Super User
La rabbia e la ragione
Premetto che la scelta, volutamente unilaterale, sottintende in breve una immediata indicazione di temi, quali: la guerra (ogni guerra), la politica (la lotta politica), e quel tanto di privato (ma non lacrimoso) che si conclude col ritorno dall’esilio (“incendi precedono il figlio”); sino alla fine, cioè, di una odissea e al riaprirsi di un nuovo capitolo altrettanto problematico; o, se vogliamo, di un capitolo di vita non troppo diverso dal precedente per le nuove difficoltà e i contrasti che incombono (“Le fatiche dei monti stanno dietro di noi / davanti a noi stanno le fatiche delle pianure”).
La produzione in versi di Brecht (materiale di scontro, d’urto e di immediato realizzo a fini pratici, contingenti, politici) è tipica delle prospettive dure e particolari entro le quali l’autore adattò ogni sua opera, ogni suo scritto. Nessun altro scrittore in questo secolo strumentalizzò con così rabbiosa protervia il proprio talento e violentò la propria fantasia per persuadere il prossimo, il compagno di strada (“Non aspettate tranquilli la morte!”) o per attaccare l’avversario. Ogni opera di Brecht presuppone sempre un interlocutore che la contesti e un lettore consenziente che deve essere persuaso a leggere; nella sua dose e dote di chiarezza (apparente) e di logicità alle volte ovvia c’è raccolta la tensione di un operare con le ore contate e dentro lo stimolo di una urgenza mortale. Da una parte un nemico (reale) che avanza, dilaga, schiaccia (“tanks, cannoni, corazzate, e a punto / nei loro hangars gli aerei”); dall’altra uomini isolati che fuggendo si adattano a sperare e affilano le armi, non solo della ragione; oppure che si inviliscono in una lotta che pare non risolversi. Il rapporto è terribilmente incongruo, eppure in questa disparità di forze che dialetticamente è disarmante (“Di prima mattina / giro la manopola e ascolto / i notiziari di vittoria dei miei nemici”) si verifica in ogni momento la consistenza della “giustizia” e della speranza che nasce dalla giustizia. Non ci si aspetta un trionfo improvviso, mentre si è immersi nelle ore buie, ma il faticoso ritorno della normalità entro cui vivere, e di una certa realtà non corrotta. E col ritorno della giustizia non l’emergere del tempo dell’oro; ma, se non un ragionevole equilibrio, almeno una più diretta volontà d’agire, un ricomporsi del tessuto sociale.
È evidente la mancanza di utopia in Brecht. Egli non affida i suoi messaggi a simboli, non prefigura capziosi ideogrammi nel misticismo (sia pure della politica), non fa del narcisismo ideologico; piuttosto incalza metodico, monotono, alle volte con una certa pesantezza, una ridondanza che può apparire mediocre, spersonalizzata, ma che in realtà finisce per convincere e avvincere più di ogni esaltante invocazione lirica (“Mostro / quel che ho veduto”). Non epici, i testi di Brecht sono piuttosto organizzati con un razionalismo didascalico che non teme neppure le contraddizioni quando esse finiscano per riuscire proficue. I temi sono la guerra, il partito, l’imbianchino,la rozzezza astuta e tragica dei potenti (“Quelli che stanno in alto / si sono riuniti in una stanza. / Uomo che sei per la via / lascia ogni speranza”) e le contraddizioni anche economiche di una società volgare (nel senso di “spaventosa”); il suo metodo è quello di scegliere o di centrare un tema e di svilupparlo come una argomentazione, che non è mai moralistica – perché non vuole colpire il sentimento – bensì dialettica, cioè rivolta alla ragione; e comunque pratica, perché tiene conto obiettivamente della situazione e delle necessità utili per contrastarla.
Questo produrre per un pubblico (per la gente comune) non da richiamare e convincere ma già disposto dalle vicende a intendere ogni dilemma o problema, e che non si lascia frastornare o fuorviare, dispone l’autore a drammatizzare i propri testi, ad adattarli a canovacci per una tragedia dell’arte,a possibili recitativi, a invettive e prese di posizione, ad aneddoti, scene, schizzi, stravolgenti bozzetti; o addirittura a proporli come fatti di cronaca (nera) per renderli più immediatamente e largamente fruibili per tutti gli usi di una vita intera. Sono testi in movimento; celebrativi (nel senso che sforzano le situazioni di fatto isolandole in rapide folgorazioni narrative) e politici (nel senso che enunciano e propongono, dentro ai vari momenti di tensione pubblica, una scelta; o ribadiscono la necessità di queste prospettive di scelta); ciascun lettore potrà poi aggiungerci qualcosa o togliere qualcosa, cantarli, contestarli, rivoltarli; potrà in continuazione riscriverli, liberamente appropriarsene, adattarli ad altre circostanze, implicarli in situazioni diverse. Apparentemente rozzo nella sua scaltrissima semplicità; poco sfumato perché tutto teso a una argomentazione che vuole partecipare (proporsi uno scopo), Brecht compie una profonda operazione di demistificazione poetica, trasferendo la poesia dall’isolamento tradizionale, in cui prevale l’interesse privato-lirico (e dove risuona la dolcissima retorica) all’impegno irto e difficile dell’interesse pubblico e della lotta politica (“Nel mio canto una rima / mi parrebbe quasi insolenza”). Non più sentimentale (“la lirica deve essere giudicata sulla base della sua utilità”) egli la declassa con una operazione di trasferimento violenta e improvvisa (ma tuttavia consapevole, misurata e calcolata) a strumento di persuasione, di sollecitazione, di ammonimento; la utilizza e manipola in ogni modo, con la scaltrezza tecnica dello specialista, usando la ballata o un secco discorso disarmonico, “gli ottoni dell’allitterazione” e le rapide e balenanti allusioni, ammicchi ecc. che toccano mente e cuore e si annidano subito nella memoria. E non evade mai da questo impegno, non svirgola, non elude; se nei tempi bui bisogna cantare dei tempi bui, egli fa oggetto della propria operazione questa ricognizione spaventosa e difficile; alle volte quasi un’opera impossibile, un’impresa disperata. In molti componimenti c’è quell’ironia ringhiosa, da cane, che graffia la realtà e la esaspera dilatandola, non potendo intanto colpirla a morte o soltanto ferirla; e tuttavia, a sostenere la struggente tensione del discorso, si sovrappone la consapevolezza drammatica di operare sul concreto per il futuro del mondo e, in altre parole, e sia pure con pochi strumenti, per la salvezza dell’uomo (“Sì, verrà un tempo / che a quei savi e cortesi / pieni d’ira e speranza, / che sulla nuda terra si posero per scrivere / nel cerchio di chi era in basso e di chi lottava, / sarà data pubblica lode”).
Avanti, supplemento della domenica, 30 gennaio 1966.
Intervento su poesie di Cesarano
Tengo sotto gli occhi, per questo rapidissimo inventario, oltre naturalmente ai testi che qui si presentano, dell’altro libro di Cesarano, La pura verità, soprattutto Autodromo; che mi pare tipico e mi serve – mentre offre un risultato eccellente sotto tutti i punti di vista per “organizzazione” e per “lingua”; per espressività organica.
Là, subito: “il cancello si spalanca, / un muso di bestia che annusa l’asfalto / esce adagio / poi intiera si vede la macchina… / Cammina / in tuta il meccanico, scorta la macchina / col fumo dello scappamento che sfiata / sulle ginocchie lente e le macchia”. E dopo, di un coniglio che si precipita ammattito dal frastuono dei bolidi: “Nel pelo / parassiti e semi a uncino di vegetazione / selvatica”. Mi sembra, sia pure dai brani estrapolati, che risulti (e risalti, in qualche modo) il bisogno “freddo” del particolare, la ricorrenza a una ricapitolazione (che non è descrittiva, non soltanto descrittiva) dei singoli dettagli, per incastrare una scena, un fatto che conta; come uno scendere dal generale al particolare e non viceversa (risalendo); una illuminazione o chiarificazione a ritroso. Cioè: da una certa sicurezza preliminare ci si svolge alla ricerca di tutti i dettagli, che non vengono contestati ma reperiti e subito strumentalizzati (classificati) ai fini di una dichiarazione di princìpi. Si esprime anche una “esaltante” prevaricazione in questo procedere senza scrupolo – e, direi, senza l’ombra di una memoria ingombrante e senza “troppi” dubbi. Ne riesce, in generale, un risultato fortemente struggente nell’ambito sentimentale (ma senza sbavature e complicazioni) e di chiara o comunque risaltante fermezza ideologica; non un interrogarsi ma un dichiarare, contestando le cose. Anche una scaltrita prepotenza che non finisce nel generico o nel gridato (l’usura del melodrammatico) ma si mantiene contenuta, controllata dalla ragione che opera e indaga. Scene di un racconto, è stato detto? o un racconto tout-court? Sia pure. Con qualche malizia che contraddice subito ai rapidi (e leggeri) indugi lirici (il “trabocco” del sentimentale di cui si diceva sopra).
Nei testi qua offerti il discorso cambia, o comincia a cambiare, per il critico. È da un po’ che sto attento a questo mutamento, a questo passaggio di coordinate – che avviene, mi sembra, nonostante tutto, con le regole, i necessari calcoli e con cautela. Ora il discorso si infittisce, si aggruma; si fa “spesso”, alle volte addirittura difficile, per una concentrazione che risucchia all’interno i possibili appigli esplicativi e li assorbe nello spessore caldo delle argomentazioni. L’autore appare nervoso e in un’attitudine di sospetto, comunque indifferente al fruitore; non lo consiglia, non lo segue, non lo provoca (di proposito) e non vuole convincerlo (non cerca di convincerlo). Il discorso, che era prima con l’altro, si fa monologo; il personaggio si sfuoca; il racconto diventa introspettivo e accentuato nei nodi ontologici; c’è una recrudescenza di lingua colta, quasi un ricupero di una certa accademia compiuto di proposito (s’involve; aurea; gravi collere; visceri; ratti; s’involò; intiera; voraginoso; trasalimenti; sorte impredicata; l’aspro grido; divaricati sguardi; lenti vocaboli ecc.; e ancora: canuto, afrore, orante, codesto, m’appiglio, pulsa, rovi ecc.); una insofferenza a generalizzare (“tanto, registro / ciò che è a portata d’occhio, ciò che si sente / sopra o sotto il brusio”);cioè subito sopra e subito sotto, quindi appena una impercettibile divaricazione; il proposito di affidarsi a una metodologia; restringere i confini. Questo si traduce in una (magari apparente) maggiore calma, o quiete (dopo una tempesta); il discorso, mentre si complica si amplia anche; prolifica in sottosezioni congetturali, attinge la metafora. Decade, ai fini argomentativi e strutturali, la necessità di reperire e codificare il particolare; e sopravviene una dilatazione sfumata come lo sgranarsi di una fotografia ingrandita. Una “irrequietudine” dell’intelletto (che non contraddice quella calma) e una più accentuata (e drammatica) incertezza sentimentale. La struttura è vilipesa, violentata, quasi contorta (al modo di un filo di ferro più volte piegato); i dettagli sono accatastati; gli oggetti, le cose relegati alla funzione “negativa” di controcanto; non sono più funzionali ma demoliti, quasi archiviati a un ruolo subalterno, espressionisticamente decorativo. C’è un autentico “scempio” del particolare – che è tragico, irritante e, nello stesso tempo, molto interessante. È un annuncio che il privato avrà il sopravvento? di una possibile autobiografia (fortemente drammatizzata)? del prevalere del particolare e il dilatarsi dei nuclei sentimentali, sia pure controllati e vigilati dalla ragione? assisteremo a una rappresentazione d’interni? o esploderà il dramma autentico, già preannunciato, di chi è dilacerato fra l’obbligo della sua socialità e il necessario espletamento degli incarichi e dei poteri privati? Tali domande, disposte con l’affanno del breve spazio, presuppongono intanto una concentrata problematicità in questi versi che leggiamo, una carica provocatoria di forte rilievo; e testimoniano intanto dell’interesse che nasce dall’interno di testi lungamente e acutamente elaborati.
Paragone-Letteratura, anno XVI, n. 190/10, dicembre 1965.
Intervento su testi di Jahier
C’è una certa “monotonia” in Jahier che è tipica dei moralisti; una monotonia sentimentale affidata a messaggi comunicativi semplificati o comunque “dilatati” nel senso di una accentuazione lirica (mai esaltazione) che si sforza di renderli perspicui il più possibile e fruibili secondo ogni modalità. Povertà e giustizia; ancora: la purezza nel segno della povertà (“ripasso una a una queste virtù che sono dono di povertà”); la purezza del povero, una purezza sociale oltre che privata; nel povero è assenza di esasperazione e una disposizione ad accettare il sacrificio (disposizione che è metodo, non religione), un adattamento “solenne” alla fatica; la purezza come “pulizia” dei sentimenti rodati e semplificati (direi scarnificati) dalla fatica; poi il dolore della vita, che è il trapasso della fatica di ogni giorno, la fatica nella sua continuità, l’esigenza della fatica, la sua necessità (che qui, sì, diventa quasi religiosa, cioè un atto che comporta fede) per sopravvivere (“la fatica d’Adamo degli uomini”); e la disperazione che non è mai una rivolta o una più profonda rassegnazione (tale da lasciare traccia di rancore) ma una accettazione complessiva e momentanea del male possibile (che si aggiunge ad altro male presente e in atto, inevitabile); la disperazione, allora, come un aumento di pena che incrina la calma, cioè (ancora) la pazienza di vivere; la calma che non è rassegnazione dispettosa alle circostanze (a questo grosso peso) ma comprensione delle circostanze, un verificare il presente con la forza (che è l’esperienza) del passato – ed è tuttavia anche “assenza” (indifferenza) di futuro. Certamente il povero si esalta anche in qualche sogno, in qualche progetto proiettato in avanti, ma piuttosto come un prolungamento della fatica presente, o una sua parziale risoluzione, un parziale “riscatto”: la casa (entro cui raccogliere la donna, i figli, la roba), il campo (magari a valle, per non dovere più emigrare) ecc. Questo, estremamente semplificato, è un primo dettaglio della geografia sentimentale di Jahier – che si articola nel rapporto coi “figli”, cioè col popolo, o con quella parte di popolo che l’autore conosce e di cui partecipa (“essere un uomo comune”; “far compagnia a questo popolo digiuno”). La guerra “vera” è, dunque, soltanto una continuazione, e neppure peggiore, della guerra di tutti i giorni (e così è subito smitizzata); nella guerra vera almeno si muore, nella guerra di tutti i giorni “sentite le condizioni: tribolare, emigrare, ammalare, ospedale, camorri, prigioni”. La guerra vera intesa (nell’abitudine e nella solitudine di chi si disperde, emigra) come una possibilità e una necessità di radunata, di ritrovarsi, riconoscersi, non come soggetti ma come gruppo, come coalizione sociale operante (infine, perché non dirlo?, come “nazione”).
Chiuso il quadro, si intende l’abisso di prospettiva che divide questa “posizione” da quella esibita e conosciuta di tanti coetanei (“gli intellettuali che gridavano guerra tra sigarette e stravizi”). Se c’è una esaltazione stilistica che potrebbe preliminarmente creare qualche equivoco, l’epicità di Jahier (cioè quella tensione) a mio parere è sempre “didascalica”, e il lirismo non è una esercitazione dello stile o una eccitazione sentimentale ma una “necessità” per strumentalizzare a fini specifici il sentimento – la sua carica di comprensione, e di persuasione (“fare il bene con disperazione”, “guadagnarsi d’essere il loro capo”); e questa strumentalizzazione si organizza non su un progetto di umanitarismo generico ma, come ho detto, pedagogico (“questa è assistenza d’amore”; “o se potessi portarli alla luce”). Il primo, comunque, presuppone una concezione “aristocratica” della società, interclassista, per cui l’interesse, l’attenzione sono soltanto una “curiosità” (alla fine) e una trasposizione o un trasferimento dall’alto di miasmi paternalistici; questo invece chiede la partecipazione della ragione – oltre a una estrema perspicuità e “deferenza” sentimentale: una “partecipazione” fortemente interessata e caratterizzata. Il lirismo, dunque, è una tensione che si consuma, non una esagitazione ontologica, bellettristica. C’è in Fromm, nel saggio su Freud, una sottile definizione della differenza fra ribelle e rivoluzionario: il primo è colui che si oppone a un ordine costituito, alle istituzioni e agli uomini che le rappresentano (o le amministrano) per rovesciarle e sostituirvisi; in altre parole, per rifarne altre e identiche, sotto diversa specie – col solo trasferimento di potere; il secondo è colui che si oppone col vigore della ragione e dell’azione e con legittima costanza per rovesciarle soltanto, senza alcun progetto “privato”, senza alcuna prospettiva di tornaconto. Nella misura in cui l’autore di cui ci occupiamo (Jahier) si oppone al superomismo ribellistico dei Maigret letterari del nostro primo Novecento, identificandosi con una lucida continuità nell’impegno di un operatore didattico (con la rigidità e la severità che tale progetto comportava) egli fu un rivoluzionario – e un isolato (naturalmente). In altre parole: all’esaltazione abbastanza paranoica dei colleghi (“giovani amici che rodete il freno e vi angustiate di veder passare a portata di mano l’eroismo così raro a una generazione”, Prezzolini; “Amiamo la guerra! La guerra è spaventosa e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi”, Papini; o anche, con la più cauta struggente passione di Serra: “Non voglio né vedere né vivere al di là di questa ora di passione”) egli oppose fin dal principio una “concitazione” più diffusa, un fervore che direi da ape operaia, per organizzare piuttosto che guidare, per persuadere ed educare piuttosto che per comandare (“la sventura della guerra mondiale” scriverà su “L’Astico”);dunque, per ripeterci, un fervore pedagogico – che era un fervore della coscienza e una assoluta esigenza, necessità di dedicarsi; un “pathos parenetico” (Walter Jens). In questo senso un “maestro” è rivoluzionario: nella misura in cui opera e si oppone, cioè modifica o si sforza di modificare, entro situazioni di fatto, la condizione degli uomini. Mentre i colleghi si proponevano magari di emergere o comunque si esaltavano disponendosi a utilizzare la guerra come un farmaco privato che appagasse la loro bramosia vitalistica o nazionalista e rimarginasse le loro piaghe private, in Jahier è subito tipico un proposito violento, tenero, misteriosamente ottuso (nell’apparenza di un candore semplice) di regresso, di rientrare nei ranghi, di perdersi nel numero, di imparare dagli altri (e non tanto dalle “cose” terribili), di identificarsi e smarrirsi nella grande massa anonima e veramente gemente (“ritirati fratello-padre, perché è il momento di ritirarsi e di soltanto guardare”). La sua ambizione è orizzontale, prospettica, contro l’egoismo realistico e verticale degli altri; il suo progetto di lavoro è subito metodico, non esaltante e improvvisato ma convinto, demistificato; dunque paziente, oscuro. Cerca i collegamenti, si propone di allargare la serie dei rapporti umani, sente di non poter agire se non conoscendo (“bisogna che sappia di ciascuno come gli è andata fin qui la vita”); provoca un discorso continuo, in cui egli sia piuttosto un uditore o un partecipe che un artefice da applaudire; non chiede consensi ma convinzione; non vuol suscitare ammirazione ma simpatia e, alla fine di tutto, fiducia, cioè amore. È un impegno di vita piuttosto che un progetto letterario (nella guerra); ed è un impegno che soprattutto si esalta e si compie, anche se non si esaurisce, nelle vicende da cui è determinato. Lo stesso Gino Bianchi rappresenta in un certo senso l’introduzione, l’antefatto alla vicenda alpina; è una esegesi preliminare, ironica, infastidita, raccontata con un distacco “acrimonioso”, talvolta perfido nell’ironia leggera, alla catastrofe che seguirà – che è nell’aria. È una ricapitolazione o una descrizione di una società che si è consumata (o lo sta tuttavia). È l’antefatto di tutte le possibili negazioni e involuzioni, con quel tanto di gaddismo che affiora, in una contraddizione abbastanza tipica e legittima con le opere seguenti (e tuttavia legata a esse): l’ironia, come ho detto, e il linguaggio piatto (burocratico), a piccole increspature; trasposto; che ricalca una condizione sentimentale di assoluto distacco, rivagheggiata da un personaggio che non la patisce più, non è più protagonista.
Nel lirismo pedagogico (che rappresenta a mio avviso l’unico esempio di trasposizione letteraria del proficuo sociologismo salveminiano, e di quel tanto di utile investigazione della realtà italiana che ha reso classica almeno una parte del lavoro della prima “Voce”) rientra senz’altro la rude e intransigente componente religiosa di Jahier – che non è quella di Serra, per esempio, tutta sfumata e tragica e che intendo come una “terribile” rassegnazione o come un presagio “augurale” che disancora l’uomo dai propri progetti e lo fa quasi morto innanzi tempo, rendendolo agli altri “pauroso”. In Jahier nonostante qualche ricalco, che era nell’aria (“questa chiarezza di moribondo che la guerra ha donato”), c’è piuttosto un fervore operativo “francescano”, quasi gioioso, affidato alle cose e alle persone (nonostante i dubbi inevitabili, i rammarichi, i segni e i riconoscimenti angosciati di una propria debolezza per la complessità dell’agire); c’è una prospettiva di lavoro lungo, un progetto a cui attende (senza limitazioni) e una speranza per esso; non c’è la presenza “continua” della morte, non quell’angoscia chiusa, selvaggia, manichea. Al contrario: continua a svolgersi la vita (nonostante tutto), che semmai deve migliorare o servire a qualcosa per tutti; che deve procedere acquistando conoscenza di sé, con questa volontà di progredire – e non è intesa come qualcosa che è sul baratro da cui deve arretrare balbettando. Anche questa è una novità che ci colpisce. In un momento di grandeur (irrazionale o interessata), Jahier ha anticipato nelle pagine delle sue opere (che resistono fra le più solide del secolo) la folgorante protesta che sarà poi di Brecht: infelice la terra che ha bisogno di eroi. Infatti non di eroi occorreva il seme ma di cittadini “buoni”, cioè giusti. Egli coglieva il presagio dei tragici impegni che seguiranno, della continuità della lotta (per cui occorreva la chiarezza che produce a ogni costo fermezza); perciò anche in seguito non si è contraddetto, non ha demeritato; pagando con la pelle viva; e con un silenzio che ha tutto il nostro rispetto.
Paragone – Letteratura, anno XVI, n. 188/8, ottobre 1965.
10 domande su neocapitalismo e letteratura
1. Il rapporto tra certa letteratura moderna (nouveau roman, romanzo surrealista, romanzo magnetofonico “Alla Salinger”) e il neocapitalismo è simile al rapporto tra l’ermetismo e il fascismo? Oppure è diverso?
2. Il neocapitalismo è la riscossa anticomunista del capitalismo sul terreno stesso che il comunismo ha sinora preferito: la rivoluzione industriale. A suo tempo la controriforma non agì diversamente nella sua lotta contro la riforma: dopo un momento di smarrimento e di dubbio, adottò e fece suoi i metodi dei protestanti. Secondo voi ci sono dei punti di rassomiglianza sul piano culturale tra riforma e comunismo da un lato, e neocapitalismo e controriforma dall’altro? E comunque nei modi della lotta? E in che modo ne è stata influenzata la letteratura?
3. Il marxismo è umanistico, il neocapitalismo è produttivistico; cioè per il marxismo il fine dell’uomo è l’uomo, per il neocapitalismo il fine dell’uomo è la produzione (e il consumo). Credete che questa diversità sia all’origine dell’antiumanesimo del nouveau roman e in genere della letteratura moderna?
4. Pensate che a ogni situazione di prosperità e comunque di ideologia della prosperità debba inevitabilmente corrispondere una letteratura formale e conservatrice? Oppure credete che si tratta di semplici coincidenze? In altre parole il nouveau roman si affaccia sulla scena francese insieme con il gollismo come a suo tempo la Ronda coincise con il fascismo? Credete che sia un mero caso oppure che vi sia una relazione?
5. Il nouveau roman ci descrive città senza nome nelle quali persone senza nome si aggirano per strade senza nome facendo cose che non hanno nome in situazioni innominate. Queste città, queste strade, questi personaggi sono molto simili a quelli di Kafka: sola differenza è che Kafka era consapevole della alienazione che era all’origine di una simile astrazione, e Robbe-Grillet no. Credete che il processo di astrazione letteraria di cui il nouveau roman è un esempio risalga a Kafka, o più addietro, addirittura a Dostoevskij? Quand’è insomma che l’uomo ha incominciato a scomparire dal romanzo e in che modo?
6. Pensate che vi sia un rapporto fra il favore di cui godono le ricerche linguistiche dialettali e magnetofoniche (ossia materiche) nel romanzo, e la simpatia che i conservatori hanno sempre dimostrato per qualsiasi problematica che riguardi piuttosto i mezzi che i fini della letteratura? In altri termini non pensate che al neocapitalismo convenga che la letteratura si occupi di se stessa, piuttosto che si occupi del neocapitalismo?
7. Le tecniche del nouveau roman e in genere della letteratura più aggiornata rassomigliano molto alle tecniche della produzione industriale moderna. Nella letteratura moderna l’uomo fa parte di un mondo che egli ignora e che lo ignora, allo stesso modo che l’operaio nella fabbrica moderna ignora la fabbrica e ne è ignorato. L’operaio produce parti di macchine ed è lui stesso una parte di macchina; nella letteratura moderna l’uomo è un oggetto tra i tanti oggetti. L’abolizione della psicologia, del resto, sta a testimoniare che il personaggio della letteratura moderna non soltanto è oggettivamente un oggetto, il che permetterebbe ancora la psicologia, ma anche sa di esserlo, il che uccide ogni psicologia. Ora non è questa anche la condizione dell’operaio dell’industria in serie moderna?
8. Il problema sociale nel neocapitalismo trova la sua soluzione in una espansione dei consumi e dunque della produzione. L’uomo diventa così sempre più un semplice anello di congiunzione tra produzione e consumo; cioè, in sostanza scompare in quanto uomo, e non è più che un passaggio obbligato affinché la merce dopo essere stata prodotta venga consumata. Non vi pare che i personaggi del nouveau roman siano in fondo soprattutto dei consumatori? Così forse si spiegherebbe la loro qualità fantomatica: il consumatore infatti non esiste che nel momento in cui consuma. Il resto del tempo egli è socialmente dunque umanamente inutile e superfluo.
9. Non credete che le discussioni letterarie all’interno della letteratura moderna equivalgano alle discussioni economiche e sociali all’interno del neocapitalismo? Ossia sono possibili soltanto in quanto è soppresso “l’altro”, il contrario. E che in ultima analisi equivalgano alle accademie di un tempo le quali anch’esse si occupavano soltanto di questioni formali, cioè interne? In altre parole non staremo assistendo alla resurrezione di vecchissimi mali sotto nuovi nomi seducenti?
10. Non vi pare che il rapporto tra il neocapitalismo e la letteratura sia in ultima analisi rapporto tra il neocapitalismo e i letterati presi uno per uno nelle loro situazioni personali? In altre parole non credete che il neocapitalismo eserciti un’influenza sulla letteratura non soltanto indirettamente attraverso la modificazione dei rapporti umani ma anche direttamente attraverso stipendi, salari, posti, consulenze, sinecure, e altre simili incombenze?
L’uomo ha cominciato a scomparire dal romanzo quando ha cominciato a scomparire dal mondo. È stato l’avvento della borghesia a neutralizzare la curiosità sociale, a defraudare l’individuo del solo bene tradizionale di cui potesse ancora godere, cioè del tempo; ad assorbirlo e infine a deteriorarlo. Componendolo insieme (vicino) ad altri, la borghesia potente prima ha livellato l’uomo poi l’ha massificato; prima l’ha distorto con la violenza collettiva delle guerre micidiali poi l’ha ricomposto secondo uno schema di preordinata utilizzazione. Oggi è in atto la conclusione di questa estraniazione dell’uomo dalla realtà, e il suo ricupero in un paesaggio alienato, irto di spigolose resistenze, sovrabbondante sì di novità ma paurosamente uniforme. È in atto l’astrazione dell’uomo dalla realtà da quando, con l’ipocrisia degli idola metafisici, è stato costretto o indotto a distruggere se stesso guerreggiando nelle proprie città, dentro alle proprie case, violentandole con una indifferente furia, rivoluzionandole, annichilito in una rassegnazione senza dramma. Ha ricostruito, certo, pietra su pietra (secondo la retorica ufficiale), ma già condizionato sostanzialmente a essere e a esistere; senza memoria storica; secondo una volontà di altri, non più di un padrone ma di un sistema, di cui egli stesso era partecipe e complice, detrattore e in egual misura consapevole. È nella valutazione della capacità (volontà) di distruzione dell’uomo che è identificabile il segno della potenza degli “instituta” che lo implicano: e, insieme, della inesauribile possibilità di durata del sistema entro cui l’uomo si ritrova determinato. Soltanto distruggendo per rifare, con minuta ossessione (non dico per ricreare), il sistema sopravvive e prospera; né può ovviamente stabilizzarsi nella tranquillità sociale (ipotizzata per tattica), cioè nell’ordine, poiché l’assimilazione del fatturato, per quanto frenetica e di continuo sollecitata, non può né potrebbe accadere e risolversi con la necessaria rapidità. (L’accumulo delle scorte ecc.; l’invenduto che si scarica o si distrugge ecc.; o tutto ciò che viene accantonato e utilizzato soltanto per la previdenza di terremoti, epidemie, probabili guerre). Sicché a un certo momento di questa economia deflagrata, conseguente alla periodizzazione delle vacche grasse, non è più il singolo consumatore l’oggetto della ricerca e della ripulsa, dell’invito o dell’invocazione, ma in toto la collettività; non più il singolo nella sua debolezza e fragilità economica, evanescenza sostanziale, effimerità, ma lo Stato, astrazione che si identifica nel bilancio e nella disponibilità finanziaria, nelle sue urgenze e nella sua corruttibilità, nella sua parziale indifferenza e nella sua scarsa “informazione”. A esso si possono e si debbono affidare gli acquisti globali, l’assorbimento una tantum. È evidente che siffatto mercato, in ultima analisi, non può sussistere che nei momenti di esasperazione delle cose e degli affetti; non può che ricomporsi nella morte delle cose. È un processo, e un progresso (nell’ordine delle date) verso la distruzione per “poter rifare”; indecorosa contaminazione di delitti e di dubbi, di scalate all’Olimpo e di mitomanie, di falsificazioni storicistiche e di richiami istituzionali. La produzione infatti, oggi, supera il consumo (è risaputo); il rapporto, drammatico, non è più, secondo la fenomenologia tradizionale, fra capitale e lavoro; ma fra capitale e capitale, fra produttore e consumatore; in conclusione: fra produttore e produttore, in una complementarietà di interessi e di problemi alle volte insormontabile. Al limite del dramma diventa una collusione e una complicità. Sicché pare sempre più evidente, dentro a questo contesto, che il sistema del capitalismo (la sua ideologia, più ordinata agli effetti e più aggiornata di quanto non fosse, e necessariamente apparisse, in passato) ha come fine ultimo l’interruzione dell’ordine ordinato (entro cui l’uomo può ancora esibire e arrischiare qualche scelta economica), il proponimento ciclico di una distruzione delle cose, la distruzione globale della merce per ricomporla; non più un assorbimento graduato ma un annientamento rapido; la dissipazione. E subito, la ricostituzione, la ricomposizione nel (e del) dolore. Non un “fuoco” secondo la casistica mistica così cara e accetta, domenicalmente, alla profumata borghesia italiana; e neppure l’ossessivo medievale liberatore di streghe e di incubi (sia pure); ma un fuoco che brucia (soltanto), pragmaticamente e banalmente inteso come “avventore”, insieme il più discreto e il più rapido fra i possibili acquirenti; certo più insaziato, quindi più accattivante di un gruppo di pellegrini pacificati dall’abitudine del consumo, disincantati dalla routine. Questo è un punto. Il benessere in effetti è soltanto per un momento “storia”; il periodo di adattamento, e di necessario trapasso, che il neocapitalismo concede al consumatore per abituarlo al consumo; un periodo di adattamento al consumo razionalizzato: tenendo conto che il consumatore, o ogni nuovo consumatore, par sempre un individuo liberato da poco dalla urgenza della miseria e della fame, e bisognoso di tutto. Lo svezzamento di costui, nella fattispecie, è per lo più affidato al tramite televisivo, che determina i primi choc; consegue poi l’aggressione programmata secondo i canali abituali: richiamo al nord, sottoimpiego, piccola officina, l’impiego in fabbrica, una qualificazione di mestiere e il via alle spese: frigo, tele, forno, aspirapolvere, motoretta, cinquecento, ecc. La politica delle strade e delle autostrade. Dentro a questo contesto la cultura si esprime in una consapevole acquiescenza. No, neppure è complice; essa stessa è partecipe (una partecipazione agli utili). Il rapporto è diverso da ieri; più preciso e pubblico, semmai con qualche ostentazione di civetteria. Fra capitalismo e nouveau roman non c’è la dinamica dei contrasti (o dei contrari) ma una consapevole integrazione; così come allora, fra fascismo ed ermetismo, sussisteva un’ambiguità calibrata, il languore dell’assenza (e la complicità consisteva proprio in quell’apparente evasione; come il non voler vedere ma già con l’ebbrezza di quel non voler vedere), oppure ci si adattava a una partecipazione sospettosa, un po’ lacrimosa magari, con qualche svenimento (femminile). Esiste oggi una suddivisione di impegni, una razionalizzazione degli incarichi “pubblici”; una partecipazione che in effetti è anche d’affari. Prima semmai era, egualmente colpevole, una sottomissione al braccio secolare, alle volte rallegrata da una tolleranza paternalistica. La nuova situazione in atto ha forse i suoi vantaggi ma comporta delle precise responsabilità pubbliche (non private – o soprattutto pubbliche) alle quali gaiamente tutti si sottraggono o che di proposito eludono. Questo tipo di rapporto, quale si è configurato negli ultimi anni, si può esaminare da due opposte posizioni, diacroniche: utilizzando strumenti marxiani, che sottintendono ab abundantia un dissenso “organico”; oppure esibendosi da una parte che s’invera in atteggiamenti dialettici ambivalenti: da una indifferenza provocante, per finire alla partecipazione o alla accettazione. Non credo, lo ripeto, che si possa concludere qualcosa, nell’ordine dell’opposizione a un siffatto sistema, presumendo di operare dal di dentro (così come non credo a tutte le sofisticate operazioni letterarie di mediazione, meglio dire atteggiamenti, che invece di esprimere idee coprono e sostengono una politichetta personale, sulla soglia della sagrestia). La particolare condizione italiana corrode(rebbe), è troppo noto, qualsiasi forza ideologica che cercasse di incunearsi nel vivo delle giunture, o soltanto di saggiarne le resistenze. La condizione nostrana è tale da potersi diagnosticare in tutta tranquillità come pericolosamente uniforme e caotica, sprofondata (nonostante le apparenze) in una intolleranza ipocondriaca, scettica al modo torbido e vacuo, sornione ma in fondo svirilizzato del sottoproletariato conculcato dagli eventi, che procede nel suo ciclo vitale condizionato soltanto dall’umore;oggetto, in un contesto storico, patetico e tuttavia alla fine commovente (il nostro mammismo) nella sua debolezza cronica e senza avvenire. La classe dirigente, non intercambiabile, è cavillosa, non specializzata; informata ma non profonda nelle sue cognizioni specifiche; è ampollosa, riservata in una cerimoniosità di affetti mistici; generica non programmante; in definitiva è inintelligente e indifferente. Oggi assistiamo all’ulteriore spappolamento del tessuto sociale, non alla costituzione o alla ricostituzione di una novità operativa; all’inalveamento dentro allo sperimentalismo linguistico delle istanze “politiche” di una letteratura che dovrebbe contrarsi altrimenti impegnata; all’assorbimento conclusivo delle residue speranze e delle velleità (non dico neppure dei propositi) anziché all’estrinsecazione non formale di un programma politico, sia pure a lunga scadenza, evidente e circostanziato; all’ossequio delle tradizioni (folkloristiche) e non al progresso verso le “novità” – cioè verso un nuovo modo d’essere, un cambiare totalmente la pelle. Intendo novità sostanziali, mein Gott, non le solite sbrindellate formulette da cronicario politico, da lazzaretto delle circostanze – di cui traboccano gli atti parlamentari dai tempi di Depretis e di Sella. Si vorrebbe insomma vedere incanalato lo stupendo raptus progressivo del tempo nostro – in sé grande – verso opere, e conclusione di opere, di pubblica utilità (e felicità): a) gli ospedali; b) le scuole; c) la riforma fiscale; d) la pianificazione urbanistica. Letteratura (cultura) e politica invece, in una crasi esistenziale, collaborano al ribadimento dell’élite neocapitalista. Da essa hanno ricevuto un compito, nel momento della divisione degli impegni, che si persegue soltanto con una apparente problematicità: il ricupero e la riqualificazione “archivista” di tutte le pratiche ideologiche e di tutte le forze d’urto: indagate, schedate, inanellate secondo un calcolo preciso. La letteratura, depauperandosi di sostanza ideologica, s’arrotola in se stessa per risentirsi “cantare”; una maretta dentro a una conchiglia. Illusa nel contempo, con faccia tosta, di disperdere le tracce della sua torpida ascendenza tradizionale, che si riferiscono al maestro “tardo” di tutti i possibili pateracchi, al gran reprobo, al mistico viaggiante, al signor di Gardone. Come lui, anche questi nipoti sognano i levrieri e si dissipano sugli scogli delle città, sia pure di provincia, per le loro canzoni d’oltremare. Divertono i borghesi (con sberleffi fingendosi delusi e picchiati, dimenticati e boicottati), soddisfano il committente, hanno qualche successo personale e la fotografia sul rotocalco – tutto eguale a sempre, nei progetti, nei propositi, negli equivoci. Perfino nella difesa, al fine, dell’etica tradizionale; nell’immobilismo organico. Nei riferimenti di quella che s’usa chiamare oggi, in modo più corretto secondo la storiografia amica, non già controriforma ma semplicemente riforma cattolica, si può inferire che il neocapitalismo è, in effetti, la riforma capitalista (in opposizione a un primo riformismo economico); cioè è il sistema che eguaglia e congloba, in selezioni dinamiche e in verifiche, tutte le forze, e soprattutto le forze economiche, ma non solo quelle, che difendono comptu sui l’etica tradizionale (non mica per convinzione!). È qui uno dei punti fondamentali a mio parere, e la ragione vera di ogni disputa; altrimenti che importerebbe disquisire sul sesso degli angeli stilistici? È ancora lo scontro di due ideologie globali; la “messa in chiaro fenomenologica” della realtà contro ogni mistificazione irrazionale o contro ogni razionale mistificazione; sì, ancora una scelta che implica, come sempre in verità, il destino dell’uomo. Mescolare le carte della ragione, sostenere la “necessità” o l’utilità della contaminazione (prego, in un paese come il nostro!); divagare per sorprendere o per stancare – utilizzando a questo fine anche alcune stanche ombre; procedere all’avvelenamento dei pozzi, mescolando avanguardia e socialismo in un côté di autentica conservazione; indifferenti alle richieste di fondo, e alle necessità, di una società che non cerca il compianto, o gli isterismi di giovinetti declamanti, ma soluzioni tecniche che risolvano affanni antichi, e appaghino antiche morti. A tutto si oppongono, con la connivenza di alcune operazioni di freno sociale e di invalidamento di ogni attesa. In occidente poco è mutato, nella sostanza, da duecent’anni a oggi, se non nell’elenco allungato delle distruzioni di guerra, degli inganni patiti dalle collettività nazionali dai retori di ogni tipo, e dei cavilli giuridici sul corso dei fiumi. Pretendere che sia possibile “revisionare i motori” nella calma domenicale del sistema neocapitalista è un’illusione che trascina essa sì alla staticità, nel sogno di un moto che non c’è, e dunque a quell’autentico immobilismo mascherato dalle circostanze che è proprio voluto e ipotizzato dagli altri e a cui concludono tutte le cose nostre. In questo giuoco al livello più basso (e tragico), la letteratura – che interpretata gramscianamente doveva assumersi un pubblico impegno di rottura e di frazionamento e smascheramento delle circostanze e delle persone – decisivo, intendo, ai fini di un’operazione globale – ha ceduto e procede cauta e nevrotica, immedesimata nei propri errori, teorizzando di voler rappresentare anziché discutere, di limitarsi all’osservazione critica anziché all’affronto, esibendosi intelligente e mondanuccia all’uso più smaccato di fuorivia. In questo momento neocapitalismo e letteratura nuova, in situazione di piena analogicità direzionale e di asserita comunicabilità economico-politica, sono assestati su posizioni di preminenza specifica e di riconoscibile individuazione; apparentemente, e per il momento, senza “avversari” plausibili. In questa operazione di assunzione culturale del potere, o di assunzione del potere culturale, l’aspetto più irritante, e a un tempo disarmante, è che procacciatori dell’ideologia marxista, delusi dall’immobilità imbarazzante o tattica, si sono prestati a lasciarsi sussumere senza troppa discussione; sicché è in atto un’operazione conclusiva con cui i nuovi rettori e le teste d’uovo si prestano vicendevolmente i programmi e le credenziali ideologico-stilistiche e discutono i termini di una comune operazione verso il potere (o di potere), verificando nel contempo i possibili ricuperi, in una comune utilità, dei trombetta di un tempo. E si intessono i primi legami con i gollisti e i timidi marxisants di Francia e con gli insipidi socialdemocratici d’altre zone e paesi. Stringendosi nelle file, in un momento decisivo dell’operazione, il neocapitalismo occidentale non può trascurare di organizzare il proprio settore culturale adattandolo a queste circostanze, in cui il liberalismo amministrato eccita (e provoca) gli sperimentalismi ontologici. È vero fino in fondo che in tal modo si propone (si è già proposto) e si vuole ottenere (si è già ottenuto) che la letteratura si svii dal pensare alle idee “grosse” e badi a se stessa, illusa di cantare riguardandosi a uno specchio depurato; e goda di questa apparente libertà nel successo. Ma la poesia non ha tempo per la libertà.
Nuovi Argomenti, n. 67-68, marzo-giugno 1964.
Il Libro Paradiso
1. La creta, la selenite e l’arenaria.
Di qui nasce il colore di Bologna.
Nei tramonti brucia torri e aria.
22. A che punto è la città?
La città è lì in piedi che ascolta.
Io non dico il privato è politico.
Dico anche il privato è politico.
24. A che punto è la città?
La città si nasconde le mani.
I democristiani non governano l’Italia
ma la gestiscono.
In trent’anni l’hanno succhiata leccata masticata
peggio dei Visigoti
e di Attila che correva a cavallo.
Al confronto Attila è una farfalla dai novanta colori.
Questi hanno facce di pesci-tonno, pesci-guerra, pesci-fuoco.
27. A che punto è la città?
La città legge la sua pergamena.
Un giorno gli schiavi sono vestiti di bianco.
Quel giorno l’impero di Roma è condannato.
Quando gli uomini si contano
un momento di storia è cominciato.
31. A che punto è la città?
La città tace perché non è più primavera.
La verità è il massacro.
Il massacro è la realtà.
Mille creature tagliano l’acqua con il coltello affilato
per guardare il sangue del mare.
33. Oggi è già domani.
Sono in molti a parlare dell’uomo che cammina col
suo passo di polvere e con la pazienza di un frate
per raccogliere cipolle e inoltre per salire sull’albero
delle ciliege.
Da lì si guarda il mondo.
Ma il mondo è rovesciato.
34. Dentro a questo mondo-mercato
è urgente decidere
di vivere non di morire.
Prendere e non lasciare.
Non servire.
Ogni parola è stata consumata.
73. La tua sorte è legata alla mia.
Le azioni non giustificano se stesse.
Ogni azione
una per una
per passare nella cruna dell’ago
ha bisogno di motivazione.
Ogni atto è morale o non è.
Non lascia margine a un gioco.
Cento volte si deve cercare la pietra
giusta per accendere il fuoco.
75. A che punto è la città?
La città in un angolo singhiozza.
Improvvisamente da via Saragozza
le autoblindo entrano a Bologna.
C’è un ragazzo sul marmo, giustiziato.
76. A che punto è la città?
La città si ferisce
camminando
sopra i cristalli di cento vetrine.
77. A che punto è la città?
La città piange e fa pena.
Poi elicotteri in aria
perché le vetrine son rotte
Le vecchiette allibite
perché le vetrine son rotte
Commendatori adirati
perché le vetrine son rotte
I tramvieri incazzati
perché le vetrine son rotte
Tutte le strade deserte
perché le vetrine son rotte
Carabinieri schierati
perché le vetrine son rotte
Sessantamila studenti
perché le vetrine son rotte
Massacrati di botte
perché le vetrine son rotte.
79. A che punto è la città?
La città si scuote come un cane.
Il ragazzo ucciso è seppellito
con il rito formale.
Segue la pace ufficiale
con i poliziotti ai cantoni.
In galera centottanta capelloni.
Grida la gente: lazzaroni
studiate
invece di far barricate
per mandare in malora una città.
Non si trascina alla gogna
la città di Bologna.
Chi è studente va con la ragazza
non in piazza a farsi ammazzare.
90. A che punto è la città?
La città è confusa, ha un momento
di tremenda agitazione.
Il suo dolore butta morchia e fuoco.
La città va avanti a muso duro
e alza le parole come un muro.
97. A che punto è la città?
La città ansima e ascolta
il suono di un chiodo che ferisce
strisciando sul vetro di marzo
e così dice:
98. Era un ragazzo venuto dal niente.
ucciso per strada.
colpito alla fronte.
era un ragazzo venuto da niente.
gridava la gente.
scappava sul ponte.
era un ragazzo, le ore del cuore
le passava sui libri
a mangiare il furore.
una mano di sangue strisciando sul muro
picchiò con la rabbia
un colpo sicuro.
la gente piangeva, era freddo cemento
l’asfalto disteso
e lui moriva nel vento.
bandiera stracciata. un mese è passato.
La terra è fiorita
sul suo corpo straziato.
107. A che punto è la citta?
La città apre le porte e cammina per strada.
108. Cosa dice la città?
Dice che nell’inverno del ’76/’77 non ci fu neve.
Dice che in marzo è ancora inverno.
Dice che adesso è aprile.
Dice che ogni giorno aspettiamo qualcosa.
Dice: Eco? Umberto? sarà il nuovo rettore?
110. A che punto è la città?
La città riacquista i suoi colori.
Ma noi per eterni languori all’italiana vediamo
ripetersi la scena che accompagnò all’inizio degli
anni Sessanta la gimkana del centrosinistra, quando
un partito fu dato in pasto ai leoni che lo spolparono.
Il gestore del pranzo di gala, furbetto
e sciapo quasi a chiedere scusa, fu l’on. Moro.
Oggi col suo occhio sbiascicato
eccolo riapparire
con il mandato e la giustificazione
di masticare la nuova polpetta
in un solo boccone.
Ma senza fretta senza fretta senza fretta.
113. Cosa grida la città?
La città dice che l’età dei guerrieri è finita.
Dice che ieri è cominciato il tempo
degli uomini-rana, degli uomini-gabbia,
degli uomini-lamento.
114. Ma che non si può finire
col non dire più niente.
Se si tace, il silenzio è la morte.
E nella notte resta solo voce di vento.
125. Dice che
la violenza è stupida e imperfetta.
La violenza è un luogo comune.
La violenza è vecchia e senza fantasia.
La violenza è inutile e malada.
Dice che
la libertà è difficile
e non è lì che aspetta.
La libertà fa soffrire.
La libertà spesso fa morire.
La libertà ha tre segni semplici e terribili:
vuole la mano
vuole il cuore
vuole la pazienza.
Conoscere non vuol dire distruggere
e poi amare la cosa distrutta.
Amare ciò che si è distrutto
non vuol dire lottare perché
una nuova verità sia avviata.
Un ultimo dubbio è la più
urgente delle necessità
ed è conoscenza vera.
Chi è sul carro o su un carro
deve buttarsi a terra e correre correre lontano
quando il traguardo è a portata di mano
e il carro è vincitore.
Non offrirti così non sarai comperato.
Questo non è un tempo orribile.
È un tempo nuovo.
Non è un tempo impossibile.
È un tempo che non perdona ma in cui ogni sera
si aspetta una notizia vera
da Maratona.
1977
Cento poesie
Il socialismo non c’era ancora.
Bisognava scrivere molto.
Šklovskij in Majakovskij
1. Carmelina, come se miett’ u’ tiempe?
Lu tiempe se mitte male,
tira u’ viente.
2. A Bologna sulla piazza Maggiore
attraccano le petroliere.
Questa è un’epoca storta.
Le petroliere lavano le cisterne
e buttano fuori morchia.
3. Ma io a Bologna da che parte stavo?
E tu in Italia da che parte stavi?
Lui nel mondo da che parte stava?
Il fuoco di marzo si è spento e seccato?
Il vento d’aprile l’ha tutto lavato?
Anzi, non c’è più prato?
Quest’anno, è un dato,
le api non hanno lavorato.
Il miele d’acacia costa quanto l’oro.
4. Noi faremo fatica a invecchiare.
Oggi vogliono
il consenso generalizzato.
C’è poco da scherzare. Ma io so
che non lo posso dare.
5. Solitudine italiana terribile
Violenza triste non fa primavera.
Violenza/solitudine è una sera
spaccata col coltello
anzi è cuore di vitello
sul piatto del beccaio.
Non lasciamoci sopraffare.
Approfondire e cercare.
Non sbalordire sui sintomi,
concludere. Fare senza gli specchi.
Non voler sbalordire.
Approfondire, cercare.
38. A discorso con breve discorso.
A poesia con una poesia.
A un morso con un morso.
La tendenza degli stati moderni
è di fare colpa
d’ogni opinione globale.
Resisti. Il male chiama
straordinaria pazienza.
Resisti. Non perderti.
Non perderti. Resisti.
Domani. Domani. Intanto
conta fino a cento. È spento
il televisore.
41. È allora un paese che fa pena?
Un paese corrotto?
Un paese scollato?
È il paese di Bengodi?
Un paese disastrato?
Trattato al difenile?
Con uomini/donne che sono gatti nel cortile?
Sofisticano anche il pane?
È un paese con la scabbia?
È la schiena di un cane?
42. Il fondamento è l’uomo.
Con le sue nebbie e con i suoi inverni.
Il fondamento è la rabbia buona dell’uomo
un tuono che promette
pioggia d’estate.
La nostra vita sembra
un fiammifero che non s’accende?
Fra mille anni sapremo
la libertà cos’è.
Per ora aspettare
i grandi pesci che approdano carichi di uova.
L’acqua nel mese d’aprile è tutta gialla.
44. Galantuomini in Lebole
che sgovernate l’Itaglia.
Ma io a Bologna da che parte stavo?
Culi secchi maledetti.
Maledetti tre volte.
Che vi vengano le doglie.
Ma io a Bologna da che parte stavo?
Culi secchi. Le cicogne
bianche esili e carogne
prossime a scomparire
possano beccarvi le orecchie
che avete chiuse e strette
per non udire.
Io a Bologna stavo
non dalla parte del vento e del fuoco
ma all’ombra di un dolore.
52. La questione non è
se si debba dare o non dare a quei signori
nuovo potere
ma se si debba insistere
affinché sia tolto a loro quel potere
che hanno già.
Tutto il potere e per sempre.
76. Un sano accompagna un pazzo a una
visita nella clinica. Lì il savio
trova ammalata di mente un suo vecchio
amore e il pazzo trova sana e vitale
un suo vecchio amore. Alla sera quando
escono e la giornata nonché la visita
sono finite il pazzo è rinsavito e
il sano è impazzito.
Io ho cento anni
e sono nato ieri.
82. La politica è fare?
La cultura è pensare
o è giustificare?
La cultura è fare
una per una e tutte
tutte le cose pensate.
83. Ricordo la morte
di venticinquemila gabbiani
dentro al petrolio nel mare del nord.
Ricordo la morte
di due giovani assassinati
nella periferia di Milano.
Ricordo la pazienza e l’amore
di centomila persone
che li seguono piangendo.
Tutto scompare sempre troppo in fretta.
La nostra vita/saetta
cade spesso in un campo di cenere.
84. Risposte risposte risposte.
Non sbalordire sui sintomi.
Concludere.
Dare mille risposte.
Il tuo dolore è il mio dolore
non il mio piacere.
Io non ti invidio.
Ti amo.
Non perderti. Domani…
85. Parliamo
di questa guerra per bande che è la poesia.
La poesia è una mela?
Si legge per dispetto?
Si ascolta come il temporale cupo
del telegiornale?
È una partita d’arance andata a male?
È un suono secco un suono duro?
Una mano al catrame contro il muro?
È l’ombra di una cosa
ed è la cosa
è la voce e il cuore della cosa
ed è per sempre il suo futuro.
90. È inutile chiedere “resta”
se qualcuno vuole partire. Il
branco di oche che sembrava migrato
è lì fermo nel cielo che aspetta
dentro a un vento gelato.
Scoppia la luce
mentre noi lo guardiamo.
Certo sarà annientato
perché il tempo di partire è già passato.
92. Vivere è pazienza del mare.
Vivere è la pazienza del leone
che aspetta sotto il sole.
Se grande è il dolore del mondo
dobbiamo vivere dentro a questo dolore.
Per un po’ decido ancora
di sorvegliare i fatti e di aspettare
non per sempre
ma per quel tanto di tempo
necessario.
Togliere un altro foglio al calendario.
94. A Bologna da che parte stavo?
Essere liberi di decidere
liberi di realizzare
liberi di lavorare
liberi di sbagliare
liberi di ricominciare.
La libertà vuol dire
essere almeno una volta felici.
Non stavo dalla parte del lupo
ma dell’agnello.
98. E ho cercato di mangiare il pane
con quanti vivono nella disperazione
e sono i più miseri e straziati. O i
più offesi.
E ho cercato di accompagnare ancora una volta il vicino
e il lontano mentre taglio la gola
al lamento (inutile) e all’ombra
della vita che cade
sulle spalle. Dato che cammino
verso la morte.
Spezzare sotto i piedi la rabbia in cui
ognuno deve specchiarsi.
99. L’intellettuale monopolistico
(che ha tanti tanti lettori)
dà la sensazione che poca gente
lavori sulla testa di tutti.
100. Io a Bologna da che parte stavo?
Un giovane morto regalava
la sua libertà agli altri.
La città piangeva.
Oggi piange l’Itaglia.
Il campo delle patate è stato saccheggiato
da mille talpe.
Nei musei gelidi il vento di favonio
copre di neve le mani delle madonne.
Nei palazzi antichi
corrono fantasmi impazziti
perché suonerà mezzanotte. Dopo
nessuno può contare le ore.
Piange l’Itaglia
mandria di bufale abbandonate
nella terra che non dà fiori.
Qua sei qua stai.
Qua lotti, non ti fermi.
Nostri sono gli anni che vengono.
1978
Trenta poesie
1. Ero molto deluso quel giorno e
mi bruciavo sul ferro.
2. Cummings che dice io porto il tuo cuore nel mio cuore.
3. Miles Davis alcuni anni fa in un palazzetto dello sport.
4. Nelle case allineate
i televisori sono accesi
le luci abbassate
le cucine riordinate
le persone congelate
con il braccio sul tavolo a guardare.
L’aria livida da cimitero.
Una luce fra il bianco e il nero.
5. Jim Morrison chiede prima di morire cosa hanno fatto
[alla terra? Voglio udire l’urlo della farfalla.
6. Non aveva egli pazienza.
Così ha scritto sull’ardesia
[pietra che brucia]
codesta frase giacobina:
la libertà si consuma
mentre la ditt. cammina. E
procede. Così come procede la vita…
erto questa poesia è incompiuta.
La finirò domattina.
7. I pensieri di alcuni bambini.
8. Il racconto di Alcide Cervi quando comincia a dire:
[Questi sono dolori grandi, che offendono la vita.
9. L’ultima orazione di Castro sul Che.
10. Incollare la pagina tagliare le pagine. Spegnere il lume,
[abbassarlo. La notte può essere inverno. Seduto
davanti alla porta vedo sgozzare il maiale.
11. La pioggia taglia le mani e i capelli
io io io…
12. Poiché non c’è l’occasione per un solo grande dolore
assumo mille rimedi e medico le ferite della speranza.
Lascio cadere i miei occhi sulla brace
e mi confronto con la spada del mondo.
12. Un manovale che si è impiccato in carcere viene
[seppellito per pubblica carità.
13. Con mio padre non parlavo mai tranne qualche sera
[quando tornavamo tutti e due dalla città.
14. Le parole dei poveri
nascere e camminare.
Il riso di un padrone chiude con violenza una porta.
15. Non dico le parole che amo dico solo le
parole che ricordo.
Un altro farà una strada più breve noi
dobbiamo andare in salita.
16. Le ultime poesie di Hölderlin Scardanelli: lo spìrito di
[Dedalo e della foresta è il tuo.
17. La ruota del mulino
la ruota del suo mulino
il falegname la pialla l’acqua scorrente del fiume la
voce del mugnaio che batte il grembiule e chiama le anatre.
La colorazione della pianura è un giallo fradicio
un rosso gridato che
talvolta si perde nel verde nel nero vacuo nero grigio nero
[nero
nero sapiente e
prelude (non posso fare a meno di pensare che preluda)
[alla notte.
18. Il futuro si apre ogni giorno e brucia la mano.
19. Parto da zero.
Le chiatte brulicano di luci mentre sul fiume adesso è
[caduto l’inverno. Dove prima ottobre
staccava i rami con un sorriso e l’io errante di me
poteva lasciare orme non labili contrassegnando il percorso
occhi di cervo abbandonati sulla riva
guardano le voci di un altoparlante davanti al bar.
Qui ci sta un soldato che non ha meta e ride.
La forza taumaturgica delle maschere è grande se appena
dieci minuti fa ho visto Colombina passare in un treno
[per Basel.
20. Così un racconto ho cominciato qua con tre orsi (che
[ballano) di pelle nera
ballano vicino a un fuoco circonflesso da una luce rotta e
[lasciano impronte lasciano sulla neve orme di
sangue
i bevitori d’acqua i bevitori di lacrime i bevitori di parole.
21. La prima parte si riferisce a un sentimento appena
accennato di disperazione e preannuncia qualcosa.
È come guardare un gatto negli occhi.
Nella seconda parte un uomo scocca i suoi dardi senza
pensare al futuro che è troppo vicino e senza pensare
al passato che è troppo lontano. Così.
Stretto fra i due muri di ieri e di oggi
l’uomo quest’uomo partecipa alla guerra dei mondi. È
[l’alba.
Il sonno di ognuno è spazzato via.
La pianura dalla città al mare si copre di polvere. I
cavalli fumano sciabolano l’aria volano.
Oh la tranquilla ironia degli angeli nudi
che prendono il caffè
seduti sulle nuvole e si preparano allo spettacolo.
Due motociclette su un filo di
acciaio disteso salgono fin lassù portando notizie dalla terra.
22. Ma in generale il racconto è il racconto delle ceneri di
[un uomo
portate da una città all’altra della pianura padana.
23. (segue)
24. Mandel’štam, Pil’njak, Oleša, Babel’ e la signora Cvetaeva
guardano in silenzio camminano per la pianura
si avvicinano ascoltano parlano.
Raccolgono la neve
25. La Polonia non è lontana è vicina.
Guarda attraverso i vetri.
Aspetta.
26. Due capre si dissanguano
dentro l’ombra degli elicotteri.
Siamo ormai nel duemila.
Non soffocherete più gli uomini, signori del fuoco!
Spartire le cose pescate è un atto di giustizia.
27. In questo stupendo intrico del vivere
c’è troppa tempesta poco tempo nessuna soddisfazione
mentre aggiungono che la bellezza è andata perduta
e io confesso che sono stato felice in qualche momento.
Le macchine volanti piegano gli alberi segnati da una
[vecchia
tempesta
escono fra le foglie uomini di rame
e un ragazzo albino siede davanti alle pietre
accecato dalla luce.
28. Vivere ascoltare imparare
navigare su un fiume
partire partecipare ritornare
con sette cuori diversi.
29. Il potere è ancora potere soltanto.
La verità è difficile.
30. Allora anche voi
passate transitate transite
ma non disperdetevi.
Cercate ancora.
[Ripeto: accade più in un’ora che in cento anni].
1980
Poesia su alcune rovine della guerra, sulla
immaginazione che non si quieta, su una mano monca,
su un pianista di Danzica
Il testo è diviso in tre eccessi, così:
il primo fa riferimento a un incendio nel cielo di
Mosca al tempo, in un tempo… ’o tiempe de’ gnà Ava:
il secondo si riferisce allo sgomento che afferra alla gola
qualcuno quando scende la sera fra le rovine di una città
[assediata
e il bombardamento continua interrotto da ore;
il terzo eccesso voglio ripeterlo con queste parole: rifletti
con severità prima di scrivere la lettera d’addio
perché la parola scritta
può far pentire.
La parola scritta non si muove è lì e l’occhio ricorda. Lei lì rimane
MA IN QUEI GIORNI.
Ma in quei giorni anzi in quegli anni anzi in quel secolo là
dove si sperdeva la vita che avevo vissuto. In quei giorni
l’immaginazione era in movimento. Tremenda. Instabile. Per
esempio.
Per esempio vedeva il soldato stracciato fra cento rovine
suonare suonare in strada un brano leggero di Mozart
lì vicino un giovane bianco come la neve di
Carrara urlava pregava di essere ucciso per carità.
La vita era una arancia spaccata per terra.
Ma Mozart volava più alto di ogni pietà. È universale, Mozart.
Mozart non si fa intenerire. Lui suona in mezzo allo
[scempio del mondo.
Per esempio il soldato sogna quanto sarebbe stato migliore
se nato in tempi diversi o sotto un’altra bandiera
mentre scrive sulla sabbia queste parole: la sera tarda a
[calare.
Intanto
SUONA CON LA MANO MONCA IL PIANISTA DI DANZICA
AQUILONI NERI ROSSI CADONO FRA LE PIETRE DELLA CITTÀ
BRUCIANO GLI OCCHI DI UN VECCHIO DISTESO NELLA
[PAGINA BAGNATA.
Sogno di sottoscrivere le seguenti parole:
non sappiamo corrispondere alla necessità dei giorni
che si alternano ma neanche possono ammonirci
nelle giornate d’inverno vi abbiamo cercato senza trovarvi
MAI
……………………………………………………………
Non so non ricordo se alla tivù alla radio al radiotelefono
[per fax
o in qualche giornale ho visto ho sentito l’uomo braccato
inseguito fuggire e l’uomo ferito straziato
nel viale di notte col fiato che cade per terra
NON SO SE POSSO ANCORA CHIAMARLO AMICO FRATELLO se
immedesimato in questo circo di vecchie parole
ho diritto alla mutua del cuore, all’adeguamento della
[pensione
per il pensiero o sono un operaio anch’io in cassa
[integrazione in
attesa di tempi migliori
PERCHÉ ALLA MIA ETÀ SE SONO CACCIATO NON TROVO
[LAVORO.
Scacciato dall’albergo delle muse discrete, delle tiepide
[muse,
non trovo altra casa se non al cinema Alfa
la sera in cui danno un film di Herzog che fa delirare.
ma per rifarmi alla considerazione iniziale:
quando immagino qualcosa, in realtà
penso a un viaggio. Di partire non di morire.
Dicono che è segno di animo inquieto dovuto all’età.
Arrivo in Italia da dove:
negli anni Cinquanta la mafia contro lo Stato
negli anni Settanta la mafia nello Stato
negli anni Novanta la mafia è lo Stato.
È bravo chi in questa stagione può sedere al caffè.
1980
Sullo smarrimento, sul ritrovamento e sulla giusta
conservazione degli oggetti del cuore o della memoria
1. Molte annotazioni si rendono necessarie nei tempi
[attuali.
Come compagni di questo viaggio in carrozza da Milano a
Ginevra oltrepassando il Gottardo nel periodo delle nevi
il sottoscritto (il sottoscritto) ha la fortuna (ha la fortuna)
di indicare i nomi seguenti:
SUOR INÉS DE LA CRUZ (Rosa che al Prado, encarnada
te ostentas presuntuosa
de grana y carmin bañada
Rosa che sul prato
con il colore fresco della carne
svetti senza alcuna modestia
bagnata di grana e carminio)
HEBBEL (FRIEDRICH HEBBEL) La vita è risvegliarsi
FRIEDRICH HÖLDERLIN, con riferimento alla morte di
[Empedocle
Pausania risponde a Panthea:
Si è congedato e da quel momento
non l’ho più visto.
Là, sulla montagna, ho chiamato,
ho gridato
ma inutilmente.
Certo ritornerà.
Certo ritornerà.
Perché la vita è risvegliarsi… Rosa che sul prato…
Non da un lungo sonno… Rosa con il colore rosa…
Non da un sonno breve che
dalla notte porta viaggiando (al mattino).
O nelle ore notturne
approfittando del silenzio del mondo
consente di riordinare gli oggetti nella stanza del cuore
[appartata.
Cogliere le occasioni, ritenere
che niente è superfluo, niente deve essere buttato.
GLI OGGETTI DELLA MEMORIA SI DISPONGONO COME LUCI IN
UN MARE PROFONDO. Sfioro con la mano
l’acqua ricordando il pianto senza futuro dei compagni
di Ulisse.
2. Un assassino che si fa svegliare…
Sull’acqua del fiume lucido come il tempio azteco
frantumato dalle nevi…
sull’acqua disteso
passa veloce… disteso sulla neve dell’acqua
il corpo di un uomo giovane trapassato da una
freccia d’oro sul fianco…
Un assassino che si fa svegliare
dall’uomo che vuole assassinare.
Avevo deciso di ucciderlo alle sei
lui si svegliava alle sei ogni giorno
io dormivo lungamente fino a mezzogiorno
DUNQUE LO PREGAI DI SVEGLIARMI
frantumato dalle nevi sull’acqua disteso
lucido tempio azteco trapassato da una freccia nel cuore
un assassino con la maschera d’oro splende nel sole
profondamente pallido che si nega ai veli della sera…
il corpo giovane sfocerà nel mare
IO DORMIVO LUNGAMENTE FINO A MEZZOGIORNO
in quel momento conobbi la volontà di trafiggere
con un colpo d’oro la grande vita del sole
LUI CHE SI CONSUMA ADAGIO ADAGIO PRIMA DEL TRAMONTO
dal più profondo dell’anima
3. Arrivati a Genova
dopo un viaggio fortunoso dentro la tormenta delle Alpi
suor Inés de la Cruz scende al braccio
di Hölderlin che domani dovrà risalire il Neckar
EL DISCURSO ES UN ACERO
QUE SIRVE POR AMBOS CABOS
il discorso è come una spada
affilata da entrambe le parti
PARLARE
DUNQUE
PUÒ
FARE
ANCHE
MORIRE
Hölderlin si inchina
Hebbel è già lontano (HA DETTO: CERTO CHE SAPREI
[ARRIVARE ALLA VERITÀ
SE ALMENO AVESSI IL TEMPO DI SBAGLIARE. DI SBAGLIARE).
La poesia è una cosa…
I diari di Hitler (che sono falsi)
la risposta del generale argentino (autentica)
il bambino (orfano di genitori assassinati) che sorride
[dalla pagina
di un giornale perché l’hanno venduto a una famiglia
[italiana e adesso
lo cercano ma non lo possono più trovare
QUANDO ANCH’IO ERO GIOVANE
MOLTO GIOVANE
TROPPO GIOVANE
AHI!
MIA MADRE COI SUOI LUNGHI VESTITI
I SUOI LUNGHI CAPELLI…
Oggi andrò
(essendo un maggio di buona lena e di cielo onesto)
al mare.
Mi sveglierò presto.
Andrò al mare
per non lasciarmi sgomentare
dalle cattive notizie.
OGGI NON LEGGERÒ I GIORNALI
SEMPRE PIENI DI MALI DISGRAZIE MISERIE
Con i piedi fra la sabbia guarderò le formiche
un pezzo di legno sull’onda
lenta
gioconda
profonda
del mare
ascolterò il vento
SULL’ACQUA DEL MARE HA UN SUONO STRAORDINARIO
QUANDO ARRIVA CON UN PICCOLO GRIDO SULLA RIVA
[DEL MARE
COME UN TRENO RAPIDO D’ARGENTO IN ORARIO A UNA
[STAZIONE SUL MARE.
I DIARI DI HITLER (FALSI MA POTREBBERO ESSERE ANCHE
[VERI)
la risposta del generale argentino (VERA MA NON POTREBBE
[ESSERE FALSA)
il bambino
anch’esso argentino
orfano di genitori ammazzati
sorride dalle pagine di un giornale italiano…
MA OGGI SUL LITORALE (ADRIATICO) ARIA DI FESTA
NEGLI ALBERGHI PIENI SI MANGIA LA MINESTRA DI GAMBERI
FRIGGONO IL PESCE VERDE NEI RISTORANTI
CON LE PALME DAVANTI
Quando ero giovane
molto giovane
troppo giovane
ahi!
mia madre diceva che mi voleva bene
E IO IO NON VEDEVO IL MONDO NEANCHE LO CONOSCEVO
MA ALMENO SONO STATO PER UN ANNO FELICE.
Più felice del bambino argentino
che a causa di un generale
sorride dal giornale
e non ha nome
DATO CHE L’HANNO VENDUTO E COMPERATO
SOTTO BANCO
E HA VIAGGIATO FINO ALL’ITALIA
FRANCO DI SPESE POSTALI.
Autobiografia
Nato con la pioggia d’argento.
Nero d’inchiostro.
Aveva vent’anni nel mese d’agosto.
A settembre chiese le penne
volava insieme ai piccioni neri che si sparano contro i tralicci.
Diventa ape.
Scuote il cuore delle rose
cadute da un carro di saltimbanchi che parlano italiano.
Conosciuto Scardanelli
dimorò alcuni mesi sulle rive del Neckar
dove ragazze di legno
affiorano al tramonto vicino alla riva.
Vecchio all’improvviso.
Ma ancora aspettava
non sapeva cosa.
Non dimenticò ciò che era stato.
Aveva trentatre anni – l’età giusta di Cristo.
Aveva vent’anni – l’età giusta di Cristo.
Eppure…
Dimenticò il passato – fu sola speranza.
Di fronte ai convitati di pietra non tutti gli
specchi erano stati consumati anzi gli specchi
riflettevano episodi appena accaduti che molti
cittadini hanno rimosso. Lacerandosi…
erano ricordi di giovani fucilati
ricordi di giovani travolti da vecchie fatiche da vecchie
autoblindo
dentro al vento delle foreste d’asfalto o singolarmente
perseguitati
adesso che questa città è spampanata e sembra una
quercia in novembre e nessuna voce
nessuna voce
nessuna voce
si alza s’alza più s’alza ancora
a dire che oggi
è ancora ieri.
Nessuna voce nessuna voce nessuna voce.
Volano merli impolverati da una strada del cinquecento a
piazza Maggiore e
di notte un vecchio che ha un nome segreto
col bastone d’abete sotto il portico
dice “bolognesi
siete forse morti dato che siete così ricchi e
d’altra parte vedo che siete così poco felici nonostante il
forziere
per questo mentre il cielo affonda dico bisogna
legare per l’occasione la fune di un nome
americano a un nome
russo a un nome italiano e dico che dietro la musica rock
ci sta il lamento di un lupo che non si è addormentato.
È venuto il tempo degli uomini vili?
Chi muore sparato
o chi vive consumato
è subito dimenticato?”
UNA CONCLUSIONE PERSONALE:
ascoltare il silenzio non è ancora possibile.
Alcune frasi di un uomo che cammina su un ponte
Dove succedono le cose cominciò a nevicare il giorno ventotto
(agosto) gennaio nevica nevica
cominciò un cavaliere armato a sperdersi fra gli alberi delle
foreste e fu divorato dai cani dicono
i cani inselvatichiti cominciarono a urlare mentre cresceva la
luna così pallida sul ghiaccio bianco, oh bianco/ Era il
[mondo
bianco da est a ovest, da nord a sud bianco e con la nebbia si
scioglieva fra le canne dei laghi/ Mi sono
anch’io mi sono perso e trovato, un giorno
ero un sasso mi sono ritrovato piuma ero anche caduto
per terra e mi sono all’improvviso alzato tanto che in
[questi giorni
in cui l’autunno si annuncia con le sue foglie che cadono
[gridando
ho poca voce ma simile a qualcosa in
croce fra terra e cielo mi annido
fra terra e cielo ma non ancora fra le nubi regine della
[luce e
dei venti polverosa sabbia/
Spegnerei col dito il profilo di una montagna contro i vetri
Bob Dylan parla solo a me e
stravolge la bocca
ma è lei che viene lei che cammina scalza sulla neve lei
[scalza sulla neve
anche se in quel tempo mi sarebbe piaciuto ascoltare la
[voce
dei delfini
avendo letto in un libro che sono molto intelligenti
ma abito lontano dal mare/
È lei che arriva alla sera.
Occhi di gatto sugli anni Ottanta a pag. 54: poi andrà a
[sedersi
su una panchina del parco/ Ma lì non succede niente
NIENTE
se non un cadere
se non un cadere
il cadere delle foglie nell’ambito dell’autunno quando è più
dentro alla nebbia gialla/ poi si è seduto su una panchina del
parco/ poi invece di sedersi cammina
NON C’È NIENTE DA RIDERE… DOVE STAI ANDANDO?
il cadere delle foglie nell’ambito dell’autunno nebbioso
[dentro
al silenzio del parco
pensa io siedo su una panchina
guarda calare una nebbia gialla trascinata dal carro del sole
la nebbia guizza è un pesce lungo la riva del lago
il cadere delle foglie
questa presente solitudine
il carro del sole la nebbia
non predispongono ad alcun genere di considerazioni
[particolari
NON INDUCONO AD ALCUN DOLORE/ INFATTI
la foglia cade sulla mano la guarda sorridendo
la guarda con un sorriso
si alza cammina
oppure da altra direzione arriva vicino alla panchina siede/
occorre dire che la solitudine pesa/
pensa lasciami solo/ Ti lascio solo vado ritorno mi telefoni
[dici
volevo sentire la tua voce
sono triste parliamo/
a un figlio puoi stringere la mano
a un giovane dire che il fuoco brucia se vuoi se credi se lo
desideri sta attento
ti preannuncio solo che il fuoco brucia può bruciare/
Occhi di gatto sugli anni Ottanta a pag. 87: nei secoli il
rapporto d’amore è sempre esploso
dentro a una perplessità generale terribile gialla come la
nebbia autunnale CREDO DI SAPERE/ CREDO D’AMARE/
[NON SO SE POTRÒ
CONTINUARE A SAPERE CONTINUARE AD AMARE
non so se potrò continuare la vita/
il rapporto fruscia col rumore delle pagine sfogliate di un
libro
arriva all’ultima riga/
quando arriva alla pagina finale
sarebbe opportuno avere capito bene il senso della scrittura
PER NON AVERE/ COME SI OBIETTA/ RIMPIANTI
Occhi di gatto sugli anni Ottanta a pag. 102: ricominciare
Immagini di repertorio
La cometa di Halley
portò la sabbia del cielo fra le mie
mani così ho ascoltato per la prima volta il tempo
che mi diceva aspetta
ancora tutto non è compiuto
ho attraversato per brevi momenti un deserto
quieti erano all’ombra i tre cammelli che si riposavano
poi tutto accadde o potè accadere
in quella successione di ore.
È stato luminoso il lampo del faro
fino a che la corrente l’ha aiutato
– l’occhio dell’uomo l’ultimo superstite di un’antica razza
riteneva quel muro una reggia
non certo un luogo di relegazione –
sul cuore del mare calò la sera intera e
un marinaio tornava a contare le stelle da sud a nord.
Erano tempi antichi.
Oggi la sonda avanzerà. Le ombre eventuali. Le asperità…
Il nucleo la coda l’inizio della coda
a mezzo milione di chilometri
con trentasei paesi collegati
cento miliardi di comete intorno al sole.
Per il momento non polveri. Le polveri in movimento
sono molto fini.
La terra il sistema solare in formazione.
Una nube collassa verso il centro
dove sta il sole
il rosso s’accende, si accendeva
la nube che era
fra le stelle
viene aspirata dai pianeti.
Ecco la terra
i crateri formati dai meteoriti
che col tempo sono cancellati
dalle tempeste vive.
FASE FINALE
aspettiamo il susseguirsi degli eventi
ancora non si hanno notizie
se si sono incontrate onde
particolari e violente
Ultimo minuto (la regìa mi sente?)
possiamo mandare il traduttore
sulla via internazionale?
Questo è il giorno in cui Hitler, rispondeva la voce,
è partito per le ferie
d’estate.
Non ho fame diceva
il bambino fermo al semaforo.
Com’era lontano il mondo vecchio
e noi già seduti sopra la luna.
L’età del ciclostile è finita.
Compagna di battaglie
che giorni e giorni e tempeste di albe
abbiamo vissuto
quante rondini abbiamo contate in volo
prima che cadesse l’inverno.
Quante ombre possiamo ricordare.
Era come salire le scale
da piano a piano
le scale portavano al tetto
lì uccelli immobili
masticavano il cielo.
LE NUBI DEL TRAMONTO CADEVANO A PEZZI.
Una poesia d’amore
IL MANDATO AFFIDATO È UNA POESIA SUL CUORE
cuore? non conosco. ripetere
UNA POESIA SUL CUORE
il cuore? ripetere, inserendo il contatto alla casella 12 e
[quindi
premere il pulsante giallo
RICEVUTO. bene, ricevuto. ascoltare.
il cuore è un muscolo che risiede nella parte sinistra
È UN MUSCOLO
il muscolo risiede nella parte sinistra del petto
IL CUORE È SUSCETTIBILE DI EMOZIONI?
Risposta: il cuore è capace di avere gioia ma
non sa esplicitamente piangere. Ricevuto?
RICEVUTO. Per la domanda che segue sottrarre due ampère
[alla casella 7 e premere il pulsante
verde a destra sotto il riquadro… Bene! adesso pronunciate
la domanda parlando lentamente…
molto lentamente… con le labbra vicino al microfono.
RIPETO LA DOMANDA? Ricevuto… potete ripetere la domanda
purché identica al quesito formulato in precedenza
e così compilato… (premere il tasto nero e mettersi in
[ascolto
per la ripetizione della domanda)
IL MANDATO AFFIDATO È UNA POESIA SUL CUORE?
segue la risposta: il termine
mandato è perfettamente fruibile. è decodificabile. ma il
termine
affidato risulta salvo errore essere un verbo di cui l’infinito è
affidare
suscettibile quindi delle seguenti variazioni che
[sottoponiamo
in un ordine di valore semantico decrescente… aspettare
[il segnale
luminoso rosso alle caselle uno due tre… premere adesso
il pulsante bianco
in fondo a destra:
AFFIDO IL MIO CUORE A UNA CAPANNA/ LA CAPANNA È IL MIO CUORE
AFFIDATO/ CUORE AFFIDATO/ IO NON RIESCO AD AFFIDARMI/ E CHI SI
AFFIDA DI ME ERRA/ ERRANDO NON PUÒ AFFIDARSI NÉ ESSERE AFFIDATO
IO AFFIDO LA MIA SPERANZA
AFFIDO TE BENE MIO
IO MI SONO AFFIDATO
NON MI RISULTA ALCUN AFFIDAMENTO
UN GIOVANE CIGNO AFFIDATOSI AL VENTO GELATO DEL NORD È…
insistere nella domanda, il termine cuore non risulta
[oppure
è spiazzato
è termine anomalo scartato dopo la quinta revisione
[elettronica
nel febbraio del milleottocento… ERRORE… rettifico:
millenovecentonovantasette sostituito con la parola
[muscolo cardiaco.
Ne consegue che la corretta formulazione della domanda
al fine che questa macchina possa presentare in ordine
decrescente una successione corretta di risposte…
STOP… CIRCUITO INTERROTTO… PREMERE IL PULSANTE 5…
[RIPETO: CORREZIONE AVVENUTA…
una successione corretta di risposte è la seguente:
IL MANDATO AFFIDATO È UNA POESIA SUL MUSCOLO CARDIACO?
il riferimento è a un individuo di sesso maschile
di pelle nera
contrassegnato da un sangue di tipo G/A 4 attivo
difficile da ripetersi sul mercato in caso di necessità
se non alla clinica Salus di Lubecca…
DATI ESAUSTIVI… ripeto: dati esaustivi. Dati esauriti. RIPETO:
SALVO ERRORI ED OMISSIONI,
STOP. PASSO E CHIUDO
Post scriptum.
Riferimento generale da elaborare. Appunto primo.
Nuovo ordine di domande:
SE MENTRE IL PENTOTAL SODICO INIETTATO IN UNA VENA DEL BRACCIO
DEL NERO AMERICANO CHARLIE BROOKS
GIRAVA CERCANDO IL CUORE,
le parole da lui rivolte a Vanessa Sapp infermiera
ventisettenne di Huntsville stato del Texas
TI AMO, SII FORTE
debbano ritenersi dettate da un sentimento del cuore
ERRORE. CORREGGERE: MUSCOLO CARDIACO
o dalla paura della morte
o non piuttosto dal cattivo proposito
di continuare a fare spettacolo
LA PERPLESSITÀ È LEGITTIMA.
STOP.
Storia fra la farfalla e un computer
La prima voce dice quanto sei bello.
IL MIO UOMO ERA SEDUTO DAVANTI ALLO SCHERMO.
Dice la prima farfalla quanto sei bello.
La seconda voce dice quanto sei buono.
SEDUTO DAVANTI AL COMPUTER STA L’UOMO DI GESSO.
Dice la seconda farfalla quanto sei buono.
La terza voce è lieve è un poco adirata
la terza voce mormora quanto ti amo.
SEDUTO DAVANTI AL COMPUTER
L’UOMO DI GESSO CHIEDE NOTIZIE SULLA LUNA.
IL MIO UOMO SEDUTO DAVANTI ALLO SCHERMO È UN UOMO
[DI GESSO.
Io non posso abbandonare i miei amici
divento pazzo
PROVA MICROFONO PROVA MICROFONO 49, 35, 9 VIA PARTI
[PURE
Signori e signore ecco a voi….
Non indovinate quanta gente c’è qua.
Ne parlavo poco fa con uno sbirro.
Tutti voi dovete essere la più forte ammucchiata
di gente mai vista insieme.
CANTANO A TRE VOCI. PRIMA INSIEME POI UNA SALE ALTA
LE DUE VOCI CHE RESTANO PARLANO BASSO PARLANO
[PIANO INSISTONO
INSISTONO. È UNA VOCE MOLTO DOLCE E MOLTO CALDA.
Il mio uomo era seduto davanti allo schermo.
C’è sempre un poco di paradiso in una zona disastrata.
INTANTO
io non posso abbandonare i miei amici, divento pazzo.
INVECE SULL’AUTOSTRADA SARESTI SOLO.
Non c’è più benzina intorno per cento chilometri.
SEDUTO DAVANTI AL COMPUTER
L’UOMO DI GESSO CHIEDE
NOTIZIE DELLA TERRA.
Intanto
a Grants Pass, Southwestern Oregon, sotto la tempesta di
sabbia
un cielo molto basso
di sera
SEDUTO DAVANTI AL COMPUTER L’UOMO DI GESSO
CHIEDE NOTIZIE SU UN UOMO.
L’uomo è un suo amico.
LA FINESTRA È TUTTA ILLUMINATA.
Intorno la campagna è deserta.
UN CIELO BASSO SI SMORZA NELLE CREPE DELLA TERRA.
Don Hentich chiede al computer
notizie dell’amico.
Notizie della terra.
Notizie della luna.
IL MIO UOMO ERA SEDUTO DAVANTI ALLO SCHERMO.
Una tempesta di sabbia sulla campagna deserta.
È caduta la sera.
Tre farfalle calano splendendo
davanti allo schermo che
dice
MI CHIAMO ATARI.
Don Hentich ha ricevuto le ultime notizie dallo spazio
l’amico è ritrovato
le tre farfalle
LE TRE FARFALLE DI GESSO SEDUTE DAVANTI ALLO SCHERMO
chiedono notizie della luna.
SEDUTE DAVANTI AL COMPUTER.
LE TRE FARFALLE SEDUTE DAVANTI AL COMPUTER
CHIEDONO
notizie di Don Hentich.
LE TRE FARFALLE DI GESSO. Dice la prima farfalla
[quanto sei bello.
La seconda farfalla quanto sei buono. La terza farfalla dice
[quanto ti amo.
Una tempesta di sabbia a Grants Pass, nell’Oregon,
ha seppellito la casa di Hentich
con un cielo molto basso di sera…
7 domande sulla poesia
1) Si è anche di recente parlato di una “crisi del romanzo”. Si può parlare analogamente di una “crisi della poesia”? Se sì, in quale senso?
2) La poesia del dopoguerra è stata caratterizzata, fra l’altro, dalla “reazione” ideologica all’ermetismo: che ne è ora, di tale “reazione all’ermetismo”?E che ne è dell’ermetismo?
3) Si sostiene da molte parti che il compito della poesia d’oggi è di sviluppare i nuovi “contenuti” e temi che il nostro tempo propone, il che comporta altresì nuovi problemi di comunicazione. Le si rivolge l’invito a una energica presa di coscienza intellettuale delle direzioni in cui muove la storia, e magari le si assegna un fine pratico di chiarimento e di animazione, com’è avvenuto in altre epoche anche non recenti. Cosa ne pensate?
4) Qualunque poesia, o meglio qualunque poetica concreta, postula, esplicitamente e implicitamente, un problema di linguaggio, comportante una esigenza di innovazioni e, insieme, quella di un particolare rapporto con la tradizione, che è l’angolo sotto cui qualunque poeta “innova”. Cosa pensate delle esperienze linguistiche o stilistiche della poesia recente? Cosa pensate del neo-sperimentalismo? Della tendenza di alcune correnti a riassorbire atteggiamenti e forme della cosiddetta “avanguardia” europea o americana? Cosa pensate del dialetto nella poesia recente?
5) È definibile il momento irrazionale della poesia, di qualunque poesia? E se lo è, in che cosa si differenzia l’“irrazionale” di un poeta “impegnato” dall’irrazionale di un poeta “puro”? Coincide la nozione di irrazionalismo con la nozione di decadentismo fino a una identificazione totale, oppure c’è un irrazionalismo necessario non decadentistico, cioè non mitizzato come unico modo di conoscenza possibile?
6) La poesia appare sempre determinata da un suo particolare necessario contatto con la prosa. Cosa ne pensate dei rapporti dell’attuale poesia con l’attuale prosa, di romanzo o di saggio?
7) Anche la poesia costituisce un “valore” sociale, qualunque posto voglia a essa assegnarsi nella gerarchia dei valori del nostro tempo. Come s’inquadra, in particolare, la poesia con le altre espressioni dell’arte d’oggi? Cosa pensate della situazione del poeta nella nostra società?
1) Ogni epoca o presume di sé l’eccellenza nell’ordine, o si consuma a cercare in ogni modo, e appare quindi oscura, magra di idee, ottusa, fredda – fintantoché quel suo dolore è inteso e dà frutto.
Dibattiti recenti (alcuni qualificati e sottili) pare abbiano almeno chiarito che la crisi della poesia, come quella del romanzo e della critica (che questo e quella dovrebbe amministrare) sia da identificare non già in una generica degradazione dell’espressione in versi o delle arti in genere (involuzione, ritardo, regresso ecc.), ma nella crisi più ampia, nella ferita grande della società in cui viviamo. Crisi starebbe allora a significare una carenza, un vuoto – qualcosa di più perfido, e di più difficile, che uno sforzo per modificare, per adattare, per contrastare utilmente; qualcosa di più problematico e aperto nel tempo di una stasi non progettata o pianificata, di una costanza interessata a princìpi svuotati del rigore tipico di una reazione che si muova e finga invece di adattarsi; infine qualcosa di più amaro e distorto della volontà di restare e di essere presenti: volontà che potrebbe in certi casi determinare, spesso provocare, i contrasti, le frizioni, quei dibattiti utili finalmente che sono soltanto scontro di idee. Né l’alternativa neo-capitalista proposta in questi anni come copertura alla debolezza ideologica di cui sopra1, ha saputo offrire una rivalsa all’usura delle vecchie idee, alla perdita di presagio e di forza delle verità istituzionali; poiché non vi ha sostituito un sistema alternativo appoggiato su una organizzazione culturale efficiente seppure monolitica e fortemente condizionata, ma si è limitata, con intelligenza dei propri fini, ad assorbire il materiale umano dopo averlo sollevato da uno stato grezzo e disponibile a un livello di specializzazione soddisfacente. Questa operazione, e i primi risultati di essa, servirono molto bene a deformare, capovolgere, e mistificare (non a modificare) la situazione qual era nella realtà: così pigra e triste, in un paese afflitto, nonostante i conclamati allori, o addirittura congestionato, nel campo delle lettere, da una manovalanza non qualificata, da solitari obiettori di coscienza, da iniziati protetti dal fuoco di un qualche dio.
2) Subito nel dopoguerra l’ermetismo (che, secondo il teorico ufficiale, anche recentemente, ha rappresentato l’ultima grande stagione letteraria italiana) significò per i giovani un atteggiamento, di fronte agli obblighi della cultura, da respingere, e proprio nell’identificazione della formula tipica “letteratura come vita”; restando chiaro che in quel movimento la fierezza disarmava in un rifiuto del cuore non delle idee e che il riserbo era sperequato e gentile, non fiero e di quello sdegno utile che fa volgere la testa; che si usavano le parole per cifrare una lusingata preghiera d’anima mentre si lasciava senza eco la richiesta, da parte dei più “umili” e dei più giovani, di una verità possibile, di una provocazione generosa e disinteressata. Insomma, l’ermetismo assumeva l’impegno letterario esclusivamente come missione (“quel loro mutuo isolarsi”); esprimeva un atteggiamento mistico, venato di un cattolicesimo d’intonazione controriformista, un po’ perfido e ossessionato, intollerante quanto più pareva patteggiare; con curiosità non provinciali ma localizzate e identificabili, rivolte a testi, autori, e a princìpi che aiutassero a ricevere conferme non a sviluppare analisi, che non contrastassero e implicassero nuovi problemi. L’istituzione dell’équipe ermetica ha segnato il punto estremo non di una involuzione ma di una coagulazione della nostra letteratura, di una rarefazione dell’impegno che non fosse meramente stilistico; assorbendo in sé, in una chiusura meditata, il processo di restaurazione della legalità da belle écriture avviatosi con la trasformazione vociana del ’16 (non solo un passaggio di consegne) e giunta, attraverso “La Ronda” e “Solaria” (ma in questa sede complicata e il discorso allora verrebbe più sottile), fino ai giornali pre-ermetici ed ermetici degli anni ’37-’42.
Nel fervore della pace riacquistata, non riuscendo a trovare altra alternativa alle vecchie proposte ormai consunte2, ci si rivolse a un populismo sinceramente autentico nell’ansia della novità e di ricerca di una verità, ma mal mansionato, superficiale, ritardato da un linguaggio liso dal gran uso della nostra tradizione. Linguaggio ermetico, para-ermetico ecc.
Ma se è impossibile, in questa sede, tracciare sia pure in modo sommario una storia breve della poesia italiana più recente (autori e testi sono sotto gli occhi di tutti), si può accennare che “reazione all’ermetismo” significava, nelle linee generali, reazione a un modo, a una situazione letteraria appena alle spalle, a una “tradizione” falsata; e voleva essere reazione alla società che questa situazione aveva espresso, legittimata; e reazione (anche se contenuta in principio entro motivi polemici, generali e ideologici, solamente entusiasti e un poco incerti) agli uomini che questa situazione avevano rappresentata. Ci troviamo adesso a dovere constatare che in questi ultimi anni, insieme alla reinvenzione di modi (o motivi) culturali che parevano scomparsi o superati; insieme al processo di restaurazione di un borbonismo rammodernato e fatto meno pesante, più eclettico e, nello stesso tempo, più sapiente; insieme al raffiorare di vecchie proposizioni filosofiche, critiche, poetiche sono proprio, e di nuovo, vecchi stilemi ermetici, variamente mimetizzati, a puntualizzare le prove recenti (non solo dei vecchi pateticamente inguaribili, ma soprattutto di giovanotti di poco pelo); e siamo costretti a prendere atto che tanto più si inorgoglisce questo ritorno che affiora dalla critica alle formulette di comodo, quanto più alla sommità dell’escalina,insieme a uomini nuovi che sono subito vecchi e ai soliti uomini che sembrano non finire mai, antiche formule di governo possono consentire una equivoca politica di liberalismo falso, di gaiezza economica stratificata, di insinuante retrograda cattolicità (i veri cristiani, come sappiamo, sono pochi e non hanno il potere).
Perciò la risposta non può essere che questa: l’ermetismo è di nuovo presente, nei suoi arrocchiti stilemi, nelle sue proposizioni d’anime agonizzanti o di kamikaze di una letteratura disimpegnata (nessun ermetico risulta morto in guerra). E non è vero neppure che possa segnare il riproponimento di una tradizione interrotta; la possibilità, pure cauta e un po’ codina, di “continuare” (non dico di un impossibile progresso). L’ermetismo, nelle sue varie implicazioni (c’è adesso, mi pare, riconoscibile, un futurismo ermetico e un ermetismo futuristico – ça va sans dire!) si sforzò di indicare negli anni del suo libertinaggio metafisico l’impotenza della letteratura come azione e il rifiuto di operare, di scegliere un lavoro, per continuare soltanto a credere – seppure non in una provvidenza politicizzata; ma tutti finirono poi su “Primato”. In questo anno 1962 accompagna il momento del consolidamento di tutte le possibili avventure reazionarie.
3) Da quanto detto in modo sommario, può apparire la sostanza di questa risposta. Penso che il fine della poesia sia nel rifiuto di produrre una cosa bella per un prodotto “vero”. Che il suo fine consiste nell’essere all’opposizione delle istituzioni codificate e lungimiranti; di essere minoranza; di rivolgersi a minoranze (non di élites ma politiche); di svolgere tutti i possibili motivi di critica alle istituzioni – quali sempre si sono configurate nel loro lassismo e nella loro frigida impenetrabilità. Ne consegue che il discorso della poesia non può essere descritto che come un discorso politico; una ricerca di verità continuata, straziata e contaminata (andare col lebbroso); una polemica per quanto possibile coatta, mai generosa; un atto di coraggio (non dico un atto di fede).
I contenuti della poesia (di oggi?), i suoi argomenti espliciti, le sue istanze dichiarate, aiutino a svolgere un discorso paradigmatico, ironico, tragico, violento, comecchessia, sulla situazione della nostra vita; sulla impenetrabilità delle stratificazioni sociali dominanti; sulla massificazione dei concetti snaturati e delle idee prime; sull’ironia facile, da avanspettacolo, che deteriora tutto perché è senza moralità; sulla condizione alienante in cui opera un artista; sulla facilità che ha l’arte, oggi, nel nostro tempo, di corrompersi e di morire; di essere comperata. Questo è un discorso politico (politico in una accezione totale, da agonizzante, con tutti i peccati sulla mano), non letterario o critico – almeno secondo gli schemi; seppure siano impliciti motivi critici evidenti. Ma la situazione non sospinge che a questa difesa piena di consapevolezza, di nessun furore, decisa, confortata dal bisogno di una moralità bruciante dalla quale non si può prescindere. “L’atto della poesia… è un’assoluta volontà di veder chiaro, di ridurre a ragione, di sapere” (Pavese).
Inoltre questo discorso, se assunto con qualche dignità, può confermare un’altra cosa: come nel ’56 e negli anni che seguirono (quando tutto era possibile e niente fu fatto, e ci porteremo per la vita, sulla schiena, il peso di quei ferri che non fummo capaci di gettare lontano: “noi habbiamo potuto vincere, et non habbiamo saputo”), chi riesce a condividere una prospettiva quale ho appena delineata è di nuovo alle corde e pare senza speranza; relegato in un angolo, abbandonato all’isolamento, un personaggio che sembra cechoviano. Non è così. Questo clima di miracolo economico all’insegna dei mille frigoriferi, del calo della benzina e delle macchinette di piccola cilindrata; questo boom giuntoci di traverso, come un ciclone, spinto dal Mec, e che ci lascerà sprovveduti poiché nulla di serio intanto si risolve; questa particolare “congiuntura”, dicevo, può coprire con il clamore o con il silenzio, può rifiutare il contraddittorio e la polemica con chi non consente e, attenendosi alla sostanza delle cose, alla realtà dei fatti che non si vedono,giudica e critica. Ma sono i precedenti storici, richiamati da questa domanda, a offrirci, fra l’altro, la conferma che la “compattezza” delle istituzioni che ci consumano e delle forme letterarie che ne accarezzano la protervia, proprio perché affidata a una ideologia di comodo può essere insidiata e contraddetta, è destinata prima o poi o sbriciolarsi.
4) La formula fortunata, e tempestiva, di Pasolini, servì allora a qualificare un modulo stilistico in un certo momento della nostra storia letteraria più recente: gli anni ’57-’59; e mi pare che questa formula sia valida se intesa o applicata storicamente; nel caso in questione, pure per un periodo tanto breve e per prove così effimere.
Lo sperimentalismo stilistico, anche se dichiarato in una accezione genericamente critica, rischia di fare coincidere, e di mescolare con l’avanguardia, ogni tipo di prove, anche le meno riferibili a esercitazioni di maniera; oppure rischia di svalutarsi di contenuto critico come “formula” in sé, considerando che ogni opera d’arte proprio nel suo farsi, e nell’essere collegata ad altre operazioni analoghe in momenti consimili, esprime uno sperimentalismo engagé e quindi può tollerare una indicazione critica di tal genere, necessariamente equivoca o generica.
Ogni poesia, proprio perché intesa come ricerca di una verità, di per se stessa è sperimentale, per riuscire poi conchiusa e definita; mentre il termine neo-sperimentalismo presuppone( va) una prospettiva in fieri,qualcosa che si faceva e che si esauriva o riceveva interesse proprio, e soltanto, in quel farsi; tipiche le prove assunte a conforto, fra cui quella di un A. confermatosi poi soltanto un elegante eclettico pasticheur,o di un D. scomparso ecc.
In quanto ad alcune correnti riassorbenti atteggiamenti ecc. mi pare che possiamo riferirci soprattutto ai verseggiatori del “Verri”, ai fortunati sussunti nel limbo dei novissimi. In questo caso, o nel caso di prove analoghe, alcuni lettori o critici sembrano stravolti da un equivoco, confondendo per novità di un certo tono (si dice che sono bravi, sottili) il riproponimento, affaticato da sovrastrutture letterarie caotiche e affrettate, oppure scaltramente mescolate, di stilemi d’ascendenza futurista ed ermetizzante: è il caso tipico di una plurivalenza di contaminazioni della tradizione letteraria più recente; un futurismo non cialtrone e nutrito di qualche lettura, passato attraverso la discrezione ammiccante e sorniona dell’insegnamento ermetico, anche universitario. Non per nulla questi verseggiatori sembrano dei notabili in rodaggio, dei prossimi accademici, dei possibili uomini illustri, con la vena un poco ironica e aggrondata; sembrano divertirsi coi versi.
Lingua dell’uso, lingua colta, dialetto. L’uso dell’uno o dell’altra presuppone il grado di consapevolezza che l’autore ha di farsi intendere e identifica pure il grado, la misura della sua socialità. (Come scrive Anders: “Il nostro compito è di parlare ai Corinzi e di scrivere ai Romani. Farlo in ebraico o in aramaico, non avrebbe senso. Bisogna tener conto di questo fatto”). Tuttavia, in una società avente vari strati di parlanti, cioè classista e sottosviluppata, il dialetto presuppone la soluzione immediata o mediata che sia, comunque sempre contingente, di alcuni problemi di comunicazione o di espressione. Obiettivamente esiste il rischio che il dialetto, anche se usato con il convincimento della sua fruibilità interessata o effimera, limiti la prospettiva critica dell’autore (ancora Anders: “La poesia è oggi un’attività provinciale, e il poeta, almeno in questo momento, è diventato un eroe di villaggio”) e limiti la ricezione del consumatore, e contribuisca in fondo a un’operazione reazionaria: a “ribattere” la situazione provinciale della nostra cultura: elegiaca e non drammatica, ingenua e non sentimentale, casalinga e per nulla avventurosa, scarsamente ideologizzata, amorosa senza contrasti, antropomorfa o metafisica. La poesia in dialetto ha sempre richiesto, per autenticarsi in una realtà non letteraria, un movimento sociale che l’accompagni e la determini, la scelta di nuove soluzioni politiche, il sommovimento di classi, la necessità di raccontare.
Riferendomi al primo comma della domanda, dirò che esso comporta un discorso lungo, difficile; e almeno per me, ancora incerto. Ci si riferisce a un problema per nulla equivoco ma “imponente”; un problema che tutti cerchiamo, secondo le forze e gli interessi, non dico di risolvere ma di affrontare secondo la prospettiva più coerente e meno fallace. Ritengo che non si possa avere un linguaggio nuovo, cioè un linguaggio con maggiori margini di fruibilità e di utilizzazione a più livelli, se non si collabora a progettare, in termini realistici, la società dentro la quale l’artista (l’artista italiano) opera e vive. Finché persisteranno gli istituti attuali, e nonostante le modificazioni che l’uso e la tattica comportano, dovremo usare o la lingua equivoca ed esautorata che ci troviamo disponibile (corrosa, meschina, retriva perché classicheggiante), oppure affidarci alla lingua più rigorosa della scienza, intesa non nel suo momento specifico o tecnico, ma in quello razionale; di associazione di idee e non di verifica, nel momento inventivo e non empirico; affidarci alla sua rigorosità (“la scienza come disciplina culturale”), decifrabilità, alla assenza di significazioni plurivalenti, di metaforicità imprecisa e mistificante. Ciò contraddice l’interpretazione solipsistica di uomo illustre, secondo il quale “per ora non possiamo che salvarci con mezzi di fortuna del tutto individuali”.
In questi giorni è in corso una discussione su un problema generale, di cui il problema del linguaggio è un aspetto fra i più significativi, immediati e importanti. Non vorrei apparire precipitoso o impreciso; ma non essendoci altra alternativa (in attesa che una situazione ideologico-politica più sbloccata consenta al marxismo, sorretto da una dinamica finalmente meno introversa e da peccato originale, meno apocalittica e “tecnicizzata” nel senso del sottile, meno retrospettiva, di apparire come la alternativa dirompente; e a noi di riconoscerci e di operare, in una società che potremo chiamare solum nostra), non altra alternativa, dicevo, per dinamizzare stilemi e logora ideologia, che scontrare le forze, comunque siano, che ci fanno adesso dura opposizione; ebbene il rapporto della letteratura con l’industria, non più intesa come elemento esclusivamente tecnico ed economico, ma come “realtà” operante e incombente (realtà che l’industria stessa neppure ha riconosciuto sino in fondo, nelle implicazioni più sottili, nel momento che proponeva o utilizzava i lemmi neocapitalistici), può suggerire possibili alternative alla poesia e alla letteratura in genere, insieme alla possibilità di un linguaggio innovato almeno per inserzioni.
In effetti il marxismo, in fase revisionista di grande portata ma di lunghe prospettive, non solo non può offrire attualmente alcun pretesto ideologico maturo,ma neppure, come è il caso recente3, indicazioni temporanee, proposte alternative, sia pure al livello della contingenza.
Invece il dibattito al quale ho accennato (se aiutato da una collaborazione critica una volta tanto non affrettata o indifferente) può contribuire a sbloccare, almeno in parte, la situazione di crisi totale che paralizza la cultura italiana; nel suo complesso crociana o liberal-qualunquista ancora, con pochi casi isolati di cui potremmo fare nome e cognome.
5) In poesia l’irrazionale è l’alibi che un artista si concede per contrabbandare le proprie “delusioni” (termine generale e improprio; volevo dire: deviazioni ideologiche, concessioni al gusto comune, giustificazione dell’amor sui,consumo di sé nel potere). Il grande decadentismo europeo, alle cime, è stato tragico non irrazionale (semmai a-razionale); ha teorizzato la consapevolezza della morte, ma non mi pare che sia mai stato succube o indifferente; oppresso, non ossessionato, dall’ombra della fine, ha proseguito col lucido ordine di chi verifica la paura perché sa soltanto ciò che lascia; mai cattolico; laico o indifferente, per una generosità della vita che era, si può dire, amore. S’intende che l’armata dei peggiori, o soltanto dei mediocri, ha intorbidato le acque, e anche rovesciato questa prospettiva.
Ma non c’è dubbio che la giustificazione dell’irrazionalità in arte è un’operazione di riformismo culturale se non di autentica convalida della invalicabilità dei poteri temporali. Al contrario la verifica della razionalità dell’arte è il suo linguaggio (“il linguaggio come immagine logica del mondo”), cioè il linguaggio stesso; al modo che la verifica della razionalità della scienza è il suo linguaggio espresso in formule. L’artista, in questo caso l’uomo che scrive, è consapevole di ciò che deve fare sino alla fine; si propone scopi, risultati, verità determinate; ricerca la verità; conosce attraverso il suo fare.
L’artista schiavo di ombre oscure, tormentato dai sogni, propone una immagine dell’arte che ha il suo equivalente nel fascismo in politica e fornisce un alibi a ogni possibile potere. È nella consapevolezza razionale, pianificata,del lavoro che il poeta (che sta nella nostra mente come imago) fa le sue scelte; o si adatta a verificare il proprio lavoro al lume di altre tecniche, delle nuove scoperte; consapevole che le macchine sono oggi il cannocchiale galileiano che l’uomo ha per speculare dentro di sé, e che solo nella ricerca di una sempre meno deficiente totalità di conoscenza, non solo umanistica ma scientifica, si realizza un aumento delle sue capacità di realizzare, di rottura, di confrontarsi e ritrovarsi nel proprio lavoro; quindi di trovare una maggior complessione strutturale e dignità e verità nel linguaggio che si usa, e diventa di volta in volta più nuovo, completo.
6) Al di fuori dei problemi più sottilmente tecnici, gli stessi problemi che si impongono alla poesia si trovano di fronte alla prosa; al romanziere o al saggista. A questi ultimi, proprio per la tipicizzazione di taglio narrativo, si potranno aggiungere gli altri pericoli di facilità umorosa, di esibizionismo intellettivo, di sofismi zuccherati, di cattiverie soltanto industrializzate.
7) Ho risposto prima a questa domanda. Aggiungerò d’essere convinto che la poesia sia più avanti della pittura e forse della scultura, per esempio, proprio perché progredisce con conturbante lentezza e, pare, con confusione e ritorni. La pittura soprattutto sembra stata soffocata, nel momento di un travolgente vigore espressivo e di ricerca, dalle richieste di mercato, e trasformata in prodotti di consumo. Identico pericolo non è detto che incomba sulle altre arti. Per esempio (ecco una possibile aggiunta al paragrafo 6) il romanzo comincia a subire la stessa esigenza,l’ossessione della richiesta come merce. Da ciò un bene e un male, che si dovrebbero esaminare in altra sede. Accadrà che resisi conto che anche la poesia non è solo un giuoco di perditempo o di timidi folli, ma un mezzo espressivo immediato e potente, i magnati del nostro tempo s’affrettino a strumentalizzarla ai propri fini (di ciò nessuna meraviglia).
Invece l’architettura divide in questo momento molti problemi comuni con la poesia, nonostante un’apparente esorbitante differenza di moduli espressivi e di fini. Non da oggi la soluzione di forti perplessità strutturali e linguistiche è stata confortata dall’esempio dei risultati nel campo dell’architettura. L’elaborazione del poemetto, inteso come struttura a più archi di fondamenta, come una massiccia palizzata di cemento armato, anche nella sua flessibilità organica e “studiata” ma attraentissima, da inserirsi in un contesto sociale articolato (perverso magari negli egoismi, nei rifiuti, nelle intolleranze e nei pregiudizi, nel modo di intendere la pietra soltanto come “peso” economico, ma attraente nei momenti di lucide gioie) viene dall’architettura.
È ovvio che ci sono, poi, anche le costruzioni di comodo, poco edificanti, fatte per l’amore o per la stupida inerzia, case di campagna, ville al mare, i piccoli incantevoli chalet per i week-end. Ma quelle, come sappiamo, sono per i signori.
Note
1 Mentre l’ideologia marxista operava e incideva piuttosto in una opposizione sindacal-politica che sul piano culturale. Infatti le esibizioni dei suoi leader, su giornali e riviste apparivano inquinate spesso da sottili veleni di vecchio crocianesimo che aiutavano a confermare grossolani equivoci, o almeno ritardavano ogni possibilità di discorso “obiettivo”.
2 Poiché non si potevano ancora reperire criticamente, partendo da Gramsci, le frazioni minoritarie, e in ultima analisi determinanti, del nostro Novecento; le quali, oltre a fornire le sollecitazioni più interessanti rappresentavano, in potenza, quella nuova moralità di cui le generazioni più giovani avevano fame, dopo il lugubre divampare; e potevano, inoltre, offrire una serie di pronte e affascinanti proposte per una rilettura in chiave “diversa” della nostra tradizione.
3 Alludo al dibattito aperto sul “Menabò”, verso il quale la stampa qualificata di sinistra, al livello dei recensori di terza pagina o degli elzeviristi del “Contemporaneo”, anziché intervenire con le idee, opportunamente critiche e modificanti, è apparsa ancora una volta suggestionata da possibili timori conventuali e da una interpretazione del fenomeno ancora relegata a un passato senza prospettive (che si intende proprio seppellire). La sola lettura interessante è, come al solito, apparsa su “Mondo Nuovo”. (Aggiungo, adesso, lo scritto di Gianluigi Bragantin su “Rassegna Sindacale”).
Nuovi Argomenti, n. 55-56, marzo-giugno 1962.
Il linguaggio della destra
Voglio notare come il linguaggio della reazione e della convenzione si ripeta, nel tempo, congelato in una fissità monotona e disarmante.
Anche oggi, leggendo i fogli quotidiani ed ebdomadari o le opere di molti autori ottocenteschi, sicuramente cattolici e senz’altro minori, accade di fermarsi su un tipo di fraseggio controriformista (a cui manca, però, quella forza e quella grandezza), dalla virulenza a stento contenuta e perciò ammonitore e irriducibile nello sforzo di paragoni demoniaci (parlando di ballerine: “la deificazione del piede e degli stinchi è ormai divenuta religione più crudele e sanguinosa che i culti più atroci di Saturno, di Moloc, di Siva e di Mitra, che richiedevan vittime umane svenate sopra i nefandi altari”, padre Bresciani); con un’aggettivazione tracotante e morbosa; spreco di maiuscole per misticizzare gli istituti e le persone e accrescerne autorità e prestigio; falsamente umile, spesso reverente ma in effetti spregevole, spregiante; non sostenuto da una trama ideologica sicura, tutto ragnato nel coprire con le sinuosità sintattiche la freddezza del sentimento, il “silenzio interiore” di cui parla Carlo Bo, l’indifferenza mentale; piuttosto rappresentativo che logico. Incapaci di amore, o di un qualunque entusiasmo, senza attiva curiosità benché informati, chiusi in un’aprioristica negazione delle altrui verità o delle obiezioni contrapposte, questi uomini, sotto la specie di un’indifferenza segnata dal sorriso, di una indulgenza conquistata con fatica, nascondevano l’ansia di potenza, di predominio, di privilegi per secoli goduti e delibati e non ancora pericolanti ma già additati, discussi e contestati. Un piccolo florilegio del brescianesimo ottocentesco basterebbe a confermarci.
Abbondavano di iperboli, di metafore “non misurate”, nel tentativo di dare fuoco di convinzione a una lingua mutuata piuttosto dai praticanti del diritto, dai legulei che dalla scienza o dalla politica; quindi cavillosa, accademica, aggrappata agli istituti più reazionari, con richiami aperti, o appena coperti, ma non per questo meno grevi e pressanti, a possibili pene, ad affanni a venire, quando esplicitamente non sollecitavano interventi diretti del braccio temporale: “La politica non deve mai scompagnarsi dalla giustizia e dalla religione” proclamava Monaldo Leopardi. A ribadire ancora una volta, se mai occorresse, che il nostro “sdrucito stivale” ha sempre patito di ordinamenti borbonici, e che le norme del vivere civile, le pene passibili, le condanne eventuali, gli indulti e le scaltre amnistie, sono per consuetudine una concessione della classe dominante, la quale di questo falso diritto fruisce e se ne compiace e quelle amministra e con esse sferza o bonariamente regala secondo un calcolo che ne perpetua lo strapotere economico e la porta a superare, con minimo danno, ogni uragano. Ieri come oggi. “Pare che le Associazioni padronali ci trovino gusto a elargire invece di riconoscere il diritto…” (dalla Lettera ai Vescovi della Val Padana a firma di otto parroci, del 1 marzo 1958).
Qualsiasi occasione era utile per esortare i giudici ad applicare le leggi contro i perturbatori dell’ordine pubblico, fossero essi giacobini, carbonari, massoni, operaisti o socialisti tourt court (il socialismo, questa morte di ogni civile consorzio) – non diciamo più liberali. L’inflessibilità nell’intervento della legge s’accompagna all’ideale della “quiete”; qualsiasi desiderio di novità va contro la natura, porta tormento e incertezza, sconvolge le semplici coscienze; perciò con turgide immagini dei possibili peccati ci si affanna a stroncare nella fantasia degli incauti le probabili illusioni.
Codesto invito all’ordine “naturale” diventa di proposito, maliziosamente, un invito paternalistico all’accettazione dello statu quo,degli ordinamenti prestabiliti dall’alto, dunque a una noia rassegnata e non operosa, a una umiltà bugiarda, all’ipocrisia retribuita.
Non commosso da tentativi di rigenerazione sociale, o dalla ricerca di rinverdire, se non capovolgere, le istituzioni, l’ordine della natura – esemplato arcadicamente – serve da paradigma immutabile e immediato, per specchio e ristoro di ogni turbata coscienza; la rivoluzione è una babilonia che squarcia e travolge.
Questi discorsi si svolgono e si caricano simili a un’invettiva e a una predica. Considerata la Chiesa come corpo di Dio, il Verbo che si è fatto carne e abita fra gli uomini (“Lui è noi e noi siamo Lui”), mai inserita in un tessuto sociale: “forse perché, al momento di affacciarsi alla vita politica, tra anticlericali, massoni, socialisti non vi fu quasi più posto per i cattolici, il fatto si è che essi non si sentirono mai parte viva di tutta la compagine nazionale” (Sergio Nigra, in “Adesso”, 1 marzo 1958), la più gran parte della borghesia cattolica italiana, e i suoi scribi qualificati, mediocremente aggiornata, provincialmente irritata piuttosto che commossa da una consapevole tolleranza, da una pietas autentica, ha sempre considerato “gli altri” come discoli da correggere, traviati da convertire. Messianica e irriducibile, anche se poi, all’atto pratico, tutto il fervore si smorza in un farnetico teatrale.
Nessuna compiacenza e nessun indugio, nessuna opposizione attiva; da ciò, pressoché generalizzato, quel tono perentorio, apodittico, proprio di chi parla dall’alto agli uomini abbandonati quaggiù; non discorso o contrasto, non conversazione o dibattito, ma parole che risuonano nel tempio, di richiamo o di condanna. Non benedicente ma sempre con la croce levata, lo sguardo terribile, è il Ministro di Dio.
Questo integralismo è ancora tipico – senza alcuna particolare diversità di tono – della pubblicistica odierna di parte nera, sia democristiana o più generalmente della destra legittimista (non c’è una differenza sostanziale); con la sola esclusione, è ovvio, di quel gruppo di uomini della sinistra formatisi nella Resistenza e “nella letteratura politica dell’antifascismo e sull’esempio sociale del migliore cattolicesimo francese”, il cui contributo al tentativo di rinnovamento delle strutture della nostra società è incontestabile, anche se la loro influenza politica appare oggi ancora troppo debole e incerta; poiché, secondo l’esatta diagnosi salveminiana, patiscono una soggezione di fondo da cui non riescono a liberarsi: “La sinistra della democrazia cristiana, compare, ricompare… si sgonfia a libito dei superiori, inetta a sfidare una condanna nonché Vaticana, appena vescovile”.
Agli ebdomadari sostituiamo pure i rotocalchi, le effemeridi metropolitane e provinciali, i bollettini parrocchiali, le opere di divulgazione, o più sottilmente, i settimanali di cultura e le rivistine mensili. Altri nomi, altre tristezze. Altri campioni. Ma la società è sempre ipocrita e artificiosa, lustra di inutili orpelli (una grande fiera di esibizionismo e di lucro, e proprio dove dovrebbe essere il decoro e l’incorruttibilità), e il linguaggio è sempre cruschevole: “garruli saggi di canore interminabili voci di protesta” (“Osservatore Romano”, 12 aprile 1959), metaforico, intollerante; ideologicamente sopraffattorio, per pesantezza non per convinzione; ancora riecheggiante quello che fu definito “lo stile dei gesuiti”, caratterizzato dalla sovrabbondanza, dalla ricerca degli effetti e da uno sfarzo generico: “Sostenuti dalla visione cristiana della vita, gli artisti seppero vivificare il marmo, far palpitare le tele, animare le crete, fondere i metalli, armonizzare accenti, suoni e colori per innalzare a gloria di Cristo Gesù poemi di pietre, di marmi, di luci, di suoni” (don Giovanni Rossi, in Estetica e Cristianesimo,Assisi, 1953). E si aggiunge che la consapevolezza di una supremazia mondana, che dura, di una forza politica che l’abuso rende sempre più vasta e capillare, ne ha ora rinvigorito e involgarito l’aggressività: “turpiloquio degno di un ubriaco e vagabondo da strada… capace di deliziare gli stabbi e i porcili settari” (“Osservatore” cit.); “rigurgiti di certo para-comunismo”, “rigurgiti dei monumentini di decenza compresi” (A.G. Solari), fino all’aperta insolenza, fino a sbeffeggiare i fratelli definendoli chierici rossi o, come ha scritto il card. Ottaviani, “comunistelli da sagrestia”. Il sostrato ideologico è rimasto ovviamente ancora al dogma e la terminologia teologica con la sua paratassi disarmante (quasi un procedere a nerbate, sulla carne viva di chi si incontra) ha surrogato in gran parte il linguaggio giuridico, sostituendo, o meglio sovrapponendo all’odore della accademia il cupo respiro del Sant’Uffizio; “Non è dubbio che i cattolici, in quanto membri della Chiesa cattolica, siano in tutto e per tutto soggetti alla sovranità della Chiesa” (padre Lener); “solo se nasce dalla sola Chiesa l’azione del cristiano è aperta a tutta l’umanità; […] solo la stretta fedeltà alla Chiesa consente all’azione umana di essere veramente pacifica e universale” (G. Baget Bozzo).
Con la vittoria politica è ritornato di moda il culto dell’istituzione e, insieme, ha preso voga un tipo di linguaggio che si potrebbe dire nazional-sindacale; un ibrido tecnologico, in cui le contradditorie istanze sindacali si mescolano, si confondono con sollecitazioni nazionaliste (in politica interna ed estera e con consigli di una interessata e sollecita cautela: “evoluzione progressiva e prudente, coraggiosa e consentanea alla natura, illuminata e guidata dalle sante norme cristiane di giustizia e di equità” (Pio XII, Allocuzione ai lavoratori italiani);e si depauperano pertanto di ogni carica, perdono vigore e ristagnano. Con ben altra consapevole operosità procedeva il sindacalismo cristiano-sociale, di cui recentemente abbiamo avuto una conferma leggendo lo stupendo carteggio Miglioli-Grieco.
Nell’istituzione vedono il consolidamento del potere costituito e nel linguaggio ancora un mezzo “comodo” e funzionale per toccare prestamente le coscienze: “Nessuna istituzione sociale, dopo la famiglia, si impone così fortemente, così essenzialmente come lo Stato”; e ancora: “Lo Stato deve essere l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo” (Pio XII); ma poi è immediato il proposito di attenuare comunque l’effetto di queste iterate enunciazioni esclusivamente funzionali e di una genericità soltanto melodiosa, con la necessità di collegare l’ordine giuridico all’ordine morale e di ancorare il progresso sociale a questo, “perché se è vero che lo Stato ha la nobile missione di essere il custode del diritto… la complessità, l’estensione e l’intreccio delle condizioni di vita nazionale e internazionale estendono considerevolmente oggi il suo campo di azione. Ragione di più perché lo Stato non abusi dei suoi poteri ecc. ecc.” (E. Guerry).
Come sempre non partecipano di altra ideologia che non sia quella ufficiale, evitano gli scontri dialettici, o li trasformano in tumulti, o in salottiere malizie, coprono la costituzionale grossolanità con invocazioni fideistiche. Ma oggi è più scoperto (perché più beffardo e offensivo) l’ossequio alle gerarchie, l’artificiosa esibizione di religione praticata, di culto in pubblico: “la nostra fede di cattolici apostolici romani” (F. Sarazani); frasi come “scritti indegni, simile infamia, viltà ignobile, ferocemente offesa” e l’orgia retoricodaveroniana delle maiuscole ammonitrici, rivolte agli avversari che scrivono, provengono da individui la cui intemperanza ha un fine non occulto (e di questo neppure si crucciano); confermarsi campioni di una ufficialità operante, ricalcando vecchi moduli aforistici e aprioristici, che il tempo ha, contro ogni onesta previsione, reso di nuovo “disponibili”: “Un Padre che ancor oggi noi piangiamo… un Pastore che tutti, anche i non cattolici, hanno sempre rispettato e venerato; possibile che proprio in Italia debbano accadere di queste cose?” (G.L. Rondi).
Si servono dunque di luoghi comuni (“L’Usbergo di Roma”), di invocazioni “sorde” oppure conclamate; la parola “patria” che sostituisce il ruvido e freddo “paese” del linguaggio degasperiano è stata ripresa, caricata di astuti significati e adoperata con sagacia, mentre più frequenti si levano esortazioni all’unione sacra, agli ideali patriottici, all’unità nazionale – per smagare ogni sia pur cauto tentativo di riformismo; o alla “giustizia” generica: “relazioni più umane, più giuste, più fraterne”; “un ideale di verità, di giustizia, di libertà”, “ricostruzione di un mondo nuovo secondo la giustizia e l’amore”. Ma a queste invocazioni, riprese con monotonia fino a un esasperato parossismo, si contrappone una livida irritazione, non dunque caritatevole, né umana (nonché “giusta”), per ogni contestazione, per il più meschino ostacolo. Allora, non conturbato dagli anni, monolitico e stratificato, riappare sotto i nostri occhi il linguaggio della “Civiltà Cattolica” risorgimentale, perfido e velenoso, rosso acceso sulla punta di penna, un arrancare infuriato. Costoro, convinti, come ieri, che “le leggi del bello sono dagli italiani bevute col latte”, scelgono l’improvvisazione e disdegnano ogni meditato giudizio, con l’estro risolvono i dubbi e ogni controversia, hanno il cielo davanti e il fremito delle bandiere, la gloria di Roma alle spalle. Privi di modestia, di curiosità, di fiducia: non fuori ma contro la storia; non fuori ma contro ogni Stato che non sia il centro di un dispotismo di tipo settecentesco, paternalistico e uniforme, vegetante e cavilloso, a volte subdolamente ricattatorio. Infatti se Monaldo Leopardi scriveva, oltre un secolo fa: “La libertà, la più cara e fedele amica che abbia il demonio”, noi leggiamo spesso sui quotidiani ufficiali un’allusione insofferente e sdegnata “a quella odierna libertà di stampa”, che andrebbe, s’intende, vigilata.
Esemplare, a convalida in limine dell’ipocrisia imperante, è il termine “autonomia fedele” coniato apposta per stabilire il margine circoscritto di libertà, l’area d’azione oltre la quale non è concesso andare ai sindacalisti più attivi e a quei cattolici, quei “cristiani d’anima” che, come scrive Mauriac, “oltre cercare il regno di Dio, cercano anche la sua giustizia, il che è la parte di una società cristiana”.
Autonomia, dunque, fino a che non si turbi quella “mitica quiete” entro la quale vigilano le superiori potenze ispiratrici della condotta politica democristiana; fino a che le gerarchie non si risentano o si sorprendano e siano distratte dal loro particolare; autonomia, ma tale da non svegliare la base dal conformismo: “Sino a pochi anni fa, non v’era pace nei campi, perché il mondo contadino camminava verso la propria redenzione: oggi, non succede niente, perché quel mondo si va spegnendo sotto piccole concessioni, che gli tolgono di guardare avanti” (in “Adesso”, del 15 dicembre 1957).
Sicché gli spiriti più vigili (i pesci che vivono nelle acque profonde, secondo la metafora di Mauriac), i più sinceramente insoddisfatti (“perché se la dittatura è rossa… è sempre da scomunicare, mentre se è nera… può sempre essere esorcizzata?”) folgorati, sgambettati, annichiliti hanno dovuto abbandonare il campo o ridursi in un angolo, dopo una avvilita resistenza. Così come accadeva anche in passato a tutti i “campioni del nuovo” che non si accontentavano di mortificare la speranza nelle funzioni barocche (“la buona agonia” di don Primo Mazzolari), nelle dilazioni di comodo, lasciandosi assorbire dai notabili consorziati, i quali oramai dispongono di un paese disarmato, vinto dalla noia e dalle strazianti delusioni.
Ritornano dunque vere, a conferma di un’antica paura che ha sempre unito la reazione alla sopraffazione, le parole di Tacito, che De Maistre ripeteva con sicura compiacenza: “Quando si trattò di dare agli schiavi un abito particolare, il senato vi si oppose per timore che giungessero a contarsi”. E forse ci si appresta a benedire qualche altro tiranno.
Officina, Nuova serie, n. 2, maggio-giugno 1959.
Dopo Campoformio
Il tedesco imperatore
I. In Lombardia II. Novara, Ivrea, Aosta III. Lungo i muri IV. Il riso dei tedeschi V. Giorno d’aprile VI. Haabiorg VII. Tutto bruciato VIII. Corbari IX. L’azzurro delle Langhe X. La piazza è in festa
Quando venni in Lombardia
ero giovane, allora.
Per strade ròse dai fischi dei vapori
il pianto di un ragazzo
migrò libero verso la frontiera;
l’ombra dei montanari saliva verso il cielo
e in tiepidi restaurants i camerieri
scoprivano agli ufficiali
distratti da un occhio adolescente
fragili zuppiere.
Nel rifugio della stazione,
mentre i treni bruciavano
bianchi neri contro le vetrate,
la donna appoggiò i chiari
capelli sul mio zaino.
Terra per eserciti
in fuga verso i monti.
Tremano al lume di luna le giovani foglie.
Austria, Svizzera, Francia alla frontiera.
In due giorni di cammino
sui laghi volarono,
col balzo delle trote, le speranze.
A Novara, a Novara;
oh a Novara, in un’osteria
avvinghiata da caserme bruciate;
un uomo grida sul prato della periferia,
al mattino era morto. Ivrea, Aosta…
su quelle strade marciavo e per i monti
frustato da tristezza, dai ricordi.
Ai quadrivi immobili magri tedeschi in tuta,
donne esultanti per gioia sventura.
“La guerra è finita. Incomincia la guerra.
Mio figlio è in Russia. A Cipro è mio figlio.
Mio figlio è in Africa. In Sicilia è mio figlio.
L’America a Genova tempesta.
I cinghiali fuggono, i tedeschi
lasciano Roma…”
Uccelli caduti nella polvere
le gelide mitragliatrici.
“Scheise Mensch!” ci odiano, guardando
le vie battute da uomini disfatti,
le donne sull’uscio delle case;
ogni fosso custodisce un sonno,
i casolari offrono l’acqua, il pane.
Fuggono simili a formiche
lungo i muri, picchiati dalla fame;
s’accascia l’Italia muggendo di dolore.
Quel tempo, rosso
sangue di bue appena macellato.
Fuoco sui paesi
della collina o persi dentro al mare,
su chiese, monasteri,
là dove Appennino torce il corso,
fra le canne delle paludi,
dovunque Italia spinge
la sua chioma azzurra.
Gettavano lo zaino contro l’uscio.
Il riso dei tedeschi era furioso, biondo.
Senza più sonno, agnelli al sacrificio,
i cittadini alle finestre a spiare
il passo della ronda per il mondo.
Buttato riverso
ascolto la terra sospirare.
La guerra sembra lontana,
così l’immagine dell’impiccato,
la sua ombra profonda nella polvere.
In un giorno d’aprile.
Sul lungomare fiori acerbi, duri,
muri da lunghe schegge sbriciolati,
il filo spinato arrugginito.
Una madre tiene sui ginocchi
il ritratto del figlio.
Poi nell’aria l’odore
di fuoco fra gli ulivi.
L’uomo salito sul palo
per tendere i fili della luce,
con il ferro e il cuoio alla cintura,
è un partigiano
dal viso magro di antico italiano.
Nel castello a Camogli il sergente Leone
pecorella di dio
beve sciampagna sdraiato
nudo sul letto di una contessa fuggita.
Entra dalla finestra
il volo fresco del mare.
Il sergente Leone
sfonda porta, lucchetto
e arriva alla cantina.
Mi innamorai di Haabiorg.
Guardandola bruciavo.
Lei correva al mattino
col biondo Cornino, l’arcangelo.
Correva nel bosco al tramonto.
“Fra poco avrà gonfia la pancia”,
ghignano i maledetti soldati.
Al lume di candela la serata finiva.
Partimmo: “Addio, addio,
addio mia bella, addio”,
cantarono i soldati.
Tutti nel fango sono dimenticati.
Ma lei non è scordata,
la sua persona splendida beata
è là nell’erba (lucciole delirare
all’ultimo addio). Lei sola, nel leggero
sciogliersi di riccioli, nel rischiarare
delle caute parole, perdona –
dopo tanti anni.
La sua giovinezza è ancora su quel mare.
Marco appare: “Il paese bruciato.
Guarda le case, tronchi senza vita,
macerie, polvere.
La forte gioventù morta, fuggita”.
Il sole indora la campagna,
cade dai nevai;
odore di un fuoco calmo dentro al vento.
La gente ferma sulla piazza.
M’azzanna il cuore una vespa infuriata.
“I mongoli affamati
dànno alla nostra carne questi morsi.
I tedeschi li armano, li avventano
ubriacandoli; bruciati dalla grappa
cadono urlando sulla strada,
prendono le donne come cani.
Pecore siamo nell’Italia morta”.
M’avvio nella valle solcata
da un fiume, con cime fuggenti,
stormire d’alberi,
ruscelli stenti migrano, fra onde
di foglie i castelli persi nelle ombre.
Case incendiate specchiano le nubi;
dentro ai paesi occhi e ossa d’uomini
tendono la mano, pellegrini
vinti da una sciagura.
Pendono le travi delle case.
“Le donne uccise”, dicono, “o scampate
al massacro, spente di paura
giacciono nel buio delle stalle.
Da uscio a uscio per fienili e case
i mongoli cercarono, fra le balle
di paglia, carrette rovesciate;
bruciò il paese, fuggono le donne
rauche disfatte pazze di terrore”.
I vigorosi uomini lontani.
Pagarono le donne con la vita
la breve età felice
e i neri capelli.
Tornano adesso i giovani strisciando
lungo le siepi della valle.
Nelle luride stalle di Romagna
il nome è bisbigliato1, una candela
brucia intanto le foglie del dolore.
Trasformato in vecchietto questuò
sul sagrato, ridendo
al nemico in agguato
e lo infuriò, poi,
terribilmente vivo.
Era un ragazzo dall’ala lucente.
Solo, o con pochi, rapidi disfarono
il nemico sul ponte,
prima con scherno poi con rabbia e fuoco:
liberi nell’arena
lo colpirono alla fronte.
Per lui era viva la Romagna.
Questo giuoco di morte e vino
iniziò sui tavoli della sua terra,
calpestata da chiodi e da giovani fosse;
era lui il pellegrino
che guarda la divisa del nemico
nera contro la torre del Comune
e lento vuota un bicchiere di vino.
Per prati e campi verso Modigliana
intorno è tutto un cimitero.
Gli uomini sono sepolti nella spagna.
Passano i tedeschi nelle Langhe,
strisciano i piedi sull’asfalto.
Stridono ruote, battono i fucili
contro gli elmetti vuoti, per la strada
di campagna, dinanzi all’osteria
sporca di mosche, ancora insanguinata
per la morte di una donna fulminata
con bicicletta e pane
accartocciato, l’insalata, il sale,
da un colpo di pistola.
Un cavallo al galoppo, ombre, voci
correnti lungo l’argine, per le sponde
mescolate di fango e erba nuova.
Poi al mattino le Langhe sono azzurre
nell’abbraccio delle Alpi deserte.
Carri armati posano
sotto gli alberi, i negri
ridono, stendono le mani,
la gente nelle vie,
tutte le finestre al sole.
Giorno sacro d’aprile. Alti vocianti
feroci uomini nuovi.
“È finita la guerra”, questo
il popolo grida; gli anni si frantumano,
un mondo nuovo affiora ribollendo
dalla schiuma aspra del dolore.
La piazza di calce, bianca nell’aria d’aprile,
tacque; un uomo apparve2 sul palco,
parlò poche parole aprendo
la nuova storia.
Una terra
I. Antonio padre II. Il superbo lamento III. Pesce di mare IV. A Senarica, amica di Venezia V. Il dolore d’essere dimenticati VI. Crescono giovani aspri VII. Corropoli VIII. Ferragosto IX. Il fumo dei vulcani
Un bioccolo di lana
frusta nel tramonto alberi, fiori,
muove il trotto dell’onda.
Sulla sponda i ragazzi con la schiena
inarcata puntano i piedi nella rena;
“dài pa’ssì, oh… ooh!” lo scafo stride
sulle palanche nere, Antonio padre
sfiora l’acqua, è nel mare,
apre cigno le ali, le lampare,
anatrelle, l’avvincono con corde
e la flottiglia corre in alto mare.
Nella notte, chini sul fondo, gli uomini
pescano se la luna è piena
o la corrente non spinge in Dalmazia
il cefalo che volge guizzi in oro.
Un lume è acceso
laggiù oltre il mio dito:
Antonio padre al palpito
del primo fiore in cielo tornerà.
L’inverno è lungo stretto dentro al mare
pauroso; quando giugno
brucia il dorso ai delfini
i marinai avventano nei solchi
sonno, fatica, reti rammendate.
È morto il capitano. Cade
in mare ogni luce di festa
dai giovani cuori; a riva
le donne attendono ammucchiate.
Un marinaio è al timone, bianco agnello;
così gli uomini antichi veleggiavano
approdavano a isole felici.
La barca vira, si torce, si china
mentre s’alza il lamento. Una voce:
“Tu, tesoro di mamma, meschina
perla bruciata da un vulcano,
sei trascinato a terra con la mano
in croce, sulla sabbia, dal vento, uccello
spento di rabbia, scuro, ecco il riposo”.
Vanno in tumulto con le ali aperte.
Al colpo della frusta di questo uomo
i fortunali cadevano sulle onde deserte.
Steso sul sacco è un tronco incenerito,
è tuono esploso, dileguato, offeso;
il calzone al ginocchio accartocciato.
Vita, mia vita come
sei terribile e amata: uno sconforto
senza consolazione è ancora vivo
negli occhi di questo morto che ieri
con tutti i suoi pensieri era nel mare.
Il venditore di pesce per strade e sentieri
fu in America un tempo.
“Sempre un fumo nel cielo;
pane, carbone, nel vino la polvere;
tristi le donne, negli occhi la polvere;
i ricordi chiamavano lontano.
Ora mio figlio lavora a Milano
e quella è la mia casa. Addio America”.
Cresciuta in fretta ride la sua casa.
Spinge la bicicletta, grida il pesce
giallo sul ghiaccio e viole:
“chi prende il pesce, pesce fresco di mare?”
va scalzo a chiamare
sul viale nell’ombra dei tronchi,
sfiorato da siepi a filo del mare.
Un vagabondo canta, ruvidi
marinai ascoltano a un fanale.
Sulla strada appassiscono i gerani
bucati dai fari delle macchine,
autotreni scuotono l’asfalto,
fra lo stridio dei freni i pioppi coprono
l’agonia di un gatto sfracellato.
“A Senarica, amica di Venezia…”
fuochi verdi aprono la gola
ai cani sulle aie del monte
screziato da barbagli all’orizzonte.
Il vecchio intona con pena un canto triste,
fiori tremano, cadono,
muoiono nella polvere.
L’erba è gialla di pietre; il cimitero
con gli ulivi e cipressi sbiaditi.
Anche nella pace i morti
non hanno tregua, risaliti
dal profondo si stringono le mani
rotte dalla fatica.
Madri stroncate dalle gravidanze,
invecchiate con pazienza sulle reti,
uomini stanchi più dell’aria d’autunno:
con il viso inchiodato fra due date
sanno che non c’è pianto non gridato
né un giorno senza male: che la vita
nel dolore fu tutta patita.
Rimpiangono solo l’oblio degli amici,
d’essere dimenticati.
I ricchi almeno
hanno il nome dipinto nelle prore
delle barche: rosse sul lido
con gli alberi e vele ammainate
attendono la piena primavera
per gettarsi sui branchi
nelle calme correnti verso l’Africa.
La rocca incombe ancora a precipizio.
Un tempo sulle alture
i noci strisciavano a terra
foglie di quattrocento anni, eppure
adesso il silenzio è una favola
per i vecchi che muoiono nel sole.
Le case all’ombra delle tamerici,
fra le siepi, case di girovaghi
e pescatori, pittate di bianco
(formaggio fresco su una foglia
di fico) sono cadute;
scompare adagio la gente
che non trema alle nevi dell’inverno.
Crescono giovani aspri, amare mandorle
in un tempo d’inferno, di lampi
e sorprese telluriche nell’aria
grigia che illividisce ogni città;
il sangue arde dentro i cuori straziati
dall’unghia del mostro che si torce.
Ma quale mondo apparirà
dopo la pena necessaria!
Là il monte, laggiù è il mare:
il mare con le speranze strappate
a una barca che adagio s’avvicina.
Sui chioschi di benzina
cantano i tordi e volano nelle vallate
alle ragazze dal petto tremante
oh così dolcemente.
Quelle del mare, ardite fiere
contrastano, sono restie agli sguardi
maliziosi e azzannano
come i lupi di selva.
(Pace con voi, ragazze dell’Abruzzo,
una è sangue al mio cuore).
A Corropoli fumano i camini,
gli alberi difendono le case
dove i topi imperversano e la razza
degli uomini passati consumò
nel rancore una vita vile.
Case per amori di monache,
per grida soffocate, per pugnali
cavati al frusciare di un uscio
o all’ombra di un cortile.
Ma strappa la tenda dal cielo
una donna accosciata nel vento,
canta un riso gentile;
palpita l’aria fatta azzurra
al lume dei suoi occhi
mentre con le mani in cui traluce l’osso
sceglie e vaglia il frumento.
Buon popolo, fra luci semispente
ti attardi, stupendamente docile.
Le ragazze adornate di coralli
rosseggiano come il tramonto
o impallidiscono allo scherzo
di un giovanotto ardito:
“Vedeste comare Splendore?”
Aspettano i fuochi d’artificio
rovesciate sull’erba,
i premi favolosi della tombola,
l’amore colomba del diluvio.
Cade la felicità da scrigni aperti,
le luci della festa aprono piume;
scese dal monte con le scarpe in mano
bagnano la speranza nel lume
della notte, nell’uragano dei giuochi,
nelle giostre che strappano lontano.
Fasciati in maglie rosse i marinai
toccano il gomito alle ragazze;
trillano le argentine passere
e si offrono, quasi
da un albero protese.
Terra addormentata per secoli
dai frati astuti, dalle processioni
fra gli uliveti e i campi;
buttate le barche sulla riva
oggi trema all’ansia del petrolio
nero come un nembo dalla Marca.
I vigneti abbattuti, la pena
di un paese deserto sui dirupi
da cui gli uomini sono fuggiti;
solcato il mare dalle petroliere,
nell’acqua grassa i pesci
galleggiano con il ventre scoppiato,
e rombi di scavatrici, fuochi, grida,
martelli, tonfi fondi nella terra;
il fumo dei vulcani
copre la pietra del gran sasso.
Basse, di notte fischiano dal mare
navi cisterne, lunghe, stese, nere
come un morto sull’acqua;
uno sgomento a sentirle chiamare.
Su gli oleodotti splende luna nuova.
La raccolta del fieno
I. Tempo di prendere II. Il vecchio III. Primo fieno IV. Un gran ricordo spento V. All’ombra del gelso VI. Affonda la guancia nella terra VII. Il campo è potato VIII. I fuochi della sera
Un rosa di carne illumina il verde,
la prima luce desta le manzuole
grondanti sulla paglia,
poi la casa, un abbaino sfiancato,
la finestra ingiallita al temporale,
l’aglio impolverato al davanzale.
“Raccoglie chi semina”, l’uomo
guarda il cielo fra albero e albero,
gode il tempo di prendere,
fuma il tabacco indurito sul sasso
che dà una cenere bianca, leggera.
La campagna esplode in un riso tremendo,
file di uccelli vanno al fiume,
i pioppi sibilanti cercano
la schiena delle donne.
Maligno, infangato,
segnato dal tempo che brucia.
Inchiodò nella cassa tre mogli.
Ora seduto su un masso affila la falce,
i piedi aperti, distesi sulla polvere fresca:
stretti in un piccolo nido i forti pensieri.
Pagò il trattore in ottobre
coi fari accesi sul campo;
a neve ha insaccato il maiale
stendendolo morto, lavato
sul tavolaccio coperto di sale,
con l’acqua bollente
al grande fuoco d’inverno
(sui vetri annebbiati il sole non cresce
e la campagna è morente).
Era un sultano d’oriente
con venti figli, oggi corrono il mondo.
Due figlie salvate,
le altre odorano spigo in case straniere
(chi più le conosce?).
Ancora tre figli
stretti alla buona pianta,
Lino ha un velo di pelle
sopra i teneri muscoli.
Il giorno s’alza rosso come un cuore,
il lavoro comincia.
Il primo fieno si taglia
quando il vento canta dalla foce
del Salinello e sale fra le canne
al dorso delle ruvide colline.
L’erba odora d’api e di strada,
di talpe odora, odora di strame,
di piedi scalzi, di foglie marcite,
di fiori che si sfogliano in mano
– e mormora come la maretta.
I figli gettano allegramente
all’ombra di un fossato la giacchetta.
Tagliano adagio, strisciano, la lama
affonda nei capelli della terra
e la chioma si sfalda.
Al limite del campo ancora prati,
sulla polvere l’orma tempestosa
di una lepre fuggita.
Quanta terra al di là della siepe,
con poche case, gorghi di acque:
terra arata, ferita dai geli,
esultante e giovane ancora
a un fischio d’aprile.
Quante vive radici, quanti tronchi,
quante polle nascoste e grano,
quanti paesi, valichi, pianure
– lontano il mare con l’occhio maestoso.
Su altri solchi uomini chinati,
giacche uguali buttate nell’ombra
insieme alle bottiglie di mezzo vino,
rossi sudati a gola aperta viva
bevono con l’occhio dentro al cielo.
Hanno le dita tozze, corte, scure,
l’unghia è mangiata dal gelo.
Crepita il sole alto arido fuoco,
la terra è nel velo dell’estate.
Avanzano lenti come frati
cercatori, curvi, penitenti;
i cappellacci di paglia, canta il gallo
da un albero lontano.
“Godi le galline paonazze,
oh tu che puoi”, grida Silvestro
ritto nel campo. “Forza, su, lavora”,
cresce dall’erba la voce del padre.
“Donne, ragazze, amori: a questo caldo
nudi nel fiume, e andare”.
“Bada al lavoro, donne son dolori.
Crescerai stasera all’osteria,
la fisarmonica ti dà forza di re!”
“E tu balla se puoi!”
“Oh pa’ è sicuro,
a luce accesa sotto il pergolato
tacchetti arditi faccio scivolare
coi miei valzer che bruciano.
Con un gemito lieve
le ragazze perdono l’onore.
Queste sere di ballo
non lascerei per un torello nuovo”.
“C’è chi veglia su voi, bischeri”, il vecchio
butta lontano il cappellaccio sporco,
“ancora caldo nel buco della morte
la mia cascina al fuoco sarà data,
alla rovina, e al valzer baderete.
Baderete alle donne, disgraziata
mia sorte, mia sventura, morte,
non ai calli che la vanga incide
come una croce sulla mano al povero”.
“Ma tu pa’, da giovane…”
Si calma il vecchio e ride
al gran ricordo spento
che gli ritorna.
Corre maggio a bruciare sulla schiena.
“Lo so che mi vuoi bene…!”
tuona una voce nella valle.
Mezzogiorno è l’ora dei signori:
sulle bianche tovaglie tendono
leggermente le mani.
All’ombra del gelso, nel volo
di tafani, zanzare, calabroni,
gettato di traverso con la faccia
sul braccio, riposa il contadino.
Ansima come il cagnaccio da guardia
col filo teso dal collo all’anello.
Un aeroplano muove ali in cielo,
apre un gorgo che lento si sfascia.
Dorme il padre, dormono Silvestro
e Arturo, dormono Mondina
e Maria.
Lino a occhi aperti, stanco,
felice, stanco e senza pena,
caldo in gola, con il petto pieno
pensa alla sera ormai tanto vicina
da toccarsi col dito. Alle mazurche
grideranno i cani abbandonati
nei casolari, uomini ubriachi
dormiranno sul cuore alle ragazze.
Con la pezzuola in testa e la collana
di corallo, Maria balla con Marco
Mondina con Albino carrettiere;
come un dannato libero dal fuoco
dell’inferno, Arturo suonerà
un canto da ballarsi leggeri,
oppure un trillo di felicità,
fra siepe e siepe, al lume della luna,
fino alla notte fonda, finché il cuore
non sarà stanco. Per la strada, allora,
ruote di carri, voci di saluto.
Il silenzio quieterà il furore.
Accende la pipa: “Quando il sole
è sul noce riprendiamo la falce…
Un tempo, bischeri, ci svegliava
una campana di frati al mattino,
così vicino alla misera casa;
bassa la nebbia sul campo meschino,
si faticava fino all’ora tarda.
Senza riposo, uomini; la paga
se oggi è poca allora era uno sputo
da schizzare nel fango.
Chi conosceva osteria, paese,
balli leggeri, guance di ragazze?
Questi son tempi meglio, c’è speranza
di morire da uomini.
Ma la gioventù s’incanaglisce.
Oggi, dico, scendono le colline
verso il mare, verso le città,
come i bastardi figli che creai
con queste mani: subito volati.
I vecchi si spezzavano d’un colpo,
gravi d’anni ma dritti come il fumo
quando il vento non c’è;
lasciavano sull’uscio delle case
i figli in mucchio, dalla pelle dura.
Cosa mangiavano bisogna sentire”.
“Il mondo mal fatto si sta rifacendo”
come un ramo piegato e poi lasciato
balza in piedi Silvestro
“i ricordi sono bocconi amari,
si strappano, non servono:
è sapienza sputare il passato
acida cicca verde tra le pietre”.
Cala sugli occhi il cappello di paglia:
“L’albero è al sole, pigliamo la falce”.
Il campo in un soffio è potato.
Il fieno affonda la guancia nella terra
mentre le rondini inseguono gli insetti;
dovrà distendersi beato
come una ragazzina sulla spiaggia
con l’ombelico nudo;
dovrà sciacquare il freddo dell’inverno,
piangere di tristezza, farsi
caldo sapiente, grigio di capelli,
dovrà seccarsi come l’osso bianco
perduto da un cane vagabondo.
Gli uomini abbeverano i vitelli;
nuovo strame alle manze;
posano gli arnesi nella stalla,
in angoli antichi fra tele di ragno.
Non c’è la pace rustica: un camion
porta concime in sacchi,
motociclette trascinano
follemente il riso dei garzoni.
Gemono di dolcezza gli uccelli
perduti nelle nuvole,
fra le gaggie, le felci e i sambuchi
il fiume scalpita e ingrossa.
Nidi di stelle scoppiano nel cielo,
per una cavedagna striscia il suono
di martinicca, crepitano i sarmenti
spezzati sul ginocchio.
“Lino è al fiume?”
“Oh pa’, buttato
nudo nell’acqua salta fra la schiuma”.
S’appoggia il vecchio al muro della casa.
Dalle arnie imbrunite
contro gli steccati della stalla
nelle secchie di legno goccia il miele.
Cantano con voce grossa
uomini ringalluzziti
aprendo le braccia felici.
Nella sera oramai ardono i fuochi.
Pianura padana
I. Dal silenzio e nell’oro II. Schiere opposte III. Splendido d’amore IV. Alla foce V. I fumi delle altane VI. Così passano gli anni VII. La volontà di restare VIII. L’alluvione IX. Fermi sulla strada X. Un legno alla deriva XI. A Polesine dei Sospiri
Nel fremito delle sue dieci penne
il Po nasce da una costola
del Monviso incoronato dai venti.
Il bigio monte sassoso
scarse vene possiede, ha un arido cuore,
ma sotto un’ombra sperduta
cresce la polla che fugge
col viso teso, ridente, alla valle.
Acqua e luce intrecciano
una leggenda e il giovane scontroso
morde la spalla all’orizzonte;
navigatore dei campi, audace nell’avventura
con quanta impreveduta alterezza
ara con la sua fronte la pianura:
risveglia gli occhi ai ragazzi
seduti annoiati sulla riva,
smuove con una tenera corda
il sogno degli uomini, la viva
freschezza del tramonto,
segue i ponti di cemento, barche
incorate, incerte, per traghetti
da meandri oscuri a canali
di misero contrabbando.
Dal silenzio e nell’oro
con un gemito a tutti sconosciuto
balza ogni giorno con testa di toro
e tocca le gazzelle ciminiere,
le baracche, le grotte,
i valloni delle tristi periferie
impalliditi all’ombra di alte
eriche quiete.
E incontra gli altri fiumi, acque
aggrovigliate, piume di falchi
rovinanti fra i sassi
nelle caverne; cagne intisichite
dal freddo, a contendere
sotto i pilastri, in mezzo alle lamiere,
fra scorie di carbone e tra i rottami.
Altre con passi lieti, pallide di sole
rubato, nel tonfo di castagne
che incrinano un silenzio da convento,
salutano il gelo delle fonti,
le nebbie, gli schianti
dei rami calpestati, lo sgomento
della brughiera nella galaverna
(così in un limbo di foglie
respira il Mincio:
sulla sua polvere antica
scendono i fagiani
con la nebbia d’autunno).
Fra queste schiere, opposte
acque furenti, il grande fiume va:
nate dai laghi, sciabordanti tese
o sporche di melma, coi relitti
precipiti dai colli d’appennino,
nel silenzio di terre desolate
dove la gente italiana stenta.
Mela spaccata, la pianura
da monte a mare è preda del fiume
che ronfa nella spenta
bellezza della notte,
o simile alla vipera s’acquieta.
Mormora, racconta
stupefacenti nomi… poi livido d’orrore,
con la bava alla bocca,
strappa, avventa
verso il delta inquieto il suo furore;
si carica di forza e vendemmia
pianto da un altro cuore;
sempre più immenso, sempre più terribile
o splendido d’amore.
Strisciano le chiatte appesantite,
frugano con le eliche il fondale.
Il sambuco riposa
sull’ala dei pavoni,
a lume dei pioppi per il viale
un cane abbaia da una capanna
verso il fumo di pece;
dalle prode si diparte
una distesa, poche forme
di vita: l’asino
stanco di mietere indulgenza
appisolato, i rapidi ristori
dei mignattini sui rami;
barche marce di brina
da riva a riva stentano, vuote
o domestiche, con qualche verdura
o un pescatore addormentato.
Sorpresi da un inverno straziante
fra i casolari, abituri
bui di canne e piante,
gridano i ragazzi agitati
dalla fame e da tanta libertà;
le donne cariche di estati
imprecano ai vecchi tremolanti
nel sole, a vivere ostinati.
Scema la terra, l’acqua arriccia il pelo
in un brivido pieno di sterpaglia
mentre nubi s’ammassano al riparo
di cancellate e di torri;
i carrelli sospesi ai fili lucidi
gocciano miele.
L’ora dei fumi dritti dalle altane.
Le case basse, simili alla stiva
di un barcone in riposo,
con gli steccati gialli di meloni,
si disfanno in dolcezza.
I campi raccolgono il respiro
della sera, i suoni
di festa, bambini saltare.
La pianura è dimessa, esuberante,
con i capelli immersi
nella foschia fluviale;
s’infiamma la polvere sulla coda
degli insetti, le ali aperte
al volo della notte:
accompagnano una voce d’uomo
rotte calde parole d’amore
“farò tutto el poder mio
per cavarti fuor di stento”
come un tuono che si perda nel vento.
La brezza copre incerta pioppi e pioppi,
cade dentro i salici frustati,
i groppi della terra, i beati
avvallamenti, tiepidi meandri
di oscurità celestiale;
sul fiume scosso dalla risacca
serba un ultimo guizzo Venere
prima di morire.
È indice dei tempi
che le ragazze alzino un poco
la sottana e ridano negli occhi
con tanto candore d’angelo;
cadono sul prato
ansimando dopo corsa e fuga
per le ripe alberate,
la bicicletta a pezzi
buttata nella polvere;
e che l’innamorato dentro al fieno
bagni la febbre d’amore
stringendo una ladra che dibatte
le ali rondinelle.
Così passano gli anni.
Dura un giorno il furore.
Poi le care ragazze
sbiadiscono nelle case,
appassiscono il cuore,
accanto alla fontana delle piazze
coprono il bucato con la cenere.
Adagio alzano il collo a guardare
nelle sere tranquille
il ritorno degli uomini
per gli argini, le scintille
delle sigarette accese.
Steso nell’abbraccio del campo
il contadino, a piedi nudi,
i gomiti puntati a spaventare
i voli dell’averla,
segue i suoi sogni e sognando sospira.
Abbandonata, l’acqua piove
sugli argini, tormenta, li ferisce,
gridano trascinate dal libeccio
le quaglie che fuggivano sul mare.
Per le radure una dolcezza squallida;
il vibrare monotono s’accorda
alle ore arrossate in mezzo all’aria:
galli sui rami del noce stormire,
vitelli pezzati intenti a bere,
il cane abbaia ai teneri zoccoli ancora…
Sugli argini accosciati posano,
guardando acqua e terra contendere,
uomini, il fiume che fa paura
dire il suo vecchio pianto.
Si confortano in questa vecchia sventura,
insieme uniscono la voce al patire.
Li morde una volontà di restare
non di fuggire,
mortificata la violenza
nella pazienza adunano la speranza
per i giorni a venire.
Sparpagliati sul greto
come in un deserto di neve
i camion raccolgono la sabbia
battuti dal barbaglio che li fiocina
e un passeggero sul treno
volge gli occhi a guardare
quelle teste di vecchi in acque amare.
I campi sfiorire dentro il mare,
le onde strappare i rami dei cedui,
case crollare, i visi intorno ai tronchi
infuriati di schiuma,
le grida perdersi sulla duna,
cadere il fondo cielo come una piuma.
Gli uomini con la giacchetta scura
e il bavero rialzato,
la cicca sul labbro paonazzo
seduti sulla ghiaia;
e donne ad amare le case
perse nei gorghi,
poca roba raccolta ad asciugare,
rubato l’ordine misero alla giornata,
perduta la pace guadagnata,
anche il pianto ora è vecchio, inutile;
tutto da incominciare.
Gridano gli altoparlanti3
nomi sull’erbe affogate.
La sera è ingorda, bagnata, bastarda;
scoppiano scintille, i fuochi stentano,
affidati ai bastoni
pastori dalla secca faccia
fischiano in delirio alla pianura.
Tutto intorno è mare.
Se parlo, guardando l’acqua decrescere
sotto un cielo di ferro,
compatite il mio povero italiano,
la voce che sa di pane e sale
e dice male parole troppo vere.
Finito il diluvio per il piano
restano soli nelle piazze
e le pompe travolgono
dal lago di melma foglie morte,
sterpi, rami, biade marce, piume.
Mentre si sciolgono le dune
fra gli alberi che sono un pugno d’ossa,
viene il tempo delle vacche magre:
accade allora che la gioventù
grida dai campi ai poliziotti4 in nero.
L’umore della terra si diffonde
per le rive al calmo orizzonte
ma la bigoncia rossa della vita
è aceto d’odio, pianto in gola, ira
infinita, meschino abbandono.
I giorni si susseguono
in ore precipitose.
Piogge d’autunno con fumate nebbiose
sulla strada, fra i ciottoli bruciati
e cespi d’erba secca;
notti d’oscurità irose,
col gelo della sponda
sull’ultima propaggine di terra
prima del mare, dell’onda.
Argini sbilenchi, desolati,
vuoti di vita, macerati, spinti
dalla forza dell’acqua a contrastare
in gemiti continui, spaventosamente
umani la corrente.
Mena sempre una vita da cane
il bracciante sfortunato,
il pescatore di frodo,
il contrabbandiere braccato
– sopra un’asse scivola per i canali.
Ma dentro la pianura
la terra è più ricca, esuberante,
se affondi la mano si dichiara
il suo mistero nella perla rara
che sfiora le tue dita;
nessun inverno o fiume fa paura.
Non c’è il silenzio triste, si discute
di leghe socialiste, di Miglioli5 che dice
con parole di miele le sue favole,
il fiele delle antiche lotte e Grieco6.
I giovani che filano sulle Gilera
nel vespero accecato,
e la camicia è una vela alle ragazze,
brillarono sulle piazze
per lo sciopero del quarantanove:
allora i bergamini sotto i noci
piangevano all’urlo delle manze,
gli occhi erano scuri
più dell’acqua per le impolverate lande.
La speranza trascinava ridendoli in cielo
i sogni patiti nel corso degli anni,
una nuova tenerezza per la vita,
dolce furore e le prime parole7.
Questo tempo è già naufragato,
rotto come un barattolo lasciato
in un prato della periferia,
scalciato, frantumato,
come un legno
va alla deriva buttato alla corrente,
rotola via.
Il grande fiume si rivolge al mare,
con un guizzo va dentro al cuore del mare.
Si disperde, affonda,
nessuno lacrima un saluto.
L’erbe gialle aspettano altro furore,
aspettano un pugno d’amore
i casolari africani8 col fumo sospeso.
Sulla pianura
splende una luce che chiama la notte.
Spengo la voce
e: addio a Polesine dei Sospiri
dove nei mattini ventosi,
fra gli acquitrini spenti,
riposano uccelli teneramente vivi
nell’incertezza e nel terrore,
perché pace non c’è né sicurezza
per loro se non nella fuga.
Là sarò cenere un giorno.
Mi aspetta l’anfora greca funeraria
dove confitti gli iracondi relitti
della mia gente dormono
come prue conficcate nella melma,
tutti, uomini e donne, insieme.
Morirono vecchi, litigiosi e alteri.
Il mare a volte li copre
quando è un brivido desolato la pianura
nereggiando per tutto il suo confine
e cresce l’onda e brucia la terra.
Là dunque anch’io
avrò il mio fuoco e la mia fine.
Le lupe dorate
I. Le campane esplodono II. Paga di soldato III. Un sodoma geniale IV. Ragazzine in rosso V. Tuona oscure sibille VI. Le belle VII. Camera d’albergo VIII. Inventario IX. Foglia di calendario X. Week-end a Vignola XI. Tè alle cinque XII. Il predicatore in salotto
Le campane del nostro mezzogiorno
così rosse nel cielo bolognese,
fresche, caute, lievi, renitenti,
esplodono nella piazza
dov’è l’ombra di calde penitenti.
I maestri dell’arte,
dalle vetrate, accecano in fulgore
i piccioni decrepiti.
Oltre, c’è tutto un verde
verso il bosco sacro e la chiesa:
quando declina il sole,
e in mar sprofonda e muore,
sull’erba di quella distesa
è stupendo fare all’amore;
mentre la città respira
le luci del cielo hanno le ali socchiuse,
odora la terra d’antica pace e di scorza
sui capelli della ragazza che baci.
Taci, ascoltando i giovani anni tornare
e Orfeo con la lira
abbandoni l’inferno per sempre.
Pellegrino che vieni da Roma
questa città di provincia
non si consuma di noia
ma invecchia ogni giorno
insieme alla bionda donna di vita
dalla cera gioconda e dalle crepe
(con la sottana a scacchi, sfiorita)
sul viso, in attesa dei serali contadini:
al sabato, anche se c’è tramontana,
approdano dai pelaghi deserti
a mille luci, con ingiurie feroci,
e ridono piangendo,
baciano stringendo, a volte uccidono.
Sono ricchi e disperati come
le rane di un pantano.
Dicono che bellissime signore9
giovani e donzelle quindicenni,
dal fiore ancora in boccio e dal sorriso
leggero, in luride pensioni
si vendono ai mercanti della fiera
e ai tristi pellegrini della festa.
Gemono di furore non d’amore
le belle donne nude sotto il peso
di questa terra fradicia
e la lingua affonda
come una lama fredda che le svena.
Il sodoma geniale, a mezzogiorno,
trascina un’ombra di festa con sé
e indugia con la voce, sulla spalla
degli amici, quasi
una croce di rose lo stancasse.
Ha l’occhio appassito di una viola
ma le dita magrissime arrossate
dalla gazzella fulva, la Ferrari,
che, criniera di cavallo, stola
di visone, volo
di rapida beccaccia in brughiera,
fugge, rompe, sguilla con un tuono
oltre le arcate,
dove nei tramonti clandestini
bruciano le altane di cotto
sulle beate strade della città
e gli sposi impotenti
aspettano agili fianchi adolescenti.
Costa sei milioni una Ferrari…
Steso sul canapè, coi piedi
sulla spalliera, a casa, il padre,
il vecchio padre aspetta che la cameriera
passi e felicemente
dimentichi di gridare.
Tre ragazzine tutte vestite di rosso,
gambe lunghe, enormi piedi magri,
il corpo verde presto fiorirà.
Perfida, astuta, bella gioventù
gioca col tempo
sparpagliando la sabbia della vita
fra le dita sottili,
le ilari, vane, tristissime voglie
sciupano in parole,
smuovono i capelli dalla fronte
guardandosi nei vetri dei negozi
e dentro una scaglia di sole
s’aggiustano le maglie
mentre il tempo si spezza
negli ambulacri dei vicoli.
(In anni a venire
si perderanno rauche e taceranno
queste vergini voci fatte adulte
dalla rabbia, dal fuoco, dai pericoli
che il tempo accresce;
allora, insieme, potranno anche affondare
le nostre barche:
relegati in una lama di sole
contro un intonaco bianco, screpolato,
vecchi, pietosi, inutili solchi di lava,
ci sovrasta un tramonto spietato).
Adesso, se le sfioro camminando,
odoro la novità dei capelli,
foglia d’orto, fragole di vita,
mentre coi denti mordono la luce
e una felicità infinita
di andare, di restare.
Poi un sussurro amico conduce,
fra le agili ombre, il loro cuore.
Il monaco sapiente
predica nella chiesa fragorosa
e sembra il nume indigeno
d’una religione arcaica, sacra.
Tuona oscure sibille,
le scintille dell’ira
si disperdono fra le luci
delle candele mentre la chiesa delira
in un brusio di penombre e suoni
dell’organo straziante.
Giovani stupendamente stolti
si stringono le mani.
Alto nella persona
fu maestro di venti e al suo bel tempo
navigò con le vele verso il Congo
sui liguri vascelli.
All’improvviso declinò la sorte,
fu invaso dalla bufera della morte,
buttò la pipa ai venti,
perso alla vita, nero frate al mondo.
Rovescia i peccati sui capelli
degli adolescenti milionari
freddi pozzi intaccati dall’arsura;
dura la voce fiumana di fuoco,
infine tutto si quieta
e le farfalle sciamano dorate
per la piazza, inebriate
dal sole di primavera,
profumate, con una fresca cera
che la brina piovuta dall’occhio di dio
ha sfiorato appena,
e hanno del vento sulle spalle.
Una pace tragica, da urlare,
quando con le nuvole arrampanti
si rovescia il tramonto su Bologna.
Bruciano le altane
mentre sui fianchi delle vecchie case
scende la lava;
soavemente oscure, per le piazze,
le adultere felici
(nell’età delle foglie appese ai rami)
s’allontanano lente, appena incerte
se riguardare il cielo e offrirgli un collo
senza rughe, pieno, da braciere
o fingere indifferenza ai richiami
dei satiri che frugano e deridono.
Poiché fra qualche anno ancora
sarà solo un’ombra la bellezza
che oggi le sfiora,
voglio lodarle
calme, mature, tenere, fragranti,
fremito vivo che riscalda il sangue.
Fasciate in tweed che palpita soavemente,
piove per la nuca
il balenio dei riccioli castani;
festa di cuori, e voglie,
caldi furori esprimono
le forme di queste dee
deliziosamente perfide
mentre la notte ormai le copre e bagna.
Sopra i palazzi c’è una luna grande
e calma, respira intorno la campagna.
Per Bologna, gobba maliziosa città,
è una fola la lucida omertà –
solo ha un civile governo, oneste pietre
e tombe dure che coprono il sonno
dei glossatori,
ma al tempo degli amori
uscir fuori bisogna, volare
sopra i dossi magri d’Appennino,
sulla riva dei fiumi,
fuggire a Ravenna, a Ferrara,
a Parma coperta di tigli, celarsi
furtivi nel lume di una stanza
giovani e paurosi come poveri sposi
(tra il fieno, nelle sere emiliane,
col sereno che divaga sui monti,
dalla finestra aperta ascolti cicale cantare
e il legno del piancito scricchiolare
al passo scalzo della donna).
Trova un’ora di pesca fortunata
anche lo straziato carrettiere,
il deluso usignolo, al fine della giornata.
L’albergo gelato, disadorno,
perfido di tristezza, ha le insegne
che battono sui vetri in una nebbia
d’acqua marcia; rotola nei muri
la strada di collina
fra il verde che dirada.
Poi giunge beata ilare nel vento,
non turbata da alcun trasalimento,
lei tutta bagnata di umori;
ha le scaglie iridate, un dirompente
riso giovane, perverso,
getta la veste, sottoveste,
e ogni pena si scioglie sul cuscino
di dura canapa, fino al mattino
quando si sveglia (è appena l’alba)
bruciata da un raggio che la sfiora
e ancora sorride
con parole che l’acqua discioglie.
Riscattata da una dolce moneta
raduna le sue foglie e lieta
s’invola, ancor più giovane nell’età
che ha poche ansie, smemorata, lieve,
con il corso del fiume avanti a sé,
tutto nuovo il cammino
non un breve momento
non un frammento spento,
roso dai topi come il mio.
Azure gloom of an Italian night
è povero il suo inglese:
pomeriggi vissuti ad ascoltare
i dischi, le voci alterne
dell’uomo e della donna BBC,
il fruscio che debilita,
la punta sottile nel grammofono,
un progredire monotono
d’anima spenta in acque salse e nere,
immaginare cosa sarà la vita
(la propria vita) nei prossimi trent’anni.
Pensa: oramai sono alle corde,
resta poco al mio osso (palpitare
d’animale ferito), tra noi l’amore
sarà presto finito, come è
finito presto ogni altro mio amore.
Una saponetta nel lavabo
tagliata grossa col coltello,
le porte dell’albergo sono bianche,
sporche, sottili; contro i muri
duri segni di mani forestiere,
conficcate nel legno le specchiere,
l’impronta di labili presenze
sui tappeti con rose di Venezia,
la desolazione dei cassetti,
dentro i letti un freddo da frontiera;
una luce fioca, prigioniera
gocciola insieme a un russare lento.
Arida catena di giorni
la vita si consuma, scura
e deserta, sul selciato
che svolta per il vicolo e s’inerpica
alla radura. Torri, avanzi
di gloria, bandiere,
tutto s’aggruma e mescola, brutalmente
ingiusto, falso, inutile,
in sere interminabili.
Patisce il pomeriggio di domenica
la donna protesa alla finestra
mentre le ore cadono dal cuore
e gli anni in arco sopra oscuri abissi
travolgono la festa…
Notte di san Silvestro nel ’40,
diciassettenne, i parenti (un fiore)
seduti alla tavola scolpita
da Toniutti, il soffitto profondo
rosso e oro pioveva luce antica
appena tocca da un’ala di fulgore.
Morti tutti, falciati come il fieno,
ormai perduti al mondo…
Un viaggio in Toscana con il treno,
nel ’50, San Gemignano lurida, spazzata
dal vento fra gli ulivi smorti
e in un tanfo straziante, indescrivibile,
la luce del giorno appena incisa
da un diamante di pena…
Un’ora di grande calma e dolcezza
si ferma sulla strada vuota,
a fatica qualche uomo nero
s’affaccia e subito scompare,
non c’è ebbrezza di voci
né ruota di bicicletta né pensiero
che la vicenda muti
per l’ardente immobile reclusa.
Solo uno sprofondare nella notte
e la sorte conclusa.
Negli alberghi di Vignola
dalle ciliege rosse e polpe accese
calano a far l’amore
– sulle sprint di corallo –
le belle milanesi
dall’accento francese.
Esultanti nel cuore,
per l’autostrada, adesso, in lunga fila
di migratori nella bufera,
s’avventano le donne
ch’hanno il bistro negli occhi e unghie d’oro
a spegnere i furori
dentro stanzucce quiete, fino a sera.
S’abbandonano a un giovane toro
dimenticando la melma che affatica
la loro carne, l’inutile ricchezza,
la noia cattiva, dolorosa
più d’una ferita,
una impazienza disperata.
Nuotatrici sfinite,
fatte bianche dall’onda,
si stringono fradice, impaurite
a questi ragazzi di paese
che vivono e aspettano sulla sponda
del fiume Panaro, vicino ai canneti
dentro i casolari di legno e argilla
in un silenzio ancora sconsolato
e in cruda miseria
da triste animale sconsacrato.
Altrove, fra le mura della città
su cui piove la tenerezza d’aprile,
nei palazzi bruciati, fiera
delle più dolorose vanità,
fra torri storte, merli, aride pietre
e muffe, per i viali scossi
da un acuto frastuono disperato
– nei salotti, sedute, con occhi inquieti
le sedicenni mostrano i ginocchi
e un’ombra deliziosa che sale ancora.
Bianche magre morte cameriere
– nell’ora in cui il sole, alto, contrasta
la sua trama a un cielo congelato –
divagano per le stanze
e i vassoi ardono nel vetro
con un suono gentile di campana.
Nascosto in un angolo, un braciere,
infuocato papavero, dibatte
nell’intimità scontrosa
arcobaleni d’ombre su una sposa
che gioca con un compagno
e s’abbandona alle mani che la cercano
come un fiore.
L’ossessione d’amore si fa torpida,
cala sugli sguardi e nelle gole;
mentre gli uomini s’avvicinano
la luce s’attenua in un rumore
cauto entro cui la fiamma reclina,
e si spegne inutile e meschina,
in un soffio, ogni vampata di pudore.
“Tre parole: occorre avere fede…”
nella sala settecentesca s’accende
il volo di rosati cherubini
e le patrizie impeccabili
guardano fisso negli occhi
il francescano possente
che conversando anela.
Sedute, le più giovani madame
offrono alle labbra del monaco,
così perverse, una fredda umiltà.
Piegano i morbidi ginocchi,
assorte promettono castità,
si turbano come colombe, poi dileguano
come colombe, in branco,
col peccato prossimo che splende.
Lo Stato della Chiesa
I. Prologo II. Fuochi spenti III. La tomba di Kesselring IV. La fuga dai monti V. Contro un muro VI. Il ritorno dei monaci VII. Cara terra natale VIII. Secoli di usura IX. La notte X. Nuovi atleti XI. Clessidra capovolta XII. I prati di Caprara
Mai anni peggiori
di questi che noi viviamo,
né stagione più vile
coprì di rossore la fronte asciutta italiana;
cadavere fulminato
giace essa riversa sull’erba di una trazzera.
Così la sera del nostro vivere umano
quando la morte sprofonda nel fuoco della gola
e resta poca gente, sola,
a vegliare con gli occhi asciutti e a ricordare.
Cercare requie a un grande dolore.
Puntuale, atroce come una pestilenza
nella città medievale,
mentre s’abbattono sulle povere spalle
incubi, oscurità, strazianti segni,
sul rosso corallo dei pensieri
ciò che ieri era luce oggi si sfascia
in nembo nero, e una paura di morte,
la fatica di vivere, la sorte
che contrasta in grembo alla vecchissima terra:
tutto si aggruma come la tempesta.
Stridule sibille alzano voti,
vipere d’erba strisciano e inveiscono,
balenano le lame calabresi
e gli arbasini danzano perduti
nell’aria, gialle leggere futili farfalle,
a nulla intenti che allo splendido lume
nella sala addobbata.
I fuochi sono spenti.
Tutto sembra giusto ormai o sembra falso
e distrutto, in questo deserto,
alla fine di una lunga giornata.
Ma tutto ancora si può rovesciare.
Non può essere perso.
Oltre le mura del cielo Firenze è lontana,
file di cipressi in quest’ora
calda di impalpabili ardori
scuotono l’erba e severi impietriscono
sulla terra toscana.
Ma nel versante del nostro appennino
nel grigio diradarsi del mattino
in fradicie foschie e lenti soli,
mentre s’avventa l’eco dei trattori
e vapori e svagate quaglie si vedono,
l’acqua del Reno è ancora imbrigliata di fuoco.
Le case distrutte sui dirupi
sono nere ali di memoria
e per un poco sembrano gridare;
poi tutto cade in un silenzio di mare.
Le siepi deserte di ginestre e di fiori,
squarciate le vigne, le radici fuori,
i borghi sono un pane sbriciolato.
Cuori di uomini caddero per terra
bagnando la montagna al tempo della guerra
con gemiti e con sangue;
voci straniere bruciarono la grazia
affaticata di questi paesi innocenti.
Tutti andarono sotto l’erba più dura
con i denti arrotati.
Oggi le nuove mura hanno la biacca spettrale.
In questi fossi è steso10 con occhi sbarrati un generale.
Vita selvatica, girandola da fiera,
stormire di uno straziato pianto lungo
dei cipressi spaccati sulle rive,
ah contrastato male, quali stive
ci conducono a una terra straniera,
quali nuovi pericoli sovrastano,
oscure mani, solitudine del faticoso
tramonto, e il volgere della galaverna
sulla campagna, fra boschi magri,
quando ottobre è nudo sul lamento
dell’uomo di legno dentro il campo
con il basco bucato, un rosso colore spento,
e la paglia che simula i capelli
si disperde fracida e leggera.
La morte avanti lettera, lo sfacelo,
la servitù eterna di chi non ha più cuore
per reggere all’uragano e si fa trascinare nel gelo,
pelle di una misera lepre di brughiera.
Pioggia cade sui fianchi dei calanchi,
le tegole volano coi rami
dentro i recinti dove agnelli bianchi
tendono il collo al fulmine.
Poi la vallata, spento il gran furore,
sembra un mare, l’erba gialla annega,
solo le spighe affiorano col cuore.
Le donne appaiono disfatte, sulla rupe,
migrano sopra povere chiatte.
La terra ossuta è identica alla schiena
di una maligna centenaria:
sul prato, sola, con le api d’oro
ha tutta la morte sulle spalle
e un brivido di paura copre l’aria.
“A campare al mondo si diventa vecchi.
Pare un sogno.
Passa un giorno, passa l’altro
e si è vecchi e si deve morire.
Pare proprio un sogno”.
Il fascino profondo della morte,
la sua forza, superbia, l’astio
contro la vanità, il suo fremito giovane,
la semplice linea del suo volto ambrato.
Nel cimitero del nostro appennino
fra la pietra e l’erba disfatta,
in tragico silenzio sconsacrato,
le mogli gemono, immobili
vicino alle croci storte,
mentre la tempesta
scende dai monti con la sera.
Spenti tutti i casolari della valle.
Là, dove l’animata ombra della città
in una solitudine d’incenso
scioglie un canto poi si sfa in lamento
contro i giardini, accanto
ai rossi filari della vite –
nei malinconici recessi
bruciati dall’autunno, con le foglie
incenerite a terra e i cipressi
impolverati, c’è l’orto olivetano e c’è la pura
forma dei castagni che sovrastano.
Nel chiostro dei monaci, nascosta
fra le arcate decrepite e sinopie
affioranti, nella gran rovina
(fino a ieri) l’edera cresceva
e il campanile senza corda e verbo
era solo un melmoso teschio antico.
Dispersa l’osannante progenie
dei piediscalzi, il silenzio ammoniva
e coppie di giovani amanti
cadevano sull’erba.
Ma tutto rifiorisce quasi un sogno
malefico che ci turba
e la foresta del canto gregoriano
in grandine travolge le spoglie
del chiostro olivetano.
Dopo la pace, con le barbe, i frati
ritornano, impolverati, da lontano,
con efebi salaci dal corpo
di lottatori; intonacati i muri,
beati, nuove voci esplodono, querele, duri
propositi, notturni lamenti fiaccolanti.
Accorre la povera gente dalla campagna
e scava nella terra un suono duro
da gregge impaurito che s’abbatte in un muro.
In treno, le mani alla nuca,
l’orecchio al respiro fondo
della terra (una frenesia di fiori
e di giorni a venire,
tanta bellezza da esplodere ancora sul mondo)
lo sguardo va alle terre sfiorate
dall’aquilone del sole,
tocca il morbido piano
che ha la freccia del Reno nel fianco,
settembre celeste e quieto
formicolante di foglie.
Cara terra natale.
Un filo di rame abbandonato
contro lo steccato
della cascina, un verde grigio, ròso
dalla nebbia padana.
Il cielo viola dei lillà
piove fulgore contro le vetrate
e il muggito dei buoi
rincorre le macchine straniere
sull’autostrada, lampi gialli, accese
foglie di grano, sfolgorio di rossi
gerani dentro i fossi.
(Così fugge la vita
con crepe sopra gli occhi
e le mani disfatte:
la tua mano è bianca, fina, come la brina
che gela e affonda improvvisamente
sull’erba e l’uccide).
I tubi della Shell sfiorano l’erba
del prato, staccionate, i fiori
risuonano affondando nella terra
e ne divorano il cuore.
Le donne in nero sul greto del fiume
sono un lume spento sulla spalla del giorno,
fra grandi archi, fra pietre
antiche segnate di gesso che volano via.
“Condannami a morire d’amore”
il ritorno è già fra i limpidi
ceri della periferia.
Colmo di primavera, di betulle
il tramonto s’insinua fra le cosce
delle fanciulle
che per la strada che la notte allaga
camminano disfatte
dalla bellezza e dall’ozio (dolce miele)
alteramente, ma con le stridule
voci di colombe bolognesi.
Più avanti il sole è un fascio di rose
abbandonate sul fiume;
la tenera luce esalta allegra
la gioventù beata: le sue mani
avide magre cercano i capelli.
Altrove, con un fiore sulla giacca,
copre un banchiere difficile e segreto:
fra inchini riveriti, curvi rami,
esce dai marmi avvampanti
e s’avvia per la strada di cristallo
come in un ballo, cauto, a incontrare
nell’attico segreto
la femmina, felice, ardita e sciocca.
Scocca allora un tempo d’avventura;
agnelli nel cielo della stanza,
un amuleto di giada vibra
al sole che muore sulla pianura bianca
fino a Verona.
Ci lima il destino,
le allegre ore, lunghe,
che conducono in un lampo al mattino
sono braci oramai della memoria.
La nostra storia si riempie
come il letto di un torrente
di scrosci di pioggia,
è freddo, buio, per tutto l’inverno
dentro all’inferno
ci contiamo con le carni nere;
patiamo il freddo che morde per potere
ancora risalire.
Della città non resta
che un mucchio disperso di mattoni,
s’è spenta la marcia dei guerrieri
– appena ieri una folla
riempiva in onda le strade; e bandiere,
nuove parole esplodevano.
Dall’Adriatico al magro appennino
la terra è in declino, i cuori
gelano o divorano i pensieri;
i vecchi aspettano contro il muro imbiancato
che la morte li tocchi.
Nebbia, notte, il fumo arido striscia,
appassiscono le dondolanti figure
dietro i vetri schermati che gettano sul prato
uno strano alone
nel grande deserto addormentato.
Sporche di fango le corriere
sembrano grandi navi alla deriva
dopo mesi di mare.
Una tempesta le spezzi, oh vita mia
che trascini un torbido dolore
e hai sulle spalle il panno impolverato
delle bandiere afflosciate.
La notte è cupa, lunga, fiammeggiante.
Lasciate in una solitudine straniera
dentro enormi palazzi si spengono
le braci degli uomini che non persero
il cuore al tempo della bufera,
non furono bianchi stracci di paura.
Per la via che il lento febbraio rischiara
i giovani sapienti deprimenti
(tutti candidati a una cattedra austera)
riempiono furiosamente le giornate
ridendo a noi con una malizia nera:
“nuovi atleti vi sopraffanno oramai,
perché conservate sotto le maglie sbiadite
vecchie speranze? La vostra forza è alla sera,
oh le mani incallite!…”
Il buio (la notte ancora non consuma
tutto lo sporco umore, il disperato
amore, il disprezzo) ci consegna
al sonno carichi di strada con la rauca
voglia di morire.
Questa terra ha il cuore frantumato.
Ma per la fatica che ci umilia
il nostro cuore non avrà tremato.
Il bue squartato (nuvola o agnello?)
in mezzo alla bottega, fra le luci
al neon; il muso di un vitello
con le ciglia socchiuse,
così perverso e avido, riposa
in un tenero sonno dentro un piatto
di porcellana. Chinato, un vecchio,
per il prato di Sant’Antonio
dove antichi monaci imponenti
massacravano a sferza, a lama, a schioppo
i prigionieri di guerra (Anno Domini…)
e i renitenti alle pie preghiere
– chinato su una latta, su una gomma,
cerca il rifiuto della campagna,
dove cade il magma amaro e denso
di un fumo bianco d’incenso.
Altrove avviano lucide processioni.
Nell’ora per vicoli osannanti
dilagano gli stendardi, le bandiere,
baccanti di preghiere s’infervorano
e bevono scintillante ira dai bronzi
scatenati; fuggono al riso dei ragazzi
i palloni, sprofondano nel cielo.
La città è tramutata in un giardino.
Tuoni di bande accendono i fiori,
una confusa massa s’accalca, grida
fra le strida delle campane
più famose del mondo.
Sfiorirà poi tutto con l’ultimo vento
della campagna: il cadere lento
delle ombre per portici decrepiti.
Fra il rumore che il cielo travolge,
nell’acceso fulgore delle pietre,
l’uomo trascina un quarto di vitello
grondante sulla spalla
e intanto ritorna a galla la macchia sporca oleosa,
affiora fra le sconnesse pietre e il radicchio
la scontrosa natura della gente italiana.
Questo vento spazzerà via le nubi della giornata,
il salnitro dei vecchi palazzi ribolle,
una schiuma di mare impetuoso
copre la città, tutte le foglie cadono.
Il tramonto cammina sul tappeto di ombre,
si scioglie il giallo ocra dei giardini,
giovani signore alla finestra
hanno occhiaie di fuoco profonde.
Il giuoco delle onde che la nebbia
avvolge nei capelli delle donne
è una vivace bandiera in questo lento
disfarsi delle cose.
Nel bar si tappano le bocche
per non gridare,
chinano le labbra sulle carte
i vanitosi vagabondi dalle maglie iridate.
“Se fossi ricco, dicono, se fossi
come Sivori, s’avessi un po’ di forza
per rimedio dla malincunj…”
e guardano sui vetri in un baleno
smorzarsi il giorno, uomini tornare,
travalicare i camion per i ponti
che portano a Milano, oltre i prati
di Caprara, alla pianura accesa
fino ai dirupi della Croara,
mentre cala sulla tavola scura
l’ombra della notte, colma, che fa paura.
Zum Arbeitslager Treblinka11
I. Pensieri incombono II. È oggi che dobbiamo contrastare III. Il rumore dei passi IV. Il male è dappertutto uguale. È male V. Riflessione notturna e cronaca dei giornali VI. Non c’è porta che basti
Come e perché, in queste notti
di prima estate, così brevi sfuggenti,
alle luci dell’alba gonfia di un mare,
a questa luce d’alba fresca suadente fragile e come
rosata, terribilmente radiosa –
un rumore di treno su lunghe rotaie
stride fra i neri boschi,
si posa sulla spalla,
per me a galla questi foschi pensieri
e immagini di morte (la fredda zaffata
che esce dalle peschiere)
e sudando nelle immagini
questi pensieri incombono,
e piango sul cuore di un ebreo
che ha il suo banco
nell’antico cuore di una strada
ed è vecchio stanco come mio padre ariano.
Scomparvero nelle piramidi di fuoco.
Quel tempo sporcò di melma le mani
dei sopravvissuti, dai gelidi cancelli
precipitarono ancora ancora
le mandrie nei macelli –
belare straziava la lama dei coltelli
in mano ai giovani carnefici.
Non è questo che voglio: ricordare.
No ritornare a quei lontani
anni, a quei tempi lontani.
I cani erano più felici degli uomini.
I miei versi sono fogli gettati
sopra la terra dei morti.
È oggi che dobbiamo contrastare.
Allora le greggi si sparpagliavano
picchiate dalle verghe nemiche
(e i libri superstiti
le lacrime esauste
i codici che restavano
“oggi 13 aprile sono morti 800
oggi 30 giugno via Polkiava è sbarrata
oggi 5 luglio il ghetto è solo un muro”)
un uomo era nel profondo interrato
vano della terra, nel suo immondo
silenzio, fra corpi nudi di morti.
Chi tradiva, chi smagriva, chi pativa,
chi sapeva aspettare, chi impazziva
all’improvviso e dava il lacero grido di sirena
(era la fine di un mondo).
Le ombre dei morti di Norimberga
scheletri feroci
azzannavano i diavoli sconfitti
uscenti a gorghi da fiamme.
Oggi sono rimasti in pochi a contrastare.
I reduci invecchiati
lacrimano in silenzio all’angolo
della tavola, asciugano le palpebre anche le madri
col figlio giovane alla parete.
I ragazzi hanno vent’anni d’età.
Il loro riso è tremendo, furibondo
più della iena tedesca, più duro
a sopportare di un supplizio politico.
Non dànno nulla, non vogliono
nulla sapere né altro intendere; sta
la loro splendida forza disarmata
e dolente come il sasso in un prato.
Non riconoscono debiti, non vogliono
neppure conoscere la tristezza dei vecchi
– né la voce, sola voce, voce di notte
che dice di passate miserie, che affonda
fra le pietre di tombe
“oh voi prefiche rauche” (gli ridono)
incombe la loro voce insulsa stridula,
è una cagna urlante nel vicolo,
e con le mani di viola devastano il silenzio
già distrutto nel cuore anche per noi.
Restiamo imprigionati contro il muro.
Nessun altro corpo è stato più colpito
del petto di un ebreo.
Oggi che tocchiamo con le dita
nelle sbarrate ilari vie della vanità
altre gemme (parvenze minerali, fosche,
che diciamo verità)
oh non voglio che (facciate che non…) sulle devastate rovine
dove sono buttate in confuso riposo le ossa,
altri dalle macerie alzino ancora case
da distruggere; che il ritratto dei figli
sul letto di anziani coniugi si spezzi
nel piancito al tonfo di uno stivale;
siamo vivi solo per questo, per dire
parole, adagio, misere, non altro
è rimasto fra le mani ammuffite bruciate
dal sole di lacrime ormai spente.
Non una tiepida canna per cantare
a giuoco col vento. È il rumore
di passi pesanti – alzare la testa
(c’è amarezza e fiele in questo oscuro petto,
ancora c’è il rombo nell’orecchio
dei muri che s’aprivano, le risate dei vivi
uguali, uguali, uguali allo spiegato
riso del vincitore).
L’uomo s’adegua al fango della terra.
Solo a un popolo vecchio sconfortato
sorpreso nell’astuzia dolce da un’astuzia
più feroce e improvvisa…
“Che cosa dice il vento?
che cosa dice il mare?”
sono i ricordi di uno scoramento
che trascina indietro, a naufragare
(frasi di un tempo giovane da amare:
certo non era il male che poteva farci sanguinare,
o forse proprio questo è il rumore del vento
che taglia con la lama i girasoli?
il mare è uguale dappertutto?
giallo coperto dai girasoli sbattuti?)
Anche la morte è uguale a un’altra morte
e a questa vita,
anche la morte è uguale a questa vita
– se è certa e resa viscida imponente
dal nostro sangue umano.
Battono dodici colpi, sui tetti
striscia un riverbero nero,
rumore di macchine lanciate,
piangono le gomme per le strade
poi verso le chiese sprangate
fra le ombre di statue pietrificate
a braccia spalancate,
ali di luce si spengono sull’erba.
A questo penso lungo la notte quando
– dans le bruillard s’en vont un paysan cagneux –
potrebbe un passo, un altro, raggiungere la mia porta.
Nella notte, io chino nell’alone del tavolo,
la luce bassa, i fogli, le pagine sacramentali,
un colpo, il tonfo – (tutto può rimanere
così, fermo per sempre, immobile
per sempre può restare la vicenda sognata)
la casa devastata, aperta, smascherata,
cassetti spalancati, gettati dalle pareti
i quadri, pochi quadri, rotto il vetro di tutti
(Manzù dal cristo morto,
l’ombra di un impiccato)
sgualciti i fogli, per terra calpestati,
l’urlo della donna seccato nella gola,
ad uno ad uno cadono dagli scaffali
i libri, bruciano sulle mani
– volume quinto di Lenin
“Altra cosa erano gli arresti e le deportazioni
durante il regno dell’odiato Nicola”,
Herzen agli amici di Russia:
“In ogni riga delle mie lettere avete visto il dolore”,
le fatiche, le pagine nel fuoco di questo dolore.
Bisogna forse morire per colpire più a fondo.
La vita sola non basta.
Siamo troppo sporchi di dentro
per capirci, e troppo poveri per l’amore.
Non c’è porta che basti e nel pensiero,
nell’immagine che la notte dilata
sopra immemori tetti
– tu scrivi W Stalin sul ponte di Roncrio
poi la pioggia di un autunno nevoso
distrugge il ponte e Stalin,
o ti lasci perdere all’acqua del canale
verso il volo degli angeli scolpiti
su gli uomini ancora vivi alla Certosa,
luce ruotante in grido nel profondo
circolo del pozzo.
Questo è tutto, nell’anno sei e due
mese di luglio, venti, a luce d’alba
– nella gelida alba, alba rosata (con dita…)
– certo non si può consumare un aggettivo per l’alba,
alba non è ma è il fuoco degli alti forni,
la sirena che chiama, lo sciamare in fretta
grigio compatto degli uomini in bicicletta.
Se leggo le voci degli amici:
la mano non può sfiorare
la mano dell’amico,
una corrente divide i nostri cuori
siamo sempre più antichi e soli.
Tutto d’altra parte è previsto e disposto,
la lucida intelligenza accede e provvede,
gli attuali problemi sono già circoscritti,
dilagano le parole in Shadow corpo dodici.
Mi inchino all’arte, alle parole sapienti
(ho assistito una volta al ditirambo
reciproco di due retori che s’invischiano
in lodi per lo scritto stupendo);
poi una vecchia millecento nera,
targata Roma, entra nel ghetto, brucia
devasta infanga insulta si accanisce
e il tempo si frantuma, nulla conta nel giorno:
e la vita, le vicende di quindici anni passati,
io che ancora vivo per ascoltare ancora
indifeso illeso il pianto di quella gente
(così altri, in silenzio);
nulla conta più del labbro dell’ebreo
spaccato da un pugno poliziesco,
del numero sulle braccia, delle donne ammassate
come un tempo nel freddo di una colonna.
All’ombra dei portoni uomini furenti.
Le vostre parole allora? la nostra ipocrisia,
la nostra pietà che stride, la nostra vereconda
indifferenza? la parola che pesa?
i sottili riverberi, i giuochi, trame, aneliti
ammiccanti? a che servono i lieti ragionari?
Sotto il cielo romano (siamo i figli di Roma)
l’ebreo è un uomo con il labbro spaccato,
con un’ira divina, col braccio tatuato
– alberi enormi si tendono al ponente
hanno brividi leggeri, profumati
da un’erba strana e da ali,
mentre ai tavoli dei caffè
i poeti discutono dei principi immortali…
Il sogno di Costantino
I. L’autostrada del sole II. I frati al Carmine III. Ancora desiderio di battaglia IV. Acrobati in una piazza di Toscana V. Alle origini del mondo VI. Il sogno di Costantino VII. Gli uomini di Piero VIII. Incontro davanti a San Francesco (Arezzo) IX. Se Roma impera… X. Conclusione e fine del giorno
Se vai per l’autostrada del sole
sotto la galleria della Citerna
al rio del bue morto (dove vuole
una leggenda popolare)
lungo la galleria della Citerna
le vene gonfie di radici
esplodono in amare gocce, se vai per ritornare
accade che… se vanno
altri ancora accade, per partire,
che la strada percorsa, asfalto aiuole,
sia breve per una gioia, che il rimorso
della felicità che per morire
anche solo in un attimo è vicina
incomba, e si svena il gran verde alla collina,
ai mirifici fiori, ai venti che traboccano
in un’ora da una terra contadina
a Firenze, per salite un poco arse prima
poi forre erbose, scatenati silenzi,
fra alberi e soli immensi
decrepite case piangono.
Se vai per l’autostrada nel mattino
del tredici giugno metropolitano
e un lontano suono rimane sospeso
alle campane aperte di San Miniato,
ecco d’antichi lumi deliziosa superba
in lacrime furibonda
sorprende la terra toscana a una curva
come un’onda più alta quieta di mare
o erba che cresce sulla mano e ristora il cuore.
Intanto divagare su quanto fragile vuota
terribilmente errata sia la giornata
passata e tante possibili avventure
dopo gli alterni ultimi mesi
s’aprano al viaggiatore.
Non alberi per strada, la campagna
dilapidata, polverio di gerani per i fossi,
borghi umide pietre, folgoranti
torri e addio veloci per i fossi
suoni d’ombra, la Shell gialla, marmi
incandescenti; una solitaria impalcatura
dondola, circonda il campanile
– così l’aria diafana gentile
sugli oggetti che vivono senza paura
immobili, dentro a questa grande luce.
La cappella è nel buio profondo: la mattina
conduce, insieme agli stendardi conquistati
al cielo dell’estate, accanto ai frati
dal cuore inverecondo, immondo
animo di vite spaventate;
per le navate beate in azzurrissimo velo
allo schiocco di un vento che sale da cantine
enormi lucide squarciate dal gelo,
inginocchiano le anime turbate.
Sui gradini rosi dal verme di anni magri
in una luce diafana scomposta
piove l’ombra delle grandi figure pittate.
Certamente incontrarvi costa fatica
nobili cavalieri, oltremontani saggi,
pozzi di cauta sapienza, e sapienza
v’indora le mani ruinando miracolosamente
da caverne celesti
mentre un fiume bagna il fuoco della bocca.
Conoscendo la morte, sorridete;
compatite la vita rimasta, sciocca
vita tormentata, su cui scoccano
ispidi dardi di tormenti pensieri
che si perpetuano sempre; dalle pietre
traballanti muri circoncidono
la nostra scorza, duri.
Incede il vostro cuore con folgorante forza.
I sorrisi verdi fra l’erba, furori
venano esili grandi mani;
il silenzio è di me un poco grigie, mute,
sapienti, di città, case
dentro cui nudi mendicanti
muoiono nella luce orgogliosa dei santi.
Il frate apre gli occhi a un riso giallo,
scuote turbato ilare nel viso
le chiavi di cristallo e sospinge
perfido zoccolante, faccia di sfinge, a una porta
mentre la luce si smorza in un suono
che odora di pane, è mezzogiorno sul mondo
stupefacente tuono.
Così noi tutti via fra i morsi arrabbiati
di questi presuntuosi tonsurati
nemici della ragione.
Per quindici anni in fuga condannati
ad arginare la pietà degli altri,
stravolta angoscia, cupa distruzione,
con una giovinezza sconsacrata
che oggi è in bianche ossa divorata;
ad amare con lo strazio o un furore
l’altrui amore, a ridere
per la gioia degli altri e a farsi pietra
per la morte di un uomo sconosciuto
– adesso nel rovesciarsi delle notti
la fuga della vita è un tradimento
e: chi piange con noi? chi ci sorride
più? chi si strazia come il pellicano
offrendo il sangue al freddo della mano?
Le trombe ululare,
bianche nere bandiere sventolare,
nomi strani, emblemi, insulti, noia
sulla bocca; personaggi ufficiali
versano il miele di una falsa umiltà
e gli amici di un tempo
hanno addosso la porpora già.
Avide facce alzano nel marmo
cimiteri di banche,
tagliano con gesto forbito i nastri inaugurali
le adultere madame,
uno sciame di servi inchina alzando le mani,
intanto nuove ciminiere rompono
con tetra indifferenza il cielo vinto.
Nell’occhio della notte folgorata
per la strada battuta dalla pioggia
una per una le finestre le case
stridono, si chiudono, laggiù
un globo freddo tra nubi fonde va.
Ancora un desiderio di battaglia?
l’uomo è nella solitudine, il rancore
arrugginisce un cuore dilaniato
dalle frecce che non splendono più.
Quanto amore è andato sprecato.
Volano fiumi in terra di Toscana.
Steso è il cavo di ferro. Un giocoliere
lieve umana armonica parvenza
brucia in uno splendido braciere,
ombra sull’asfalto della città.
L’ossessione spezza l’omertà,
il filo vibra vibra alla pazienza.
Sopra la piazza d’erbe, con fontane
morse da rossi venti di colombe
piovute dalle torri scrostate
sfiorando in ali foglie e balconate,
corre lungo una corda rugginosa
arcaica stride la motocicletta,
pericolosa, sospesa, invecchiata
nell’incenso fra schianti di campagne.
Scorrendo è una terribile civetta
stretta sugli alberi appannati
dall’estate, da un’ombra che l’aspetta.
A testa in su gli uomini sfuocati
guardano impotenti esacerbati,
gridano con tre voci nella gola
alla forma che si divincola, sola,
dal campanile all’antico palazzo oramai nero;
gli infuocati riflessi del mistero
si compongono adesso nella gioia.
Poi la noia della giornata,
insieme alla possibile morte che divaga
incerta fra paura e delizioso rancore
a chi è conficcato nella strada,
si consuma ed esplode nel furore
feroce e inconsolabile;
è paura dell’opera vittoriosa
che ferisce con vergogna il nostro destino?
impotenza, invidia di un cammino
che non si sa scegliere, frustare?
di una morte derisa? acrimoniosa?
è già sicura la sorte in quest’aria di notte
appena consumata, fra le rotte
voci che chiamano pèrdono inveiscono?
L’uccello della notte
fa lutto sulle colonne.
Il suono di un vento fra gli alberi.
Non regge all’arsura del tempo l’amore.
Respira l’estate sopra i rami nudi.
A una spietata neve si scioglie il cuore,
l’amicizia, il regno del mondo, i crudi
desideri di condannarsi e amare,
di stringersi la mano,
voltare le spalle, contare ricontare il grano
sulla pianura che il sole distende profondo.
Siamo alle origini del mondo,
a noi non è dato aspettare volo di colombe,
l’arca di dio ha issate le vele, è partita,
il fiore delle generazioni passate è chiuso nelle tombe,
la vita a volte pare anche deserta, come
un fiume coprisse la terra
e solo un uomo guardasse la terra morire.
Fiati di lucido pianto sopra le tombe sfiorire.
Gli atteggiamenti frivoli, le delicatezze,
l’avidità, polvere sulle ali di cera,
barlumi di riso per le debolezze
che la sera con tutti i suoi fuochi
ci fa vivere ancora; dunque viviamo
giudichiamo, opprimendo, condanniamo;
non sono spente le ombre a cui
come povere navi ancoravamo i pensieri,
gli osannanti cristalli delle sibille?
Preso dall’annientamento
di questa solitudine straordinaria,
paesaggio vile, decaduto, ho seminato
il mio ammonimento;
non era un alibi, la vita ho gettato.
Sopporto l’angoscia che fa vivere.
A poco a poco adesso il sole immondo
tanto è bello di calda innocenza e di verde,
in un mare d’erba si perde
contro mura di fuoco
poi volge le ombre al respiro della montagna
dove si stampano le fatiche dell’uomo.
Viviamo alle origini del mondo
umidi di brina di caverna.
Il grido di un’averla colpisce il viso a scudisciate.
I tetri specchi delle nostre paure angosciate!
Pochi segni indicano noi all’ombra che segue.
Siamo forse a una fine
senza possedere altra sapienza
che la nostra impotenza
o calpestiamo le origini di un mondo
e noi consuma una scarsa esperienza?
(Di notte Terni brucia, gli altiforni
scagliano lapilli nelle nubi di neve,
bianca neve scendere senza venti,
spilli infuocati ruotano nelle grotte
dei monti reatini;
la strada periferica, annientando la vita, odora.
Guardo ora la terra intorno a me, erta
e difficile, sciabolata da lame
di un raffinato sole, fra quiete valli
gli ulivi hanno germi teneri e castelli
tondi scudi di rame
volano sopra i rami nudi).
Non appare in sogno la colomba superba.
Bianca, ali fuggenti, timida, composta, eccelsa,
fuoco dello spirito e brivido dei pensieri
piomba sopra al sonno disarmato dei guerrieri
a bagnarli con le zagare del cielo.
Ha leggerissimo in bocca uno stelo.
(Il sogno di Costantino:
affidare con tragica insolenza il destino
delle armate al bianco di una piuma).
Il nostro cuore è schiuma della terra,
bruciato da una raffica è fango della guerra,
la vita soltanto a noi è affidata,
a noi con le radici è abbarbicata.
Mai fu così prossima la fine.
Non ha più senso toccare le pietre,
l’attesa, il turbine, la tempesta
spezzano non foglie morte ma le cime
degli alberi, la terra;
è troppo tardi.
La parola è un pugnale, penetra profondo.
Davanti ai grandi affreschi di Piero
impalcature irte di ferro nero coprono
il secolare schianto delle figure, l’umano
brusio di mosche e i vetri delle navate,
le alte canne di un organo spezzate.
Le pure verità si leggono sul muro
appena intravviste, in penombra, scolorate
da indifferenza e dal tempo.
Cavalli travalicano ruggendo
fiumi in riposo, fiori d’erba, spinti
dalle spade, coi cavalieri in sella
o agonizzanti a terra
fra le lance perdute.
Sfolgorio di bilance
che fortuna e legge reggono.
Un gelo di morte è nell’aria
che cala dalla sera,
eroi immobili nella mischia aspettano
che l’ala nera si spezzi e lo stendardo parli.
Ma da un sogno non attendere verità,
non possiamo tacere,
calpestare la polvere, inalzarci
ombre di marmo ferme dentro i secoli.
Presto sparire, certo, scialba densa
moltitudine, polvere sporca, immensa
forza sprecata:
naufragare dopo aver rimpiattata
in nere caverne a strapiombo sul mare
la nostra parola sopra le scogliere.
Ci faremo intendere poi, forse amare, temere.
Inutile che tu stia a rodere
te stesso, a consumare le notti
lunghe come notti interminabili,
via vai di tram e fari dentro visi
di uomini (o di donna).
La parola che usi è scarna, povera,
risuona suona è un colpo di martello
solo per un chilometro di strada.
Qualche orecchio l’ascolta. È tutto, bada.
(A un cancello due mani adolescenti
si smuovono i capelli).
Sono vinto da una tenera angoscia
che mi fa caro a me stesso
dopo lunghi errori e anni d’indifferenza.
Solo, come sempre, in solitudine e quieto
all’apparenza che sfuma (le mani lacerate)
nella luce di rosa; cupo mi abbatto
sulla piazza meschina
in cui con occhi lacrimosi china
la faccia stanca un santo.
Orribile fischio del treno a notte fonda.
“Il giovane già grigio” ride improvvisa
l’agile signora che ricordo aveva i capelli di fuoco,
ritorna dal passato con i suoi occhi azzurri
così profondi azzurri che tutti faceva lacrimare.
La vita la travolge, l’ora è un grande
specchio che si appanna, misteriosa.
Il suo compagno ha un viso stanco, dice
che a Ispra lo sciopero è compatto;
i motivi? le carte, il materiale
attrezzatura nuova,
vogliono anche denaro non le pare?
se a Ispra non si prova
non si fabbricano bombe per le tombe.
Dunque anche l’Italia avrà nel cielo
il fungo turbolento grande quanto
un giorno di primavera sul Cervino?
la Sardegna è il suo Sahara, un deserto
di sterpi, di silenzio, antico pianto,
ma occorre, s’affanna, più denaro,
tecnici nuovi, materiale, voglia
d’organizzare. Più fiducia dell’uomo consenziente,
più pazienza dell’uomo verso l’uomo,
più legittima attesa…
Come sei cambiata, tu, con gli occhi un poco
spenti grandi, nella piazza invasa
da torme di stranieri,
voci di toscani indifferenti.
È lontana la nostra giovinezza.
Già sera, Piero col suo gregge
sprofonda nelle tombe, in uno schianto
il cielo trabocca sul prato
dimenticato, tutti partiamo, a Ispra
addio, addio, a Ispra, dice, addio,
a Ispra se ci date il tempo, è un luogo…
e l’amore scompare e i grandi anni
ritornati ruggendo con le fauci
pronti per azzannare.
Non c’è pietà, se non dimenticare.
La partita non è perduta, la nostra vita
non è bruciata ancora, annichilita,
disfatta, ramo secco, noce avara
che allappa nella polvere di sasso.
Tutto sembra caduto? Roma impera,
muore Venezia, il carnevale impazza?
e noi sangue italiano
pazienti a conficcare con la mano
i chiodi dentro al legno dei cuori,
volontà non corrotta da furori
in questi anni coperti di silenzio.
Essere stati vivi sarà inutile?
Non offrire la scure al nostro boia,
non cadere bruciati dalla noia,
il sangue versato servirà.
Mentre scrivo la terra è minacciata,
forze aprono voragini nel fondo
mare, dall’abisso cadono sul mondo.
Veleno, colori sfolgoranti improvvisamente
invadono la pianura,
l’uomo bruciato dalla paura
impazzisce. Questa è l’età
che ci vede vivere, sulla spiaggia
di onde paurose; ma poiché viviamo,
ancora nei pensieri abbiamo la forza
di un ultimo rigore, ancora amore
nella scatola segreta d’una stanza.
(Questa è risposta, ultima, mandata
a un biglietto d’invito, offerta astuta:
verrei da voi ma al seguito di guerrieri
i quali annunciassero che Roma è caduta).
Così si attorciglia la corda e sopravvanza
sopra l’inquietudine una speranza.
Che cosa ci riporta a casa, la voglia di tornare
per sempre, navi morte, al porto
dell’ultimo uragano
o la paura di partire
ancora, di non sapere più tornare?
Firenze, Pratolino, le gole
di monti, case buie, i ruderi
dei castelli bruciati, le accecanti
luci, l’orrore dei pensieri,
viaggiamo e la terra può finire,
pensiamo questo pensiero di morte
e può veramente la tromba suonare alle porte.
Lunga fila di macchine, la coda
del serpe si snoda
fra il sasso arrostito dall’estate;
è notte, poveri lumi, sprofonda
di qua di là dai monti all’improvviso
la galleria, il fondo della terra
è oscura angoscia, timore di non più apparire,
poi luci sparse, infinite,
vive luci, frastuono, una voce
dice in dialetto un augurio dentro all’ombra,
una donna si scosta, un faro sulla collina,
è vicina la riva del viaggio,
ferito a morte, scaltro, lungimirante
con coraggio mi attesto alla mia terra.
Finisce il resoconto del viaggio estenuante
dentro a una guerra.
La bomba di Hiroshima
I. Le ossa calcinate II. La notte non finisce a Hiroshima
La bomba di Hiroshima
bruciò troncando le ultime parole.
L’ossa calcinate
riverberano il cielo senza fiato.
L’erba per sempre ha il verde rovesciato,
l’albero ha il suo tronco congelato
per sempre, la natura scompare
per sempre, nell’orrore dell’uomo
dentro a un fuoco di morte.
File di carri cercano le frontiere,
appena cadute le barriere
di filo spinato
la gente beve nelle mani screpolate
e corre forte sperando lontano
per la pianura, macerie a frugare
macchie nere di lava paura;
nel sole la guerra è seppellita
con gli ultimi soldati in pietra dura.
Nel Giappone una città nuova
cresce adesso funebre violenta
sopra uomini esanimi che al sole
si scuoiano nei fossi.
E qua è l’Italia, non intende, tace,
si compiace di marmi, di pace
avventurosa, di orazioni ufficiali,
di preghiere che esorcizzano i mali.
Ma nel mondo le occasioni perdute
sono i sassi buttati dentro il mare;
nei luoghi devastati dalla lebbra
o accucciati nell’ombra a imprecare
non un granello di polvere nel fondo
dell’occhio incantato che li domina.
Tutti i morti oramai dimenticati.
Il ventre della speranza è schiacciato
nella polvere da una spada antica;
anni interminabili, senza amore,
inchiodano col fuoco alla fatica.
Regala la sua vita un aviatore12:
fatto legno, con sdegno
ammonisce con la bocca ferita
che quanto è accaduto può ancora accadere13,
che la vita di tutti si consuma
in un bieco silenzio e in cenere.
Gli altri usurpano e straziano,
non affondano i denti nel bicchiere
acre della verità che fa morire.
Macerati dagli anni, legati
con la canapa al giorno travolgente,
ascoltano crescere l’erba
stenta, con la mente il passare del tempo,
odiano la voce che dà gelo all’inverno,
che conduce al fondo dell’inferno,
che monotona assale
i seduti nelle sale addobbate,
poi percuote e subito affonda
nella pietra tombale…
sempre contando i caduti d’Europa,
i trafitti dal cielo a Nagasaki.
Esule nella patria la voce conduce
a un amore dimenticato, a un dolore
irto, indifeso, spina da patire;
al mondo che lo ignora
offre l’orrore
della sua morte e di una gloria vile.
Dietro il muro del pianto si è difeso;
ma ritorneranno l’ora derelitta
le giornate con l’anima confitta
nel fango, se un orgoglio conteso
da questo acerbo cuore
che non s’arresta di fronte a pena alcuna
girerà nel dolore la fortuna.
L’hanno preso, legato, è prigione
in cima a una collina di carbone.
I naufraghi che vanno alla deriva
troveranno da lui che è sulla croce
nuove parole, il ricordo, ragione?
La notte non finisce a Hiroshima.
Prima dell’autunno, sul fiume Leuter, in Germania
I. Il presagio II. Tranquilla inerzia III. Esplodono le nuove fabbriche IV. Ach, du!
Gettato un sasso dentro al fondo abisso
batte l’aria nel fervore
di rosee luci il tonfo apocalittico.
A volo dileguano le ombre
acquattate nel sonno fra la scura
erba matura; dentro all’orecchio dura
la vibrazione (incanto di una lama)
e dall’umido pozzo agile frana
una lucertola, sospiri crescono sul muro
che interrompe l’estate
e antiche voci rapido difende
con la muffa splendente.
Non c’è persona in moto, il pomeriggio
affila spade rosso di paura,
attende dall’orizzonte nemico
il tramonto con le ali della sera.
Sulla bandiera che schiocca indifferente,
per giuoco, da una torre,
la vita si ripete.
Leggo con scrupolosa ingenuità
il palmo della mano,
gli oroscopi non sono oscuri
la vita durerà lontano
malattie non si danno
non l’affanno di morti misteriose,
la linea del cuore il giuoco dell’amore
vibrano nel mio scandaloso cielo.
Panno disteso docile per terra
ascolto gli occhi subdoli di estranei
radunati nel domenicale eloquio
o al conviviale riso perdersi, cercare
quasi per giuoco, seri, a poco a poco
simboli, segni, croci, nomi, amori
affiorati dai giorni
per sempre (che parevano) scordati.
La vita consumata in un deserto
senza gloria o talento
si disperde adesso in stillicidio
per la radura che divaga al fiume;
stretto fra l’erba, perfido, si perde
il mistero delle voci.
Affiorano scheletri feroci
di giovani soldati con la mano,
bionde ragazze svengono lontano
da qui, sulla radura,
le Volkswagen col muso sprofondato
dentro la terra brucano nel verde,
un uomo si getta su una donna
che nemmeno grida, apre le braccia, ride;
e se prima il silenzio, una gran folla
fra gli alberi si cerca nei capelli
a scaldarsi nel sole, indifferenti,
belli, nudi, felici, disumani,
parlano adagio, si chiamano adagio, parole
su quelle povere ossa.
La felicità, o meglio: il meditato oblio
che si usa con prudenza non deve distrarsi;
è domenica sul fiume e va goduta piena
(credetemi) questa tranquilla inerzia.
Poi improvvisamente per la mente, schegge
di un affaticato sasso,
sono nel cielo anatre selvatiche,
lassù nel cielo perse nere in cielo,
gelano dentro i venti le ali cupe
e un rombo il rombo il rombo sopravvanza
la disperata attesa, Stuttgart bombardata,
morta la giovane infermiera, distesa
una fila lunga di morti,
di cera i campanili si disfanno, storti
i ferri, luci affannose nel cielo
staffilato da lame. E tutti morti.
Per un uomo venti donne, o cento,
adesso; la rovina è riparata,
splende una nuova architettura.
Dimenticata è quell’ansia di paura.
Stridono sul greto oltre il beato
corso di questo fiume
i carri armati (la luce di questi occhi),
allineati s’avventano in un prato;
e da München per strade di pianura
l’asfalto segue un alto muro bianco
da cimitero, le fabbriche nuove
necropoli di morte, fumo nero
esplodono; e insieme l’affanno del pensiero
che seduce la verità è uno strano
gelido timore di sbagliare.
Il piano di Stalingrado suonerà
in quest’ora fra il tonfo degli alambicchi
e le rare parole? ci sarà pace al sole
per l’ebreo che brucia e il povero italiano?
Scusatemi. Ma occorre proprio cadere
colpito da questo rigore che ferisce,
cadere in siffatti pensieri, perdere
(dice così l’amico tedesco, verloren)
le ultime giornate dell’autunno, splendide.
“Presto verrà la neve, presto è inverno”
c’è un brivido travolgente nella sera
che si disperde,
così salutano molti con la mano
un poco alzando il busto, alle ragazze
rompe in onda il fulgore del seno
(stenderle in un letto di piuma, affondare).
I carri armati fermi oltre la riva
sulla terra di tombe; incombe,
mentre le ultime famiglie s’aggiustano le gonne,
una cilestrina luce, ach du!
fra il verde cadono le stelle,
s’annidano negli occhi spenti di quei soldati.
Viandanti fra un nero vento
essi stanno buttati
per sempre dentro le tombe.
Iconografia ufficiale14
La diga del Vaiont è in Val Cellina
a dodici chilometri da Belluno
la diga del Vaiont è la più grande diga ad arco del mondo
alta 265 metri consente di invasare sino a un massimo
di 168 milioni di metri cubi d’acqua del fiume Piave
per alimentare la centrale idroelettrica di Soverzene.
190 metri di coronamento carrozzabile
spessore al coronamento di 3 metri e 40 centimetri
spessore alla base 22 metri e 11 centimetri,
per costruirla sono stati impiegati
350 000 metri cubi di calcestruzzo
e mezzo milione di quintali di boiaca.
Crolla la diga del Vaiont
travolgendo interi paesi immersi nel sonno.
Era la più alta d’Europa.
Si cercano le vittime nel fango
il fango ha sommerso cinque borgate
fra i superstiti rassegnazione e
fatalismo: i superstiti non piangono.
Il dolore del paese, messaggio del Papa.
Le prime telefoto dal mare di sangue sopra Belluno.
A Pirago il paese si è frantumato
su questa piana c’era Longarone
ora è un mare di fango pavimenti di case.
La morte è scesa dall’occhio azzurro del Vaiont.
Gli uomini vivevano sereni ai piedi della diga,
il fianco della montagna che si specchiava nel lago,
era da migliaia d’anni che si ergeva compatta e possente.
Quell’immenso ghiaieto dove una volta erano case
ha oggi un aspetto allucinante.
Il paesaggio è lo stesso di quella città giapponese
dove era scoppiata una bomba,
alla luce del cielo terso
il paesaggio è di un biancore insopportabile,
televisione programmi sospesi,
dolore e mistero, catastrofe biblica.
Prime polemiche. Si poteva evitare?
Il presidente della repubblica
ha erogato una cospicua somma
per i primi soccorsi.
Il testo del telegramma
– la notizia del gravissimo disastro
– le laboriose popolazioni della valle del Piave
– l’unanime sentimento di cordoglio del paese
– animo profondamente commosso
– reverente pensiero agli scomparsi
– le famiglie così tragicamente provate
– più affettuosi sentimenti di solidarietà.
Oggi Leone si recherà nel Cadore
– sentimenti vivo dolore
et profonda solidarietà
– pregola recare popolazioni colpite tanto flagello
sensi affettuosa solidarietà.
Un processo si deve fare
i responsabili si debbono trovare e debbono pagare.
Longarone Pirago Rivalta Villanova Faè
Codissago San Martino Spessa.
Calcolata perfettamente la diga
si è trascurata la parte geologica;
un sistema di centoquarantatre equazioni
con altrettante incognite
risolto per controllare
le caratteristiche costruttive; approssimative
le prove sulla struttura delle rocce.
Non è rimasto nulla.
Non nulla per dire poca roba: proprio nulla.
Quattro chilometri quadrati precipitati nel
fondo delle ere geologiche
in un tempo preumano
“l’Ava la stava qua?
magari la stesse qua. La stava a Rivalta
e a Rivalta non ghe più niente”.
Diga perfetta ma roccia pericolosa.
L’anima nostra si raccoglie in preghiera
invocando eterna pace agli scomparsi
– per far rifiorire in quelle terre così laboriose
la speranza di un avvenire
più sereno e sicuro.
Certo è che, per citare un caso,
il paese di Valesella
un certo giorno cominciò ad andare in briciole
molte case dovettero essere abbandonate.
Ecco la valle della sciagura
nel crepuscolo del mattino
fango silenzio solitudine
e capire subito che tutto ciò è definitivo
più niente da fare e da dire.
In tempi atomici si potrebbe affermare
che questa è una sciagura “pulita”
tutto è stato fatto dalla natura
che non è buona e non è cattiva ma indifferente.
Mi ricordo che mentre la facevano
l’ingegnere Gildo Sperti della Sade
mi portò alla vicina centrale di Soverzene
dove c’era un grande modello in ottone
dello sbarramento in costruzione
ed era una scultura stupenda
Arp e Brancusi ne sarebbero stati orgogliosi.
Più arrivano bare più arriva gente
in questo grande mercato della morte.
Il presidente Segni è a Longarone
circondato dalle autorità
le autorità impettite e vestite a puntino
facevano gruppo isolato
attorno premeva la gente della montagna
“vieni qui, da noi, ad ascoltarci”.
Il consiglio dei ministri ha rivolto un riverente pensiero
ha espresso la commossa solidarietà
ha rinnovato l’assicurazione
– i provvedimenti intesi a dare pronta assistenza.
Un giovane piange la sua casa distrutta.
Nei magazzini degli aiuti ufficiali
vi sono soltanto quintali
di latte in polvere.
I discorsi de’ miei concittadini15.
Note
1 Silvio Corbari, partigiano romagnolo, preso e impiccato in piazza nell’agosto del 1944. In Romagna, per definire un eroismo, si dice adesso: come ai tempi di Corbari.
2 Ferruccio Parri, nel mattino di maggio del 1945.
3 È allusione scritta alla rotta del Polesine, altra sciagura nazionale e altra kermesse burocratica.
4 Al tempo degli scioperi degli anni ’50, feroci e liberi. Un fuoco di paglia.
5-6 I due sindacalisti (di cui si veda, volendo: Un dibattito inedito sul contadino della Val Padana, Firenze 1957).
7 Le nuove parole per la vita diversa che si prometteva (proprio attraverso questa lotta, o lotta di tal genere).
8 Del delta padano.
9 Si consideri adesso l’ingenuità (senza malizia) del referto.
10 Non il suo corpo ma la sua memoria.
11 Al campo di lavoro di Treblinka; con questa indicazione sulla bassa di passaggio, secondo il gergo militare, i gruppi di ebrei polacchi erano avviati al campo di sterminio di Treblinka.
12 Il maggiore Claude Robert Eatherly dell’aviazione americana, che volò su Hiroshima. La sua vicenda è nota e ora conclusa; “liquidato” dal mondo e rinchiuso per sempre in manicomio.
13 Da una lettera di Eatherly ad Anders.
14 Nel 1963, di notte, un’ondata scolata da una diga gioiello d’architettura travolse i paesi e paesi e paesi – morte persone duemila. Un fatto di cronaca. Una fetta di cronaca. Questo testo, senza interpolazioni, rappresenta il progresso (nel senso di reportage naturalistico-decadente) dell’informazione dei giornali; l’accanita indifferenza; il lubrico e un po’ sconnesso linguaggio delle occasioni; e il referto della pronta indifferenza burocratica.
15 C.E. Gadda, Una poesia, in “Il Menabò 6”.
La poesia fa il libro
È solo apparente il paradosso che vorrebbe Roberto Roversi scrittore defilato e appartato e insieme tra i più autorevoli, ascoltati, attivi e dunque presenti – dal dopoguerra a oggi.
Si può semmai osservare che precisamente la sua determinazione nell’evitare lo spettacolo della letteratura, nel rifiutare ruoli anche latamente istituzionali, nel negarsi a premi e rassegne, e alle letture pubbliche, come alle lusinghe dell’editoria delle matte tirature, ha avuto anzi ha da decenni lo statuto di un esempio: prassi, etica ben consapevole, da accogliere, seguire, studiare o discutere. Esposta, non sovraesposta, con chiarezza.
La scelta da lui abbracciata alla fine degli anni Sessanta è stata quella di non affidarsi più a editori di (sedicenti) grandi numeri, lavorando semmai in piena indipendenza con lo strumento del ciclostile, che era già o stava diventando nel mondo, nella politica come in infinite iniziative culturali autogestite, un veicolo fenomenale di cambiamento, comunicazione. Le sue Descrizioni in atto hanno raggiunto migliaia di lettori, così. Si dice il giusto e non si concede troppo alla sociologia della letteratura se gli si attribuisce il merito di esser stato fra i primissimi ad anticipare e fronteggiare quella crisi del libro, o del carattere gutenberghiano della diffusione del sapere e del senso, su cui si ragiona oggi parlando non di ciclostile ma di ebook e reti.
Non bastassero questi pregi, gli va riconosciuta poi la molteplicità delle strade percorse – non solo in poesia. Se questo libro dà alle stampe una parte cruciale della produzione poetica degli anni 1965-1980, integrata da utili (ferrosi ma non rugginosi) materiali in prosa, allo stesso tempo sottintende e non ignora il lavoro svolto per decenni con le riviste fondate (in primis “Officina” e “Rendiconti”), il dialogo anche informale con centinaia di autori e giovani che lo interpellavano nei locali della sua libreria Palmaverde, la scrittura per alcuni cantautori, il costante studio e impegno saggistico, la collazione di materiali per documentari, la collaborazione a piccole e piccolissime iniziative o collane editoriali, i testi per il teatro, la militanza in quotidiani e periodici.
Il cammino culturale di Roversi è un esempio di non-mappabilità come pochi. Ramificato, complesso. Né ci si può addentrare in una (diversamente vana) disamina solo critico-letteraria della sua opera. Qui non si farà che tratteggiare – quasi conversando, cronologia alla mano – stili e climi, testi e voci; perché poi meglio di tutto parla la poesia, in versi e in prosa. E forma il libro, nella sostanza.
Nascere nel 1923 in Italia significa avere una parte del proprio percorso segnata o minacciata, se non rigidamente preorientata, da una dittatura che – come tutti i regimi e come si percepisce adesso – educa con il fine di (fintamente adulare e semmai) azzerare l’identità individuale, a favore dello Stato. Educa così alla morte, in qualche modo; in più di un modo. A più forme di morte.
Lo Stato, con puntualità hegeliana, passa all’incasso – una volta fra tante – a metà secolo XX, chiamando sangue, determinando uno dei peggiori incendi della storia. Il giovane Roversi, come altri, nel 1943 non può che gettarsi in quella guerra. Mentre appena un anno prima aveva contribuito a fondare – con gli amici Leonetti, Serra e Pasolini – una rivista che si chiamava “Eredi”. Nelle parole di Pasolini:
a Bologna, ci eravamo riuniti in un gruppo di ragazzi, tra il liceo e l’Università (Leonetti del ’24, Roversi del ’23, L[uciano] Serra del ’20, io del ’22) e, ambiziosamente, avevamo finito col proporci di fondare una rivista. Ben lontani dall’essercene procurati i fondi necessari, ne avevamo già trovato il titolo, programmatico, di “Eredi”. Dire cosa significasse in quegli anni per dei giovani, fare una rivista, potrebbe costituire un intero paragrafo di storia letteraria e psicologica: ma si noti, per quanto qui interessa, come la troppo immatura età comportasse, nel fatto, un irrazionalismo (inutilmente coperto dalla furia raziocinante e sistemante) che solo oggi […] può essere spiegato. In realtà, non solo per l’inesperienza sentimentale, ma proprio per le circostanze esterne […] noi non avevamo altro da dire che la nostra passione letteraria. […] per noi allora non esistevano alternative […] coatti insieme dalla ferrea politica del regime fascista e dalla istituzione stilistica del gusto ermetico. La libertà, nel senso politico, andava per noi – inconsciamente – ricercata in varianti più originarie e impegnanti di quella moralità obbligata e ormai ufficiale: non sapevamo ancora che cosa fosse l’antifascismo […] e l’avversione al fascismo che era in noi implicita si manifestava così in assurde e ideali esigenze moralistiche. […] Quanto alla letteratura, la posizione era analoga: adesione a un novecentismo che ci determinava […] sì che anche qui il latente anti-novecentismo consisteva, analogamente, in una ricerca di “varianti più originarie e impegnanti” di quella convenzione stilistica (ermetica), con immissioni, ancora, di istanze moralistiche e vagamente religiose, e di nostalgie per le presumibilmente più pure fasi originarie (specie, naturalmente, vociane).1
L’analisi e la memoria di Pasolini offrono pure i margini dei primi testi e saggi di Roversi (è il ’42 l’anno del suo esordio in versi), e i segni degli stili e persuasioni sotto cui si conduceva: riassumibili in sostanza come un intelligente ricorso e omaggio ai moduli vociani. Contro i moralismi, sarà probabilmente proprio un fondo di schietto eroismo (nemico però di fanfare dannunziane), unito a un elemento quasi religioso, a cospirare nell’attenuare le difese di chi – appunto assai giovane – viene frontalmente chiamato al conflitto. Il ’43 vede dunque Roversi partire per la Germania, come lui stesso narra – nel racconto riportato da Vittorini nel “Menabò” n. 2, 1960:
La guerra mi portò, rovinosamente, lontano. Ero senza idee e senza forza; solo, senza “maestri” e ignorante; ignorante con disperazione, e consapevole. Seguendo con rassegnazione i bandi dell’otto settembre fui in Germania con la Monterosa; poi, in Italia, finalmente, coi partigiani piemontesi. Non feci nulla; partii soltanto con tutte le forze, ma non più con rassegnazione. Ero a Savigliano, appostato col mitra, nella notte d’aprile, ed ascoltavo il passo dei tedeschi in ritirata, e il canto da cruco, duro, triste, che l’accompagnava; poi a Cuneo a sfilare davanti a Parri, con tutta la gente felice, in quei giorni che sono il più bel ricordo della mia vita.2
Notiamo come, al di là della necessità di compendiare esperienze enormi e lunghe fasi di vita in un tratto fulmineo di parole, Roversi chiuda entro un gesto quasi rabbioso, proprio in uno scatto di lame, il travaglio del passaggio dal fascismo “senza idee e senza forze, … senza ‘maestri’” all’antifascismo “con tutte le forze, ma non più con rassegnazione”. Tra i due momenti, cioè tra “fui in Germania con la Monterosa” e “in Italia, finalmente, coi partigiani”, resiste nel racconto appena uno snodo temporale: “poi”.
In quel “poi” dobbiamo collocare tutta la rabbia conflittuale delle generazioni educate nei miti e nel bellicismo assurdi del fascismo. Va immaginato, in quel punto, il verificarsi di quella presa di coscienza della realtà come ritorno a sé, che sarà poi l’obiettivo delle opere – già mature – del Roversi degli anni Cinquanta.
A guerra finita, rientra a Bologna, si laurea in filosofia. Insofferente verso l’insegnamento, nemico delle convenienze e regole dell’accademia (che lo avrebbe pur accolto, o catturato), e tuttavia nemico dei materiali lavori a padrone che gli càpitano, avvia in indipendenza e non senza azzardo l’attività di libraio antiquario, che proseguirà per tutta la vita.
Francesco Leonetti: “per reazione all’immagine del poeta inetto ai negozi, fece con se stesso la scommessa di combinare affari. Aprì una bottega di libri, e così volle guadagnarsi il pane; con l’intento anche (assurdo e bello in un mondo di giovani arrivisti del dopoguerra) di scrivere senza chiedere a nessuno, anzi stampandosi da sé”3.
E dagli anni Cinquanta inizia un impegno – con sé e nei testi scritti – nuovo, che ha basi solide e inquiete (solide perché inquiete). Come osserva Antonio Motta, “Roversi si affacciava sulla soglia degli anni ’50 insoddisfatto e tormentato, poco incline ad abbandonarsi al passato e, al tempo stesso, malato di storicità”4. Nel racconto di Stelio Maria Martini e Luciano Caruso:
la sua attività di libraio fu ben presto al centro di interessi intellettuali e culturali, che fecero della sua “bottega di libri” un luogo di incontri e di lucida ricerca ideologica, che lo spinsero a trasformarsi in editore. Per le edizioni della libreria Palmaverde, infatti, oltre alle due riviste alle quali più è legato il nome di Roversi, sono apparsi alcuni fascicoli di una collana di “opere nuove e diverse”, “Il Circolo”, che comprendeva testi di Pasolini, Leonetti, Roversi stesso; e, insieme, le collezioni specialistiche di Opere inedite e rare a cura della Commissione per i testi di lingua; Mediaevalia, studi e testi latini e greci medievali e i volumi della Biblioteca Musicale della Rinascenza.5
La storia è il punto di partenza. Nel 1952, utilizzando come materiale le proprie abbondanti e rigorose ricerche sul tempo dei Borbone e sull’epopea del brigantaggio in Calabria, compone il libro di racconti Ai tempi di Re Gioacchino, che esce nella serie di “Opere nuove e diverse – pubblicate dalla libreria PALMAVERDE in Bologna”, seconda prova edita nella collana “Il circolo” (la prima: Antiporta, di Leonetti). Nel 1959, grazie a Vittorini esce presso Mondadori quella che Roversi definisce “seconda stesura” di quegli stessi racconti:6 Caccia all’uomo. L’autore li giudica (anche nella loro prima versione) costitutivi di un vero e proprio romanzo. La scrittura è limpida, assertiva: solida. Con un taglio realista “crudele” (nel rispetto dell’umanità dei personaggi, dell’amarezza degli eventi). La tensione delle parti, dei singoli racconti, al romanzo, anticipa la non diversa tensione – che sarà degli anni successivi – a far confluire le poesie in poemetti, da questi formando infine poemi ulteriori, inclusivi.
Tra ’52 e ’59 troviamo due eventi essenziali nella vicenda di Roversi: uno forse ancora “rivolto al passato”, a sigillo di una stagione poetica, l’altro invece destinato a rappresentare il primissimo episodio di un lungo percorso intellettuale – di scrittura e iniziative. Il 1954 è l’anno della raccolta Poesie per l’amatore di stampe. Nel 1955 nasce la rivista “Officina”.
Le Poesie per l’amatore di stampe escono per le Edizioni Salvatore Sciascia, di Caltanissetta, in quella collana dei “Quaderni di ‘Galleria’” (diretta da Leonardo Sciascia) “che accoglie alcuni dei ‘giovani eretici’ (ma solo alcuni) della poesia del dopoguerra”7. Perché questo libro può dirsi ancora incline a rivolgersi al passato (sia pure prossimo)? Innanzitutto perché, nell’ultima sezione – Libretto d’appunti – rielabora e ripresenta alcune liriche esplicitamente datate 1947. E poi per un diffuso tono ancora velatamente idilliaco, per quanto cosciente e strutturato, che subirà un non piccolo ridimensionamento nelle successive opere in versi.
L’altro evento è il varo del Fascicolo bimestrale di poesia “Officina”: stampata in tirature di poche centinaia di copie a Bologna dal maggio 1955 all’aprile 1958 (prima serie), è “finanziata” dalla libreria Palmaverde, che è anche il luogo dove si svolgono le riunioni di redazione; ed è poi edita da Bompiani dal marzo al giugno 1959 (seconda e ultima serie) per interrompersi tuttavia bruscamente – per vari motivi (non ultimo né primo l’epigramma pasoliniano A un papa, indirizzato a Pio XII).
Sulla vicenda della rivista il saggio di Gian Carlo Ferretti, “Officina”– Cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta (Einaudi, Torino 1975) rimane tutt’ora indispensabile per ripercorrere l’avventura dei giovani Roversi, Leonetti, Pasolini, Romanò, Scalia, Fortini. (Va poi detto che dopo un’iniziale tiratura limitata uscita nel 1993, l’editrice bolognese Pendragon ha approntato nel 2004 un’ulteriore ristampa anastatica che raccoglie in volume tutti i numeri della rivista).
“Officina”, anche e precisamente per le voci che materialmente la formarono e per gli ospiti che ebbe (da Pagliarani a Calvino, da Volponi a Luzi, da Gadda a Bertolucci), fu uno dei momenti di confronto più ricco nell’Italia del dopoguerra, dove per altro si possono intravedere in nuce le linee critico-letterarie essenziali del successivo “Menabò” di Calvino e Vittorini. Luperini, lucidamente, sintetizza:
All’inizio del periodo che prendiamo in considerazione il conflitto […] [divideva] quanti ancora continuavano a muoversi all’interno del vecchio ruolo ideologico dell’intellettuale umanistico da quanti, invece, avvertivano la necessità di rompere con esso e di ridefinire la propria collocazione nel campo delle attività umane. Il terreno di scontro […] comportava una battaglia culturale che vedeva attestati da un lato gli storicisti, ancora crociogramsciani, di “Officina” e dall’altro i seguaci della fenomenologia riuniti intorno a “Il Verri”. E va da sé che i secondi prendevano di mira il marxismo e s’inserivano, per affossarlo, in una crisi politica e culturale del movimento operaio; ma anche che i primi non avevano affatto le carte in regola per reggere l’urto, cosicché, restando al di qua dei termini stessi della questione, erano destinati a finir perdenti.8
Ovvero, nelle parole di Alberto Asor Rosa: “‘Officina’ è il fortilizio di confine, l’ultima linea di resistenza, prima che sia varcato il fiume della rivolta e della disintegrazione del letterario”9 avviate dal “Verri” nel 1956.
Si coglie qui una strettoia essenziale, paradossalmente irrisolta perfino oggi (in poesia, in posizioni o schemi di gruppi attivi): il muro che divide lo sperimentalismo officinesco dalle molte vie e vite della neoavanguardia. Questa la vulgata di un persistente dualismo che a un certo punto ha più (sovra)determinato che registrato i fatti letterari, classificando ossia freddando i testi spesso senza leggerli.
A distanza da simili contrasti, e sottolineando invece una tensione militante e critica che non ha etichette, va segnalato qui, prima di ogni altro, il prelievo saggistico da “Officina” che di Roversi si offre: un saggio che è già pamphlet e affondo politico senza mediazioni: Il linguaggio della destra. È un’analisi e rassegna linguistica del nodo clericalismo-fascismo come poche se ne registrano in quegli anni. E perfettamente (purtroppo) replicabile per questi anni: per oggi.
Aggiungiamo: se, nonostante pagine simili, il limite di “Officina” – come molti critici hanno scritto – fu una mancata esplosione del fatto letterario e linguistico verso l’esterno, ossia verso un approfondimento del rapporto tra testo e impegno, tale mancanza è ben intesa e affrontata da Roversi nel fondare “Rendiconti”, a pochi anni dalla chiusura della prima rivista. Già alla fine del 1959, su “Nuova Corrente”, rispondendo insieme ad altri autori a un intervento di Giovanni Sechi dal titolo Realtà e tradizione formale nella poesia del dopoguerra, Roversi chiaramente inizia a delineare un diverso impegno culturale (oltre “Officina”, eppure a quella ispirato più o meno direttamente)10: un’attività contro
il consolidarsi delle vecchie strutture, la saldatura […] di questa cappa di restaurazione clericale-ottocentesca […] [e il riaffermarsi di] poetiche che parevano spente per sempre […] [e contro una] realtà, nella sua crudezza difficile, che condiziona il discorso politico […] noi abbiamo così pochi strumenti; non possiamo seguirla e subirla, disarmati. Ma occorre, per non lasciarsi annichilire, affrontarla agguerriti, per quanto possibile, da una consapevole e verificata disponibilità di atteggiamenti e di curiosità intellettuali che rendano almeno possibile intendere, nella sua “complessità generica”, il grado elevato di saturazione tecnica che la realtà ha raggiunto. Puntigliosi e aggiornati; senza ibride mescolanze, con una partecipazione intellettuale continua; attenti ciascuno alle proprie opere e al proprio lavoro, ma non più indifferenti o genericamente sorpresi e curiosi; partecipi e protagonisti; scartati per sempre gli exploits d’umanitarismo politico e di ideologismo troppe volte approssimativo e contraddittorio. Un’intelligenza delle cose complicata e attenta, pronta a voler intendere (e sia pure a rifiutare) le metodiche promesse e premesse suggerite dal neoumanesimo scientifico in atto.11
In tal modo Roversi con impazienza e lucidità stilava, insieme a un’analisi del momento storico-politico, quella che si potrebbe addirittura definire – come Giuseppe Zagarrio puntualmente fece12 – una sorta di vera bozza di programma per “Rendiconti” (la cui prima serie andrà dal 1961 al ’77). L’“intelligenza delle cose”, cioè la penetrazione critica degli eventi nell’Italia del boom economico ormai in atto, veniva (doveva essere) definita “complicata e attenta”, e a un tempo scettica proprio nei confronti di quell’abbandono ottimistico a scienza e tecnologia che non era altro che l’inizio di una resa – troppo povera di coscienza – alle meraviglie seriali del mercato.
Le 46 poesie roversiane de La raccolta del fieno, che in questo preciso momento (1960) escono sul “Menabò” – dopo una significativa comparsa parziale già in “Officina” – sembrano andare però in direzione di una lettura del presente come decadenza; del resto assolutamente legata all’attraversamento della guerra. Due sono soprattutto le linee tematiche (vere isoipse) in questi testi: l’ossessiva figura del viaggio di ritorno dal conflitto (non estranea, si sa, alla poesia di Fortini), e già l’immagine dello sfacelo, specie nella devastazione delle campagne, nella fine del mondo rurale italiano, che sarà poi argomento nodale per Pasolini.
Non libera dall’eco delle bombe su Bologna, dall’esperienza resistenziale, né da una pena infinita per un paese che dalla civiltà contadina si affaccia su un buio imprecisabile, questa scrittura affronta ancora con l’arma del poemetto eventi che – in una realtà frantumata – frantumeranno poi il linguaggio nelle successive Descrizioni in atto (dalla metà degli anni Sessanta).
La raccolta del fieno costituisce – pur entro i suoi limiti lirici – il nucleo significativo di Dopo Campoformio in edizione Feltrinelli: 1962. Nucleo non invariabile, tuttavia, se molti di quei testi non verranno ospitati dalla raccolta feltrinelliana, rimanendo così confinati alla rivista, dove (p. 99) Roversi annota: “Delle poesie qui pubblicate – molte inedite, altre apparse in riviste, sparsamente – alcune risalgono al ’49, poi ce ne sono del ’51, infine degli anni ’54-55. Poche sono recenti; tutte entreranno in un volume che sarà pubblicato dall’editore Feltrinelli”. La caduta di vari testi, nel passaggio da rivista a libro, sarà allora da imputare forse all’“età” di alcune pagine. I debiti con gli anni Quaranta e Cinquanta – anche in termini di lirica perfino “novecentista” nonché “realista” – si avvertono13. E non a caso una seconda edizione, presso Einaudi, appena tre anni dopo, registrerà cospicue varianti. Tematiche e formali.
Del titolo l’autore parla in varie occasioni: per esempio in un’intervista (rilasciata a Ferdinando Camon) in cui dice come “dopo Campoformio” renda chiaramente il senso di una mancata rivoluzione. Di fatto “Campoformio segna una restaurazione succeduta a nessuna rivoluzione”14. Il riferimento logico – circa il presente – è allo spartiacque della seconda guerra mondiale, massacro a cui non seguì alcun rinnovamento radicale.
La raccolta che presentiamo in apertura di questa antologia roversiana è l’edizione 1965 di Dopo Campoformio. Ma non è scorretto ripetere per questa le stesse parole che Roversi inseriva nel risguardo del ’62:
L’autore di questa raccolta presume soltanto d’avere composto un libro utile per qualche lettore non frettoloso; certo non un libro sfolgorante, con su impresso il volto dell’eroe, ma un libro monotono, con pagine di pietra; un libro lento, magari mal scritto, buttato in una oggettività esasperata e dolente, di tristissimo umore, di molto fiele, d’altrettanto forte ribadito amore; con molti squarci epici (nel senso di un racconto totale); con molti ritratti, soprattutto di uomini vecchi che muoiono, di donne, e di una terra nebbiosa: il ritratto dell’Italia rotta e adirata che ancora insiste e resiste (perfino nei suoi monumenti viventi), e non è splendente ma grigia, non celeste ma nera, struggente come una brace. È dunque perseguito il proposito di narrare una vicenda di forme e di idee che trapassano, si scontrano, declinano, si spengono – dentro a questo paesaggio di cose, nel corso dei quindici ultimi anni.
Fra Il tedesco imperatore e Prima dell’autunno, sul fiume Leuter, in Germania, con cui si apre il libro e si conchiude (questa storia di un solo lungo errore), sono compresi i momenti di un’esperienza di guerra al limite dei vent’anni, e un ritorno sui luoghi, con occhi diversi e più acuti, a contemplare, come riflessi nel Lete, il nuovo oblio, la smemorata indifferenza, l’inconscia rinnovata volontà di male, le prestidigitazioni dei satiri inferociti. Dopo Campoformio non è dunque, e non vuol essere di proposito, un libro tenero, ben fatto […] ma, prescindendo dal risultato che è al giudizio del lettore acuto, un libro d’opposizione, un libro di contrasto politico. Scontrandosi con la realtà patita, l’autore crede d’aver radunato veramente “cento colonne di piombo versificato” – secondo quello che voleva essere un insulto venuto da parte maldestra e che egli assume come il più lieto, il più forte, il più difficile e austero, e nelle proprie intenzioni il più giusto, dei giudizi benevoli mai goduti. Vuol poi aggiungere in fine (per chi vide già su altre pagine alcuni di questi testi in stesura diversa) che indicando come strumento della propria poesia “la povera, buona, vecchia lingua italiana”15, […] le sottintendeva un tono terribilmente ironico e dolente; fino in fondo consapevole che non si darà nuovo linguaggio e nuova invenzione se non salteranno per forza di idee i cardini delle strutture che si oppongono; e che occorre intanto partecipare del dolore monotono ed estenuante già conosciuto, tanto più crudo quanto l’attesa è avara. Non saranno il neo futurismo che s’affaccia con un plurilinguismo da crociera turistica; la disponibilità o l’indifferenza morale; questo clima da gran ballo sotto il ciliegio, a fargli mutare proposito o bandiera; a dar meno vigore, se qualche merito c’è, a questi versi – a questo solo poema.
L’auto-inquadramento critico di Roversi è una presentazione/ descrizione completa, esplicitante e (sì) impegnante; e non priva di polemica (per esempio nel riferimento ad Alfredo Giuliani, che aveva appunto condannato sul “Verri” La raccolta del fieno definendola “cento colonne di piombo versificato”; o nelle ultime righe – dove la neoavanguardia viene troppo velocemente liquidata ridicolizzandone il “plurilinguismo da crociera turistica”)16.
Dopo Campoformio è insomma atteso, pensato, poi rivisto e pubblicato da Roversi come “solo poema”: poesia unitaria. Non diverso è l’impianto delle Descrizioni in atto, come del Libro Paradiso. Dopo Campoformio tende non alla mera composizione di un’architettura di poemi (o poemetti) bensì di “un” libropoema17. Va aggiunto che rispetto al 1962, l’edizione 1965 di Dopo Campoformio accoglie, specie nel suo testo conclusivo, ossia in Iconografia ufficiale (sul disastro della diga del Vajont), una delle tecniche principali dell’avanguardia: il montaggio di frammenti, l’assemblaggio di prelievi testuali senza intervento di scrittura diretta dell’autore. L’integrità-interezza del poema è quindi intenzionalmente incrinata dall’interno; e per certi aspetti riconfigura il libro come opera (quasi) aperta, dal riquadro o pannello finale, politicamente connotato e tagliente come pochi. Riquadro di “trascrizione”18 “senza interpolazioni” che “rappresenta il progresso (nel senso di reportage naturalistico-decadente) dell’informazione dei giornali; il lubrico e un po’ sconnesso linguaggio delle occasioni; e il referto della pronta indifferenza burocratica”19 di fronte al collasso della diga. Il testo di Roversi senza freddezza aggredisce con mezzi freddissimi l’“iconografia” che politicanti e giornalisti danno del crollo, della morte degli innocenti. (Allegoria di disastri più ampi, che il neocapitalismo non solo italiano sta incubando o manifesta: per cui si vedano, qui, le risposte che Roversi diede al questionario 1964 di “Nuovi Argomenti”: 10 domande su neocapitalismo e letteratura).
Non si può non concordare con Luperini quando afferma che “negli ultimi componimenti (basti pensare a Iconografia ufficiale) Roversi s’avvia […] a bruciare ogni residuo ideologico e a conquistare un punto di vista del tutto negativo, a scrivere direttamente dall’inferno sull’inferno, senza lasciarsi spiragli idillici, consolatori o utopistici”20. Iniziamo a trovarci di fronte, proprio grazie al lavoro per l’edizione einaudiana, al “clima” testuale che Le descrizioni in atto innescheranno o stanno già elaborando (le prime compaiono in rivista già nel 1963).
Prima di queste, è però opportuno considerare il romanzo che Roversi pubblica presso Rizzoli nel maggio 1964: Registrazione di eventi. Sia perché già nel titolo “Registrazione” e “Descrizioni” si richiamano l’una con l’altra, sia per accennare alle sue linee tematiche. Scrive Antonio Motta:
Ettore, il protagonista del romanzo, è sopraffatto, schiacciato, da un rifiuto economico, da una logica calcolatrice che antepone il denaro, “tutto è oro”, ripete Ettore con Marx, ai sentimenti più puri […] Nessuno si salva: la madre, il funzionario di banca, l’amico del padre, l’intellettuale Geo, tutti affogano in un benessere sordido e servile che li rende ipocriti e egoisti […] Contro “questo” tempo, senza ideali, Ettore/Roversi rinnova il suo grido di amore alla vita […] Si ribella fino a volere il suicidio21. La sua morte vera (e non finta) brucia per sempre le appendici di una cultura stantia, sentimentale, retorica, incapace per questo di contrastare il nuovo corso della storia del neocapitalismo, che si era rinnovato e si era fatto più aggressivo, puntando sul ritardo della cultura di sinistra, a cui ha attinto la formazione di Ettore.22
Il titolo Registrazione di eventi potremmo sentirlo quasi affine all’école du regard. È tuttavia impressione smentita e smontata dall’effettivo doppio registro (per nulla raggelato in oggettività da cinepresa) del romanzo, definito immediatamente “lirico ed etico” già da Guido Guglielmi nella breve nota critica sul segnalibro editoriale accluso al volume23. Proprio il versante “lirico” fu quello che spiacque a molti, che non vi seppero cogliere un’ironia roversiana: poi sempre più esplosiva ed evidente nei versi delle Descrizioni.
La prima tiratura al ciclostile delle Descrizioni in atto è della fine del 1969. Segna l’inizio della radicale separazione dell’autore dal sistema ufficiale della distribuzione del testo, o perlomeno da chi sul lavoro intellettuale impianta questioni di profitto. E tuttavia: quello posto in essere dalle Descrizioni non fu tanto un atto negativo, un “rifiuto dell’industria editoriale”, bensì un affermativo e non piccolo gesto di inserimento nel più complesso insieme di lotte per una differente comunicazione (e gestione della comunicazione), entro quel prisma aperto di forze che a sinistra, in quegli anni, sperimentavano più vie di lotta e di parola (e di lotta alle parole ereditate). Su questo in tante occasioni Roversi è stato esplicito: si leggano qui le pagine della Conversazione introduttiva a I diecimila cavalli, o l’intervista (Conversazione in atto) rilasciata a Gianni D’Elia.
Tutto il tessuto delle Descrizioni si rivela fittamente intrecciato con le modalità di trasmissione della comunicazione: che fu (tanto nel ’69 quanto in tutte le ristampe) propriamente politica: affidata a una totale gratuità, e a iniziative a diffusione popolare24. Pensiamo alla tiratura del 1990 uscita ne “I quaderni de ‘Lo spartivento’”: in copertina campeggia la scritta “Questa nuova tiratura di Le descrizioni in atto è stata stampata e distribuita come una delle occasioni per le manifestazioni unitarie CGIL, CISL, UIL di Bologna per il Centenario del Primo Maggio. Non è in vendita, ma chi vuole può dare o mandare un contributo per il foglio di poesia militante ‘Lo spartivento’”.
Anche al gesto di comunicazione-opposizione delle Descrizioni potremmo applicare le parole di Alberto Asor Rosa (che qui fa riferimento agli stili della… neoavanguardia):
Nessuno potrebbe contestare oggi il valore non solo di rottura ma costruttivo di un’operazione che ha contribuito a liquidare il mito salvifico della funzione dell’ideologia in letteratura: anche se, contribuendo a liquidare quel mito, essi [gli scrittori della neoavanguardia] probabilmente hanno anche contribuito a liquidare la letteratura. Oppure – ciò che è più o meno la stessa cosa – a estenderne talmente i limiti da renderne sempre più difficile l’identificazione: il volantino politico sessantottesco è probabilmente il frutto più significativo di questa pratica letteraria avanguardistica ormai diffusa, in cui il medium retorico e formale sopravvive soltanto per dare maggior efficacia all’assoluto dei contenuti.25
Il paragone è istituibile. Fatta salva la diversità tra gli stili della neoavanguardia e l’eticità e furia denotativa delle pagine di Roversi. Il legame tocca la denuncia, l’intervento, la volontà di azione-nella-parola che tanto Roversi (pur dal suo appartarsi) quanto i movimenti gettavano in una lotta che appariva – ed era – per la vita o la morte.
Né si può dire che le Descrizioni mancassero di quella concitazione didascalica che in fondo si trovava già nei testi aggiunti a Dopo Campoformio. Come dice Luperini, nelle Descrizioni:
il piano didascalico-ragionativo e quello figurativo o evocativo s’intrecciano ininterrottamente, in un’alternanza di discorso diretto di tipo sentenzioso e di deformazione espressionistica. Ne deriva una miscela di orrore (il mondo intero sembra ridotto a un enorme Vietnam) e di furore, che conferisce al libro “un’autorità d’ossessione”26: quella che nasce dalla moltiplicazione, tenacemente monotematica, di una medesima visione dell’inferno neocapitalistico.27
Alla fine degli anni Settanta Roversi va verso uno stabilizzarsi-radicalizzarsi di due fronti paralleli: la scrittura di poesia e la prassi di separazione dal mercato, ossia l’intensificarsi della vis oppositiva al sistema (pur sempre attraverso iniziative culturali). I materiali della stagione confluiscono da un lato in pagine teatrali, dall’altro nel romanzo I diecimila cavalli, che esce nel ’76; nonché in collaborazioni musicali. I poemetti che in Dopo Campoformio avevano avuto intenzione di stabilire un flusso incanalato in libro o raccolta, e che negli anni Sessanta si erano invece venuti frantumando (a livello microstrutturale) in quegli esempi di antipoemi che sono le Descrizioni, troveranno voci diffratte e multiformi nei mille rivoli che più avanti Il Libro Paradiso riunirà (e che in altra direzione nutrono quel poema pressoché sconfinato che sarà ed è L’Italia sepolta sotto la neve). Su un’analoga complessità e frantumazione stilistica, nei Diecimila cavalli, è esaustiva questa nota di Luperini:
Roversi è tornato al romanzo con I diecimila cavalli (1976) che presenta una struttura più costruita, complessa e ambiziosa di Registrazione di eventi. Con I diecimila cavalli, Roversi vuole fare i conti, sul piano letterario, coi risultati della neoavanguardia (parzialmente presenti anche nelle Descrizioni in atto) e, sul piano politico, col ’68, collocandone la tensione ribellistica, qui espressa dal protagonista Marcho Marcho, in un quadro sociale dominato dalla lotta operaia. Ma se il nuovo romanzo è dimostrazione di una riconquistata capacità di costruzione e di organizzazione narrativa, recuperata all’interno di un processo di destrutturazione e frantumazione, non sempre raggiunge la freschezza e l’impeto del precedente, nuocendogli un volontarismo ideologico e politico, una irrisolta volontà di futuro. Pecca per eccesso di generosità. Il che – alla fin fine – neppure ci dispiace, in una società letteraria di scrittori cinicamente perfetti.28
La stessa generosità è disseminazione. Siamo nel pieno di anni amari, effettivamente sepolti sotto la neve. Una molteplicità di interventi roversiani è la cifra del tempo – in apparente consonanza con le scelte delle generazioni di giovani poeti che allora esordiscono; come osserva Stefano Giovanardi: “gli esponenti della generazione post-Sessantotto si videro […] costretti a […] una sorta di empirismo assoluto, forzati a misurarsi con la poesia prima che con le poetiche, in una disseminazione di tendenze e di orizzonti”29. (Si può parlare di consonanza apparente, essendo la disseminazione roversiana ancora e sempre orientata politicamente, intenzionale in pieno, e mossa a raggiera su tutte le scritture immaginabili, anche saggistiche e polemiche e pubblicistiche; limitandosi invece le nuove generazioni – spesso – a scelte chiuse nello specifico della produzione di versi).
Caruso e Martini:
Nell’aprile 1973 era apparso un lavoro di Roversi che potrà sembrare strano solo a chi continua a credere nella “sacralità” del poeta laureato: […] [le] canzoni del disco di Lucio Dalla Il giorno aveva cinque teste, un esperimento condotto per saggiare le possibilità di questo insolito, per lui, mezzo di comunicazione, ed anche come momento di preparazione per portare in scena un vero e proprio spettacolo musicale di contestazione.30
L’esperienza sarà ripetuta con altri due dischi, e altre collaborazioni con cantautori. Numerose sono poi le partecipazioni del poeta – e non certo a partire solo da questa fase – a quotidiani come “L’Unità” e “il manifesto”, ma altresì a piccole e grandi riviste di letteratura e politica: “Quasi” (di Favati e Zagarrio), “Bologna incontri”. Motta annota che il “segmento della biografia intellettuale di Roversi, dai fatti di Bologna all’affaire Moro […] è affidato [alla rivista bolognese] ‘Il Cerchio di Gesso’, ai fogli di poesia ‘La Tartana degli Influssi’ e alle ‘Porte’ (quest’ultima portata avanti con Scalia)”31. Gli anni Ottanta sono anche quelli della collaborazione a “Numero Zero” (rivista curata da Salvatore Jemma, Maurizio Maldini e Gabriele Milli), dei “Dispacci”, de “I Prati di Caprara” e del foglio di poesia militante “Lo Spartivento”, nato nel 1986, curato da Milli. Proprio in forma di “quaderno de Lo Spartivento” esce nel 1990 l’ultima edizione che fino a oggi era disponibile de Le descrizioni in atto.
Nel 1992 viene ripresa – presso l’editore Pendragon – la pubblicazione di “Rendiconti” (interrottasi nel ’77), di cui qui si propone un brano particolarmente agguerrito: Forse non è ancora tempo di ritirarsi in campagna. Roversi vi avvia un’apertura di discorso sulle ragioni della debolezza della sinistra, e su quanto ancora – dell’utopia e dello sguardo critico – in quel torno di tempo si incarnava in linguaggi e storie concrete. L’anno è cruciale: 1993. Praticamente l’ultima soglia prima del disastro politico del Paese.
“Rendiconti”, nella prima serie 1961-1977 e nella seconda 1992-1997, ha avuto non molti compagni di strada (tolti i “Quaderni Piacentini”) nel panorama delle riviste italiane: innanzitutto per l’attenzione inaggirabile al nodo realtà-cultura. Nodo che del primo elemento non fa “pretesto” per il secondo. Anzi, talvolta è incisiva la presenza di articoli di integrale analisi politica. In secondo luogo per la cura verso le voci poetiche “minori” o dimenticate: citiamo – tra moltissimi – gli esempi significativi di Silvo D’Arzo, Emilio Villa, Giuseppe Guglielmi. In terzo luogo l’attività di scandaglio di nuovi scrittori e saggisti, anche assai giovani.
Una breve annotazione sulle infinite collaborazioni o “apparizioni” di Roversi come ospite in altre riviste dovrebbe a questo punto segnalare sedi di cui qui non è possibile stendere neppure un rapido elenco, essendo il panorama – come più volte detto – interessante e sterminato.
Così com’è fitto l’elenco di libri che Roversi pubblica, diciamo nei vent’anni tra 1981 e 2001. La bibliografia ne dà traccia.
Come segno dei testi degli anni Settanta e Ottanta ripresi e connessi nei Novanta, qui si offre Il Libro Paradiso, fatto di Undici poesie degli anni ’70-’80. Uscito per Lacaita nel ’9332. È una sorta di ponte fra Descrizioni e poemi successivi. Basti pensare che il brano Trenta poesie (1980), sottoposto a varianti molto cospicue, viene pubblicato proprio come Cinquantacinquesima descrizione in atto, già nel 199032. Alcune delle Trenta poesie le ritroviamo inoltre – rielaborate – come segmenti pieni dell’Italia sepolta…
(Come sempre accade in Roversi, le opere si intersecano, talvolta si sovrascrivono a vicenda).
È l’autore stesso a spiegarci cos’è esattamente un “libro paradiso”.
La scena XXXII della Parte Seconda del testo teatrale Enzo Re34 segnala l’entrata di Rolandino de’ Passeggeri, che legge davanti al popolo la lettera, documento del 7 giugno 1249, con cui l’imperatore Federico chiede ai bolognesi di rilasciare il figlio Enzo. Non è accertato storicamente, tuttavia varie tradizioni successive (e la pièce di Roversi) danno per certo che la risposta all’imperatore, a fermo rifiuto di cedere l’ostaggio, sia stata scritta – traducendo la volontà dei bolognesi – proprio da Rolandino. L’altro atto importante di questo colto bolognese consiste nel contributo dato alla risoluzione comunale che decreta la liberazione degli schiavi; testo confluito nella stesura del Liber Paradisus con le riformagioni e gli statuti connessi, contenente appunto l’articolazione giuridica della liberazione. È superfluo suggerire quanto e come Roversi senta se stesso vicino alla figura di Rolandino. Questo il dialogo nella scena XL di Enzo Re35:
Rolandino:
[…]
Fa freddo
l’autunno calerà in fretta.
Pascipovero:
Così potrai mettere a punto nei mesi della neve
la tua summa e i termini della legge per i servi.
Tutti ne parlano nelle campagne e in città.
Bologna per merito del suo diritto
prima fra tutte avrà il suo libro Paradiso.
Salatiele:
Bisognerà accompagnare con un alto commento
questa legge: ogni chiosa
dovrà essere degna di Tullio.
Pascipovero:
Meglio dire: del diritto.
Salatiele:
Non è questo il senso
se Rolandino ci mette la mano?
Organizzare il pensiero, dare
ordine all’interno di una argomentazione,
questo è scrivere.
In altre parole: bisogna sapere ciò che si vuol dire,
quale risultato conseguire,
se atterrire commuovere persuadere.
Nel testo c’è tutto. È chiara l’articolazione delle scelte non solo in ordine ai versi del Libro Paradiso pubblicato nel ’93, ma anche in riferimento al lavoro svolto poi con L’Italia sepolta sotto la neve. Rolandino, infatti, nel passo riportato, annuncia la venuta dell’autunno, di quella “neve” che non è solo gelo ma anche pausa e luogo di silenzio entro i cui confini indefiniti mettere a punto (come dice Pascipovero) “la summa”.
La “summa” di testi disseminati in riviste negli anni Settanta e Ottanta Roversi la allestisce lungo il corso degli anni Ottanta, per poi darla alle stampe nel Libro. Termini del valore testuale e intenzioni autoriali sono ben tradotti da Salatiele: “Organizzare il pensiero, dare / ordine all’interno di una argomentazione, / questo è scrivere. / In altre parole: bisogna sapere ciò che si vuol dire, / quale risultato conseguire, / se atterrire commuovere persuadere”.
Come appare chiaro, si è già, o ci si avvicina, a una modalità di scrittura che ha attraversato in buona parte l’esperienza esplosiva – o scientemente dissipativa – delle Descrizioni. L’autore sta costruendo, costruirà, con materiali talvolta nuovi, sui quali non resta che interrogarsi, oltre lo stesso Libro Paradiso.
Dunque il Libro, con le prose ferrose che seguono, chiude-apre l’antologia Tre poesie e alcune prose: raccolta parziale, certo. Vista e da vedere come gabbia tipografica ricca quanto incompiuta, incompibile, che cioè rispetta (e non vincola) quelle che variando un titolo di Leonetti si potrebbero dire le scritture sconfinate di Roversi.
Note
1 P.P. Pasolini, La posizione, in “Officina”, n. 6, aprile 1956, pp. 245-246.
2 E.V. [Elio Vittorini], Notizia su Roberto Roversi, in “Il Menabò”, n. 2, 1960, p. 101.
3 F. Leonetti, in E.V., Notizia cit., ivi.
4 A. Motta, Roberto Roversi, in “Italianistica – Rivista di letteratura italiana”, a. XXIV, n. 1, gen-apr 1995, pp. 209-210.
5 L. Caruso e S.M. Martini, Roberto Roversi, La Nuova Italia, Firenze 1978, p. 35.
6 G. D’Elia (a cura di), Conversazione in atto, intervista a R. Roversi, in “lengua”, n. 10, luglio 1990, p. 41. Qui riprodotta in parte.
7 Caruso e Martini, Roberto Roversi cit., pp. 36-37.
8 R. Luperini, Il Novecento – apparati ideologici, ceto intellettuale, sistemi formali nella letteratura italiana contemporanea, Loescher, Torino 1981, t. II, p. 727.
9 A. Asor Rosa, Lo Stato democratico e i partiti politici in Letteratura italiana (a cura di), vol. I, Il letterato e le istituzioni, Einaudi, Torino 1982, p. 620.
10 Pensiamo p. es. all’“attiva intransigenza” e alla “nuova responsabilità” dell’“uomo di cultura”, a cui Roversi già faceva riferimento in Lo scrittore in questa società (“Officina”, n.s., n. 1, marzo-aprile 1959, pp. 16-19).
11 In “Nuova Corrente”, n. 16, ott-dic. 1959, pp. 106-107.
12 Giuseppe Zagarrio, Roberto Roversi, in G. Grana (a cura di), Letteratura italiana, vol. VI, I contemporanei, Marzorati, Milano 1974, pp. 1543-1544.
13 Cfr. p. es. G. Barberi Squarotti, Poesia e narrativa del secondo Novecento, Mursia, Milano 1961, p. 30.
14 In F. Camon, Il mestiere di scrittore, Garzanti, Milano 1973, p. 175. La Pace di Campoformio (17 ottobre 1797) segnò un momento di tregua nello scontro fra Napoleone e l’Austria, in cui questa cedette la riva sinistra del Reno, e Napoleone barattò con astuzia l’ottenuto possesso di Belgio e Milano con Venezia, lasciata appunto agli austriaci (sollevando, come è noto, le ire di Foscolo).
15 Il riferimento è alla citata Notizia vittoriniana (cfr. nota 2) dove a p. 102 viene riportata questa espressione di Roversi: “Uso la povera, buona, vecchia lingua italiana con la quale ‘credo’ si possa ancora dire tutto, semplicemente”.
16 “Liquidazione” ingenerosa, va detto, almeno se pensiamo a quei nomi della letteratura mondiale che – anche attraverso un feroce plurilinguismo – hanno ricodificato la complessità del XX secolo, e ai quali gli scrittori della nuova avanguardia guardavano: a partire da Joyce, Eliot e Pound.
17 Cfr. Caruso e Martini, Roberto Roversi cit., p. 73.
18 Tecnica nota almeno dai tempi di “Officina”: cfr. il n. 9-10 (del giugno 1957), con le due celebri “trascrizioni” di Pagliarani alle pp. 351-353.
19 R.R., Dopo Campoformio, Einaudi, Torino 1965, p. 112.
20 R. Luperini, Il Novecento cit., p. 807.
21 È in fondo una imprecisione. Il protagonista forse “vuole” il suicidio inconsciamente, ma certo nulla nel romanzo segnala che l’incidente automobilistico in cui Ettore e la sua amante trovano la morte sia stato pensato da Roversi come vero atto di suicidio. Questa interpretazione della morte di Ettore è tuttavia presente già in uno scritto di W. Pedullà del 1964, Il linguaggio di Roversi allena alla disperazione, poi incluso in La letteratura del benessere, Bulzoni, Roma 19732 (cfr. spec. p. 483); nonché in un passo, ancora di Pedullà, de La rivoluzione della letteratura, Bulzoni Editore, Roma 19722, pp. 33-34. Col tempo il suicidio di Ettore è divenuto addirittura un “luogo comune” della critica: vedi l’“autodistruzione” [sic!] di cui parla M. Marchi alla voce Roberto Roversi, in G. Luti (a cura di), Poeti italiani del Novecento, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1985, p. 206.
22 A. Motta, art. cit., pp. 213-214.
23 Cfr. anche in questo caso Pedullà, Il linguaggio di Roversi cit., pp. 481-485 (ma in particolare l’incipit). Ricordiamo inoltre l’ostilità di Roversi alla école du regard: cfr. le sue risposte alle 10 domande su neocapitalismo e letteratura, qui riprodotte.
24 Non manca di notarlo G.C. Ferretti, ne Il mercato delle lettere, Einaudi, Torino 1979, p. 103.
25 A. Asor Rosa, Lo Stato democratico e i partiti politici cit., p. 632.
26 La formula è ripresa da Giovanni Raboni in Poesia degli anni sessanta, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 191.
27 R. Luperini, Il Novecento cit., p. 808.
28 R. Luperini, Ibid., pp. 808-809.
29 Introduzione a S. Giovanardi e M. Cucchi (a cura di), Poeti italiani del secondo Novecento, Mondadori, Milano 1996, p. XLVII.
30 L. Caruso e S.M. Martini, Roberto Roversi cit., p. 44.
31 A. Motta, Roberto Roversi cit., pp. 217.
32 Stesso anno della pubblicazione per Pendragon della Seconda Parte de L’Italia sepolta sotto la neve.
33 Le descrizioni in atto (1963-1973), “I quaderni de Lo Spartivento” 1, Coop Modem, Bologna 1990, pp. 114-116.
34 La scena inizia a p. 89 di Enzo Re – Tempo viene chi sale e chi discende, I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta 1997.
35 Alle pp. 110-111 dell’ed. cit.
Avanguardia e avanguardismo
Come ogni disposizione dell’artista nei confronti della realtà, l’avanguardia rientra in un sistema di rapporti socioculturali che la implicano, la provocano, la determinano, la qualificano. Un’ascendenza di tradizioni e di leggi della memoria a cui si oppone; una realtà effettuale che si deliba o si contrasta, o tuttavia si analizza e si mistifica; una serie di “proposte” per lo più grezze ideologicamente (nel senso di una prevalenza di motivi sentimentali o intuitivi più che razionali); proposte che nell’esuberanza esornativa acquisiscono una forza d’urto che può sembrare determinante – nelle contingenze. L’avanguardia si è sempre espressa (o quasi sempre) nell’ambito di strutture socio-politiche preordinate; nel velleitarismo abbastanza risonante dell’opposizione, la tiepida ideologia dell’avanguardia se ha innegabilmente servito a disincantare una situazione e a esorcizzare una tipologia artistica ormai goffamente tradizionale (governativa), non è mai riuscita, o quasi mai è riuscita, ad aver ragione delle resistenze strutturali che la costringevano; sicché l’opposizione finiva per essere ricuperata e conglobata entro il mondo della mitologia borghese (cioè entro un sistema di preconcetti). Esiste un arco programmatico entro il quale confluivano sempre: dapprima l’icastica rivoluzionarietà dei propositi, poi uno stabilizzamento di questi propositi e delle proposte – come un ripensamento; infine un ritorno nei ranghi con l’assunzione motivata all’ufficialità (magari retribuita). Sappiamo che tranne casi da nominarsi uno per uno, anche gli angeli più ribelli, dopo “il crampo della rivoluzione linguistica”, sono finiti in un seggio a fingere la celebrazione degli immortali. Confermando che i miti reazionari o almeno soltanto conservatori della società sono più resistenti dei propositi disorganizzati o dissociati che si esprimono nel clamore o, sia pure con più motivazione, nell’urto.
Questa è solo una constatazione, da opporsi, con pazienza, a chi vede o vedrebbe, propone o proporrebbe l’avanguardia come esorcismo dai mali o comunque il solo modo “equo” di esercitarsi addottrinandosi e di operare con profitto nella contemporaneità. Ribattiamo che essa rappresenta un momento di “frizione” culturale; espressa da gruppi di individui, e articolatasi in una opposizione al fondo esautorata da specifiche istanze di rinnovamento; e che tale “momento” finisce e si esaurisce – quasi sempre è accaduto – in una nuova proposta di rileggere i classici (e magari sul modo); anziché rappresentare un modo diverso di intendere il mondo (ovviamente: di rappresentarlo, discuterlo, ricomporlo). L’avanguardia novecentesca, nella sua articolazione pragmatica di gruppo, si configura come espressione di un atteggiamento culturale – che coinvolge a un profondo riconoscimento di sé anche un’illimitata illusione (Sedlmayr) – piuttosto che come alternativa di fondo, come una nuova o diversa ideologia dell’arte. Perché – e in ciò consiste la sua contraddizione e la degradazione del suo potenziale di scasso – mentre propugna la verifica razionale della realtà, al fine di decomporre le sovrastrutture e disarticolare i miti societari, per contrapporle una diversa (più acuta o più astuta) verità, essa finisce in una accentuata irrazionalità idealizzando la propria violenza (“chi può comprare il coraggio è coraggioso anche se vile”, Marx); in uno sperimentalismo dissociato; o in una forma di vitalismo linguistico spesso gratuito, superficiale e alle volte decisamente reazionario. Prescindendo dalle opere, che per lo più non conseguono a un discorso critico organizzato, o che addirittura contrastano o contraddicono i propositi, e che di volta in volta (in ogni modo) sottopongono risultati da determinarsi criticamente, magari in una diversa prospettiva, il dibattito culturale inerente all’avanguardia si svolge ideologicamente incongruo, un po’ sciatto sul piano delle idee, spesso inesatto nelle collusioni specifiche; e l’interesse per siffatte operazioni allora finisce per travasarsi, autenticamente, nelle “invenzioni”, in quella sorta di lupercali dell’immaginazione entro cui pare che la fantasia acquisisca una rinverdita sostanza, o un fragoroso ordine nuovo.
A meno che non ci si riferisca, dibattendo sull’avanguardia, ai massimi scrittori del Novecento, da Joyce a Kafka a Musil; a Brecht, che sono oltre il muro del suono di un dibattito aneddotico e soltanto disposti ad accettare un ben diverso cumulo di titoli. Perché l’equivoco par proprio che consista in questo: che si discute sull’avanguardia, in questo momento, da noi, senza aver compiuto prima una propedeutica ricognizione semantica, valida sul piano non solo etimologico ma ideologico, e nell’ordine degli affetti; che chiarisca i concetti e i termini dell’uso; sicché ciascuno ripeta la formula (o il termine) a proprio uso e consumo, alle volte quasi, e soltanto, commosso da un’autentica esagitazione culturale. L’avanguardia indiscutibile, sostanzialmente determinante, al livello della sovranità, è stata nel nostro secolo quella che non tanto s’è data un’estetica quanto un ordine ideologico; quella che s’è distorta dagli abiti grevemente ontologici del misticismo letterario, o della letteratura, per proporsi l’impegno di un’operatività globale, entro cui l’operazione letteraria era sussunta ma non determinante; cioè per dissacrarsi in un’operatività programmatica, in un dissenso “sostanziale” con le strutture. L’esilio era allora l’alternativa alla sconfitta; spesso lo era la morte nel silenzio; cioè la morte del silenzio era la verifica dell’impossibilità di progredire. L’ironia di Joyce (la stupenda struggente “disarmonia” che coinvolgeva il mondo prima che la sua pagina); l’epicità ossessiva di Brecht; il pragmatismo tragico di Majakovski; il simbolismo escatologico e pauroso di Trakl (ecco alcuni referti soltanto); l’avanguardia, la feroce avanguardia che resta e che frantuma la realizzano i colpiti a morte, i ferocemente perseguiti, i fuggiaschi con le cagne dantesche alle calcagna; non i funamboli, leggiadri davvero, pronti all’improvvisazione, che giungono sorridendo, in terza o quarta fila, sul palco dei vincitori.
Invece è altro, a mio parere, l’avanguardismo di questi giorni lucrosi che s’avviano all’estate. Non dunque, sia pure in una generosa accezione, un’avanguardia, qualcosa che produce o programma ecc.; piuttosto, fatto con umore di dati (e qualche riferimento erudito), un esercizio, un’esercitazione soltanto – che dei propositi dell’avanguardia detiene solo il velleitarismo della formula. Ai personaggi manca l’ironia intellettuale e la pronta felicità d’invenzione – allo stadio primario (l’arte, parafrasando Kant, del bel giuoco di sensazioni); perché sono coinvolti, ambigui e incerti, fra il cauto riformismo che nasce da un’operazione compiuta col beneplacito dell’ambiente accademico, e i propositi di un’azione tattica che li autociti; manca la chiarezza dei rapporti contestuali, avendo piuttosto reperito su fonti di ampio consumo le norme abbastanza equivoche ma sufficientemente appariscenti da spendere nei pubblici dibattiti; manca l’autodeterminazione di ricostruire un ordine dei rapporti culturali sul fondo di una rilettura e di una riverifica di posizioni politiche (la presunzione di ideologizzare l’avanguardia è soltanto il ribadimento di uno stato confusionale ed equivoco – e di un’oscura collusione in atto); manca infine il disinteresse (cioè il proporsi un programma piuttosto che tabelle di marcia individuali). Ma è evidente (fin troppo) che ogni opera ha in sé il proprio grado, il quantum di mercificazione, il marchio della propria morte, della propria discontinua irreparabilità, del disinganno e dello sgomento che viene esemplificato; e d’altro canto, dicotomicamente, è altrettanto evidente che ogni opera esprime – se è tale – anche la parte della propria “resistenza” al mercato, cioè un’offerta di propria conduzione, di originalità non compromessa, di autentico distacco dalle circostanze.
La ferma opposizione a questo tipo di operazione congiunturale si impone, a mio parere, a quanti hanno a noia per abito mentale la confusione ribadita nell’eleganza, i verba spesi nell’eccitazione di un’esibizione, e l’esecrabile tatticismo di operazioni culturali derivanti infine da un abito piuttosto provinciale (sì, sommerso dal cumulo dei pregiudizi “nazionali”). I molti che anche in questi giorni si nominano, si direbbe che approfittano delle circostanze e consumano una buona intelligenza sulle formule. Ricordassero la frase di Lenin (ripresa anche da Lukács), che ogni verità si trasforma in errore non appena la si esageri oltre misura. E la verità consiste, certo, nell’urgenza di un rammodernamento “totale” (linguistico-strutturale) della realtà, entro cui invece la cultura italiana sfiorisce, e di una verifica linguistica da compiersi con autentica freddezza e con l’attenzione specifica di chi opera su un corpo piagato; e la contestazione di una tradizione culturale che si può compiere ma non con la sovrapposizione di lemmi esagitati e con le veline degli ordini dall’alto ecc. L’eccesso consiste in una forma di orgoglio della mente, di tipo accademico o liederisticomondano, tipico di chi può permettersi “tutto” (o si illude almeno) e non tollera antagonisti ma solo tesi ammorbidite da un abbraccio universale; e in una proposta linguistica che presume, e nella presunzione ostenta, di operare da zero e che, rovesciandosi sul foglio, propone invece risultati del tutto novecenteschi: in un caso di bamboleggiamento dannunziano, nell’altro di spappolamento nella gnomica – anche se cantano le macchine. Il risultato è che si fraintende poi lo scialbo stupore di alcuni come un po’ di vento per i propri stendardi. (E ancora ovvia la considerazione che ogni epoca culturale, in Italia, ha avuto sempre, ha sempre espresso i propri Papini; e Marinetti, poveromo, aveva in più del toscano soltanto il conto in banca). Ma a distrarre ciascuno, che sia responsabile, dai propositi troppo affrettatamente e superficialmente eversivi e dalle formulazioni lancinanti arbitrarie che patiscono la moda, converrebbe riaprire per un passaggio non soltanto fugace, il Kant del “giudizio”: “la poesia è l’arte di dare a un libero giuoco dell’immaginazione il carattere di un compito dell’intelletto”. Un compito dell’intelletto. Io credo un invito autorevole alla serietà delle operazioni e al lavoro concreto – tralasciando l’alchimia fumosa delle formule e i marxiani “banali luoghi comuni”.
Quaderni piacentini, anno III, n. 15, marzo-aprile 1964.


