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L’articolo era per Il Manifesto, in quel giornale pubblicava spesso; che anno poteva essere? Anni Settanta, direi. In quell’articolo si citano dei versi di un poeta francese, anche lui un passato di resistente ai nazisti nel maquis, René Char. Versi che mi sono rimasti scolpiti da allora, come certe terzine di Dante, alcune ballate di François Villon, i versi di Baudelaire, di Walt Whitman o Allen Gisberg. È il 142esimo canto de “Feuillets d’Hypnos”: Le temps des monts enragés / et de l’amitié fantastique, che nella raccolta “Poesia e prosa” pubblicata nel 1962 da Feltrinelli Giorgio Caproni traduce: Il tempo dei monti furenti / e dell’amicizia fantastica.

Una splendida immagine, come solo la poesia e i poeti sanno dare.

È da allora che comincia l’inseguimento a Roberto Roversi: gli articoli via via pubblicati sul Manifesto e l’Unità; le poche cose pubblicate sull’Espresso; gli interventi e le poesie in piccole riviste fatte per amore e passione della letteratura e della poesia come ilfilorosso; quelle che lui stesso animava e in cui pubblicava i suoi poemi: Rendiconti, Il cerchio di gesso, La Tartana degli Influssi, Dispacci, Spartivento, Il Foglio degli eremiti; i libri della collana dei “Serpenti acrobati” pubblicata dal riminese Manlio Maggioli, con alcuni tra i più belli dell’amico Tonino Guerra: da Il Miele a L’Aquilone,da Tempo di viaggio a La Capanna.

L’università a Bologna, in quegli anni anche cupi, da lupi (Radio Alice, l’assalto a un’armeria e la morte di Lorusso, i carri armati nel centro di Bologna…), è stata una bella e formativa stagione. La libreria antiquaria di Roversi, la mitica Palmaverde era un luogo magico; e fantastici quei cataloghi, che compulsavi di avidità e maledicendoti: perché per un libro che riuscivi ad accaparrarti ce n’erano dieci altri che lasciavi con la morte nel cuore; e la gioia quando arrivava finalmente il pacchetto, confezionato in modo impeccabile: perché Roversi aveva una maestria e una perizia tutta sua nel confezionare i pacchetti con dentro i libri, ed erano semplicemente perfetti…

Ci sono persone che quando se ne vanno, lasciano comunque un vuoto, e ti scopri commosso: persone come Leonardo Sciascia o Gesualdo Bufalino, Tonino Guerra, Alberto Sughi, Andrea Zanzotto… e ora Roberto Roversi.

In questa stagione – non solo politica – scostumata e volgare. Roversi era, per il suo rigore e la sua coerenza un esempio di quell’Italia di minoranza che non “molla”, non cede: irriducibile, mite e paziente, ma anche determinata e gonfia di quello sdegno e pudore che ti fa dire: “Perché?”, e soggiungere, come lo scrivano di Melville: “Preferirei di no”; quell’Italia che continua a tenere accesa una piccola, preziosa, fiammella che poco conta, nei momenti di grande luce, ma è importantissima quando il buio è assoluto. Dedicati all’amico Tonino Guerra, Roversi ha scritto alcuni versi: “…Inventore di ombre, di soli, di erbe / distilla alchermes stregato / per vincere il dolore / e rendere meno faticosa, e più degna / la speranza”. Potrebbero essere benissimo versi di Guerra per Roversi.

Anni fa, a cura dell’Associazione degli Amici di Leonardo Sciascia, è stata pubblicata una cartella di cento esemplari. Il Clarino, con un’acquaforte di Nunzio Gulino e un testo di Roversi. Parla di Sciascia, ma anche di sé: “…La prima volta mi chiese se la signora Roversi, moglie a Orsi, capostazione arrivato a Racalmuto, tempo prima, da Bologna, era per caso, mia parente. Sì, era sorella di mio padre. Ne trasse un sorridente auspicio per il nostro incontro e per una buona amicizia. Poi nel 1954 ebbe la buona attenzione e la grande cortesia di accogliere nella serie di libretti di poesia che si apprestava ad avviare, una mia raccoltina che uscì affiancata a Paolini e Romano… “. E ancora: “Già allora (e anche adesso, senza credere Sciascia un santo di pazienza), già allora pensavo che non fosse capace a contenere ira o violenza o sguaiataggine di sorta e che anche le sue parole più dure non fossero tali da essere destinate a trafiggere una persona intera, magari solo per un momento…”. Par di vederli, Roversi e Sciascia, in libreria o a passeggio sotto i portici per raggiungere un ristorante, che parlano di poesia e della vita, di libri da fare e da trovare, “i primi tempi era cauto – non con me né per qualche sospetto o timidezza: ma perché – credo – fosse quello il suo modo, un po’ contratto, di perlustrare il territorio in cui si muoveva…”.

Le fantastiche amicizie, appunto; che aiutano a sopportare questo tempo di monti furenti che sembrano non passare mai.

 

 

 

Mercoledì, 13 Febbraio 2013 16:19

Poesie

A mio padre

 

 

 “Volentieri non scriverei

che per i morti”

 

CH. B.

 

ELEGOS PER L’AMICO LONTANO

 

Amico mio dolce e lontano

amico partito e perduto

il vento non dondola il grano

nel nostro paese di collina.

Venuto è settembre, la dolce stagione:

e io ti cerco, amico, nella sera

quando una fresca campana

alza bianchi colombi dai prati.

 

 

LAMENTO PER IL PERDUTO AMICO

 

Io ti conobbi, amico, in una sera

fresca di uccelli e campane,

quando nel cielo di rugiada

nascevano le Pleiadi: la strada

risuonava di canti verso i monti,

di soavi frescure di giardini

e di risa lontane nelle fonti.

Ora più non vedrai i pleniluni sereni,

né i bianchi giovenchi

saltare nei campi di fiori;

io ti conobbi in una chiara sera

fresca di uccelli, amico,

ma il vento non poserà sulle tue spalle.

 

 

A UNA FANCIULLA MORTA

 

Avevi bianca anima di cerilo

e tiepide le mani come voli di uccelli:

per te mi era sereno il vento

e il dolce sorriso dei morti.

Ma tu, fanciulla, che fiorivi i prati

hai donato la luce,

e il calmo giorno è pianto agli occhi

e il mio viso non avrà più l’ombra

dei tuoi lunghi capelli.

 

Sulle ciglia ti cadono le foglie.

 

Sopra la tomba il cielo s’addormenta,

e in questo mite abbandono d’acque

il suono alato dei tuoi passi

ritorna, come allora, nelle siepi.

 

 

VENNE UNA PIÙ FRESCA STAGIONE

 

Venne una più fresca stagione

sulla terra di rose,

ma io non conobbi il dolce tempo sereno

smarrito in lontane tristezze:

pensavo all’amico morto, al giovane amico

ormai per sempre perduto nelle ore felici,

e alla mia giovinezza che lenta passava

come una vecchia barca lungo la riva del mare.

La vita mi portava più lontano:

non sorprendevo la voce del compagno

rincorrere la luce del mattino.

 

 

ELEGIA IN UNA DOMENICA DI NOVEMBRE

 

La stagione è uguale alla mia vita:

il cielo si abbandona al pallido

riposo delle foglie, e il vento

posa sui prati e su le umane voglie:

io sono solo nella vecchia casa

e il colle è stanco e nulla m’appartiene.

La notte gela il pianto alle fontane:

suono di passi dalla strada viene,

umani passi raggelati – il lago

dondola le stanche anitre nere

e morti pesci.

Nulla è più triste del tempo che s’eguaglia

alla vita e alla morte.

 

 

TERZA ELEGIA

 

Amico, per i nostri anni

trascorsi all’ombra dolce delle torri,

nelle bianche osterie dei verdi colli,

amico, non lasciarmi solitario.

La giovinezza fugge dai capelli

e il lento passo mi conduce ai viali

dolenti di ricordi: i pensieri,

come la vita, corrono alla morte.

 

 

CANTO A ME STESSO LONTANO

 

Freschi come laghi di montagna

i cerbiatti nascono dalle foglie del mattino

come chiari occhi di fonte,

e le siepi fioriscono di capre;

è il tempo sereno dei fanciulli dormenti

sotto la mestizia degli abeti,

quando i pascoli del mio paese

sono verdi di rugiada, pianto di angeli,

e l’ultimo suono di campana

si assopisce nei fieni.

Io, il capo stanco

come lo sguardo ultimo dell’agnello trafitto,

penso la mia terra lontana.

 

 

RITORNERÒ AL PAESE ABBANDONATO

 

Nel triste autunno di tutte le morti,

quando nei prati i volti dei pastori

ai belati del gregge impallidiscono,

penso al mio paese di collina

chiaro di antico vento.

Nelle dolci domeniche d’aprile,

quando i morti sorridono beati,

i contadini fumano appoggiati

al muretto del fresco camposanto:

fiorisce il pesco

in un canto gioioso di campane

che vola in viso alle fanciulle.

Ora il cielo piange sopra i prati

i peccati degli uomini;

ma dal suo nido sperso tra i calanchi

ritornerà la lepre alla pastura

nella nuova stagione,

e io da morte terre

ritornerò al paese abbandonato.

 

 

OH FOSSI INFINITAMENTE LONTANO

 

Oh fossi infinitamente lontano,

oltre le foreste e i monti

più ancora dei boschi e dei prati felici,

e la morte non fosse che un vano pensiero

e non ruggisse la vita come un grande fiume!

Ma ora nei prati discende la sera

e tutto reclina e posa:

la fresca luce dilegua lontana

e profonda quiete avvolge la terra.

È il tempo doloroso degli affanni,

dei disperati pensieri, quando i morti

ritornano ai vivi con i volti

bagnati dalle tenebre

(e le fanciulle hanno i capelli

biondi di grano sul pallino viso).

Oh fossi allora lontano

più ancora dei mari e dei boschi,

in altre terre, dove le voci ignote

nel silenzio dei monti si smarrissero!

 

 

LA VITA IN QUESTA TERRA

 

La vita in questa terra asciutta ed arsa

trascorre senza canti,

solo lungo i pini vanno i pianti

di fanciulli lontani.

La vita è vana: un suono di campana

non s’ode nel mattino degli ulivi,

il vento lieve all’ombra dei declivi

si apre in viso alle spigolatrici.

Muore il vecchio di sera nella casa

e la sua morte è senza amaritudine,

dondola nella sospesa solitudine

il pianto della moglie:

ed ogni giorno è uguale all’altro giorno

ed ogni sera alla sera passata.

Trascorre il tempo e va senza ritorno

e lascia l’uomo nella dura giornata:

se l’uomo muore, muore la sua vita

se l’uomo vive, muore la sua anima.

 

 

SIGNORE, PERCHÉ L’UOMO DEVE MORIRE?

 

Signore, perché l’uomo deve morire?

La donna è timida come un ramo di pesco

e i soavi fanciulli dal docile canto

sul petto del padre riposavano lieti:

ma nel pianto dolcissimo del grano

l’uomo muore e l’anima è turbata.

Ansia ci prende della nostra vita,

vana come l’acqua dei canneti.

Per i prati, sui fieni, lungo i margini

freschi dei fiumi, mesto vento:

e su noi, come il volo degli uccelli

la tristissima morte.

 

 

ELEGIA PER UNA VITA PERDUTA

 

Ora i querceti della nostra terra

si distendono al vento del tramonto,

nel cielo, solitario, vola un passero

al lontano silenzio della valle:

pure la vita fugge con gli anni

ormai smarriti all’ombra della morte.

(Per il fanciullo, il vento della notte

è come il canto dei rematori

– fresca foglia di ramo – e reca pace:

e l’andare del tempo non l’accora.

Ma per l’uomo il vento non ha voce).

Vita, lento fiume rapinoso!

tu scorri nel rimpianto del passato:

e come il volo improvviso degli uccelli

fugge ogni nostro pensiero.

Ora il vento che udimmo da fanciulli

cantare il sonno verde alle campane,

addormentare l’anima nel petto

agli uomini tra i fieni,

si trascina stanco sugli erbai.

La vita ci conduce verso morte,

all’antica sorella senza nome.

 

 

CANTO DI UN UOMO DELLE ALTURE

 

Tu che mi domini, Dio, che dai pane ai miei figli,

che sferzi il mio cuore

che sferzi tremendo il mio povero cuore di terra,

che prendi il mio sangue

Signore di pietre e di ulivi,

Signore di tutti gli armenti e di tutte le stalle,

di tutte le case e del fuoco,

io pure smarrito ti lodo!

Immemore del tempo doloroso

nel silenzio dei monti,

per i figli dolcissimi nei prati,

per la mia morte lenta e solitaria

dalle tue mani,

uomo non nato agli ultimi orizzonti

io pure, Signore, ti lodo!

 

 

IO, SIGNORE, CON LE MANI AZZURRE

 

Poiché il mio corpo non darà più foglie

alla mestizia dei cieli,

io, Signore, con le mani azzurre

verrò semplicemente alla tua porta

con la pace trovata.

Gli anni non peseranno sulle spalle

e nei passi più lenti:

solo il canto sperduto della valle

e il lento trepidar dei firmamenti

tu tornerai, Signore, alla giornata

mia, smarrita al soffio di docili venti.

 

 

PREGHIERA

 

            Signore, innanzi a te dico la tribolazione

            e spando la preghiera davanti a te:

            la luce al tuo cenno m’ha lasciato

            e l’anima è nuda

            sotto il cielo del tuo sguardo.

            Il mio corpo è lontano

            e smarrita ho la mia voce:

            ora non odo il pianto della moglie

            e la triste invocazione dei figli;

            solo solo davanti a te, Signore

            e la mia vita è tua come la mia morte.

            Io innalzo la mia orazione:

            se grande è il numero dei vivi

            se immenso è il numero dei morti,

            per il lungo dolore dell’adolescenza

            per i peccati dei miei anni perduti,

            accoglimi in te, dopo la tenebra

            profonda della vita.

 

Mercoledì, 13 Febbraio 2013 11:43

Gli ingressi e le scale

Parlo per conto mio con la città di pietra e di strade, che sta lì seduta nel mezzo della nostra pianura da secoli e secoli – e non parlo con la città degli uomini così strani e così sovrapposti. Voglio dirle che adesso comincio a non capirti più, citta mia; non riesco a capire. Guardo scruto seguo tocco palpo striscio lecco ma non mi servi d’umori; e invece soprattutto oggi mi dovresti servire senza arroganza, senza precipitazione, senza approssimazione. Non sei una colf filippina, non cinese, non della Malaysia né dell’Africa romana; non hai negli occhi colori nuovi o strani raccolti in altri orizzonti. Sei una città emiliana (altro che Europa o mondo) di pietre e di cose dentro a una nazione tempestata dagli affanni; eppure sei sfuggente, adesso, anche dopo averti guardata seguita scrutata toccata palpata. Ho continuato a servirti, citta, da abitatore onesto che ti ha sempre abitata, dividendo il rusco nei vari contenitori, non buttando carta per terra, usando perfino gli autobus 13 e 17 che ci scuotono le budella più delle mani adirate di belzebù nel fondo dell’inferno, e mi sono mantenuto calmo e convinto, ligio ai tuoi voleri, attento agli accadimenti. Eppure non mi sono districato neanche un poco in mezzo alle tue pietre, dalle pene del nostro inferno privato e quotidiano. Per questa ragione ti dico che sei diventata spietata come una tigre, indifferente come il pierrot lunaire che con chitarra e fiore in bocca regala lacrime di ghiaccio alla luna. Sono ormai vecchio, per la tua corsa verso un futuro così poco chiaro. Anche solo per inseguirla, questa tua corsa, sia pure ciabattando, forse mi manca il fiato. Ma un vecchio può essere davvero sperduto ansante inutile? Non può, con l’ultima sorsata d’aria, dire in due parole cosa è oggi una città, anzi la città, per lui semplice cittadino senza coda? Anche se non posso che limitarmi a esprimere malumori diretti, necessità dirette, problemi che bruciano come carboni sotto le tue pietre illustri, bagnate dai secoli e adesso via via restaurate per adeguare il tuo sodo corpo campagnolo all’avidità della speculazione selvaggia in atto e alla quale un governo nazionale di tecnici senz’anima ha spalancato i cancelli come davanti a una torma di topi. (Ma non dimentichiamo che un governo di tecnici è ancora più fetente di un governo, per se stesso fetente, dei così detti politici. Senza andare troppo dietro nel tempo, basterebbe il ricordo del governo Amato per pareggiare il conto; eppure molti sono ancora lì che si ripropongono come nuovi). L’orgia della privatizzazione caratterizza il ballo inarrestabile dei nostri giorni; nei quali, sul serio, non avviene alcuna rivoluzione né delle mani pulite né dei piedi sporchi, ma solo sommovimenti tellurici di grado minimale, esemplati e amplificati da una stampa ambigua, senza più alcuna reale curiosità della e nella nostra vita; e senza più reale curiosità e volontà di giustizia – che non sia frastornante ed esornativa. Così, città, ti inchiodo a una parete della casa e nel chiuso della mia stanza ti osservo in dettaglio e ti ascolto per sentire il calore del tuo respiro. E ti sento respirare forte e incerta. Così ti esprimi. Sei un cantiere rumoroso e invadente per farti le pulizie delle rughe, ma poi chi ti potrà abitare? Sei una formica coperta dalla zampa astuta e cauta dell’elefante. Io chiedo chi sono i signori che ti hanno comperata strada per strada, casa per casa, finestra per finestra, pertugio per pertugio. Dove andranno a rintanarsi, ad annidarsi gli altri che non fanno ombra, i giovani, i vecchi, la gente? Chi sono i nuovi padroni del mondo, che guadagnano miliardi ogni giorno e possono spendere miliardi ogni giorno? Una per una, con soffi di vento malvagio, vengono spente le candele infiammate del tuo destino, della tua storia fatta – fatta, non scritta soltanto. Da agosto, il problema di fondo si è riferito alle piste ciclabili, alle righe gialle (gialle come il sottomarino dei Beatles). Un problema, ma secondario di fronte ad altri impegni stravolgenti da risolvere in fretta. Poi il museo morandiano, buona cosa in sé. Ma la Manifattura, ma l’Arena che imputridiscono da anni? Mi sembra che lo stato delle cose, in generale e in particolare, nella sostanza della conduzione potrebbe essere esemplificata con un riferimento al palazzo dove, alla Fiera, sono alloggiati la Camera di Commercio e gli uffici dell’I.V.A. All’ingresso vetrate, bar, spazi ampi (nel solito sperpero), luci; poi la scala per salire al primo piano, buia tetra sporca ammuffita scrostata, degna appena di una cantina abbandonata. La contrapposizione fra cura e presunzione del generale e l’incuria e l’indifferenza (la strafottenza) del particolare sembra rappresenti bene, e bene documenti, la disposizione culturale del nostro mondo, del nostro tempo. Certo, qua è colpa del governo centrale, non insisto. Ma in una città che curasse e preservasse più la funzione indispensabile di tutte le scale che la vetreria e le luminarie di tutti gli ingressi vorrei continuare a vivere. D’accordo, per il tempo che mi resta.

 

 

 

Carte d’Arte, anno VI, n. 7, ottobre 1993.

 

 

 

Martedì, 12 Febbraio 2013 16:32

Caro Roberto

Caro Roberto,

 

E così te ne sei andato anche tu, in silenzio, senza funerali, senza bla… bla… bla…, con la notizia in differita.

Chi ti ha conosciuto non si è meravigliato più di tanto. Certo, in un mondo dove si sgomita ferocemente per apparire, altrimenti non si è nessuno, uno come te che si tira fuori dall’industria editoriale e fa circolare i suoi testi su pagine prima ciclostilate, poi distribuite via e-mail dagli amici, piccole raccolte dai nomi emblematici, da Rendiconti al Foglio dell’eremita, oppure pubblica e disperde (come ha scritto qualcuno) su piccole riviste sconosciute i suoi versi, è un personaggio scomodo, uno che costringe a fare i conti con se stessi. Ma tu che non eri uno qualunque ma uno dei poeti e degli intellettuali più grandi del ’900, non disperdevi, semmai disseminavi là dove la tua mente aperta, il tuo pensiero profondo, la forza delle tue idee, i tuoi occhi acuti e limpidi ti facevano vedere lontano e intravedere terreni fecondi dove i semi potessero germogliare. Perciò attiravi i giovani, e tanti ne hai accolto, nella mitica libreria Palmaverde in via dei Poeti (a che strani giochi si assiste talvolta come se si mettessero a posto i tasselli di un mosaico).

Io di persona ti ho incontrato tardi e in circostanze dolorose, ma ti conoscevo da lungo tempo attraverso i tuoi libri, i versi che puntualmente inviavi a ilfilorosso e soprattutto attraverso la lunga amicizia con Francesco che aveva per te un affetto e una stima reverenziale. Anche lui, giovane studente di lettere classiche era venuto a Bologna per conoscerti e parlarti e da lì nacque un rapporto che si è rafforzato negli anni. Ricordo le vostre lunghe telefonate, le lettere, i pacchetti colorati con i libri (ma anche con il “Certosino” bolognese), scatole che conservo ancora, così come sono vive nella memoria le tue ultime telefonate in cui mi incoraggiavi a tenere duro, a resistere come frate Tommaso, quel frate macigno, quel Tommaso Campanella calabrese che tanto ammiravamo; mi parlavi delle pareti bianche senza più i tuoi libri, di quanto ti mancasse il profumo della carta e di non potere più uscire per andare in una libreria.

Ora che anche tu “anche se per un momento” ci hai lasciato, ci sentiamo veramente più soli ma anche forti per una storia a lungo condivisa con qualcuno (forse a te così schivo non sarebbe piaciuto sentirlo) che era veramente un Maestro e una Grande Anima.

Martedì, 12 Febbraio 2013 12:10

Un mazzo di fiori

È l’anno del sole più inquieto

quando il cane scappa dalla casa

e un vitello ubriaco sul prato

sta uccidendo a cornate i piccioni.

 

Tutti i fiori hanno il cuore gelato.

Un fiume striscia lento sul petto

con il pelo di un lupo di monte

e racconta le sue prime storie.

 

Dentro al cielo di vino bollito

questo fiume di ghiaccio e di penne

strappa lampi di fuoco dai campi

e ha un ombrello aperto sull’acqua.

 

Donna e albero sono invecchiati.

Liberata è la sedia e la porta,

questa è l’ora: nessuno rimane.

La pianura è quell’erba che giuoca.

 

La donna inforca la bicicletta

è fra i canneti e l’argine alto,

è sul fiume e si toglie le scarpe:

schiuma l’acqua, la vita ha fretta.

 

Donna e albero sono invecchiati.

La miseria è la fame più nera.

Lì sul fiume si toglie le scarpe.

Stringe in mano sei fiori strappati.

Passa un’onda, la donna si butta.

Corre l’onda, la donna è annegata.

Spezza l’onda la lunga giornata.

Strappa l’onda quell’ombra che c’era.

 

Era l’ombra di Emilia Villesi

sconfinata per orrore nel Po,

bicicletta e scarpe per terra,

stretti in pugno i fiori dei mesi.

 

I capelli neri di fumo,

voci delle vedove sull’acqua,

schiaffi delle mani con le spine,

un ombrello aperto sopra l’acqua.

 

La miseria è la fame più nera;

Villesi Emilia con miseri panni.

Si è gettata nell’acqua del Po.

Dentro ci vive per mille anni.

 

 

Martedì, 12 Febbraio 2013 12:06

Mela da scarto

Ferrante Aporti

Ferrante Aporti

ah! Ferrante Aporti, terra

senza amore.

Ferrante Aporti di Torino, Torino che è in Piemonte,

laddove c’è un monte

che porta alla luna.

 

Furto d’auto

furto d’auto

furto di gomme

furto di gomme

e furto di benzina.

Anche tentata rapina.

 

Dovevo starci tre mesi

invece è passata una vita

e la mia storia non è ancora finita.

Ferrante Aporti

cantina senza vino

siberia del destino

treno non partito

gola che non può bere

violenza del potere.

Ferrante Aporti

Ferrante Aporti.

 

Queste che vedi

le puoi chiamare tampe,

unica consolazione

sentire dal finestrone

la vita del mondo.

Ferrante Aporti

sei il confine del mondo

che ci fa degni d’entrare

fra i buoni cittadini.

 

Furto d’auto

furto di gomme

furto di benzina

Oh! Ferrante Aporti

castello del Piemonte

laddove c’è un monte

che porta alla luna.

Furto di gomme e di motociclette

perché tutti hanno fretta di scappare

da questo posto che non cambia mai

e di fuggire

da questa tampa che ci fa morire.

Martedì, 12 Febbraio 2013 11:59

Roberto Roversi

Il nostro sacro mestiere

esiste da millenni.

Con lui al mondo non occorre luce:

ma nessun poeta ha detto ancora

che la saggezza non esiste,

che non esiste la vecchiezza,

e forse nemmeno la morte.

                                   Anna Achmatova

 

Questi versi della grande poetessa russa mi risuonavano in testa quando ho appreso, come tanti, della morte di Roberto Roversi (Bologna, 1923-2012) avvenuta sabato 15 settembre e, come tanti, ne ho assai sofferto. È vero: Il mestiere sacro dei poeti esiste da millenni, scrive la Achmatova come meglio non si potrebbe; e Roversi, poeta e intellettuale finissimo, era anche saggio, vecchio e mortale, esattamente come nei versi citati. Quel mestiere sacro, che aveva lungamente condiviso col suo grande amico PPP, lui lo ha portato avanti per una vita, lunga come la sua e piena, in quella luce che pur non occorre perché siamo poeti. Roversi ci piace ricordarlo in questo numero di “Cantieri” soprattutto come appartato libraio antiquario, impegnato in quella libreria Palmaverde, nata a Bologna nel lontano 1948, che qualche anno fa lui decise di vendere per i soliti motivi legati alla vecchiezza e, forse, anche alla stanchezza (fondo acquisito dalla Coop Adriatica che ha poi destinato alle grandi biblioteche bolognesi quell’importante patrimonio bibliografico). Di quella entusiasmante stagione culturale ci resta anche, e forse soprattutto, il suo patrimonio editoriale perché Palmaverde fu, oltre che libreria antiquaria, raffinata casa editrice; e al mondo del libro il poeta ha dedicato non poche attenzioni liriche. Gli amici della Pendragon (casa editrice di Bologna, diretta da Antonio Baglioni, nipote di Roversi, al quale è toccata l’eredità letteraria del poeta bolognese), nel 2010 hanno meritoriamente salvato dall’oblio, nel quale troppo sovente precipitano, nel nostro Paese, le vere eccellenze, quel patrimonio editoriale allestendo un catalogo della Palmaverde, per la gioia dei tanti estimatori del Roversi libraio-editore e del quale la Pendragon ha appena mandato in libreria un volume di versi che riassume il rapporto di amicizia e amore che Roversi, per circa 70 anni, ebbe con l’oggetto-libro: Libri e contro il tarlo inimico, una promessa che Roversi ha mantenuto; ricordo, infatti, che quando nel gennaio 2004 mi inviò in omaggio l’elegante plaquette Spaventoso rombo e notturna devastazione nella grande città di Parigi 1908, che il microeditore Zanetto gli aveva stampato nel maggio del 1989 in 400 copie numerate e firmate dal poeta (titolo che i bibliofili più esperti collegano alla figura del bibliomane e notaio parigino Antoine Marie Henri Boulard, e sulla cui biblioteca-monstre di oltre 400.000 volumi si sono sprecati fiumi di inchiostro), ebbene all’opuscolo era allegata una lettera in cui Roversi mi scriveva del suo desiderio di poter raccogliere in futuro, in un volume, tutti i suoi testi “librari”, desiderio che la Pendragon con questa bella antologia poetica, illustrata da decine di foto a colori di librai, librerie, biblioteche e lettori, ha giustamente onorato; ed un elemento paratestuale come l’aletta ha fatto in modo che la presenza di Roversi sia sempre viva: infatti nella breve scheda biografica viene indicata la sola data di nascita (1923), pur essendo il volume uscito postumo. Altre sfaccettature riguardano la sua lunga attività intellettuale: scrittore, poeta, paroliere (per Dalla), fondatore della celebre rivista «Officina», Roversi era una personalità ricca e composita, sobria, elegante nel suo essere appartato e fuori della mischia; moltissime sue opere, inoltre, preferiva pubblicarle in forme povere e inusuali, fotocopie, legature essenziali, costi bassi e tirature minimali. Un minimalismo segno di profondo rispetto per l’umano, il popolare, la semplicità della vita. Di lui mi restano alcune lettere e un enorme bagaglio di suggestioni e stimoli, oltre a un bellissimo volume che Sandro Dorna e Nico Orengo vollero dedicargli nel 1996 in quella che è, forse, una delle più belle e suggestive imprese editoriali totalmente “a perdere”, cioè In Carta Linda di Torino (ogni volume tirato in sole 100 copie), dove i due amici amavano ospitare 25 poesie autografe (rese a stampa) di alcuni dei più importanti poeti del secondo Novecento. Le 25 poesie di Roversi io le ho nella tiratura speciale di 25 copie, con allegata una poesia autografa del poeta bolognese. E qui il ricordo si conclude nel nome di Roversi, di Dorna e di Orengo, una triade che ha condiviso tutto dei versi della Achmatova: il sacro mestiere, la saggezza e la morte. Che la terra sia lieve ai nostri tre amici. Si ringrazia Gian Mario Fazzini per lo scritto che ha voluto dedicare al suo amico poeta. I volumi citati e riprodotti appartengono al Fondo bibliografico di “Cantieri”, che ringrazio per la consueta disponibilità.

 

 

 

Martedì, 12 Febbraio 2013 11:48

Non era più lui

   

Non era più lui

non sopportava più i compagni

– e oggi in Svizzera poi in Francia domani –

taciturno e irascibile

dentro a questa vita da cani.

 

Non era più lui.

Che cosa mai l’aveva cambiato?

Prima era simpatico a tutti, era amato;

così curioso e sensibile

benché albero sradicato.

 

Non era più lui.

Era stato costretto a emigrare.

Ma che cosa, che cosa l’ha potuto cambiare?

Disordinato e appartato

poi irascibile, pronto ad oziare.

 

Non era più lui.

Sempre in stazione a guardare

i treni veloci partire

i treni veloci passare,

e il rapido delle quindici;

ed un ritorno sognare.

 

È vita questa?

Incoerente, ozioso, dissociato;

con monotonia a un suo sogno legato.

Il rapido passa a mitraglia

e lui lui lui è sempre più disperato.

 

Che vita è questa? È morire?

Rimanere per il momento

tranquilli si può?

Silenzio come una tomba

se si vuol sopravvivere

senza aspettare i tre squilli di tromba?

 

L’acqua passa con furia da un ponte

la neve cade stridendo da un monte

nella tempesta ci salviamo a stento

ma lui lui lui è solo vento!

 

Non era più lui.

Oggi è tre volte maledetto;

con un tarlo negli occhi e dentro al petto,

le ali di cera per il volo

sono buttate sotto al letto.

 

Lunedì, 11 Febbraio 2013 18:08

Merlino e l’ombra

 

C’era una volta un uomo forte

che si chiamava Merlino,

andava in giro nel mondo

per giocare con la morte.

 

Così una sera era arrivato

in un paese lontano;

dentro a un gran mare di vento

c’era un castello

abbandonato

solo nel piano

e tutto spento.

 

Merlino entra con il suo cane

e sente una voce parlare forte

– mentre tranquillo mangiava il pane

“voglio giocare con la tua sorte

e scendo adagio da questo camino”.

 

Ma Merlino

senza paura

chiede ridendo

se può aspettare.

 

Alla mattina il sole appare

Merlino vuole partire;

apre felice le porte

fa un passo appena

vede su un fiore

la sua ombra che si dimena

e per la paura muore.

 

Lunedì, 11 Febbraio 2013 17:02

Sobria ilare divina intemperanza

Di Mirò, come lettore semplice e marginale, apprezzo soprattutto l’ordine misterioso e leggero della scrittura. Un ordine danzante, per musica interna trattenuta e difesa. Anche dentro a quel suo drammatico ineffabile splendido girovagare – che è poi un ricercare e inquisire con l’occhio che non perdona – la sua sostanziale chiarezza, che è una fermezza ironica e solare, non è mai delusa e si propone anzi come il principio di una entrata in paradiso. Che importa se le porte via via si rinchiudono in fretta? Importa invece che via via si possano in qualche modo riaprire (chiudere, riaprire), in questa sorta di giuoco angustiato (non angosciato) e infinito; il cui unico sollievo è nella proposta di non avere né considerare mai una stazione o una stagione d’arrivo. La pittura di Mirò è dunque una proposizione di segni stellari in partenza, che contiene solari speranze e mai nessun diario o epistola o fremito conclusivo. Le esperienze di scrittura visiva sono subito consumate per liberare il campo per altre divagazioni e sperimentazioni concrete e vitali. Esaltanti.

Ho presente sempre, come archetipo per le mie considerazioni non formali, la straordinaria realtà visiva e tattile di «Personnage» 1975. Uomo elefante, elefante uomo, o solo parte di una latebra sfuggita ad un antico animale (gigantesco frammento osseo); oppure l’abbozzo, l’inizio, la nascita nuova non di un mostro di cui s’era perduta memoria ma di un uomo nuovo che avrà bisogno di spazi infiniti; quindi da riconquistare. Una cauta tenera forma appena abbozzata per il ritrovato paradiso perduto. Gli occhi che guardano, infissi scavati in quella struttura aperta, sembra davvero che stiano dipingendo il mondo.

Questa totalità espressiva, con l’uso di mezzi e materiali plurimi, è sempre sembrato a me il magistero più autentico di Mirò, insieme alla sua mobilità danzante ed espressiva. Infatti, tutto ciò che può essere palpabile, manipolabile, può essere circoscritto e può essere depositato. Ogni sua opera è una cerniera rigorosa per costringere le ombre a sfuggire dalle opere, e le opere, quindi, a definirsi. Si può vedere; anzi, più modestamente, io credo di vedere tutto ciò, esemplarmente, sempre nel «Personnage» 1975 già indicato. Parte di maschera, o di viso, sollevata sopra il probabile piede unificato (così denso da non voler lasciare la terra); oppure sopra l’ombra solidificata; sollevata, ripeto, da due steli che lasciano libero chi guarda – interrompendo o separando la figura – di oltrepassare il limite dell’oggetto e di progredire senza soste, per arrivare proprio laggiù, in fondo al mondo. E dove il mondo si conclude. Perciò si ha la sensazione di andare oltre i limiti di spazio e tempo tradizionali e di attingere la virtualità di un paradiso nuovo, tutto felicemente schematizzato. Per l’appunto, ripeto, il suggerimento struggente e vitale di una attesa, come conquista continua non come suggestione transitoria.

La verità, aggiungerei ancora, è che Mirò opera come, per esempio, se potessi anche solo nei propositi, vorrei dipingere, operare io. Cioè, come un uomo normale. Tale e quale. Pittura, scultura, disegno; e qualsiasi altra cosa egli possa o voglia toccare. Anche solo sfiorare. Altri grandi artisti fermano, bloccano l’ammirazione. Si resta estasiati a guardarli, a perlustrarli in dettaglio; ma comunque, sempre, il quadro, la statua sono lì davanti; e io qua; in mezzo lo spazio del mio respiro. Tocco con gli occhi ma non sfiorerei mai con la mano. Sono, insomma, in atteggiamento di ammirato rispetto. Guardo, non mastico. Non trituro fra i denti; non assaporo vitalmente, non mi lascio contaminare, azzerare. Con Mirò, questo divino contadino della terra arata nel cielo, tutto si capovolge e anch’io posso entrare dentro ai suoi segnali come fossero i miei. da sempre. Percepisco di continuo il fremito delle sue ali e ho il vento fra i capelli. Perché egli è vigoroso e leggero, asciutto e di continuo modificabile in senso improvviso e ineffabile, sia che tracci un segno con matita, sia che investa di frammenti quasi bombardati antiche porte, grossi frammenti di pietra, legni nodosi. Egli riesce a sollevare tutto in alto, a volo, con un soffio soltanto. Che vale una vita.

Nessun altro artista contemporaneo, per me, ha saputo dare con la sua opera questo senso di ordinato furore, di smisurata libertà, di ordinata felicità anche nel dolore. Perché Mirò non è rimasto lontano dal suo tempo, non si è sottratto, ma ha camminato intorno al vulcano non lasciandosi accecare. O bruciare troppo. Così a me piace, ripeto, proprio per l’assoluta libertà che la sua opera esprime. Libertà di ricerca e libertà di amore tenerezza sorpresa continue per le cose. Per tutte le cose. Che possono diventare di volta in volta segno, scrittura, oggetto radunato e diviso, voce, saluto; in ogni caso, sempre oggetto non consumato ma conservato. Lo ha detto anche lui: Per me un oggetto è vivo. Mirò salva la vita dalla morte della vita.

 

 

 

Carte d’Arte, anno IV, n. 5, estate 1993.