Teramo

Chi dal nord arriva in Abruzzo per la statale Adriatica, a un bivio dopo Giulianova svolta a destra e infilato un asfalto lungo venticinque chilometri si trova a Teramo, Interamnia, la città fra i due fiumi. Quei venticinque chilometri, tuttavia, possono sembrare Monza o Indianapolis, perché nei rettifili ingobbiti da dossi maligni, macchine e macchinette di giovinastri strabuzzati e di catuzzi con moglie nonna figlioletti e cane sfrecciano incuranti di divieti con sorpassi che fanno accapponare la pelle.

Comunque questo rischio merita la posta. Perché la città è incantevole non tanto per la sua faccia di pietre, mortificata da una aggressione urbanistica per niente rispettosa dell’antica struttura che risale ai Romani; ma perché è in realtà uno degli ultimi habitat naturali non ancora decapitati dalla furia nevrotica del nuovo millennio che è già in corso. Infatti Teramo è una città da abitare, anche per pochi giorni, più che da visitare; è una città morbida e fresca che si fa conoscere con piccole sorprese più che una città ossessionante come tante città italiane in cui non sai dove volgere il collo, perché in ogni pertugio trovi i secoli che incombono e ti fanno strabuzzare gli occhi e allora devi stare in continui di meraviglia. Qui invece la vita è a misura – come dire? – giusta d’uomo; e la città senza gridare si accompagna a te ti respira vicina acquattata come un cagnone; e ti lascia in pace.

Città terziaria non è né greve né volgare ma vigile e in moto. Sta a 25 chilometri da un mare che una volta era verdissimo e a 25 chilometri dal Gran Sasso e da altre cime non ancora sconvolte; con soprastante un cielo lucido e un’aria sopraffina. Ed è legata, come ho detto, a consuetudini di vita non ancora spente; a una vera civiltà delle cose. Il negozio di Fumo, per esempio, ha il gusto e il garbo di una pasticceria di Vienna. Così il negozio di Alberto il fornaio o di Caterini che presenta i formaggi come vini d’annata. A Teramo dunque bisogna starci con le mani in tasca (dico del forestiero), respirando col naso e cercando di parlare alla gente. Per chi vuol proprio vedere, proporrei la deliziosa pinacoteca e il duomo. Il duomo col suo paliotto.

 

 

 

«L’Espresso», 18 aprile 1982.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: L’Espresso
  • Anno di pubblicazione: 18 aprile 1982
Letto 2518 volte Ultima modifica il Venerdì, 03 Maggio 2013 12:58