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Martedì, 26 Febbraio 2013 17:18

La rabbia e la ragione

Premetto che la scelta, volutamente unilaterale, sottintende in breve una immediata indicazione di temi, quali: la guerra (ogni guerra), la politica (la lotta politica), e quel tanto di privato (ma non lacrimoso) che si conclude col ritorno dall’esilio (“incendi precedono il figlio”); sino alla fine, cioè, di una odissea e al riaprirsi di un nuovo capitolo altrettanto problematico; o, se vogliamo, di un capitolo di vita non troppo diverso dal precedente per le nuove difficoltà e i contrasti che incombono (“Le fatiche dei monti stanno dietro di noi / davanti a noi stanno le fatiche delle pianure”).

La produzione in versi di Brecht (materiale di scontro, d’urto e di immediato realizzo a fini pratici, contingenti, politici) è tipica delle prospettive dure e particolari entro le quali l’autore adattò ogni sua opera, ogni suo scritto. Nessun altro scrittore in questo secolo strumentalizzò con così rabbiosa protervia il proprio talento e violentò la propria fantasia per persuadere il prossimo, il compagno di strada (“Non aspettate tranquilli la morte!”) o per attaccare l’avversario. Ogni opera di Brecht presuppone sempre un interlocutore che la contesti e un lettore consenziente che deve essere persuaso a leggere; nella sua dose e dote di chiarezza (apparente) e di logicità alle volte ovvia c’è raccolta la tensione di un operare con le ore contate e dentro lo stimolo di una urgenza mortale. Da una parte un nemico (reale) che avanza, dilaga, schiaccia (“tanks, cannoni, corazzate, e a punto / nei loro hangars gli aerei”); dall’altra uomini isolati che fuggendo si adattano a sperare e affilano le armi, non solo della ragione; oppure che si inviliscono in una lotta che pare non risolversi. Il rapporto è terribilmente incongruo, eppure in questa disparità di forze che dialetticamente è disarmante (“Di prima mattina / giro la manopola e ascolto / i notiziari di vittoria dei miei nemici”) si verifica in ogni momento la consistenza della “giustizia” e della speranza che nasce dalla giustizia. Non ci si aspetta un trionfo improvviso, mentre si è immersi nelle ore buie, ma il faticoso ritorno della normalità entro cui vivere, e di una certa realtà non corrotta. E col ritorno della giustizia non l’emergere del tempo dell’oro; ma, se non un ragionevole equilibrio, almeno una più diretta volontà d’agire, un ricomporsi del tessuto sociale.

È evidente la mancanza di utopia in Brecht. Egli non affida i suoi messaggi a simboli, non prefigura capziosi ideogrammi nel misticismo (sia pure della politica), non fa del narcisismo ideologico; piuttosto incalza metodico, monotono, alle volte con una certa pesantezza, una ridondanza che può apparire mediocre, spersonalizzata, ma che in realtà finisce per convincere e avvincere più di ogni esaltante invocazione lirica (“Mostro / quel che ho veduto”). Non epici, i testi di Brecht sono piuttosto organizzati con un razionalismo didascalico che non teme neppure le contraddizioni quando esse finiscano per riuscire proficue. I temi sono la guerra, il partito, l’imbianchino,la rozzezza astuta e tragica dei potenti (“Quelli che stanno in alto / si sono riuniti in una stanza. / Uomo che sei per la via / lascia ogni speranza”) e le contraddizioni anche economiche di una società volgare (nel senso di “spaventosa”); il suo metodo è quello di scegliere o di centrare un tema e di svilupparlo come una argomentazione, che non è mai moralistica – perché non vuole colpire il sentimento – bensì dialettica, cioè rivolta alla ragione; e comunque pratica, perché tiene conto obiettivamente della situazione e delle necessità utili per contrastarla.

Questo produrre per un pubblico (per la gente comune) non da richiamare e convincere ma già disposto dalle vicende a intendere ogni dilemma o problema, e che non si lascia frastornare o fuorviare, dispone l’autore a drammatizzare i propri testi, ad adattarli a canovacci per una tragedia dell’arte,a possibili recitativi, a invettive e prese di posizione, ad aneddoti, scene, schizzi, stravolgenti bozzetti; o addirittura a proporli come fatti di cronaca (nera) per renderli più immediatamente e largamente fruibili per tutti gli usi di una vita intera. Sono testi in movimento; celebrativi (nel senso che sforzano le situazioni di fatto isolandole in rapide folgorazioni narrative) e politici (nel senso che enunciano e propongono, dentro ai vari momenti di tensione pubblica, una scelta; o ribadiscono la necessità di queste prospettive di scelta); ciascun lettore potrà poi aggiungerci qualcosa o togliere qualcosa, cantarli, contestarli, rivoltarli; potrà in continuazione riscriverli, liberamente appropriarsene, adattarli ad altre circostanze, implicarli in situazioni diverse. Apparentemente rozzo nella sua scaltrissima semplicità; poco sfumato perché tutto teso a una argomentazione che vuole partecipare (proporsi uno scopo), Brecht compie una profonda operazione di demistificazione poetica, trasferendo la poesia dall’isolamento tradizionale, in cui prevale l’interesse privato-lirico (e dove risuona la dolcissima retorica) all’impegno irto e difficile dell’interesse pubblico e della lotta politica (“Nel mio canto una rima / mi parrebbe quasi insolenza”). Non più sentimentale (“la lirica deve essere giudicata sulla base della sua utilità”) egli la declassa con una operazione di trasferimento violenta e improvvisa (ma tuttavia consapevole, misurata e calcolata) a strumento di persuasione, di sollecitazione, di ammonimento; la utilizza e manipola in ogni modo, con la scaltrezza tecnica dello specialista, usando la ballata o un secco discorso disarmonico, “gli ottoni dell’allitterazione” e le rapide e balenanti allusioni, ammicchi ecc. che toccano mente e cuore e si annidano subito nella memoria. E non evade mai da questo impegno, non svirgola, non elude; se nei tempi bui bisogna cantare dei tempi bui, egli fa oggetto della propria operazione questa ricognizione spaventosa e difficile; alle volte quasi un’opera impossibile, un’impresa disperata. In molti componimenti c’è quell’ironia ringhiosa, da cane, che graffia la realtà e la esaspera dilatandola, non potendo intanto colpirla a morte o soltanto ferirla; e tuttavia, a sostenere la struggente tensione del discorso, si sovrappone la consapevolezza drammatica di operare sul concreto per il futuro del mondo e, in altre parole, e sia pure con pochi strumenti, per la salvezza dell’uomo (“Sì, verrà un tempo / che a quei savi e cortesi / pieni d’ira e speranza, / che sulla nuda terra si posero per scrivere / nel cerchio di chi era in basso e di chi lottava, / sarà data pubblica lode”).

 

 

 

Avanti, supplemento della domenica, 30 gennaio 1966.

 

 

 

Martedì, 26 Febbraio 2013 16:12

Intervento su poesie di Cesarano

Tengo sotto gli occhi, per questo rapidissimo inventario, oltre naturalmente ai testi che qui si presentano, dell’altro libro di Cesarano, La pura verità, soprattutto Autodromo; che mi pare tipico e mi serve – mentre offre un risultato eccellente sotto tutti i punti di vista per “organizzazione” e per “lingua”; per espressività organica.

Là, subito: “il cancello si spalanca, / un muso di bestia che annusa l’asfalto / esce adagio / poi intiera si vede la macchina… / Cammina / in tuta il meccanico, scorta la macchina / col fumo dello scappamento che sfiata / sulle ginocchie lente e le macchia”. E dopo, di un coniglio che si precipita ammattito dal frastuono dei bolidi: “Nel pelo / parassiti e semi a uncino di vegetazione / selvatica”. Mi sembra, sia pure dai brani estrapolati, che risulti (e risalti, in qualche modo) il bisogno “freddo” del particolare, la ricorrenza a una ricapitolazione (che non è descrittiva, non soltanto descrittiva) dei singoli dettagli, per incastrare una scena, un fatto che conta; come uno scendere dal generale al particolare e non viceversa (risalendo); una illuminazione o chiarificazione a ritroso. Cioè: da una certa sicurezza preliminare ci si svolge alla ricerca di tutti i dettagli, che non vengono contestati ma reperiti e subito strumentalizzati (classificati) ai fini di una dichiarazione di princìpi. Si esprime anche una “esaltante” prevaricazione in questo procedere senza scrupolo – e, direi, senza l’ombra di una memoria ingombrante e senza “troppi” dubbi. Ne riesce, in generale, un risultato fortemente struggente nell’ambito sentimentale (ma senza sbavature e complicazioni) e di chiara o comunque risaltante fermezza ideologica; non un interrogarsi ma un dichiarare, contestando le cose. Anche una scaltrita prepotenza che non finisce nel generico o nel gridato (l’usura del melodrammatico) ma si mantiene contenuta, controllata dalla ragione che opera e indaga. Scene di un racconto, è stato detto? o un racconto tout-court? Sia pure. Con qualche malizia che contraddice subito ai rapidi (e leggeri) indugi lirici (il “trabocco” del sentimentale di cui si diceva sopra).

Nei testi qua offerti il discorso cambia, o comincia a cambiare, per il critico. È da un po’ che sto attento a questo mutamento, a questo passaggio di coordinate – che avviene, mi sembra, nonostante tutto, con le regole, i necessari calcoli e con cautela. Ora il discorso si infittisce, si aggruma; si fa “spesso”, alle volte addirittura difficile, per una concentrazione che risucchia all’interno i possibili appigli esplicativi e li assorbe nello spessore caldo delle argomentazioni. L’autore appare nervoso e in un’attitudine di sospetto, comunque indifferente al fruitore; non lo consiglia, non lo segue, non lo provoca (di proposito) e non vuole convincerlo (non cerca di convincerlo). Il discorso, che era prima con l’altro, si fa monologo; il personaggio si sfuoca; il racconto diventa introspettivo e accentuato nei nodi ontologici; c’è una recrudescenza di lingua colta, quasi un ricupero di una certa accademia compiuto di proposito (s’involve; aurea; gravi collere; visceri; ratti; s’involò; intiera; voraginoso; trasalimenti; sorte impredicata; l’aspro grido; divaricati sguardi; lenti vocaboli ecc.; e ancora: canuto, afrore, orante, codesto, m’appiglio, pulsa, rovi ecc.); una insofferenza a generalizzare (“tanto, registro / ciò che è a portata d’occhio, ciò che si sente / sopra o sotto il brusio”);cioè subito sopra e subito sotto, quindi appena una impercettibile divaricazione; il proposito di affidarsi a una metodologia; restringere i confini. Questo si traduce in una (magari apparente) maggiore calma, o quiete (dopo una tempesta); il discorso, mentre si complica si amplia anche; prolifica in sottosezioni congetturali, attinge la metafora. Decade, ai fini argomentativi e strutturali, la necessità di reperire e codificare il particolare; e sopravviene una dilatazione sfumata come lo sgranarsi di una fotografia ingrandita. Una “irrequietudine” dell’intelletto (che non contraddice quella calma) e una più accentuata (e drammatica) incertezza sentimentale. La struttura è vilipesa, violentata, quasi contorta (al modo di un filo di ferro più volte piegato); i dettagli sono accatastati; gli oggetti, le cose relegati alla funzione “negativa” di controcanto; non sono più funzionali ma demoliti, quasi archiviati a un ruolo subalterno, espressionisticamente decorativo. C’è un autentico “scempio” del particolare – che è tragico, irritante e, nello stesso tempo, molto interessante. È un annuncio che il privato avrà il sopravvento? di una possibile autobiografia (fortemente drammatizzata)? del prevalere del particolare e il dilatarsi dei nuclei sentimentali, sia pure controllati e vigilati dalla ragione? assisteremo a una rappresentazione d’interni? o esploderà il dramma autentico, già preannunciato, di chi è dilacerato fra l’obbligo della sua socialità e il necessario espletamento degli incarichi e dei poteri privati? Tali domande, disposte con l’affanno del breve spazio, presuppongono intanto una concentrata problematicità in questi versi che leggiamo, una carica provocatoria di forte rilievo; e testimoniano intanto dell’interesse che nasce dall’interno di testi lungamente e acutamente elaborati.

 

 

 

Paragone-Letteratura, anno XVI, n. 190/10, dicembre 1965.

 

 

 

Martedì, 26 Febbraio 2013 13:39

Intervento su testi di Jahier

C’è una certa “monotonia” in Jahier che è tipica dei moralisti; una monotonia sentimentale affidata a messaggi comunicativi semplificati o comunque “dilatati” nel senso di una accentuazione lirica (mai esaltazione) che si sforza di renderli perspicui il più possibile e fruibili secondo ogni modalità. Povertà e giustizia; ancora: la purezza nel segno della povertà (“ripasso una a una queste virtù che sono dono di povertà”); la purezza del povero, una purezza sociale oltre che privata; nel povero è assenza di esasperazione e una disposizione ad accettare il sacrificio (disposizione che è metodo, non religione), un adattamento “solenne” alla fatica; la purezza come “pulizia” dei sentimenti rodati e semplificati (direi scarnificati) dalla fatica; poi il dolore della vita, che è il trapasso della fatica di ogni giorno, la fatica nella sua continuità, l’esigenza della fatica, la sua necessità (che qui, sì, diventa quasi religiosa, cioè un atto che comporta fede) per sopravvivere (“la fatica d’Adamo degli uomini”); e la disperazione che non è mai una rivolta o una più profonda rassegnazione (tale da lasciare traccia di rancore) ma una accettazione complessiva e momentanea del male possibile (che si aggiunge ad altro male presente e in atto, inevitabile); la disperazione, allora, come un aumento di pena che incrina la calma, cioè (ancora) la pazienza di vivere; la calma che non è rassegnazione dispettosa alle circostanze (a questo grosso peso) ma comprensione delle circostanze, un verificare il presente con la forza (che è l’esperienza) del passato – ed è tuttavia anche “assenza” (indifferenza) di futuro. Certamente il povero si esalta anche in qualche sogno, in qualche progetto proiettato in avanti, ma piuttosto come un prolungamento della fatica presente, o una sua parziale risoluzione, un parziale “riscatto”: la casa (entro cui raccogliere la donna, i figli, la roba), il campo (magari a valle, per non dovere più emigrare) ecc. Questo, estremamente semplificato, è un primo dettaglio della geografia sentimentale di Jahier – che si articola nel rapporto coi “figli”, cioè col popolo, o con quella parte di popolo che l’autore conosce e di cui partecipa (“essere un uomo comune”; “far compagnia a questo popolo digiuno”). La guerra “vera” è, dunque, soltanto una continuazione, e neppure peggiore, della guerra di tutti i giorni (e così è subito smitizzata); nella guerra vera almeno si muore, nella guerra di tutti i giorni “sentite le condizioni: tribolare, emigrare, ammalare, ospedale, camorri, prigioni”. La guerra vera intesa (nell’abitudine e nella solitudine di chi si disperde, emigra) come una possibilità e una necessità di radunata, di ritrovarsi, riconoscersi, non come soggetti ma come gruppo, come coalizione sociale operante (infine, perché non dirlo?, come “nazione”).

Chiuso il quadro, si intende l’abisso di prospettiva che divide questa “posizione” da quella esibita e conosciuta di tanti coetanei (“gli intellettuali che gridavano guerra tra sigarette e stravizi”). Se c’è una esaltazione stilistica che potrebbe preliminarmente creare qualche equivoco, l’epicità di Jahier (cioè quella tensione) a mio parere è sempre “didascalica”, e il lirismo non è una esercitazione dello stile o una eccitazione sentimentale ma una “necessità” per strumentalizzare a fini specifici il sentimento – la sua carica di comprensione, e di persuasione (“fare il bene con disperazione”, “guadagnarsi d’essere il loro capo”); e questa strumentalizzazione si organizza non su un progetto di umanitarismo generico ma, come ho detto, pedagogico (“questa è assistenza d’amore”; “o se potessi portarli alla luce”). Il primo, comunque, presuppone una concezione “aristocratica” della società, interclassista, per cui l’interesse, l’attenzione sono soltanto una “curiosità” (alla fine) e una trasposizione o un trasferimento dall’alto di miasmi paternalistici; questo invece chiede la partecipazione della ragione – oltre a una estrema perspicuità e “deferenza” sentimentale: una “partecipazione” fortemente interessata e caratterizzata. Il lirismo, dunque, è una tensione che si consuma, non una esagitazione ontologica, bellettristica. C’è in Fromm, nel saggio su Freud, una sottile definizione della differenza fra ribelle e rivoluzionario: il primo è colui che si oppone a un ordine costituito, alle istituzioni e agli uomini che le rappresentano (o le amministrano) per rovesciarle e sostituirvisi; in altre parole, per rifarne altre e identiche, sotto diversa specie – col solo trasferimento di potere; il secondo è colui che si oppone col vigore della ragione e dell’azione e con legittima costanza per rovesciarle soltanto, senza alcun progetto “privato”, senza alcuna prospettiva di tornaconto. Nella misura in cui l’autore di cui ci occupiamo (Jahier) si oppone al superomismo ribellistico dei Maigret letterari del nostro primo Novecento, identificandosi con una lucida continuità nell’impegno di un operatore didattico (con la rigidità e la severità che tale progetto comportava) egli fu un rivoluzionario – e un isolato (naturalmente). In altre parole: all’esaltazione abbastanza paranoica dei colleghi (“giovani amici che rodete il freno e vi angustiate di veder passare a portata di mano l’eroismo così raro a una generazione”, Prezzolini; “Amiamo la guerra! La guerra è spaventosa e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi”, Papini; o anche, con la più cauta struggente passione di Serra: “Non voglio né vedere né vivere al di là di questa ora di passione”) egli oppose fin dal principio una “concitazione” più diffusa, un fervore che direi da ape operaia, per organizzare piuttosto che guidare, per persuadere ed educare piuttosto che per comandare (“la sventura della guerra mondiale” scriverà su “L’Astico”);dunque, per ripeterci, un fervore pedagogico – che era un fervore della coscienza e una assoluta esigenza, necessità di dedicarsi; un “pathos parenetico” (Walter Jens). In questo senso un “maestro” è rivoluzionario: nella misura in cui opera e si oppone, cioè modifica o si sforza di modificare, entro situazioni di fatto, la condizione degli uomini. Mentre i colleghi si proponevano magari di emergere o comunque si esaltavano disponendosi a utilizzare la guerra come un farmaco privato che appagasse la loro bramosia vitalistica o nazionalista e rimarginasse le loro piaghe private, in Jahier è subito tipico un proposito violento, tenero, misteriosamente ottuso (nell’apparenza di un candore semplice) di regresso, di rientrare nei ranghi, di perdersi nel numero, di imparare dagli altri (e non tanto dalle “cose” terribili), di identificarsi e smarrirsi nella grande massa anonima e veramente gemente (“ritirati fratello-padre, perché è il momento di ritirarsi e di soltanto guardare”). La sua ambizione è orizzontale, prospettica, contro l’egoismo realistico e verticale degli altri; il suo progetto di lavoro è subito metodico, non esaltante e improvvisato ma convinto, demistificato; dunque paziente, oscuro. Cerca i collegamenti, si propone di allargare la serie dei rapporti umani, sente di non poter agire se non conoscendo (“bisogna che sappia di ciascuno come gli è andata fin qui la vita”); provoca un discorso continuo, in cui egli sia piuttosto un uditore o un partecipe che un artefice da applaudire; non chiede consensi ma convinzione; non vuol suscitare ammirazione ma simpatia e, alla fine di tutto, fiducia, cioè amore. È un impegno di vita piuttosto che un progetto letterario (nella guerra); ed è un impegno che soprattutto si esalta e si compie, anche se non si esaurisce, nelle vicende da cui è determinato. Lo stesso Gino Bianchi rappresenta in un certo senso l’introduzione, l’antefatto alla vicenda alpina; è una esegesi preliminare, ironica, infastidita, raccontata con un distacco “acrimonioso”, talvolta perfido nell’ironia leggera, alla catastrofe che seguirà – che è nell’aria. È una ricapitolazione o una descrizione di una società che si è consumata (o lo sta tuttavia). È l’antefatto di tutte le possibili negazioni e involuzioni, con quel tanto di gaddismo che affiora, in una contraddizione abbastanza tipica e legittima con le opere seguenti (e tuttavia legata a esse): l’ironia, come ho detto, e il linguaggio piatto (burocratico), a piccole increspature; trasposto; che ricalca una condizione sentimentale di assoluto distacco, rivagheggiata da un personaggio che non la patisce più, non è più protagonista.

Nel lirismo pedagogico (che rappresenta a mio avviso l’unico esempio di trasposizione letteraria del proficuo sociologismo salveminiano, e di quel tanto di utile investigazione della realtà italiana che ha reso classica almeno una parte del lavoro della prima “Voce”) rientra senz’altro la rude e intransigente componente religiosa di Jahier – che non è quella di Serra, per esempio, tutta sfumata e tragica e che intendo come una “terribile” rassegnazione o come un presagio “augurale” che disancora l’uomo dai propri progetti e lo fa quasi morto innanzi tempo, rendendolo agli altri “pauroso”. In Jahier nonostante qualche ricalco, che era nell’aria (“questa chiarezza di moribondo che la guerra ha donato”), c’è piuttosto un fervore operativo “francescano”, quasi gioioso, affidato alle cose e alle persone (nonostante i dubbi inevitabili, i rammarichi, i segni e i riconoscimenti angosciati di una propria debolezza per la complessità dell’agire); c’è una prospettiva di lavoro lungo, un progetto a cui attende (senza limitazioni) e una speranza per esso; non c’è la presenza “continua” della morte, non quell’angoscia chiusa, selvaggia, manichea. Al contrario: continua a svolgersi la vita (nonostante tutto), che semmai deve migliorare o servire a qualcosa per tutti; che deve procedere acquistando conoscenza di sé, con questa volontà di progredire – e non è intesa come qualcosa che è sul baratro da cui deve arretrare balbettando. Anche questa è una novità che ci colpisce. In un momento di grandeur (irrazionale o interessata), Jahier ha anticipato nelle pagine delle sue opere (che resistono fra le più solide del secolo) la folgorante protesta che sarà poi di Brecht: infelice la terra che ha bisogno di eroi. Infatti non di eroi occorreva il seme ma di cittadini “buoni”, cioè giusti. Egli coglieva il presagio dei tragici impegni che seguiranno, della continuità della lotta (per cui occorreva la chiarezza che produce a ogni costo fermezza); perciò anche in seguito non si è contraddetto, non ha demeritato; pagando con la pelle viva; e con un silenzio che ha tutto il nostro rispetto.

 

 

 

Paragone – Letteratura, anno XVI, n. 188/8, ottobre 1965.

 

 

 

Martedì, 26 Febbraio 2013 10:48

10 domande su neocapitalismo e letteratura

1. Il rapporto tra certa letteratura moderna (nouveau roman, romanzo surrealista, romanzo magnetofonico “Alla Salinger”) e il neocapitalismo è simile al rapporto tra l’ermetismo e il fascismo? Oppure è diverso?

 

2. Il neocapitalismo è la riscossa anticomunista del capitalismo sul terreno stesso che il comunismo ha sinora preferito: la rivoluzione industriale. A suo tempo la controriforma non agì diversamente nella sua lotta contro la riforma: dopo un momento di smarrimento e di dubbio, adottò e fece suoi i metodi dei protestanti. Secondo voi ci sono dei punti di rassomiglianza sul piano culturale tra riforma e comunismo da un lato, e neocapitalismo e controriforma dall’altro? E comunque nei modi della lotta? E in che modo ne è stata influenzata la letteratura?

 

3. Il marxismo è umanistico, il neocapitalismo è produttivistico; cioè per il marxismo il fine dell’uomo è l’uomo, per il neocapitalismo il fine dell’uomo è la produzione (e il consumo). Credete che questa diversità sia all’origine dell’antiumanesimo del nouveau roman e in genere della letteratura moderna?

 

4. Pensate che a ogni situazione di prosperità e comunque di ideologia della prosperità debba inevitabilmente corrispondere una letteratura formale e conservatrice? Oppure credete che si tratta di semplici coincidenze? In altre parole il nouveau roman si affaccia sulla scena francese insieme con il gollismo come a suo tempo la Ronda coincise con il fascismo? Credete che sia un mero caso oppure che vi sia una relazione?

 

5. Il nouveau roman ci descrive città senza nome nelle quali persone senza nome si aggirano per strade senza nome facendo cose che non hanno nome in situazioni innominate. Queste città, queste strade, questi personaggi sono molto simili a quelli di Kafka: sola differenza è che Kafka era consapevole della alienazione che era all’origine di una simile astrazione, e Robbe-Grillet no. Credete che il processo di astrazione letteraria di cui il nouveau roman è un esempio risalga a Kafka, o più addietro, addirittura a Dostoevskij? Quand’è insomma che l’uomo ha incominciato a scomparire dal romanzo e in che modo?

 

6. Pensate che vi sia un rapporto fra il favore di cui godono le ricerche linguistiche dialettali e magnetofoniche (ossia materiche) nel romanzo, e la simpatia che i conservatori hanno sempre dimostrato per qualsiasi problematica che riguardi piuttosto i mezzi che i fini della letteratura? In altri termini non pensate che al neocapitalismo convenga che la letteratura si occupi di se stessa, piuttosto che si occupi del neocapitalismo?

 

7. Le tecniche del nouveau roman e in genere della letteratura più aggiornata rassomigliano molto alle tecniche della produzione industriale moderna. Nella letteratura moderna l’uomo fa parte di un mondo che egli ignora e che lo ignora, allo stesso modo che l’operaio nella fabbrica moderna ignora la fabbrica e ne è ignorato. L’operaio produce parti di macchine ed è lui stesso una parte di macchina; nella letteratura moderna l’uomo è un oggetto tra i tanti oggetti. L’abolizione della psicologia, del resto, sta a testimoniare che il personaggio della letteratura moderna non soltanto è oggettivamente un oggetto, il che permetterebbe ancora la psicologia, ma anche sa di esserlo, il che uccide ogni psicologia. Ora non è questa anche la condizione dell’operaio dell’industria in serie moderna?

 

8. Il problema sociale nel neocapitalismo trova la sua soluzione in una espansione dei consumi e dunque della produzione. L’uomo diventa così sempre più un semplice anello di congiunzione tra produzione e consumo; cioè, in sostanza scompare in quanto uomo, e non è più che un passaggio obbligato affinché la merce dopo essere stata prodotta venga consumata. Non vi pare che i personaggi del nouveau roman siano in fondo soprattutto dei consumatori? Così forse si spiegherebbe la loro qualità fantomatica: il consumatore infatti non esiste che nel momento in cui consuma. Il resto del tempo egli è socialmente dunque umanamente inutile e superfluo.

 

9. Non credete che le discussioni letterarie all’interno della letteratura moderna equivalgano alle discussioni economiche e sociali all’interno del neocapitalismo? Ossia sono possibili soltanto in quanto è soppresso “l’altro”, il contrario. E che in ultima analisi equivalgano alle accademie di un tempo le quali anch’esse si occupavano soltanto di questioni formali, cioè interne? In altre parole non staremo assistendo alla resurrezione di vecchissimi mali sotto nuovi nomi seducenti?

 

10. Non vi pare che il rapporto tra il neocapitalismo e la letteratura sia in ultima analisi rapporto tra il neocapitalismo e i letterati presi uno per uno nelle loro situazioni personali? In altre parole non credete che il neocapitalismo eserciti un’influenza sulla letteratura non soltanto indirettamente attraverso la modificazione dei rapporti umani ma anche direttamente attraverso stipendi, salari, posti, consulenze, sinecure, e altre simili incombenze?

 

L’uomo ha cominciato a scomparire dal romanzo quando ha cominciato a scomparire dal mondo. È stato l’avvento della borghesia a neutralizzare la curiosità sociale, a defraudare l’individuo del solo bene tradizionale di cui potesse ancora godere, cioè del tempo; ad assorbirlo e infine a deteriorarlo. Componendolo insieme (vicino) ad altri, la borghesia potente prima ha livellato l’uomo poi l’ha massificato; prima l’ha distorto con la violenza collettiva delle guerre micidiali poi l’ha ricomposto secondo uno schema di preordinata utilizzazione. Oggi è in atto la conclusione di questa estraniazione dell’uomo dalla realtà, e il suo ricupero in un paesaggio alienato, irto di spigolose resistenze, sovrabbondante sì di novità ma paurosamente uniforme. È in atto l’astrazione dell’uomo dalla realtà da quando, con l’ipocrisia degli idola metafisici, è stato costretto o indotto a distruggere se stesso guerreggiando nelle proprie città, dentro alle proprie case, violentandole con una indifferente furia, rivoluzionandole, annichilito in una rassegnazione senza dramma. Ha ricostruito, certo, pietra su pietra (secondo la retorica ufficiale), ma già condizionato sostanzialmente a essere e a esistere; senza memoria storica; secondo una volontà di altri, non più di un padrone ma di un sistema, di cui egli stesso era partecipe e complice, detrattore e in egual misura consapevole. È nella valutazione della capacità (volontà) di distruzione dell’uomo che è identificabile il segno della potenza degli “instituta” che lo implicano: e, insieme, della inesauribile possibilità di durata del sistema entro cui l’uomo si ritrova determinato. Soltanto distruggendo per rifare, con minuta ossessione (non dico per ricreare), il sistema sopravvive e prospera; né può ovviamente stabilizzarsi nella tranquillità sociale (ipotizzata per tattica), cioè nell’ordine, poiché l’assimilazione del fatturato, per quanto frenetica e di continuo sollecitata, non può né potrebbe accadere e risolversi con la necessaria rapidità. (L’accumulo delle scorte ecc.; l’invenduto che si scarica o si distrugge ecc.; o tutto ciò che viene accantonato e utilizzato soltanto per la previdenza di terremoti, epidemie, probabili guerre). Sicché a un certo momento di questa economia deflagrata, conseguente alla periodizzazione delle vacche grasse, non è più il singolo consumatore l’oggetto della ricerca e della ripulsa, dell’invito o dell’invocazione, ma in toto la collettività; non più il singolo nella sua debolezza e fragilità economica, evanescenza sostanziale, effimerità, ma lo Stato, astrazione che si identifica nel bilancio e nella disponibilità finanziaria, nelle sue urgenze e nella sua corruttibilità, nella sua parziale indifferenza e nella sua scarsa “informazione”. A esso si possono e si debbono affidare gli acquisti globali, l’assorbimento una tantum. È evidente che siffatto mercato, in ultima analisi, non può sussistere che nei momenti di esasperazione delle cose e degli affetti; non può che ricomporsi nella morte delle cose. È un processo, e un progresso (nell’ordine delle date) verso la distruzione per “poter rifare”; indecorosa contaminazione di delitti e di dubbi, di scalate all’Olimpo e di mitomanie, di falsificazioni storicistiche e di richiami istituzionali. La produzione infatti, oggi, supera il consumo (è risaputo); il rapporto, drammatico, non è più, secondo la fenomenologia tradizionale, fra capitale e lavoro; ma fra capitale e capitale, fra produttore e consumatore; in conclusione: fra produttore e produttore, in una complementarietà di interessi e di problemi alle volte insormontabile. Al limite del dramma diventa una collusione e una complicità. Sicché pare sempre più evidente, dentro a questo contesto, che il sistema del capitalismo (la sua ideologia, più ordinata agli effetti e più aggiornata di quanto non fosse, e necessariamente apparisse, in passato) ha come fine ultimo l’interruzione dell’ordine ordinato (entro cui l’uomo può ancora esibire e arrischiare qualche scelta economica), il proponimento ciclico di una distruzione delle cose, la distruzione globale della merce per ricomporla; non più un assorbimento graduato ma un annientamento rapido; la dissipazione. E subito, la ricostituzione, la ricomposizione nel (e del) dolore. Non un “fuoco” secondo la casistica mistica così cara e accetta, domenicalmente, alla profumata borghesia italiana; e neppure l’ossessivo medievale liberatore di streghe e di incubi (sia pure); ma un fuoco che brucia (soltanto), pragmaticamente e banalmente inteso come “avventore”, insieme il più discreto e il più rapido fra i possibili acquirenti; certo più insaziato, quindi più accattivante di un gruppo di pellegrini pacificati dall’abitudine del consumo, disincantati dalla routine. Questo è un punto. Il benessere in effetti è soltanto per un momento “storia”; il periodo di adattamento, e di necessario trapasso, che il neocapitalismo concede al consumatore per abituarlo al consumo; un periodo di adattamento al consumo razionalizzato: tenendo conto che il consumatore, o ogni nuovo consumatore, par sempre un individuo liberato da poco dalla urgenza della miseria e della fame, e bisognoso di tutto. Lo svezzamento di costui, nella fattispecie, è per lo più affidato al tramite televisivo, che determina i primi choc; consegue poi l’aggressione programmata secondo i canali abituali: richiamo al nord, sottoimpiego, piccola officina, l’impiego in fabbrica, una qualificazione di mestiere e il via alle spese: frigo, tele, forno, aspirapolvere, motoretta, cinquecento, ecc. La politica delle strade e delle autostrade. Dentro a questo contesto la cultura si esprime in una consapevole acquiescenza. No, neppure è complice; essa stessa è partecipe (una partecipazione agli utili). Il rapporto è diverso da ieri; più preciso e pubblico, semmai con qualche ostentazione di civetteria. Fra capitalismo e nouveau roman non c’è la dinamica dei contrasti (o dei contrari) ma una consapevole integrazione; così come allora, fra fascismo ed ermetismo, sussisteva un’ambiguità calibrata, il languore dell’assenza (e la complicità consisteva proprio in quell’apparente evasione; come il non voler vedere ma già con l’ebbrezza di quel non voler vedere), oppure ci si adattava a una partecipazione sospettosa, un po’ lacrimosa magari, con qualche svenimento (femminile). Esiste oggi una suddivisione di impegni, una razionalizzazione degli incarichi “pubblici”; una partecipazione che in effetti è anche d’affari. Prima semmai era, egualmente colpevole, una sottomissione al braccio secolare, alle volte rallegrata da una tolleranza paternalistica. La nuova situazione in atto ha forse i suoi vantaggi ma comporta delle precise responsabilità pubbliche (non private – o soprattutto pubbliche) alle quali gaiamente tutti si sottraggono o che di proposito eludono. Questo tipo di rapporto, quale si è configurato negli ultimi anni, si può esaminare da due opposte posizioni, diacroniche: utilizzando strumenti marxiani, che sottintendono ab abundantia un dissenso “organico”; oppure esibendosi da una parte che s’invera in atteggiamenti dialettici ambivalenti: da una indifferenza provocante, per finire alla partecipazione o alla accettazione. Non credo, lo ripeto, che si possa concludere qualcosa, nell’ordine dell’opposizione a un siffatto sistema, presumendo di operare dal di dentro (così come non credo a tutte le sofisticate operazioni letterarie di mediazione, meglio dire atteggiamenti, che invece di esprimere idee coprono e sostengono una politichetta personale, sulla soglia della sagrestia). La particolare condizione italiana corrode(rebbe), è troppo noto, qualsiasi forza ideologica che cercasse di incunearsi nel vivo delle giunture, o soltanto di saggiarne le resistenze. La condizione nostrana è tale da potersi diagnosticare in tutta tranquillità come pericolosamente uniforme e caotica, sprofondata (nonostante le apparenze) in una intolleranza ipocondriaca, scettica al modo torbido e vacuo, sornione ma in fondo svirilizzato del sottoproletariato conculcato dagli eventi, che procede nel suo ciclo vitale condizionato soltanto dall’umore;oggetto, in un contesto storico, patetico e tuttavia alla fine commovente (il nostro mammismo) nella sua debolezza cronica e senza avvenire. La classe dirigente, non intercambiabile, è cavillosa, non specializzata; informata ma non profonda nelle sue cognizioni specifiche; è ampollosa, riservata in una cerimoniosità di affetti mistici; generica non programmante; in definitiva è inintelligente e indifferente. Oggi assistiamo all’ulteriore spappolamento del tessuto sociale, non alla costituzione o alla ricostituzione di una novità operativa; all’inalveamento dentro allo sperimentalismo linguistico delle istanze “politiche” di una letteratura che dovrebbe contrarsi altrimenti impegnata; all’assorbimento conclusivo delle residue speranze e delle velleità (non dico neppure dei propositi) anziché all’estrinsecazione non formale di un programma politico, sia pure a lunga scadenza, evidente e circostanziato; all’ossequio delle tradizioni (folkloristiche) e non al progresso verso le “novità” – cioè verso un nuovo modo d’essere, un cambiare totalmente la pelle. Intendo novità sostanziali, mein Gott, non le solite sbrindellate formulette da cronicario politico, da lazzaretto delle circostanze – di cui traboccano gli atti parlamentari dai tempi di Depretis e di Sella. Si vorrebbe insomma vedere incanalato lo stupendo raptus progressivo del tempo nostro – in sé grande – verso opere, e conclusione di opere, di pubblica utilità (e felicità): a) gli ospedali; b) le scuole; c) la riforma fiscale; d) la pianificazione urbanistica. Letteratura (cultura) e politica invece, in una crasi esistenziale, collaborano al ribadimento dell’élite neocapitalista. Da essa hanno ricevuto un compito, nel momento della divisione degli impegni, che si persegue soltanto con una apparente problematicità: il ricupero e la riqualificazione “archivista” di tutte le pratiche ideologiche e di tutte le forze d’urto: indagate, schedate, inanellate secondo un calcolo preciso. La letteratura, depauperandosi di sostanza ideologica, s’arrotola in se stessa per risentirsi “cantare”; una maretta dentro a una conchiglia. Illusa nel contempo, con faccia tosta, di disperdere le tracce della sua torpida ascendenza tradizionale, che si riferiscono al maestro “tardo” di tutti i possibili pateracchi, al gran reprobo, al mistico viaggiante, al signor di Gardone. Come lui, anche questi nipoti sognano i levrieri e si dissipano sugli scogli delle città, sia pure di provincia, per le loro canzoni d’oltremare. Divertono i borghesi (con sberleffi fingendosi delusi e picchiati, dimenticati e boicottati), soddisfano il committente, hanno qualche successo personale e la fotografia sul rotocalco – tutto eguale a sempre, nei progetti, nei propositi, negli equivoci. Perfino nella difesa, al fine, dell’etica tradizionale; nell’immobilismo organico. Nei riferimenti di quella che s’usa chiamare oggi, in modo più corretto secondo la storiografia amica, non già controriforma ma semplicemente riforma cattolica, si può inferire che il neocapitalismo è, in effetti, la riforma capitalista (in opposizione a un primo riformismo economico); cioè è il sistema che eguaglia e congloba, in selezioni dinamiche e in verifiche, tutte le forze, e soprattutto le forze economiche, ma non solo quelle, che difendono comptu sui l’etica tradizionale (non mica per convinzione!). È qui uno dei punti fondamentali a mio parere, e la ragione vera di ogni disputa; altrimenti che importerebbe disquisire sul sesso degli angeli stilistici? È ancora lo scontro di due ideologie globali; la “messa in chiaro fenomenologica” della realtà contro ogni mistificazione irrazionale o contro ogni razionale mistificazione; sì, ancora una scelta che implica, come sempre in verità, il destino dell’uomo. Mescolare le carte della ragione, sostenere la “necessità” o l’utilità della contaminazione (prego, in un paese come il nostro!); divagare per sorprendere o per stancare – utilizzando a questo fine anche alcune stanche ombre; procedere all’avvelenamento dei pozzi, mescolando avanguardia e socialismo in un côté di autentica conservazione; indifferenti alle richieste di fondo, e alle necessità, di una società che non cerca il compianto, o gli isterismi di giovinetti declamanti, ma soluzioni tecniche che risolvano affanni antichi, e appaghino antiche morti. A tutto si oppongono, con la connivenza di alcune operazioni di freno sociale e di invalidamento di ogni attesa. In occidente poco è mutato, nella sostanza, da duecent’anni a oggi, se non nell’elenco allungato delle distruzioni di guerra, degli inganni patiti dalle collettività nazionali dai retori di ogni tipo, e dei cavilli giuridici sul corso dei fiumi. Pretendere che sia possibile “revisionare i motori” nella calma domenicale del sistema neocapitalista è un’illusione che trascina essa sì alla staticità, nel sogno di un moto che non c’è, e dunque a quell’autentico immobilismo mascherato dalle circostanze che è proprio voluto e ipotizzato dagli altri e a cui concludono tutte le cose nostre. In questo giuoco al livello più basso (e tragico), la letteratura – che interpretata gramscianamente doveva assumersi un pubblico impegno di rottura e di frazionamento e smascheramento delle circostanze e delle persone – decisivo, intendo, ai fini di un’operazione globale – ha ceduto e procede cauta e nevrotica, immedesimata nei propri errori, teorizzando di voler rappresentare anziché discutere, di limitarsi all’osservazione critica anziché all’affronto, esibendosi intelligente e mondanuccia all’uso più smaccato di fuorivia. In questo momento neocapitalismo e letteratura nuova, in situazione di piena analogicità direzionale e di asserita comunicabilità economico-politica, sono assestati su posizioni di preminenza specifica e di riconoscibile individuazione; apparentemente, e per il momento, senza “avversari” plausibili. In questa operazione di assunzione culturale del potere, o di assunzione del potere culturale, l’aspetto più irritante, e a un tempo disarmante, è che procacciatori dell’ideologia marxista, delusi dall’immobilità imbarazzante o tattica, si sono prestati a lasciarsi sussumere senza troppa discussione; sicché è in atto un’operazione conclusiva con cui i nuovi rettori e le teste d’uovo si prestano vicendevolmente i programmi e le credenziali ideologico-stilistiche e discutono i termini di una comune operazione verso il potere (o di potere), verificando nel contempo i possibili ricuperi, in una comune utilità, dei trombetta di un tempo. E si intessono i primi legami con i gollisti e i timidi marxisants di Francia e con gli insipidi socialdemocratici d’altre zone e paesi. Stringendosi nelle file, in un momento decisivo dell’operazione, il neocapitalismo occidentale non può trascurare di organizzare il proprio settore culturale adattandolo a queste circostanze, in cui il liberalismo amministrato eccita (e provoca) gli sperimentalismi ontologici. È vero fino in fondo che in tal modo si propone (si è già proposto) e si vuole ottenere (si è già ottenuto) che la letteratura si svii dal pensare alle idee “grosse” e badi a se stessa, illusa di cantare riguardandosi a uno specchio depurato; e goda di questa apparente libertà nel successo. Ma la poesia non ha tempo per la libertà.

 

 

 

Nuovi Argomenti, n. 67-68, marzo-giugno 1964.

 

 

 

Lunedì, 25 Febbraio 2013 18:03

Il Libro Paradiso

1. La creta, la selenite e l’arenaria.

Di qui nasce il colore di Bologna.

Nei tramonti brucia torri e aria.

 

22. A che punto è la città?

La città è lì in piedi che ascolta.

Io non dico il privato è politico.

Dico anche il privato è politico.

 

24. A che punto è la città?

La città si nasconde le mani.

I democristiani non governano l’Italia

ma la gestiscono.

In trent’anni l’hanno succhiata leccata masticata

peggio dei Visigoti

e di Attila che correva a cavallo.

Al confronto Attila è una farfalla dai novanta colori.

Questi hanno facce di pesci-tonno, pesci-guerra, pesci-fuoco.

 

27. A che punto è la città?

La città legge la sua pergamena.

Un giorno gli schiavi sono vestiti di bianco.

Quel giorno l’impero di Roma è condannato.

Quando gli uomini si contano

un momento di storia è cominciato.

 

31. A che punto è la città?

La città tace perché non è più primavera.

La verità è il massacro.

Il massacro è la realtà.

Mille creature tagliano l’acqua con il coltello affilato

per guardare il sangue del mare.

 

33. Oggi è già domani.

Sono in molti a parlare dell’uomo che cammina col

suo passo di polvere e con la pazienza di un frate

per raccogliere cipolle e inoltre per salire sull’albero

delle ciliege.

Da lì si guarda il mondo.

Ma il mondo è rovesciato.

 

34. Dentro a questo mondo-mercato

è urgente decidere

di vivere non di morire.

Prendere e non lasciare.

Non servire.

Ogni parola è stata consumata.

 

73. La tua sorte è legata alla mia.

Le azioni non giustificano se stesse.

Ogni azione

una per una

per passare nella cruna dell’ago

ha bisogno di motivazione.

Ogni atto è morale o non è.

Non lascia margine a un gioco.

Cento volte si deve cercare la pietra

giusta per accendere il fuoco.

 

75. A che punto è la città?

La città in un angolo singhiozza.

Improvvisamente da via Saragozza

le autoblindo entrano a Bologna.

C’è un ragazzo sul marmo, giustiziato.

 

76. A che punto è la città?

La città si ferisce

camminando

sopra i cristalli di cento vetrine.

 

77. A che punto è la città?

La città piange e fa pena.

 

Poi elicotteri in aria

perché le vetrine son rotte

 

Le vecchiette allibite

perché le vetrine son rotte

 

Commendatori adirati

perché le vetrine son rotte

 

I tramvieri incazzati

perché le vetrine son rotte

 

Tutte le strade deserte

perché le vetrine son rotte

 

Carabinieri schierati

perché le vetrine son rotte

 

Sessantamila studenti

perché le vetrine son rotte

 

Massacrati di botte

perché le vetrine son rotte.

 

79. A che punto è la città?

La città si scuote come un cane.

Il ragazzo ucciso è seppellito

con il rito formale.

Segue la pace ufficiale

con i poliziotti ai cantoni.

In galera centottanta capelloni.

Grida la gente: lazzaroni

studiate

invece di far barricate

per mandare in malora una città.

Non si trascina alla gogna

la città di Bologna.

Chi è studente va con la ragazza

non in piazza a farsi ammazzare.

 

90. A che punto è la città?

La città è confusa, ha un momento

di tremenda agitazione.

Il suo dolore butta morchia e fuoco.

La città va avanti a muso duro

e alza le parole come un muro.

 

97. A che punto è la città?

La città ansima e ascolta

il suono di un chiodo che ferisce

strisciando sul vetro di marzo

e così dice:

 

98. Era un ragazzo venuto dal niente.

ucciso per strada.

colpito alla fronte.

 

era un ragazzo venuto da niente.

gridava la gente.

scappava sul ponte.

 

era un ragazzo, le ore del cuore

le passava sui libri

a mangiare il furore.

 

una mano di sangue strisciando sul muro

picchiò con la rabbia

un colpo sicuro.

 

la gente piangeva, era freddo cemento

l’asfalto disteso

e lui moriva nel vento.

 

bandiera stracciata. un mese è passato.

La terra è fiorita

sul suo corpo straziato.

 

107. A che punto è la citta?

La città apre le porte e cammina per strada.

 

108. Cosa dice la città?

Dice che nell’inverno del ’76/’77 non ci fu neve.

Dice che in marzo è ancora inverno.

Dice che adesso è aprile.

Dice che ogni giorno aspettiamo qualcosa.

Dice: Eco? Umberto? sarà il nuovo rettore?

 

110. A che punto è la città?

La città riacquista i suoi colori.

Ma noi per eterni languori all’italiana vediamo

ripetersi la scena che accompagnò all’inizio degli

anni Sessanta la gimkana del centrosinistra, quando

un partito fu dato in pasto ai leoni che lo spolparono.

Il gestore del pranzo di gala, furbetto

e sciapo quasi a chiedere scusa, fu l’on. Moro.

Oggi col suo occhio sbiascicato

eccolo riapparire

con il mandato e la giustificazione

di masticare la nuova polpetta

in un solo boccone.

Ma senza fretta senza fretta senza fretta.

 

113. Cosa grida la città?

La città dice che l’età dei guerrieri è finita.

Dice che ieri è cominciato il tempo

degli uomini-rana, degli uomini-gabbia,

degli uomini-lamento.

 

114. Ma che non si può finire

col non dire più niente.

Se si tace, il silenzio è la morte.

E nella notte resta solo voce di vento.

 

125. Dice che

la violenza è stupida e imperfetta.

La violenza è un luogo comune.

La violenza è vecchia e senza fantasia.

La violenza è inutile e malada.

Dice che

la libertà è difficile

e non è lì che aspetta.

La libertà fa soffrire.

La libertà spesso fa morire.

La libertà ha tre segni semplici e terribili:

vuole la mano

vuole il cuore

vuole la pazienza.

Conoscere non vuol dire distruggere

e poi amare la cosa distrutta.

Amare ciò che si è distrutto

non vuol dire lottare perché

una nuova verità sia avviata.

Un ultimo dubbio è la più

urgente delle necessità

ed è conoscenza vera.

Chi è sul carro o su un carro

deve buttarsi a terra e correre correre lontano

quando il traguardo è a portata di mano

e il carro è vincitore.

 

Non offrirti così non sarai comperato.

Questo non è un tempo orribile.

È un tempo nuovo.

Non è un tempo impossibile.

È un tempo che non perdona ma in cui ogni sera

si aspetta una notizia vera

da Maratona.

 

1977

 

 

Cento poesie

Il socialismo non c’era ancora.

Bisognava scrivere molto.

Šklovskij in Majakovskij

 

1. Carmelina, come se miett’ u’ tiempe?

Lu tiempe se mitte male,

tira u’ viente.

 

2. A Bologna sulla piazza Maggiore

attraccano le petroliere.

Questa è un’epoca storta.

Le petroliere lavano le cisterne

e buttano fuori morchia.

 

3. Ma io a Bologna da che parte stavo?

E tu in Italia da che parte stavi?

Lui nel mondo da che parte stava?

Il fuoco di marzo si è spento e seccato?

Il vento d’aprile l’ha tutto lavato?

Anzi, non c’è più prato?

Quest’anno, è un dato,

le api non hanno lavorato.

Il miele d’acacia costa quanto l’oro.

 

4. Noi faremo fatica a invecchiare.

Oggi vogliono

il consenso generalizzato.

C’è poco da scherzare. Ma io so

che non lo posso dare.

 

5. Solitudine italiana terribile

Violenza triste non fa primavera.

Violenza/solitudine è una sera

spaccata col coltello

anzi è cuore di vitello

sul piatto del beccaio.

Non lasciamoci sopraffare.

Approfondire e cercare.

Non sbalordire sui sintomi,

concludere. Fare senza gli specchi.

Non voler sbalordire.

Approfondire, cercare.

 

38. A discorso con breve discorso.

A poesia con una poesia.

A un morso con un morso.

La tendenza degli stati moderni

è di fare colpa

d’ogni opinione globale.

Resisti. Il male chiama

straordinaria pazienza.

Resisti. Non perderti.

Non perderti. Resisti.

Domani. Domani. Intanto

conta fino a cento. È spento

il televisore.

 

41. È allora un paese che fa pena?

Un paese corrotto?

Un paese scollato?

È il paese di Bengodi?

Un paese disastrato?

Trattato al difenile?

Con uomini/donne che sono gatti nel cortile?

Sofisticano anche il pane?

È un paese con la scabbia?

È la schiena di un cane?

 

42. Il fondamento è l’uomo.

Con le sue nebbie e con i suoi inverni.

Il fondamento è la rabbia buona dell’uomo

un tuono che promette

pioggia d’estate.

La nostra vita sembra

un fiammifero che non s’accende?

Fra mille anni sapremo

la libertà cos’è.

Per ora aspettare

i grandi pesci che approdano carichi di uova.

L’acqua nel mese d’aprile è tutta gialla.

 

44. Galantuomini in Lebole

che sgovernate l’Itaglia.

Ma io a Bologna da che parte stavo?

Culi secchi maledetti.

Maledetti tre volte.

Che vi vengano le doglie.

Ma io a Bologna da che parte stavo?

Culi secchi. Le cicogne

bianche esili e carogne

prossime a scomparire

possano beccarvi le orecchie

che avete chiuse e strette

per non udire.

Io a Bologna stavo

non dalla parte del vento e del fuoco

ma all’ombra di un dolore.

 

52. La questione non è

se si debba dare o non dare a quei signori

nuovo potere

ma se si debba insistere

affinché sia tolto a loro quel potere

che hanno già.

Tutto il potere e per sempre.

 

76. Un sano accompagna un pazzo a una

visita nella clinica. Lì il savio

trova ammalata di mente un suo vecchio

amore e il pazzo trova sana e vitale

un suo vecchio amore. Alla sera quando

escono e la giornata nonché la visita

sono finite il pazzo è rinsavito e

il sano è impazzito.

Io ho cento anni

e sono nato ieri.

 

82. La politica è fare?

La cultura è pensare

o è giustificare?

La cultura è fare

una per una e tutte

tutte le cose pensate.

 

83. Ricordo la morte

di venticinquemila gabbiani

dentro al petrolio nel mare del nord.

Ricordo la morte

di due giovani assassinati

nella periferia di Milano.

Ricordo la pazienza e l’amore

di centomila persone

che li seguono piangendo.

Tutto scompare sempre troppo in fretta.

La nostra vita/saetta

cade spesso in un campo di cenere.

 

84. Risposte risposte risposte.

Non sbalordire sui sintomi.

Concludere.

Dare mille risposte.

Il tuo dolore è il mio dolore

non il mio piacere.

Io non ti invidio.

Ti amo.

Non perderti. Domani…

 

85. Parliamo

di questa guerra per bande che è la poesia.

La poesia è una mela?

Si legge per dispetto?

Si ascolta come il temporale cupo

del telegiornale?

È una partita d’arance andata a male?

È un suono secco un suono duro?

Una mano al catrame contro il muro?

È l’ombra di una cosa

ed è la cosa

è la voce e il cuore della cosa

ed è per sempre il suo futuro.

 

90. È inutile chiedere “resta”

se qualcuno vuole partire. Il

branco di oche che sembrava migrato

è lì fermo nel cielo che aspetta

dentro a un vento gelato.

Scoppia la luce

mentre noi lo guardiamo.

Certo sarà annientato

perché il tempo di partire è già passato.

 

92. Vivere è pazienza del mare.

Vivere è la pazienza del leone

che aspetta sotto il sole.

Se grande è il dolore del mondo

dobbiamo vivere dentro a questo dolore.

Per un po’ decido ancora

di sorvegliare i fatti e di aspettare

non per sempre

ma per quel tanto di tempo

necessario.

Togliere un altro foglio al calendario.

 

94. A Bologna da che parte stavo?

Essere liberi di decidere

liberi di realizzare

liberi di lavorare

liberi di sbagliare

liberi di ricominciare.

La libertà vuol dire

essere almeno una volta felici.

Non stavo dalla parte del lupo

ma dell’agnello.

 

98. E ho cercato di mangiare il pane

con quanti vivono nella disperazione

e sono i più miseri e straziati. O i

più offesi.

E ho cercato di accompagnare ancora una volta il vicino

e il lontano mentre taglio la gola

al lamento (inutile) e all’ombra

della vita che cade

sulle spalle. Dato che cammino

verso la morte.

Spezzare sotto i piedi la rabbia in cui

ognuno deve specchiarsi.

 

99. L’intellettuale monopolistico

(che ha tanti tanti lettori)

dà la sensazione che poca gente

lavori sulla testa di tutti.

 

100. Io a Bologna da che parte stavo?

Un giovane morto regalava

la sua libertà agli altri.

La città piangeva.

Oggi piange l’Itaglia.

Il campo delle patate è stato saccheggiato

da mille talpe.

Nei musei gelidi il vento di favonio

copre di neve le mani delle madonne.

Nei palazzi antichi

corrono fantasmi impazziti

perché suonerà mezzanotte. Dopo

nessuno può contare le ore.

Piange l’Itaglia

mandria di bufale abbandonate

nella terra che non dà fiori.

Qua sei qua stai.

Qua lotti, non ti fermi.

Nostri sono gli anni che vengono.

 

1978

 

 

Trenta poesie

 

1. Ero molto deluso quel giorno e

mi bruciavo sul ferro.

 

2. Cummings che dice io porto il tuo cuore nel mio cuore.

 

3. Miles Davis alcuni anni fa in un palazzetto dello sport.

 

4. Nelle case allineate

i televisori sono accesi

le luci abbassate

le cucine riordinate

le persone congelate

con il braccio sul tavolo a guardare.

L’aria livida da cimitero.

Una luce fra il bianco e il nero.

 

5. Jim Morrison chiede prima di morire cosa hanno fatto

[alla terra? Voglio udire l’urlo della farfalla.

 

6. Non aveva egli pazienza.

Così ha scritto sull’ardesia

[pietra che brucia]

codesta frase giacobina:

la libertà si consuma

mentre la ditt. cammina. E

procede. Così come procede la vita…

erto questa poesia è incompiuta.

La finirò domattina.

 

7. I pensieri di alcuni bambini.

 

8. Il racconto di Alcide Cervi quando comincia a dire:

[Questi sono dolori grandi, che offendono la vita.

 

9. L’ultima orazione di Castro sul Che.

 

10. Incollare la pagina tagliare le pagine. Spegnere il lume,

[abbassarlo. La notte può essere inverno. Seduto

davanti alla porta vedo sgozzare il maiale.

 

11. La pioggia taglia le mani e i capelli

io io io…

 

12. Poiché non c’è l’occasione per un solo grande dolore

assumo mille rimedi e medico le ferite della speranza.

Lascio cadere i miei occhi sulla brace

e mi confronto con la spada del mondo.

 

12. Un manovale che si è impiccato in carcere viene

[seppellito per pubblica carità.

 

13. Con mio padre non parlavo mai tranne qualche sera

[quando tornavamo tutti e due dalla città.

 

14. Le parole dei poveri

nascere e camminare.

Il riso di un padrone chiude con violenza una porta.

 

15. Non dico le parole che amo dico solo le

parole che ricordo.

Un altro farà una strada più breve noi

dobbiamo andare in salita.

 

16. Le ultime poesie di Hölderlin Scardanelli: lo spìrito di

[Dedalo e della foresta è il tuo.

 

17. La ruota del mulino

la ruota del suo mulino

il falegname la pialla l’acqua scorrente del fiume la

voce del mugnaio che batte il grembiule e chiama le anatre.

La colorazione della pianura è un giallo fradicio

un rosso gridato che

talvolta si perde nel verde nel nero vacuo nero grigio nero

[nero

nero sapiente e

prelude (non posso fare a meno di pensare che preluda)

[alla notte.

 

18. Il futuro si apre ogni giorno e brucia la mano.

 

19. Parto da zero.

Le chiatte brulicano di luci mentre sul fiume adesso è

[caduto l’inverno. Dove prima ottobre

staccava i rami con un sorriso e l’io errante di me

poteva lasciare orme non labili contrassegnando il percorso

occhi di cervo abbandonati sulla riva

guardano le voci di un altoparlante davanti al bar.

Qui ci sta un soldato che non ha meta e ride.

La forza taumaturgica delle maschere è grande se appena

dieci minuti fa ho visto Colombina passare in un treno

[per Basel.

 

20. Così un racconto ho cominciato qua con tre orsi (che

[ballano) di pelle nera

ballano vicino a un fuoco circonflesso da una luce rotta e

[lasciano impronte lasciano sulla neve orme di

sangue

i bevitori d’acqua i bevitori di lacrime i bevitori di parole.

 

21. La prima parte si riferisce a un sentimento appena

accennato di disperazione e preannuncia qualcosa.

È come guardare un gatto negli occhi.

Nella seconda parte un uomo scocca i suoi dardi senza

pensare al futuro che è troppo vicino e senza pensare

al passato che è troppo lontano. Così.

Stretto fra i due muri di ieri e di oggi

l’uomo quest’uomo partecipa alla guerra dei mondi. È

[l’alba.

Il sonno di ognuno è spazzato via.

La pianura dalla città al mare si copre di polvere. I

cavalli fumano sciabolano l’aria volano.

Oh la tranquilla ironia degli angeli nudi

che prendono il caffè

seduti sulle nuvole e si preparano allo spettacolo.

Due motociclette su un filo di

acciaio disteso salgono fin lassù portando notizie dalla terra.

 

22. Ma in generale il racconto è il racconto delle ceneri di

[un uomo

portate da una città all’altra della pianura padana.

 

23. (segue)

 

24. Mandel’štam, Pil’njak, Oleša, Babel’ e la signora Cvetaeva

guardano in silenzio camminano per la pianura

si avvicinano ascoltano parlano.

Raccolgono la neve

 

25. La Polonia non è lontana è vicina.

Guarda attraverso i vetri.

Aspetta.

 

26. Due capre si dissanguano

dentro l’ombra degli elicotteri.

Siamo ormai nel duemila.

Non soffocherete più gli uomini, signori del fuoco!

Spartire le cose pescate è un atto di giustizia.

 

27. In questo stupendo intrico del vivere

c’è troppa tempesta poco tempo nessuna soddisfazione

mentre aggiungono che la bellezza è andata perduta

e io confesso che sono stato felice in qualche momento.

Le macchine volanti piegano gli alberi segnati da una

[vecchia

tempesta

escono fra le foglie uomini di rame

e un ragazzo albino siede davanti alle pietre

accecato dalla luce.

 

28. Vivere ascoltare imparare

navigare su un fiume

partire partecipare ritornare

con sette cuori diversi.

 

29. Il potere è ancora potere soltanto.

La verità è difficile.

 

30. Allora anche voi

passate transitate transite

ma non disperdetevi.

Cercate ancora.

[Ripeto: accade più in un’ora che in cento anni].

 

1980

 

 

Poesia su alcune rovine della guerra, sulla

immaginazione che non si quieta, su una mano monca,

su un pianista di Danzica

 

Il testo è diviso in tre eccessi, così:

il primo fa riferimento a un incendio nel cielo di

Mosca al tempo, in un tempo… ’o tiempe de’ gnà Ava:

il secondo si riferisce allo sgomento che afferra alla gola

qualcuno quando scende la sera fra le rovine di una città

[assediata

e il bombardamento continua interrotto da ore;

il terzo eccesso voglio ripeterlo con queste parole: rifletti

con severità prima di scrivere la lettera d’addio

perché la parola scritta

può far pentire.

La parola scritta non si muove è lì e l’occhio ricorda. Lei lì rimane

 

MA IN QUEI GIORNI.

Ma in quei giorni anzi in quegli anni anzi in quel secolo là

dove si sperdeva la vita che avevo vissuto. In quei giorni

l’immaginazione era in movimento. Tremenda. Instabile. Per

esempio.

 

Per esempio vedeva il soldato stracciato fra cento rovine

suonare suonare in strada un brano leggero di Mozart

lì vicino un giovane bianco come la neve di

Carrara urlava pregava di essere ucciso per carità.

La vita era una arancia spaccata per terra.

Ma Mozart volava più alto di ogni pietà. È universale, Mozart.

 

Mozart non si fa intenerire. Lui suona in mezzo allo

[scempio del mondo.

Per esempio il soldato sogna quanto sarebbe stato migliore

se nato in tempi diversi o sotto un’altra bandiera

mentre scrive sulla sabbia queste parole: la sera tarda a

[calare.

 

Intanto

SUONA CON LA MANO MONCA IL PIANISTA DI DANZICA

AQUILONI NERI ROSSI CADONO FRA LE PIETRE DELLA CITTÀ

BRUCIANO GLI OCCHI DI UN VECCHIO DISTESO NELLA

[PAGINA BAGNATA.

 

Sogno di sottoscrivere le seguenti parole:

non sappiamo corrispondere alla necessità dei giorni

che si alternano ma neanche possono ammonirci

nelle giornate d’inverno vi abbiamo cercato senza trovarvi

MAI

……………………………………………………………

Non so non ricordo se alla tivù alla radio al radiotelefono

[per fax

o in qualche giornale ho visto ho sentito l’uomo braccato

inseguito fuggire e l’uomo ferito straziato

nel viale di notte col fiato che cade per terra

NON SO SE POSSO ANCORA CHIAMARLO AMICO FRATELLO se

immedesimato in questo circo di vecchie parole

ho diritto alla mutua del cuore, all’adeguamento della

[pensione

per il pensiero o sono un operaio anch’io in cassa

[integrazione in

attesa di tempi migliori

PERCHÉ ALLA MIA ETÀ SE SONO CACCIATO NON TROVO

[LAVORO.

Scacciato dall’albergo delle muse discrete, delle tiepide

[muse,

non trovo altra casa se non al cinema Alfa

la sera in cui danno un film di Herzog che fa delirare.

ma per rifarmi alla considerazione iniziale:

quando immagino qualcosa, in realtà

penso a un viaggio. Di partire non di morire.

Dicono che è segno di animo inquieto dovuto all’età.

Arrivo in Italia da dove:

negli anni Cinquanta la mafia contro lo Stato

negli anni Settanta la mafia nello Stato

negli anni Novanta la mafia è lo Stato.

È bravo chi in questa stagione può sedere al caffè.

 

1980

 

 

Sullo smarrimento, sul ritrovamento e sulla giusta

conservazione degli oggetti del cuore o della memoria

 

1. Molte annotazioni si rendono necessarie nei tempi

[attuali.

Come compagni di questo viaggio in carrozza da Milano a

Ginevra oltrepassando il Gottardo nel periodo delle nevi

il sottoscritto (il sottoscritto) ha la fortuna (ha la fortuna)

di indicare i nomi seguenti:

SUOR INÉS DE LA CRUZ (Rosa che al Prado, encarnada

te ostentas presuntuosa

de grana y carmin bañada

 

Rosa che sul prato

con il colore fresco della carne

svetti senza alcuna modestia

bagnata di grana e carminio)

 

HEBBEL (FRIEDRICH HEBBEL) La vita è risvegliarsi

FRIEDRICH HÖLDERLIN, con riferimento alla morte di

[Empedocle

Pausania risponde a Panthea:

Si è congedato e da quel momento

non l’ho più visto.

Là, sulla montagna, ho chiamato,

ho gridato

ma inutilmente.

Certo ritornerà.

 

Certo ritornerà.

Perché la vita è risvegliarsi… Rosa che sul prato…

 

Non da un lungo sonno… Rosa con il colore rosa…

 

Non da un sonno breve che

 

dalla notte porta viaggiando (al mattino).

 

O nelle ore notturne

 

approfittando del silenzio del mondo

 

consente di riordinare gli oggetti nella stanza del cuore

[appartata.

 

Cogliere le occasioni, ritenere

 

che niente è superfluo, niente deve essere buttato.

 

GLI OGGETTI DELLA MEMORIA SI DISPONGONO COME LUCI IN

 

UN MARE PROFONDO. Sfioro con la mano

 

l’acqua ricordando il pianto senza futuro dei compagni

di Ulisse.

 

2. Un assassino che si fa svegliare…

 

Sull’acqua del fiume lucido come il tempio azteco

frantumato dalle nevi…

sull’acqua disteso

passa veloce… disteso sulla neve dell’acqua

il corpo di un uomo giovane trapassato da una

freccia d’oro sul fianco…

 

Un assassino che si fa svegliare

dall’uomo che vuole assassinare.

Avevo deciso di ucciderlo alle sei

lui si svegliava alle sei ogni giorno

io dormivo lungamente fino a mezzogiorno

 

DUNQUE LO PREGAI DI SVEGLIARMI

 

frantumato dalle nevi sull’acqua disteso

lucido tempio azteco trapassato da una freccia nel cuore

un assassino con la maschera d’oro splende nel sole

profondamente pallido che si nega ai veli della sera…

 

il corpo giovane sfocerà nel mare

IO DORMIVO LUNGAMENTE FINO A MEZZOGIORNO

 

in quel momento conobbi la volontà di trafiggere

con un colpo d’oro la grande vita del sole

LUI CHE SI CONSUMA ADAGIO ADAGIO PRIMA DEL TRAMONTO

 

dal più profondo dell’anima

 

3. Arrivati a Genova

dopo un viaggio fortunoso dentro la tormenta delle Alpi

suor Inés de la Cruz scende al braccio

di Hölderlin che domani dovrà risalire il Neckar

EL DISCURSO ES UN ACERO

QUE SIRVE POR AMBOS CABOS

 

il discorso è come una spada

affilata da entrambe le parti

 

PARLARE

 

DUNQUE

 

PUÒ

 

FARE

 

ANCHE

 

MORIRE

 

Hölderlin si inchina

Hebbel è già lontano (HA DETTO: CERTO CHE SAPREI

[ARRIVARE ALLA VERITÀ

SE ALMENO AVESSI IL TEMPO DI SBAGLIARE. DI SBAGLIARE).

 

 

La poesia è una cosa…

 

I diari di Hitler (che sono falsi)

la risposta del generale argentino (autentica)

il bambino (orfano di genitori assassinati) che sorride

[dalla pagina

di un giornale perché l’hanno venduto a una famiglia

[italiana e adesso

lo cercano ma non lo possono più trovare

 

QUANDO ANCH’IO ERO GIOVANE

MOLTO GIOVANE

TROPPO GIOVANE

AHI!

MIA MADRE COI SUOI LUNGHI VESTITI

I SUOI LUNGHI CAPELLI…

 

Oggi andrò

(essendo un maggio di buona lena e di cielo onesto)

al mare.

 

Mi sveglierò presto.

 

Andrò al mare

per non lasciarmi sgomentare

dalle cattive notizie.

 

OGGI NON LEGGERÒ I GIORNALI

SEMPRE PIENI DI MALI DISGRAZIE MISERIE

 

Con i piedi fra la sabbia guarderò le formiche

un pezzo di legno sull’onda

lenta

gioconda

profonda

del mare

ascolterò il vento

SULL’ACQUA DEL MARE HA UN SUONO STRAORDINARIO

QUANDO ARRIVA CON UN PICCOLO GRIDO SULLA RIVA

[DEL MARE

COME UN TRENO RAPIDO D’ARGENTO IN ORARIO A UNA

[STAZIONE SUL MARE.

I DIARI DI HITLER (FALSI MA POTREBBERO ESSERE ANCHE

[VERI)

la risposta del generale argentino (VERA MA NON POTREBBE

[ESSERE FALSA)

 

il bambino

anch’esso argentino

orfano di genitori ammazzati

sorride dalle pagine di un giornale italiano…

 

MA OGGI SUL LITORALE (ADRIATICO) ARIA DI FESTA

NEGLI ALBERGHI PIENI SI MANGIA LA MINESTRA DI GAMBERI

FRIGGONO IL PESCE VERDE NEI RISTORANTI

CON LE PALME DAVANTI

 

Quando ero giovane

molto giovane

troppo giovane

ahi!

mia madre diceva che mi voleva bene

E IO IO NON VEDEVO IL MONDO NEANCHE LO CONOSCEVO

MA ALMENO SONO STATO PER UN ANNO FELICE.

 

Più felice del bambino argentino

che a causa di un generale

sorride dal giornale

e non ha nome

 

DATO CHE L’HANNO VENDUTO E COMPERATO

SOTTO BANCO

E HA VIAGGIATO FINO ALL’ITALIA

FRANCO DI SPESE POSTALI.

 

 

Autobiografia

 

Nato con la pioggia d’argento.

Nero d’inchiostro.

Aveva vent’anni nel mese d’agosto.

A settembre chiese le penne

volava insieme ai piccioni neri che si sparano contro i tralicci.

 

Diventa ape.

Scuote il cuore delle rose

cadute da un carro di saltimbanchi che parlano italiano.

 

Conosciuto Scardanelli

dimorò alcuni mesi sulle rive del Neckar

dove ragazze di legno

affiorano al tramonto vicino alla riva.

 

Vecchio all’improvviso.

Ma ancora aspettava

non sapeva cosa.

Non dimenticò ciò che era stato.

 

Aveva trentatre anni – l’età giusta di Cristo.

Aveva vent’anni – l’età giusta di Cristo.

Eppure…

Dimenticò il passato – fu sola speranza.

 

Di fronte ai convitati di pietra non tutti gli

specchi erano stati consumati anzi gli specchi

riflettevano episodi appena accaduti che molti

cittadini hanno rimosso. Lacerandosi…

 

erano ricordi di giovani fucilati

ricordi di giovani travolti da vecchie fatiche da vecchie

autoblindo

dentro al vento delle foreste d’asfalto o singolarmente

perseguitati

adesso che questa città è spampanata e sembra una

quercia in novembre e nessuna voce

nessuna voce

nessuna voce

si alza s’alza più s’alza ancora

a dire che oggi

è ancora ieri.

 

Nessuna voce nessuna voce nessuna voce.

Volano merli impolverati da una strada del cinquecento a

piazza Maggiore e

 

di notte un vecchio che ha un nome segreto

col bastone d’abete sotto il portico

dice “bolognesi

siete forse morti dato che siete così ricchi e

d’altra parte vedo che siete così poco felici nonostante il

forziere

per questo mentre il cielo affonda dico bisogna

legare per l’occasione la fune di un nome

americano a un nome

russo a un nome italiano e dico che dietro la musica rock

ci sta il lamento di un lupo che non si è addormentato.

È venuto il tempo degli uomini vili?

Chi muore sparato

o chi vive consumato

è subito dimenticato?”

 

UNA CONCLUSIONE PERSONALE:

ascoltare il silenzio non è ancora possibile.

 

 

Alcune frasi di un uomo che cammina su un ponte

 

Dove succedono le cose cominciò a nevicare il giorno ventotto

(agosto) gennaio nevica nevica

cominciò un cavaliere armato a sperdersi fra gli alberi delle

foreste e fu divorato dai cani dicono

i cani inselvatichiti cominciarono a urlare mentre cresceva la

luna così pallida sul ghiaccio bianco, oh bianco/ Era il

[mondo

bianco da est a ovest, da nord a sud bianco e con la nebbia si

scioglieva fra le canne dei laghi/ Mi sono

anch’io mi sono perso e trovato, un giorno

ero un sasso mi sono ritrovato piuma ero anche caduto

per terra e mi sono all’improvviso alzato tanto che in

[questi giorni

in cui l’autunno si annuncia con le sue foglie che cadono

[gridando

ho poca voce ma simile a qualcosa in

croce fra terra e cielo mi annido

fra terra e cielo ma non ancora fra le nubi regine della

[luce e

dei venti polverosa sabbia/

 

Spegnerei col dito il profilo di una montagna contro i vetri

Bob Dylan parla solo a me e

stravolge la bocca

ma è lei che viene lei che cammina scalza sulla neve lei

[scalza sulla neve

anche se in quel tempo mi sarebbe piaciuto ascoltare la

[voce

dei delfini

avendo letto in un libro che sono molto intelligenti

ma abito lontano dal mare/

È lei che arriva alla sera.

 

Occhi di gatto sugli anni Ottanta a pag. 54: poi andrà a

[sedersi

su una panchina del parco/ Ma lì non succede niente

NIENTE

se non un cadere

se non un cadere

il cadere delle foglie nell’ambito dell’autunno quando è più

dentro alla nebbia gialla/ poi si è seduto su una panchina del

parco/ poi invece di sedersi cammina

 

NON C’È NIENTE DA RIDERE… DOVE STAI ANDANDO?

 

il cadere delle foglie nell’ambito dell’autunno nebbioso

[dentro

al silenzio del parco

pensa io siedo su una panchina

guarda calare una nebbia gialla trascinata dal carro del sole

la nebbia guizza è un pesce lungo la riva del lago

il cadere delle foglie

questa presente solitudine

il carro del sole la nebbia

non predispongono ad alcun genere di considerazioni

[particolari

NON INDUCONO AD ALCUN DOLORE/ INFATTI

la foglia cade sulla mano la guarda sorridendo

la guarda con un sorriso

si alza cammina

oppure da altra direzione arriva vicino alla panchina siede/

occorre dire che la solitudine pesa/

pensa lasciami solo/ Ti lascio solo vado ritorno mi telefoni

[dici

volevo sentire la tua voce

sono triste parliamo/

 

a un figlio puoi stringere la mano

a un giovane dire che il fuoco brucia se vuoi se credi se lo

desideri sta attento

ti preannuncio solo che il fuoco brucia può bruciare/

 

Occhi di gatto sugli anni Ottanta a pag. 87: nei secoli il

rapporto d’amore è sempre esploso

dentro a una perplessità generale terribile gialla come la

nebbia autunnale CREDO DI SAPERE/ CREDO D’AMARE/

[NON SO SE POTRÒ

CONTINUARE A SAPERE CONTINUARE AD AMARE

non so se potrò continuare la vita/

il rapporto fruscia col rumore delle pagine sfogliate di un

libro

arriva all’ultima riga/

quando arriva alla pagina finale

sarebbe opportuno avere capito bene il senso della scrittura

PER NON AVERE/ COME SI OBIETTA/ RIMPIANTI

 

Occhi di gatto sugli anni Ottanta a pag. 102: ricominciare

 

 

Immagini di repertorio

 

La cometa di Halley

portò la sabbia del cielo fra le mie

mani così ho ascoltato per la prima volta il tempo

che mi diceva aspetta

ancora tutto non è compiuto

ho attraversato per brevi momenti un deserto

quieti erano all’ombra i tre cammelli che si riposavano

poi tutto accadde o potè accadere

in quella successione di ore.

È stato luminoso il lampo del faro

fino a che la corrente l’ha aiutato

– l’occhio dell’uomo l’ultimo superstite di un’antica razza

riteneva quel muro una reggia

non certo un luogo di relegazione –

sul cuore del mare calò la sera intera e

un marinaio tornava a contare le stelle da sud a nord.

Erano tempi antichi.

Oggi la sonda avanzerà. Le ombre eventuali. Le asperità…

Il nucleo la coda l’inizio della coda

a mezzo milione di chilometri

con trentasei paesi collegati

cento miliardi di comete intorno al sole.

Per il momento non polveri. Le polveri in movimento

sono molto fini.

La terra il sistema solare in formazione.

Una nube collassa verso il centro

dove sta il sole

il rosso s’accende, si accendeva

la nube che era

fra le stelle

viene aspirata dai pianeti.

Ecco la terra

i crateri formati dai meteoriti

che col tempo sono cancellati

dalle tempeste vive.

FASE FINALE

aspettiamo il susseguirsi degli eventi

ancora non si hanno notizie

se si sono incontrate onde

particolari e violente

Ultimo minuto (la regìa mi sente?)

possiamo mandare il traduttore

sulla via internazionale?

Questo è il giorno in cui Hitler, rispondeva la voce,

è partito per le ferie

d’estate.

Non ho fame diceva

il bambino fermo al semaforo.

Com’era lontano il mondo vecchio

e noi già seduti sopra la luna.

L’età del ciclostile è finita.

Compagna di battaglie

che giorni e giorni e tempeste di albe

abbiamo vissuto

quante rondini abbiamo contate in volo

prima che cadesse l’inverno.

Quante ombre possiamo ricordare.

Era come salire le scale

da piano a piano

le scale portavano al tetto

lì uccelli immobili

masticavano il cielo.

LE NUBI DEL TRAMONTO CADEVANO A PEZZI.

 

 

Una poesia d’amore

 

IL MANDATO AFFIDATO È UNA POESIA SUL CUORE

cuore? non conosco. ripetere

UNA POESIA SUL CUORE

il cuore? ripetere, inserendo il contatto alla casella 12 e

[quindi

premere il pulsante giallo

RICEVUTO. bene, ricevuto. ascoltare.

il cuore è un muscolo che risiede nella parte sinistra

È UN MUSCOLO

 

il muscolo risiede nella parte sinistra del petto

IL CUORE È SUSCETTIBILE DI EMOZIONI?

Risposta: il cuore è capace di avere gioia ma

non sa esplicitamente piangere. Ricevuto?

RICEVUTO. Per la domanda che segue sottrarre due ampère

[alla casella 7 e premere il pulsante

verde a destra sotto il riquadro… Bene! adesso pronunciate

la domanda parlando lentamente…

molto lentamente… con le labbra vicino al microfono.

RIPETO LA DOMANDA? Ricevuto… potete ripetere la domanda

purché identica al quesito formulato in precedenza

e così compilato… (premere il tasto nero e mettersi in

[ascolto

per la ripetizione della domanda)

IL MANDATO AFFIDATO È UNA POESIA SUL CUORE?

segue la risposta: il termine

mandato è perfettamente fruibile. è decodificabile. ma il

termine

affidato risulta salvo errore essere un verbo di cui l’infinito è

affidare

suscettibile quindi delle seguenti variazioni che

[sottoponiamo

in un ordine di valore semantico decrescente… aspettare

[il segnale

luminoso rosso alle caselle uno due tre… premere adesso

il pulsante bianco

in fondo a destra:

AFFIDO IL MIO CUORE A UNA CAPANNA/ LA CAPANNA È IL MIO CUORE

AFFIDATO/ CUORE AFFIDATO/ IO NON RIESCO AD AFFIDARMI/ E CHI SI

AFFIDA DI ME ERRA/ ERRANDO NON PUÒ AFFIDARSI NÉ ESSERE AFFIDATO

IO AFFIDO LA MIA SPERANZA

AFFIDO TE BENE MIO

IO MI SONO AFFIDATO

NON MI RISULTA ALCUN AFFIDAMENTO

UN GIOVANE CIGNO AFFIDATOSI AL VENTO GELATO DEL NORD È…

insistere nella domanda, il termine cuore non risulta

[oppure

è spiazzato

è termine anomalo scartato dopo la quinta revisione

[elettronica

nel febbraio del milleottocento… ERRORE… rettifico:

millenovecentonovantasette sostituito con la parola

[muscolo cardiaco.

Ne consegue che la corretta formulazione della domanda

al fine che questa macchina possa presentare in ordine

decrescente una successione corretta di risposte…

STOP… CIRCUITO INTERROTTO… PREMERE IL PULSANTE 5…

[RIPETO: CORREZIONE AVVENUTA…

una successione corretta di risposte è la seguente:

IL MANDATO AFFIDATO È UNA POESIA SUL MUSCOLO CARDIACO?

il riferimento è a un individuo di sesso maschile

di pelle nera

contrassegnato da un sangue di tipo G/A 4 attivo

difficile da ripetersi sul mercato in caso di necessità

se non alla clinica Salus di Lubecca…

DATI ESAUSTIVI… ripeto: dati esaustivi. Dati esauriti. RIPETO:

SALVO ERRORI ED OMISSIONI,

STOP. PASSO E CHIUDO

 

Post scriptum.

Riferimento generale da elaborare. Appunto primo.

Nuovo ordine di domande:

SE MENTRE IL PENTOTAL SODICO INIETTATO IN UNA VENA DEL BRACCIO

DEL NERO AMERICANO CHARLIE BROOKS

GIRAVA CERCANDO IL CUORE,

le parole da lui rivolte a Vanessa Sapp infermiera

ventisettenne di Huntsville stato del Texas

TI AMO, SII FORTE

debbano ritenersi dettate da un sentimento del cuore

ERRORE. CORREGGERE: MUSCOLO CARDIACO

o dalla paura della morte

o non piuttosto dal cattivo proposito

di continuare a fare spettacolo

LA PERPLESSITÀ È LEGITTIMA.

STOP.

 

 

Storia fra la farfalla e un computer

 

La prima voce dice quanto sei bello.

IL MIO UOMO ERA SEDUTO DAVANTI ALLO SCHERMO.

Dice la prima farfalla quanto sei bello.

La seconda voce dice quanto sei buono.

SEDUTO DAVANTI AL COMPUTER STA L’UOMO DI GESSO.

Dice la seconda farfalla quanto sei buono.

La terza voce è lieve è un poco adirata

la terza voce mormora quanto ti amo.

SEDUTO DAVANTI AL COMPUTER

L’UOMO DI GESSO CHIEDE NOTIZIE SULLA LUNA.

IL MIO UOMO SEDUTO DAVANTI ALLO SCHERMO È UN UOMO

[DI GESSO.

 

Io non posso abbandonare i miei amici

divento pazzo

PROVA MICROFONO PROVA MICROFONO 49, 35, 9 VIA PARTI

[PURE

Signori e signore ecco a voi….

Non indovinate quanta gente c’è qua.

Ne parlavo poco fa con uno sbirro.

Tutti voi dovete essere la più forte ammucchiata

di gente mai vista insieme.

CANTANO A TRE VOCI. PRIMA INSIEME POI UNA SALE ALTA

LE DUE VOCI CHE RESTANO PARLANO BASSO PARLANO

[PIANO INSISTONO

INSISTONO. È UNA VOCE MOLTO DOLCE E MOLTO CALDA.

Il mio uomo era seduto davanti allo schermo.

C’è sempre un poco di paradiso in una zona disastrata.

INTANTO

io non posso abbandonare i miei amici, divento pazzo.

INVECE SULL’AUTOSTRADA SARESTI SOLO.

Non c’è più benzina intorno per cento chilometri.

SEDUTO DAVANTI AL COMPUTER

L’UOMO DI GESSO CHIEDE

NOTIZIE DELLA TERRA.

Intanto

a Grants Pass, Southwestern Oregon, sotto la tempesta di

sabbia

un cielo molto basso

di sera

SEDUTO DAVANTI AL COMPUTER L’UOMO DI GESSO

CHIEDE NOTIZIE SU UN UOMO.

L’uomo è un suo amico.

LA FINESTRA È TUTTA ILLUMINATA.

Intorno la campagna è deserta.

UN CIELO BASSO SI SMORZA NELLE CREPE DELLA TERRA.

 

Don Hentich chiede al computer

notizie dell’amico.

Notizie della terra.

Notizie della luna.

IL MIO UOMO ERA SEDUTO DAVANTI ALLO SCHERMO.

Una tempesta di sabbia sulla campagna deserta.

È caduta la sera.

Tre farfalle calano splendendo

 

davanti allo schermo che

dice

MI CHIAMO ATARI.

Don Hentich ha ricevuto le ultime notizie dallo spazio

l’amico è ritrovato

le tre farfalle

 

LE TRE FARFALLE DI GESSO SEDUTE DAVANTI ALLO SCHERMO

chiedono notizie della luna.

SEDUTE DAVANTI AL COMPUTER.

LE TRE FARFALLE SEDUTE DAVANTI AL COMPUTER

CHIEDONO

notizie di Don Hentich.

LE TRE FARFALLE DI GESSO. Dice la prima farfalla

[quanto sei bello.

La seconda farfalla quanto sei buono. La terza farfalla dice

[quanto ti amo.

Una tempesta di sabbia a Grants Pass, nell’Oregon,

ha seppellito la casa di Hentich

con un cielo molto basso di sera…

 

Lunedì, 25 Febbraio 2013 16:10

7 domande sulla poesia

1) Si è anche di recente parlato di una “crisi del romanzo”. Si può parlare analogamente di una “crisi della poesia”? Se sì, in quale senso?

 

2) La poesia del dopoguerra è stata caratterizzata, fra l’altro, dalla “reazione” ideologica all’ermetismo: che ne è ora, di tale “reazione all’ermetismo”?E che ne è dell’ermetismo?

 

3) Si sostiene da molte parti che il compito della poesia d’oggi è di sviluppare i nuovi “contenuti” e temi che il nostro tempo propone, il che comporta altresì nuovi problemi di comunicazione. Le si rivolge l’invito a una energica presa di coscienza intellettuale delle direzioni in cui muove la storia, e magari le si assegna un fine pratico di chiarimento e di animazione, com’è avvenuto in altre epoche anche non recenti. Cosa ne pensate?

 

4) Qualunque poesia, o meglio qualunque poetica concreta, postula, esplicitamente e implicitamente, un problema di linguaggio, comportante una esigenza di innovazioni e, insieme, quella di un particolare rapporto con la tradizione, che è l’angolo sotto cui qualunque poeta “innova”. Cosa pensate delle esperienze linguistiche o stilistiche della poesia recente? Cosa pensate del neo-sperimentalismo? Della tendenza di alcune correnti a riassorbire atteggiamenti e forme della cosiddetta avanguardiaeuropea o americana? Cosa pensate del dialetto nella poesia recente?

 

5) È definibile il momento irrazionale della poesia, di qualunque poesia? E se lo è, in che cosa si differenzia l’“irrazionale” di un poeta “impegnato” dall’irrazionale di un poeta puro”? Coincide la nozione di irrazionalismo con la nozione di decadentismo fino a una identificazione totale, oppure c’è un irrazionalismo necessario non decadentistico, cioè non mitizzato come unico modo di conoscenza possibile?

 

6) La poesia appare sempre determinata da un suo particolare necessario contatto con la prosa. Cosa ne pensate dei rapporti dell’attuale poesia con l’attuale prosa, di romanzo o di saggio?

 

7) Anche la poesia costituisce un “valore” sociale, qualunque posto voglia a essa assegnarsi nella gerarchia dei valori del nostro tempo. Come s’inquadra, in particolare, la poesia con le altre espressioni dell’arte d’oggi? Cosa pensate della situazione del poeta nella nostra società?

 

1) Ogni epoca o presume di sé l’eccellenza nell’ordine, o si consuma a cercare in ogni modo, e appare quindi oscura, magra di idee, ottusa, fredda – fintantoché quel suo dolore è inteso e dà frutto.

Dibattiti recenti (alcuni qualificati e sottili) pare abbiano almeno chiarito che la crisi della poesia, come quella del romanzo e della critica (che questo e quella dovrebbe amministrare) sia da identificare non già in una generica degradazione dell’espressione in versi o delle arti in genere (involuzione, ritardo, regresso ecc.), ma nella crisi più ampia, nella ferita grande della società in cui viviamo. Crisi starebbe allora a significare una carenza, un vuoto – qualcosa di più perfido, e di più difficile, che uno sforzo per modificare, per adattare, per contrastare utilmente; qualcosa di più problematico e aperto nel tempo di una stasi non progettata o pianificata, di una costanza interessata a princìpi svuotati del rigore tipico di una reazione che si muova e finga invece di adattarsi; infine qualcosa di più amaro e distorto della volontà di restare e di essere presenti: volontà che potrebbe in certi casi determinare, spesso provocare, i contrasti, le frizioni, quei dibattiti utili finalmente che sono soltanto scontro di idee. Né l’alternativa neo-capitalista proposta in questi anni come copertura alla debolezza ideologica di cui sopra1, ha saputo offrire una rivalsa all’usura delle vecchie idee, alla perdita di presagio e di forza delle verità istituzionali; poiché non vi ha sostituito un sistema alternativo appoggiato su una organizzazione culturale efficiente seppure monolitica e fortemente condizionata, ma si è limitata, con intelligenza dei propri fini, ad assorbire il materiale umano dopo averlo sollevato da uno stato grezzo e disponibile a un livello di specializzazione soddisfacente. Questa operazione, e i primi risultati di essa, servirono molto bene a deformare, capovolgere, e mistificare (non a modificare) la situazione qual era nella realtà: così pigra e triste, in un paese afflitto, nonostante i conclamati allori, o addirittura congestionato, nel campo delle lettere, da una manovalanza non qualificata, da solitari obiettori di coscienza, da iniziati protetti dal fuoco di un qualche dio.

 

2) Subito nel dopoguerra l’ermetismo (che, secondo il teorico ufficiale, anche recentemente, ha rappresentato l’ultima grande stagione letteraria italiana) significò per i giovani un atteggiamento, di fronte agli obblighi della cultura, da respingere, e proprio nell’identificazione della formula tipica “letteratura come vita”; restando chiaro che in quel movimento la fierezza disarmava in un rifiuto del cuore non delle idee e che il riserbo era sperequato e gentile, non fiero e di quello sdegno utile che fa volgere la testa; che si usavano le parole per cifrare una lusingata preghiera d’anima mentre si lasciava senza eco la richiesta, da parte dei più “umili” e dei più giovani, di una verità possibile, di una provocazione generosa e disinteressata. Insomma, l’ermetismo assumeva l’impegno letterario esclusivamente come missione (“quel loro mutuo isolarsi”); esprimeva un atteggiamento mistico, venato di un cattolicesimo d’intonazione controriformista, un po’ perfido e ossessionato, intollerante quanto più pareva patteggiare; con curiosità non provinciali ma localizzate e identificabili, rivolte a testi, autori, e a princìpi che aiutassero a ricevere conferme non a sviluppare analisi, che non contrastassero e implicassero nuovi problemi. L’istituzione dell’équipe ermetica ha segnato il punto estremo non di una involuzione ma di una coagulazione della nostra letteratura, di una rarefazione dell’impegno che non fosse meramente stilistico; assorbendo in sé, in una chiusura meditata, il processo di restaurazione della legalità da belle écriture avviatosi con la trasformazione vociana del ’16 (non solo un passaggio di consegne) e giunta, attraverso “La Ronda” e “Solaria” (ma in questa sede complicata e il discorso allora verrebbe più sottile), fino ai giornali pre-ermetici ed ermetici degli anni ’37-’42.

Nel fervore della pace riacquistata, non riuscendo a trovare altra alternativa alle vecchie proposte ormai consunte2, ci si rivolse a un populismo sinceramente autentico nell’ansia della novità e di ricerca di una verità, ma mal mansionato, superficiale, ritardato da un linguaggio liso dal gran uso della nostra tradizione. Linguaggio ermetico, para-ermetico ecc.

Ma se è impossibile, in questa sede, tracciare sia pure in modo sommario una storia breve della poesia italiana più recente (autori e testi sono sotto gli occhi di tutti), si può accennare che “reazione all’ermetismo” significava, nelle linee generali, reazione a un modo, a una situazione letteraria appena alle spalle, a una “tradizione” falsata; e voleva essere reazione alla società che questa situazione aveva espresso, legittimata; e reazione (anche se contenuta in principio entro motivi polemici, generali e ideologici, solamente entusiasti e un poco incerti) agli uomini che questa situazione avevano rappresentata. Ci troviamo adesso a dovere constatare che in questi ultimi anni, insieme alla reinvenzione di modi (o motivi) culturali che parevano scomparsi o superati; insieme al processo di restaurazione di un borbonismo rammodernato e fatto meno pesante, più eclettico e, nello stesso tempo, più sapiente; insieme al raffiorare di vecchie proposizioni filosofiche, critiche, poetiche sono proprio, e di nuovo, vecchi stilemi ermetici, variamente mimetizzati, a puntualizzare le prove recenti (non solo dei vecchi pateticamente inguaribili, ma soprattutto di giovanotti di poco pelo); e siamo costretti a prendere atto che tanto più si inorgoglisce questo ritorno che affiora dalla critica alle formulette di comodo, quanto più alla sommità dell’escalina,insieme a uomini nuovi che sono subito vecchi e ai soliti uomini che sembrano non finire mai, antiche formule di governo possono consentire una equivoca politica di liberalismo falso, di gaiezza economica stratificata, di insinuante retrograda cattolicità (i veri cristiani, come sappiamo, sono pochi e non hanno il potere).

Perciò la risposta non può essere che questa: l’ermetismo è di nuovo presente, nei suoi arrocchiti stilemi, nelle sue proposizioni d’anime agonizzanti o di kamikaze di una letteratura disimpegnata (nessun ermetico risulta morto in guerra). E non è vero neppure che possa segnare il riproponimento di una tradizione interrotta; la possibilità, pure cauta e un po’ codina, di “continuare” (non dico di un impossibile progresso). L’ermetismo, nelle sue varie implicazioni (c’è adesso, mi pare, riconoscibile, un futurismo ermetico e un ermetismo futuristico – ça va sans dire!) si sforzò di indicare negli anni del suo libertinaggio metafisico l’impotenza della letteratura come azione e il rifiuto di operare, di scegliere un lavoro, per continuare soltanto a credere – seppure non in una provvidenza politicizzata; ma tutti finirono poi su “Primato”. In questo anno 1962 accompagna il momento del consolidamento di tutte le possibili avventure reazionarie.

 

3) Da quanto detto in modo sommario, può apparire la sostanza di questa risposta. Penso che il fine della poesia sia nel rifiuto di produrre una cosa bella per un prodotto “vero”. Che il suo fine consiste nell’essere all’opposizione delle istituzioni codificate e lungimiranti; di essere minoranza; di rivolgersi a minoranze (non di élites ma politiche); di svolgere tutti i possibili motivi di critica alle istituzioni – quali sempre si sono configurate nel loro lassismo e nella loro frigida impenetrabilità. Ne consegue che il discorso della poesia non può essere descritto che come un discorso politico; una ricerca di verità continuata, straziata e contaminata (andare col lebbroso); una polemica per quanto possibile coatta, mai generosa; un atto di coraggio (non dico un atto di fede).

I contenuti della poesia (di oggi?), i suoi argomenti espliciti, le sue istanze dichiarate, aiutino a svolgere un discorso paradigmatico, ironico, tragico, violento, comecchessia, sulla situazione della nostra vita; sulla impenetrabilità delle stratificazioni sociali dominanti; sulla massificazione dei concetti snaturati e delle idee prime; sull’ironia facile, da avanspettacolo, che deteriora tutto perché è senza moralità; sulla condizione alienante in cui opera un artista; sulla facilità che ha l’arte, oggi, nel nostro tempo, di corrompersi e di morire; di essere comperata. Questo è un discorso politico (politico in una accezione totale, da agonizzante, con tutti i peccati sulla mano), non letterario o critico – almeno secondo gli schemi; seppure siano impliciti motivi critici evidenti. Ma la situazione non sospinge che a questa difesa piena di consapevolezza, di nessun furore, decisa, confortata dal bisogno di una moralità bruciante dalla quale non si può prescindere. “L’atto della poesia… è un’assoluta volontà di veder chiaro, di ridurre a ragione, di sapere” (Pavese).

Inoltre questo discorso, se assunto con qualche dignità, può confermare un’altra cosa: come nel ’56 e negli anni che seguirono (quando tutto era possibile e niente fu fatto, e ci porteremo per la vita, sulla schiena, il peso di quei ferri che non fummo capaci di gettare lontano: “noi habbiamo potuto vincere, et non habbiamo saputo”), chi riesce a condividere una prospettiva quale ho appena delineata è di nuovo alle corde e pare senza speranza; relegato in un angolo, abbandonato all’isolamento, un personaggio che sembra cechoviano. Non è così. Questo clima di miracolo economico all’insegna dei mille frigoriferi, del calo della benzina e delle macchinette di piccola cilindrata; questo boom giuntoci di traverso, come un ciclone, spinto dal Mec, e che ci lascerà sprovveduti poiché nulla di serio intanto si risolve; questa particolare “congiuntura”, dicevo, può coprire con il clamore o con il silenzio, può rifiutare il contraddittorio e la polemica con chi non consente e, attenendosi alla sostanza delle cose, alla realtà dei fatti che non si vedono,giudica e critica. Ma sono i precedenti storici, richiamati da questa domanda, a offrirci, fra l’altro, la conferma che la “compattezza” delle istituzioni che ci consumano e delle forme letterarie che ne accarezzano la protervia, proprio perché affidata a una ideologia di comodo può essere insidiata e contraddetta, è destinata prima o poi o sbriciolarsi.

 

4) La formula fortunata, e tempestiva, di Pasolini, servì allora a qualificare un modulo stilistico in un certo momento della nostra storia letteraria più recente: gli anni ’57-’59; e mi pare che questa formula sia valida se intesa o applicata storicamente; nel caso in questione, pure per un periodo tanto breve e per prove così effimere.

Lo sperimentalismo stilistico, anche se dichiarato in una accezione genericamente critica, rischia di fare coincidere, e di mescolare con l’avanguardia, ogni tipo di prove, anche le meno riferibili a esercitazioni di maniera; oppure rischia di svalutarsi di contenuto critico come “formula” in sé, considerando che ogni opera d’arte proprio nel suo farsi, e nell’essere collegata ad altre operazioni analoghe in momenti consimili, esprime uno sperimentalismo engagé e quindi può tollerare una indicazione critica di tal genere, necessariamente equivoca o generica.

Ogni poesia, proprio perché intesa come ricerca di una verità, di per se stessa è sperimentale, per riuscire poi conchiusa e definita; mentre il termine neo-sperimentalismo presuppone( va) una prospettiva in fieri,qualcosa che si faceva e che si esauriva o riceveva interesse proprio, e soltanto, in quel farsi; tipiche le prove assunte a conforto, fra cui quella di un A. confermatosi poi soltanto un elegante eclettico pasticheur,o di un D. scomparso ecc.

In quanto ad alcune correnti riassorbenti atteggiamenti ecc. mi pare che possiamo riferirci soprattutto ai verseggiatori del “Verri”, ai fortunati sussunti nel limbo dei novissimi. In questo caso, o nel caso di prove analoghe, alcuni lettori o critici sembrano stravolti da un equivoco, confondendo per novità di un certo tono (si dice che sono bravi, sottili) il riproponimento, affaticato da sovrastrutture letterarie caotiche e affrettate, oppure scaltramente mescolate, di stilemi d’ascendenza futurista ed ermetizzante: è il caso tipico di una plurivalenza di contaminazioni della tradizione letteraria più recente; un futurismo non cialtrone e nutrito di qualche lettura, passato attraverso la discrezione ammiccante e sorniona dell’insegnamento ermetico, anche universitario. Non per nulla questi verseggiatori sembrano dei notabili in rodaggio, dei prossimi accademici, dei possibili uomini illustri, con la vena un poco ironica e aggrondata; sembrano divertirsi coi versi.

Lingua dell’uso, lingua colta, dialetto. L’uso dell’uno o dell’altra presuppone il grado di consapevolezza che l’autore ha di farsi intendere e identifica pure il grado, la misura della sua socialità. (Come scrive Anders: “Il nostro compito è di parlare ai Corinzi e di scrivere ai Romani. Farlo in ebraico o in aramaico, non avrebbe senso. Bisogna tener conto di questo fatto”). Tuttavia, in una società avente vari strati di parlanti, cioè classista e sottosviluppata, il dialetto presuppone la soluzione immediata o mediata che sia, comunque sempre contingente, di alcuni problemi di comunicazione o di espressione. Obiettivamente esiste il rischio che il dialetto, anche se usato con il convincimento della sua fruibilità interessata o effimera, limiti la prospettiva critica dell’autore (ancora Anders: “La poesia è oggi un’attività provinciale, e il poeta, almeno in questo momento, è diventato un eroe di villaggio”) e limiti la ricezione del consumatore, e contribuisca in fondo a un’operazione reazionaria: a “ribattere” la situazione provinciale della nostra cultura: elegiaca e non drammatica, ingenua e non sentimentale, casalinga e per nulla avventurosa, scarsamente ideologizzata, amorosa senza contrasti, antropomorfa o metafisica. La poesia in dialetto ha sempre richiesto, per autenticarsi in una realtà non letteraria, un movimento sociale che l’accompagni e la determini, la scelta di nuove soluzioni politiche, il sommovimento di classi, la necessità di raccontare.

Riferendomi al primo comma della domanda, dirò che esso comporta un discorso lungo, difficile; e almeno per me, ancora incerto. Ci si riferisce a un problema per nulla equivoco ma “imponente”; un problema che tutti cerchiamo, secondo le forze e gli interessi, non dico di risolvere ma di affrontare secondo la prospettiva più coerente e meno fallace. Ritengo che non si possa avere un linguaggio nuovo, cioè un linguaggio con maggiori margini di fruibilità e di utilizzazione a più livelli, se non si collabora a progettare, in termini realistici, la società dentro la quale l’artista (l’artista italiano) opera e vive. Finché persisteranno gli istituti attuali, e nonostante le modificazioni che l’uso e la tattica comportano, dovremo usare o la lingua equivoca ed esautorata che ci troviamo disponibile (corrosa, meschina, retriva perché classicheggiante), oppure affidarci alla lingua più rigorosa della scienza, intesa non nel suo momento specifico o tecnico, ma in quello razionale; di associazione di idee e non di verifica, nel momento inventivo e non empirico; affidarci alla sua rigorosità (“la scienza come disciplina culturale”), decifrabilità, alla assenza di significazioni plurivalenti, di metaforicità imprecisa e mistificante. Ciò contraddice l’interpretazione solipsistica di uomo illustre, secondo il quale “per ora non possiamo che salvarci con mezzi di fortuna del tutto individuali”.

In questi giorni è in corso una discussione su un problema generale, di cui il problema del linguaggio è un aspetto fra i più significativi, immediati e importanti. Non vorrei apparire precipitoso o impreciso; ma non essendoci altra alternativa (in attesa che una situazione ideologico-politica più sbloccata consenta al marxismo, sorretto da una dinamica finalmente meno introversa e da peccato originale, meno apocalittica e “tecnicizzata” nel senso del sottile, meno retrospettiva, di apparire come la alternativa dirompente; e a noi di riconoscerci e di operare, in una società che potremo chiamare solum nostra), non altra alternativa, dicevo, per dinamizzare stilemi e logora ideologia, che scontrare le forze, comunque siano, che ci fanno adesso dura opposizione; ebbene il rapporto della letteratura con l’industria, non più intesa come elemento esclusivamente tecnico ed economico, ma come “realtà” operante e incombente (realtà che l’industria stessa neppure ha riconosciuto sino in fondo, nelle implicazioni più sottili, nel momento che proponeva o utilizzava i lemmi neocapitalistici), può suggerire possibili alternative alla poesia e alla letteratura in genere, insieme alla possibilità di un linguaggio innovato almeno per inserzioni.

In effetti il marxismo, in fase revisionista di grande portata ma di lunghe prospettive, non solo non può offrire attualmente alcun pretesto ideologico maturo,ma neppure, come è il caso recente3, indicazioni temporanee, proposte alternative, sia pure al livello della contingenza.

Invece il dibattito al quale ho accennato (se aiutato da una collaborazione critica una volta tanto non affrettata o indifferente) può contribuire a sbloccare, almeno in parte, la situazione di crisi totale che paralizza la cultura italiana; nel suo complesso crociana o liberal-qualunquista ancora, con pochi casi isolati di cui potremmo fare nome e cognome.

 

5) In poesia l’irrazionale è l’alibi che un artista si concede per contrabbandare le proprie “delusioni” (termine generale e improprio; volevo dire: deviazioni ideologiche, concessioni al gusto comune, giustificazione dell’amor sui,consumo di sé nel potere). Il grande decadentismo europeo, alle cime, è stato tragico non irrazionale (semmai a-razionale); ha teorizzato la consapevolezza della morte, ma non mi pare che sia mai stato succube o indifferente; oppresso, non ossessionato, dall’ombra della fine, ha proseguito col lucido ordine di chi verifica la paura perché sa soltanto ciò che lascia; mai cattolico; laico o indifferente, per una generosità della vita che era, si può dire, amore. S’intende che l’armata dei peggiori, o soltanto dei mediocri, ha intorbidato le acque, e anche rovesciato questa prospettiva.

Ma non c’è dubbio che la giustificazione dell’irrazionalità in arte è un’operazione di riformismo culturale se non di autentica convalida della invalicabilità dei poteri temporali. Al contrario la verifica della razionalità dell’arte è il suo linguaggio (“il linguaggio come immagine logica del mondo”), cioè il linguaggio stesso; al modo che la verifica della razionalità della scienza è il suo linguaggio espresso in formule. L’artista, in questo caso l’uomo che scrive, è consapevole di ciò che deve fare sino alla fine; si propone scopi, risultati, verità determinate; ricerca la verità; conosce attraverso il suo fare.

L’artista schiavo di ombre oscure, tormentato dai sogni, propone una immagine dell’arte che ha il suo equivalente nel fascismo in politica e fornisce un alibi a ogni possibile potere. È nella consapevolezza razionale, pianificata,del lavoro che il poeta (che sta nella nostra mente come imago) fa le sue scelte; o si adatta a verificare il proprio lavoro al lume di altre tecniche, delle nuove scoperte; consapevole che le macchine sono oggi il cannocchiale galileiano che l’uomo ha per speculare dentro di sé, e che solo nella ricerca di una sempre meno deficiente totalità di conoscenza, non solo umanistica ma scientifica, si realizza un aumento delle sue capacità di realizzare, di rottura, di confrontarsi e ritrovarsi nel proprio lavoro; quindi di trovare una maggior complessione strutturale e dignità e verità nel linguaggio che si usa, e diventa di volta in volta più nuovo, completo.

 

6) Al di fuori dei problemi più sottilmente tecnici, gli stessi problemi che si impongono alla poesia si trovano di fronte alla prosa; al romanziere o al saggista. A questi ultimi, proprio per la tipicizzazione di taglio narrativo, si potranno aggiungere gli altri pericoli di facilità umorosa, di esibizionismo intellettivo, di sofismi zuccherati, di cattiverie soltanto industrializzate.

 

7) Ho risposto prima a questa domanda. Aggiungerò d’essere convinto che la poesia sia più avanti della pittura e forse della scultura, per esempio, proprio perché progredisce con conturbante lentezza e, pare, con confusione e ritorni. La pittura soprattutto sembra stata soffocata, nel momento di un travolgente vigore espressivo e di ricerca, dalle richieste di mercato, e trasformata in prodotti di consumo. Identico pericolo non è detto che incomba sulle altre arti. Per esempio (ecco una possibile aggiunta al paragrafo 6) il romanzo comincia a subire la stessa esigenza,l’ossessione della richiesta come merce. Da ciò un bene e un male, che si dovrebbero esaminare in altra sede. Accadrà che resisi conto che anche la poesia non è solo un giuoco di perditempo o di timidi folli, ma un mezzo espressivo immediato e potente, i magnati del nostro tempo s’affrettino a strumentalizzarla ai propri fini (di ciò nessuna meraviglia).

Invece l’architettura divide in questo momento molti problemi comuni con la poesia, nonostante un’apparente esorbitante differenza di moduli espressivi e di fini. Non da oggi la soluzione di forti perplessità strutturali e linguistiche è stata confortata dall’esempio dei risultati nel campo dell’architettura. L’elaborazione del poemetto, inteso come struttura a più archi di fondamenta, come una massiccia palizzata di cemento armato, anche nella sua flessibilità organica e “studiata” ma attraentissima, da inserirsi in un contesto sociale articolato (perverso magari negli egoismi, nei rifiuti, nelle intolleranze e nei pregiudizi, nel modo di intendere la pietra soltanto come “peso” economico, ma attraente nei momenti di lucide gioie) viene dall’architettura.

È ovvio che ci sono, poi, anche le costruzioni di comodo, poco edificanti, fatte per l’amore o per la stupida inerzia, case di campagna, ville al mare, i piccoli incantevoli chalet per i week-end. Ma quelle, come sappiamo, sono per i signori.

 

 

Note

1 Mentre l’ideologia marxista operava e incideva piuttosto in una opposizione sindacal-politica che sul piano culturale. Infatti le esibizioni dei suoi leader, su giornali e riviste apparivano inquinate spesso da sottili veleni di vecchio crocianesimo che aiutavano a confermare grossolani equivoci, o almeno ritardavano ogni possibilità di discorso “obiettivo”.

2 Poiché non si potevano ancora reperire criticamente, partendo da Gramsci, le frazioni minoritarie, e in ultima analisi determinanti, del nostro Novecento; le quali, oltre a fornire le sollecitazioni più interessanti rappresentavano, in potenza, quella nuova moralità di cui le generazioni più giovani avevano fame, dopo il lugubre divampare; e potevano, inoltre, offrire una serie di pronte e affascinanti proposte per una rilettura in chiave “diversa” della nostra tradizione.

3 Alludo al dibattito aperto sul “Menabò”, verso il quale la stampa qualificata di sinistra, al livello dei recensori di terza pagina o degli elzeviristi del “Contemporaneo”, anziché intervenire con le idee, opportunamente critiche e modificanti, è apparsa ancora una volta suggestionata da possibili timori conventuali e da una interpretazione del fenomeno ancora relegata a un passato senza prospettive (che si intende proprio seppellire). La sola lettura interessante è, come al solito, apparsa su “Mondo Nuovo”. (Aggiungo, adesso, lo scritto di Gianluigi Bragantin su “Rassegna Sindacale”).

 

 

 

Nuovi Argomenti, n. 55-56, marzo-giugno 1962.

 

 

 

Lunedì, 25 Febbraio 2013 14:27

Il linguaggio della destra

Voglio notare come il linguaggio della reazione e della convenzione si ripeta, nel tempo, congelato in una fissità monotona e disarmante.

Anche oggi, leggendo i fogli quotidiani ed ebdomadari o le opere di molti autori ottocenteschi, sicuramente cattolici e senz’altro minori, accade di fermarsi su un tipo di fraseggio controriformista (a cui manca, però, quella forza e quella grandezza), dalla virulenza a stento contenuta e perciò ammonitore e irriducibile nello sforzo di paragoni demoniaci (parlando di ballerine: “la deificazione del piede e degli stinchi è ormai divenuta religione più crudele e sanguinosa che i culti più atroci di Saturno, di Moloc, di Siva e di Mitra, che richiedevan vittime umane svenate sopra i nefandi altari”, padre Bresciani); con un’aggettivazione tracotante e morbosa; spreco di maiuscole per misticizzare gli istituti e le persone e accrescerne autorità e prestigio; falsamente umile, spesso reverente ma in effetti spregevole, spregiante; non sostenuto da una trama ideologica sicura, tutto ragnato nel coprire con le sinuosità sintattiche la freddezza del sentimento, il “silenzio interiore” di cui parla Carlo Bo, l’indifferenza mentale; piuttosto rappresentativo che logico. Incapaci di amore, o di un qualunque entusiasmo, senza attiva curiosità benché informati, chiusi in un’aprioristica negazione delle altrui verità o delle obiezioni contrapposte, questi uomini, sotto la specie di un’indifferenza segnata dal sorriso, di una indulgenza conquistata con fatica, nascondevano l’ansia di potenza, di predominio, di privilegi per secoli goduti e delibati e non ancora pericolanti ma già additati, discussi e contestati. Un piccolo florilegio del brescianesimo ottocentesco basterebbe a confermarci.

Abbondavano di iperboli, di metafore “non misurate”, nel tentativo di dare fuoco di convinzione a una lingua mutuata piuttosto dai praticanti del diritto, dai legulei che dalla scienza o dalla politica; quindi cavillosa, accademica, aggrappata agli istituti più reazionari, con richiami aperti, o appena coperti, ma non per questo meno grevi e pressanti, a possibili pene, ad affanni a venire, quando esplicitamente non sollecitavano interventi diretti del braccio temporale: “La politica non deve mai scompagnarsi dalla giustizia e dalla religione” proclamava Monaldo Leopardi. A ribadire ancora una volta, se mai occorresse, che il nostro “sdrucito stivale” ha sempre patito di ordinamenti borbonici, e che le norme del vivere civile, le pene passibili, le condanne eventuali, gli indulti e le scaltre amnistie, sono per consuetudine una concessione della classe dominante, la quale di questo falso diritto fruisce e se ne compiace e quelle amministra e con esse sferza o bonariamente regala secondo un calcolo che ne perpetua lo strapotere economico e la porta a superare, con minimo danno, ogni uragano. Ieri come oggi. “Pare che le Associazioni padronali ci trovino gusto a elargire invece di riconoscere il diritto…” (dalla Lettera ai Vescovi della Val Padana a firma di otto parroci, del 1 marzo 1958).

Qualsiasi occasione era utile per esortare i giudici ad applicare le leggi contro i perturbatori dell’ordine pubblico, fossero essi giacobini, carbonari, massoni, operaisti o socialisti tourt court (il socialismo, questa morte di ogni civile consorzio) – non diciamo più liberali. L’inflessibilità nell’intervento della legge s’accompagna all’ideale della “quiete”; qualsiasi desiderio di novità va contro la natura, porta tormento e incertezza, sconvolge le semplici coscienze; perciò con turgide immagini dei possibili peccati ci si affanna a stroncare nella fantasia degli incauti le probabili illusioni.

Codesto invito all’ordine “naturale” diventa di proposito, maliziosamente, un invito paternalistico all’accettazione dello statu quo,degli ordinamenti prestabiliti dall’alto, dunque a una noia rassegnata e non operosa, a una umiltà bugiarda, all’ipocrisia retribuita.

Non commosso da tentativi di rigenerazione sociale, o dalla ricerca di rinverdire, se non capovolgere, le istituzioni, l’ordine della natura – esemplato arcadicamente – serve da paradigma immutabile e immediato, per specchio e ristoro di ogni turbata coscienza; la rivoluzione è una babilonia che squarcia e travolge.

Questi discorsi si svolgono e si caricano simili a un’invettiva e a una predica. Considerata la Chiesa come corpo di Dio, il Verbo che si è fatto carne e abita fra gli uomini (“Lui è noi e noi siamo Lui”), mai inserita in un tessuto sociale: “forse perché, al momento di affacciarsi alla vita politica, tra anticlericali, massoni, socialisti non vi fu quasi più posto per i cattolici, il fatto si è che essi non si sentirono mai parte viva di tutta la compagine nazionale” (Sergio Nigra, in “Adesso”, 1 marzo 1958), la più gran parte della borghesia cattolica italiana, e i suoi scribi qualificati, mediocremente aggiornata, provincialmente irritata piuttosto che commossa da una consapevole tolleranza, da una pietas autentica, ha sempre considerato “gli altri” come discoli da correggere, traviati da convertire. Messianica e irriducibile, anche se poi, all’atto pratico, tutto il fervore si smorza in un farnetico teatrale.

Nessuna compiacenza e nessun indugio, nessuna opposizione attiva; da ciò, pressoché generalizzato, quel tono perentorio, apodittico, proprio di chi parla dall’alto agli uomini abbandonati quaggiù; non discorso o contrasto, non conversazione o dibattito, ma parole che risuonano nel tempio, di richiamo o di condanna. Non benedicente ma sempre con la croce levata, lo sguardo terribile, è il Ministro di Dio.

 

Questo integralismo è ancora tipico – senza alcuna particolare diversità di tono – della pubblicistica odierna di parte nera, sia democristiana o più generalmente della destra legittimista (non c’è una differenza sostanziale); con la sola esclusione, è ovvio, di quel gruppo di uomini della sinistra formatisi nella Resistenza e “nella letteratura politica dell’antifascismo e sull’esempio sociale del migliore cattolicesimo francese”, il cui contributo al tentativo di rinnovamento delle strutture della nostra società è incontestabile, anche se la loro influenza politica appare oggi ancora troppo debole e incerta; poiché, secondo l’esatta diagnosi salveminiana, patiscono una soggezione di fondo da cui non riescono a liberarsi: “La sinistra della democrazia cristiana, compare, ricompare… si sgonfia a libito dei superiori, inetta a sfidare una condanna nonché Vaticana, appena vescovile”.

Agli ebdomadari sostituiamo pure i rotocalchi, le effemeridi metropolitane e provinciali, i bollettini parrocchiali, le opere di divulgazione, o più sottilmente, i settimanali di cultura e le rivistine mensili. Altri nomi, altre tristezze. Altri campioni. Ma la società è sempre ipocrita e artificiosa, lustra di inutili orpelli (una grande fiera di esibizionismo e di lucro, e proprio dove dovrebbe essere il decoro e l’incorruttibilità), e il linguaggio è sempre cruschevole: “garruli saggi di canore interminabili voci di protesta” (“Osservatore Romano”, 12 aprile 1959), metaforico, intollerante; ideologicamente sopraffattorio, per pesantezza non per convinzione; ancora riecheggiante quello che fu definito “lo stile dei gesuiti”, caratterizzato dalla sovrabbondanza, dalla ricerca degli effetti e da uno sfarzo generico: “Sostenuti dalla visione cristiana della vita, gli artisti seppero vivificare il marmo, far palpitare le tele, animare le crete, fondere i metalli, armonizzare accenti, suoni e colori per innalzare a gloria di Cristo Gesù poemi di pietre, di marmi, di luci, di suoni” (don Giovanni Rossi, in Estetica e Cristianesimo,Assisi, 1953). E si aggiunge che la consapevolezza di una supremazia mondana, che dura, di una forza politica che l’abuso rende sempre più vasta e capillare, ne ha ora rinvigorito e involgarito l’aggressività: “turpiloquio degno di un ubriaco e vagabondo da strada… capace di deliziare gli stabbi e i porcili settari” (“Osservatore” cit.); “rigurgiti di certo para-comunismo”, “rigurgiti dei monumentini di decenza compresi” (A.G. Solari), fino all’aperta insolenza, fino a sbeffeggiare i fratelli definendoli chierici rossi o, come ha scritto il card. Ottaviani, “comunistelli da sagrestia”. Il sostrato ideologico è rimasto ovviamente ancora al dogma e la terminologia teologica con la sua paratassi disarmante (quasi un procedere a nerbate, sulla carne viva di chi si incontra) ha surrogato in gran parte il linguaggio giuridico, sostituendo, o meglio sovrapponendo all’odore della accademia il cupo respiro del Sant’Uffizio; “Non è dubbio che i cattolici, in quanto membri della Chiesa cattolica, siano in tutto e per tutto soggetti alla sovranità della Chiesa” (padre Lener); “solo se nasce dalla sola Chiesa l’azione del cristiano è aperta a tutta l’umanità; […] solo la stretta fedeltà alla Chiesa consente all’azione umana di essere veramente pacifica e universale” (G. Baget Bozzo).

Con la vittoria politica è ritornato di moda il culto dell’istituzione e, insieme, ha preso voga un tipo di linguaggio che si potrebbe dire nazional-sindacale; un ibrido tecnologico, in cui le contradditorie istanze sindacali si mescolano, si confondono con sollecitazioni nazionaliste (in politica interna ed estera e con consigli di una interessata e sollecita cautela: “evoluzione progressiva e prudente, coraggiosa e consentanea alla natura, illuminata e guidata dalle sante norme cristiane di giustizia e di equità” (Pio XII, Allocuzione ai lavoratori italiani);e si depauperano pertanto di ogni carica, perdono vigore e ristagnano. Con ben altra consapevole operosità procedeva il sindacalismo cristiano-sociale, di cui recentemente abbiamo avuto una conferma leggendo lo stupendo carteggio Miglioli-Grieco.

Nell’istituzione vedono il consolidamento del potere costituito e nel linguaggio ancora un mezzo “comodo” e funzionale per toccare prestamente le coscienze: “Nessuna istituzione sociale, dopo la famiglia, si impone così fortemente, così essenzialmente come lo Stato”; e ancora: “Lo Stato deve essere l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo” (Pio XII); ma poi è immediato il proposito di attenuare comunque l’effetto di queste iterate enunciazioni esclusivamente funzionali e di una genericità soltanto melodiosa, con la necessità di collegare l’ordine giuridico all’ordine morale e di ancorare il progresso sociale a questo, “perché se è vero che lo Stato ha la nobile missione di essere il custode del diritto… la complessità, l’estensione e l’intreccio delle condizioni di vita nazionale e internazionale estendono considerevolmente oggi il suo campo di azione. Ragione di più perché lo Stato non abusi dei suoi poteri ecc. ecc.” (E. Guerry).

Come sempre non partecipano di altra ideologia che non sia quella ufficiale, evitano gli scontri dialettici, o li trasformano in tumulti, o in salottiere malizie, coprono la costituzionale grossolanità con invocazioni fideistiche. Ma oggi è più scoperto (perché più beffardo e offensivo) l’ossequio alle gerarchie, l’artificiosa esibizione di religione praticata, di culto in pubblico: “la nostra fede di cattolici apostolici romani” (F. Sarazani); frasi come “scritti indegni, simile infamia, viltà ignobile, ferocemente offesa” e l’orgia retoricodaveroniana delle maiuscole ammonitrici, rivolte agli avversari che scrivono, provengono da individui la cui intemperanza ha un fine non occulto (e di questo neppure si crucciano); confermarsi campioni di una ufficialità operante, ricalcando vecchi moduli aforistici e aprioristici, che il tempo ha, contro ogni onesta previsione, reso di nuovo “disponibili”: “Un Padre che ancor oggi noi piangiamo… un Pastore che tutti, anche i non cattolici, hanno sempre rispettato e venerato; possibile che proprio in Italia debbano accadere di queste cose?” (G.L. Rondi).

Si servono dunque di luoghi comuni (“L’Usbergo di Roma”), di invocazioni “sorde” oppure conclamate; la parola “patria” che sostituisce il ruvido e freddo “paese” del linguaggio degasperiano è stata ripresa, caricata di astuti significati e adoperata con sagacia, mentre più frequenti si levano esortazioni all’unione sacra, agli ideali patriottici, all’unità nazionale – per smagare ogni sia pur cauto tentativo di riformismo; o alla “giustizia” generica: “relazioni più umane, più giuste, più fraterne”; “un ideale di verità, di giustizia, di libertà”, “ricostruzione di un mondo nuovo secondo la giustizia e l’amore”. Ma a queste invocazioni, riprese con monotonia fino a un esasperato parossismo, si contrappone una livida irritazione, non dunque caritatevole, né umana (nonché “giusta”), per ogni contestazione, per il più meschino ostacolo. Allora, non conturbato dagli anni, monolitico e stratificato, riappare sotto i nostri occhi il linguaggio della “Civiltà Cattolica” risorgimentale, perfido e velenoso, rosso acceso sulla punta di penna, un arrancare infuriato. Costoro, convinti, come ieri, che “le leggi del bello sono dagli italiani bevute col latte”, scelgono l’improvvisazione e disdegnano ogni meditato giudizio, con l’estro risolvono i dubbi e ogni controversia, hanno il cielo davanti e il fremito delle bandiere, la gloria di Roma alle spalle. Privi di modestia, di curiosità, di fiducia: non fuori ma contro la storia; non fuori ma contro ogni Stato che non sia il centro di un dispotismo di tipo settecentesco, paternalistico e uniforme, vegetante e cavilloso, a volte subdolamente ricattatorio. Infatti se Monaldo Leopardi scriveva, oltre un secolo fa: “La libertà, la più cara e fedele amica che abbia il demonio”, noi leggiamo spesso sui quotidiani ufficiali un’allusione insofferente e sdegnata “a quella odierna libertà di stampa”, che andrebbe, s’intende, vigilata.

Esemplare, a convalida in limine dell’ipocrisia imperante, è il termine “autonomia fedele” coniato apposta per stabilire il margine circoscritto di libertà, l’area d’azione oltre la quale non è concesso andare ai sindacalisti più attivi e a quei cattolici, quei “cristiani d’anima” che, come scrive Mauriac, “oltre cercare il regno di Dio, cercano anche la sua giustizia, il che è la parte di una società cristiana”.

Autonomia, dunque, fino a che non si turbi quella “mitica quiete” entro la quale vigilano le superiori potenze ispiratrici della condotta politica democristiana; fino a che le gerarchie non si risentano o si sorprendano e siano distratte dal loro particolare; autonomia, ma tale da non svegliare la base dal conformismo: “Sino a pochi anni fa, non v’era pace nei campi, perché il mondo contadino camminava verso la propria redenzione: oggi, non succede niente, perché quel mondo si va spegnendo sotto piccole concessioni, che gli tolgono di guardare avanti” (in “Adesso”, del 15 dicembre 1957).

Sicché gli spiriti più vigili (i pesci che vivono nelle acque profonde, secondo la metafora di Mauriac), i più sinceramente insoddisfatti (“perché se la dittatura è rossa… è sempre da scomunicare, mentre se è nera… può sempre essere esorcizzata?”) folgorati, sgambettati, annichiliti hanno dovuto abbandonare il campo o ridursi in un angolo, dopo una avvilita resistenza. Così come accadeva anche in passato a tutti i “campioni del nuovo” che non si accontentavano di mortificare la speranza nelle funzioni barocche (“la buona agonia” di don Primo Mazzolari), nelle dilazioni di comodo, lasciandosi assorbire dai notabili consorziati, i quali oramai dispongono di un paese disarmato, vinto dalla noia e dalle strazianti delusioni.

Ritornano dunque vere, a conferma di un’antica paura che ha sempre unito la reazione alla sopraffazione, le parole di Tacito, che De Maistre ripeteva con sicura compiacenza: “Quando si trattò di dare agli schiavi un abito particolare, il senato vi si oppose per timore che giungessero a contarsi”. E forse ci si appresta a benedire qualche altro tiranno.

 

 

 

Officina, Nuova serie, n. 2, maggio-giugno 1959.

 

 

 

Venerdì, 22 Febbraio 2013 19:00

Dopo Campoformio

Il tedesco imperatore

 

I. In Lombardia II. Novara, Ivrea, Aosta III. Lungo i muri IV. Il riso dei tedeschi V. Giorno d’aprile VI. Haabiorg VII. Tutto bruciato VIII. Corbari IX. L’azzurro delle Langhe X. La piazza è in festa

 

 

Quando venni in Lombardia

ero giovane, allora.

Per strade ròse dai fischi dei vapori

il pianto di un ragazzo

migrò libero verso la frontiera;

l’ombra dei montanari saliva verso il cielo

e in tiepidi restaurants i camerieri

scoprivano agli ufficiali

distratti da un occhio adolescente

fragili zuppiere.

Nel rifugio della stazione,

mentre i treni bruciavano

bianchi neri contro le vetrate,

la donna appoggiò i chiari

capelli sul mio zaino.

Terra per eserciti

in fuga verso i monti.

Tremano al lume di luna le giovani foglie.

Austria, Svizzera, Francia alla frontiera.

 

In due giorni di cammino

sui laghi volarono,

col balzo delle trote, le speranze.

A Novara, a Novara;

oh a Novara, in un’osteria

avvinghiata da caserme bruciate;

un uomo grida sul prato della periferia,

al mattino era morto. Ivrea, Aosta…

su quelle strade marciavo e per i monti

frustato da tristezza, dai ricordi.

 

Ai quadrivi immobili magri tedeschi in tuta,

donne esultanti per gioia sventura.

“La guerra è finita. Incomincia la guerra.

Mio figlio è in Russia. A Cipro è mio figlio.

Mio figlio è in Africa. In Sicilia è mio figlio.

L’America a Genova tempesta.

I cinghiali fuggono, i tedeschi

lasciano Roma…”

Uccelli caduti nella polvere

le gelide mitragliatrici.

“Scheise Mensch!” ci odiano, guardando

le vie battute da uomini disfatti,

le donne sull’uscio delle case;

ogni fosso custodisce un sonno,

i casolari offrono l’acqua, il pane.

Fuggono simili a formiche

lungo i muri, picchiati dalla fame;

s’accascia l’Italia muggendo di dolore.

 

Quel tempo, rosso

sangue di bue appena macellato.

Fuoco sui paesi

della collina o persi dentro al mare,

su chiese, monasteri,

là dove Appennino torce il corso,

fra le canne delle paludi,

dovunque Italia spinge

la sua chioma azzurra.

Gettavano lo zaino contro l’uscio.

Il riso dei tedeschi era furioso, biondo.

Senza più sonno, agnelli al sacrificio,

i cittadini alle finestre a spiare

il passo della ronda per il mondo.

 

Buttato riverso

ascolto la terra sospirare.

La guerra sembra lontana,

così l’immagine dell’impiccato,

la sua ombra profonda nella polvere.

In un giorno d’aprile.

Sul lungomare fiori acerbi, duri,

muri da lunghe schegge sbriciolati,

il filo spinato arrugginito.

Una madre tiene sui ginocchi

il ritratto del figlio.

Poi nell’aria l’odore

di fuoco fra gli ulivi.

L’uomo salito sul palo

per tendere i fili della luce,

con il ferro e il cuoio alla cintura,

è un partigiano

dal viso magro di antico italiano.

 

Nel castello a Camogli il sergente Leone

pecorella di dio

beve sciampagna sdraiato

nudo sul letto di una contessa fuggita.

Entra dalla finestra

il volo fresco del mare.

Il sergente Leone

sfonda porta, lucchetto

e arriva alla cantina.

Mi innamorai di Haabiorg.

Guardandola bruciavo.

Lei correva al mattino

col biondo Cornino, l’arcangelo.

Correva nel bosco al tramonto.

“Fra poco avrà gonfia la pancia”,

ghignano i maledetti soldati.

Al lume di candela la serata finiva.

Partimmo: “Addio, addio,

addio mia bella, addio”,

cantarono i soldati.

Tutti nel fango sono dimenticati.

Ma lei non è scordata,

la sua persona splendida beata

è là nell’erba (lucciole delirare

all’ultimo addio). Lei sola, nel leggero

sciogliersi di riccioli, nel rischiarare

delle caute parole, perdona –

dopo tanti anni.

La sua giovinezza è ancora su quel mare.

 

Marco appare: “Il paese bruciato.

Guarda le case, tronchi senza vita,

macerie, polvere.

La forte gioventù morta, fuggita”.

Il sole indora la campagna,

cade dai nevai;

odore di un fuoco calmo dentro al vento.

La gente ferma sulla piazza.

M’azzanna il cuore una vespa infuriata.

“I mongoli affamati

dànno alla nostra carne questi morsi.

I tedeschi li armano, li avventano

ubriacandoli; bruciati dalla grappa

cadono urlando sulla strada,

prendono le donne come cani.

Pecore siamo nell’Italia morta”.

M’avvio nella valle solcata

da un fiume, con cime fuggenti,

stormire d’alberi,

ruscelli stenti migrano, fra onde

di foglie i castelli persi nelle ombre.

Case incendiate specchiano le nubi;

dentro ai paesi occhi e ossa d’uomini

tendono la mano, pellegrini

vinti da una sciagura.

Pendono le travi delle case.

“Le donne uccise”, dicono, “o scampate

al massacro, spente di paura

giacciono nel buio delle stalle.

Da uscio a uscio per fienili e case

i mongoli cercarono, fra le balle

di paglia, carrette rovesciate;

bruciò il paese, fuggono le donne

rauche disfatte pazze di terrore”.

I vigorosi uomini lontani.

Pagarono le donne con la vita

la breve età felice

e i neri capelli.

Tornano adesso i giovani strisciando

lungo le siepi della valle.

 

Nelle luride stalle di Romagna

il nome è bisbigliato1, una candela

brucia intanto le foglie del dolore.

Trasformato in vecchietto questuò

sul sagrato, ridendo

al nemico in agguato

e lo infuriò, poi,

terribilmente vivo.

Era un ragazzo dall’ala lucente.

Solo, o con pochi, rapidi disfarono

il nemico sul ponte,

prima con scherno poi con rabbia e fuoco:

liberi nell’arena

lo colpirono alla fronte.

Per lui era viva la Romagna.

Questo giuoco di morte e vino

iniziò sui tavoli della sua terra,

calpestata da chiodi e da giovani fosse;

era lui il pellegrino

che guarda la divisa del nemico

nera contro la torre del Comune

e lento vuota un bicchiere di vino.

Per prati e campi verso Modigliana

intorno è tutto un cimitero.

Gli uomini sono sepolti nella spagna.

 

Passano i tedeschi nelle Langhe,

strisciano i piedi sull’asfalto.

Stridono ruote, battono i fucili

contro gli elmetti vuoti, per la strada

di campagna, dinanzi all’osteria

sporca di mosche, ancora insanguinata

per la morte di una donna fulminata

con bicicletta e pane

accartocciato, l’insalata, il sale,

da un colpo di pistola.

Un cavallo al galoppo, ombre, voci

correnti lungo l’argine, per le sponde

mescolate di fango e erba nuova.

Poi al mattino le Langhe sono azzurre

nell’abbraccio delle Alpi deserte.

 

Carri armati posano

sotto gli alberi, i negri

ridono, stendono le mani,

la gente nelle vie,

tutte le finestre al sole.

Giorno sacro d’aprile. Alti vocianti

feroci uomini nuovi.

“È finita la guerra”, questo

il popolo grida; gli anni si frantumano,

un mondo nuovo affiora ribollendo

dalla schiuma aspra del dolore.

La piazza di calce, bianca nell’aria d’aprile,

tacque; un uomo apparve2 sul palco,

parlò poche parole aprendo

la nuova storia.

 

 

 

Una terra

 

I. Antonio padre II. Il superbo lamento III. Pesce di mare IV. A Senarica, amica di Venezia V. Il dolore d’essere dimenticati VI. Crescono giovani aspri VII. Corropoli VIII. Ferragosto IX. Il fumo dei vulcani

 

 

Un bioccolo di lana

frusta nel tramonto alberi, fiori,

muove il trotto dell’onda.

Sulla sponda i ragazzi con la schiena

inarcata puntano i piedi nella rena;

“dài pa’ssì, oh… ooh!” lo scafo stride

sulle palanche nere, Antonio padre

sfiora l’acqua, è nel mare,

apre cigno le ali, le lampare,

anatrelle, l’avvincono con corde

e la flottiglia corre in alto mare.

Nella notte, chini sul fondo, gli uomini

pescano se la luna è piena

o la corrente non spinge in Dalmazia

il cefalo che volge guizzi in oro.

Un lume è acceso

laggiù oltre il mio dito:

Antonio padre al palpito

del primo fiore in cielo tornerà.

L’inverno è lungo stretto dentro al mare

pauroso; quando giugno

brucia il dorso ai delfini

i marinai avventano nei solchi

sonno, fatica, reti rammendate.

 

È morto il capitano. Cade

in mare ogni luce di festa

dai giovani cuori; a riva

le donne attendono ammucchiate.

Un marinaio è al timone, bianco agnello;

così gli uomini antichi veleggiavano

approdavano a isole felici.

La barca vira, si torce, si china

mentre s’alza il lamento. Una voce:

“Tu, tesoro di mamma, meschina

perla bruciata da un vulcano,

sei trascinato a terra con la mano

in croce, sulla sabbia, dal vento, uccello

spento di rabbia, scuro, ecco il riposo”.

Vanno in tumulto con le ali aperte.

Al colpo della frusta di questo uomo

i fortunali cadevano sulle onde deserte.

Steso sul sacco è un tronco incenerito,

è tuono esploso, dileguato, offeso;

il calzone al ginocchio accartocciato.

Vita, mia vita come

sei terribile e amata: uno sconforto

senza consolazione è ancora vivo

negli occhi di questo morto che ieri

con tutti i suoi pensieri era nel mare.

 

Il venditore di pesce per strade e sentieri

fu in America un tempo.

“Sempre un fumo nel cielo;

pane, carbone, nel vino la polvere;

tristi le donne, negli occhi la polvere;

i ricordi chiamavano lontano.

Ora mio figlio lavora a Milano

e quella è la mia casa. Addio America”.

Cresciuta in fretta ride la sua casa.

Spinge la bicicletta, grida il pesce

giallo sul ghiaccio e viole:

“chi prende il pesce, pesce fresco di mare?”

va scalzo a chiamare

sul viale nell’ombra dei tronchi,

sfiorato da siepi a filo del mare.

 

Un vagabondo canta, ruvidi

marinai ascoltano a un fanale.

Sulla strada appassiscono i gerani

bucati dai fari delle macchine,

autotreni scuotono l’asfalto,

fra lo stridio dei freni i pioppi coprono

l’agonia di un gatto sfracellato.

“A Senarica, amica di Venezia…”

fuochi verdi aprono la gola

ai cani sulle aie del monte

screziato da barbagli all’orizzonte.

Il vecchio intona con pena un canto triste,

fiori tremano, cadono,

muoiono nella polvere.

 

L’erba è gialla di pietre; il cimitero

con gli ulivi e cipressi sbiaditi.

Anche nella pace i morti

non hanno tregua, risaliti

dal profondo si stringono le mani

rotte dalla fatica.

Madri stroncate dalle gravidanze,

invecchiate con pazienza sulle reti,

uomini stanchi più dell’aria d’autunno:

con il viso inchiodato fra due date

sanno che non c’è pianto non gridato

né un giorno senza male: che la vita

nel dolore fu tutta patita.

Rimpiangono solo l’oblio degli amici,

d’essere dimenticati.

I ricchi almeno

hanno il nome dipinto nelle prore

delle barche: rosse sul lido

con gli alberi e vele ammainate

attendono la piena primavera

per gettarsi sui branchi

nelle calme correnti verso l’Africa.

 

La rocca incombe ancora a precipizio.

Un tempo sulle alture

i noci strisciavano a terra

foglie di quattrocento anni, eppure

adesso il silenzio è una favola

per i vecchi che muoiono nel sole.

Le case all’ombra delle tamerici,

fra le siepi, case di girovaghi

e pescatori, pittate di bianco

(formaggio fresco su una foglia

di fico) sono cadute;

scompare adagio la gente

che non trema alle nevi dell’inverno.

Crescono giovani aspri, amare mandorle

in un tempo d’inferno, di lampi

e sorprese telluriche nell’aria

grigia che illividisce ogni città;

il sangue arde dentro i cuori straziati

dall’unghia del mostro che si torce.

Ma quale mondo apparirà

dopo la pena necessaria!

 

Là il monte, laggiù è il mare:

il mare con le speranze strappate

a una barca che adagio s’avvicina.

Sui chioschi di benzina

cantano i tordi e volano nelle vallate

alle ragazze dal petto tremante

oh così dolcemente.

Quelle del mare, ardite fiere

contrastano, sono restie agli sguardi

maliziosi e azzannano

come i lupi di selva.

(Pace con voi, ragazze dell’Abruzzo,

una è sangue al mio cuore).

A Corropoli fumano i camini,

gli alberi difendono le case

dove i topi imperversano e la razza

degli uomini passati consumò

nel rancore una vita vile.

Case per amori di monache,

per grida soffocate, per pugnali

cavati al frusciare di un uscio

o all’ombra di un cortile.

Ma strappa la tenda dal cielo

una donna accosciata nel vento,

canta un riso gentile;

palpita l’aria fatta azzurra

al lume dei suoi occhi

mentre con le mani in cui traluce l’osso

sceglie e vaglia il frumento.

 

Buon popolo, fra luci semispente

ti attardi, stupendamente docile.

Le ragazze adornate di coralli

rosseggiano come il tramonto

o impallidiscono allo scherzo

di un giovanotto ardito:

“Vedeste comare Splendore?”

Aspettano i fuochi d’artificio

rovesciate sull’erba,

i premi favolosi della tombola,

l’amore colomba del diluvio.

Cade la felicità da scrigni aperti,

le luci della festa aprono piume;

scese dal monte con le scarpe in mano

bagnano la speranza nel lume

della notte, nell’uragano dei giuochi,

nelle giostre che strappano lontano.

Fasciati in maglie rosse i marinai

toccano il gomito alle ragazze;

trillano le argentine passere

e si offrono, quasi

da un albero protese.

 

Terra addormentata per secoli

dai frati astuti, dalle processioni

fra gli uliveti e i campi;

buttate le barche sulla riva

oggi trema all’ansia del petrolio

nero come un nembo dalla Marca.

I vigneti abbattuti, la pena

di un paese deserto sui dirupi

da cui gli uomini sono fuggiti;

solcato il mare dalle petroliere,

nell’acqua grassa i pesci

galleggiano con il ventre scoppiato,

e rombi di scavatrici, fuochi, grida,

martelli, tonfi fondi nella terra;

il fumo dei vulcani

copre la pietra del gran sasso.

Basse, di notte fischiano dal mare

navi cisterne, lunghe, stese, nere

come un morto sull’acqua;

uno sgomento a sentirle chiamare.

Su gli oleodotti splende luna nuova.

 

 

 

La raccolta del fieno

 

I. Tempo di prendere II. Il vecchio III. Primo fieno IV. Un gran ricordo spento V. All’ombra del gelso VI. Affonda la guancia nella terra VII. Il campo è potato VIII. I fuochi della sera

 

 

Un rosa di carne illumina il verde,

la prima luce desta le manzuole

grondanti sulla paglia,

poi la casa, un abbaino sfiancato,

la finestra ingiallita al temporale,

l’aglio impolverato al davanzale.

“Raccoglie chi semina”, l’uomo

guarda il cielo fra albero e albero,

gode il tempo di prendere,

fuma il tabacco indurito sul sasso

che dà una cenere bianca, leggera.

La campagna esplode in un riso tremendo,

file di uccelli vanno al fiume,

i pioppi sibilanti cercano

la schiena delle donne.

 

Maligno, infangato,

segnato dal tempo che brucia.

Inchiodò nella cassa tre mogli.

Ora seduto su un masso affila la falce,

i piedi aperti, distesi sulla polvere fresca:

stretti in un piccolo nido i forti pensieri.

Pagò il trattore in ottobre

coi fari accesi sul campo;

a neve ha insaccato il maiale

stendendolo morto, lavato

sul tavolaccio coperto di sale,

con l’acqua bollente

al grande fuoco d’inverno

(sui vetri annebbiati il sole non cresce

e la campagna è morente).

Era un sultano d’oriente

con venti figli, oggi corrono il mondo.

Due figlie salvate,

le altre odorano spigo in case straniere

(chi più le conosce?).

Ancora tre figli

stretti alla buona pianta,

Lino ha un velo di pelle

sopra i teneri muscoli.

Il giorno s’alza rosso come un cuore,

il lavoro comincia.

 

Il primo fieno si taglia

quando il vento canta dalla foce

del Salinello e sale fra le canne

al dorso delle ruvide colline.

L’erba odora d’api e di strada,

di talpe odora, odora di strame,

di piedi scalzi, di foglie marcite,

di fiori che si sfogliano in mano

– e mormora come la maretta.

I figli gettano allegramente

all’ombra di un fossato la giacchetta.

Tagliano adagio, strisciano, la lama

affonda nei capelli della terra

e la chioma si sfalda.

Al limite del campo ancora prati,

sulla polvere l’orma tempestosa

di una lepre fuggita.

Quanta terra al di là della siepe,

con poche case, gorghi di acque:

terra arata, ferita dai geli,

esultante e giovane ancora

a un fischio d’aprile.

Quante vive radici, quanti tronchi,

quante polle nascoste e grano,

quanti paesi, valichi, pianure

– lontano il mare con l’occhio maestoso.

Su altri solchi uomini chinati,

giacche uguali buttate nell’ombra

insieme alle bottiglie di mezzo vino,

rossi sudati a gola aperta viva

bevono con l’occhio dentro al cielo.

Hanno le dita tozze, corte, scure,

l’unghia è mangiata dal gelo.

 

Crepita il sole alto arido fuoco,

la terra è nel velo dell’estate.

Avanzano lenti come frati

cercatori, curvi, penitenti;

i cappellacci di paglia, canta il gallo

da un albero lontano.

“Godi le galline paonazze,

oh tu che puoi”, grida Silvestro

ritto nel campo. “Forza, su, lavora”,

cresce dall’erba la voce del padre.

“Donne, ragazze, amori: a questo caldo

nudi nel fiume, e andare”.

“Bada al lavoro, donne son dolori.

Crescerai stasera all’osteria,

la fisarmonica ti dà forza di re!”

“E tu balla se puoi!”

“Oh pa’ è sicuro,

a luce accesa sotto il pergolato

tacchetti arditi faccio scivolare

coi miei valzer che bruciano.

Con un gemito lieve

le ragazze perdono l’onore.

Queste sere di ballo

non lascerei per un torello nuovo”.

“C’è chi veglia su voi, bischeri”, il vecchio

butta lontano il cappellaccio sporco,

“ancora caldo nel buco della morte

la mia cascina al fuoco sarà data,

alla rovina, e al valzer baderete.

Baderete alle donne, disgraziata

mia sorte, mia sventura, morte,

non ai calli che la vanga incide

come una croce sulla mano al povero”.

“Ma tu pa’, da giovane…”

Si calma il vecchio e ride

al gran ricordo spento

che gli ritorna.

Corre maggio a bruciare sulla schiena.

“Lo so che mi vuoi bene…!”

tuona una voce nella valle.

 

Mezzogiorno è l’ora dei signori:

sulle bianche tovaglie tendono

leggermente le mani.

All’ombra del gelso, nel volo

di tafani, zanzare, calabroni,

gettato di traverso con la faccia

sul braccio, riposa il contadino.

Ansima come il cagnaccio da guardia

col filo teso dal collo all’anello.

Un aeroplano muove ali in cielo,

apre un gorgo che lento si sfascia.

Dorme il padre, dormono Silvestro

e Arturo, dormono Mondina

e Maria.

Lino a occhi aperti, stanco,

felice, stanco e senza pena,

caldo in gola, con il petto pieno

pensa alla sera ormai tanto vicina

da toccarsi col dito. Alle mazurche

grideranno i cani abbandonati

nei casolari, uomini ubriachi

dormiranno sul cuore alle ragazze.

Con la pezzuola in testa e la collana

di corallo, Maria balla con Marco

Mondina con Albino carrettiere;

come un dannato libero dal fuoco

dell’inferno, Arturo suonerà

un canto da ballarsi leggeri,

oppure un trillo di felicità,

fra siepe e siepe, al lume della luna,

fino alla notte fonda, finché il cuore

non sarà stanco. Per la strada, allora,

ruote di carri, voci di saluto.

Il silenzio quieterà il furore.

 

Accende la pipa: “Quando il sole

è sul noce riprendiamo la falce…

Un tempo, bischeri, ci svegliava

una campana di frati al mattino,

così vicino alla misera casa;

bassa la nebbia sul campo meschino,

si faticava fino all’ora tarda.

Senza riposo, uomini; la paga

se oggi è poca allora era uno sputo

da schizzare nel fango.

Chi conosceva osteria, paese,

balli leggeri, guance di ragazze?

Questi son tempi meglio, c’è speranza

di morire da uomini.

Ma la gioventù s’incanaglisce.

Oggi, dico, scendono le colline

verso il mare, verso le città,

come i bastardi figli che creai

con queste mani: subito volati.

I vecchi si spezzavano d’un colpo,

gravi d’anni ma dritti come il fumo

quando il vento non c’è;

lasciavano sull’uscio delle case

i figli in mucchio, dalla pelle dura.

Cosa mangiavano bisogna sentire”.

“Il mondo mal fatto si sta rifacendo”

come un ramo piegato e poi lasciato

balza in piedi Silvestro

“i ricordi sono bocconi amari,

si strappano, non servono:

è sapienza sputare il passato

acida cicca verde tra le pietre”.

Cala sugli occhi il cappello di paglia:

“L’albero è al sole, pigliamo la falce”.

 

Il campo in un soffio è potato.

Il fieno affonda la guancia nella terra

mentre le rondini inseguono gli insetti;

dovrà distendersi beato

come una ragazzina sulla spiaggia

con l’ombelico nudo;

dovrà sciacquare il freddo dell’inverno,

piangere di tristezza, farsi

caldo sapiente, grigio di capelli,

dovrà seccarsi come l’osso bianco

perduto da un cane vagabondo.

 

Gli uomini abbeverano i vitelli;

nuovo strame alle manze;

posano gli arnesi nella stalla,

in angoli antichi fra tele di ragno.

Non c’è la pace rustica: un camion

porta concime in sacchi,

motociclette trascinano

follemente il riso dei garzoni.

Gemono di dolcezza gli uccelli

perduti nelle nuvole,

fra le gaggie, le felci e i sambuchi

il fiume scalpita e ingrossa.

Nidi di stelle scoppiano nel cielo,

per una cavedagna striscia il suono

di martinicca, crepitano i sarmenti

spezzati sul ginocchio.

“Lino è al fiume?”

“Oh pa’, buttato

nudo nell’acqua salta fra la schiuma”.

S’appoggia il vecchio al muro della casa.

Dalle arnie imbrunite

contro gli steccati della stalla

nelle secchie di legno goccia il miele.

Cantano con voce grossa

uomini ringalluzziti

aprendo le braccia felici.

Nella sera oramai ardono i fuochi.

 

 

 

Pianura padana

 

I. Dal silenzio e nell’oro II. Schiere opposte III. Splendido d’amore IV. Alla foce V. I fumi delle altane VI. Così passano gli anni VII. La volontà di restare VIII. L’alluvione IX. Fermi sulla strada X. Un legno alla deriva XI. A Polesine dei Sospiri

 

 

Nel fremito delle sue dieci penne

il Po nasce da una costola

del Monviso incoronato dai venti.

Il bigio monte sassoso

scarse vene possiede, ha un arido cuore,

ma sotto un’ombra sperduta

cresce la polla che fugge

col viso teso, ridente, alla valle.

Acqua e luce intrecciano

una leggenda e il giovane scontroso

morde la spalla all’orizzonte;

navigatore dei campi, audace nell’avventura

con quanta impreveduta alterezza

ara con la sua fronte la pianura:

risveglia gli occhi ai ragazzi

seduti annoiati sulla riva,

smuove con una tenera corda

il sogno degli uomini, la viva

freschezza del tramonto,

segue i ponti di cemento, barche

incorate, incerte, per traghetti

da meandri oscuri a canali

di misero contrabbando.

Dal silenzio e nell’oro

con un gemito a tutti sconosciuto

balza ogni giorno con testa di toro

e tocca le gazzelle ciminiere,

le baracche, le grotte,

i valloni delle tristi periferie

impalliditi all’ombra di alte

eriche quiete.

 

E incontra gli altri fiumi, acque

aggrovigliate, piume di falchi

rovinanti fra i sassi

nelle caverne; cagne intisichite

dal freddo, a contendere

sotto i pilastri, in mezzo alle lamiere,

fra scorie di carbone e tra i rottami.

Altre con passi lieti, pallide di sole

rubato, nel tonfo di castagne

che incrinano un silenzio da convento,

salutano il gelo delle fonti,

le nebbie, gli schianti

dei rami calpestati, lo sgomento

della brughiera nella galaverna

(così in un limbo di foglie

respira il Mincio:

sulla sua polvere antica

scendono i fagiani

con la nebbia d’autunno).

Fra queste schiere, opposte

acque furenti, il grande fiume va:

nate dai laghi, sciabordanti tese

o sporche di melma, coi relitti

precipiti dai colli d’appennino,

nel silenzio di terre desolate

dove la gente italiana stenta.

 

Mela spaccata, la pianura

da monte a mare è preda del fiume

che ronfa nella spenta

bellezza della notte,

o simile alla vipera s’acquieta.

Mormora, racconta

stupefacenti nomi… poi livido d’orrore,

con la bava alla bocca,

strappa, avventa

verso il delta inquieto il suo furore;

si carica di forza e vendemmia

pianto da un altro cuore;

sempre più immenso, sempre più terribile

o splendido d’amore.

 

Strisciano le chiatte appesantite,

frugano con le eliche il fondale.

Il sambuco riposa

sull’ala dei pavoni,

a lume dei pioppi per il viale

un cane abbaia da una capanna

verso il fumo di pece;

dalle prode si diparte

una distesa, poche forme

di vita: l’asino

stanco di mietere indulgenza

appisolato, i rapidi ristori

dei mignattini sui rami;

barche marce di brina

da riva a riva stentano, vuote

o domestiche, con qualche verdura

o un pescatore addormentato.

Sorpresi da un inverno straziante

fra i casolari, abituri

bui di canne e piante,

gridano i ragazzi agitati

dalla fame e da tanta libertà;

le donne cariche di estati

imprecano ai vecchi tremolanti

nel sole, a vivere ostinati.

Scema la terra, l’acqua arriccia il pelo

in un brivido pieno di sterpaglia

mentre nubi s’ammassano al riparo

di cancellate e di torri;

i carrelli sospesi ai fili lucidi

gocciano miele.

 

L’ora dei fumi dritti dalle altane.

Le case basse, simili alla stiva

di un barcone in riposo,

con gli steccati gialli di meloni,

si disfanno in dolcezza.

I campi raccolgono il respiro

della sera, i suoni

di festa, bambini saltare.

La pianura è dimessa, esuberante,

con i capelli immersi

nella foschia fluviale;

s’infiamma la polvere sulla coda

degli insetti, le ali aperte

al volo della notte:

accompagnano una voce d’uomo

rotte calde parole d’amore

“farò tutto el poder mio

per cavarti fuor di stento”

come un tuono che si perda nel vento.

La brezza copre incerta pioppi e pioppi,

cade dentro i salici frustati,

i groppi della terra, i beati

avvallamenti, tiepidi meandri

di oscurità celestiale;

sul fiume scosso dalla risacca

serba un ultimo guizzo Venere

prima di morire.

 

È indice dei tempi

che le ragazze alzino un poco

la sottana e ridano negli occhi

con tanto candore d’angelo;

cadono sul prato

ansimando dopo corsa e fuga

per le ripe alberate,

la bicicletta a pezzi

buttata nella polvere;

e che l’innamorato dentro al fieno

bagni la febbre d’amore

stringendo una ladra che dibatte

le ali rondinelle.

Così passano gli anni.

Dura un giorno il furore.

Poi le care ragazze

sbiadiscono nelle case,

appassiscono il cuore,

accanto alla fontana delle piazze

coprono il bucato con la cenere.

Adagio alzano il collo a guardare

nelle sere tranquille

il ritorno degli uomini

per gli argini, le scintille

delle sigarette accese.

 

Steso nell’abbraccio del campo

il contadino, a piedi nudi,

i gomiti puntati a spaventare

i voli dell’averla,

segue i suoi sogni e sognando sospira.

Abbandonata, l’acqua piove

sugli argini, tormenta, li ferisce,

gridano trascinate dal libeccio

le quaglie che fuggivano sul mare.

Per le radure una dolcezza squallida;

il vibrare monotono s’accorda

alle ore arrossate in mezzo all’aria:

galli sui rami del noce stormire,

vitelli pezzati intenti a bere,

il cane abbaia ai teneri zoccoli ancora…

Sugli argini accosciati posano,

guardando acqua e terra contendere,

uomini, il fiume che fa paura

dire il suo vecchio pianto.

Si confortano in questa vecchia sventura,

insieme uniscono la voce al patire.

Li morde una volontà di restare

non di fuggire,

mortificata la violenza

nella pazienza adunano la speranza

per i giorni a venire.

Sparpagliati sul greto

come in un deserto di neve

i camion raccolgono la sabbia

battuti dal barbaglio che li fiocina

e un passeggero sul treno

volge gli occhi a guardare

quelle teste di vecchi in acque amare.

 

I campi sfiorire dentro il mare,

le onde strappare i rami dei cedui,

case crollare, i visi intorno ai tronchi

infuriati di schiuma,

le grida perdersi sulla duna,

cadere il fondo cielo come una piuma.

Gli uomini con la giacchetta scura

e il bavero rialzato,

la cicca sul labbro paonazzo

seduti sulla ghiaia;

e donne ad amare le case

perse nei gorghi,

poca roba raccolta ad asciugare,

rubato l’ordine misero alla giornata,

perduta la pace guadagnata,

anche il pianto ora è vecchio, inutile;

tutto da incominciare.

Gridano gli altoparlanti3

nomi sull’erbe affogate.

La sera è ingorda, bagnata, bastarda;

scoppiano scintille, i fuochi stentano,

affidati ai bastoni

pastori dalla secca faccia

fischiano in delirio alla pianura.

Tutto intorno è mare.

 

Se parlo, guardando l’acqua decrescere

sotto un cielo di ferro,

compatite il mio povero italiano,

la voce che sa di pane e sale

e dice male parole troppo vere.

Finito il diluvio per il piano

restano soli nelle piazze

e le pompe travolgono

dal lago di melma foglie morte,

sterpi, rami, biade marce, piume.

Mentre si sciolgono le dune

fra gli alberi che sono un pugno d’ossa,

viene il tempo delle vacche magre:

accade allora che la gioventù

grida dai campi ai poliziotti4 in nero.

L’umore della terra si diffonde

per le rive al calmo orizzonte

ma la bigoncia rossa della vita

è aceto d’odio, pianto in gola, ira

infinita, meschino abbandono.

 

I giorni si susseguono

in ore precipitose.

Piogge d’autunno con fumate nebbiose

sulla strada, fra i ciottoli bruciati

e cespi d’erba secca;

notti d’oscurità irose,

col gelo della sponda

sull’ultima propaggine di terra

prima del mare, dell’onda.

Argini sbilenchi, desolati,

vuoti di vita, macerati, spinti

dalla forza dell’acqua a contrastare

in gemiti continui, spaventosamente

umani la corrente.

Mena sempre una vita da cane

il bracciante sfortunato,

il pescatore di frodo,

il contrabbandiere braccato

– sopra un’asse scivola per i canali.

Ma dentro la pianura

la terra è più ricca, esuberante,

se affondi la mano si dichiara

il suo mistero nella perla rara

che sfiora le tue dita;

nessun inverno o fiume fa paura.

Non c’è il silenzio triste, si discute

di leghe socialiste, di Miglioli5 che dice

con parole di miele le sue favole,

il fiele delle antiche lotte e Grieco6.

I giovani che filano sulle Gilera

nel vespero accecato,

e la camicia è una vela alle ragazze,

brillarono sulle piazze

per lo sciopero del quarantanove:

allora i bergamini sotto i noci

piangevano all’urlo delle manze,

gli occhi erano scuri

più dell’acqua per le impolverate lande.

La speranza trascinava ridendoli in cielo

i sogni patiti nel corso degli anni,

una nuova tenerezza per la vita,

dolce furore e le prime parole7.

Questo tempo è già naufragato,

rotto come un barattolo lasciato

in un prato della periferia,

scalciato, frantumato,

come un legno

va alla deriva buttato alla corrente,

rotola via.

 

Il grande fiume si rivolge al mare,

con un guizzo va dentro al cuore del mare.

Si disperde, affonda,

nessuno lacrima un saluto.

L’erbe gialle aspettano altro furore,

aspettano un pugno d’amore

i casolari africani8 col fumo sospeso.

Sulla pianura

splende una luce che chiama la notte.

Spengo la voce

e: addio a Polesine dei Sospiri

dove nei mattini ventosi,

fra gli acquitrini spenti,

riposano uccelli teneramente vivi

nell’incertezza e nel terrore,

perché pace non c’è né sicurezza

per loro se non nella fuga.

Là sarò cenere un giorno.

Mi aspetta l’anfora greca funeraria

dove confitti gli iracondi relitti

della mia gente dormono

come prue conficcate nella melma,

tutti, uomini e donne, insieme.

Morirono vecchi, litigiosi e alteri.

Il mare a volte li copre

quando è un brivido desolato la pianura

nereggiando per tutto il suo confine

e cresce l’onda e brucia la terra.

Là dunque anch’io

avrò il mio fuoco e la mia fine.

 

 

 

Le lupe dorate

 

I. Le campane esplodono II. Paga di soldato III. Un sodoma geniale IV. Ragazzine in rosso V. Tuona oscure sibille VI. Le belle VII. Camera d’albergo VIII. Inventario IX. Foglia di calendario X. Week-end a Vignola XI. Tè alle cinque XII. Il predicatore in salotto

 

 

Le campane del nostro mezzogiorno

così rosse nel cielo bolognese,

fresche, caute, lievi, renitenti,

esplodono nella piazza

dov’è l’ombra di calde penitenti.

I maestri dell’arte,

dalle vetrate, accecano in fulgore

i piccioni decrepiti.

Oltre, c’è tutto un verde

verso il bosco sacro e la chiesa:

quando declina il sole,

e in mar sprofonda e muore,

sull’erba di quella distesa

è stupendo fare all’amore;

mentre la città respira

le luci del cielo hanno le ali socchiuse,

odora la terra d’antica pace e di scorza

sui capelli della ragazza che baci.

Taci, ascoltando i giovani anni tornare

e Orfeo con la lira

abbandoni l’inferno per sempre.

 

Pellegrino che vieni da Roma

questa città di provincia

non si consuma di noia

ma invecchia ogni giorno

insieme alla bionda donna di vita

dalla cera gioconda e dalle crepe

(con la sottana a scacchi, sfiorita)

sul viso, in attesa dei serali contadini:

al sabato, anche se c’è tramontana,

approdano dai pelaghi deserti

a mille luci, con ingiurie feroci,

e ridono piangendo,

baciano stringendo, a volte uccidono.

Sono ricchi e disperati come

le rane di un pantano.

Dicono che bellissime signore9

giovani e donzelle quindicenni,

dal fiore ancora in boccio e dal sorriso

leggero, in luride pensioni

si vendono ai mercanti della fiera

e ai tristi pellegrini della festa.

Gemono di furore non d’amore

le belle donne nude sotto il peso

di questa terra fradicia

e la lingua affonda

come una lama fredda che le svena.

 

Il sodoma geniale, a mezzogiorno,

trascina un’ombra di festa con sé

e indugia con la voce, sulla spalla

degli amici, quasi

una croce di rose lo stancasse.

Ha l’occhio appassito di una viola

ma le dita magrissime arrossate

dalla gazzella fulva, la Ferrari,

che, criniera di cavallo, stola

di visone, volo

di rapida beccaccia in brughiera,

fugge, rompe, sguilla con un tuono

oltre le arcate,

dove nei tramonti clandestini

bruciano le altane di cotto

sulle beate strade della città

e gli sposi impotenti

aspettano agili fianchi adolescenti.

Costa sei milioni una Ferrari…

Steso sul canapè, coi piedi

sulla spalliera, a casa, il padre,

il vecchio padre aspetta che la cameriera

passi e felicemente

dimentichi di gridare.

 

Tre ragazzine tutte vestite di rosso,

gambe lunghe, enormi piedi magri,

il corpo verde presto fiorirà.

Perfida, astuta, bella gioventù

gioca col tempo

sparpagliando la sabbia della vita

fra le dita sottili,

le ilari, vane, tristissime voglie

sciupano in parole,

smuovono i capelli dalla fronte

guardandosi nei vetri dei negozi

e dentro una scaglia di sole

s’aggiustano le maglie

mentre il tempo si spezza

negli ambulacri dei vicoli.

(In anni a venire

si perderanno rauche e taceranno

queste vergini voci fatte adulte

dalla rabbia, dal fuoco, dai pericoli

che il tempo accresce;

allora, insieme, potranno anche affondare

le nostre barche:

relegati in una lama di sole

contro un intonaco bianco, screpolato,

vecchi, pietosi, inutili solchi di lava,

ci sovrasta un tramonto spietato).

Adesso, se le sfioro camminando,

odoro la novità dei capelli,

foglia d’orto, fragole di vita,

mentre coi denti mordono la luce

e una felicità infinita

di andare, di restare.

Poi un sussurro amico conduce,

fra le agili ombre, il loro cuore.

 

Il monaco sapiente

predica nella chiesa fragorosa

e sembra il nume indigeno

d’una religione arcaica, sacra.

Tuona oscure sibille,

le scintille dell’ira

si disperdono fra le luci

delle candele mentre la chiesa delira

in un brusio di penombre e suoni

dell’organo straziante.

Giovani stupendamente stolti

si stringono le mani.

Alto nella persona

fu maestro di venti e al suo bel tempo

navigò con le vele verso il Congo

sui liguri vascelli.

All’improvviso declinò la sorte,

fu invaso dalla bufera della morte,

buttò la pipa ai venti,

perso alla vita, nero frate al mondo.

Rovescia i peccati sui capelli

degli adolescenti milionari

freddi pozzi intaccati dall’arsura;

dura la voce fiumana di fuoco,

infine tutto si quieta

e le farfalle sciamano dorate

per la piazza, inebriate

dal sole di primavera,

profumate, con una fresca cera

che la brina piovuta dall’occhio di dio

ha sfiorato appena,

e hanno del vento sulle spalle.

 

Una pace tragica, da urlare,

quando con le nuvole arrampanti

si rovescia il tramonto su Bologna.

Bruciano le altane

mentre sui fianchi delle vecchie case

scende la lava;

soavemente oscure, per le piazze,

le adultere felici

(nell’età delle foglie appese ai rami)

s’allontanano lente, appena incerte

se riguardare il cielo e offrirgli un collo

senza rughe, pieno, da braciere

o fingere indifferenza ai richiami

dei satiri che frugano e deridono.

Poiché fra qualche anno ancora

sarà solo un’ombra la bellezza

che oggi le sfiora,

voglio lodarle

calme, mature, tenere, fragranti,

fremito vivo che riscalda il sangue.

Fasciate in tweed che palpita soavemente,

piove per la nuca

il balenio dei riccioli castani;

festa di cuori, e voglie,

caldi furori esprimono

le forme di queste dee

deliziosamente perfide

mentre la notte ormai le copre e bagna.

Sopra i palazzi c’è una luna grande

e calma, respira intorno la campagna.

 

Per Bologna, gobba maliziosa città,

è una fola la lucida omertà –

solo ha un civile governo, oneste pietre

e tombe dure che coprono il sonno

dei glossatori,

ma al tempo degli amori

uscir fuori bisogna, volare

sopra i dossi magri d’Appennino,

sulla riva dei fiumi,

fuggire a Ravenna, a Ferrara,

a Parma coperta di tigli, celarsi

furtivi nel lume di una stanza

giovani e paurosi come poveri sposi

(tra il fieno, nelle sere emiliane,

col sereno che divaga sui monti,

dalla finestra aperta ascolti cicale cantare

e il legno del piancito scricchiolare

al passo scalzo della donna).

Trova un’ora di pesca fortunata

anche lo straziato carrettiere,

il deluso usignolo, al fine della giornata.

L’albergo gelato, disadorno,

perfido di tristezza, ha le insegne

che battono sui vetri in una nebbia

d’acqua marcia; rotola nei muri

la strada di collina

fra il verde che dirada.

Poi giunge beata ilare nel vento,

non turbata da alcun trasalimento,

lei tutta bagnata di umori;

ha le scaglie iridate, un dirompente

riso giovane, perverso,

getta la veste, sottoveste,

e ogni pena si scioglie sul cuscino

di dura canapa, fino al mattino

quando si sveglia (è appena l’alba)

bruciata da un raggio che la sfiora

e ancora sorride

con parole che l’acqua discioglie.

Riscattata da una dolce moneta

raduna le sue foglie e lieta

s’invola, ancor più giovane nell’età

che ha poche ansie, smemorata, lieve,

con il corso del fiume avanti a sé,

tutto nuovo il cammino

non un breve momento

non un frammento spento,

roso dai topi come il mio.

 

Azure gloom of an Italian night

è povero il suo inglese:

pomeriggi vissuti ad ascoltare

i dischi, le voci alterne

dell’uomo e della donna BBC,

il fruscio che debilita,

la punta sottile nel grammofono,

un progredire monotono

d’anima spenta in acque salse e nere,

immaginare cosa sarà la vita

(la propria vita) nei prossimi trent’anni.

Pensa: oramai sono alle corde,

resta poco al mio osso (palpitare

d’animale ferito), tra noi l’amore

sarà presto finito, come è

finito presto ogni altro mio amore.

Una saponetta nel lavabo

tagliata grossa col coltello,

le porte dell’albergo sono bianche,

sporche, sottili; contro i muri

duri segni di mani forestiere,

conficcate nel legno le specchiere,

l’impronta di labili presenze

sui tappeti con rose di Venezia,

la desolazione dei cassetti,

dentro i letti un freddo da frontiera;

una luce fioca, prigioniera

gocciola insieme a un russare lento.

 

Arida catena di giorni

la vita si consuma, scura

e deserta, sul selciato

che svolta per il vicolo e s’inerpica

alla radura. Torri, avanzi

di gloria, bandiere,

tutto s’aggruma e mescola, brutalmente

ingiusto, falso, inutile,

in sere interminabili.

Patisce il pomeriggio di domenica

la donna protesa alla finestra

mentre le ore cadono dal cuore

e gli anni in arco sopra oscuri abissi

travolgono la festa…

Notte di san Silvestro nel ’40,

diciassettenne, i parenti (un fiore)

seduti alla tavola scolpita

da Toniutti, il soffitto profondo

rosso e oro pioveva luce antica

appena tocca da un’ala di fulgore.

Morti tutti, falciati come il fieno,

ormai perduti al mondo…

Un viaggio in Toscana con il treno,

nel ’50, San Gemignano lurida, spazzata

dal vento fra gli ulivi smorti

e in un tanfo straziante, indescrivibile,

la luce del giorno appena incisa

da un diamante di pena…

Un’ora di grande calma e dolcezza

si ferma sulla strada vuota,

a fatica qualche uomo nero

s’affaccia e subito scompare,

non c’è ebbrezza di voci

né ruota di bicicletta né pensiero

che la vicenda muti

per l’ardente immobile reclusa.

Solo uno sprofondare nella notte

e la sorte conclusa.

 

Negli alberghi di Vignola

dalle ciliege rosse e polpe accese

calano a far l’amore

– sulle sprint di corallo –

le belle milanesi

dall’accento francese.

Esultanti nel cuore,

per l’autostrada, adesso, in lunga fila

di migratori nella bufera,

s’avventano le donne

ch’hanno il bistro negli occhi e unghie d’oro

a spegnere i furori

dentro stanzucce quiete, fino a sera.

S’abbandonano a un giovane toro

dimenticando la melma che affatica

la loro carne, l’inutile ricchezza,

la noia cattiva, dolorosa

più d’una ferita,

una impazienza disperata.

Nuotatrici sfinite,

fatte bianche dall’onda,

si stringono fradice, impaurite

a questi ragazzi di paese

che vivono e aspettano sulla sponda

del fiume Panaro, vicino ai canneti

dentro i casolari di legno e argilla

in un silenzio ancora sconsolato

e in cruda miseria

da triste animale sconsacrato.

 

Altrove, fra le mura della città

su cui piove la tenerezza d’aprile,

nei palazzi bruciati, fiera

delle più dolorose vanità,

fra torri storte, merli, aride pietre

e muffe, per i viali scossi

da un acuto frastuono disperato

– nei salotti, sedute, con occhi inquieti

le sedicenni mostrano i ginocchi

e un’ombra deliziosa che sale ancora.

Bianche magre morte cameriere

– nell’ora in cui il sole, alto, contrasta

la sua trama a un cielo congelato –

divagano per le stanze

e i vassoi ardono nel vetro

con un suono gentile di campana.

Nascosto in un angolo, un braciere,

infuocato papavero, dibatte

nell’intimità scontrosa

arcobaleni d’ombre su una sposa

che gioca con un compagno

e s’abbandona alle mani che la cercano

come un fiore.

L’ossessione d’amore si fa torpida,

cala sugli sguardi e nelle gole;

mentre gli uomini s’avvicinano

la luce s’attenua in un rumore

cauto entro cui la fiamma reclina,

e si spegne inutile e meschina,

in un soffio, ogni vampata di pudore.

 

“Tre parole: occorre avere fede…”

nella sala settecentesca s’accende

il volo di rosati cherubini

e le patrizie impeccabili

guardano fisso negli occhi

il francescano possente

che conversando anela.

Sedute, le più giovani madame

offrono alle labbra del monaco,

così perverse, una fredda umiltà.

Piegano i morbidi ginocchi,

assorte promettono castità,

si turbano come colombe, poi dileguano

come colombe, in branco,

col peccato prossimo che splende.

 

 

 

Lo Stato della Chiesa

 

I. Prologo II. Fuochi spenti III. La tomba di Kesselring IV. La fuga dai monti V. Contro un muro VI. Il ritorno dei monaci VII. Cara terra natale VIII. Secoli di usura IX. La notte X. Nuovi atleti XI. Clessidra capovolta XII. I prati di Caprara

 

 

Mai anni peggiori

di questi che noi viviamo,

né stagione più vile

coprì di rossore la fronte asciutta italiana;

cadavere fulminato

giace essa riversa sull’erba di una trazzera.

Così la sera del nostro vivere umano

quando la morte sprofonda nel fuoco della gola

e resta poca gente, sola,

a vegliare con gli occhi asciutti e a ricordare.

 

Cercare requie a un grande dolore.

Puntuale, atroce come una pestilenza

nella città medievale,

mentre s’abbattono sulle povere spalle

incubi, oscurità, strazianti segni,

sul rosso corallo dei pensieri

ciò che ieri era luce oggi si sfascia

in nembo nero, e una paura di morte,

la fatica di vivere, la sorte

che contrasta in grembo alla vecchissima terra:

tutto si aggruma come la tempesta.

Stridule sibille alzano voti,

vipere d’erba strisciano e inveiscono,

balenano le lame calabresi

e gli arbasini danzano perduti

nell’aria, gialle leggere futili farfalle,

a nulla intenti che allo splendido lume

nella sala addobbata.

I fuochi sono spenti.

Tutto sembra giusto ormai o sembra falso

e distrutto, in questo deserto,

alla fine di una lunga giornata.

Ma tutto ancora si può rovesciare.

Non può essere perso.

 

Oltre le mura del cielo Firenze è lontana,

file di cipressi in quest’ora

calda di impalpabili ardori

scuotono l’erba e severi impietriscono

sulla terra toscana.

Ma nel versante del nostro appennino

nel grigio diradarsi del mattino

in fradicie foschie e lenti soli,

mentre s’avventa l’eco dei trattori

e vapori e svagate quaglie si vedono,

l’acqua del Reno è ancora imbrigliata di fuoco.

Le case distrutte sui dirupi

sono nere ali di memoria

e per un poco sembrano gridare;

poi tutto cade in un silenzio di mare.

Le siepi deserte di ginestre e di fiori,

squarciate le vigne, le radici fuori,

i borghi sono un pane sbriciolato.

Cuori di uomini caddero per terra

bagnando la montagna al tempo della guerra

con gemiti e con sangue;

voci straniere bruciarono la grazia

affaticata di questi paesi innocenti.

Tutti andarono sotto l’erba più dura

con i denti arrotati.

Oggi le nuove mura hanno la biacca spettrale.

In questi fossi è steso10 con occhi sbarrati un generale.

 

Vita selvatica, girandola da fiera,

stormire di uno straziato pianto lungo

dei cipressi spaccati sulle rive,

ah contrastato male, quali stive

ci conducono a una terra straniera,

quali nuovi pericoli sovrastano,

oscure mani, solitudine del faticoso

tramonto, e il volgere della galaverna

sulla campagna, fra boschi magri,

quando ottobre è nudo sul lamento

dell’uomo di legno dentro il campo

con il basco bucato, un rosso colore spento,

e la paglia che simula i capelli

si disperde fracida e leggera.

La morte avanti lettera, lo sfacelo,

la servitù eterna di chi non ha più cuore

per reggere all’uragano e si fa trascinare nel gelo,

pelle di una misera lepre di brughiera.

Pioggia cade sui fianchi dei calanchi,

le tegole volano coi rami

dentro i recinti dove agnelli bianchi

tendono il collo al fulmine.

Poi la vallata, spento il gran furore,

sembra un mare, l’erba gialla annega,

solo le spighe affiorano col cuore.

Le donne appaiono disfatte, sulla rupe,

migrano sopra povere chiatte.

La terra ossuta è identica alla schiena

di una maligna centenaria:

sul prato, sola, con le api d’oro

ha tutta la morte sulle spalle

e un brivido di paura copre l’aria.

 

“A campare al mondo si diventa vecchi.

Pare un sogno.

Passa un giorno, passa l’altro

e si è vecchi e si deve morire.

Pare proprio un sogno”.

Il fascino profondo della morte,

la sua forza, superbia, l’astio

contro la vanità, il suo fremito giovane,

la semplice linea del suo volto ambrato.

Nel cimitero del nostro appennino

fra la pietra e l’erba disfatta,

in tragico silenzio sconsacrato,

le mogli gemono, immobili

vicino alle croci storte,

mentre la tempesta

scende dai monti con la sera.

Spenti tutti i casolari della valle.

 

Là, dove l’animata ombra della città

in una solitudine d’incenso

scioglie un canto poi si sfa in lamento

contro i giardini, accanto

ai rossi filari della vite –

nei malinconici recessi

bruciati dall’autunno, con le foglie

incenerite a terra e i cipressi

impolverati, c’è l’orto olivetano e c’è la pura

forma dei castagni che sovrastano.

Nel chiostro dei monaci, nascosta

fra le arcate decrepite e sinopie

affioranti, nella gran rovina

(fino a ieri) l’edera cresceva

e il campanile senza corda e verbo

era solo un melmoso teschio antico.

Dispersa l’osannante progenie

dei piediscalzi, il silenzio ammoniva

e coppie di giovani amanti

cadevano sull’erba.

Ma tutto rifiorisce quasi un sogno

malefico che ci turba

e la foresta del canto gregoriano

in grandine travolge le spoglie

del chiostro olivetano.

Dopo la pace, con le barbe, i frati

ritornano, impolverati, da lontano,

con efebi salaci dal corpo

di lottatori; intonacati i muri,

beati, nuove voci esplodono, querele, duri

propositi, notturni lamenti fiaccolanti.

Accorre la povera gente dalla campagna

e scava nella terra un suono duro

da gregge impaurito che s’abbatte in un muro.

 

In treno, le mani alla nuca,

l’orecchio al respiro fondo

della terra (una frenesia di fiori

e di giorni a venire,

tanta bellezza da esplodere ancora sul mondo)

lo sguardo va alle terre sfiorate

dall’aquilone del sole,

tocca il morbido piano

che ha la freccia del Reno nel fianco,

settembre celeste e quieto

formicolante di foglie.

Cara terra natale.

Un filo di rame abbandonato

contro lo steccato

della cascina, un verde grigio, ròso

dalla nebbia padana.

Il cielo viola dei lillà

piove fulgore contro le vetrate

e il muggito dei buoi

rincorre le macchine straniere

sull’autostrada, lampi gialli, accese

foglie di grano, sfolgorio di rossi

gerani dentro i fossi.

(Così fugge la vita

con crepe sopra gli occhi

e le mani disfatte:

la tua mano è bianca, fina, come la brina

che gela e affonda improvvisamente

sull’erba e l’uccide).

I tubi della Shell sfiorano l’erba

del prato, staccionate, i fiori

risuonano affondando nella terra

e ne divorano il cuore.

Le donne in nero sul greto del fiume

sono un lume spento sulla spalla del giorno,

fra grandi archi, fra pietre

antiche segnate di gesso che volano via.

“Condannami a morire d’amore”

il ritorno è già fra i limpidi

ceri della periferia.

 

Colmo di primavera, di betulle

il tramonto s’insinua fra le cosce

delle fanciulle

che per la strada che la notte allaga

camminano disfatte

dalla bellezza e dall’ozio (dolce miele)

alteramente, ma con le stridule

voci di colombe bolognesi.

Più avanti il sole è un fascio di rose

abbandonate sul fiume;

la tenera luce esalta allegra

la gioventù beata: le sue mani

avide magre cercano i capelli.

Altrove, con un fiore sulla giacca,

copre un banchiere difficile e segreto:

fra inchini riveriti, curvi rami,

esce dai marmi avvampanti

e s’avvia per la strada di cristallo

come in un ballo, cauto, a incontrare

nell’attico segreto

la femmina, felice, ardita e sciocca.

Scocca allora un tempo d’avventura;

agnelli nel cielo della stanza,

un amuleto di giada vibra

al sole che muore sulla pianura bianca

fino a Verona.

 

Ci lima il destino,

le allegre ore, lunghe,

che conducono in un lampo al mattino

sono braci oramai della memoria.

La nostra storia si riempie

come il letto di un torrente

di scrosci di pioggia,

è freddo, buio, per tutto l’inverno

dentro all’inferno

ci contiamo con le carni nere;

patiamo il freddo che morde per potere

ancora risalire.

Della città non resta

che un mucchio disperso di mattoni,

s’è spenta la marcia dei guerrieri

– appena ieri una folla

riempiva in onda le strade; e bandiere,

nuove parole esplodevano.

Dall’Adriatico al magro appennino

la terra è in declino, i cuori

gelano o divorano i pensieri;

i vecchi aspettano contro il muro imbiancato

che la morte li tocchi.

Nebbia, notte, il fumo arido striscia,

appassiscono le dondolanti figure

dietro i vetri schermati che gettano sul prato

uno strano alone

nel grande deserto addormentato.

 

Sporche di fango le corriere

sembrano grandi navi alla deriva

dopo mesi di mare.

Una tempesta le spezzi, oh vita mia

che trascini un torbido dolore

e hai sulle spalle il panno impolverato

delle bandiere afflosciate.

La notte è cupa, lunga, fiammeggiante.

Lasciate in una solitudine straniera

dentro enormi palazzi si spengono

le braci degli uomini che non persero

il cuore al tempo della bufera,

non furono bianchi stracci di paura.

Per la via che il lento febbraio rischiara

i giovani sapienti deprimenti

(tutti candidati a una cattedra austera)

riempiono furiosamente le giornate

ridendo a noi con una malizia nera:

“nuovi atleti vi sopraffanno oramai,

perché conservate sotto le maglie sbiadite

vecchie speranze? La vostra forza è alla sera,

oh le mani incallite!…”

Il buio (la notte ancora non consuma

tutto lo sporco umore, il disperato

amore, il disprezzo) ci consegna

al sonno carichi di strada con la rauca

voglia di morire.

Questa terra ha il cuore frantumato.

Ma per la fatica che ci umilia

il nostro cuore non avrà tremato.

 

Il bue squartato (nuvola o agnello?)

in mezzo alla bottega, fra le luci

al neon; il muso di un vitello

con le ciglia socchiuse,

così perverso e avido, riposa

in un tenero sonno dentro un piatto

di porcellana. Chinato, un vecchio,

per il prato di Sant’Antonio

dove antichi monaci imponenti

massacravano a sferza, a lama, a schioppo

i prigionieri di guerra (Anno Domini…)

e i renitenti alle pie preghiere

– chinato su una latta, su una gomma,

cerca il rifiuto della campagna,

dove cade il magma amaro e denso

di un fumo bianco d’incenso.

Altrove avviano lucide processioni.

Nell’ora per vicoli osannanti

dilagano gli stendardi, le bandiere,

baccanti di preghiere s’infervorano

e bevono scintillante ira dai bronzi

scatenati; fuggono al riso dei ragazzi

i palloni, sprofondano nel cielo.

La città è tramutata in un giardino.

Tuoni di bande accendono i fiori,

una confusa massa s’accalca, grida

fra le strida delle campane

più famose del mondo.

Sfiorirà poi tutto con l’ultimo vento

della campagna: il cadere lento

delle ombre per portici decrepiti.

 

Fra il rumore che il cielo travolge,

nell’acceso fulgore delle pietre,

l’uomo trascina un quarto di vitello

grondante sulla spalla

e intanto ritorna a galla la macchia sporca oleosa,

affiora fra le sconnesse pietre e il radicchio

la scontrosa natura della gente italiana.

Questo vento spazzerà via le nubi della giornata,

il salnitro dei vecchi palazzi ribolle,

una schiuma di mare impetuoso

copre la città, tutte le foglie cadono.

Il tramonto cammina sul tappeto di ombre,

si scioglie il giallo ocra dei giardini,

giovani signore alla finestra

hanno occhiaie di fuoco profonde.

Il giuoco delle onde che la nebbia

avvolge nei capelli delle donne

è una vivace bandiera in questo lento

disfarsi delle cose.

Nel bar si tappano le bocche

per non gridare,

chinano le labbra sulle carte

i vanitosi vagabondi dalle maglie iridate.

“Se fossi ricco, dicono, se fossi

come Sivori, s’avessi un po’ di forza

per rimedio dla malincunj…”

e guardano sui vetri in un baleno

smorzarsi il giorno, uomini tornare,

travalicare i camion per i ponti

che portano a Milano, oltre i prati

di Caprara, alla pianura accesa

fino ai dirupi della Croara,

mentre cala sulla tavola scura

l’ombra della notte, colma, che fa paura.

 

 

 

Zum Arbeitslager Treblinka11

 

I. Pensieri incombono II. È oggi che dobbiamo contrastare III. Il rumore dei passi IV. Il male è dappertutto uguale. È male V. Riflessione notturna e cronaca dei giornali VI. Non c’è porta che basti

 

 

Come e perché, in queste notti

di prima estate, così brevi sfuggenti,

alle luci dell’alba gonfia di un mare,

a questa luce d’alba fresca suadente fragile e come

rosata, terribilmente radiosa –

un rumore di treno su lunghe rotaie

stride fra i neri boschi,

si posa sulla spalla,

per me a galla questi foschi pensieri

e immagini di morte (la fredda zaffata

che esce dalle peschiere)

e sudando nelle immagini

questi pensieri incombono,

e piango sul cuore di un ebreo

che ha il suo banco

nell’antico cuore di una strada

ed è vecchio stanco come mio padre ariano.

 

Scomparvero nelle piramidi di fuoco.

Quel tempo sporcò di melma le mani

dei sopravvissuti, dai gelidi cancelli

precipitarono ancora ancora

le mandrie nei macelli –

belare straziava la lama dei coltelli

in mano ai giovani carnefici.

Non è questo che voglio: ricordare.

No ritornare a quei lontani

anni, a quei tempi lontani.

I cani erano più felici degli uomini.

I miei versi sono fogli gettati

sopra la terra dei morti.

È oggi che dobbiamo contrastare.

Allora le greggi si sparpagliavano

picchiate dalle verghe nemiche

(e i libri superstiti

le lacrime esauste

i codici che restavano

“oggi 13 aprile sono morti 800

oggi 30 giugno via Polkiava è sbarrata

oggi 5 luglio il ghetto è solo un muro”)

un uomo era nel profondo interrato

vano della terra, nel suo immondo

silenzio, fra corpi nudi di morti.

Chi tradiva, chi smagriva, chi pativa,

chi sapeva aspettare, chi impazziva

all’improvviso e dava il lacero grido di sirena

(era la fine di un mondo).

Le ombre dei morti di Norimberga

scheletri feroci

azzannavano i diavoli sconfitti

uscenti a gorghi da fiamme.

Oggi sono rimasti in pochi a contrastare.

I reduci invecchiati

lacrimano in silenzio all’angolo

della tavola, asciugano le palpebre anche le madri

col figlio giovane alla parete.

I ragazzi hanno vent’anni d’età.

Il loro riso è tremendo, furibondo

più della iena tedesca, più duro

a sopportare di un supplizio politico.

Non dànno nulla, non vogliono

nulla sapere né altro intendere; sta

la loro splendida forza disarmata

e dolente come il sasso in un prato.

Non riconoscono debiti, non vogliono

neppure conoscere la tristezza dei vecchi

– né la voce, sola voce, voce di notte

che dice di passate miserie, che affonda

fra le pietre di tombe

“oh voi prefiche rauche” (gli ridono)

incombe la loro voce insulsa stridula,

è una cagna urlante nel vicolo,

e con le mani di viola devastano il silenzio

già distrutto nel cuore anche per noi.

Restiamo imprigionati contro il muro.

Nessun altro corpo è stato più colpito

del petto di un ebreo.

 

Oggi che tocchiamo con le dita

nelle sbarrate ilari vie della vanità

altre gemme (parvenze minerali, fosche,

che diciamo verità)

oh non voglio che (facciate che non…) sulle devastate rovine

dove sono buttate in confuso riposo le ossa,

altri dalle macerie alzino ancora case

da distruggere; che il ritratto dei figli

sul letto di anziani coniugi si spezzi

nel piancito al tonfo di uno stivale;

siamo vivi solo per questo, per dire

parole, adagio, misere, non altro

è rimasto fra le mani ammuffite bruciate

dal sole di lacrime ormai spente.

Non una tiepida canna per cantare

a giuoco col vento. È il rumore

di passi pesanti – alzare la testa

(c’è amarezza e fiele in questo oscuro petto,

ancora c’è il rombo nell’orecchio

dei muri che s’aprivano, le risate dei vivi

uguali, uguali, uguali allo spiegato

riso del vincitore).

L’uomo s’adegua al fango della terra.

Solo a un popolo vecchio sconfortato

sorpreso nell’astuzia dolce da un’astuzia

più feroce e improvvisa…

 

“Che cosa dice il vento?

che cosa dice il mare?”

sono i ricordi di uno scoramento

che trascina indietro, a naufragare

(frasi di un tempo giovane da amare:

certo non era il male che poteva farci sanguinare,

o forse proprio questo è il rumore del vento

che taglia con la lama i girasoli?

il mare è uguale dappertutto?

giallo coperto dai girasoli sbattuti?)

Anche la morte è uguale a un’altra morte

e a questa vita,

anche la morte è uguale a questa vita

– se è certa e resa viscida imponente

dal nostro sangue umano.

 

Battono dodici colpi, sui tetti

striscia un riverbero nero,

rumore di macchine lanciate,

piangono le gomme per le strade

poi verso le chiese sprangate

fra le ombre di statue pietrificate

a braccia spalancate,

ali di luce si spengono sull’erba.

A questo penso lungo la notte quando

– dans le bruillard s’en vont un paysan cagneux –

potrebbe un passo, un altro, raggiungere la mia porta.

Nella notte, io chino nell’alone del tavolo,

la luce bassa, i fogli, le pagine sacramentali,

un colpo, il tonfo – (tutto può rimanere

così, fermo per sempre, immobile

per sempre può restare la vicenda sognata)

la casa devastata, aperta, smascherata,

cassetti spalancati, gettati dalle pareti

i quadri, pochi quadri, rotto il vetro di tutti

(Manzù dal cristo morto,

l’ombra di un impiccato)

sgualciti i fogli, per terra calpestati,

l’urlo della donna seccato nella gola,

ad uno ad uno cadono dagli scaffali

i libri, bruciano sulle mani

– volume quinto di Lenin

“Altra cosa erano gli arresti e le deportazioni

durante il regno dell’odiato Nicola”,

Herzen agli amici di Russia:

“In ogni riga delle mie lettere avete visto il dolore”,

le fatiche, le pagine nel fuoco di questo dolore.

Bisogna forse morire per colpire più a fondo.

La vita sola non basta.

Siamo troppo sporchi di dentro

per capirci, e troppo poveri per l’amore.

 

Non c’è porta che basti e nel pensiero,

nell’immagine che la notte dilata

sopra immemori tetti

– tu scrivi W Stalin sul ponte di Roncrio

poi la pioggia di un autunno nevoso

distrugge il ponte e Stalin,

o ti lasci perdere all’acqua del canale

verso il volo degli angeli scolpiti

su gli uomini ancora vivi alla Certosa,

luce ruotante in grido nel profondo

circolo del pozzo.

Questo è tutto, nell’anno sei e due

mese di luglio, venti, a luce d’alba

– nella gelida alba, alba rosata (con dita…)

– certo non si può consumare un aggettivo per l’alba,

alba non è ma è il fuoco degli alti forni,

la sirena che chiama, lo sciamare in fretta

grigio compatto degli uomini in bicicletta.

Se leggo le voci degli amici:

la mano non può sfiorare

la mano dell’amico,

una corrente divide i nostri cuori

siamo sempre più antichi e soli.

Tutto d’altra parte è previsto e disposto,

la lucida intelligenza accede e provvede,

gli attuali problemi sono già circoscritti,

dilagano le parole in Shadow corpo dodici.

 

Mi inchino all’arte, alle parole sapienti

(ho assistito una volta al ditirambo

reciproco di due retori che s’invischiano

in lodi per lo scritto stupendo);

poi una vecchia millecento nera,

targata Roma, entra nel ghetto, brucia

devasta infanga insulta si accanisce

e il tempo si frantuma, nulla conta nel giorno:

e la vita, le vicende di quindici anni passati,

io che ancora vivo per ascoltare ancora

indifeso illeso il pianto di quella gente

(così altri, in silenzio);

nulla conta più del labbro dell’ebreo

spaccato da un pugno poliziesco,

del numero sulle braccia, delle donne ammassate

come un tempo nel freddo di una colonna.

All’ombra dei portoni uomini furenti.

Le vostre parole allora? la nostra ipocrisia,

la nostra pietà che stride, la nostra vereconda

indifferenza? la parola che pesa?

i sottili riverberi, i giuochi, trame, aneliti

ammiccanti? a che servono i lieti ragionari?

Sotto il cielo romano (siamo i figli di Roma)

l’ebreo è un uomo con il labbro spaccato,

con un’ira divina, col braccio tatuato

– alberi enormi si tendono al ponente

hanno brividi leggeri, profumati

da un’erba strana e da ali,

mentre ai tavoli dei caffè

i poeti discutono dei principi immortali…

 

 

 

Il sogno di Costantino

 

I. L’autostrada del sole II. I frati al Carmine III. Ancora desiderio di battaglia IV. Acrobati in una piazza di Toscana V. Alle origini del mondo VI. Il sogno di Costantino VII. Gli uomini di Piero VIII. Incontro davanti a San Francesco (Arezzo) IX. Se Roma impera… X. Conclusione e fine del giorno

 

 

Se vai per l’autostrada del sole

sotto la galleria della Citerna

al rio del bue morto (dove vuole

una leggenda popolare)

lungo la galleria della Citerna

le vene gonfie di radici

esplodono in amare gocce, se vai per ritornare

accade che… se vanno

altri ancora accade, per partire,

che la strada percorsa, asfalto aiuole,

sia breve per una gioia, che il rimorso

della felicità che per morire

anche solo in un attimo è vicina

incomba, e si svena il gran verde alla collina,

ai mirifici fiori, ai venti che traboccano

in un’ora da una terra contadina

a Firenze, per salite un poco arse prima

poi forre erbose, scatenati silenzi,

fra alberi e soli immensi

decrepite case piangono.

Se vai per l’autostrada nel mattino

del tredici giugno metropolitano

e un lontano suono rimane sospeso

alle campane aperte di San Miniato,

ecco d’antichi lumi deliziosa superba

in lacrime furibonda

sorprende la terra toscana a una curva

come un’onda più alta quieta di mare

o erba che cresce sulla mano e ristora il cuore.

Intanto divagare su quanto fragile vuota

terribilmente errata sia la giornata

passata e tante possibili avventure

dopo gli alterni ultimi mesi

s’aprano al viaggiatore.

Non alberi per strada, la campagna

dilapidata, polverio di gerani per i fossi,

borghi umide pietre, folgoranti

torri e addio veloci per i fossi

suoni d’ombra, la Shell gialla, marmi

incandescenti; una solitaria impalcatura

dondola, circonda il campanile

– così l’aria diafana gentile

sugli oggetti che vivono senza paura

immobili, dentro a questa grande luce.

 

La cappella è nel buio profondo: la mattina

conduce, insieme agli stendardi conquistati

al cielo dell’estate, accanto ai frati

dal cuore inverecondo, immondo

animo di vite spaventate;

per le navate beate in azzurrissimo velo

allo schiocco di un vento che sale da cantine

enormi lucide squarciate dal gelo,

inginocchiano le anime turbate.

Sui gradini rosi dal verme di anni magri

in una luce diafana scomposta

piove l’ombra delle grandi figure pittate.

Certamente incontrarvi costa fatica

nobili cavalieri, oltremontani saggi,

pozzi di cauta sapienza, e sapienza

v’indora le mani ruinando miracolosamente

da caverne celesti

mentre un fiume bagna il fuoco della bocca.

Conoscendo la morte, sorridete;

compatite la vita rimasta, sciocca

vita tormentata, su cui scoccano

ispidi dardi di tormenti pensieri

che si perpetuano sempre; dalle pietre

traballanti muri circoncidono

la nostra scorza, duri.

Incede il vostro cuore con folgorante forza.

I sorrisi verdi fra l’erba, furori

venano esili grandi mani;

il silenzio è di me un poco grigie, mute,

sapienti, di città, case

dentro cui nudi mendicanti

muoiono nella luce orgogliosa dei santi.

Il frate apre gli occhi a un riso giallo,

scuote turbato ilare nel viso

le chiavi di cristallo e sospinge

perfido zoccolante, faccia di sfinge, a una porta

mentre la luce si smorza in un suono

che odora di pane, è mezzogiorno sul mondo

stupefacente tuono.

Così noi tutti via fra i morsi arrabbiati

di questi presuntuosi tonsurati

nemici della ragione.

 

Per quindici anni in fuga condannati

ad arginare la pietà degli altri,

stravolta angoscia, cupa distruzione,

con una giovinezza sconsacrata

che oggi è in bianche ossa divorata;

ad amare con lo strazio o un furore

l’altrui amore, a ridere

per la gioia degli altri e a farsi pietra

per la morte di un uomo sconosciuto

– adesso nel rovesciarsi delle notti

la fuga della vita è un tradimento

e: chi piange con noi? chi ci sorride

più? chi si strazia come il pellicano

offrendo il sangue al freddo della mano?

Le trombe ululare,

bianche nere bandiere sventolare,

nomi strani, emblemi, insulti, noia

sulla bocca; personaggi ufficiali

versano il miele di una falsa umiltà

e gli amici di un tempo

hanno addosso la porpora già.

Avide facce alzano nel marmo

cimiteri di banche,

tagliano con gesto forbito i nastri inaugurali

le adultere madame,

uno sciame di servi inchina alzando le mani,

intanto nuove ciminiere rompono

con tetra indifferenza il cielo vinto.

Nell’occhio della notte folgorata

per la strada battuta dalla pioggia

una per una le finestre le case

stridono, si chiudono, laggiù

un globo freddo tra nubi fonde va.

Ancora un desiderio di battaglia?

l’uomo è nella solitudine, il rancore

arrugginisce un cuore dilaniato

dalle frecce che non splendono più.

Quanto amore è andato sprecato.

 

Volano fiumi in terra di Toscana.

Steso è il cavo di ferro. Un giocoliere

lieve umana armonica parvenza

brucia in uno splendido braciere,

ombra sull’asfalto della città.

L’ossessione spezza l’omertà,

il filo vibra vibra alla pazienza.

Sopra la piazza d’erbe, con fontane

morse da rossi venti di colombe

piovute dalle torri scrostate

sfiorando in ali foglie e balconate,

corre lungo una corda rugginosa

arcaica stride la motocicletta,

pericolosa, sospesa, invecchiata

nell’incenso fra schianti di campagne.

Scorrendo è una terribile civetta

stretta sugli alberi appannati

dall’estate, da un’ombra che l’aspetta.

A testa in su gli uomini sfuocati

guardano impotenti esacerbati,

gridano con tre voci nella gola

alla forma che si divincola, sola,

dal campanile all’antico palazzo oramai nero;

gli infuocati riflessi del mistero

si compongono adesso nella gioia.

Poi la noia della giornata,

insieme alla possibile morte che divaga

incerta fra paura e delizioso rancore

a chi è conficcato nella strada,

si consuma ed esplode nel furore

feroce e inconsolabile;

è paura dell’opera vittoriosa

che ferisce con vergogna il nostro destino?

impotenza, invidia di un cammino

che non si sa scegliere, frustare?

di una morte derisa? acrimoniosa?

è già sicura la sorte in quest’aria di notte

appena consumata, fra le rotte

voci che chiamano pèrdono inveiscono?

L’uccello della notte

fa lutto sulle colonne.

 

Il suono di un vento fra gli alberi.

Non regge all’arsura del tempo l’amore.

Respira l’estate sopra i rami nudi.

A una spietata neve si scioglie il cuore,

l’amicizia, il regno del mondo, i crudi

desideri di condannarsi e amare,

di stringersi la mano,

voltare le spalle, contare ricontare il grano

sulla pianura che il sole distende profondo.

Siamo alle origini del mondo,

a noi non è dato aspettare volo di colombe,

l’arca di dio ha issate le vele, è partita,

il fiore delle generazioni passate è chiuso nelle tombe,

la vita a volte pare anche deserta, come

un fiume coprisse la terra

e solo un uomo guardasse la terra morire.

Fiati di lucido pianto sopra le tombe sfiorire.

Gli atteggiamenti frivoli, le delicatezze,

l’avidità, polvere sulle ali di cera,

barlumi di riso per le debolezze

che la sera con tutti i suoi fuochi

ci fa vivere ancora; dunque viviamo

giudichiamo, opprimendo, condanniamo;

non sono spente le ombre a cui

come povere navi ancoravamo i pensieri,

gli osannanti cristalli delle sibille?

Preso dall’annientamento

di questa solitudine straordinaria,

paesaggio vile, decaduto, ho seminato

il mio ammonimento;

non era un alibi, la vita ho gettato.

Sopporto l’angoscia che fa vivere.

A poco a poco adesso il sole immondo

tanto è bello di calda innocenza e di verde,

in un mare d’erba si perde

contro mura di fuoco

poi volge le ombre al respiro della montagna

dove si stampano le fatiche dell’uomo.

 

Viviamo alle origini del mondo

umidi di brina di caverna.

Il grido di un’averla colpisce il viso a scudisciate.

I tetri specchi delle nostre paure angosciate!

Pochi segni indicano noi all’ombra che segue.

Siamo forse a una fine

senza possedere altra sapienza

che la nostra impotenza

o calpestiamo le origini di un mondo

e noi consuma una scarsa esperienza?

(Di notte Terni brucia, gli altiforni

scagliano lapilli nelle nubi di neve,

bianca neve scendere senza venti,

spilli infuocati ruotano nelle grotte

dei monti reatini;

la strada periferica, annientando la vita, odora.

Guardo ora la terra intorno a me, erta

e difficile, sciabolata da lame

di un raffinato sole, fra quiete valli

gli ulivi hanno germi teneri e castelli

tondi scudi di rame

volano sopra i rami nudi).

Non appare in sogno la colomba superba.

Bianca, ali fuggenti, timida, composta, eccelsa,

fuoco dello spirito e brivido dei pensieri

piomba sopra al sonno disarmato dei guerrieri

a bagnarli con le zagare del cielo.

Ha leggerissimo in bocca uno stelo.

(Il sogno di Costantino:

affidare con tragica insolenza il destino

delle armate al bianco di una piuma).

Il nostro cuore è schiuma della terra,

bruciato da una raffica è fango della guerra,

la vita soltanto a noi è affidata,

a noi con le radici è abbarbicata.

 

Mai fu così prossima la fine.

Non ha più senso toccare le pietre,

l’attesa, il turbine, la tempesta

spezzano non foglie morte ma le cime

degli alberi, la terra;

è troppo tardi.

La parola è un pugnale, penetra profondo.

Davanti ai grandi affreschi di Piero

impalcature irte di ferro nero coprono

il secolare schianto delle figure, l’umano

brusio di mosche e i vetri delle navate,

le alte canne di un organo spezzate.

Le pure verità si leggono sul muro

appena intravviste, in penombra, scolorate

da indifferenza e dal tempo.

Cavalli travalicano ruggendo

fiumi in riposo, fiori d’erba, spinti

dalle spade, coi cavalieri in sella

o agonizzanti a terra

fra le lance perdute.

Sfolgorio di bilance

che fortuna e legge reggono.

Un gelo di morte è nell’aria

che cala dalla sera,

eroi immobili nella mischia aspettano

che l’ala nera si spezzi e lo stendardo parli.

Ma da un sogno non attendere verità,

non possiamo tacere,

calpestare la polvere, inalzarci

ombre di marmo ferme dentro i secoli.

Presto sparire, certo, scialba densa

moltitudine, polvere sporca, immensa

forza sprecata:

naufragare dopo aver rimpiattata

in nere caverne a strapiombo sul mare

la nostra parola sopra le scogliere.

Ci faremo intendere poi, forse amare, temere.

 

Inutile che tu stia a rodere

te stesso, a consumare le notti

lunghe come notti interminabili,

via vai di tram e fari dentro visi

di uomini (o di donna).

La parola che usi è scarna, povera,

risuona suona è un colpo di martello

solo per un chilometro di strada.

Qualche orecchio l’ascolta. È tutto, bada.

(A un cancello due mani adolescenti

si smuovono i capelli).

Sono vinto da una tenera angoscia

che mi fa caro a me stesso

dopo lunghi errori e anni d’indifferenza.

Solo, come sempre, in solitudine e quieto

all’apparenza che sfuma (le mani lacerate)

nella luce di rosa; cupo mi abbatto

sulla piazza meschina

in cui con occhi lacrimosi china

la faccia stanca un santo.

Orribile fischio del treno a notte fonda.

“Il giovane già grigio” ride improvvisa

l’agile signora che ricordo aveva i capelli di fuoco,

ritorna dal passato con i suoi occhi azzurri

così profondi azzurri che tutti faceva lacrimare.

La vita la travolge, l’ora è un grande

specchio che si appanna, misteriosa.

Il suo compagno ha un viso stanco, dice

che a Ispra lo sciopero è compatto;

i motivi? le carte, il materiale

attrezzatura nuova,

vogliono anche denaro non le pare?

se a Ispra non si prova

non si fabbricano bombe per le tombe.

Dunque anche l’Italia avrà nel cielo

il fungo turbolento grande quanto

un giorno di primavera sul Cervino?

la Sardegna è il suo Sahara, un deserto

di sterpi, di silenzio, antico pianto,

ma occorre, s’affanna, più denaro,

tecnici nuovi, materiale, voglia

d’organizzare. Più fiducia dell’uomo consenziente,

più pazienza dell’uomo verso l’uomo,

più legittima attesa…

Come sei cambiata, tu, con gli occhi un poco

spenti grandi, nella piazza invasa

da torme di stranieri,

voci di toscani indifferenti.

È lontana la nostra giovinezza.

Già sera, Piero col suo gregge

sprofonda nelle tombe, in uno schianto

il cielo trabocca sul prato

dimenticato, tutti partiamo, a Ispra

addio, addio, a Ispra, dice, addio,

a Ispra se ci date il tempo, è un luogo…

e l’amore scompare e i grandi anni

ritornati ruggendo con le fauci

pronti per azzannare.

Non c’è pietà, se non dimenticare.

 

La partita non è perduta, la nostra vita

non è bruciata ancora, annichilita,

disfatta, ramo secco, noce avara

che allappa nella polvere di sasso.

Tutto sembra caduto? Roma impera,

muore Venezia, il carnevale impazza?

e noi sangue italiano

pazienti a conficcare con la mano

i chiodi dentro al legno dei cuori,

volontà non corrotta da furori

in questi anni coperti di silenzio.

Essere stati vivi sarà inutile?

Non offrire la scure al nostro boia,

non cadere bruciati dalla noia,

il sangue versato servirà.

Mentre scrivo la terra è minacciata,

forze aprono voragini nel fondo

mare, dall’abisso cadono sul mondo.

Veleno, colori sfolgoranti improvvisamente

invadono la pianura,

l’uomo bruciato dalla paura

impazzisce. Questa è l’età

che ci vede vivere, sulla spiaggia

di onde paurose; ma poiché viviamo,

ancora nei pensieri abbiamo la forza

di un ultimo rigore, ancora amore

nella scatola segreta d’una stanza.

(Questa è risposta, ultima, mandata

a un biglietto d’invito, offerta astuta:

verrei da voi ma al seguito di guerrieri

i quali annunciassero che Roma è caduta).

Così si attorciglia la corda e sopravvanza

sopra l’inquietudine una speranza.

 

Che cosa ci riporta a casa, la voglia di tornare

per sempre, navi morte, al porto

dell’ultimo uragano

o la paura di partire

ancora, di non sapere più tornare?

Firenze, Pratolino, le gole

di monti, case buie, i ruderi

dei castelli bruciati, le accecanti

luci, l’orrore dei pensieri,

viaggiamo e la terra può finire,

pensiamo questo pensiero di morte

e può veramente la tromba suonare alle porte.

Lunga fila di macchine, la coda

del serpe si snoda

fra il sasso arrostito dall’estate;

è notte, poveri lumi, sprofonda

di qua di là dai monti all’improvviso

la galleria, il fondo della terra

è oscura angoscia, timore di non più apparire,

poi luci sparse, infinite,

vive luci, frastuono, una voce

dice in dialetto un augurio dentro all’ombra,

una donna si scosta, un faro sulla collina,

è vicina la riva del viaggio,

ferito a morte, scaltro, lungimirante

con coraggio mi attesto alla mia terra.

Finisce il resoconto del viaggio estenuante

dentro a una guerra.

 

 

 

La bomba di Hiroshima

 

I. Le ossa calcinate II. La notte non finisce a Hiroshima

 

 

La bomba di Hiroshima

bruciò troncando le ultime parole.

L’ossa calcinate

riverberano il cielo senza fiato.

L’erba per sempre ha il verde rovesciato,

l’albero ha il suo tronco congelato

per sempre, la natura scompare

per sempre, nell’orrore dell’uomo

dentro a un fuoco di morte.

File di carri cercano le frontiere,

appena cadute le barriere

di filo spinato

la gente beve nelle mani screpolate

e corre forte sperando lontano

per la pianura, macerie a frugare

macchie nere di lava paura;

nel sole la guerra è seppellita

con gli ultimi soldati in pietra dura.

Nel Giappone una città nuova

cresce adesso funebre violenta

sopra uomini esanimi che al sole

si scuoiano nei fossi.

E qua è l’Italia, non intende, tace,

si compiace di marmi, di pace

avventurosa, di orazioni ufficiali,

di preghiere che esorcizzano i mali.

Ma nel mondo le occasioni perdute

sono i sassi buttati dentro il mare;

nei luoghi devastati dalla lebbra

o accucciati nell’ombra a imprecare

non un granello di polvere nel fondo

dell’occhio incantato che li domina.

Tutti i morti oramai dimenticati.

Il ventre della speranza è schiacciato

nella polvere da una spada antica;

anni interminabili, senza amore,

inchiodano col fuoco alla fatica.

 

Regala la sua vita un aviatore12:

fatto legno, con sdegno

ammonisce con la bocca ferita

che quanto è accaduto può ancora accadere13,

che la vita di tutti si consuma

in un bieco silenzio e in cenere.

Gli altri usurpano e straziano,

non affondano i denti nel bicchiere

acre della verità che fa morire.

Macerati dagli anni, legati

con la canapa al giorno travolgente,

ascoltano crescere l’erba

stenta, con la mente il passare del tempo,

odiano la voce che dà gelo all’inverno,

che conduce al fondo dell’inferno,

che monotona assale

i seduti nelle sale addobbate,

poi percuote e subito affonda

nella pietra tombale…

sempre contando i caduti d’Europa,

i trafitti dal cielo a Nagasaki.

Esule nella patria la voce conduce

a un amore dimenticato, a un dolore

irto, indifeso, spina da patire;

al mondo che lo ignora

offre l’orrore

della sua morte e di una gloria vile.

Dietro il muro del pianto si è difeso;

ma ritorneranno l’ora derelitta

le giornate con l’anima confitta

nel fango, se un orgoglio conteso

da questo acerbo cuore

che non s’arresta di fronte a pena alcuna

girerà nel dolore la fortuna.

L’hanno preso, legato, è prigione

in cima a una collina di carbone.

I naufraghi che vanno alla deriva

troveranno da lui che è sulla croce

nuove parole, il ricordo, ragione?

La notte non finisce a Hiroshima.

 

 

 

Prima dell’autunno, sul fiume Leuter, in Germania

 

I. Il presagio II. Tranquilla inerzia III. Esplodono le nuove fabbriche IV. Ach, du!

 

 

Gettato un sasso dentro al fondo abisso

batte l’aria nel fervore

di rosee luci il tonfo apocalittico.

A volo dileguano le ombre

acquattate nel sonno fra la scura

erba matura; dentro all’orecchio dura

la vibrazione (incanto di una lama)

e dall’umido pozzo agile frana

una lucertola, sospiri crescono sul muro

che interrompe l’estate

e antiche voci rapido difende

con la muffa splendente.

Non c’è persona in moto, il pomeriggio

affila spade rosso di paura,

attende dall’orizzonte nemico

il tramonto con le ali della sera.

Sulla bandiera che schiocca indifferente,

per giuoco, da una torre,

la vita si ripete.

Leggo con scrupolosa ingenuità

il palmo della mano,

gli oroscopi non sono oscuri

la vita durerà lontano

malattie non si danno

non l’affanno di morti misteriose,

la linea del cuore il giuoco dell’amore

vibrano nel mio scandaloso cielo.

 

Panno disteso docile per terra

ascolto gli occhi subdoli di estranei

radunati nel domenicale eloquio

o al conviviale riso perdersi, cercare

quasi per giuoco, seri, a poco a poco

simboli, segni, croci, nomi, amori

affiorati dai giorni

per sempre (che parevano) scordati.

La vita consumata in un deserto

senza gloria o talento

si disperde adesso in stillicidio

per la radura che divaga al fiume;

stretto fra l’erba, perfido, si perde

il mistero delle voci.

Affiorano scheletri feroci

di giovani soldati con la mano,

bionde ragazze svengono lontano

da qui, sulla radura,

le Volkswagen col muso sprofondato

dentro la terra brucano nel verde,

un uomo si getta su una donna

che nemmeno grida, apre le braccia, ride;

e se prima il silenzio, una gran folla

fra gli alberi si cerca nei capelli

a scaldarsi nel sole, indifferenti,

belli, nudi, felici, disumani,

parlano adagio, si chiamano adagio, parole

su quelle povere ossa.

La felicità, o meglio: il meditato oblio

che si usa con prudenza non deve distrarsi;

è domenica sul fiume e va goduta piena

(credetemi) questa tranquilla inerzia.

 

Poi improvvisamente per la mente, schegge

di un affaticato sasso,

sono nel cielo anatre selvatiche,

lassù nel cielo perse nere in cielo,

gelano dentro i venti le ali cupe

e un rombo il rombo il rombo sopravvanza

la disperata attesa, Stuttgart bombardata,

morta la giovane infermiera, distesa

una fila lunga di morti,

di cera i campanili si disfanno, storti

i ferri, luci affannose nel cielo

staffilato da lame. E tutti morti.

Per un uomo venti donne, o cento,

adesso; la rovina è riparata,

splende una nuova architettura.

Dimenticata è quell’ansia di paura.

Stridono sul greto oltre il beato

corso di questo fiume

i carri armati (la luce di questi occhi),

allineati s’avventano in un prato;

e da München per strade di pianura

l’asfalto segue un alto muro bianco

da cimitero, le fabbriche nuove

necropoli di morte, fumo nero

esplodono; e insieme l’affanno del pensiero

che seduce la verità è uno strano

gelido timore di sbagliare.

Il piano di Stalingrado suonerà

in quest’ora fra il tonfo degli alambicchi

e le rare parole? ci sarà pace al sole

per l’ebreo che brucia e il povero italiano?

 

Scusatemi. Ma occorre proprio cadere

colpito da questo rigore che ferisce,

cadere in siffatti pensieri, perdere

(dice così l’amico tedesco, verloren)

le ultime giornate dell’autunno, splendide.

“Presto verrà la neve, presto è inverno”

c’è un brivido travolgente nella sera

che si disperde,

così salutano molti con la mano

un poco alzando il busto, alle ragazze

rompe in onda il fulgore del seno

(stenderle in un letto di piuma, affondare).

I carri armati fermi oltre la riva

sulla terra di tombe; incombe,

mentre le ultime famiglie s’aggiustano le gonne,

una cilestrina luce, ach du!

fra il verde cadono le stelle,

s’annidano negli occhi spenti di quei soldati.

Viandanti fra un nero vento

essi stanno buttati

per sempre dentro le tombe.

 

 

 

Iconografia ufficiale14

 

 

La diga del Vaiont è in Val Cellina

a dodici chilometri da Belluno

la diga del Vaiont è la più grande diga ad arco del mondo

alta 265 metri consente di invasare sino a un massimo

di 168 milioni di metri cubi d’acqua del fiume Piave

per alimentare la centrale idroelettrica di Soverzene.

190 metri di coronamento carrozzabile

spessore al coronamento di 3 metri e 40 centimetri

spessore alla base 22 metri e 11 centimetri,

per costruirla sono stati impiegati

350 000 metri cubi di calcestruzzo

e mezzo milione di quintali di boiaca.

Crolla la diga del Vaiont

travolgendo interi paesi immersi nel sonno.

Era la più alta d’Europa.

Si cercano le vittime nel fango

il fango ha sommerso cinque borgate

fra i superstiti rassegnazione e

fatalismo: i superstiti non piangono.

Il dolore del paese, messaggio del Papa.

Le prime telefoto dal mare di sangue sopra Belluno.

A Pirago il paese si è frantumato

su questa piana c’era Longarone

ora è un mare di fango pavimenti di case.

La morte è scesa dall’occhio azzurro del Vaiont.

Gli uomini vivevano sereni ai piedi della diga,

il fianco della montagna che si specchiava nel lago,

era da migliaia d’anni che si ergeva compatta e possente.

Quell’immenso ghiaieto dove una volta erano case

ha oggi un aspetto allucinante.

Il paesaggio è lo stesso di quella città giapponese

dove era scoppiata una bomba,

alla luce del cielo terso

il paesaggio è di un biancore insopportabile,

televisione programmi sospesi,

dolore e mistero, catastrofe biblica.

Prime polemiche. Si poteva evitare?

Il presidente della repubblica

ha erogato una cospicua somma

per i primi soccorsi.

Il testo del telegramma

– la notizia del gravissimo disastro

– le laboriose popolazioni della valle del Piave

– l’unanime sentimento di cordoglio del paese

– animo profondamente commosso

– reverente pensiero agli scomparsi

– le famiglie così tragicamente provate

– più affettuosi sentimenti di solidarietà.

Oggi Leone si recherà nel Cadore

– sentimenti vivo dolore

et profonda solidarietà

– pregola recare popolazioni colpite tanto flagello

sensi affettuosa solidarietà.

Un processo si deve fare

i responsabili si debbono trovare e debbono pagare.

Longarone Pirago Rivalta Villanova Faè

Codissago San Martino Spessa.

Calcolata perfettamente la diga

si è trascurata la parte geologica;

un sistema di centoquarantatre equazioni

con altrettante incognite

risolto per controllare

le caratteristiche costruttive; approssimative

le prove sulla struttura delle rocce.

Non è rimasto nulla.

Non nulla per dire poca roba: proprio nulla.

Quattro chilometri quadrati precipitati nel

fondo delle ere geologiche

in un tempo preumano

“l’Ava la stava qua?

magari la stesse qua. La stava a Rivalta

e a Rivalta non ghe più niente”.

Diga perfetta ma roccia pericolosa.

L’anima nostra si raccoglie in preghiera

invocando eterna pace agli scomparsi

– per far rifiorire in quelle terre così laboriose

la speranza di un avvenire

più sereno e sicuro.

Certo è che, per citare un caso,

il paese di Valesella

un certo giorno cominciò ad andare in briciole

molte case dovettero essere abbandonate.

Ecco la valle della sciagura

nel crepuscolo del mattino

fango silenzio solitudine

e capire subito che tutto ciò è definitivo

più niente da fare e da dire.

In tempi atomici si potrebbe affermare

che questa è una sciagura “pulita”

tutto è stato fatto dalla natura

che non è buona e non è cattiva ma indifferente.

Mi ricordo che mentre la facevano

l’ingegnere Gildo Sperti della Sade

mi portò alla vicina centrale di Soverzene

dove c’era un grande modello in ottone

dello sbarramento in costruzione

ed era una scultura stupenda

Arp e Brancusi ne sarebbero stati orgogliosi.

Più arrivano bare più arriva gente

in questo grande mercato della morte.

Il presidente Segni è a Longarone

circondato dalle autorità

le autorità impettite e vestite a puntino

facevano gruppo isolato

attorno premeva la gente della montagna

“vieni qui, da noi, ad ascoltarci”.

Il consiglio dei ministri ha rivolto un riverente pensiero

ha espresso la commossa solidarietà

ha rinnovato l’assicurazione

– i provvedimenti intesi a dare pronta assistenza.

Un giovane piange la sua casa distrutta.

Nei magazzini degli aiuti ufficiali

vi sono soltanto quintali

di latte in polvere.

 

I discorsi de’ miei concittadini15.

 

 

Note

1            Silvio Corbari, partigiano romagnolo, preso e impiccato in piazza nell’agosto del 1944. In Romagna, per definire un eroismo, si dice adesso: come ai tempi di Corbari.

2            Ferruccio Parri, nel mattino di maggio del 1945.

3            È allusione scritta alla rotta del Polesine, altra sciagura nazionale e altra kermesse burocratica.

4            Al tempo degli scioperi degli anni ’50, feroci e liberi. Un fuoco di paglia.

5-6            I due sindacalisti (di cui si veda, volendo: Un dibattito inedito sul contadino della Val Padana, Firenze 1957).

7            Le nuove parole per la vita diversa che si prometteva (proprio attraverso questa lotta, o lotta di tal genere).

8            Del delta padano.

9            Si consideri adesso l’ingenuità (senza malizia) del referto.

10            Non il suo corpo ma la sua memoria.

11 Al campo di lavoro di Treblinka; con questa indicazione sulla bassa di passaggio, secondo il gergo militare, i gruppi di ebrei polacchi erano avviati al campo di sterminio di Treblinka.

12            Il maggiore Claude Robert Eatherly dell’aviazione americana, che volò su Hiroshima. La sua vicenda è nota e ora conclusa; “liquidato” dal mondo e rinchiuso per sempre in manicomio.

13            Da una lettera di Eatherly ad Anders.

14 Nel 1963, di notte, un’ondata scolata da una diga gioiello d’architettura travolse i paesi e paesi e paesi – morte persone duemila. Un fatto di cronaca. Una fetta di cronaca. Questo testo, senza interpolazioni, rappresenta il progresso (nel senso di reportage naturalistico-decadente) dell’informazione dei giornali; l’accanita indifferenza; il lubrico e un po’ sconnesso linguaggio delle occasioni; e il referto della pronta indifferenza burocratica.

15            C.E. Gadda, Una poesia, in “Il Menabò 6”.

 

Venerdì, 22 Febbraio 2013 15:17

La poesia fa il libro

È solo apparente il paradosso che vorrebbe Roberto Roversi scrittore defilato e appartato e insieme tra i più autorevoli, ascoltati, attivi e dunque presenti – dal dopoguerra a oggi.

Si può semmai osservare che precisamente la sua determinazione nell’evitare lo spettacolo della letteratura, nel rifiutare ruoli anche latamente istituzionali, nel negarsi a premi e rassegne, e alle letture pubbliche, come alle lusinghe dell’editoria delle matte tirature, ha avuto anzi ha da decenni lo statuto di un esempio: prassi, etica ben consapevole, da accogliere, seguire, studiare o discutere. Esposta, non sovraesposta, con chiarezza.

La scelta da lui abbracciata alla fine degli anni Sessanta è stata quella di non affidarsi più a editori di (sedicenti) grandi numeri, lavorando semmai in piena indipendenza con lo strumento del ciclostile, che era già o stava diventando nel mondo, nella politica come in infinite iniziative culturali autogestite, un veicolo fenomenale di cambiamento, comunicazione. Le sue Descrizioni in atto hanno raggiunto migliaia di lettori, così. Si dice il giusto e non si concede troppo alla sociologia della letteratura se gli si attribuisce il merito di esser stato fra i primissimi ad anticipare e fronteggiare quella crisi del libro, o del carattere gutenberghiano della diffusione del sapere e del senso, su cui si ragiona oggi parlando non di ciclostile ma di ebook e reti.

Non bastassero questi pregi, gli va riconosciuta poi la molteplicità delle strade percorse – non solo in poesia. Se questo libro dà alle stampe una parte cruciale della produzione poetica degli anni 1965-1980, integrata da utili (ferrosi ma non rugginosi) materiali in prosa, allo stesso tempo sottintende e non ignora il lavoro svolto per decenni con le riviste fondate (in primis “Officina” e “Rendiconti”), il dialogo anche informale con centinaia di autori e giovani che lo interpellavano nei locali della sua libreria Palmaverde, la scrittura per alcuni cantautori, il costante studio e impegno saggistico, la collazione di materiali per documentari, la collaborazione a piccole e piccolissime iniziative o collane editoriali, i testi per il teatro, la militanza in quotidiani e periodici.

Il cammino culturale di Roversi è un esempio di non-mappabilità come pochi. Ramificato, complesso. Né ci si può addentrare in una (diversamente vana) disamina solo critico-letteraria della sua opera. Qui non si farà che tratteggiare – quasi conversando, cronologia alla mano – stili e climi, testi e voci; perché poi meglio di tutto parla la poesia, in versi e in prosa. E forma il libro, nella sostanza.

Nascere nel 1923 in Italia significa avere una parte del proprio percorso segnata o minacciata, se non rigidamente preorientata, da una dittatura che – come tutti i regimi e come si percepisce adesso – educa con il fine di (fintamente adulare e semmai) azzerare l’identità individuale, a favore dello Stato. Educa così alla morte, in qualche modo; in più di un modo. A più forme di morte.

Lo Stato, con puntualità hegeliana, passa all’incasso – una volta fra tante – a metà secolo XX, chiamando sangue, determinando uno dei peggiori incendi della storia. Il giovane Roversi, come altri, nel 1943 non può che gettarsi in quella guerra. Mentre appena un anno prima aveva contribuito a fondare – con gli amici Leonetti, Serra e Pasolini – una rivista che si chiamava “Eredi”. Nelle parole di Pasolini:

 

a Bologna, ci eravamo riuniti in un gruppo di ragazzi, tra il liceo e l’Università (Leonetti del ’24, Roversi del ’23, L[uciano] Serra del ’20, io del ’22) e, ambiziosamente, avevamo finito col proporci di fondare una rivista. Ben lontani dall’essercene procurati i fondi necessari, ne avevamo già trovato il titolo, programmatico, di “Eredi”. Dire cosa significasse in quegli anni per dei giovani, fare una rivista, potrebbe costituire un intero paragrafo di storia letteraria e psicologica: ma si noti, per quanto qui interessa, come la troppo immatura età comportasse, nel fatto, un irrazionalismo (inutilmente coperto dalla furia raziocinante e sistemante) che solo oggi […] può essere spiegato. In realtà, non solo per l’inesperienza sentimentale, ma proprio per le circostanze esterne […] noi non avevamo altro da dire che la nostra passione letteraria. […] per noi allora non esistevano alternative […] coatti insieme dalla ferrea politica del regime fascista e dalla istituzione stilistica del gusto ermetico. La libertà, nel senso politico, andava per noi – inconsciamente – ricercata in varianti più originarie e impegnanti di quella moralità obbligata e ormai ufficiale: non sapevamo ancora che cosa fosse l’antifascismo […] e l’avversione al fascismo che era in noi implicita si manifestava così in assurde e ideali esigenze moralistiche. […] Quanto alla letteratura, la posizione era analoga: adesione a un novecentismo che ci determinava […] sì che anche qui il latente anti-novecentismo consisteva, analogamente, in una ricerca di “varianti più originarie e impegnanti” di quella convenzione stilistica (ermetica), con immissioni, ancora, di istanze moralistiche e vagamente religiose, e di nostalgie per le presumibilmente più pure fasi originarie (specie, naturalmente, vociane).1

 

L’analisi e la memoria di Pasolini offrono pure i margini dei primi testi e saggi di Roversi (è il ’42 l’anno del suo esordio in versi), e i segni degli stili e persuasioni sotto cui si conduceva: riassumibili in sostanza come un intelligente ricorso e omaggio ai moduli vociani. Contro i moralismi, sarà probabilmente proprio un fondo di schietto eroismo (nemico però di fanfare dannunziane), unito a un elemento quasi religioso, a cospirare nell’attenuare le difese di chi – appunto assai giovane – viene frontalmente chiamato al conflitto. Il ’43 vede dunque Roversi partire per la Germania, come lui stesso narra – nel racconto riportato da Vittorini nel “Menabò” n. 2, 1960:

 

La guerra mi portò, rovinosamente, lontano. Ero senza idee e senza forza; solo, senza “maestri” e ignorante; ignorante con disperazione, e consapevole. Seguendo con rassegnazione i bandi dell’otto settembre fui in Germania con la Monterosa; poi, in Italia, finalmente, coi partigiani piemontesi. Non feci nulla; partii soltanto con tutte le forze, ma non più con rassegnazione. Ero a Savigliano, appostato col mitra, nella notte d’aprile, ed ascoltavo il passo dei tedeschi in ritirata, e il canto da cruco, duro, triste, che l’accompagnava; poi a Cuneo a sfilare davanti a Parri, con tutta la gente felice, in quei giorni che sono il più bel ricordo della mia vita.2

 

Notiamo come, al di là della necessità di compendiare esperienze enormi e lunghe fasi di vita in un tratto fulmineo di parole, Roversi chiuda entro un gesto quasi rabbioso, proprio in uno scatto di lame, il travaglio del passaggio dal fascismo “senza idee e senza forze, … senza ‘maestri’” all’antifascismo “con tutte le forze, ma non più con rassegnazione”. Tra i due momenti, cioè tra “fui in Germania con la Monterosa” e “in Italia, finalmente, coi partigiani”, resiste nel racconto appena uno snodo temporale: “poi”.

In quel “poi” dobbiamo collocare tutta la rabbia conflittuale delle generazioni educate nei miti e nel bellicismo assurdi del fascismo. Va immaginato, in quel punto, il verificarsi di quella presa di coscienza della realtà come ritorno a sé, che sarà poi l’obiettivo delle opere – già mature – del Roversi degli anni Cinquanta.

A guerra finita, rientra a Bologna, si laurea in filosofia. Insofferente verso l’insegnamento, nemico delle convenienze e regole dell’accademia (che lo avrebbe pur accolto, o catturato), e tuttavia nemico dei materiali lavori a padrone che gli càpitano, avvia in indipendenza e non senza azzardo l’attività di libraio antiquario, che proseguirà per tutta la vita.

Francesco Leonetti: “per reazione all’immagine del poeta inetto ai negozi, fece con se stesso la scommessa di combinare affari. Aprì una bottega di libri, e così volle guadagnarsi il pane; con l’intento anche (assurdo e bello in un mondo di giovani arrivisti del dopoguerra) di scrivere senza chiedere a nessuno, anzi stampandosi da sé”3.

E dagli anni Cinquanta inizia un impegno – con sé e nei testi scritti – nuovo, che ha basi solide e inquiete (solide perché inquiete). Come osserva Antonio Motta, “Roversi si affacciava sulla soglia degli anni ’50 insoddisfatto e tormentato, poco incline ad abbandonarsi al passato e, al tempo stesso, malato di storicità”4. Nel racconto di Stelio Maria Martini e Luciano Caruso:

 

la sua attività di libraio fu ben presto al centro di interessi intellettuali e culturali, che fecero della sua “bottega di libri” un luogo di incontri e di lucida ricerca ideologica, che lo spinsero a trasformarsi in editore. Per le edizioni della libreria Palmaverde, infatti, oltre alle due riviste alle quali più è legato il nome di Roversi, sono apparsi alcuni fascicoli di una collana di “opere nuove e diverse”, “Il Circolo”, che comprendeva testi di Pasolini, Leonetti, Roversi stesso; e, insieme, le collezioni specialistiche di Opere inedite e rare a cura della Commissione per i testi di lingua; Mediaevalia, studi e testi latini e greci medievali e i volumi della Biblioteca Musicale della Rinascenza.5

 

La storia è il punto di partenza. Nel 1952, utilizzando come materiale le proprie abbondanti e rigorose ricerche sul tempo dei Borbone e sull’epopea del brigantaggio in Calabria, compone il libro di racconti Ai tempi di Re Gioacchino, che esce nella serie di “Opere nuove e diverse – pubblicate dalla libreria PALMAVERDE in Bologna”, seconda prova edita nella collana “Il circolo” (la prima: Antiporta, di Leonetti). Nel 1959, grazie a Vittorini esce presso Mondadori quella che Roversi definisce “seconda stesura” di quegli stessi racconti:6 Caccia all’uomo. L’autore li giudica (anche nella loro prima versione) costitutivi di un vero e proprio romanzo. La scrittura è limpida, assertiva: solida. Con un taglio realista “crudele” (nel rispetto dell’umanità dei personaggi, dell’amarezza degli eventi). La tensione delle parti, dei singoli racconti, al romanzo, anticipa la non diversa tensione – che sarà degli anni successivi – a far confluire le poesie in poemetti, da questi formando infine poemi ulteriori, inclusivi.

Tra ’52 e ’59 troviamo due eventi essenziali nella vicenda di Roversi: uno forse ancora “rivolto al passato”, a sigillo di una stagione poetica, l’altro invece destinato a rappresentare il primissimo episodio di un lungo percorso intellettuale – di scrittura e iniziative. Il 1954 è l’anno della raccolta Poesie per l’amatore di stampe. Nel 1955 nasce la rivista “Officina”.

Le Poesie per l’amatore di stampe escono per le Edizioni Salvatore Sciascia, di Caltanissetta, in quella collana dei “Quaderni di ‘Galleria’” (diretta da Leonardo Sciascia) “che accoglie alcuni dei ‘giovani eretici’ (ma solo alcuni) della poesia del dopoguerra”7. Perché questo libro può dirsi ancora incline a rivolgersi al passato (sia pure prossimo)? Innanzitutto perché, nell’ultima sezione – Libretto d’appunti – rielabora e ripresenta alcune liriche esplicitamente datate 1947. E poi per un diffuso tono ancora velatamente idilliaco, per quanto cosciente e strutturato, che subirà un non piccolo ridimensionamento nelle successive opere in versi.

L’altro evento è il varo del Fascicolo bimestrale di poesia “Officina”: stampata in tirature di poche centinaia di copie a Bologna dal maggio 1955 all’aprile 1958 (prima serie), è “finanziata” dalla libreria Palmaverde, che è anche il luogo dove si svolgono le riunioni di redazione; ed è poi edita da Bompiani dal marzo al giugno 1959 (seconda e ultima serie) per interrompersi tuttavia bruscamente – per vari motivi (non ultimo né primo l’epigramma pasoliniano A un papa, indirizzato a Pio XII).

Sulla vicenda della rivista il saggio di Gian Carlo Ferretti, “Officina”– Cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta (Einaudi, Torino 1975) rimane tutt’ora indispensabile per ripercorrere l’avventura dei giovani Roversi, Leonetti, Pasolini, Romanò, Scalia, Fortini. (Va poi detto che dopo un’iniziale tiratura limitata uscita nel 1993, l’editrice bolognese Pendragon ha approntato nel 2004 un’ulteriore ristampa anastatica che raccoglie in volume tutti i numeri della rivista).

“Officina”, anche e precisamente per le voci che materialmente la formarono e per gli ospiti che ebbe (da Pagliarani a Calvino, da Volponi a Luzi, da Gadda a Bertolucci), fu uno dei momenti di confronto più ricco nell’Italia del dopoguerra, dove per altro si possono intravedere in nuce le linee critico-letterarie essenziali del successivo “Menabò” di Calvino e Vittorini. Luperini, lucidamente, sintetizza:

 

All’inizio del periodo che prendiamo in considerazione il conflitto […] [divideva] quanti ancora continuavano a muoversi all’interno del vecchio ruolo ideologico dell’intellettuale umanistico da quanti, invece, avvertivano la necessità di rompere con esso e di ridefinire la propria collocazione nel campo delle attività umane. Il terreno di scontro […] comportava una battaglia culturale che vedeva attestati da un lato gli storicisti, ancora crociogramsciani, di “Officina” e dall’altro i seguaci della fenomenologia riuniti intorno a “Il Verri”. E va da sé che i secondi prendevano di mira il marxismo e s’inserivano, per affossarlo, in una crisi politica e culturale del movimento operaio; ma anche che i primi non avevano affatto le carte in regola per reggere l’urto, cosicché, restando al di qua dei termini stessi della questione, erano destinati a finir perdenti.8

 

Ovvero, nelle parole di Alberto Asor Rosa: “‘Officina’ è il fortilizio di confine, l’ultima linea di resistenza, prima che sia varcato il fiume della rivolta e della disintegrazione del letterario”9 avviate dal “Verri” nel 1956.

Si coglie qui una strettoia essenziale, paradossalmente irrisolta perfino oggi (in poesia, in posizioni o schemi di gruppi attivi): il muro che divide lo sperimentalismo officinesco dalle molte vie e vite della neoavanguardia. Questa la vulgata di un persistente dualismo che a un certo punto ha più (sovra)determinato che registrato i fatti letterari, classificando ossia freddando i testi spesso senza leggerli.

A distanza da simili contrasti, e sottolineando invece una tensione militante e critica che non ha etichette, va segnalato qui, prima di ogni altro, il prelievo saggistico da “Officina” che di Roversi si offre: un saggio che è già pamphlet e affondo politico senza mediazioni: Il linguaggio della destra. È un’analisi e rassegna linguistica del nodo clericalismo-fascismo come poche se ne registrano in quegli anni. E perfettamente (purtroppo) replicabile per questi anni: per oggi.

Aggiungiamo: se, nonostante pagine simili, il limite di “Officina” – come molti critici hanno scritto – fu una mancata esplosione del fatto letterario e linguistico verso l’esterno, ossia verso un approfondimento del rapporto tra testo e impegno, tale mancanza è ben intesa e affrontata da Roversi nel fondare “Rendiconti”, a pochi anni dalla chiusura della prima rivista. Già alla fine del 1959, su “Nuova Corrente”, rispondendo insieme ad altri autori a un intervento di Giovanni Sechi dal titolo Realtà e tradizione formale nella poesia del dopoguerra, Roversi chiaramente inizia a delineare un diverso impegno culturale (oltre “Officina”, eppure a quella ispirato più o meno direttamente)10: un’attività contro

 

il consolidarsi delle vecchie strutture, la saldatura […] di questa cappa di restaurazione clericale-ottocentesca […] [e il riaffermarsi di] poetiche che parevano spente per sempre […] [e contro una] realtà, nella sua crudezza difficile, che condiziona il discorso politico […] noi abbiamo così pochi strumenti; non possiamo seguirla e subirla, disarmati. Ma occorre, per non lasciarsi annichilire, affrontarla agguerriti, per quanto possibile, da una consapevole e verificata disponibilità di atteggiamenti e di curiosità intellettuali che rendano almeno possibile intendere, nella sua “complessità generica”, il grado elevato di saturazione tecnica che la realtà ha raggiunto. Puntigliosi e aggiornati; senza ibride mescolanze, con una partecipazione intellettuale continua; attenti ciascuno alle proprie opere e al proprio lavoro, ma non più indifferenti o genericamente sorpresi e curiosi; partecipi e protagonisti; scartati per sempre gli exploits d’umanitarismo politico e di ideologismo troppe volte approssimativo e contraddittorio. Un’intelligenza delle cose complicata e attenta, pronta a voler intendere (e sia pure a rifiutare) le metodiche promesse e premesse suggerite dal neoumanesimo scientifico in atto.11

 

In tal modo Roversi con impazienza e lucidità stilava, insieme a un’analisi del momento storico-politico, quella che si potrebbe addirittura definire – come Giuseppe Zagarrio puntualmente fece12 – una sorta di vera bozza di programma per “Rendiconti” (la cui prima serie andrà dal 1961 al ’77). L’“intelligenza delle cose”, cioè la penetrazione critica degli eventi nell’Italia del boom economico ormai in atto, veniva (doveva essere) definita “complicata e attenta”, e a un tempo scettica proprio nei confronti di quell’abbandono ottimistico a scienza e tecnologia che non era altro che l’inizio di una resa – troppo povera di coscienza – alle meraviglie seriali del mercato.

Le 46 poesie roversiane de La raccolta del fieno, che in questo preciso momento (1960) escono sul “Menabò” – dopo una significativa comparsa parziale già in “Officina” – sembrano andare però in direzione di una lettura del presente come decadenza; del resto assolutamente legata all’attraversamento della guerra. Due sono soprattutto le linee tematiche (vere isoipse) in questi testi: l’ossessiva figura del viaggio di ritorno dal conflitto (non estranea, si sa, alla poesia di Fortini), e già l’immagine dello sfacelo, specie nella devastazione delle campagne, nella fine del mondo rurale italiano, che sarà poi argomento nodale per Pasolini.

Non libera dall’eco delle bombe su Bologna, dall’esperienza resistenziale, né da una pena infinita per un paese che dalla civiltà contadina si affaccia su un buio imprecisabile, questa scrittura affronta ancora con l’arma del poemetto eventi che – in una realtà frantumata – frantumeranno poi il linguaggio nelle successive Descrizioni in atto (dalla metà degli anni Sessanta).

La raccolta del fieno costituisce – pur entro i suoi limiti lirici – il nucleo significativo di Dopo Campoformio in edizione Feltrinelli: 1962. Nucleo non invariabile, tuttavia, se molti di quei testi non verranno ospitati dalla raccolta feltrinelliana, rimanendo così confinati alla rivista, dove (p. 99) Roversi annota: “Delle poesie qui pubblicate – molte inedite, altre apparse in riviste, sparsamente – alcune risalgono al ’49, poi ce ne sono del ’51, infine degli anni ’54-55. Poche sono recenti; tutte entreranno in un volume che sarà pubblicato dall’editore Feltrinelli”. La caduta di vari testi, nel passaggio da rivista a libro, sarà allora da imputare forse all’“età” di alcune pagine. I debiti con gli anni Quaranta e Cinquanta – anche in termini di lirica perfino “novecentista” nonché “realista” – si avvertono13. E non a caso una seconda edizione, presso Einaudi, appena tre anni dopo, registrerà cospicue varianti. Tematiche e formali.

Del titolo l’autore parla in varie occasioni: per esempio in un’intervista (rilasciata a Ferdinando Camon) in cui dice come “dopo Campoformio” renda chiaramente il senso di una mancata rivoluzione. Di fatto “Campoformio segna una restaurazione succeduta a nessuna rivoluzione”14. Il riferimento logico – circa il presente – è allo spartiacque della seconda guerra mondiale, massacro a cui non seguì alcun rinnovamento radicale.

La raccolta che presentiamo in apertura di questa antologia roversiana è l’edizione 1965 di Dopo Campoformio. Ma non è scorretto ripetere per questa le stesse parole che Roversi inseriva nel risguardo del ’62:

 

L’autore di questa raccolta presume soltanto d’avere composto un libro utile per qualche lettore non frettoloso; certo non un libro sfolgorante, con su impresso il volto dell’eroe, ma un libro monotono, con pagine di pietra; un libro lento, magari mal scritto, buttato in una oggettività esasperata e dolente, di tristissimo umore, di molto fiele, d’altrettanto forte ribadito amore; con molti squarci epici (nel senso di un racconto totale); con molti ritratti, soprattutto di uomini vecchi che muoiono, di donne, e di una terra nebbiosa: il ritratto dell’Italia rotta e adirata che ancora insiste e resiste (perfino nei suoi monumenti viventi), e non è splendente ma grigia, non celeste ma nera, struggente come una brace. È dunque perseguito il proposito di narrare una vicenda di forme e di idee che trapassano, si scontrano, declinano, si spengono – dentro a questo paesaggio di cose, nel corso dei quindici ultimi anni.

Fra Il tedesco imperatore e Prima dell’autunno, sul fiume Leuter, in Germania, con cui si apre il libro e si conchiude (questa storia di un solo lungo errore), sono compresi i momenti di un’esperienza di guerra al limite dei vent’anni, e un ritorno sui luoghi, con occhi diversi e più acuti, a contemplare, come riflessi nel Lete, il nuovo oblio, la smemorata indifferenza, l’inconscia rinnovata volontà di male, le prestidigitazioni dei satiri inferociti. Dopo Campoformio non è dunque, e non vuol essere di proposito, un libro tenero, ben fatto […] ma, prescindendo dal risultato che è al giudizio del lettore acuto, un libro d’opposizione, un libro di contrasto politico. Scontrandosi con la realtà patita, l’autore crede d’aver radunato veramente “cento colonne di piombo versificato” – secondo quello che voleva essere un insulto venuto da parte maldestra e che egli assume come il più lieto, il più forte, il più difficile e austero, e nelle proprie intenzioni il più giusto, dei giudizi benevoli mai goduti. Vuol poi aggiungere in fine (per chi vide già su altre pagine alcuni di questi testi in stesura diversa) che indicando come strumento della propria poesia “la povera, buona, vecchia lingua italiana”15, […] le sottintendeva un tono terribilmente ironico e dolente; fino in fondo consapevole che non si darà nuovo linguaggio e nuova invenzione se non salteranno per forza di idee i cardini delle strutture che si oppongono; e che occorre intanto partecipare del dolore monotono ed estenuante già conosciuto, tanto più crudo quanto l’attesa è avara. Non saranno il neo futurismo che s’affaccia con un plurilinguismo da crociera turistica; la disponibilità o l’indifferenza morale; questo clima da gran ballo sotto il ciliegio, a fargli mutare proposito o bandiera; a dar meno vigore, se qualche merito c’è, a questi versi – a questo solo poema.

 

L’auto-inquadramento critico di Roversi è una presentazione/ descrizione completa, esplicitante e (sì) impegnante; e non priva di polemica (per esempio nel riferimento ad Alfredo Giuliani, che aveva appunto condannato sul “Verri” La raccolta del fieno definendola “cento colonne di piombo versificato”; o nelle ultime righe – dove la neoavanguardia viene troppo velocemente liquidata ridicolizzandone il “plurilinguismo da crociera turistica”)16.

Dopo Campoformio è insomma atteso, pensato, poi rivisto e pubblicato da Roversi come “solo poema”: poesia unitaria. Non diverso è l’impianto delle Descrizioni in atto, come del Libro Paradiso. Dopo Campoformio tende non alla mera composizione di un’architettura di poemi (o poemetti) bensì di “un” libropoema17. Va aggiunto che rispetto al 1962, l’edizione 1965 di Dopo Campoformio accoglie, specie nel suo testo conclusivo, ossia in Iconografia ufficiale (sul disastro della diga del Vajont), una delle tecniche principali dell’avanguardia: il montaggio di frammenti, l’assemblaggio di prelievi testuali senza intervento di scrittura diretta dell’autore. L’integrità-interezza del poema è quindi intenzionalmente incrinata dall’interno; e per certi aspetti riconfigura il libro come opera (quasi) aperta, dal riquadro o pannello finale, politicamente connotato e tagliente come pochi. Riquadro di “trascrizione”18 “senza interpolazioni” che “rappresenta il progresso (nel senso di reportage naturalistico-decadente) dell’informazione dei giornali; il lubrico e un po’ sconnesso linguaggio delle occasioni; e il referto della pronta indifferenza burocratica”19 di fronte al collasso della diga. Il testo di Roversi senza freddezza aggredisce con mezzi freddissimi l’“iconografia” che politicanti e giornalisti danno del crollo, della morte degli innocenti. (Allegoria di disastri più ampi, che il neocapitalismo non solo italiano sta incubando o manifesta: per cui si vedano, qui, le risposte che Roversi diede al questionario 1964 di “Nuovi Argomenti”: 10 domande su neocapitalismo e letteratura).

Non si può non concordare con Luperini quando afferma che “negli ultimi componimenti (basti pensare a Iconografia ufficiale) Roversi s’avvia […] a bruciare ogni residuo ideologico e a conquistare un punto di vista del tutto negativo, a scrivere direttamente dall’inferno sull’inferno, senza lasciarsi spiragli idillici, consolatori o utopistici”20. Iniziamo a trovarci di fronte, proprio grazie al lavoro per l’edizione einaudiana, al “clima” testuale che Le descrizioni in atto innescheranno o stanno già elaborando (le prime compaiono in rivista già nel 1963).

Prima di queste, è però opportuno considerare il romanzo che Roversi pubblica presso Rizzoli nel maggio 1964: Registrazione di eventi. Sia perché già nel titolo “Registrazione” e “Descrizioni” si richiamano l’una con l’altra, sia per accennare alle sue linee tematiche. Scrive Antonio Motta:

 

Ettore, il protagonista del romanzo, è sopraffatto, schiacciato, da un rifiuto economico, da una logica calcolatrice che antepone il denaro, “tutto è oro”, ripete Ettore con Marx, ai sentimenti più puri […] Nessuno si salva: la madre, il funzionario di banca, l’amico del padre, l’intellettuale Geo, tutti affogano in un benessere sordido e servile che li rende ipocriti e egoisti […] Contro “questo” tempo, senza ideali, Ettore/Roversi rinnova il suo grido di amore alla vita […] Si ribella fino a volere il suicidio21. La sua morte vera (e non finta) brucia per sempre le appendici di una cultura stantia, sentimentale, retorica, incapace per questo di contrastare il nuovo corso della storia del neocapitalismo, che si era rinnovato e si era fatto più aggressivo, puntando sul ritardo della cultura di sinistra, a cui ha attinto la formazione di Ettore.22

 

Il titolo Registrazione di eventi potremmo sentirlo quasi affine all’école du regard. È tuttavia impressione smentita e smontata dall’effettivo doppio registro (per nulla raggelato in oggettività da cinepresa) del romanzo, definito immediatamente “lirico ed etico” già da Guido Guglielmi nella breve nota critica sul segnalibro editoriale accluso al volume23. Proprio il versante “lirico” fu quello che spiacque a molti, che non vi seppero cogliere un’ironia roversiana: poi sempre più esplosiva ed evidente nei versi delle Descrizioni.

La prima tiratura al ciclostile delle Descrizioni in atto è della fine del 1969. Segna l’inizio della radicale separazione dell’autore dal sistema ufficiale della distribuzione del testo, o perlomeno da chi sul lavoro intellettuale impianta questioni di profitto. E tuttavia: quello posto in essere dalle Descrizioni non fu tanto un atto negativo, un “rifiuto dell’industria editoriale”, bensì un affermativo e non piccolo gesto di inserimento nel più complesso insieme di lotte per una differente comunicazione (e gestione della comunicazione), entro quel prisma aperto di forze che a sinistra, in quegli anni, sperimentavano più vie di lotta e di parola (e di lotta alle parole ereditate). Su questo in tante occasioni Roversi è stato esplicito: si leggano qui le pagine della Conversazione introduttiva a I diecimila cavalli, o l’intervista (Conversazione in atto) rilasciata a Gianni D’Elia.

Tutto il tessuto delle Descrizioni si rivela fittamente intrecciato con le modalità di trasmissione della comunicazione: che fu (tanto nel ’69 quanto in tutte le ristampe) propriamente politica: affidata a una totale gratuità, e a iniziative a diffusione popolare24. Pensiamo alla tiratura del 1990 uscita ne “I quaderni de ‘Lo spartivento’”: in copertina campeggia la scritta “Questa nuova tiratura di Le descrizioni in atto è stata stampata e distribuita come una delle occasioni per le manifestazioni unitarie CGIL, CISL, UIL di Bologna per il Centenario del Primo Maggio. Non è in vendita, ma chi vuole può dare o mandare un contributo per il foglio di poesia militante ‘Lo spartivento’”.

Anche al gesto di comunicazione-opposizione delle Descrizioni potremmo applicare le parole di Alberto Asor Rosa (che qui fa riferimento agli stili della… neoavanguardia):

 

Nessuno potrebbe contestare oggi il valore non solo di rottura ma costruttivo di un’operazione che ha contribuito a liquidare il mito salvifico della funzione dell’ideologia in letteratura: anche se, contribuendo a liquidare quel mito, essi [gli scrittori della neoavanguardia] probabilmente hanno anche contribuito a liquidare la letteratura. Oppure – ciò che è più o meno la stessa cosa – a estenderne talmente i limiti da renderne sempre più difficile l’identificazione: il volantino politico sessantottesco è probabilmente il frutto più significativo di questa pratica letteraria avanguardistica ormai diffusa, in cui il medium retorico e formale sopravvive soltanto per dare maggior efficacia all’assoluto dei contenuti.25

 

Il paragone è istituibile. Fatta salva la diversità tra gli stili della neoavanguardia e l’eticità e furia denotativa delle pagine di Roversi. Il legame tocca la denuncia, l’intervento, la volontà di azione-nella-parola che tanto Roversi (pur dal suo appartarsi) quanto i movimenti gettavano in una lotta che appariva – ed era – per la vita o la morte.

Né si può dire che le Descrizioni mancassero di quella concitazione didascalica che in fondo si trovava già nei testi aggiunti a Dopo Campoformio. Come dice Luperini, nelle Descrizioni:

 

il piano didascalico-ragionativo e quello figurativo o evocativo s’intrecciano ininterrottamente, in un’alternanza di discorso diretto di tipo sentenzioso e di deformazione espressionistica. Ne deriva una miscela di orrore (il mondo intero sembra ridotto a un enorme Vietnam) e di furore, che conferisce al libro “un’autorità d’ossessione”26: quella che nasce dalla moltiplicazione, tenacemente monotematica, di una medesima visione dell’inferno neocapitalistico.27

 

Alla fine degli anni Settanta Roversi va verso uno stabilizzarsi-radicalizzarsi di due fronti paralleli: la scrittura di poesia e la prassi di separazione dal mercato, ossia l’intensificarsi della vis oppositiva al sistema (pur sempre attraverso iniziative culturali). I materiali della stagione confluiscono da un lato in pagine teatrali, dall’altro nel romanzo I diecimila cavalli, che esce nel ’76; nonché in collaborazioni musicali. I poemetti che in Dopo Campoformio avevano avuto intenzione di stabilire un flusso incanalato in libro o raccolta, e che negli anni Sessanta si erano invece venuti frantumando (a livello microstrutturale) in quegli esempi di antipoemi che sono le Descrizioni, troveranno voci diffratte e multiformi nei mille rivoli che più avanti Il Libro Paradiso riunirà (e che in altra direzione nutrono quel poema pressoché sconfinato che sarà ed è L’Italia sepolta sotto la neve). Su un’analoga complessità e frantumazione stilistica, nei Diecimila cavalli, è esaustiva questa nota di Luperini:

 

Roversi è tornato al romanzo con I diecimila cavalli (1976) che presenta una struttura più costruita, complessa e ambiziosa di Registrazione di eventi. Con I diecimila cavalli, Roversi vuole fare i conti, sul piano letterario, coi risultati della neoavanguardia (parzialmente presenti anche nelle Descrizioni in atto) e, sul piano politico, col ’68, collocandone la tensione ribellistica, qui espressa dal protagonista Marcho Marcho, in un quadro sociale dominato dalla lotta operaia. Ma se il nuovo romanzo è dimostrazione di una riconquistata capacità di costruzione e di organizzazione narrativa, recuperata all’interno di un processo di destrutturazione e frantumazione, non sempre raggiunge la freschezza e l’impeto del precedente, nuocendogli un volontarismo ideologico e politico, una irrisolta volontà di futuro. Pecca per eccesso di generosità. Il che – alla fin fine – neppure ci dispiace, in una società letteraria di scrittori cinicamente perfetti.28

 

La stessa generosità è disseminazione. Siamo nel pieno di anni amari, effettivamente sepolti sotto la neve. Una molteplicità di interventi roversiani è la cifra del tempo – in apparente consonanza con le scelte delle generazioni di giovani poeti che allora esordiscono; come osserva Stefano Giovanardi: “gli esponenti della generazione post-Sessantotto si videro […] costretti a […] una sorta di empirismo assoluto, forzati a misurarsi con la poesia prima che con le poetiche, in una disseminazione di tendenze e di orizzonti”29. (Si può parlare di consonanza apparente, essendo la disseminazione roversiana ancora e sempre orientata politicamente, intenzionale in pieno, e mossa a raggiera su tutte le scritture immaginabili, anche saggistiche e polemiche e pubblicistiche; limitandosi invece le nuove generazioni – spesso – a scelte chiuse nello specifico della produzione di versi).

Caruso e Martini:

 

Nell’aprile 1973 era apparso un lavoro di Roversi che potrà sembrare strano solo a chi continua a credere nella “sacralità” del poeta laureato: […] [le] canzoni del disco di Lucio Dalla Il giorno aveva cinque teste, un esperimento condotto per saggiare le possibilità di questo insolito, per lui, mezzo di comunicazione, ed anche come momento di preparazione per portare in scena un vero e proprio spettacolo musicale di contestazione.30

 

L’esperienza sarà ripetuta con altri due dischi, e altre collaborazioni con cantautori. Numerose sono poi le partecipazioni del poeta – e non certo a partire solo da questa fase – a quotidiani come “L’Unità” e “il manifesto”, ma altresì a piccole e grandi riviste di letteratura e politica: “Quasi” (di Favati e Zagarrio), “Bologna incontri”. Motta annota che il “segmento della biografia intellettuale di Roversi, dai fatti di Bologna all’affaire Moro […] è affidato [alla rivista bolognese] ‘Il Cerchio di Gesso’, ai fogli di poesia ‘La Tartana degli Influssi’ e alle ‘Porte’ (quest’ultima portata avanti con Scalia)”31. Gli anni Ottanta sono anche quelli della collaborazione a “Numero Zero” (rivista curata da Salvatore Jemma, Maurizio Maldini e Gabriele Milli), dei “Dispacci”, de “I Prati di Caprara” e del foglio di poesia militante “Lo Spartivento”, nato nel 1986, curato da Milli. Proprio in forma di “quaderno de Lo Spartivento” esce nel 1990 l’ultima edizione che fino a oggi era disponibile de Le descrizioni in atto.

Nel 1992 viene ripresa – presso l’editore Pendragon – la pubblicazione di “Rendiconti” (interrottasi nel ’77), di cui qui si propone un brano particolarmente agguerrito: Forse non è ancora tempo di ritirarsi in campagna. Roversi vi avvia un’apertura di discorso sulle ragioni della debolezza della sinistra, e su quanto ancora – dell’utopia e dello sguardo critico – in quel torno di tempo si incarnava in linguaggi e storie concrete. L’anno è cruciale: 1993. Praticamente l’ultima soglia prima del disastro politico del Paese.

“Rendiconti”, nella prima serie 1961-1977 e nella seconda 1992-1997, ha avuto non molti compagni di strada (tolti i “Quaderni Piacentini”) nel panorama delle riviste italiane: innanzitutto per l’attenzione inaggirabile al nodo realtà-cultura. Nodo che del primo elemento non fa “pretesto” per il secondo. Anzi, talvolta è incisiva la presenza di articoli di integrale analisi politica. In secondo luogo per la cura verso le voci poetiche “minori” o dimenticate: citiamo – tra moltissimi – gli esempi significativi di Silvo D’Arzo, Emilio Villa, Giuseppe Guglielmi. In terzo luogo l’attività di scandaglio di nuovi scrittori e saggisti, anche assai giovani.

Una breve annotazione sulle infinite collaborazioni o “apparizioni” di Roversi come ospite in altre riviste dovrebbe a questo punto segnalare sedi di cui qui non è possibile stendere neppure un rapido elenco, essendo il panorama – come più volte detto – interessante e sterminato.

Così com’è fitto l’elenco di libri che Roversi pubblica, diciamo nei vent’anni tra 1981 e 2001. La bibliografia ne dà traccia.

Come segno dei testi degli anni Settanta e Ottanta ripresi e connessi nei Novanta, qui si offre Il Libro Paradiso, fatto di Undici poesie degli anni ’70-’80. Uscito per Lacaita nel ’9332. È una sorta di ponte fra Descrizioni e poemi successivi. Basti pensare che il brano Trenta poesie (1980), sottoposto a varianti molto cospicue, viene pubblicato proprio come Cinquantacinquesima descrizione in atto, già nel 199032. Alcune delle Trenta poesie le ritroviamo inoltre – rielaborate – come segmenti pieni dell’Italia sepolta

(Come sempre accade in Roversi, le opere si intersecano, talvolta si sovrascrivono a vicenda).

È l’autore stesso a spiegarci cos’è esattamente un “libro paradiso”.

La scena XXXII della Parte Seconda del testo teatrale Enzo Re34 segnala l’entrata di Rolandino de’ Passeggeri, che legge davanti al popolo la lettera, documento del 7 giugno 1249, con cui l’imperatore Federico chiede ai bolognesi di rilasciare il figlio Enzo. Non è accertato storicamente, tuttavia varie tradizioni successive (e la pièce di Roversi) danno per certo che la risposta all’imperatore, a fermo rifiuto di cedere l’ostaggio, sia stata scritta – traducendo la volontà dei bolognesi – proprio da Rolandino. L’altro atto importante di questo colto bolognese consiste nel contributo dato alla risoluzione comunale che decreta la liberazione degli schiavi; testo confluito nella stesura del Liber Paradisus con le riformagioni e gli statuti connessi, contenente appunto l’articolazione giuridica della liberazione. È superfluo suggerire quanto e come Roversi senta se stesso vicino alla figura di Rolandino. Questo il dialogo nella scena XL di Enzo Re35:

 

Rolandino:

[…]

Fa freddo

l’autunno calerà in fretta.

 

Pascipovero:

Così potrai mettere a punto nei mesi della neve

la tua summa e i termini della legge per i servi.

Tutti ne parlano nelle campagne e in città.

Bologna per merito del suo diritto

prima fra tutte avrà il suo libro Paradiso.

 

Salatiele:

Bisognerà accompagnare con un alto commento

questa legge: ogni chiosa

dovrà essere degna di Tullio.

 

Pascipovero:

Meglio dire: del diritto.

 

Salatiele:

Non è questo il senso

se Rolandino ci mette la mano?

Organizzare il pensiero, dare

ordine all’interno di una argomentazione,

questo è scrivere.

In altre parole: bisogna sapere ciò che si vuol dire,

quale risultato conseguire,

se atterrire commuovere persuadere.

 

Nel testo c’è tutto. È chiara l’articolazione delle scelte non solo in ordine ai versi del Libro Paradiso pubblicato nel ’93, ma anche in riferimento al lavoro svolto poi con L’Italia sepolta sotto la neve. Rolandino, infatti, nel passo riportato, annuncia la venuta dell’autunno, di quella “neve” che non è solo gelo ma anche pausa e luogo di silenzio entro i cui confini indefiniti mettere a punto (come dice Pascipovero) “la summa”.

La “summa” di testi disseminati in riviste negli anni Settanta e Ottanta Roversi la allestisce lungo il corso degli anni Ottanta, per poi darla alle stampe nel Libro. Termini del valore testuale e intenzioni autoriali sono ben tradotti da Salatiele: “Organizzare il pensiero, dare / ordine all’interno di una argomentazione, / questo è scrivere. / In altre parole: bisogna sapere ciò che si vuol dire, / quale risultato conseguire, / se atterrire commuovere persuadere”.

Come appare chiaro, si è già, o ci si avvicina, a una modalità di scrittura che ha attraversato in buona parte l’esperienza esplosiva – o scientemente dissipativa – delle Descrizioni. L’autore sta costruendo, costruirà, con materiali talvolta nuovi, sui quali non resta che interrogarsi, oltre lo stesso Libro Paradiso.

Dunque il Libro, con le prose ferrose che seguono, chiude-apre l’antologia Tre poesie e alcune prose: raccolta parziale, certo. Vista e da vedere come gabbia tipografica ricca quanto incompiuta, incompibile, che cioè rispetta (e non vincola) quelle che variando un titolo di Leonetti si potrebbero dire le scritture sconfinate di Roversi.

 

 

Note

1 P.P. Pasolini, La posizione, in “Officina”, n. 6, aprile 1956, pp. 245-246.

2 E.V. [Elio Vittorini], Notizia su Roberto Roversi, in “Il Menabò”, n. 2, 1960, p. 101.

3 F. Leonetti, in E.V., Notizia cit., ivi.

4 A. Motta, Roberto Roversi, in “Italianistica – Rivista di letteratura italiana”, a. XXIV, n. 1, gen-apr 1995, pp. 209-210.

5 L. Caruso e S.M. Martini, Roberto Roversi, La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 35.

6 G. D’Elia (a cura di), Conversazione in atto, intervista a R. Roversi, in “lengua”, n. 10, luglio 1990, p. 41. Qui riprodotta in parte.

7 Caruso e Martini, Roberto Roversi cit., pp. 36-37.

8 R. Luperini, Il Novecento – apparati ideologici, ceto intellettuale, sistemi formali nella letteratura italiana contemporanea, Loescher, Torino 1981, t. II, p. 727.

9 A. Asor Rosa, Lo Stato democratico e i partiti politici in Letteratura italiana (a cura di), vol. I, Il letterato e le istituzioni, Einaudi, Torino 1982, p. 620.

10 Pensiamo p. es. all’“attiva intransigenza” e alla “nuova responsabilità” dell’“uomo di cultura”, a cui Roversi già faceva riferimento in Lo scrittore in questa società (“Officina”, n.s., n. 1, marzo-aprile 1959, pp. 16-19).

11 In “Nuova Corrente”, n. 16, ott-dic. 1959, pp. 106-107.

12 Giuseppe Zagarrio, Roberto Roversi, in G. Grana (a cura di), Letteratura italiana, vol. VI, I contemporanei, Marzorati, Milano 1974, pp. 1543-1544.

13 Cfr. p. es. G. Barberi Squarotti, Poesia e narrativa del secondo Novecento, Mursia, Milano 1961, p. 30.

14 In F. Camon, Il mestiere di scrittore, Garzanti, Milano 1973, p. 175. La Pace di Campoformio (17 ottobre 1797) segnò un momento di tregua nello scontro fra Napoleone e l’Austria, in cui questa cedette la riva sinistra del Reno, e Napoleone barattò con astuzia l’ottenuto possesso di Belgio e Milano con Venezia, lasciata appunto agli austriaci (sollevando, come è noto, le ire di Foscolo).

15 Il riferimento è alla citata Notizia vittoriniana (cfr. nota 2) dove a p. 102 viene riportata questa espressione di Roversi: “Uso la povera, buona, vecchia lingua italiana con la quale ‘credo’ si possa ancora dire tutto, semplicemente”.

16 “Liquidazione” ingenerosa, va detto, almeno se pensiamo a quei nomi della letteratura mondiale che – anche attraverso un feroce plurilinguismo – hanno ricodificato la complessità del XX secolo, e ai quali gli scrittori della nuova avanguardia guardavano: a partire da Joyce, Eliot e Pound.

17 Cfr. Caruso e Martini, Roberto Roversi cit., p. 73.

18 Tecnica nota almeno dai tempi di “Officina”: cfr. il n. 9-10 (del giugno 1957), con le due celebri “trascrizioni” di Pagliarani alle pp. 351-353.

19 R.R., Dopo Campoformio, Einaudi, Torino 1965, p. 112.

20 R. Luperini, Il Novecento cit., p. 807.

21 È in fondo una imprecisione. Il protagonista forse “vuole” il suicidio inconsciamente, ma certo nulla nel romanzo segnala che l’incidente automobilistico in cui Ettore e la sua amante trovano la morte sia stato pensato da Roversi come vero atto di suicidio. Questa interpretazione della morte di Ettore è tuttavia presente già in uno scritto di W. Pedullà del 1964, Il linguaggio di Roversi allena alla disperazione, poi incluso in La letteratura del benessere, Bulzoni, Roma 19732 (cfr. spec. p. 483); nonché in un passo, ancora di Pedullà, de La rivoluzione della letteratura, Bulzoni Editore, Roma 19722, pp. 33-34. Col tempo il suicidio di Ettore è divenuto addirittura un “luogo comune” della critica: vedi l’“autodistruzione” [sic!] di cui parla M. Marchi alla voce Roberto Roversi, in G. Luti (a cura di), Poeti italiani del Novecento, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1985, p. 206.

22 A. Motta, art. cit., pp. 213-214.

23 Cfr. anche in questo caso Pedullà, Il linguaggio di Roversi cit., pp. 481-485 (ma in particolare l’incipit). Ricordiamo inoltre l’ostilità di Roversi alla école du regard: cfr. le sue risposte alle 10 domande su neocapitalismo e letteratura, qui riprodotte.

24 Non manca di notarlo G.C. Ferretti, ne Il mercato delle lettere, Einaudi, Torino 1979, p. 103.

25 A. Asor Rosa, Lo Stato democratico e i partiti politici cit., p. 632.

26 La formula è ripresa da Giovanni Raboni in Poesia degli anni sessanta, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 191.

27 R. Luperini, Il Novecento cit., p. 808.

28 R. Luperini, Ibid., pp. 808-809.

29 Introduzione a S. Giovanardi e M. Cucchi (a cura di), Poeti italiani del secondo Novecento, Mondadori, Milano 1996, p. XLVII.

30 L. Caruso e S.M. Martini, Roberto Roversi cit., p. 44.

31 A. Motta, Roberto Roversi cit., pp. 217.

32 Stesso anno della pubblicazione per Pendragon della Seconda Parte de L’Italia sepolta sotto la neve.

33 Le descrizioni in atto (1963-1973), “I quaderni de Lo Spartivento” 1, Coop Modem, Bologna 1990, pp. 114-116.

34 La scena inizia a p. 89 di Enzo Re – Tempo viene chi sale e chi discende, I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta 1997.

35 Alle pp. 110-111 dell’ed. cit.

 

 

 

Venerdì, 22 Febbraio 2013 13:02

Avanguardia e avanguardismo

Come ogni disposizione dell’artista nei confronti della realtà, l’avanguardia rientra in un sistema di rapporti socioculturali che la implicano, la provocano, la determinano, la qualificano. Un’ascendenza di tradizioni e di leggi della memoria a cui si oppone; una realtà effettuale che si deliba o si contrasta, o tuttavia si analizza e si mistifica; una serie di “proposte” per lo più grezze ideologicamente (nel senso di una prevalenza di motivi sentimentali o intuitivi più che razionali); proposte che nell’esuberanza esornativa acquisiscono una forza d’urto che può sembrare determinante – nelle contingenze. L’avanguardia si è sempre espressa (o quasi sempre) nell’ambito di strutture socio-politiche preordinate; nel velleitarismo abbastanza risonante dell’opposizione, la tiepida ideologia dell’avanguardia se ha innegabilmente servito a disincantare una situazione e a esorcizzare una tipologia artistica ormai goffamente tradizionale (governativa), non è mai riuscita, o quasi mai è riuscita, ad aver ragione delle resistenze strutturali che la costringevano; sicché l’opposizione finiva per essere ricuperata e conglobata entro il mondo della mitologia borghese (cioè entro un sistema di preconcetti). Esiste un arco programmatico entro il quale confluivano sempre: dapprima l’icastica rivoluzionarietà dei propositi, poi uno stabilizzamento di questi propositi e delle proposte – come un ripensamento; infine un ritorno nei ranghi con l’assunzione motivata all’ufficialità (magari retribuita). Sappiamo che tranne casi da nominarsi uno per uno, anche gli angeli più ribelli, dopo “il crampo della rivoluzione linguistica”, sono finiti in un seggio a fingere la celebrazione degli immortali. Confermando che i miti reazionari o almeno soltanto conservatori della società sono più resistenti dei propositi disorganizzati o dissociati che si esprimono nel clamore o, sia pure con più motivazione, nell’urto.

Questa è solo una constatazione, da opporsi, con pazienza, a chi vede o vedrebbe, propone o proporrebbe l’avanguardia come esorcismo dai mali o comunque il solo modo “equo” di esercitarsi addottrinandosi e di operare con profitto nella contemporaneità. Ribattiamo che essa rappresenta un momento di “frizione” culturale; espressa da gruppi di individui, e articolatasi in una opposizione al fondo esautorata da specifiche istanze di rinnovamento; e che tale “momento” finisce e si esaurisce – quasi sempre è accaduto – in una nuova proposta di rileggere i classici (e magari sul modo); anziché rappresentare un modo diverso di intendere il mondo (ovviamente: di rappresentarlo, discuterlo, ricomporlo). L’avanguardia novecentesca, nella sua articolazione pragmatica di gruppo, si configura come espressione di un atteggiamento culturale – che coinvolge a un profondo riconoscimento di sé anche un’illimitata illusione (Sedlmayr) – piuttosto che come alternativa di fondo, come una nuova o diversa ideologia dell’arte. Perché – e in ciò consiste la sua contraddizione e la degradazione del suo potenziale di scasso – mentre propugna la verifica razionale della realtà, al fine di decomporre le sovrastrutture e disarticolare i miti societari, per contrapporle una diversa (più acuta o più astuta) verità, essa finisce in una accentuata irrazionalità idealizzando la propria violenza (“chi può comprare il coraggio è coraggioso anche se vile”, Marx); in uno sperimentalismo dissociato; o in una forma di vitalismo linguistico spesso gratuito, superficiale e alle volte decisamente reazionario. Prescindendo dalle opere, che per lo più non conseguono a un discorso critico organizzato, o che addirittura contrastano o contraddicono i propositi, e che di volta in volta (in ogni modo) sottopongono risultati da determinarsi criticamente, magari in una diversa prospettiva, il dibattito culturale inerente all’avanguardia si svolge ideologicamente incongruo, un po’ sciatto sul piano delle idee, spesso inesatto nelle collusioni specifiche; e l’interesse per siffatte operazioni allora finisce per travasarsi, autenticamente, nelle “invenzioni”, in quella sorta di lupercali dell’immaginazione entro cui pare che la fantasia acquisisca una rinverdita sostanza, o un fragoroso ordine nuovo.

A meno che non ci si riferisca, dibattendo sull’avanguardia, ai massimi scrittori del Novecento, da Joyce a Kafka a Musil; a Brecht, che sono oltre il muro del suono di un dibattito aneddotico e soltanto disposti ad accettare un ben diverso cumulo di titoli. Perché l’equivoco par proprio che consista in questo: che si discute sull’avanguardia, in questo momento, da noi, senza aver compiuto prima una propedeutica ricognizione semantica, valida sul piano non solo etimologico ma ideologico, e nell’ordine degli affetti; che chiarisca i concetti e i termini dell’uso; sicché ciascuno ripeta la formula (o il termine) a proprio uso e consumo, alle volte quasi, e soltanto, commosso da un’autentica esagitazione culturale. L’avanguardia indiscutibile, sostanzialmente determinante, al livello della sovranità, è stata nel nostro secolo quella che non tanto s’è data un’estetica quanto un ordine ideologico; quella che s’è distorta dagli abiti grevemente ontologici del misticismo letterario, o della letteratura, per proporsi l’impegno di un’operatività globale, entro cui l’operazione letteraria era sussunta ma non determinante; cioè per dissacrarsi in un’operatività programmatica, in un dissenso “sostanziale” con le strutture. L’esilio era allora l’alternativa alla sconfitta; spesso lo era la morte nel silenzio; cioè la morte del silenzio era la verifica dell’impossibilità di progredire. L’ironia di Joyce (la stupenda struggente “disarmonia” che coinvolgeva il mondo prima che la sua pagina); l’epicità ossessiva di Brecht; il pragmatismo tragico di Majakovski; il simbolismo escatologico e pauroso di Trakl (ecco alcuni referti soltanto); l’avanguardia, la feroce avanguardia che resta e che frantuma la realizzano i colpiti a morte, i ferocemente perseguiti, i fuggiaschi con le cagne dantesche alle calcagna; non i funamboli, leggiadri davvero, pronti all’improvvisazione, che giungono sorridendo, in terza o quarta fila, sul palco dei vincitori.

Invece è altro, a mio parere, l’avanguardismo di questi giorni lucrosi che s’avviano all’estate. Non dunque, sia pure in una generosa accezione, un’avanguardia, qualcosa che produce o programma ecc.; piuttosto, fatto con umore di dati (e qualche riferimento erudito), un esercizio, un’esercitazione soltanto – che dei propositi dell’avanguardia detiene solo il velleitarismo della formula. Ai personaggi manca l’ironia intellettuale e la pronta felicità d’invenzione – allo stadio primario (l’arte, parafrasando Kant, del bel giuoco di sensazioni); perché sono coinvolti, ambigui e incerti, fra il cauto riformismo che nasce da un’operazione compiuta col beneplacito dell’ambiente accademico, e i propositi di un’azione tattica che li autociti; manca la chiarezza dei rapporti contestuali, avendo piuttosto reperito su fonti di ampio consumo le norme abbastanza equivoche ma sufficientemente appariscenti da spendere nei pubblici dibattiti; manca l’autodeterminazione di ricostruire un ordine dei rapporti culturali sul fondo di una rilettura e di una riverifica di posizioni politiche (la presunzione di ideologizzare l’avanguardia è soltanto il ribadimento di uno stato confusionale ed equivoco – e di un’oscura collusione in atto); manca infine il disinteresse (cioè il proporsi un programma piuttosto che tabelle di marcia individuali). Ma è evidente (fin troppo) che ogni opera ha in sé il proprio grado, il quantum di mercificazione, il marchio della propria morte, della propria discontinua irreparabilità, del disinganno e dello sgomento che viene esemplificato; e d’altro canto, dicotomicamente, è altrettanto evidente che ogni opera esprime – se è tale – anche la parte della propria “resistenza” al mercato, cioè un’offerta di propria conduzione, di originalità non compromessa, di autentico distacco dalle circostanze.

La ferma opposizione a questo tipo di operazione congiunturale si impone, a mio parere, a quanti hanno a noia per abito mentale la confusione ribadita nell’eleganza, i verba spesi nell’eccitazione di un’esibizione, e l’esecrabile tatticismo di operazioni culturali derivanti infine da un abito piuttosto provinciale (sì, sommerso dal cumulo dei pregiudizi “nazionali”). I molti che anche in questi giorni si nominano, si direbbe che approfittano delle circostanze e consumano una buona intelligenza sulle formule. Ricordassero la frase di Lenin (ripresa anche da Lukács), che ogni verità si trasforma in errore non appena la si esageri oltre misura. E la verità consiste, certo, nell’urgenza di un rammodernamento “totale” (linguistico-strutturale) della realtà, entro cui invece la cultura italiana sfiorisce, e di una verifica linguistica da compiersi con autentica freddezza e con l’attenzione specifica di chi opera su un corpo piagato; e la contestazione di una tradizione culturale che si può compiere ma non con la sovrapposizione di lemmi esagitati e con le veline degli ordini dall’alto ecc. L’eccesso consiste in una forma di orgoglio della mente, di tipo accademico o liederisticomondano, tipico di chi può permettersi “tutto” (o si illude almeno) e non tollera antagonisti ma solo tesi ammorbidite da un abbraccio universale; e in una proposta linguistica che presume, e nella presunzione ostenta, di operare da zero e che, rovesciandosi sul foglio, propone invece risultati del tutto novecenteschi: in un caso di bamboleggiamento dannunziano, nell’altro di spappolamento nella gnomica – anche se cantano le macchine. Il risultato è che si fraintende poi lo scialbo stupore di alcuni come un po’ di vento per i propri stendardi. (E ancora ovvia la considerazione che ogni epoca culturale, in Italia, ha avuto sempre, ha sempre espresso i propri Papini; e Marinetti, poveromo, aveva in più del toscano soltanto il conto in banca). Ma a distrarre ciascuno, che sia responsabile, dai propositi troppo affrettatamente e superficialmente eversivi e dalle formulazioni lancinanti arbitrarie che patiscono la moda, converrebbe riaprire per un passaggio non soltanto fugace, il Kant del “giudizio”: “la poesia è l’arte di dare a un libero giuoco dell’immaginazione il carattere di un compito dell’intelletto”. Un compito dell’intelletto. Io credo un invito autorevole alla serietà delle operazioni e al lavoro concreto – tralasciando l’alchimia fumosa delle formule e i marxiani “banali luoghi comuni”.

 

 

Quaderni piacentini, anno III, n. 15, marzo-aprile 1964.