Il papa, il cardinale, un credente, un laico

Non avendo per il momento nessuno sottomano, soprattutto non avendo nessuno che sia autorevole rappresentativo e ben convinto, premetto che la parte del laico me l’assumo anche in questa occasione.

Comincio con una prima domanda semplice e precisa: il laico anonimo del titolo è ombra del demonio ed è bestemmiatore?

Rispondo no, non bestemmia; per buona convinzione, per buon gusto, per buon senso, per cultura. D’altra parte la domanda non è molto pertinente, in quanto da noi in Italia (ma anche in tanti altri posti lontani), quindi anche in Emilia e a Bologna, per restringere sempre più il cerchio, la bestemmia è scomparsa. Lo smoccolare toscano così arcigno e insistito; lo snocciolare anatemi celesti, come una frana di sassi o uno scroscio di sabbia, per tentare di liberarsi da cupi rancori o dalle furie di petto; la bestemmia rapida che ingozzava la frase come il collo di una gallina dal chicco grosso di frumentone; sono tanti momenti di una situazione privata o di una cultura prevalentemente popolare in cui l’attore era travolto dal moto della vita, dall’impeto della storia. Ma adesso non più; basta leggere anche soltanto il resoconto di un intervento del prof. Gian Franco Morra al recente convegno “Immagini della religiosità in Italia”. La bestemmia si è consumata come una candela, poco per volta; ma, ecco, si è consumata insieme alla fede.

In altre parole, nell’occasione è stato detto, anche se con il rimpallo di varie obiezioni e contraddizioni, che siamo ormai tanto impigriti, tanto ingrigiti, tanto tiepidi e lontani dalla pratica religiosa partecipata e attiva – e questo in ogni angolo sociale – che la bestemmia non è più una pratica d’uso. Non è più un diretto e privato luogo del contendere, cioè dell’offesa, in quanto si è allontanata la presenza dell’altro protagonista da offendere. Ci si dimentica di bestemmiare dio perché dio è ormai dimenticato. Non si offende, ha detto il professor Morra, ciò in cui non si crede e esiste.

Ne consegue, dovrebbe conseguire, come valida formula argomentativa, che quando sentiremo bestemmiare di nuovo dio, solo allora saremo confermati che dio è ritornato ad abitare la coscienza degli uomini. Perché la costanza affannata della fede talvolta, o spesso, è rabbiosa.

Si può avviare a questo punto la seconda domanda: è proprio vero che i bolognesi sono per gran parte come gnomi di Sodoma e Gomorra e figli di buona donna? Tatti persi dietro il letto e l’oro? E silenziosi nella pratica della bestemmia per perché silenziosi di dio? Starei per dire, come intima convinzione, che ci sono mancanze drammatiche di sentimenti e speranze in questa nostra società cittadina; ma – mi chiederei – non è che l’indifferenza spesso acida e avara provenga dalla mancanza di un richiamo continuato al senso profondo della vita (come ricerca e partecipazione), che comporterebbe scelte meno mondane, meno egoisticamente private, meno ossessivamente economicistiche?

Il papa dice satana, il cardinale dice satana, il credente borbotta risentito partecipando al giudizio; ma per tanti aspetti, nonostante le esortazioni, il richiamo alla gestione di una opulenza esortativa non è poi alla fine, in ogni forma e modo, anche alla Chiesa stessa come istituzione ufficiale? Le sue frappe dorate non assomigliano in ultima analisi alle nostre frappe dorate? E la parte buona e attiva del suo corpo, vecchissimo giovanissimo, cioè la chiesa dei poveri, la chiesa povera, la chiesa in camicia, non è osteggiata ed emarginata come i poveri poveri nella nostra società opulenta e malferma; come i reietti, i pellegrini di ogni emigrazione e di ogni emarginazione dentro la nostra società che ha scelto di voler splendere contando moneta ma trafiggendo nella violenza o nell’indifferenza o nella insofferenza il cuore dell’uomo? Non dovrebbe essere avviato da papa, cardinale, credente oltre che senz’altro dal laico, tralasciando discorsi e querele, un riesame globale ed effettivo del nostro modo di vivere, di comportarci, di programmare, oggi, nel mondo? Cominciando, per l’appunto, da loro stessi.

Dovremo continuare ad ascoltare invettive, invece di toccare con mano un reale e rapido cambiamento anche da questa parte? Debbono cadere, sempre e soltanto, i muri di Berlino e non quelli di qualche mistico arcipelago?

 

(Nella foto: Giovanni Paolo II e il cardinale Biffi).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 158, 22 marzo 1991.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 158, 22 marzo 1991
Letto 2877 volte Ultima modifica il Martedì, 07 Maggio 2013 15:41