nella Sua poesia e nella Sua vita.

 

R. Roversi:

Per me la morte ha il peso della morte del mondo (si badi: non dal mondo). La mia morte è col mondo che muore. Non ha alcun peso la mia piccola morte, meschina e appartata. La violenza totale del mondo è la mia morte, una violenza mai consumata. E questa morte nella vita, che è morte della vita, è un accompagnamento diuturno, avendo anch’io avuto per destino di vivere dentro i boschi bui di questi anni senza confine. E dentro a una morte infinita. Fin dal ’43 un mio libretto ha la morte del mondo che moriva in ogni pagina, in ogni verso. Perciò posso dire che la morte è il continuo annerimento di una speranza che ad ogni alba rinasce. Non si conclude con me. Io non conto. È una morte incalzante e inesorabile dentro a una vita, che è anche la mia vita incalzante e inesorabile. Sarò cremato, disperderò le ceneri, sarò un foglio voltato, un fruscio in quell’atto. Non c’è nulla che mi possa allontanare dalla mia vita, neanche la mia morte.

 

 

 

Zeta. Ricerche e documenti sulla morte e sul morire, n. 17-18, dicembre 1996.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Francesco Campione
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: Zeta. Ricerche e documenti sulla morte e sul morire
  • Editore: Istituto di Tanatologia e Medicina Psicologica
  • Anno di pubblicazione: n. 17-18, dicembre 1996
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