Lo scrittore Antonio Meluschi

Mi sono impegnato a parlare di Antonio Meluschi. Meglio: a ricordare Meluschi. Compagno di vita di Renata Viganò, scrittore di solido nerbo, uomo anche d’azione politica, contro il fascismo prima della guerra (con conseguente galera), poi organizzatore di bande e comandante nella lotta partigiana. Nella fotografia è a sinistra, direi in via Ugo Bassi, insieme al poeta Gaetano Arcangeli. Prendo direttamente dal suo romanzo: Adamo secondo, pubblicato nel 1952 da Mondadori nella collana “La Medusa degli Italiani”, una annotazione biografica, perché sono convinto che sia stata scritta dalla sua mano: «È nato a Vigarano Mainarda (Ferrara) nel 1909. Garzone di pastore, arrotino, barbiere, venditore di giornali, primo vetrinista di un grande negozio, impiegato; questa è stata la scuola umana dove egli studiò. La sua difficile e avventurosa esistenza lo portò, giovanissimo, sul banco d’accusa del Tribunale Speciale e, dopo aver scontato anni di prigione, dovette unirsi, per vivere, a gruppi di vagabondi e di zingari. Fu cantante di strada, poi di varietà, tenore in una compagnia di operette e attore drammatico; fra un passaggio e l’altro lavorò come portatore d’acqua alle mondine in risaia, fece il manovale e si specializzò come imbonitore nel baraccone dove si mostrava uno dei più originali fenomeni del tempo: la donna gallina. Venne arrestato più volte per vagabondaggio e, nelle piccole carceri mandamentali, iniziò a scrivere il suo primo libro Pane. Le figure dei suoi libri, semplici, risolte, trasfigurate dalla poesia, si muovono sotto un arco dove l’amore confina con la bontà e l’umile ma grande lume dei sogni fa chiara la strada per l’avvenire». Sì, è proprio lui, Meluschi, che parla di Meluschi. Che stende un abbozzo concentrato della sua immagine di scrittore. Non c’è dubbio. Tanto più che queste righe sono anche, nella loro esemplare semplicità argomentativa ed enumerativa, molto precise; vicino al vero. Forse non adempì proprio a tutti i mestieri successivi ed enunciati di volta in volta; ma, sono sicuro, a molti fra questi. Cantante, certo: aveva una bella voce che qualche volta esibiva. Sperduto in giovinezza per il mondo, anche questo è vero; prima del suo approdo a Bologna. Diceva, l’ho ascoltato, di non aver conosciuto il padre; d’essere figlio di un ammiraglio; altre volte di un cardinale. Raccontava anche d’avere una sorella monaca di clausura. In Adamo secondo, che è un romanzo mediamente autobiografico, si legge (per esempio) a pagina 148: «Divenni una piccola cosa, una bugia fatta persona: anch’io avevo paura di me, e, quando aprivo la bocca, m’ascoltavo sorpreso, per sapere chi ero in quel momento. Mi piaceva raccontare di essere nipote di un vescovo, e dicevo qualche parola di chiesa, in latino, come per mostrare a quella gente le nuvolette d’incenso che si espandevano dal mio alto e saggio discorrere». Ecco, l’alto discorrere (che cercherei di rapportare a una tensione verso l’alta fantasia, la continua manipolazione inventiva, in cui si compiva il travestimento progressivo dell’unico personaggio centrale che aveva sempre i contrassegni mediati o diretti dell’autore) è il marchio e la ricerca di quieta nevrosi comunicativa delle sue pagine. Perché la sua pagina è di continuo lacerata sottilmente da questo fuoco nascosto che la illumina o l’appanna, da questa sua scrittura che si dispone sempre in un ordine composto, spesso anche solenne, di ricerca poetica. Ma poi la conclusione è più contenuta e si risolve dentro all’ordine della narrazione prolungata, non dentro una esplosione concentrata. Non trascrivo un giudizio negativo, soltanto indicativo. Perché se la scrittura si componesse in una concentrazione poetica, l’orditura narrativa invece di alzarsi si complicherebbe, spegnendosi come una vela senza vento. Eppure in quel punto di concentrazione e di contraddizione sta la sua qualità, la sua specificità che definirei intrepida. Inesorabilmente tracimante. Meluschi libera l’immaginazione fantastica attraverso l’empito della scrittura; la fantasia della parola copre continuamente la fame spesso cupa della realtà. La realtà della vita, tremenda in quegli anni, anche in quegli anni, è risucchiata, è assemblata dentro una costruzione narrativa che tende ad emarginare il dettaglio, ogni annotazione superflua; per mantenere attivo un nucleo centrale che è sempre inseguito con l’affanno di una lotta, per la difficoltà di riuscire a definirlo completamente; tutto intero; secondo la verità trasposta della scrittura. La quale non è vita ma salva la vita. Perciò c’è un rifluire all’interno (come piume di struzzo) di tanti personaggi letterari (reali nella vita ma quanto reali in «questa» vita?) nomi appuntanti o veri compagni, amici di viaggio? Alle pagine 158 e 159, solo in queste due pagine ne annoto nove, da Amedeo Ugolini a Salvator Gotta. Ma è vero che stava riscrivendo Pane (1937); ed è vero che finì in casa di Renata Viganò: «Restai in quella casa, accolto per terminare il mio libro, e dormivo su un piccolo sofà verde. Tutte le mattine, verso le sei, Renata si alzava, usciva per andare all’ospedale, e chiudeva dal di fuori la porta con più mandate. Forse per qualche tempo pensava che io potessi anche scappare rubando gli oggetti preziosi che le erano rimasti dalla sua ricca famiglia distrutta per disgrazie economiche. Lavoravo in cucina: l’inverno era rigido… Scrivevo col gatto sulle ginocchia: il freddo fermava spesso la mia mano, e pareva gelare il crescere delle immagini. Quando finii Pane, sposai Renata e venne poi Bu, nostro figlio, un bambino come gli altri, che ha cancellato le rughe nel cielo della mia vita».

Adesso Antonio Meluschi è morto, Renata Viganò è morta, anche Bu è morto, e quegli anni di lotta sembrano davvero lontani. Le stanze modestissime ma ospitali di via Mascarella sono da tanto tempo di altri. Ma il libro Pane è un libro nuovo e diverso dentro la nostra letteratura; è un libro nuovo e diverso anche Strada, del 1939. Ed è da leggere tutta, come fosse uno scrittore americano per quegli anni, l’autobiografia narrativa Adamo secondo. E, per la Resistenza, La morte non costa niente e L’armate in barca. Dopo la lettura, o la rilettura, forse potrà cambiare tutto l’ordine degli addendi e magari anche le mie affrettate, o sommarie, conclusioni. Così riassunte: che nelle pagine di Meluschi è vero tutto, non c’è tabulazione affrettata. O che nelle pagine di Meluschi niente è vero, perché la fantasia ha stravolto ogni ordine delle cose; e ha rapportato a sé anche i personaggi e i sentimenti, le sconfitte, la polvere. E la sua straordinaria fiducia di riuscire a rompere ogni catena, di povertà di vita, di durezza di vita, di contraddizione di vita, attraverso l’esercizio quotidiano della scrittura. Con una ricerca di vittoria, e di confronto, con la vita e sulla vita.

 

 (Nella foto: Antonio Meluschi e Gaetano Arcangeli).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 166, 24 maggio 1991.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 166, 24 maggio 1991
Letto 3806 volte Ultima modifica il Martedì, 07 Maggio 2013 15:41