Lo sconcerto e la lotta alle zanzare

Adesso tutti quelli che stanno in cima a comandare sono lì a preoccuparsi un poco; e, temo, solo per il tempo necessario. Ma quando in passato qualcuno si azzardava a richiamare l’attenzione sullo stato sempre più confusionale della città dotta e amara, veniva tacitato e liquidato come estensore di bassa letteratura. E invece quale sia la situazione, fuori da ogni letteratura buona o cattiva o pessima, lo vedono adesso i cittadini con i loro occhi, direttamente. Tale, si può aggiungere, da consentire a un quotidiano di molto nome un titolo a prima pagina; che a tanti sarebbe apparso pazzesco anche soltanto tre o quattro mesi fa: «Un giorno da Taurianova». Cioè un giorno di Bologna uguale a un giorno di Taurianova. Un giorno che seguiva ad altri giorni con altri morti ammazzati ancora. Oggi i capi nazionali si approcciano, discutono, s’incontrano, convengono e convegnano, scendendo dalle macchine blu con il contorno di agenti di ogni divisa. Promettono mari e monti; e intanto invitano con voce tonante a non abbassare la guardia, perché ormai il giuoco è a tutto campo, a 360 gradi (questo è ormai il loro linguaggio militar-sportivo), e c’è convergenza d’opinioni. Verbosità calata dentro a una sostanziale indifferenza ripetitiva diventata ripugnante. E per condire tutto, non avendo alcuna specifica intuizione, non una realistica chiave di lettura, nessun riferimento obiettivo e conseguentemente nessuna metodologia concretamente operativa, si congedano con la filippica che, trattandosi di Bologna, si può bene contare, per ottenere la suprema vittoria contro il nemico, sul solido tessuto democratico della società. Ignorando – dato che la scissione fra politica e cittadini è ormai sempre più ampia e lacerante – che anche questo tessuto sottoposto da decenni a violente dentate continue comincia a impoverirsi e a stentare. Per chiedere a una società, bisogna che il potere in qualche modo e qualche volta dia qualcosa. Non una pelliccia in regalo; non una mortadella; non un ballo alla filuzzi nel pomeriggio della domenica; ma qualche pulizia là dove c’è sporco; qualche giustizia reale e convinta là dove c’è ingiustizia obbrobriosa e costante. Invece niente, almeno a mio parere, è più corrispondente alla fantascientifica realtà della nostra situazione generale, della notizia ascoltata in un telegiornale locale in contemporanea all’altra dei tre morti ammazzati il giorno 8 maggio; in contemporanea, aggiungo, alla ennesima itinerante riunione in prefettura del ministro degli Interni con diretti collaboratori – che il Consiglio Regionale in quel giorno aveva votato e emanato una legge per la lotta alle zanzare nel delta del Po. Senza ironia, perché anche le zanzare sono nemiche, se tale lotta si concluderà come la lotta attuale contro mafia ed altro, aspettiamo nella prossima estate notti da tragedia, con l’ossessione di morsi e sibili intorno agli orecchi. Ma non poter dormire è ancora preferibile che dover morire. Annotato per scrupolo questo dettaglio, ritornerei sullo stato di malanno/salute della città. È pasciuta, la cara vecchia compagna; ma lo sguardo è appannato, i polmoni, ai raggi, li vedi scavati; dunque lucida fuori, piena di crepe e magagne all’interno. Però, guai a non dirlo, per non essere rimbeccato come scribacchino vilipendioso e farneticante. Perché il primo guasto, determinante, è che nessun comandante ci capisce qualcosa. Almeno fino ad ora. Le istituzioni girano e girano intorno a questi problemi come fanno i moscerini intorno al fuoco; non troppo vicino, per non bruciarsi direttamente. Si enunciano sacrosanti proclami e richiami morali (l’ho detto). Ma a chi? E da chi? Perché le istituzioni nazionali sono le prime, nel maggior numero dei casi, a vilipenderli con discorsi bugiardi, promesse bugiarde, risoluzioni sciatte o indegne. Questo, se guardiamo su e giù per tutto lo Stivale. Ma anche dalle nostre parti qualche cosa cuoce; per la contraddittoria conflittualità politica (esasperante), per le interminabili contrapposizioni metodologiche; da unirsi alla mai esausta smania e mania immaginifico/progettuale rivolta alle megagalattiche necessità del futuro (mentre i problemi reali sono di una limitatezza esemplare: come raccogliere e spartire il rusco; come seppellire i morti; se riusciremo ancora a dissetarci in un mondo che dilapida i beni primari). Tali progetti, preclari sulla carta, fanno accapponare la pelle se riferiti alla sempre più esigua e drammatica disponibilità di suolo non aggredito masticato e digerito della speculazione e dalla lottizzazione. Mentre secondo i programmi tipici dell’occidente industrializzato il territorio è e deve essere sempre una inesauribile miniera da scavare, grattare, succhiare, sconciare o una foresta da depredare dell’ultimo rametto e dell’ultimo canarino.

Da cittadino inquieto ma non rissoso (semmai rabbioso) sentirei da tempo il bisogno di trovare dei riscontri effettivi, chiari e concreti, nelle cose scelte da fare o che si stanno facendo o che sono state appena fatte; così da garantirmi un sostanziale contributo di fiducia, di piccola speranza, di fioca chiarezza dentro a questo (lucido) incombente marasma.

Sui giornali si è letto di tutto sul «caso» Bologna. Del terrore a Bologna. Della città in ginocchio. Della città terrorizzata. Della città coperta di sangue. Le solite litanie per movimentare resoconti approssimativi di monotono sangue e di monotoni corpi bucati da colpi di fucile. La direzione di lettura porta verso uno scenario di ombre paurose ma senza attori; uno scenario alla Ronconi dove i personaggi sfumano dentro o dietro veli anneriti. Tutti possono essere tutto. Non è la situazione (il componimento spettacolare), cento volte vista letta sentita e patita a Palermo? Quando si dice: può essere il terrorismo; possono essere piccole bande (schegge impazzite le chiamano) di criminali emergenti, più sprovveduti ma anche più pericolosi alle volte; possono essere le cosche in combutta con la criminalità comune. Può essere ogni cosa purché sia limitata. Sia stravagante, sanguinaria ma episodica, non definitiva; non una metastasi del tessuto sociale. Mentre è proprio questo male terribile; questa peste che ha investito e intaccato, proliferando diabolicamente, la pelle della città. Ed è avviata a portarla, se non si interviene con determinazione con un taglio netto, a una palermitana rovina. Perché oggi Bologna, forse ancora più di Palermo o di Sicilia, è diventata lo snodo «distributivo» del traffico criminale più importante (direi, a livello europeo): droga, prostituzione, riciclaggio; mafia in genere. E qua la mafia (in genere) vilipendia, scempia, inquina, terrorizza per rendere l’avversario malleabile, debole, impaurito, rassegnato, indifferente, disponibile. Si stanno impiantando, da noi, i paletti per la costruzione del fortino più esposto; per avere come contradditori soltanto lo Stato e le sue forze – che questo stesso Stato ha condannato a una debolezza patologica nonostante coraggio dedizione fino al sacrificio e fatica di tanti di loro. Il sindaco Imbeni ha parlato di «nuova resistenza». Giusto; ma resistenza sul campo, con cose fatte, con risultati ottenuti, con collaborazione frenetica, con costanza fra tutti. E con queste armi efficaci: tempo da dedicare, occhi per vedere indagare controllare riferire, mani per scrivere, bocche per parlare e gridare; voglia di non lasciar passare neanche uno spillo senza che sia indicato o contestato. Solo così eviteremo di essere condannati, o riconsegnati, a una società in cui il silenzio è d’oro, il servilismo ricompensato, la viltà arrogante un merito. E la critica non più tollerata.

 

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 165, 17 maggio 1991.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 165, 17 maggio 1991
Letto 2811 volte Ultima modifica il Martedì, 07 Maggio 2013 13:06