Dopo il Golfo e con Solone

Ritornati dalle nostre guerre stellari alle più modeste stanzette di casa nostra, avendo cessato di fare gli strateghi e di immaginare l’impossibile, fra bombe tecnologiche, morti che non si vedevano e i terrificanti disastri ecologici subito dimenticati; credo che ci debba riprendere l’onesto obbligo di badare alle faccende di tutti i giorni, e di riannodare il bandolo delle private matasse. Che tuttavia non escludono di guardare in giro e di speculare i dettagli.

Uno dei quali è, almeno per quanto mi riguarda, un costante assillo sull’uso e l’abuso del piccolo o grande potere pubblico esercitati sulle nostre spalle. Così cruento e arrogante da non potersi più tollerare; e questo sì da ribattere con la guerra costante dell’attenzione e della denuncia. Una furfanteria organizzata, indifferente agli scrupoli e irridente ad ogni denuncia sembra presiedere in troppi centri di potere alle scelte che decidono e alle risoluzioni che programmano o concludono. È così da sempre? Forse è così da sempre; ma qua da noi con una impudenza, ormai, che ripugna. Tanto da domandarci: quale mondo passerà in mano ai nostri nipoti o pronipoti? Altri potranno dire: ai nostri figli? Mi viene in mente la reprimenda alta e angosciata del grande Solone, verso i renitenti e perfidi ateniesi. Vogliamo, per un conforto e per una ennesima rabbia, riscontrare insieme i suoi distici infuriati e nobilissimi? E, aggiungo, a noi così vicini, nella fattispecie? Li propongo in una semplice personale trascrizione: «È vero che la nostra città non morirà mai perché Giove lo vuole e perché così vogliono tutti gli dei Pallade Atena nobile figlia di un padre potente la custodisce la veglia la tiene difesa fra le sue mani. Però sono loro, i cittadini impazziti per la fame dell’oro, a distruggere pietra su pietra la forza della città e quelli che governano il popolo con in cuore grande malizia anche se presto pagheranno uno per uno i loro delitti che non hanno limiti ormai dentro a una grande arroganza perché sfrenati arraffano ammassano e non si contentano più – si fanno ricchi con truffe raggiri dato che sono sicuri… rubano nelle case nei templi non risparmiano niente buttando via i sacrosanti insegnamenti di Dike: essa in silenzio osserva le cose di oggi e di ieri avendo poi modo di tirare le fila e di esigere il conto… Così la città intera è in preda di un terribile male perde la libertà diventa una serva volgare aizza le fazioni scuote una violenza repressa porta a morire di spada il fiore dei giovani cuori. Per causa di queste carogne una città tanto ospitale degrada in conventicole dove trionfano i ladri. Tali disgrazie d’affanno corrono in mezzo alla gente e i poveri incatenati sono venduti lontano. Le disgrazie di tutti entrano nelle case di tutti non basta sprangare le porte per tenerle lontano balzano oltre il muro di cinta avide a scovare perfino chi per paura sotto il letto si rintana. Questo mi sento l’obbligo di ripetere ai miei ateniesi che il cattivo governo castiga con tanti mali la città mentre un governo giusto riesce a ordinare ogni cosa e punendoli impedisce ai disonesti di agire».

Mi fermo qua e ripeto che il quadro così enunciato vorrei riferirlo al potere generale di questo disastrato paese, l’Italia; pieno di secolari maledizioni. Per trasferirlo, e solo in parte, all’ambito specifico locale, vorrei precisare che non mi stanco di ripetere in ogni occasione di scrittura consentita, come sarebbe ora di rendere attiva la convinzione che Bologna è una residenza primaria e formidabile non solo di attività ma di organizzazione di mafia; che la città è ormai coinvolta in un magma di scelte, di programmi, di consuntivi, di preventivi direttamente collegati alla malavitosa capillare «società».

Mentre pare che per il solito scrupolo abbastanza meschino e poco generoso, tartufesco, di volere minimizzare i pericoli per la preoccupazione di doverli affrontare con una prontezza non rimandabile, si tenda a rappresentare come ancora marginale questa sanguinosa realtà.

Di fronte a un quadro così rigorosamente catastrofico (ho scritto catastrofico; nel senso che produrrà a non troppa distanza di tempo qualche irrimediabile catastrofe), si vorrebbe vedere e sentire che chi ha il potere reale stringe le fila e affronta con determinazione costante il problema. Invece che a risentirsi siano gli umori; e che la globalità della lettura sociale, con i correlati interventi, sia rimandata più avanti.

Non è vero? E allora: parla il papa e dice le sue cose da papa (così come aveva parlato l’arcivescovo e aveva detto le sue cose da arcivescovo). Il risultato? Risentimenti, moralismi, piccole schermaglie, obiezioni non approfondite.

Perché la scelta di campo è ormai specifica da tempo: l’occidente industrializzato, con intere le sue magagne di prevaricazione, di sfruttamento diretto e indiretto, di masticazione quotidiana e implacabile della natura, in un ritmo forsennato; con l’emarginazione di ogni altro problema di politica sociale diretta che non sia collegata a una troppo evidente necessità.

I poveri si devono adeguare perché la parte saggia della società, o del mondo prosperi e possa ingurgitare.

Questa metodologia operativa comporta gestori altrettanto implacabili indifferenti irridenti. Alle volte, per necessità, suadenti a parole ma gelidi nei fatti. Tanto che si ostenta come una vittoria dell’intelligenza politica portare un «manager» (è la definizione tecnica) a reggere le sorti amministrative e di organico di un apparato comunale. Che lo avrai a diventare come la Fininvest, legato al reddito di lucro e al lavoro tecnicizzato. Ma un Comune non è una sede societaria, e le sue spese non dovrebbero essere legate alla redditività diretta e contabilizzata: ma a sopperire con esatta e premurosa prontezza alle necessità di chi ha bisogni reali, malanni reali, angosce reali. E chiede aiuti reali. Il Comune è una autentica arca di Noè, non un salone di velluto per consigli di amministrazione in aria condizionata. Un Comune alza in fretta una casa da affidare a chi dorme sotto un ponte, senza pensare alla eventualità di un reddito di investimento. Un Comune ha la straordinaria facoltà, e deve avere la libertà convinta, di pensare in minuto,cioè in piccolo, cosa per cosa, giorno per giorno, atto per atto; invece di precipitarsi in braccio alla mitologia amministrativa occidentale; che, per fare un ovvio esempio, ha trasformato buona parte di New York in una selva disastrata con i leoni e non in un luogo onesto dove è accettabile vivere. La guerra del golfo ha aperto un contenzioso terribile fra due sistemi di vita che sembravano già stati giudicati: l’uno vincente l’altro perdente. A colpi di bombarde il vincente ha ancora una volta vinto; meglio, prevalso. Ma fino a quando? E in che modo? Non rivolgerei la domanda ai politici nazionali, dandoli ormai irricuperabili e fastidiosamente disutili; ma ai nostri locali, che si muovono in una realtà non del tutto collassata; per dire che qualche residua speranza ancora la conserviamo; e che vorremmo fossero le idee, e le giuste attenzioni e le giuste speranza, a condurre ancora il Comune; e non l’ideologia berlusconiana, o bocconiana, vincente (sul momento) perché arraffa tutto e non dà tregua a nessuno. Un Comune è l’esatto contrario: dà tregua, cerca di dare tregua a tutti e non arraffa niente. Esige soltanto le giuste tasse; a partire proprio da Berlusconi.

 

 

 

Carte d’Arte, anno IV, n. 3, marzo 1991.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno IV, n. 3, marzo 1991
Letto 3121 volte Ultima modifica il Lunedì, 06 Maggio 2013 19:25