Fra due mesi, Lugano bella…

Fra due mesi si vota. Una elezione drammatica oppure da operetta; la ripetizione di un rito senza novità e senza orgoglio o l’affannosa speranza di una piccola novità subito disattesa dalla lettura delle schede – che con monotonia calano il segno sullo sbracato ma implacabile squadrone di comando.

Dire del fastidio che ne viene giorno dopo giorno, ora dopo ora, a quella parte dei cittadini comuni non rassegnati a lasciarsi usurare fino all’osso dalla visione globale e dalla sperimen­tazione e verifica giornaliera della nostra vita, è soltanto una ripetizione, ormai quasi insensata; e in aggiunta, dire che ci avviamo alla scadenza del 5 aprile come a un inutile mattatoio di piccole o grandi speranze, e di mortificazioni di grandi o piccole (ma non più rimandabili) necessità politiche e sociali, è prendere atto della situazione che ci gira sotto gli occhi.

Vacuità (nella sostanza) operative, vacuità verbali, arroganze e presunzioni smaccate; affidamento ormai costante alla spettacolarità per movimentare in superficie, ad uso del popolo ritenuto bestia, la immobilità sostanziale circa i problemi di fondo, le oneste conclu­sioni, le autentiche voglie di fare e migliorare. Questo è il quadro del nostro paese, incatenato da improvvisazioni che si contraddicono giorno dopo giorno; da risoluzioni affannose; e, nell’insieme, da un autentico disinteresse per i problemi reali a vantaggio del calcolato perseguimento degli interessi privati, partitici o di banda.

Non ascoltiamo, non leggiamo da tempo una parola giusta; non una conclusione stimolante e promettente sulla situazione italiana. Solo aria e vento. La mediazione cartacea omologa ogni fatto e riferimento al seguito di scritture elementari, svuotate di rigore e vigore; anzi, troppo spesso inzeppate di rifusi, di errori, addirittura di qualche mendacio. La mediazione televisiva, prevaricante, trasforma ogni notizia in spettacolo e i politicanti in arlecchini ombrosi e patetici, fabulanti non sotto la luna ma al riparo delle mura consolidate dei vari palazzi espugnati nel dopoguerra.

Il nostro voto allora a chi darlo? Io non voto, dicono. Io voterò scheda bianca, dicono altri. Perché dovremmo votare e per chi, precisano altri ancora. Qual è la persona che ci garantisce sul serio, se eletta, un po’ di onorevole pragmatismo dentro alle cose urgenti, vale a dire un costante perseguimento politico delle nostre necessità? Avremmo questi giorni su Ustica, an­che solo questi giorni, se non ci fosse stata drammaticamente incombente e implacabile l’associazione dei familiari delle vittime, e se tutto invece fosse rimasto affidato ai parlamentari e ai politici? Se devo votare per uno solo, questo uno dov’è? Me lo chiedo anch’io, in questo momento, con grande chiarezza: dov’è? Se questo uno è disponibile e reale esca dal mucchio, si qualifichi con nome e cognome, prenda in pubblico, occhio contro occhio, i suoi impegni.

Chi ci amministra, infatti, ha via via accettato e confermato la logica ufficiale, ormai istituzionalizzata, che non si è più capaci di attendere all’esercizio amministrativo pubblico, tanto da teorizzare prima e applicare poi la conclusione che occorre in ogni caso affidarsi alla gestione privata per raddrizzare i conti, per rimettere ordine nel bailamme. Dispiace dirlo, anche a palazzo d’Accursio. Ma è il particolare in un quadro generale. Per le privatizzazioni i nostri politici sbavano, i nostri sindacalisti, per la maggior parte, stravedono; tanto da ambire in gruppi sempre più folti a trasferirsi nelle industrie private, esempio di saggia lungimirante intelligente conduzione gestionale, previsionale, amministrativa (vedi Pirelli, De Benedetti, Fiat e altre; mentre nella regione sono più di quattrocento le fabbriche/fabbrichette che i lungimiranti personaggi a cui dovremmo affidare i nostri pubblici destini hanno sbaraccato agli stranieri, dato che sono stati incapaci di controllare i ritmi di sviluppo, le novità tecnologiche).

Così chi governa ha stabilito di vendere i beni pubblici, nazionali o comunali; ultima spiaggia a sentire loro per alleggerire il deficit statale (ma per me, invece, un ennesimo artifizio per impapocchiare tangenti e interessi d’ogni risma); però non riesce, non avendo neppure la più piccola idea in proposito, non dico per risolvere ma almeno per impostare la situazione del traffico (in un paese in cui il traffico su ruote è tutto e il traffico ferroviario è niente; di proposito è niente; e niente resterà); e ai problemi sempre più gravi dell’immigrazione si provvede con palliativi da aspirina (con moralismi spiccioli, con la inutilità dei dibattiti sul razzismo, della domanda sul razzismo (no, non siamo razzisti; io non sono razzista però ecc. ecc.) senza proporsi l’approfondimento sulla cultura, sulla religione, sulle situazioni familiari delle persone – individuate appunto come persone e non come oggetti ambulanti di una immigrazione. Neppure ai problemi della criminalità dilagante riescono a dare una lettura che consenta di organizzare una lotta programmata, dato che la loro lettura della società è mezzo retorica, mezzo teorica, mezzo prevenuta; e mezzo astuta. Nel frattempo la criminalità organizzata sta compiendo la totale annessione del territorio e i roghi di fabbriche e di esercizio sono ormai dappertutto.

Così qua, fra queste quattro mura. Città ricca per sé, e nel modo di un sugo di polpette che trabocca dalla pignatta sopra i fornelli della cucina, Bologna è ormai a filo di essere defini­tivamente sconvolta dalle imminenti programmazioni espansioniste (naturalmente annunciate come inevitabili necessità di sviluppo e di progresso per renderla degna del Duemila – come se il Duemila ci aspettasse quasi fosse un corso infiorato e affascinante); con la conseguente suggestione di una pioggia di migliaia di miliardi per trasferire tutto il complesso della Fiera, per cominciare via via a masticare la collina, per espandere la città qua e là in un mare di calce e di cemento (cemento e calce che sono, dal dopo guerra la peste d’Italia; la pestilenza dei nostri anni. Perché è vero che in più parti dove c’è aggressione del mattone lì compare l’aggressione dello sparo, del morto ammazzato).

Così oggi leggo: «dopo un anno Pds in festa. E le liste…». Si può magari anche fare festa; ma che festa facciamo, fuori dalla stanza o dalla porta della festa? Per chi possiamo votare? Per quale uomo o per quale donna? Per quali parole, nuove davvero, che ci consegnino in breve un minimo di sicurezza? Che cosa ci dicono in concreto e non in politichese sui problemi urgenti della nostra vita?

La Rete, il Pds, Rifondazione, poi i segretari no, gli assessori no, gli esterni no, e chi allora?, sempre questo e quello; certamente bravissimi, sapientissimi, lucidissimi, ma perché allora le cose, prima, non sono cambiate almeno un poco? Adesso è la messa in mora di Cossiga il problema di fondo? Noi siamo qui a morderci le unghie ritenendo di avere di fronte dei problemi, ma di questi nessuno parla. Tutto cade nel mucchio ripetitivo, sempre più fermentante. Con i miei problemi, con le mie difficoltà reali, per chi voto in questo circo della sciatteria, della improvvisazione, della farneticazione, dell’inganno? Dove ciascuno pensa a sé o per la «famiglia» (magari sacra)? Scheda bianca. Non votare. Ma se decido di farlo, per chi? Non avremo sempre la solita tempesta soffiata dai soliti venti malvagi. Dov’è che possiamo ricominciare a sentire parlare sui bisogni della nostra vita non con le solite parole da topi ma con quelle del sangue e del cuore?

Questa piattezza, in un paese carico di tragedia continua, è ancora più ossessionante dei guasti manifesti che ci colpiscono. Dai quali vorremmo uscire fuori non solo con la rabbia del cuore ma con la realtà della politica e magari con l’aiuto di un voto. I giorni sinistri sembrano non avere più fine; eppure io vorrei votare. Troverò pure qualcuno, qualcuna, con nome e co­gnome. Lo cercherò, lo troverò.

 

 

 

Carte d’Arte, anno V, n. 1, gennaio 1992.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno V, n. 1, gennaio 1992
Letto 3073 volte Ultima modifica il Venerdì, 08 Marzo 2013 17:13