Il futuro non è ancora cominciato

Ripetiamolo ancora una volta, come commento del buonsenso, che oggi non è certamente facile governare. Anzi, sbaglio: governare, nell’arrogante e ironica indifferenza costellata di parole dei politici che hanno il potere, governare dopotutto deve essere abbastanza facile, o facile addirittura. Volevo riferirmi ai politici amministrativi, ai politici degli enti locali del nord (in quanto, da quello che vediamo e leggiamo, al sud amministrazione più non c’è, di nessun genere, è solo un correre a prendere arraffare, distribuire, sottrarre, imbucare, sopraffare).

Non è facile perché amministrare, oggi (e preciso: amministrare bene, con correttezza) richiede o richiederebbe una sostanza di pensiero e di previsione generale teorica su cui assestarsi. C’è questa sostanza di pensiero e di previsione? Non c’è. Piuttosto c’è, in movimento confuso, la confusione. Allora, ciascuno pensa e prevede per sé, secondo giudizio cultura religione piacere e, aggiungiamolo senza alcuna malizia, interesse. Che potrà essere esclusivamente interesse di partito. La carta geografica d’Europa si sta squagliando in mano come un gelato alla crema; modificazioni terribili si stanno concludendo fra gazzarre ludiche, battimani, fuochi artificiali e sorrisi a denti spiegati dei personaggi potenti; ma la verità è che nessuno di noi, in alto e in basso, sa bene, sa sul serio, come sarà il futuro. Macché futuro, come sarà domani; addirittura come sarà stasera.

Questo diluvio politico che modifica e fa saltar via barriere e frontiere, come una delle tante e importanti novità e dei tanti e frastornanti problemi, porterà da noi, in Italia, il raddoppio o la triplicazione, nell’ipotesi meno catastrofiche, del traffico non solo turistico ma commerciale. Tre volte tanto; forse anche più. Non è un problema assillante per Bologna, che è dentro fino al collo, come snodo di traffico, a questo processo? Anche perché non sarà più possibile affrontare e risolvere questo problema nel modo con cui si è dato il placet al piano del centro storico, da portare ad esempio con l’accompagnamento della canzoncina di Salvi: porto via la macchina da qua e la metto là, la cavo da qui e la metto lì.

È solo una modesta esemplificazione di un problema cosmico. Ce ne sono naturalmente altri, come ho detto; almeno altri cento problemi così urgenti, assillanti e determinanti. Invece in questa bella Italia, terra dei cedri e dei limoni, siamo abituati da anni e anni, in tante parti, ad ascoltare i pifferi delle programmazioni megagalattiche, annunciate con conferenze stampa in sale vellutate dalla voce di politici amministrativi compiaciuti e rassicuranti. Non si pensa – perché è un proponimento da poco – di migliorare una stazione ferroviaria, ma di abbatterla; trasferirla altrove; e lì costruire non solo una stazione ma un aeroporto, un eliporto, un teatro per concerti rock, un teatro per spettacoli operistici, un cinema multisala, un ospedale, una piscina, una scuola di danza, un circo per elefanti, una pista per go-kart eccetera. Tutto, insomma, è in funzione di una esplosione immaginativa che sembra soltanto assatanata. Intanto la stazione resta lì, con i suoi cento difetti e le sue vecchie strutture di ferro, esemplarmente resistenti ma che rimandano all’ottocento.

È chiaro che non parlo solo della stazione di Bologna, ma di tante stazioni in Italia. Dove i treni, appena fuori dalle disastrate città vanno poi come vanno e come sappiamo – vergogna internazionale. A Bologna abbiamo l’esempio dell’Arena del Sole; che ha succhiato più soldi di Carlo Magno in Spagna ed è lì, imbellettata quasi fosse un cadavere da sotterrare.

Eppure l’Arena era, allora, solo un progetto isolato; adesso siamo messi di fronte, noi cittadini, al processo globale che investe la Bologna metropolitana, un elastico che si deve distendere di qua e di là, su e giù. Nelle ipotesi, e ascoltandole, sembra di leggere una favola delle mille e una notte. L’immaginazione ebbra e liricizzante impera: autostrade veloci, pulite, liscie contornate da alberi stupendi con foglie verdi che raccolgono gocce di rugiada e i nidi dei cardellini, spazi ampi per bambini pattinatori, per vecchietti arzilli con bicicletta, negozi splendidi, luci sempre vive, servizi pronti e attivi, suoni di musiche invitanti e per le strade spettacoli di giovani, aria pulita, traffico rarefatto (non si sa bene come e da chi o cosa deglutito); insomma, un futuro di vita sociale prevedibile e felice; soprattutto di prevedibile funzionalità.

A me sembra, su questa falsariga, che Bologna abbia perso quella parte di smalto che la tutelava da certe esercitazioni programmatiche esornative generiche (inattuabili, realisticamente, dentro all’ampollosità delle enunciazioni) e abbia imbucata la strada di un adeguamento e appiattimento sullo standard nazionale.

Deduco queste impressioni, ad esempio, dalla politica delle affrettate decisioni assunte di fronte al problema della nuova immigrazione; politica oscillante fra una quotidianità pragmatica di piccole risoluzioni e un moralismo generico, teorico; più deleterio che fattivo, in quanto abitua ciascuno fin dall’inizio ad ottenere gridando non a chiedere regolarmente per ottenere il dovuto, il lecito, il necessario – con buona previdenza già programmati.

Ma questo, ed è privata impressione che non mi interessa sia condivisa, è collegato alla precipitosa perdita di identità politica-operativa della città. Tutto è ormai il polpettone che riscontriamo a Roma o altrove; non si realizza ma si discute per giorni settimane mesi se e come realizzare; scambiando per democrazia la tramatura perversa del partitismo oramai debordato. Così anche noi, qua, stiamo per abituarci ai discorsi del bla bla; e, in quanto al fare, al privilegio dell’opera più generica ed eclatante sull’opera più utile.

Bologna è un cantiere e sembra di essere a Napoli, a Palermo. Tutte opere urgenti, necessarie? E il programma che dovrà essere avviato fra poco, spendendo miliardi a pioggia?

Non dimentichiamo che Palermo o Napoli non sono più sole. Dentro al guazzabuglio del «caso» italiano, caverna di un orrore autentico mai descritto, ci sono ormai le altre città, compresa Bologna. Da vent’anni la cintura periferica del nostro capoluogo si è vista recapitare in parte per autonomo trasferimento in parte in domicilio coatto, il fior fiore dell’esercito mafioso meridionale: e adesso siamo stati conquistati. Dicono che mafia e appalti edilizi sia una equazione istituzionalizzata: Allora, invece di buttarci a briglia sciolta, non dovremmo cominciare, o ricominciare, a fare conti più attenti, severi, coatti, più lentamente progressivi; senza precipitarsi in questo gran ballo delle pietre che saltano non a dare nuova felicità agli uomini, ma a sotterrare la loro vera speranza, la loro autentica dignità sociale?

 

 

 

Carte d’Arte, anno III, n. 7, ottobre 1990.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno III, n. 7, ottobre 1990
Letto 6813 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Febbraio 2013 17:35