Super User

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Martedì, 02 Aprile 2013 14:14

Questo libro

Questo libro, cioè questo bel libro, insomma questo libro vero, tormentato (tormentoso) e nuovo fino allo scrupolo, si articola (in movimento) su due coordinate: una affidata alla macchina della memoria che ricupera da un fondo abbastanza ingiallito di anni (dal tempo) strani secchi patetici oggetti (persone-volti in lacrime, sorrisi che sono ferite) i quali poi suonano e producono, con il risentimento del tempo incompiuto, del tempo ritardato, del tempo odio-amore, una specie di ossessiva nostalgia, un torpore dei sentimenti che è quasi simile a una apparente morte privata; l’altra, nel guizzo freddo della ragione che raduna, calcola assomma e deduce; che fabbrica o pre-fabbrica usando schemi rigorosi e addendi sperimentati, si sviluppa su un linguaggio “fortemente” calcolato, double-face, in cui la inevitabile “improvvisazione” non prescinde mai dalla necessità, dal proposito di essere capito – e da una sorta di giuoco (molto acuto e colto, per la verità) che l’autore propone di continuo, come in una altalena, e che rappresenta il “movimento” drammatico, l’azione esemplata e caratterizzante, il suono degli strumenti (l’arpicordo della memoria e la realtà di una balera), l’ossessione dell’uomo-jazz, la struggente “resa dei conti” del quarantenne (l’autore).

Un romanzo per tutti, dunque, nel senso che ogni lettore può usufruirlo, rivoltarlo, aprirlo, discuterlo, intenderlo, rifiutarlo; ma anche un libro che si pone subito, con il rigore delle opere elaborate con cura, entro la querelle odierna intorno alle opere narrative, al romanzo; concorrendo, col supporto della propria calcolata “genericità”, a contraddirla e a superarla, in qualche modo; offrendosi come un progetto di possibile lavoro futuro e insieme, con cauta malizia, anche come possibile risultato. Il ferro e il fuoco della situazione può consentire che, a un certo punto, la carta canti; cioè che i risultati non si facciano aspettare, come in questo caso.

Una cultura scientifica, una forte esperienza umana, il gusto dell’aneddoto, la causticità sentimentale e il rigore dell’impegno politico, uniti ad una ironia che riesce spesso ad essere perfino malvagia, ma che è tuttavia sempre divertita (e divertente), concorrono, in quest’opera, a un risultato di notevole impegno al livello della sperimentazione più raffinata.

 

 

 

Venerdì, 29 Marzo 2013 15:51

La devastazione di Montecalvo

Premessa

Montecalvo era (ed è) un cucuzzolo nudo e crudo (ma a leccarlo, dolce come il miele) del primo appennino bolognese rivolto verso la Toscana.

Da lassù si vede ancora, splendida di sfarzo ottocentesco, la città di Bologna.

Nido di api lente e pazienti, di sorci lentamente deambulanti, vicinissima ai calanchi che segnano le prode come rughe sul viso mai stanco dei vecchi soldati, senza alberi e foglie ma attorniata dal molle e disperato incanto delle ginestre che chiamano amore.

Montecalvo al suo culmine sosteneva soltanto la villa (lì improvvisamente fiorita) di densissime mura, sbalzi, fregi, ghirigori, ricami – piena di voci. Qua esemplificata.

Durante l’ultima terribile guerra in Italia caposaldo dei tedeschi, con bombarde e cannoni, a difesa della incalzante ascesa delle armate alleate lungo lo stivale, fu smembrata stravolta resa cenere e polvere.

Scusandomi per l’affanno, ne do anche solo per me l’elegos come rimemorazione mai spenta.

 

 

OCCORRE AVERE

 

Occorre avere

per giusto intendimento

fotografia del luogo

dell’ampia devastazione.

A richiesta per gli avveduti curiosi si potrà dare

gratuitamente in bianco e nero una fotografia del luogo

della lunga

battaglia.

Il ricordo dolorosamente stride.

Con dolore, comprimendosi il ventre,

si può essere disarmati di fronte alla sventura?

Chi abita in una casa sventrata dall’affanno di bombe

vaganti?

Chi ha raccolto fra macerie le lettere della madre?

Cenere e sabbia come le spalle del vulcano che non ha

pace?

Dice: parlo anch’io perché ho raccolto frammenti di

ossa che bruciavano

ancora

e il libro di Ugo Foscolo ferito a morte dal piombo

come un soldato in battaglia.

Parlo dice (racconto) per pochi amici dispersi ora che è

il tempo del tuono

e non ha quiete il delirio dell’onda impetuosa dei giorni

giaceva la collina disposta all’amore prima del grido.

È volato via dimenticando le penne lo storno pensatore.

 

 

MONTECALVO ERA LÌ ARDITA E FIERA

 

Montecalvo era lì ardita e fiera

non si consumava nell’affanno di un’attesa.

Resisteva nel brivido dell’aria la sua faccia

di antica contadina mai vinta.

Sembrava

ed era

nel tempo dei tempi

il castello di favolosi pirati

con Bologna la dotta che articolava cavilli nel

codice dei suoi

maestri.

Così correva la vicenda cara Montecalvo distesa

sotto il

cielo

e la città la vedevi giacere solenne nella pianura

simile a una venere addobbata di luce tranquilla.

                                                                      [Di luce.

Nel silenzio ansimava.

Strani riverberi sfasciavano il silenzio della notte.

Respirava le sue attese la dura ferrosa Monthly

erano pazienti e anche

con qualche trasgressione di giovinezza protesa.

Protesa a sellare il cavallo del mondo senza paura.

La vita si irradiava di fosforescenti lumi

                                                       [in questa cima di

Olimpo

e un futuro torrenziale in fuga si rovesciava

sugli occhi degli astanti allibiti.

Dove vai? Dove sei? Strillava

la madre sulla soglia di una casa non ancora

                                                         [diruta o modesto

maniero. Ridendo diceva questo a un figlio rotolante sul

prato.

In tempi lontani.

Così Montecalvo dai fremiti supremi

la speranza portava a sperare le erbe future.

Oppure…

 

 

 

TACE E DICE

 

Tace e dice:

ora sono prossimo alla riva del mare e in affanno

ma allora correva il tempo delle mele

a Montecalvo fioriva la ginestra

odorava di timo e di limoni pallidi

il tempo dei viottoli immersi nella nebbia

                                            [che aveva mistero

uomini e donne allora cedevano a un sonno di cenere

il trionfo della vita sommerso dalle lapidi

                                                       [di divise infami.

A Montecalvo il vento tirava calci nel cielo

stridevano le nevi percorse da fuochi sconosciuti

non si placavano cadendo.

Dice: qua assiso

non passerò alla storia

ma dentro alla storia sono stato gettato

                                                    [sono finito caduto.

A Montecalvo avida premura del tempo

anni di ferro

passata la tempesta

cancellato il destino

il libro abbandonato posa sulla pancia di un tedesco

                                                         [bevitore di birra.

 

 

A MONTECALVO NON ERA MAI COME SI DICEVA

 

A Montecalvo non era mai come si diceva.

Non era mai primavera mai domenica

natale sfuggiva per le pendici

e nei calanchi vicini dove

dove dove

le ginestre fiorivano quasi spente.

Ovunque cadevano bombe ardue da inseguire nel

crepitio della morte.

La voglia di rompere la solitudine traboccava in gola

mentre Rabagliati cantava con la voce che sapeva (era

calda) di pane

ba ba baciami bambina

e Dean Martin cantava lì a Montecalvo con la voce di

Rabagliati.

Lungo faticoso divagare di destini

divagare di immagini nello schermo di un cielo

ostico di meraviglie non caritatevoli.

Poi la guerra. La guerra. La guerra che

                                                      [veniva da lontano.

Via dai tedeschi massacratori in tuta gialla di sangue

via dagli inglesi mass

massacratori di Montecassino

bruciatori di fogli

killer spietati di monaci in fuga.

Si rimiravano nelle tiepide acque mentre il cielo

stravaccato avvampava.

Poi la guerra. Via dal solenne silenzio degli alberi.

Per la guerra imbiancarono anche le foglie.

Le madri come pietre senza sangue.

Il fiume della guerra scorreva scorreva scorreva

                                                           [scorreva a mare.

 

 

A MONTECALVO LIBERA E LEGGERA

 

A Montecalvo libera e leggera.

Le rosate albe i limpidi silenzi.

Le uova nel nido dello stormo errante

danzante – sì, danzante – fra gli arbusti.

Storni e api, i solitari richiami delle vacche

(sperdute nel mare del silenzio)

sbalordite impazienti.

Seduto scriveva la sua lunga odissea.

Non sono Ulisse diceva non tormento il mare

neppure mi consolo fuggendo la violenza del mondo.

Chi mi cerca? Chi mi vuole?

Sono io che ritorno pellegrino

per irte strade e irti sentieri dove già

giacciono uomini morti e consumati.

I guerrieri di un tempo lì stanno

 

 

MONTECALVO VICINO ALLA FRONTIERA

 

Montecalvo vicino alla frontiera.

Girotondo

il mondo si sfaceva.

La gloriosa solennità della notte

era consumata dall’ululato accanito del lupo

alla cerca di pecore da sgozzare.

Infine la campagna tacque

irrorata con il sangue della mattanza

gli uomini non ancora assopiti

ascoltavano il rigurgito sazio del lupo

sognando il fucile con la vampa del tuono.

Questo prima che accadessero altre cose

                                                          [senza speranza.

 

 

MONTECALVO MONTECALVO

NELL’ANTRO DELLE TUE DORATE FINESTRE

 

Montecalvo Montecalvo nell’antro

                                             [delle tue dorate finestre

e le sale che luccicavano per l’oro

l’asso di coppe è sicurezza diceva

l’uomo accade che felice fugge

l’incaglio del bastone.

Questa (vedi?) è un quattro, dice

i cantoni della casa

così lei trionfa.

L’asso di denari illumina questo trionfo.

Poi una persona alta.

E una casa

da lei mandata via che ritorna,

il male corre come un cane

battuto dalle pietre.

Dunque teme, ha paura che

questa cosa

non dia furore come lei spera?

Avrà il figlio domenica

con neve

a notte alta.

L’asso di coppe è sicurezza,

lei trionfa.

Così mia madre quieta ancora giovane

m’ascoltò nascere

una sera

di un anno lontanissimo.

 

 

DICE: NON TI DIMENTICARE

 

Dice: non ti dimenticare.

Le pietre frantumate

riposavano come Apollo fra le braccia di Venere

e risplendevano nella notte dorate

come le sirene che cantavano su gli scogli d’Omero.

Poi arrivò ribollendo nell’aria

sibilando un suo triste destino

l’ombra della morte svolazzante

con il mantello aperto spalancato

per raccogliere le briciole del mondo

e l’urlo sgozzato degli uccelli

che perdevano le penne.

Pace? Non ti dimenticare

dice

degli anni passati e della vita

ormai scaduta. Pace?

o Guerra?

Quelli erano anni di consapevole sventura.

Lì ebbe inizio

in un giorno di sole

la devastazione di Montecalvo

e delle sue arnie e delle sue urne

dei suoi castelli di sabbia e di api.

 

 

A MONTECALVO UNA PASSIONE C’ERA

 

A Montecalvo una passione c’era

cauta

di ore. Sciamavano le api

anche cantavano. L’uomo dice: è bene, le ascoltavo

volavano fra gli arbusti e

la guerra le obliava.

Lontano trionfavano i cannoni sempre più vicini.

Poi fu l’occasione di un’ecatombe di pietre.

Montecalvo era in alto, non salva.

Andate! gridavano urlavano i tedeschi

                                                [con bionde infuriate

parole

Scheise italiener raus! l’ira

vince l’onda del prato che palesemente avvampa.

I primi riboboli dorati rotolavano nell’aria

salendo da San Luca

rotolando precipitosi verso i coppi di Bologna

ed era tutto luce e fiamma

sulle spalle dei poveri umani stupefatti.

Crolla la vita e la città intera! Raus italiener cosa mai

vuol dire?

mentre tuttavia e per destino uno di questi

                                                         [baldi giovanotti

cadeva colpito a morte fra le pagine

di un libro che bruciava.

Montecalvo moriva come un delfino nel mare.

 

 

QUIETE CONTADINA

 

Quiete contadina

nelle notti di un nebbioso sopore

albe di brina

e nelle sere il confronto della luna

e i canti indugiavano sorgendo

dai casolari e

nelle stalle le candele accese.

Poi è accaduto poi accadde poi è precipitato il cielo

sperduto nel

suo divagare

le nubi spaventate non rispondevano ai venti

l’aereo di tela in cantina

smembrato come un pupazzo senza pianto

inutilmente sospirava l’ebbrezza del volo.

In un momento tutto cenere e lapilli

mortali ebbrezze conducevano gli uomini alla morte.

 

 

QUEL GIORNO MONTECALVO

 

Quel giorno Montecalvo

si ergeva in isolato furore

la sera calò

cercando di bruciare l’erba medica che sapeva di fieno.

Membra sparse.

Nessuna lacrima di sentimento

per la precipitevole fine.

Cinque colpi di cannone

risuonanti come il battere dei tamburi nella foresta.

La carezza della guerra

la sua voce corposa e improvvisa

la graziosa allegria dei bambini sul prato

spenta con un soffio. Grida.

La guerra si presenta invasata dai demoni

schizzano saette dalla pelle.

Non tace mai.

E dura.

 

 

IL VENTO HA INFURIATO

 

Il vento ha infuriato

trascinando alberi e api

Montecalvo nuda

per questo libeccio gonfio di cattivo umore

e per la vicenda mai raccontata.

Gli uccelli bianchi e neri fulminati dal cielo impetuoso.

La natura pazza di rancore.

Chi chiamava oltre le finestre serrate?

Chi schiudeva la propria anima inseguendo il fuoco

                                                               [dell’inverno?

Tempestosi erano i fuochi fra la neve.

Anche un gatto arruffato nella sera

                                                   [di vicende miserabili

ascoltava la radio prima

che Montecalvo tacesse con la gola tagliata.

Gli uccelli, ripeto, cadevano come foglie

semplicemente in silenzio cadevano e morivano.

I soldati cadevano.

Così la natura saluta

gli abitanti delle sue solitarie foreste.

Poi le donne

gli uomini

vecchi diventati

tutti vivono aspettando.

 

 

LA MINUTA STERPAGLIA

 

La minuta sterpaglia

circonda i calanchi a Montecalvo.

Dice:

è arrivata thanatos su

berlina dorata (di sole).

Sali! (dorata di vita soave e ha

occhi azzurri di cielo)

l’infinito è tuo

(albe e tramonti e il respiro rapido il trapassare

                                                              [dell’inverno)

avrai lieti ricordi

non ti disturberà la luce

se ascolterai voci saranno quelle

di una gloria perenne

che solo il silenzio concede.

Sali! i cavalli sbavano fremendo

i cavalli – angeli – hanno una

pazienza ilare da whisky

infuriati solo dalla giovinezza.

Sali! suonerò la mia chitarra

cantando una canzone d’autore.

Ascolta! ascoltami!

La mia canzone è tetra?

Non conosco altre canzoni. Solo canzoni di guerra.

 

 

A MONTECALVO GIOIA FURORE AVVENTURA E

 

Montecalvo gioia furore avventura e

poi

alte nuvole del Tiepolo erranti e disperate

in cerca di gloria

mentre la terra bruciava.

In cerca ansiosa.

 

 

MONTECALVO MONTECALVO MONTECALVO

 

Montecalvo Montecalvo Montecalvo

apta mihi. Avevo poco da spendere e poco

da dare

dovevo anche sottostare in silenzio

all’impero dei giorni sicché

poco mi orientavo e poco potevo ascoltare

la voce dei suoni.

I nuovi erano bellissimi

ma li potevano ascoltare altri che

bivaccavano intorno ai fuochi.

“Lei intanto si vergogni – mormorava la

donna e un uomo alto e triste –

per la sua ignobile arroganza”

questo diceva mentre la casa si frangeva

schizzando lontano nel prato

polvere e rombi di pietra dura e di ferro

che

improvvisi imponenti andavano per il cielo.

Montecalvo Montecalvo apta mihi

ho sempre nell’occhio l’urlo

dei soldati che morivano

uno lo trascinavano con i piedi striscianti per terra

lontano dal muro inconfondibile della vita.

 

 

I NUMERI SUONANO

 

I numeri suonano

cantano

ballano

sulla carta discesa sul prato

nella testa dell’uomo

sulla mano che stringe l’oro rubato

mentre Montecalvo si torce nel fuoco

                                                 [con dignitoso dolore

e i superstiti correvano a mendicare

pane e vita senza

lacrimare

non essendo più consentito a chi

rischiava di cedere il destino per un turpe baratto con gli

dei

per un poco

di pane. Ahi! Bruciava

l’austera Montecalvo stesa al suolo

bruciava la pietra bianca il duro legno le bifore

ferruginose e i tralicci disposti come i rami dei pioppi.

Sapienti involute sculture.

Fu breve il tempo. Poi…

Fumava la distesa del panorama di primavera inoltrata

fumante rovina.

Lì sedeva risiedeva la signora con il nome

                                                      [di antica regina.

Amore e morte. Montecalvo ardita moriva.

 

 

LASCIANDO MONTECALVO IN ROVINA

 

Lasciando Montecalvo in rovina

gli dei mi hanno sedotto dentro all’ira

accompagnandomi per i

sentieri della montagna.

Le marmotte albergavano

verso l’argine dove l’acqua dormiva.

Dove sono le lucciole? chiedevi.

Annaffiavano il cielo esse (stelle sperdute)

oscurato dalle formazioni dei

burberi portatori di fuoco.

Fuggono le marmotte.

Le lucciole cadono a terra trafitte dallo spavento.

 

 

EFFETTI COLLATERALI

 

Effetti collaterali

dopo Montecalvo fuoco e rovina.

Il fissaggio di una bomba

all’ala di un F18

 

caccia F14 pronto al decollo

una portaerei a propulsione nucleare

come la Theodore Roosevelt

ha una autonomia di navigazione

di 13 anni

 

una portaerei della classe Nimitz

costa novemila miliardi

 

a bordo ci sono 5500 uomini

2500 telefoni 3000 tv a colori

 

ma non c’è morte (dicono)

perché noi combattiamo contro la morte.

 

 

È VERA ROVINA È SILENZIO

 

È vera rovina è silenzio gelido è cupa terra.

Statti zitto e lasciami pensare.

Si scioglie l’Antartide

a rischio i continenti

stanno i ghiacciai morendo

la fine dei pinguini

le balene si arenano

se il continente bianco si scioglie

s’alzano gli oceani (si alzano è previsto

di sessanta metri)

sempre più caldo il sole

la terra inospitale diventa deserta

 

via l’uomo via le donne

l’acqua e le dune

le pietre il fiume

e il gas serra nell’atmosfera

l’uomo contro l’uomo

donna contro donna

il filo della vita

una guerra perduta o

una guerra infinita?

Già da allora è partita questa rovina.

 

 

LA RUINA DI MONTECALVO

SFRACELLO DI GUERRA

 

La mina di Montecalvo sfracello di guerra.

Hegel te lo puoi scordare.

Era lì sopra il camino.

Caduto per terra è poi volato via

guardando me con gli occhi azzurri alteri.

Arrivato a Jena incontra Hölderlin e parlano dei topi

monaci misteriosi che bisbigliano nelle tenebre.

Così passa il giorno passa una notte intera.

Al ritorno del sole

l’erba è rossa la terra è stata bruciata

i buchi neri ringraziano il cielo dei cieli

per essere stati accettati e collocati

con armonica sapienza nello spazio.

Per il momento, Hegel sospira, questo

è qualcosa di completamente incomprensibile.

 

 

MONTECALVO IN ROVINA. HO

 

Montecalvo in rovina. Ho

ballato fino a tarda sera

il cielo era tutto una stella

mai ho visto il mondo

così disteso nell’infinito

con splendido cuore.

Le cose capitano secondo ragione

(talvolta).

Suonavano campane

da chiese nascoste nelle foreste

sulle città impietrite

divagavano suoni e suoni.

L’alba verde è arrivata

stracciare suoni e pensieri

il mondo ruggendo si è accasciato

sul tratturo di ieri.

 

 

LA ROVINA DI MONTECALVO

 

La rovina di Montecalvo

lì, sulla collina. C’era una casa.

Adesso non c’è più.

Non è sparita ma

ferita sconsacrata bombardata

muri in ruina forte mitragliati i muri

precipiti i muri in una angoscia

grigia senza domani.

Una volta (una volta) voci

rompevano il prato nel momento

del giorno declinante dentro al sole.

Un padre fra le api

madre con l’aquilone in mano

a sdipanare con la bandiera il cielo.

Oggi il silenzio è steso fra le ombre

a piedi scalzi gli anni divagano

fra le macerie e il

grido di memoria delle battaglie crudeli.

Vicino al dirupo un cimitero di guerra

trascurato già dimenticato.

 

 

MONTECALVO IN SILENZIO TERRIBILE

 

Montecalvo in silenzio terribile

giace a terra distrutta.

Stai lontano da me, l’odio è un signore

splendido e potente.

Luminoso di grazia e pazienza.

Verrà il tempo di raccogliere il miele

per addolcire le mani.

Aspetterai che l’inverno

sia trapassato e giunga

l’adornata primavera.

La stagione più vera e consacrata

per rallegrare la fronte del nemico

come si deve.

Così ha detto il sapiente che è saggio

ma non è paziente.

 

 

VICINO AL FUOCO FUMANDO LA PIPA

 

Vicino al fuoco fumando la pipa

dopo che Montecalvo è distrutta.

Tutti noi sopravvissuti dobbiamo morire

già sulla retta d’arrivo per ottenere questo consenso di

morte.

Non c’è nessun destino maldestro

                                          [e sventurato da lamentare

o per corrucciarsi.

Patiamolo dunque con la dovuta ironia.

Morire a ottant’anni è tanto ovvio

che a pensarci durante il giorno

viene il riso alla gola:

oh! Giove quanto ho vissuto

e quasi inutilmente

vale a dire senza aver fornito alcuna

                                                [prestazione originale

o alcun servizio valido al pubblico inclito

                                                         [del mio tempo.

Società, comunità si fa per dire.

In sostanza essendo stati magri compagni di viaggio

nonostante il volere.

Si dice alle volte Potendo rinascere

Ma cosa potremmo fare dopo questa sventura?

Il medico? Il fornaio? L’artista di bella pittura?

Saremo sempre degli onesti viandanti che

spezzano la spada sul ginocchio e

Dio perché mi hai offeso a morte in un delirio di fuoco?

Ecco qua la cenere.

 

 

MONTECALVO SI PLACAVA IN UN LUNGO LETARGO

 

Montecalvo si placava in un lungo letargo.

Poi disse: ogni risveglio è amaro

non vorrei (credetemi che)

che come acqua che cade

non vorrei (credetemi vi ripeto ascoltate)

che come precipitoso defluire di un fiume verso il mare

aperto agitato

un cielo non più paziente apra il forziere

                                                       [delle sue rabbie occulte

e ci punisca per le cose non fatte

con alluvione di pietre e fango scivolante dai monti.

Dice Montecalvo: io resto in attesa. Non piango.

Ma è vero che la tristezza dei tempi

rotola fra i denti e rende

ogni boccone di pane prigioniero di un cupo veleno.

Non lo dico lo penso

se prima di cedere il campo si scriverebbe dalla mattina

alla sera

(la poesia è una compagna avida e amara

appare scompare non lascia tracce).

Potessi aspettare impaziente

la nuova primavera.

 

 

COSA TI ASPETTI IN QUESTI

 

Cosa ti aspetti in questi

                               giorni

che sono di nebbia?

A Montecalvo così lontana dal mare.

Voglio contare i giorni

che ancora mancano per arrivare alla sera

benefica di luci di stelle.

La musica non deve

disporre a qualcosa ma

mi deve lucidare dentro

come acqua molto fine di sorgente

che scorra fra le dita sulle spalle

sui piedi impolverati

di colui che cammina con speranza.

Un deltaplano riduce l’aria del sogno di

un richiamo di ghiaccio.

 

 

MONTECALVO

 

Montecalvo

moriva ferita a morte moriva

ricordate

dicendo noi sopra le lapidi fredde

ricordate

scolpendo voi i nomi sopra i marmi placati

ricordate dite ricordate

noi che le libertà l’abbiamo inseguita mordendola

                                                                        [come i

cani

camminando nel fuoco

 

ricordate

 

ricordate

la nostra morte per voi

sia un ricordo per sempre

 

ricordate

 

ricordateci ancora

noi sperduti dimenticati nella bufera.

 

 

Nota

Ero su una scala di legno appoggiata a uno scaffale. In una libreria di gran nome (allora) nel centro di Bologna.

Attraverso una finestra (grande allora) a destra, vedevo la statua di Galvani, reclina la testa sulla tana, nella piazza (piazzetta) che si apriva davanti al portico della biblioteca (favolosa, tutt’ora) dell’Archiginnasio, luogo di inestimabile gradimento per la lettura e per le conseguenti sorprese nella lettura (come accade quando si è giovani, e come accade per chi, da giovane molto, cerca la compagnia non effimera dei libri).

Era uno dei portici che sono un respiro vitale e di accondiscendente effetto della città di Bologna, inclita un tempo e oggi violentemente disanimata e perduta. In quegli anni, terribili, della mia prima giovinezza, era invece solida, polverosa, profonda.

Anch’io ero, in quegli anni, polveroso e cominciavo a tentare di scrivere registrando considerazioni ed emozioni in versi, come ne scrivo ancora, sperando bene.

Il libro (lo ricordo) era edito dai Fratelli Parenti a Firenze, copertina ruvida, colore verde scuro.

Leggere e sbirciare al sommo di una scala di legno (non più consentito) è diverso dal leggere seduti davanti a un tavolo al lume di candela, è davvero un inebriante invito alla furbizia generosa dell’apprendimento (e, sempre quando si è giovani, talvolta un invito non rimediabile al furto agreste).

Insomma, sbirciavo. In quel momento esplose il lugubre avvertimento della sirena d’allarme.

Avviso che anche quel giorno la dotta città di Bologna era sotto tiro.

Poco dopo, il rumore rotolante strisciante inviperito dolente (improvviso sgomentevole) di una formazione aerea disposta a massacrare le antiche onerose memorie della città (fra le più tempestate dal cielo in Europa).

Uno sgretolare di chiodi nell’aria, sempre più rampante; infine, a completare il quadro dell’attesa, la sibilante perfidia e l’estenuante brivido del cadere delle bombe.

Dico di sentimenti, di emozioni provate in quel preciso momento e non aggiungo altro.

Gente che prima non c’era correva a perdifiato, per la strada e verso gli androni; un indistinto greve vociare e talvolta urlare; parole gettate al vento dalla paura e dall’ansia delle speranze di salvezza. Insomma tutto. Fu colpita la stazione ferroviaria, così vicina al centro, ma anche zone collinari e per la città fu la conferma di una progressiva devastazione. Tale fu, in collegamento, il destino avverso di Montecalvo, dove risiedeva una villa, in solitudine sublime, piena di api d’oro.

Gli eventi seguenti tentarono di consegnare il mondo, non solo quelle pietre, alla morte.

Le pietre caddero a terra e noi le abbiamo viste cadere.

Ne ho raccolta una.

 

Venerdì, 29 Marzo 2013 15:47

Una donna di Firenze

L’occasione pratica di questa proposta di lettura è data dall’invito amichevole che mi convince ad uscire dal guscio (l’aggiunta di un mio centone lo si prenda come l’adempimento di un obbligo per seguire gli schemi).

Ma l’occasione reale avrebbe l’impegno di richiamare l’attenzione di qualche buon lettore sui testi della Giaconi, perché possa valutarne, spero, il valore e rammaricarsi della disattenzione della critica.

Dato che non è poi tanto vero che l’albero della buona letteratura e della buona poesia sia sempre composto dalle foglie e dai rami secondo l’ikebana ufficiale (nel salotto delle patrie lettere); anzi, appare ogni giorno più evidente che leggiamo fogli intramezzati da molte pagine bianche o da righe troppo frettolosamente cancellate.

Per capire meglio, e qualcosa fino in fondo – cercando, tentando, scoprendo, inventando, confrontando, con una libertà inquieta, magari timida ma insistita – dobbiamo allora uscire fuori da soli, non accontentandoci mai ma rischiando i morsi dei cani, per andare alla cerca a modo nostro, aiutati dalla legittima curiosità e dalla sana impazienza. Basterebbe ricordarsi che appena in questi anni, dopo una emarginazione prolungata, si comincia sul serio a fare i conti con Rebora o a dedicare un’attenzione più allargata e più insistita a Delio Tessa, un dialettale tenuto fin d’ora in salamoia nel barile portiano, ma che ha al massimo grado di tensione – in proprio e originale – una secchezza nervosa da brividi (sembrano nocche indurite sulle mani) e una attenzione minuta, lucida da rettile, impazientemente mimetica dentro a luci e suoni che scavano, muovono e gli consentono di isolare, quasi addentandoli, stravolgenti spaccati di realtà.

Rebora o Tessa li avrei proposti. Ma avrei potuto proporre il Giusti, ombra modernissima e sconfinata dal filone privilegiato (coccolato) della nostra letteratura petrarcheggiante, cruscheggiante, quasi tutta e quasi sempre culo e camicia col bel canto. Un autore la cui poesia, in un periodo di infervorati soli e infervorate speranze, è piena di rumori, suoni della strada, voci di uomini, spari, di fischi, di treni; tutto mescolato a una disperazione affannosa, risentita, talvolta gelida talvolta gridata da ascensore bloccato. Un autore che con anticipo di settant’anni (a parte Radetzky) sembra che viva nella Vienna di Freud. O avrei potuto proporre il Barni, che piaceva a Saba o a Biagio Marin (o a Giotti), con la sua guerra in trincea fatta di ossa, di sputi, di sangue, di vomito e dove il contadino italiano che imbraccia il fucile come una falce sembra venir fuori intero da un quadro del Mantegna, o dalla macerata violenza del Trecento. Solo Jahier ma mettendoci di suo la dedizione (più un voler dare col cuore che un partecipare direttamente con la mano) ha scritto qualcosa che suona molto vicino. Dice Barni: ho venduto la mia pistola / non ho che i miei pensieri e preciso essenziale travolge subito la rispettabile enfasi di Locchi nella “Sagra”: e voliamo nel sole, anima mia! / Facciamoci coraggio (solo una indicazione, per dedurre che anche il filone della nostra poesia di guerra non è mai stato scavato veramente in profondo, tutte le velleità critico-accademiche o critico-militanti restando acquattate piuttosto sotto il bavero dei lirici).

Oppure il mio inestimabile Ragazzoni di cui – come di Morgenstern – parlerei fino a sera.

Invece, per un mio debito lungo e lontano, propongo la Giaconi. Luisa Giaconi è vissuta dal 1870 al 1908, per lo più a Firenze – ma anche qua e là per l’Italia seguendo il padre insegnante. A Firenze, fino alla morte, ricopiava in piccolo i quadri più belli dei musei; per botteghe o turisti, credo. Ha composto un solo libretto di poesia. Smilza smilza la prima edizione del 1909 a Bologna, da Zanichelli; più completa la seconda edizioncina del 1912, sempre zanichelliana, curata e prefata da G.S. Gargàno. Questa prefazione, molto partecipata nel senso della convinzione, e con alcune brevi notizie (di un grande tragico amore, ad esempio) riprendeva ampliandolo un articolo del 22 novembre 1908 su “Il Marzocco”. E devo credere che soprattutto (o solo) su “Il Marzocco” la Giaconi – in vita – abbia pubblicato i suoi testi; a lunghi intervalli (nel n. 18 del 3 maggio 1903 Dalla mia notte lontana, non fra i privilegiati ma con alcuni momenti esemplari: le tue finestre cigolanti al vento / dei cieli, oppure: sentir quasi la tua boccaah me vana – / ch’io penso calda come vivo sangue); lasciandone altri a circolare fra pochi amici e alcuni letterati (piacque molto, e subito, a D’Annunzio).

Morta giovane, il suo libro, con la sua memoria, scomparve. Così oggi cerco di presentare un’ombra perché ritorni viva; non per mio speciale potere e sapere, ma perché lo merita bene e perché ogni lettura rifatta con premura intelligente e paziente ravviva la vitalità della scrittura, specie in poesia – che in ogni caso ha lo specifico di non concedere facile riposo o troppe illusioni; incatenando o relegando ciascuno (autore e lettore) a un ruolo difficile e ai propri errori – che contrassegnano abbastanza paurosamente le giornate.

La mia dedizione a Luisa Giaconi non è improvvisata ma risale agli anni della prima giovinezza quando, durante un breve viaggio, trovai il suo libretto su una bancarella di Firenze. Aprendolo, prima ancora di leggere, mi colpì la sua immagine fotografata (un ritratto tra i fiori che ho sempre immaginato di grandi accesi colori); così composta, ironicamente sostenuta, tanto diversa dai visi italiani. Sembrava una ragazza tedesca o ibseniana, concentrata in sé eppure con un sorriso che lentamente le nasceva dentro; come protesa, o in procinto di protendersi, al limite di una qualche esplosione dei sentimenti. E pareva sul punto di dirmi tutto, anche se incuteva soggezione. Leggendo, sia pure in modo inesperto e con una faticosa precipitazione, cominciai a percepire il suono e il senso delle sue stilizzazioni vibratili, molto lineari ma cariche di supporti via via esplodenti; nella direzione di una essenzialità che non è mai rarefatta ma sembra sottrarsi e definirsi fuori o ai margini del mondo (il mondo comune, il mondo della nostra vita); e che in qualche modo riusciva ad avvicinarla al Campana ebbro e paziente delle grandi prose e delle grandi liriche – che sembrano non potere mai riposare sulla pagina.

In seguito, riuscendo a migliorare un poco nella lettura, mi colpì la sua disposizione a dannarsi e a riabilitarsi dentro ai sentimenti; non tralasciando mai di affidarsi ad un sogno d’amore che in lei è sempre al limite della passione, del dramma, della morte. Un amore che è ebbrezza continuata e assoluta nella speranza, partecipazione di questa speranza, di questa attesa (come in Hölderlin, per esempio); conseguentemente, discesa lenta e acuminata dentro a momenti che bruciano inappagati; patiti come delusione oppure come il segno di un tormento in cui non è tanto ristretto il corpo quanto i sentimenti oscillanti e contrapposti dentro al sogno.

Di questo dolore ravvicinato sembra che lei non si possa liberare se non morendo; tuttavia la morte non può averla, accettarla ma solo invocarla. L’amore dunque è un sentimento sublime, che esalta, brucia e può annientare. Anzi, annienta.

Si potrebbe commentare che questa vocazione e sottomissione all’amore e al dolore è riconducibile all’equazione tremenda e semplificata di amore/morte e a un dannunzianesimo partecipato come cultura, come “vista del mondo”. Per ribattere basta appena riscontrare la struttura dei testi della Giaconi, continuamente sottoposti a minute interne manomissioni, al vento di una musica tenuta sempre alta ma spesso interferita da scricchiolii che risaltano simili ad annunci successivi di terremoti del cuore – con una decisione (o spietatezza) che può essere feroce. Eppure, oltre questa sua dedizione al dolore come corazza luminosa, i suoi testi ci danno l’aspettazione della felicità attraverso questo stesso dolore – come completezza raggiunta di vita. Da ciò, la furia paziente e insistente che si rivolta dentro all’attesa.

È certamente una situazione di assoluta eroicità esistenziale, come necessità e come scelta; dato che al fondo è priva di speranza e senza il correttivo di alcuna rassegnazione. Il canzoniere che la registra si alimenta di questa drammaticità intensa, continuata; con un floreale molto rilevato – alle volte allucinato in eccesso – che passa attraverso D’Annunzio, attraverso una linea del Pascoli ma alla fine si isola nella esaltazione del cuore; non invocata ma temuta, vissuta.

Subito, sulla Giaconi, ha visto bene Campana, con la sua giocosa e aspra brutalità critica addirittura raffinata. Basterà ricordare la lettera del 1916 a Novaro – quando gli mandava la poesia “Dianora” per La riviera ligure: “…questa poesia mi sembra memorabile. È scritta molti anni fa da una donna di Firenze (morta). A parte qualche noiosità femminile di melopea e qualche scintillamento di braccialetto (all’odalisca) apre un po’ la gretta e taccagna arte italiana. La strofa liberata dalla multiforme catena, con due o tre assonanze elementari ritenta un più puro amore delle luci e delle forme. C’è in questa poesia una sensibilità neogreca che è quella della vera poesia italiana moderna”.

Meglio non si può dire in generale, e nel particolare di questo testo che è certo fra i più belli del nostro novecento. Davvero: memorabile. Da non lasciarsi uscire dalla memoria, da recepire con doppia attenzione mentre si svolge.

Per i necessari riscontri e per una eventuale conferma propongo dunque la lettura di questa solitaria e alta autrice che è morta, si può dire, d’amore. Non per tenera passività, non subendolo o rincorrendolo; direi, invece, con un fuoco e per un fuoco “cinquecentesco” – dentro all’armatura. Insanguinandosi, in uno scontro non passivo col grande sentimento della vita.

 

 

 

 

Venerdì, 29 Marzo 2013 13:56

Giorno di visita a Monsieur Hulot

31.10.78

 

Domenica mattina

dato che c’era il sole e c’era un lume

straordinario giallo e verde

ho preso per mano il mio bambino

e sono andato da Hölderlin sul fiume.

Nel mulino sul fiume.

Era affacciato alla finestra sotto il tetto

con il petto nudo e cantava

cantava fischiava sottovoce

disperato.

Non guardava il cielo guardava l’acqua

che corre via.

Cantava i sassi:

sassi sassi sassi

siete troppo pesanti per l’acqua

chi vive respira

ma il mio cuore muore.

È giusto invecchiare

 

quando si ha sete.

Senza filo non si aggiusta il vestito.

Oggi per me non è festa.

Il suo canto era finito.

Ha chiuso la finestra.

 

 

31.10.78

 

Ieri sera ho incontrato Goethe.

Sedeva in una poltrona alta e nera

e aveva due buchi nei calzini.

Parlava lentamente.

Gli altri amici bevevano nei bicchie-

                                                 [rini

di cristallo.

Ogni tanto lui chiudeva gli occhi

e si appisolava per un poco.

Tutti allora aspettavano in silenzio

quando con un sussulto si svegliava

e sorrideva quasi fosse un giuoco.

Raccontava di Schiller che era mor-

                                      [to da poco

raccontava quando andava sul Ne-

[ckar a nuotare.

Sembrava che una grande nuvola

                                              [rosa

dentro i suoi capelli bianchi comin-

                           [ciasse a bruciare.

Poi è ritornato a sonnecchiare.

 

 

6.10.78

 

Tra il 1799 e il 1801 Beethoven scrisse

ancora due grandi Sonate in si bemolle maggiore

e in re maggiore. Ma tra il 1977 e il 1978

Cosimo Berlino scrive una lettera senza affrancatura

che finisce dopo un iter mensuale al macero.

Nella lettera era scritto così:

cara moglie oggi mi ammazzo addio tuo luigi

e sperava di impressionare la moglie con la bugia

del nome, chi sarà questo luigi che mi scrive che

si ammazza doveva interrogarsi la signora chissà se è un

refuso e io questo luigi non lo conosco

ma conosco la scrittura di Cosimo Berlino mio consorte

e la specifico quale sua così è possibile che il mio

consorte e non luigi si ammazza in data odierna senza

che si possa avvertire la polizia perché provveda

qualcosa in merito

Ahi che è dura la vita

ahi che Cosimo Berlino invece di scrivere la lettera con

conseguente suicidio

poteva scrivere due grandi sonate

 

in si bemolle maggiore l’una

e in re maggiore l’altra in quanto

Ludwig van Beethoven è famoso in tutto il mondo

e Cosimo Berlino al contrario

è scomparso con tutta l’acqua addosso dentro a un fiume

e nessuno dico nessuno lo ricorda più.

Fosse stato prima famoso e poi suicida

aveva l’articolo su La Repubblica

a condimento di una vita intera spesa per l’arte.

Ahi che è dura la vita

e il destino (posso aggiungere) è qualche volta infame

per fortuna che la storia dell’uomo non è ancora finita

e qualcuno può ancora sperare

che un dolore si possa spezzare e dividere co-

                                                         [me il pane.

 

 

26.6.79

 

Il gelato di fichi

è migliore del gelato di noci.

Tre croci di Tozzi

era a suo tempo migliore dell’ultimo libro di Papini.

Pasolini doveva ancora girare Accattone.

Tre bambini, figli di mia sorella,

sulla riva del mare

tentavano di alzare un aquilone.

A Viareggio nel ’35

mio padre faceva il bagno alle otto di sera.

Mio padre è morto.

Stasera per la prima volta dopo tanti anni lo ascolto volare

                                                                           [nell’infinito.

 

 

29.9.78

 

SCENEGGIATURA

 

Figlio ucciso. Parte lei

arriva al Po.

Dove ha una casetta abbandonata

(è abbandonata).

Fra le volpi i camosci e

il cuore dei bisonti fulminati

dalla cerbottana degli indiani, sulle Volkswagen

chi non crede alle favole

beve sidro amaro alla fontana.

Gli uomini dopo cantano e ridono.

Le donne abbracciano gli uomini

che partono per soldato.

Lei dimentica il figlio.

Dal ponte guarda nel fiume il corpo di un annegato.

 

 

27.9.78

 

Le donne vanno

gli uomini restano.

Le donne restano gli uomini vanno.

C’è odore di un vento strano, di mele cotogne.

L’oceano è nero nero alla televisione.

Fin dove posso toccare il cielo

c’è fuoco e panna.

Polvere di uomini morti copre adagio splendidi fiori.

Fra quattro nuvole di Carpaccio

uccelli larghi come la mia mano

gridano che l’estate è finita.

 

 

27.5.79

 

LUI SOLO AVEVA

 

lui aveva

era il solo ad avere

“l’inverno mette il gelo nelle ossa”

non posso

eri così lontana tu non potevi sapere

no non potevi non potevi non potevi

ah, lascia perdere

qua, fermiamoci, ricordi?

laggiù, dopo l’albero

ma tu non potevi saperlo

tu non potevi saperlo

non potevi non

e poi lui solo aveva

lui aveva

era il solo ad avere

“la nebbia di questa maledetta pianura”.

Lascia andare, vediamoci

domenica. Oggi sono stanca mi

sono svegliata alle cinque ma

è vero “la nebbia della pianura padana

mette il gelo nelle ossa”.

 

 

Sei portato da un vento

che neanche si vede

in un vicolo fra grattacieli dove

due gatti

guardano le banane fiorire

da un seme piantato nella spazzatura

 

Grandi spazi erba

con foreste incorporate.

Mi guardo allo specchio mi palpo

la faccia a sinistra

a destra di sotto di sopra

penso all’estate che è appena passata

dico mettiamoci in azione

POSSIAMO INCOMINCIARE…

 

Povero cuore povero cuore

il viaggio sembra non finire

sono sobrio appoggio l’orecchio

per terra là dove un picciolo fiore

fa guerra

a un barattolo schiacciato di pessima birra Henninger.

E MIAGOLA

 

Mentre correva è volato

come uno straccio sul prato

a duecento all’ora.

 

La ragazza esce correndo da una porta

per osservare un disco volante planare

in silenzio. Nessun altro l’ha veduto.

LA RAGAZZA HA LA FACCIA COPERTA DI

                               [FRAMMENTI DI VETRO.

 

 

AFRODITE SUL DORSO DI UN’OCA

 

L’ultimo uccello dalle ali d’argento

cade sopra una fabbrica vuota

da archeologia industriale.

 

Per esempio: poter cadere come un aquilone che brucia

fra le stoppie macchiate dal garbino non è più possibile.

È invece possibile che l’uccello dalle ali d’argento sia

lì fermo ansimante sopra il mucchio di scaglie di ferro

 

gialle di ruggine

 

solitaria bandiera.

All’ombra di una ciminiera fotografata da Zoom.

 

Riconosco che anche gli uccelli devono morire.

Riconosco (e ricordo) anche l’ingiustizia di questa morte

                                                                         [nel vento:

talvolta con tristezza strisciando contro il vetro del cielo

pèrdono gli anni le penne pèrdono il cuore il suono

                                                   [pèrdono il lume del sole

cadono cadono cadono. Cadono

cercando il cuore del mondo. Cadono

sulla mano di un uomo a un bivio di una strada sul

                                                                              [monte;

indeciso guarda luci lontane

o l’occhio del bosco. Non sa dove andare. L’uomo.

Guarda l’uccello dalle ali d’argento morire.

 

Come la terra non è più il sogno dell’uomo

il povero cielo non è più spazio per gli angeli.

Neanche il mare è più il campo per i delfini filosofi.

 

Un tuono

improvviso

risveglierà le nuove fantasie. E allora

può la terra cambiare colore senza arrossire?

ho passato alcune stagioni con notevoli difficoltà

ma senza vero dolore

ho anche pensato alla inutilità della vita

ma solo sotto l’aspetto filosofico

in quel tempo mi sarebbe piaciuto ascoltale la

voce dei delfini

avendo letto in un libro che sono molto intelligenti.

 

Ma abito lontano dal mare.

 

DIALOGO FRA DUE PASSANTI

 

– Chi sono?

– Sono maestri di poesia, che cantano.

– Cosa dicono?

– Mah, sono sentimenti!

 

– Ti lamenti?

– No, non mi lamento.

– Eppure ti sento lamentare.

– Sarà il vento

                       il vento

                                  il vento

                                               il vento.

 

 

 

 

 

 

I

 

Tarlo tarletto folletto goloso del Mississippi

venuto dalle Americhe

nella valigia di un bibliofilo di Teramo

e approdato a fine settimana

in questa stanza di una città emiliana,

ti vedo che rosicchi il tomo di Albinoni.

I tuoi morsi colpi di cannoni

sono anche l’onda del mare che raschia alla spiaggia

                                             [la pelle.

Ti vedo mordicchiare con rabbia paziente

questa pagina in cui affondi il dente.

Villano e inetto

tarlaccio di lingua inglese, falso arlecchino,

sei ignaro di quel che inghiotti perché è scritto in

                                              [latino.

Allora ti servo io e

come veliero stretto fra il ghiaccio

con due dita ti afferro e ti schiaccio.

 

 

II

 

Guarda, tarlo indolente, ti sovrasto

con la penna ricopio le parole

dal tomo grigio per la tempesta degli anni.

Sono un poveruomo alla fine del millennio

in un secolo acceso da faide vedo le cose mancare.

Mancare le nuove parole, sfiorire.

Piangere i laghi, le betulle disperse

perché al confine del mondo vedono le acque morire.

Tu divori aggredisci incalzi uccidi

il cuore della carta

il silenzio delle pagine crocifisse.

Tarlo disonore del tempo presente

vacca sbracata di Giove

pallida secca ombra ti voglio guardare

mentre piove sul tuo zelo

fuoco dal cielo.

 

 

III

 

So bene scrivere bene pontificare

bene leggere bene criticare

anche applaudire

ma servo del potere

l’infame verme

muovendosi schizzinoso

aggredisce il tomo inerme.

Servo del potere, mormoro sussurro con il

fiato caldo sulla pagina aperta,

chinati spogliati interagisci

sfogliando perseguendo ma non stuprando

le foglie delle parole

e non lasciare lì solo un frammento crudo

impolverato

come un povero tordo impallinato

in mezzo al campo.

Ma per te non c’è scampo.

 

(Con una incisione di Romano Masoni)

MOMENTI. Rivista di poesia [dal N.° 6; prima: Notizie di poesia; dal N.° 15-16: Rivista di poesia e cultura; dal N.° 17: Poesia e cultura]. Bimestrale.

Torino; tip. Quartara. Nuova serie, n. I: settembre 1951. Ultimo numero uscito: 18, giugno 1954 [con questo la rivista ha cessato le sue pubblicazioni]. Fascicoli di pp. 48-54; mm. 236x164; copertina bianca, poi con figure, poi con «editoriali».

[Nel n. 18] Dir. Renzo Giacheri. Redattori: Gino Baglio, Vincenzo De Rosa, Adolfo Diana, Ascanio Dumontel, Vittore Fiore, Giorgio Ognibene, Giuseppe Picardi, Michele Rio, Emilio Tumminelli, Giuseppe Zanella.

 

L’atteggiamento dei giovani che si raccolsero attorno a Momenti fu polemico contro la vecchia poesia, e i suoi maggiori, o più reputati, artefici; ma facendo valere questa esigenza in una forma a volte ossessiva; mentre si dichiaravano per il realismo, non interpretato però come ortodossia ideologica al marxismo, ma come unica tendenza valida della poesia italiana del dopoguerra.

Si capisce che un simile tentativo di immettere nuovi contenuti nella poesia avrebbe richiesto nello stesso tempo, e almeno con altrettanta attenzione, un nuovo linguaggio, non allusivo e sfuggente. Diciamo allora che l’opera di poesia mostrava al contrario una estrema fragilità e improvvisazione morale; una carica affettiva per i contenuti vivificata quasi sempre artatamente; una curiosità generosa ma quasi torbida piuttosto che un serio impegno a riconoscere gli uomini nella loro condizione; spesso un oscillare alla ricerca di pretesti. Troppi componimenti venivano offerti, per lo più senza evidenza, scanditi in un modo estemporaneo, dissolvendosi in un populismo di maniera, retorico ed extrapoetico; oppure gravati da una prosasticità gonfia e non illuminante.

Simili a futuristi rovesciati, i poeti di Momenti addentavano la realtà, tentando di convincere (e di sorprendere) con la monotonia dei temi urlati, mentre invero li levigavano in una uniformità solo apparentemente drammatica e da nuovo mondo. Erano tentativi per lo più soltanto rischiosi, e generici, senza individualità, e non erano ricerche determinate da sollecitazioni autentiche e consapevoli.

Tale monotonia (già indicata da altri, e più autorevolmente) limita anche il peso delle pagine critiche, che volevano preparare una collaterale poetica.

Pare a noi che questi scrittori e poeti avrebbero piuttosto dovuto imporsi esplicitamente un ricupero morale, che valesse come riprova della serietà delle loro idee, e nello stesso tempo chiarimento della loro scelta politica, sempre presente e sempre elusa; limitandosi peraltro a un minimo di enunciazioni programmatiche, ma precise. C’è invece un’ambiguità, in questa rivista, che dipende dalla contraddizione fra un’apparente forza polemica, più volte esibita, e una insufficiente solidità umana e teorica. Un punto di vistosa debolezza si potrebbe identificare in una certa ostentazione di aver violentemente rinunciato all’educazione e alla cultura di origine borghese, con i limiti e le illusioni in esse contenute (nonostante alcune riserve, o concessioni, qua e là reperibili nelle pagine dei vari fascicoli) per un immaturo e rapido calarsi, con avida impazienza, in una diversa realtà, troppo drammatica e bruciante per essere assorbita così facilmente. Una esegesi lessicale dei testi poetici prodotti dalla rivista potrebbe illustrare questa asserzione.

Il nostro tempo e, soprattutto, la nostra generazione non ha paura delle accademie; chiede misura, fermezza, chiarezza; non può accettare, né ascoltare senza fastidio, che si riproponga gridando una sorta di neo-romanticismo (di maniera).

Tutti quelli che, per la loro posizione culturale (e noi fra essi) potevano essere meglio disposti e benevoli verso una simile iniziativa, ne sono stati più sinceramente delusi e amareggiati, come di un’occasione perduta. Tuttavia segniamo all’attivo dei giovani di Momenti la fondamentale onestà delle intenzioni, e l’impeto con cui hanno sostenuto per primi la necessità di un rinnovamento.

La nuova rivista Situazione da poco apparsa (n. 1: gennaio-febbraio 1955) intende essere, come è scritto nell’editoriale, esattamente la continuazione di Momenti. Noi ci ripromettiamo di esaminare come e fino a che punto l’esperienza già compiuta abbia giovato e giovi al nuovo lavoro.

 

 

 

Officina, n. 2, luglio 1955.

 

 

 

 

Giovedì, 28 Marzo 2013 17:23

Aber es haben zu singen

A Th.

 

E questo mio andare in Finlandia (dice)

in Russia in Svezia in Francia

in America in Italia poi

tornare a Berlino nel vecchio

capannone bombardato

e questo mio scrivere non della morte o della vita in

generale ma della morte e della vita in particolare

senza mai pentirmi degli errori e di vivere ogni giorno

e di poter ogni giorno morire un poco non scordandomi

mai di camminare

sul bordo di un vulcano seguendo

Empedocle

la sua ombra che dice impara dove striscia

il vento dove corre il fuoco e io guardo (dice) col sigaro

spento la tomba di Hegel dalla finestra di casa. Lì

vicino è il cimitero lì vicino passano i fiumi

ho cominciato cento volte cancellando riprendendo da

capo riformando i segni premendo le parole

dalle pozzanghere gli uccellini stridevano dentro le

nebbie gelate. Tutti sono in attesa. Anch’io (dice)

non dubitavo di ricominciare non ero felice nella

mia pazienza.

 

Ricordo la sera calare mentre pioveva

la numerosa pattuglia abbevera i cavalli sull’argine

silenziosi gli uomini si guardano fumando.

 

Ricordo che la donna è uscita a piedi.

 

Poi c’è la spada.

E così crescono i giorni, interrotti dai sogni.

 

Aber es haben

zu singen.

 

Qualche piccione sbadatamente è travolto

da un automobilista ubriaco

nessuno mi cercherà per la strada tu potresti anche

morire

 

animuccia mia solitaria color zafferano

allo stadio di Wembley

 

Senti senti come respira questa piccola parte del mondo.

 

È possibile avere malinconie allo stato attuale?

 

Poi la spada.

 

 (Con una incisione di Enrico Della Torre)

 

Giovedì, 28 Marzo 2013 15:48

Premessa

C’è un’immagine persistente, così diffusa da rischiare lo stereotipo, circa la figura di Roberto Roversi, quella del poeta appartato e catafratto in un gelatissimo isolamento: e la reciproca, affidata alla storiografia letteraria ufficiale, che prima lo riconosce giacobino deluso e confinato in uno stato della restaurazione (cova bile e disprezzo, col pizzo cospirativo) e poi uomo solo, col tramite solo della poesia che cerca scava connette dentro all’evo folle e dispersivo che è il nostro (e siamo ormai all’altezza cronologica delle Descrizioni in atto, gestite con rigore anche tipografico e distributivo).

Del resto, riguardo al suo lavoro, lui stesso ha parlato una volta di pallore pariniano: ciò che subito rinvia ad un esercizio poetico spezzato e continuamente ricomposto, che dalle prove giovanili (petrose, di creta scabra e faticata) arriva nel centro pulsate di queste lasse o notizie (già accorpate nel ciclo delle News, con scarto alloglottico). La poesia siede ad un tavolo e apprende paziente, magari scorda di cantare.

A fondarla è un rovello etico, che inventa la propria teleologia nei risultati cognitivi, di lettura pretta della realtà: sempre la metafora si chiude nell’insistente concomitare di tali due istanze. Ma l’atto pervenuto della conoscenza non implica distacco: ingenera invece un accoglimento risentito, pietas, laddove l’etimo fa premio sull’accezione circolante del termine. Lo strumento poetico, emancipato dai modelli (riconosciuti nello ambito meno ortodosso dei vociani) rifiuta misure precodificate; esso è arma specifica, duttilissima, ma non separata, nel senso che non chiude anzi si alimenta di altre forme del sapere.

La poesia di Roversi va e torna dalla realtà, intesa quale rifornitrice plenaria di cose uomini idee sentimenti, sobillata (è stato detto) da un oscuro e insieme luminoso nettare conoscitivo. Ma con un fastidio, o presagio o rimorso d’impotenza secondo cui anche «grammatica e futuro finiranno», come avanza il poeta chiamando il dettame surrealista (l’Eluard livoroso degli estremi anni trenta?).

Adesso impattiamo testi tutti coniugati al presente pure se allusi, sullo abbrivio del titolo, in una mitica epoca classica; in un tempo (questo tempo) che teorizza l’arcadia autarchica, l’innocua solitudine del mercato, sono innanzitutto invettive scagliate come sassi.

Così, tra l’orrore dell’inferno contemporaneo additato e il furore (che meglio si direbbe euforia) del nuovo atto poetico.

E i testi in questo volentieri si leggono: perché davvero non vogliono bastare a se stessi.

 

 

 

 

Giovedì, 28 Marzo 2013 14:45

Parte Terza

Il testo di questa raccolta è una selezione dell’opera L’Italia sepolta sotto la neve

Parte seconda [254; vv. 310-370]

Giovedì, 28 Marzo 2013 13:57

Trenta miserie d’Italia

Il testo di questa raccolta è una selezione dell’opera L’Italia sepolta sotto la neve

Parte quarta [I/XXX]