Imola

Non sono un vacanziere, non sono un weekendiere; sabato e domenica per me valgono lunedì o martedì; perciò propongo viaggi minuti, che si consumano in un fiato dentro a queste prime nebbie padane, e verso luoghi in cui si arriva aprendo la porta, si ascolta il silenzio e si guarda con gli occhi aperti. Se va bene questo modo, allora propongo di andare a Imola, 34 chilometri da Bologna per la via Emilia, dove in via Garibaldi 18, da qualche settimana, è aperto al pubblico il palazzo Tozzoni, diventato di proprietà comunale sotto forma di donazione vincolata alla conservazione. Un complesso straordinario nel senso della completezza e della conservazione; tale da renderlo esemplare strumento di educazione culturale, soprattutto per i giovani delle scuole (a questo fine, se può servire, ecco il numero telefonico del Comune: 0542/26380, chiedere del dottor Alfredo Taracchini).

La nobile famiglia Tozzoni, di cui le prime notizie risalgono al 1140, pur attraverso varie peregrinazioni e vicende dedicò molta cura alla conservazione, nella più completa integrità, delle strutture e degli arredi del palazzo imolese; che adesso può proporsi come un documento dettagliato e sorprendente della storia e della vita dell’aristocrazia provinciale nei secoli passati.

Per fare alcuni esempi rapidi: dalle livree dei servi ai taccuini di casa o a quelli con le indicazioni esatte e puntuali delle perdite al gioco di Giuseppe Ercole Tozzoni con il Duca di Modena nel secolo XVII; dal vasellame agli arredi delle camere; dall’archivio di famiglia alla raccolta dei bandi, delle medaglie, delle monete; dalle maioliche alle chiavi, agli strumenti per i vari servizi, anche quello, da scrittoio, per appuntire le penne d’oca; per finire all’immagine in cera a grandezza naturale e completamente agghindata, di Orsola Bandini moglie dal 1819 di Giorgio Barbato Tozzoni e che, morta e rimpianta, fu così tenuta in effige nella camera da letto anche dopo il nuovo matrimonio del marito con una Amaducci di Cesena. Certamente i due piani di questo palazzo non sono un freddo antro museografato ma un centro vivo che stimola domande, curiosità, scoperte e suggerisce qualche precisa risposta che serve a capire.

Chi vuol pranzare vada cento metri più in là, alla Locanda Moderna, e avrà conferma che l’antica paziente e nobile arte della cucina non è spenta, in alcuni angoli della provincia.

 

 

 

L’Espresso, 8 novembre 1981.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: L’Espresso
  • Anno di pubblicazione: 8 novembre 1981
Letto 2848 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 14:07