Super User
Questo libro
Questo libro, cioè questo bel libro, insomma questo libro vero, tormentato (tormentoso) e nuovo fino allo scrupolo, si articola (in movimento) su due coordinate: una affidata alla macchina della memoria che ricupera da un fondo abbastanza ingiallito di anni (dal tempo) strani secchi patetici oggetti (persone-volti in lacrime, sorrisi che sono ferite) i quali poi suonano e producono, con il risentimento del tempo incompiuto, del tempo ritardato, del tempo odio-amore, una specie di ossessiva nostalgia, un torpore dei sentimenti che è quasi simile a una apparente morte privata; l’altra, nel guizzo freddo della ragione che raduna, calcola assomma e deduce; che fabbrica o pre-fabbrica usando schemi rigorosi e addendi sperimentati, si sviluppa su un linguaggio “fortemente” calcolato, double-face, in cui la inevitabile “improvvisazione” non prescinde mai dalla necessità, dal proposito di essere capito – e da una sorta di giuoco (molto acuto e colto, per la verità) che l’autore propone di continuo, come in una altalena, e che rappresenta il “movimento” drammatico, l’azione esemplata e caratterizzante, il suono degli strumenti (l’arpicordo della memoria e la realtà di una balera), l’ossessione dell’uomo-jazz, la struggente “resa dei conti” del quarantenne (l’autore).
Un romanzo per tutti, dunque, nel senso che ogni lettore può usufruirlo, rivoltarlo, aprirlo, discuterlo, intenderlo, rifiutarlo; ma anche un libro che si pone subito, con il rigore delle opere elaborate con cura, entro la querelle odierna intorno alle opere narrative, al romanzo; concorrendo, col supporto della propria calcolata “genericità”, a contraddirla e a superarla, in qualche modo; offrendosi come un progetto di possibile lavoro futuro e insieme, con cauta malizia, anche come possibile risultato. Il ferro e il fuoco della situazione può consentire che, a un certo punto, la carta canti; cioè che i risultati non si facciano aspettare, come in questo caso.
Una cultura scientifica, una forte esperienza umana, il gusto dell’aneddoto, la causticità sentimentale e il rigore dell’impegno politico, uniti ad una ironia che riesce spesso ad essere perfino malvagia, ma che è tuttavia sempre divertita (e divertente), concorrono, in quest’opera, a un risultato di notevole impegno al livello della sperimentazione più raffinata.
La devastazione di Montecalvo
Premessa
Montecalvo era (ed è) un cucuzzolo nudo e crudo (ma a leccarlo, dolce come il miele) del primo appennino bolognese rivolto verso la Toscana.
Da lassù si vede ancora, splendida di sfarzo ottocentesco, la città di Bologna.
Nido di api lente e pazienti, di sorci lentamente deambulanti, vicinissima ai calanchi che segnano le prode come rughe sul viso mai stanco dei vecchi soldati, senza alberi e foglie ma attorniata dal molle e disperato incanto delle ginestre che chiamano amore.
Montecalvo al suo culmine sosteneva soltanto la villa (lì improvvisamente fiorita) di densissime mura, sbalzi, fregi, ghirigori, ricami – piena di voci. Qua esemplificata.
Durante l’ultima terribile guerra in Italia caposaldo dei tedeschi, con bombarde e cannoni, a difesa della incalzante ascesa delle armate alleate lungo lo stivale, fu smembrata stravolta resa cenere e polvere.
Scusandomi per l’affanno, ne do anche solo per me l’elegos come rimemorazione mai spenta.
OCCORRE AVERE
Occorre avere
per giusto intendimento
fotografia del luogo
dell’ampia devastazione.
A richiesta per gli avveduti curiosi si potrà dare
gratuitamente in bianco e nero una fotografia del luogo
della lunga
battaglia.
Il ricordo dolorosamente stride.
Con dolore, comprimendosi il ventre,
si può essere disarmati di fronte alla sventura?
Chi abita in una casa sventrata dall’affanno di bombe
vaganti?
Chi ha raccolto fra macerie le lettere della madre?
Cenere e sabbia come le spalle del vulcano che non ha
pace?
Dice: parlo anch’io perché ho raccolto frammenti di
ossa che bruciavano
ancora
e il libro di Ugo Foscolo ferito a morte dal piombo
come un soldato in battaglia.
Parlo dice (racconto) per pochi amici dispersi ora che è
il tempo del tuono
e non ha quiete il delirio dell’onda impetuosa dei giorni
giaceva la collina disposta all’amore prima del grido.
È volato via dimenticando le penne lo storno pensatore.
MONTECALVO ERA LÌ ARDITA E FIERA
Montecalvo era lì ardita e fiera
non si consumava nell’affanno di un’attesa.
Resisteva nel brivido dell’aria la sua faccia
di antica contadina mai vinta.
Sembrava
ed era
nel tempo dei tempi
il castello di favolosi pirati
con Bologna la dotta che articolava cavilli nel
codice dei suoi
maestri.
Così correva la vicenda cara Montecalvo distesa
sotto il
cielo
e la città la vedevi giacere solenne nella pianura
simile a una venere addobbata di luce tranquilla.
[Di luce.
Nel silenzio ansimava.
Strani riverberi sfasciavano il silenzio della notte.
Respirava le sue attese la dura ferrosa Monthly
erano pazienti e anche
con qualche trasgressione di giovinezza protesa.
Protesa a sellare il cavallo del mondo senza paura.
La vita si irradiava di fosforescenti lumi
[in questa cima di
Olimpo
e un futuro torrenziale in fuga si rovesciava
sugli occhi degli astanti allibiti.
Dove vai? Dove sei? Strillava
la madre sulla soglia di una casa non ancora
[diruta o modesto
maniero. Ridendo diceva questo a un figlio rotolante sul
prato.
In tempi lontani.
Così Montecalvo dai fremiti supremi
la speranza portava a sperare le erbe future.
Oppure…
TACE E DICE
Tace e dice:
ora sono prossimo alla riva del mare e in affanno
ma allora correva il tempo delle mele
a Montecalvo fioriva la ginestra
odorava di timo e di limoni pallidi
il tempo dei viottoli immersi nella nebbia
[che aveva mistero
uomini e donne allora cedevano a un sonno di cenere
il trionfo della vita sommerso dalle lapidi
[di divise infami.
A Montecalvo il vento tirava calci nel cielo
stridevano le nevi percorse da fuochi sconosciuti
non si placavano cadendo.
Dice: qua assiso
non passerò alla storia
ma dentro alla storia sono stato gettato
[sono finito caduto.
A Montecalvo avida premura del tempo
anni di ferro
passata la tempesta
cancellato il destino
il libro abbandonato posa sulla pancia di un tedesco
[bevitore di birra.
A MONTECALVO NON ERA MAI COME SI DICEVA
A Montecalvo non era mai come si diceva.
Non era mai primavera mai domenica
natale sfuggiva per le pendici
e nei calanchi vicini dove
dove dove
le ginestre fiorivano quasi spente.
Ovunque cadevano bombe ardue da inseguire nel
crepitio della morte.
La voglia di rompere la solitudine traboccava in gola
mentre Rabagliati cantava con la voce che sapeva (era
calda) di pane
ba ba baciami bambina
e Dean Martin cantava lì a Montecalvo con la voce di
Rabagliati.
Lungo faticoso divagare di destini
divagare di immagini nello schermo di un cielo
ostico di meraviglie non caritatevoli.
Poi la guerra. La guerra. La guerra che
[veniva da lontano.
Via dai tedeschi massacratori in tuta gialla di sangue
via dagli inglesi mass
massacratori di Montecassino
bruciatori di fogli
killer spietati di monaci in fuga.
Si rimiravano nelle tiepide acque mentre il cielo
stravaccato avvampava.
Poi la guerra. Via dal solenne silenzio degli alberi.
Per la guerra imbiancarono anche le foglie.
Le madri come pietre senza sangue.
Il fiume della guerra scorreva scorreva scorreva
[scorreva a mare.
A MONTECALVO LIBERA E LEGGERA
A Montecalvo libera e leggera.
Le rosate albe i limpidi silenzi.
Le uova nel nido dello stormo errante
danzante – sì, danzante – fra gli arbusti.
Storni e api, i solitari richiami delle vacche
(sperdute nel mare del silenzio)
sbalordite impazienti.
Seduto scriveva la sua lunga odissea.
Non sono Ulisse diceva non tormento il mare
neppure mi consolo fuggendo la violenza del mondo.
Chi mi cerca? Chi mi vuole?
Sono io che ritorno pellegrino
per irte strade e irti sentieri dove già
giacciono uomini morti e consumati.
I guerrieri di un tempo lì stanno
MONTECALVO VICINO ALLA FRONTIERA
Montecalvo vicino alla frontiera.
Girotondo
il mondo si sfaceva.
La gloriosa solennità della notte
era consumata dall’ululato accanito del lupo
alla cerca di pecore da sgozzare.
Infine la campagna tacque
irrorata con il sangue della mattanza
gli uomini non ancora assopiti
ascoltavano il rigurgito sazio del lupo
sognando il fucile con la vampa del tuono.
Questo prima che accadessero altre cose
[senza speranza.
MONTECALVO MONTECALVO
NELL’ANTRO DELLE TUE DORATE FINESTRE
Montecalvo Montecalvo nell’antro
[delle tue dorate finestre
e le sale che luccicavano per l’oro
l’asso di coppe è sicurezza diceva
l’uomo accade che felice fugge
l’incaglio del bastone.
Questa (vedi?) è un quattro, dice
i cantoni della casa
così lei trionfa.
L’asso di denari illumina questo trionfo.
Poi una persona alta.
E una casa
da lei mandata via che ritorna,
il male corre come un cane
battuto dalle pietre.
Dunque teme, ha paura che
questa cosa
non dia furore come lei spera?
Avrà il figlio domenica
con neve
a notte alta.
L’asso di coppe è sicurezza,
lei trionfa.
Così mia madre quieta ancora giovane
m’ascoltò nascere
una sera
di un anno lontanissimo.
DICE: NON TI DIMENTICARE
Dice: non ti dimenticare.
Le pietre frantumate
riposavano come Apollo fra le braccia di Venere
e risplendevano nella notte dorate
come le sirene che cantavano su gli scogli d’Omero.
Poi arrivò ribollendo nell’aria
sibilando un suo triste destino
l’ombra della morte svolazzante
con il mantello aperto spalancato
per raccogliere le briciole del mondo
e l’urlo sgozzato degli uccelli
che perdevano le penne.
Pace? Non ti dimenticare
dice
degli anni passati e della vita
ormai scaduta. Pace?
o Guerra?
Quelli erano anni di consapevole sventura.
Lì ebbe inizio
in un giorno di sole
la devastazione di Montecalvo
e delle sue arnie e delle sue urne
dei suoi castelli di sabbia e di api.
A MONTECALVO UNA PASSIONE C’ERA
A Montecalvo una passione c’era
cauta
di ore. Sciamavano le api
anche cantavano. L’uomo dice: è bene, le ascoltavo
volavano fra gli arbusti e
la guerra le obliava.
Lontano trionfavano i cannoni sempre più vicini.
Poi fu l’occasione di un’ecatombe di pietre.
Montecalvo era in alto, non salva.
Andate! gridavano urlavano i tedeschi
[con bionde infuriate
parole
Scheise italiener raus! l’ira
vince l’onda del prato che palesemente avvampa.
I primi riboboli dorati rotolavano nell’aria
salendo da San Luca
rotolando precipitosi verso i coppi di Bologna
ed era tutto luce e fiamma
sulle spalle dei poveri umani stupefatti.
Crolla la vita e la città intera! Raus italiener cosa mai
vuol dire?
mentre tuttavia e per destino uno di questi
[baldi giovanotti
cadeva colpito a morte fra le pagine
di un libro che bruciava.
Montecalvo moriva come un delfino nel mare.
QUIETE CONTADINA
Quiete contadina
nelle notti di un nebbioso sopore
albe di brina
e nelle sere il confronto della luna
e i canti indugiavano sorgendo
dai casolari e
nelle stalle le candele accese.
Poi è accaduto poi accadde poi è precipitato il cielo
sperduto nel
suo divagare
le nubi spaventate non rispondevano ai venti
l’aereo di tela in cantina
smembrato come un pupazzo senza pianto
inutilmente sospirava l’ebbrezza del volo.
In un momento tutto cenere e lapilli
mortali ebbrezze conducevano gli uomini alla morte.
QUEL GIORNO MONTECALVO
Quel giorno Montecalvo
si ergeva in isolato furore
la sera calò
cercando di bruciare l’erba medica che sapeva di fieno.
Membra sparse.
Nessuna lacrima di sentimento
per la precipitevole fine.
Cinque colpi di cannone
risuonanti come il battere dei tamburi nella foresta.
La carezza della guerra
la sua voce corposa e improvvisa
la graziosa allegria dei bambini sul prato
spenta con un soffio. Grida.
La guerra si presenta invasata dai demoni
schizzano saette dalla pelle.
Non tace mai.
E dura.
IL VENTO HA INFURIATO
Il vento ha infuriato
trascinando alberi e api
Montecalvo nuda
per questo libeccio gonfio di cattivo umore
e per la vicenda mai raccontata.
Gli uccelli bianchi e neri fulminati dal cielo impetuoso.
La natura pazza di rancore.
Chi chiamava oltre le finestre serrate?
Chi schiudeva la propria anima inseguendo il fuoco
[dell’inverno?
Tempestosi erano i fuochi fra la neve.
Anche un gatto arruffato nella sera
[di vicende miserabili
ascoltava la radio prima
che Montecalvo tacesse con la gola tagliata.
Gli uccelli, ripeto, cadevano come foglie
semplicemente in silenzio cadevano e morivano.
I soldati cadevano.
Così la natura saluta
gli abitanti delle sue solitarie foreste.
Poi le donne
gli uomini
vecchi diventati
tutti vivono aspettando.
LA MINUTA STERPAGLIA
La minuta sterpaglia
circonda i calanchi a Montecalvo.
Dice:
è arrivata thanatos su
berlina dorata (di sole).
Sali! (dorata di vita soave e ha
occhi azzurri di cielo)
l’infinito è tuo
(albe e tramonti e il respiro rapido il trapassare
[dell’inverno)
avrai lieti ricordi
non ti disturberà la luce
se ascolterai voci saranno quelle
di una gloria perenne
che solo il silenzio concede.
Sali! i cavalli sbavano fremendo
i cavalli – angeli – hanno una
pazienza ilare da whisky
infuriati solo dalla giovinezza.
Sali! suonerò la mia chitarra
cantando una canzone d’autore.
Ascolta! ascoltami!
La mia canzone è tetra?
Non conosco altre canzoni. Solo canzoni di guerra.
A MONTECALVO GIOIA FURORE AVVENTURA E
Montecalvo gioia furore avventura e
poi
alte nuvole del Tiepolo erranti e disperate
in cerca di gloria
mentre la terra bruciava.
In cerca ansiosa.
MONTECALVO MONTECALVO MONTECALVO
Montecalvo Montecalvo Montecalvo
apta mihi. Avevo poco da spendere e poco
da dare
dovevo anche sottostare in silenzio
all’impero dei giorni sicché
poco mi orientavo e poco potevo ascoltare
la voce dei suoni.
I nuovi erano bellissimi
ma li potevano ascoltare altri che
bivaccavano intorno ai fuochi.
“Lei intanto si vergogni – mormorava la
donna e un uomo alto e triste –
per la sua ignobile arroganza”
questo diceva mentre la casa si frangeva
schizzando lontano nel prato
polvere e rombi di pietra dura e di ferro
che
improvvisi imponenti andavano per il cielo.
Montecalvo Montecalvo apta mihi
ho sempre nell’occhio l’urlo
dei soldati che morivano
uno lo trascinavano con i piedi striscianti per terra
lontano dal muro inconfondibile della vita.
I NUMERI SUONANO
I numeri suonano
cantano
ballano
sulla carta discesa sul prato
nella testa dell’uomo
sulla mano che stringe l’oro rubato
mentre Montecalvo si torce nel fuoco
[con dignitoso dolore
e i superstiti correvano a mendicare
pane e vita senza
lacrimare
non essendo più consentito a chi
rischiava di cedere il destino per un turpe baratto con gli
dei
per un poco
di pane. Ahi! Bruciava
l’austera Montecalvo stesa al suolo
bruciava la pietra bianca il duro legno le bifore
ferruginose e i tralicci disposti come i rami dei pioppi.
Sapienti involute sculture.
Fu breve il tempo. Poi…
Fumava la distesa del panorama di primavera inoltrata
fumante rovina.
Lì sedeva risiedeva la signora con il nome
[di antica regina.
Amore e morte. Montecalvo ardita moriva.
LASCIANDO MONTECALVO IN ROVINA
Lasciando Montecalvo in rovina
gli dei mi hanno sedotto dentro all’ira
accompagnandomi per i
sentieri della montagna.
Le marmotte albergavano
verso l’argine dove l’acqua dormiva.
Dove sono le lucciole? chiedevi.
Annaffiavano il cielo esse (stelle sperdute)
oscurato dalle formazioni dei
burberi portatori di fuoco.
Fuggono le marmotte.
Le lucciole cadono a terra trafitte dallo spavento.
EFFETTI COLLATERALI
Effetti collaterali
dopo Montecalvo fuoco e rovina.
Il fissaggio di una bomba
all’ala di un F18
caccia F14 pronto al decollo
una portaerei a propulsione nucleare
come la Theodore Roosevelt
ha una autonomia di navigazione
di 13 anni
una portaerei della classe Nimitz
costa novemila miliardi
a bordo ci sono 5500 uomini
2500 telefoni 3000 tv a colori
ma non c’è morte (dicono)
perché noi combattiamo contro la morte.
È VERA ROVINA È SILENZIO
È vera rovina è silenzio gelido è cupa terra.
Statti zitto e lasciami pensare.
Si scioglie l’Antartide
a rischio i continenti
stanno i ghiacciai morendo
la fine dei pinguini
le balene si arenano
se il continente bianco si scioglie
s’alzano gli oceani (si alzano è previsto
di sessanta metri)
sempre più caldo il sole
la terra inospitale diventa deserta
via l’uomo via le donne
l’acqua e le dune
le pietre il fiume
e il gas serra nell’atmosfera
l’uomo contro l’uomo
donna contro donna
il filo della vita
una guerra perduta o
una guerra infinita?
Già da allora è partita questa rovina.
LA RUINA DI MONTECALVO
SFRACELLO DI GUERRA
La mina di Montecalvo sfracello di guerra.
Hegel te lo puoi scordare.
Era lì sopra il camino.
Caduto per terra è poi volato via
guardando me con gli occhi azzurri alteri.
Arrivato a Jena incontra Hölderlin e parlano dei topi
monaci misteriosi che bisbigliano nelle tenebre.
Così passa il giorno passa una notte intera.
Al ritorno del sole
l’erba è rossa la terra è stata bruciata
i buchi neri ringraziano il cielo dei cieli
per essere stati accettati e collocati
con armonica sapienza nello spazio.
Per il momento, Hegel sospira, questo
è qualcosa di completamente incomprensibile.
MONTECALVO IN ROVINA. HO
Montecalvo in rovina. Ho
ballato fino a tarda sera
il cielo era tutto una stella
mai ho visto il mondo
così disteso nell’infinito
con splendido cuore.
Le cose capitano secondo ragione
(talvolta).
Suonavano campane
da chiese nascoste nelle foreste
sulle città impietrite
divagavano suoni e suoni.
L’alba verde è arrivata
stracciare suoni e pensieri
il mondo ruggendo si è accasciato
sul tratturo di ieri.
LA ROVINA DI MONTECALVO
La rovina di Montecalvo
lì, sulla collina. C’era una casa.
Adesso non c’è più.
Non è sparita ma
ferita sconsacrata bombardata
muri in ruina forte mitragliati i muri
precipiti i muri in una angoscia
grigia senza domani.
Una volta (una volta) voci
rompevano il prato nel momento
del giorno declinante dentro al sole.
Un padre fra le api
madre con l’aquilone in mano
a sdipanare con la bandiera il cielo.
Oggi il silenzio è steso fra le ombre
a piedi scalzi gli anni divagano
fra le macerie e il
grido di memoria delle battaglie crudeli.
Vicino al dirupo un cimitero di guerra
trascurato già dimenticato.
MONTECALVO IN SILENZIO TERRIBILE
Montecalvo in silenzio terribile
giace a terra distrutta.
Stai lontano da me, l’odio è un signore
splendido e potente.
Luminoso di grazia e pazienza.
Verrà il tempo di raccogliere il miele
per addolcire le mani.
Aspetterai che l’inverno
sia trapassato e giunga
l’adornata primavera.
La stagione più vera e consacrata
per rallegrare la fronte del nemico
come si deve.
Così ha detto il sapiente che è saggio
ma non è paziente.
VICINO AL FUOCO FUMANDO LA PIPA
Vicino al fuoco fumando la pipa
dopo che Montecalvo è distrutta.
Tutti noi sopravvissuti dobbiamo morire
già sulla retta d’arrivo per ottenere questo consenso di
morte.
Non c’è nessun destino maldestro
[e sventurato da lamentare
o per corrucciarsi.
Patiamolo dunque con la dovuta ironia.
Morire a ottant’anni è tanto ovvio
che a pensarci durante il giorno
viene il riso alla gola:
oh! Giove quanto ho vissuto
e quasi inutilmente
vale a dire senza aver fornito alcuna
[prestazione originale
o alcun servizio valido al pubblico inclito
[del mio tempo.
Società, comunità si fa per dire.
In sostanza essendo stati magri compagni di viaggio
nonostante il volere.
Si dice alle volte Potendo rinascere…
Ma cosa potremmo fare dopo questa sventura?
Il medico? Il fornaio? L’artista di bella pittura?
Saremo sempre degli onesti viandanti che
spezzano la spada sul ginocchio e
Dio perché mi hai offeso a morte in un delirio di fuoco?
Ecco qua la cenere.
MONTECALVO SI PLACAVA IN UN LUNGO LETARGO
Montecalvo si placava in un lungo letargo.
Poi disse: ogni risveglio è amaro
non vorrei (credetemi che)
che come acqua che cade
non vorrei (credetemi vi ripeto ascoltate)
che come precipitoso defluire di un fiume verso il mare
aperto agitato
un cielo non più paziente apra il forziere
[delle sue rabbie occulte
e ci punisca per le cose non fatte
con alluvione di pietre e fango scivolante dai monti.
Dice Montecalvo: io resto in attesa. Non piango.
Ma è vero che la tristezza dei tempi
rotola fra i denti e rende
ogni boccone di pane prigioniero di un cupo veleno.
Non lo dico lo penso
se prima di cedere il campo si scriverebbe dalla mattina
alla sera
(la poesia è una compagna avida e amara
appare scompare non lascia tracce).
Potessi aspettare impaziente
la nuova primavera.
COSA TI ASPETTI IN QUESTI
Cosa ti aspetti in questi
giorni
che sono di nebbia?
A Montecalvo così lontana dal mare.
Voglio contare i giorni
che ancora mancano per arrivare alla sera
benefica di luci di stelle.
La musica non deve
disporre a qualcosa ma
mi deve lucidare dentro
come acqua molto fine di sorgente
che scorra fra le dita sulle spalle
sui piedi impolverati
di colui che cammina con speranza.
Un deltaplano riduce l’aria del sogno di
un richiamo di ghiaccio.
MONTECALVO
Montecalvo
moriva ferita a morte moriva
ricordate
dicendo noi sopra le lapidi fredde
ricordate
scolpendo voi i nomi sopra i marmi placati
ricordate dite ricordate
noi che le libertà l’abbiamo inseguita mordendola
[come i
cani
camminando nel fuoco
ricordate
ricordate
la nostra morte per voi
sia un ricordo per sempre
ricordate
ricordateci ancora
noi sperduti dimenticati nella bufera.
Nota
Ero su una scala di legno appoggiata a uno scaffale. In una libreria di gran nome (allora) nel centro di Bologna.
Attraverso una finestra (grande allora) a destra, vedevo la statua di Galvani, reclina la testa sulla tana, nella piazza (piazzetta) che si apriva davanti al portico della biblioteca (favolosa, tutt’ora) dell’Archiginnasio, luogo di inestimabile gradimento per la lettura e per le conseguenti sorprese nella lettura (come accade quando si è giovani, e come accade per chi, da giovane molto, cerca la compagnia non effimera dei libri).
Era uno dei portici che sono un respiro vitale e di accondiscendente effetto della città di Bologna, inclita un tempo e oggi violentemente disanimata e perduta. In quegli anni, terribili, della mia prima giovinezza, era invece solida, polverosa, profonda.
Anch’io ero, in quegli anni, polveroso e cominciavo a tentare di scrivere registrando considerazioni ed emozioni in versi, come ne scrivo ancora, sperando bene.
Il libro (lo ricordo) era edito dai Fratelli Parenti a Firenze, copertina ruvida, colore verde scuro.
Leggere e sbirciare al sommo di una scala di legno (non più consentito) è diverso dal leggere seduti davanti a un tavolo al lume di candela, è davvero un inebriante invito alla furbizia generosa dell’apprendimento (e, sempre quando si è giovani, talvolta un invito non rimediabile al furto agreste).
Insomma, sbirciavo. In quel momento esplose il lugubre avvertimento della sirena d’allarme.
Avviso che anche quel giorno la dotta città di Bologna era sotto tiro.
Poco dopo, il rumore rotolante strisciante inviperito dolente (improvviso sgomentevole) di una formazione aerea disposta a massacrare le antiche onerose memorie della città (fra le più tempestate dal cielo in Europa).
Uno sgretolare di chiodi nell’aria, sempre più rampante; infine, a completare il quadro dell’attesa, la sibilante perfidia e l’estenuante brivido del cadere delle bombe.
Dico di sentimenti, di emozioni provate in quel preciso momento e non aggiungo altro.
Gente che prima non c’era correva a perdifiato, per la strada e verso gli androni; un indistinto greve vociare e talvolta urlare; parole gettate al vento dalla paura e dall’ansia delle speranze di salvezza. Insomma tutto. Fu colpita la stazione ferroviaria, così vicina al centro, ma anche zone collinari e per la città fu la conferma di una progressiva devastazione. Tale fu, in collegamento, il destino avverso di Montecalvo, dove risiedeva una villa, in solitudine sublime, piena di api d’oro.
Gli eventi seguenti tentarono di consegnare il mondo, non solo quelle pietre, alla morte.
Le pietre caddero a terra e noi le abbiamo viste cadere.
Ne ho raccolta una.
Una donna di Firenze
L’occasione pratica di questa proposta di lettura è data dall’invito amichevole che mi convince ad uscire dal guscio (l’aggiunta di un mio centone lo si prenda come l’adempimento di un obbligo per seguire gli schemi).
Ma l’occasione reale avrebbe l’impegno di richiamare l’attenzione di qualche buon lettore sui testi della Giaconi, perché possa valutarne, spero, il valore e rammaricarsi della disattenzione della critica.
Dato che non è poi tanto vero che l’albero della buona letteratura e della buona poesia sia sempre composto dalle foglie e dai rami secondo l’ikebana ufficiale (nel salotto delle patrie lettere); anzi, appare ogni giorno più evidente che leggiamo fogli intramezzati da molte pagine bianche o da righe troppo frettolosamente cancellate.
Per capire meglio, e qualcosa fino in fondo – cercando, tentando, scoprendo, inventando, confrontando, con una libertà inquieta, magari timida ma insistita – dobbiamo allora uscire fuori da soli, non accontentandoci mai ma rischiando i morsi dei cani, per andare alla cerca a modo nostro, aiutati dalla legittima curiosità e dalla sana impazienza. Basterebbe ricordarsi che appena in questi anni, dopo una emarginazione prolungata, si comincia sul serio a fare i conti con Rebora o a dedicare un’attenzione più allargata e più insistita a Delio Tessa, un dialettale tenuto fin d’ora in salamoia nel barile portiano, ma che ha al massimo grado di tensione – in proprio e originale – una secchezza nervosa da brividi (sembrano nocche indurite sulle mani) e una attenzione minuta, lucida da rettile, impazientemente mimetica dentro a luci e suoni che scavano, muovono e gli consentono di isolare, quasi addentandoli, stravolgenti spaccati di realtà.
Rebora o Tessa li avrei proposti. Ma avrei potuto proporre il Giusti, ombra modernissima e sconfinata dal filone privilegiato (coccolato) della nostra letteratura petrarcheggiante, cruscheggiante, quasi tutta e quasi sempre culo e camicia col bel canto. Un autore la cui poesia, in un periodo di infervorati soli e infervorate speranze, è piena di rumori, suoni della strada, voci di uomini, spari, di fischi, di treni; tutto mescolato a una disperazione affannosa, risentita, talvolta gelida talvolta gridata da ascensore bloccato. Un autore che con anticipo di settant’anni (a parte Radetzky) sembra che viva nella Vienna di Freud. O avrei potuto proporre il Barni, che piaceva a Saba o a Biagio Marin (o a Giotti), con la sua guerra in trincea fatta di ossa, di sputi, di sangue, di vomito e dove il contadino italiano che imbraccia il fucile come una falce sembra venir fuori intero da un quadro del Mantegna, o dalla macerata violenza del Trecento. Solo Jahier ma mettendoci di suo la dedizione (più un voler dare col cuore che un partecipare direttamente con la mano) ha scritto qualcosa che suona molto vicino. Dice Barni: ho venduto la mia pistola / non ho che i miei pensieri e preciso essenziale travolge subito la rispettabile enfasi di Locchi nella “Sagra”: e voliamo nel sole, anima mia! / Facciamoci coraggio (solo una indicazione, per dedurre che anche il filone della nostra poesia di guerra non è mai stato scavato veramente in profondo, tutte le velleità critico-accademiche o critico-militanti restando acquattate piuttosto sotto il bavero dei lirici).
Oppure il mio inestimabile Ragazzoni di cui – come di Morgenstern – parlerei fino a sera.
Invece, per un mio debito lungo e lontano, propongo la Giaconi. Luisa Giaconi è vissuta dal 1870 al 1908, per lo più a Firenze – ma anche qua e là per l’Italia seguendo il padre insegnante. A Firenze, fino alla morte, ricopiava in piccolo i quadri più belli dei musei; per botteghe o turisti, credo. Ha composto un solo libretto di poesia. Smilza smilza la prima edizione del 1909 a Bologna, da Zanichelli; più completa la seconda edizioncina del 1912, sempre zanichelliana, curata e prefata da G.S. Gargàno. Questa prefazione, molto partecipata nel senso della convinzione, e con alcune brevi notizie (di un grande tragico amore, ad esempio) riprendeva ampliandolo un articolo del 22 novembre 1908 su “Il Marzocco”. E devo credere che soprattutto (o solo) su “Il Marzocco” la Giaconi – in vita – abbia pubblicato i suoi testi; a lunghi intervalli (nel n. 18 del 3 maggio 1903 Dalla mia notte lontana, non fra i privilegiati ma con alcuni momenti esemplari: le tue finestre cigolanti al vento / dei cieli, oppure: sentir quasi la tua bocca – ah me vana – / ch’io penso calda come vivo sangue); lasciandone altri a circolare fra pochi amici e alcuni letterati (piacque molto, e subito, a D’Annunzio).
Morta giovane, il suo libro, con la sua memoria, scomparve. Così oggi cerco di presentare un’ombra perché ritorni viva; non per mio speciale potere e sapere, ma perché lo merita bene e perché ogni lettura rifatta con premura intelligente e paziente ravviva la vitalità della scrittura, specie in poesia – che in ogni caso ha lo specifico di non concedere facile riposo o troppe illusioni; incatenando o relegando ciascuno (autore e lettore) a un ruolo difficile e ai propri errori – che contrassegnano abbastanza paurosamente le giornate.
La mia dedizione a Luisa Giaconi non è improvvisata ma risale agli anni della prima giovinezza quando, durante un breve viaggio, trovai il suo libretto su una bancarella di Firenze. Aprendolo, prima ancora di leggere, mi colpì la sua immagine fotografata (un ritratto tra i fiori che ho sempre immaginato di grandi accesi colori); così composta, ironicamente sostenuta, tanto diversa dai visi italiani. Sembrava una ragazza tedesca o ibseniana, concentrata in sé eppure con un sorriso che lentamente le nasceva dentro; come protesa, o in procinto di protendersi, al limite di una qualche esplosione dei sentimenti. E pareva sul punto di dirmi tutto, anche se incuteva soggezione. Leggendo, sia pure in modo inesperto e con una faticosa precipitazione, cominciai a percepire il suono e il senso delle sue stilizzazioni vibratili, molto lineari ma cariche di supporti via via esplodenti; nella direzione di una essenzialità che non è mai rarefatta ma sembra sottrarsi e definirsi fuori o ai margini del mondo (il mondo comune, il mondo della nostra vita); e che in qualche modo riusciva ad avvicinarla al Campana ebbro e paziente delle grandi prose e delle grandi liriche – che sembrano non potere mai riposare sulla pagina.
In seguito, riuscendo a migliorare un poco nella lettura, mi colpì la sua disposizione a dannarsi e a riabilitarsi dentro ai sentimenti; non tralasciando mai di affidarsi ad un sogno d’amore che in lei è sempre al limite della passione, del dramma, della morte. Un amore che è ebbrezza continuata e assoluta nella speranza, partecipazione di questa speranza, di questa attesa (come in Hölderlin, per esempio); conseguentemente, discesa lenta e acuminata dentro a momenti che bruciano inappagati; patiti come delusione oppure come il segno di un tormento in cui non è tanto ristretto il corpo quanto i sentimenti oscillanti e contrapposti dentro al sogno.
Di questo dolore ravvicinato sembra che lei non si possa liberare se non morendo; tuttavia la morte non può averla, accettarla ma solo invocarla. L’amore dunque è un sentimento sublime, che esalta, brucia e può annientare. Anzi, annienta.
Si potrebbe commentare che questa vocazione e sottomissione all’amore e al dolore è riconducibile all’equazione tremenda e semplificata di amore/morte e a un dannunzianesimo partecipato come cultura, come “vista del mondo”. Per ribattere basta appena riscontrare la struttura dei testi della Giaconi, continuamente sottoposti a minute interne manomissioni, al vento di una musica tenuta sempre alta ma spesso interferita da scricchiolii che risaltano simili ad annunci successivi di terremoti del cuore – con una decisione (o spietatezza) che può essere feroce. Eppure, oltre questa sua dedizione al dolore come corazza luminosa, i suoi testi ci danno l’aspettazione della felicità attraverso questo stesso dolore – come completezza raggiunta di vita. Da ciò, la furia paziente e insistente che si rivolta dentro all’attesa.
È certamente una situazione di assoluta eroicità esistenziale, come necessità e come scelta; dato che al fondo è priva di speranza e senza il correttivo di alcuna rassegnazione. Il canzoniere che la registra si alimenta di questa drammaticità intensa, continuata; con un floreale molto rilevato – alle volte allucinato in eccesso – che passa attraverso D’Annunzio, attraverso una linea del Pascoli ma alla fine si isola nella esaltazione del cuore; non invocata ma temuta, vissuta.
Subito, sulla Giaconi, ha visto bene Campana, con la sua giocosa e aspra brutalità critica addirittura raffinata. Basterà ricordare la lettera del 1916 a Novaro – quando gli mandava la poesia “Dianora” per La riviera ligure: “…questa poesia mi sembra memorabile. È scritta molti anni fa da una donna di Firenze (morta). A parte qualche noiosità femminile di melopea e qualche scintillamento di braccialetto (all’odalisca) apre un po’ la gretta e taccagna arte italiana. La strofa liberata dalla multiforme catena, con due o tre assonanze elementari ritenta un più puro amore delle luci e delle forme. C’è in questa poesia una sensibilità neogreca che è quella della vera poesia italiana moderna”.
Meglio non si può dire in generale, e nel particolare di questo testo che è certo fra i più belli del nostro novecento. Davvero: memorabile. Da non lasciarsi uscire dalla memoria, da recepire con doppia attenzione mentre si svolge.
Per i necessari riscontri e per una eventuale conferma propongo dunque la lettura di questa solitaria e alta autrice che è morta, si può dire, d’amore. Non per tenera passività, non subendolo o rincorrendolo; direi, invece, con un fuoco e per un fuoco “cinquecentesco” – dentro all’armatura. Insanguinandosi, in uno scontro non passivo col grande sentimento della vita.
Giorno di visita a Monsieur Hulot
31.10.78
Domenica mattina
dato che c’era il sole e c’era un lume
straordinario giallo e verde
ho preso per mano il mio bambino
e sono andato da Hölderlin sul fiume.
Nel mulino sul fiume.
Era affacciato alla finestra sotto il tetto
con il petto nudo e cantava
cantava fischiava sottovoce
disperato.
Non guardava il cielo guardava l’acqua
che corre via.
Cantava i sassi:
sassi sassi sassi
siete troppo pesanti per l’acqua
chi vive respira
ma il mio cuore muore.
È giusto invecchiare
quando si ha sete.
Senza filo non si aggiusta il vestito.
Oggi per me non è festa.
Il suo canto era finito.
Ha chiuso la finestra.
31.10.78
Ieri sera ho incontrato Goethe.
Sedeva in una poltrona alta e nera
e aveva due buchi nei calzini.
Parlava lentamente.
Gli altri amici bevevano nei bicchie-
[rini
di cristallo.
Ogni tanto lui chiudeva gli occhi
e si appisolava per un poco.
Tutti allora aspettavano in silenzio
quando con un sussulto si svegliava
e sorrideva quasi fosse un giuoco.
Raccontava di Schiller che era mor-
[to da poco
raccontava quando andava sul Ne-
[ckar a nuotare.
Sembrava che una grande nuvola
[rosa
dentro i suoi capelli bianchi comin-
[ciasse a bruciare.
Poi è ritornato a sonnecchiare.
6.10.78
Tra il 1799 e il 1801 Beethoven scrisse
ancora due grandi Sonate in si bemolle maggiore
e in re maggiore. Ma tra il 1977 e il 1978
Cosimo Berlino scrive una lettera senza affrancatura
che finisce dopo un iter mensuale al macero.
Nella lettera era scritto così:
cara moglie oggi mi ammazzo addio tuo luigi
e sperava di impressionare la moglie con la bugia
del nome, chi sarà questo luigi che mi scrive che
si ammazza doveva interrogarsi la signora chissà se è un
refuso e io questo luigi non lo conosco
ma conosco la scrittura di Cosimo Berlino mio consorte
e la specifico quale sua così è possibile che il mio
consorte e non luigi si ammazza in data odierna senza
che si possa avvertire la polizia perché provveda
qualcosa in merito
Ahi che è dura la vita
ahi che Cosimo Berlino invece di scrivere la lettera con
conseguente suicidio
poteva scrivere due grandi sonate
in si bemolle maggiore l’una
e in re maggiore l’altra in quanto
Ludwig van Beethoven è famoso in tutto il mondo
e Cosimo Berlino al contrario
è scomparso con tutta l’acqua addosso dentro a un fiume
e nessuno dico nessuno lo ricorda più.
Fosse stato prima famoso e poi suicida
aveva l’articolo su La Repubblica
a condimento di una vita intera spesa per l’arte.
Ahi che è dura la vita
e il destino (posso aggiungere) è qualche volta infame
per fortuna che la storia dell’uomo non è ancora finita
e qualcuno può ancora sperare
che un dolore si possa spezzare e dividere co-
[me il pane.
26.6.79
Il gelato di fichi
è migliore del gelato di noci.
Tre croci di Tozzi
era a suo tempo migliore dell’ultimo libro di Papini.
Pasolini doveva ancora girare Accattone.
Tre bambini, figli di mia sorella,
sulla riva del mare
tentavano di alzare un aquilone.
A Viareggio nel ’35
mio padre faceva il bagno alle otto di sera.
Mio padre è morto.
Stasera per la prima volta dopo tanti anni lo ascolto volare
[nell’infinito.
29.9.78
SCENEGGIATURA
Figlio ucciso. Parte lei
arriva al Po.
Dove ha una casetta abbandonata
(è abbandonata).
Fra le volpi i camosci e
il cuore dei bisonti fulminati
dalla cerbottana degli indiani, sulle Volkswagen
chi non crede alle favole
beve sidro amaro alla fontana.
Gli uomini dopo cantano e ridono.
Le donne abbracciano gli uomini
che partono per soldato.
Lei dimentica il figlio.
Dal ponte guarda nel fiume il corpo di un annegato.
27.9.78
Le donne vanno
gli uomini restano.
Le donne restano gli uomini vanno.
C’è odore di un vento strano, di mele cotogne.
L’oceano è nero nero alla televisione.
Fin dove posso toccare il cielo
c’è fuoco e panna.
Polvere di uomini morti copre adagio splendidi fiori.
Fra quattro nuvole di Carpaccio
uccelli larghi come la mia mano
gridano che l’estate è finita.
27.5.79
LUI SOLO AVEVA
lui aveva
era il solo ad avere
“l’inverno mette il gelo nelle ossa”
non posso
eri così lontana tu non potevi sapere
no non potevi non potevi non potevi
ah, lascia perdere
qua, fermiamoci, ricordi?
laggiù, dopo l’albero
ma tu non potevi saperlo
tu non potevi saperlo
non potevi non
e poi lui solo aveva
lui aveva
era il solo ad avere
“la nebbia di questa maledetta pianura”.
Lascia andare, vediamoci
domenica. Oggi sono stanca mi
sono svegliata alle cinque ma
è vero “la nebbia della pianura padana
mette il gelo nelle ossa”.
Sei portato da un vento
che neanche si vede
in un vicolo fra grattacieli dove
due gatti
guardano le banane fiorire
da un seme piantato nella spazzatura
Grandi spazi erba
con foreste incorporate.
Mi guardo allo specchio mi palpo
la faccia a sinistra
a destra di sotto di sopra
penso all’estate che è appena passata
dico mettiamoci in azione
POSSIAMO INCOMINCIARE…
Povero cuore povero cuore
il viaggio sembra non finire
sono sobrio appoggio l’orecchio
per terra là dove un picciolo fiore
fa guerra
a un barattolo schiacciato di pessima birra Henninger.
E MIAGOLA
Mentre correva è volato
come uno straccio sul prato
a duecento all’ora.
La ragazza esce correndo da una porta
per osservare un disco volante planare
in silenzio. Nessun altro l’ha veduto.
LA RAGAZZA HA LA FACCIA COPERTA DI
[FRAMMENTI DI VETRO.
AFRODITE SUL DORSO DI UN’OCA
L’ultimo uccello dalle ali d’argento
cade sopra una fabbrica vuota
da archeologia industriale.
Per esempio: poter cadere come un aquilone che brucia
fra le stoppie macchiate dal garbino non è più possibile.
È invece possibile che l’uccello dalle ali d’argento sia
lì fermo ansimante sopra il mucchio di scaglie di ferro
gialle di ruggine
solitaria bandiera.
All’ombra di una ciminiera fotografata da Zoom.
Riconosco che anche gli uccelli devono morire.
Riconosco (e ricordo) anche l’ingiustizia di questa morte
[nel vento:
talvolta con tristezza strisciando contro il vetro del cielo
pèrdono gli anni le penne pèrdono il cuore il suono
[pèrdono il lume del sole
cadono cadono cadono. Cadono
cercando il cuore del mondo. Cadono
sulla mano di un uomo a un bivio di una strada sul
[monte;
indeciso guarda luci lontane
o l’occhio del bosco. Non sa dove andare. L’uomo.
Guarda l’uccello dalle ali d’argento morire.
Come la terra non è più il sogno dell’uomo
il povero cielo non è più spazio per gli angeli.
Neanche il mare è più il campo per i delfini filosofi.
Un tuono
improvviso
risveglierà le nuove fantasie. E allora
può la terra cambiare colore senza arrossire?
ho passato alcune stagioni con notevoli difficoltà
ma senza vero dolore
ho anche pensato alla inutilità della vita
ma solo sotto l’aspetto filosofico
in quel tempo mi sarebbe piaciuto ascoltale la
voce dei delfini
avendo letto in un libro che sono molto intelligenti.
Ma abito lontano dal mare.
DIALOGO FRA DUE PASSANTI
– Chi sono?
– Sono maestri di poesia, che cantano.
– Cosa dicono?
– Mah, sono sentimenti!
– Ti lamenti?
– No, non mi lamento.
– Eppure ti sento lamentare.
– Sarà il vento
il vento
il vento
il vento.
Tre invettive contro il tarlo, nemico del libro
I
Tarlo tarletto folletto goloso del Mississippi
venuto dalle Americhe
nella valigia di un bibliofilo di Teramo
e approdato a fine settimana
in questa stanza di una città emiliana,
ti vedo che rosicchi il tomo di Albinoni.
I tuoi morsi colpi di cannoni
sono anche l’onda del mare che raschia alla spiaggia
[la pelle.
Ti vedo mordicchiare con rabbia paziente
questa pagina in cui affondi il dente.
Villano e inetto
tarlaccio di lingua inglese, falso arlecchino,
sei ignaro di quel che inghiotti perché è scritto in
[latino.
Allora ti servo io e
come veliero stretto fra il ghiaccio
con due dita ti afferro e ti schiaccio.
II
Guarda, tarlo indolente, ti sovrasto
con la penna ricopio le parole
dal tomo grigio per la tempesta degli anni.
Sono un poveruomo alla fine del millennio
in un secolo acceso da faide vedo le cose mancare.
Mancare le nuove parole, sfiorire.
Piangere i laghi, le betulle disperse
perché al confine del mondo vedono le acque morire.
Tu divori aggredisci incalzi uccidi
il cuore della carta
il silenzio delle pagine crocifisse.
Tarlo disonore del tempo presente
vacca sbracata di Giove
pallida secca ombra ti voglio guardare
mentre piove sul tuo zelo
fuoco dal cielo.
III
So bene scrivere bene pontificare
bene leggere bene criticare
anche applaudire
ma servo del potere
l’infame verme
muovendosi schizzinoso
aggredisce il tomo inerme.
Servo del potere, mormoro sussurro con il
fiato caldo sulla pagina aperta,
chinati spogliati interagisci
sfogliando perseguendo ma non stuprando
le foglie delle parole
e non lasciare lì solo un frammento crudo
impolverato
come un povero tordo impallinato
in mezzo al campo.
Ma per te non c’è scampo.
(Con una incisione di Romano Masoni)
Prospetto delle riviste letterarie nell’ultimo decennio: Momenti
MOMENTI. Rivista di poesia [dal N.° 6; prima: Notizie di poesia; dal N.° 15-16: Rivista di poesia e cultura; dal N.° 17: Poesia e cultura]. Bimestrale.
Torino; tip. Quartara. Nuova serie, n. I: settembre 1951. Ultimo numero uscito: 18, giugno 1954 [con questo la rivista ha cessato le sue pubblicazioni]. Fascicoli di pp. 48-54; mm. 236x164; copertina bianca, poi con figure, poi con «editoriali».
[Nel n. 18] Dir. Renzo Giacheri. Redattori: Gino Baglio, Vincenzo De Rosa, Adolfo Diana, Ascanio Dumontel, Vittore Fiore, Giorgio Ognibene, Giuseppe Picardi, Michele Rio, Emilio Tumminelli, Giuseppe Zanella.
L’atteggiamento dei giovani che si raccolsero attorno a Momenti fu polemico contro la vecchia poesia, e i suoi maggiori, o più reputati, artefici; ma facendo valere questa esigenza in una forma a volte ossessiva; mentre si dichiaravano per il realismo, non interpretato però come ortodossia ideologica al marxismo, ma come unica tendenza valida della poesia italiana del dopoguerra.
Si capisce che un simile tentativo di immettere nuovi contenuti nella poesia avrebbe richiesto nello stesso tempo, e almeno con altrettanta attenzione, un nuovo linguaggio, non allusivo e sfuggente. Diciamo allora che l’opera di poesia mostrava al contrario una estrema fragilità e improvvisazione morale; una carica affettiva per i contenuti vivificata quasi sempre artatamente; una curiosità generosa ma quasi torbida piuttosto che un serio impegno a riconoscere gli uomini nella loro condizione; spesso un oscillare alla ricerca di pretesti. Troppi componimenti venivano offerti, per lo più senza evidenza, scanditi in un modo estemporaneo, dissolvendosi in un populismo di maniera, retorico ed extrapoetico; oppure gravati da una prosasticità gonfia e non illuminante.
Simili a futuristi rovesciati, i poeti di Momenti addentavano la realtà, tentando di convincere (e di sorprendere) con la monotonia dei temi urlati, mentre invero li levigavano in una uniformità solo apparentemente drammatica e da nuovo mondo. Erano tentativi per lo più soltanto rischiosi, e generici, senza individualità, e non erano ricerche determinate da sollecitazioni autentiche e consapevoli.
Tale monotonia (già indicata da altri, e più autorevolmente) limita anche il peso delle pagine critiche, che volevano preparare una collaterale poetica.
Pare a noi che questi scrittori e poeti avrebbero piuttosto dovuto imporsi esplicitamente un ricupero morale, che valesse come riprova della serietà delle loro idee, e nello stesso tempo chiarimento della loro scelta politica, sempre presente e sempre elusa; limitandosi peraltro a un minimo di enunciazioni programmatiche, ma precise. C’è invece un’ambiguità, in questa rivista, che dipende dalla contraddizione fra un’apparente forza polemica, più volte esibita, e una insufficiente solidità umana e teorica. Un punto di vistosa debolezza si potrebbe identificare in una certa ostentazione di aver violentemente rinunciato all’educazione e alla cultura di origine borghese, con i limiti e le illusioni in esse contenute (nonostante alcune riserve, o concessioni, qua e là reperibili nelle pagine dei vari fascicoli) per un immaturo e rapido calarsi, con avida impazienza, in una diversa realtà, troppo drammatica e bruciante per essere assorbita così facilmente. Una esegesi lessicale dei testi poetici prodotti dalla rivista potrebbe illustrare questa asserzione.
Il nostro tempo e, soprattutto, la nostra generazione non ha paura delle accademie; chiede misura, fermezza, chiarezza; non può accettare, né ascoltare senza fastidio, che si riproponga gridando una sorta di neo-romanticismo (di maniera).
Tutti quelli che, per la loro posizione culturale (e noi fra essi) potevano essere meglio disposti e benevoli verso una simile iniziativa, ne sono stati più sinceramente delusi e amareggiati, come di un’occasione perduta. Tuttavia segniamo all’attivo dei giovani di Momenti la fondamentale onestà delle intenzioni, e l’impeto con cui hanno sostenuto per primi la necessità di un rinnovamento.
La nuova rivista Situazione da poco apparsa (n. 1: gennaio-febbraio 1955) intende essere, come è scritto nell’editoriale, esattamente la continuazione di Momenti. Noi ci ripromettiamo di esaminare come e fino a che punto l’esperienza già compiuta abbia giovato e giovi al nuovo lavoro.
Officina, n. 2, luglio 1955.
Aber es haben zu singen
A Th.
E questo mio andare in Finlandia (dice)
in Russia in Svezia in Francia
in America in Italia poi
tornare a Berlino nel vecchio
capannone bombardato
e questo mio scrivere non della morte o della vita in
generale ma della morte e della vita in particolare
senza mai pentirmi degli errori e di vivere ogni giorno
e di poter ogni giorno morire un poco non scordandomi
mai di camminare
sul bordo di un vulcano seguendo
Empedocle
la sua ombra che dice impara dove striscia
il vento dove corre il fuoco e io guardo (dice) col sigaro
spento la tomba di Hegel dalla finestra di casa. Lì
vicino è il cimitero lì vicino passano i fiumi
ho cominciato cento volte cancellando riprendendo da
capo riformando i segni premendo le parole
dalle pozzanghere gli uccellini stridevano dentro le
nebbie gelate. Tutti sono in attesa. Anch’io (dice)
non dubitavo di ricominciare non ero felice nella
mia pazienza.
Ricordo la sera calare mentre pioveva
la numerosa pattuglia abbevera i cavalli sull’argine
silenziosi gli uomini si guardano fumando.
Ricordo che la donna è uscita a piedi.
Poi c’è la spada.
E così crescono i giorni, interrotti dai sogni.
Aber es haben
zu singen.
Qualche piccione sbadatamente è travolto
da un automobilista ubriaco
nessuno mi cercherà per la strada tu potresti anche
morire
animuccia mia solitaria color zafferano
allo stadio di Wembley
Senti senti come respira questa piccola parte del mondo.
È possibile avere malinconie allo stato attuale?
Poi la spada.
(Con una incisione di Enrico Della Torre)
Premessa
C’è un’immagine persistente, così diffusa da rischiare lo stereotipo, circa la figura di Roberto Roversi, quella del poeta appartato e catafratto in un gelatissimo isolamento: e la reciproca, affidata alla storiografia letteraria ufficiale, che prima lo riconosce giacobino deluso e confinato in uno stato della restaurazione (cova bile e disprezzo, col pizzo cospirativo) e poi uomo solo, col tramite solo della poesia che cerca scava connette dentro all’evo folle e dispersivo che è il nostro (e siamo ormai all’altezza cronologica delle Descrizioni in atto, gestite con rigore anche tipografico e distributivo).
Del resto, riguardo al suo lavoro, lui stesso ha parlato una volta di pallore pariniano: ciò che subito rinvia ad un esercizio poetico spezzato e continuamente ricomposto, che dalle prove giovanili (petrose, di creta scabra e faticata) arriva nel centro pulsate di queste lasse o notizie (già accorpate nel ciclo delle News, con scarto alloglottico). La poesia siede ad un tavolo e apprende paziente, magari scorda di cantare.
A fondarla è un rovello etico, che inventa la propria teleologia nei risultati cognitivi, di lettura pretta della realtà: sempre la metafora si chiude nell’insistente concomitare di tali due istanze. Ma l’atto pervenuto della conoscenza non implica distacco: ingenera invece un accoglimento risentito, pietas, laddove l’etimo fa premio sull’accezione circolante del termine. Lo strumento poetico, emancipato dai modelli (riconosciuti nello ambito meno ortodosso dei vociani) rifiuta misure precodificate; esso è arma specifica, duttilissima, ma non separata, nel senso che non chiude anzi si alimenta di altre forme del sapere.
La poesia di Roversi va e torna dalla realtà, intesa quale rifornitrice plenaria di cose uomini idee sentimenti, sobillata (è stato detto) da un oscuro e insieme luminoso nettare conoscitivo. Ma con un fastidio, o presagio o rimorso d’impotenza secondo cui anche «grammatica e futuro finiranno», come avanza il poeta chiamando il dettame surrealista (l’Eluard livoroso degli estremi anni trenta?).
Adesso impattiamo testi tutti coniugati al presente pure se allusi, sullo abbrivio del titolo, in una mitica epoca classica; in un tempo (questo tempo) che teorizza l’arcadia autarchica, l’innocua solitudine del mercato, sono innanzitutto invettive scagliate come sassi.
Così, tra l’orrore dell’inferno contemporaneo additato e il furore (che meglio si direbbe euforia) del nuovo atto poetico.
E i testi in questo volentieri si leggono: perché davvero non vogliono bastare a se stessi.
Parte Terza
Il testo di questa raccolta è una selezione dell’opera L’Italia sepolta sotto la neve
Parte seconda [254; vv. 310-370]
Trenta miserie d’Italia
Il testo di questa raccolta è una selezione dell’opera L’Italia sepolta sotto la neve
Parte quarta [I/XXX]


