Ancora su piccoli fatti, con piccola nota del 12 marzo

Tutto il mondo tende a radunarsi, a confluire. Anzi, sostengono che si è già tutto radunato e non troppo all’improvviso facendo di ogni erba un fascio. Anche se sono affermazioni ovvie (ma le cose accadute devono sempre essere indicate, per la necessaria chiarezza) voglio dire che adesso in un minuto sappiamo vita e miracoli dell’angolo più oscuro del mondo (naturalmente, se all’angolo più chiaro e luccicante del mondo questa conoscenza conviene che sia divulgata). Così è in corso una eccezionale, caotica sovrapposizione di messaggi che, nella conclamata libertà di informazione, producono il più ossessivo spaventoso ingorgo informativo nella storia dell’uomo; il quale si sente sommerso nel molliccio dei segnali senza neppure potere esercitare il diritto a una selettiva e sana ignoranza – che potrebbe essere un’estrema salutifera condizione di tutela e di difesa. Un cauto sonno della mente. Nella realtà i segni traboccano e vengono rovesciati come covoni di spagna appena falciata addirittura nell’interno delle case; noi dobbiamo solo pasturare in continuazione, in un ruminio che neppure il fondo della notte acquieta.

Tutto risaputo, lo so. Mali inveleniti che vengono di continuo indicati. Ma come un possibile consiglio di sopravvivenza, si potrebbe cogliere intanto quello che induce, o dovrebbe indurre, a restringere il campo della propria attenzione, della propria all’erta; non per selezionare le notizie da recepire ma per scegliere di recepire con costanza solo notizie da un ambito delimitato. Per esempio, quelle della propria regione o della propria città o del proprio quartiere o del proprio condominio. In questo modo, si fa per dire, le notizie ricevute e assimilate avrebbero il naturale necessario conforto di una ritrovata partecipazione sentimentale, della partecipazione della memoria – e di quella diretta e convinta della ragione. Una ragione turbata, inquieta ma non più alla deriva fra un mare di rifiuti.

Ecco perché è anche necessario rifarsi, credo, al disastroso, sciatto e ormai troppo generalizzato (nell’indifferenza) servilismo culturale a cui ci siamo rassegnati, adattati; servilismo confermato in ogni occasione e in ogni momento della nostra giornata: ad apertura di giornale, ad occhiata televisiva o in un angolo di strada cittadina. Anche solo per le insegne dei negozi, per i manifesti affissi contro i muri.

È facile aggiungere che non ci dovremmo invece troppo meravigliare, se è vero che il progetto più ridondante e frenetico che coinvolge le ipotesi di sviluppo (anche locale) è legato prevalentemente al turismo – che, delibato in questa ossessione, è da leggersi come l’ultima Thule di società e culture esanimi, senza più fiato.

Anche dentro a un tale contesto (da buoni cittadini attenti, ben disposti a valutarne soprattutto i risvolti meno sbrilluccicanti ma forse più decisivi e significativi) abbiamo cercato di seguire giorno per giorno il congresso/convegno della federazione locale del PCI; deducendone, in generale, un clima di ricerca, di dibattito.

Tuttavia ho avuto anche un’altra impressione. nel procedere dei giorni: e cioè, che il clima sopraindicato tendesse a sminuire di rigore per acquisire soltanto calore; alimentandosi via via di convinzioni non sempre verificabili in diretta sui fatti. Quasi che la drammaticità autentica dell’attuale momento del PCI si trasferisse, sciogliendosi, all’interno di un unanimismo applaudente e, alla fine, sorridente. Mentre questa drammaticità, che non va risentita come un incubo ossessivo o deludente, a mio parere è l’unico fiato vitale, l’unico vero fuoco culturale e riflessivo (alimentato dalla necessità reale di uomini vivi) che intacca in questo momento la merdaccia della società italiana.

Ho appena fatto cenno alla dilatazione disumana dell’informazione diretta, commentando che – a mio parere – la salvezza (se può darsi) da questa peste del secolo consiste in un codice rigoroso di autodisciplina nell’ascolto e soprattutto nel circoscrivere, per le generali, l’ambito di questo ascolto; cercando addirittura di stabilire i muri fra i quali collocarsi per potere continuare a gestire una possibile autonomia. E in questa logica da guerre stellari che non mi è parso di cogliere elementi sostanzialmente nuovi nelle giornate del congresso bolognese.

Invece dentro a queste problematiche, di assoluta prevalenza, si giocheranno le carte estreme nei prossimi decenni. Mentre è in riferimento ad esse che il PCI sembra in questo momento particolarmente scoperto. Basta valutare la perdita reale di «peso» giornalistico anche solo nell’ambito della distribuzione; e l’assoluta mancanza di «peso» televisivo. La carenza di elaborazione di linguaggi alternativi della comunicazione e un sostanziale adattamento alle norme istituzionali in atto. Anche sottostando al mito/ricatto/incubo dell’indice di ascolto; ennesimo inghippo inventato dal cane per tenere le pecore in branco.

Ci sarebbe insomma urgenza di fare e spazio per fare, senza aspettare le pacche dei padri/padroni dell’informazione sulla schiena. Mentre il solo entusiasmo, stando seduti in poltrona, non sempre foriero – come si dice – dei migliori e più urgenti consigli.

Aggiungo che, all’interno di questi problemi, appena esemplificati in breve ma che non sono da poco, l’arte (sia come produzione di merci che come distribuzione di segni, di nuovi segnali) entra con prepotente necessità, da protagonista. Non sempre da parte degli amministratori invece, se ne tiene il debito conto; accontentandosi dei bottoni che luccicano.

 

 

 

Carte d’Arte, anno I, n. 3/4, marzo-apr. 1989.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno II, n. 3/4, marzo-apr. 1989
Letto 2559 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Febbraio 2013 16:39