Il dio del mare (continuazione)

Lo so che c’è il rischio di moraleggiare, se si toccano certi argomenti. In quanto – anche questo è risaputo da chi non si accontenta di borbottare per poi ritirarsi e farsi i fatti propri – amministrare una città è oggi impegno da far tremare.

Ma detto questo, sarà utile ripetere che lo stato del nostro patrimonio artistico/librario – così come appare a ogni cittadino attento – è disastrato. In molti casi, vergognoso. Mentre questo patrimonio che dovrebbe essere tutelato con la cura più minuziosa e costante, è il nostro bene più solido e rilevante; la nostra maggiore ricchezza; monetizzabile in concreto e rivalutabile in continuazione; determinante per il prestigio reale e duraturo della nostra società; squisitamente utile per sollecitare e guidare, dalle Alpi a Marsala, un turismo non cialtrone ma programmato e coinvolto.

Ma la speranza è poca. Infatti, cosa si può sperare da governanti che non hanno avuto interesse a darci schedature giornate e funzionali? Da un Ministero della Pubblica Istruzione il cui ultimo annuario risale a oltre dieci anni fa (a meno che non ne abbiano finalmente pubblicato uno in questi giorni)? Da un Paese in cui il più osannato riferimento statistico per la lettura di se stesso è l’annuale rapporto del Censis? Da un sistema di tutela del patrimonio librario, troppo spesso scoordinato, ottocentesco, sconvolto dentro la ragnatela di una legislazione caotica quindi inefficace?

Da lunedì 5 dicembre a mercoledì 7 è stata aperta a Bologna la «Seconda Conferenza Nazionale dei Beni Liberi» con la solita pomposità: arriva il Ministro dei Beni Culturali e Ambientali e più di trenta partecipanti «ufficiali», per 18 relazioni e due tavole rotonde. In contemporanea, sempre lunedì alle ora 18 è stata inaugurata all’Archiginnasio la mostra «Alma Mater Librorum» (nove secoli di editoria bolognese per l’università ecc.). Queste manifestazioni sono subito riprese dalla stampa quotidiana o patinata, che troppo spesso insegue il cammino dei potenti, mentre è indifferente alle ruberie forsennate del nostro patrimonio d’arte minuto; così continuate e perseguite che un altro paese avrebbe già provveduto a darsi una legislazione d’emergenza per provvedere in merito come in una situazione di pubblica calamità. E dato che solo i fatti restano, vorrei suffragare queste annotazioni con alcuni riferimenti degli ultimissimi accadimenti di furti, in una successione tremenda:

1) Biblioteca Marciana, Venezia (70 opere rubate);

2) Biblioteca Civica, Biella (11 opere rubate);

3) Biblioteca Comunale Ariostea, Ferrara (31 volumi rubati);

4) Biblioteca dell’Istituto Ortobotanico dell’Università, Genova (rubate 2 opere);

5) Biblioteca Ambrosiana, Milano (rubati 4 incunaboli);

6) Biblioteca dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria, Roma (rubati 24 volumi).

È come se, pari pari, depredassero gli Uffizi.

Potremmo aggiungere: lo Stato sparagnino compera piccoli archivi di letterati locali ma, ad esempio per il Novecento e in questi ultimi tempi, il grande archivio di Marinetti è andato in America, il grande archivio di Prezzolini è finito in Svizzera. D’altra parte troppo spesso da noi gli archivi importanti finiscono per lo più dilapidati, sconquassati, dispersi. Aggiungerei un episodio a certificazione della metodologia comportamentale degli amministratori culturali, con riferimento all’acquisto da parte del Comune di Bologna dell’archivio superstite del conte Aurelio Saffi, triumviro con Armellini e Mazzini della Repubblica Romana; Dal sottoscritto professionalmente riscontrato e valutato con ogni cura, affinché l’acquisto fosse compiuto nel rispetto delle parti e soprattutto del pubblico denaro. Poco dopo ed è storia recente – (il conte Saffi aveva archivio e villa a Forlì) – gli amministratori comunali di quella città. Indifferenti prima e per molto tempo in seguito, risvegliatisi quasi da un sonno della mente, cominciarono a berciare on Bologna per riavere indietro, in qualche modo, quei fogli. Improponibile presunzione, è facile capire. Comunque, ad essa si aggiunga la sciattezza dell’affermazione che il Comune di Bologna li avrebbe acquistati «per quattro soldi». Senza alcuna garanzia di verifica diretta, e solo per una presunzione affrettata, questi responsabili culturali concludevano in un giudizio che conferma, in troppi casi, l’indifferenza per l’uso del denaro pubblico – che come si sa va non sperperato ma attentamente conteggiato.

Così nonostante la lotta faticosa di responsabili intelligenti, il genocidio del nostro tesoro d’arte sembra senza fine; oggi tanto più, che gira la convinzione che il fumo della Fiat vale mille volte la polvere delle Biblioteche o l’aria dei musei. Pericolo di saccheggio ha intitolato L’Espresso un servizio del 20 novembre. Si potrebbe precisare che il saccheggio è cominciato da tempo; anzi, che si sta consumando. Anche nel particolare immediato della nostra città possiamo vedere aperto un contenzioso, sulla pelle del povero gigante disarcionato, fra amministrazione comunale e amministrazione industrialfinanziaria. A stabilire ancora una volta, se mai fosse necessario e come è possibile tornare ad annotare sulla base dei fatti, che c’è guerra anche intorno alle statue – e non pace.

Che l’arte pesa e non è mai più il libero ludico spazio della grande fantasia, che inebria lasciando liberi. Come sempre, chi ha il potere reale lo vuole gestire in concreto e in ogni occasione ricavandone scintille. E le parole sui reciproci disinteressi sono sabbia e vento. Quello che resta conficcato al fondo, come vero problema e come una inderogabile esigenza, è il problema di utilizzo e di gestione anche dei dettagli (dei particolari) man mano che l’operazione sulle cose d’arte procede, per arrivare alla conclusione che suscita applausi e massmediologico consenso. Per ottenere questo e questo solo risultato, trattasi di una tela, di un marmo, di un suono o di un fiore, non si bada a spese; anche se nel progresso del lavoro lievitano come una crostata e non si sa bene, alla fine, se non sarebbe stato meglio dirottarle in altre direzioni per sanare ferite più urgenti – ma di certo meno scenograficamente importanti; interessanti.

Quindi la metodologia operativa (e selettiva) copre o scopre – seconda dei casi – un problema che finisce quasi sempre ad essere unidirezionale, in quando ormai si scelgono «uni e trini» soltanto i riflettori. Che sono oggi l’incenso dell’arte.

Si potrebbe però aggiungere, per concludere questa semplificata annotazione, che può accadere che la troppa luce accechi. Essendo l’occhio organo per ben vedere, anche nei dettagli; non per lasciarsi sopraffare e infastidire troppo a lungo.

 

 

 

Carte d’Arte, anno I, n. 2, dicembre 1988.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno I, n. 2, dicembre 1988
Letto 2991 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Febbraio 2013 14:36